TEATROUN PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) GIUSEPPE SOLFATO CASA STORNAIOLO
INDICE
Qualche nota di ortografia e fonetica 5A la Pòste: Sportèlle Penzione 11Il dialetto perchĂŠ 63La Patròne 91Un Fatto: Bari 27 aprile 1898(La Rivolta del Pane) 131Per Donna Sola 171CicĂŹ 197Ringraziamento – Elenco Spettacoli de i Baresi 2374 TEATROPERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 5QUALCHE NOTADI ORTOGRAFIA E FONETICASi è tentato, per quanto possibile, di riprodurre il suonodel barese nella sua correttezza grafica e sintattica.Lâesigenza nasce dal fatto che questa lingua manca diuna tradizione scritta certa e diffusa, cosĂŹ come, invece, accadeper altri dialetti italiani (napoletano, veneziano, ecc.).Gli stessi autori colti, da Abbrescia (1813 â 1852) in poi,per lo piĂš caratterizzati da una produzione poetica â manon solo -, fanno uso di una grafia individuale.Il risultato è che, nei documenti scritti, sempre piĂš abbondanti,degli ultimi decenni â in coincidenza con unamaggiore diffusione del teatro in vernacolo e di spettacoliproposti dalle televisioni locali â regna una sorta di licenzalinguistica prossima allâanarchia. Lâimpressione piĂš certache se ne ricava è di improvvisazione, gratuitĂ e, talora, divera e propria sciatteria.CosĂŹ, uno dei problemi annosi e irrisolti è la riproduzionedel verbo dovere che formalizza anche il concettodi futuro; una voce, quindi, particolarmente importante.Si tratta del verbo avere da.Te nâha da sciâ=Te ne devi andareNe consegue, perciò, che quando la preposizione dasi contrae in âa, lâelisione sta ad indicare la caduta della d,per lâappunto.Ce havĂŹmââa faâ?=ce hamââa faâ=che dobbiamo fare, chefaremo?Nello specifico, la voce havĂŹme è esemplificativa di treordini di idee di seguito adottate:1) la h iniziale, sempre assente altrove, qui viene indicatasolo per segnalare la presenza del verbo avere in tutte lesue voci e forme; è muta;2) la e, quando non è accentata, è sempre muta; la sua6 TEATROpresenza, sia nel corpo che in finale di parola, produceun suono cupo, indistinto, assai simile alla e rovesciatadellâalfabeto internazionale.La è è sonora; sta anche per lâaccento tonico della parola,in assenza di altra vocale accentata (qui è la ĂŹ).La e congiunzione è sonora; lo è, parimenti, la e di ehio meh (sollecitazione al vocativo=su, dai!);3) havĂŹme si contrae, talvolta, nellâequivalente hĂ me.Si dĂ qui, a moâ di esempio, la coniugazione per interodel presente indicativo e del passato remoto di Haveâ dascrive (dover scrivere):JâhĂ gghje o jâhââa scrĂŹve;Tu ha da scrĂŹve;JĂŹdde â Jèdde havââa scrĂŹve;NĂš hamââa scrĂŹve;VĂš havĂŹtââa scrĂŹve;Lòre hònnââa scrĂŹve.JĂŹ havĂŹbbââa scrĂŹve;Tu havĂŹstââa scrĂŹveJĂŹdde â Jèdde havèttââa scrĂŹve;NĂš havèmmââa scrĂŹve;VĂš havĂŹstââa scrĂŹve;Lòre havètterââa scrĂŹve.Val la pena di notare che, al passato, è piĂš comuneusare il passato del verbo essere:JĂŹ jèvââa scrĂŹve;Tu jĂŹvââa scrĂŹve;JĂŹdde â Jèdde jèvââ a scrĂŹve;NĂš jèmmââa scrĂŹve;VĂš jĂŹvââa scrĂŹve;Lòre jèvenââa scrĂŹve.I suoni dolci e aspri di c e g seguono lo stesso andamentoche in italiano. Tuttavia, lâindurimento di ci e ce viene,qui, indicato col k:kiamiâ=guarda (imper. tronco);ke tè=con te.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 7Il raddoppio consonantico ha luogo con lâintroduzionedi una c:ackiamĂŹnde=guarda (imp. esteso).Si è scelto di non elidere e quindi lasciare ce e ge perintero davanti ad a o u per non incorrere â alla lettura avoce alta – nel suono duro.Si noti, poi, che ackessĂŹ (cosĂŹ) viene contratto nel piĂšsemplice axĂŹ o xĂŹ.In quanto a sci, sce, si è ricorso alla grafia sh solo quandoesso precede una consonante.Dunque: sciĂ te (andate), fernèsce (finire) ma shcĂšte (sputa).Una certa attenzione, richiede lâuso di j; di sicuro vieneaccettata la grafia di jĂŹ=io, di jè=è e di je in finale di parolaper la riproduzione di un suono riconducibile al mouillè, acausa della presenza della e muta:fĂŹgghje=figlio/a; vèckje=vecchio; èckje=occhi (ma esisteanche il plurale òckiere).Di fatto, lo stesso segno grafico andrebbe adottato perriprodurre il suono allungato che si produce frequentementequando la i incontra una vocale:jòsce=oggi; jĂ ckje=trova; ecc.AllorchĂŠ questo suono non è presente, viene qui usatoil segno grafico della i:pâ ackiĂ rte=per trovarti.Riguardo al ricorso allâelisione, lâinfinito che segue ilmodale è stato scritto sempre eliso ad indicare la desinenzamancante o per distinguere due voci omofone:pòte mangiaâ=può mangiare;uè camenaâ?=vuoi camminare?;se nâhavââa sciâ=se ne deve andare;se ne scĂŹ=se ne andò.Non câè elisione nei casi in cui lâinfinito è in sĂŠ completo(per lo piĂš si tratta di verbi che in italiano appartengonoalla II declinazione):dĂŹsce=dire; scrĂŹve=scrivere;pèrde=perdere.La i iniziale seguita da m o n è sempre elisa:âmbrattaâ=imbrattare;ânzevaâ=sporcare;8 TEATROânderre=in terra.La negazione non è stata scritta quasi sempre per intero,anche quando non è pronunciata come tale:no(n) vògghje fadegaâ=non voglio lavorareo quando si scinde in no+nno(n) nge vògghe=non ci vadono(n) nge u dĂŹgghe=non glielo dico.In effetti, qui câentra la struttura di nge, avverbio e particellapronominale, come da esempi; la presenza della n inizialeinduce, nella negazione, alla contrazione di non in no.Si noti che la locuzione ândĂ dènze=non badargli, nondargli retta, dovrebbe, piĂš correttamente essere scritta:ândâadènze. Nella lingua parlata viene avvertita come espressioneunica. Alcuni parlanti pronunciano addirittura:dĂ dènze; lasciano cioè cadere la n iniziale pur intendendonela negativitĂ . CosĂŹ, pure per il piĂš breve: dadeâ.Altro discorso, invece, è per lâequivalente: non ngedĂ nnâadènze, che, logicamente, va scritto per esteso.La medesima contrazione potrebbe essere adottata persènzòmène=senzâaltro (sènzâau mène).Infine, si veda ânzĂŹa-mĂ = non sia mai (pronunciato, ormaizĂŹa-mĂ ).Il raddoppio consonantico iniziale è stato volutamenteevitato per dare linearitĂ e nitidezza alla riproduzione deisuoni.In tal senso valga la lezione del toscano che scrive checosa ma pronuncia che ccosa.Quindi scriveremo u rè per la pronuncia di u rrè maddò e ddĂ =qui e lĂŹ per distinguerli dagli omofoni do (due,davanti a sost. femminile) e da (prep. ) o dĂ (dai, pres. ind.II pers. sing. di dare).Però scriveremo dĂš (due, davanti a sost. maschile) diversoda du=de+le; analogamente: mĂ =mai in opposizione ama=avversativo.Ancora:DdĂŹ=Dio; di=giorno; dĂŹ (imp. di dire);a vvĂŹ de=a forza di; la vi=a strada; la vĂŹ?=la vedi?;PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 9sĂŹ (affermazione); si=sei (ind. verbo essere).So=sono(I pers sing. e III plurale verbo essere); sò=suaQualche parola va spesa anche per la trascrizione foneticadi due consonanti cosĂŹ problematiche come la b ela z.In molte parole, la b iniziale viene pronunciata esattamentecome in spagnolo. Bisognerebbe, pertanto, trascriverlacon il segno grafico bv ad indicare la velatura labialeche pronuncia quella consonante facendo passare lâaria trale labbra:u bvĂ se=bacio;la bvĂ rve=la barba; U bvĂ se-necòle (uvasĂŹleke)=il basilico.Di fatto, per una questione di agilitĂ nella scrittura eper evidenti ragioni evolutive del linguaggio, si è scelto diabolire la b iniziale e scrivere direttamente la v.Quindi sarĂ :u vĂ se;la vĂ rve;u vĂ se-necòle (u vasĂŹlike).Tuttavia, alcune parole hanno finito per acquisire ladoppia pronuncia: è il caso di biĂ nghe e viĂ nghe=bianco.A tal proposito si noti anche pròbbete=proprio che sâabbreviain pròbbe e pròbbje.In quanto alla z, bisogna precisare che lo stesso segnografico sta tanto per il suono dolce (v. lâitaliano: rosa) chequello duro (it.: zucchero).Per la corretta pronuncia si dovrĂ necessariamente farriferimento ai parlanti.U ziĂ ne=suo zio (dolce);U zĂšckere=lo zucchero (aspro).Tutte le parole sono state scritte con lâaccento tonico.Queste note, senza avere la pretesa di essere esaustive, indicanoche un impianto sistematico, di carattere graficosintattico,può – e deve – essere organizzato intorno allalingua barese.10 TEATROAVVERTENZALe traduzioni in italiano delle parti dialettali che appaionoin nota a A la Pòste: Sportèlle Penzione, La Patròne,Il Dialetto Perchè e Un Fatto: Bari 27 aprile 1898 sono veree proprie traduzioni di servizio.Lâitalianese, mi si passi il termine, di Per Donna Sola e CicĂŹ,sta per il tentativo di ricreare in traduzione tanto il dialettoarcaico del primo che la lingua inventata del secondo,pur nel rispetto della letteralitĂ . In entrambi i casi, va detto,molta della malia dei due personaggi monologanti vainevitabilmente persa, in quanto essa risiede proprio nellaqualitĂ della lingua originale in cui esse si esprimono. Maquesto, credo, sia il nodo mai sciolto che costringe tutte letraduzioni e le trasposizioni.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 11A la Pòste:Sportèlle PenziòneATTO UNICO197112 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEAVVERTENZAQuesto copione è inteso come canovaccio da allargare intutte le direzioni che lâallestitore riterrĂ opportune perle esigenze poste dalla propria messinscena, fatta salva lastruttura dellâopera.PERSONAGGIImpiegata (I)Popolani: TaresĂŹne (T), JannĂŹne (J), ColĂŹne (C),RoccĂšcce (R), Vecchio (V)Lo studente: FelĂšccio (F) o Olimpia (O)Lo Spettatore (S)SCENAUn enorme sportello, dietro cui lâimpiegata siede pigramente,intenta a sfogliare le proprie carte.In disparte se ne sta lo Spettatore, seduto.Inizialmente, la coda di popolani è disposta nellâordine: Taresine,Coline, Roccucce, Vecchio.Borbottano allâindirizzo dellâImpiegata.Entra Jannine con un bambino in braccio e la borsa dellaspesa.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 13VECCHIOEhi, la meâ! U sòle assècke le kiacĂšne, u vĂŹnde jĂ bbrele pertĂšne⌠e u rèste u sa.ROCCUCCESperiĂ me ca scĂ mbe, kembaâ, ca jè sceròcke jòsce.COLINEAngòre sâhavââa mòve!TARESINESèmmâ a mènzadĂŹ nge havââa redĂšsce! E meh, fĂŹgghje,fa sĂšbbete!VECCHIOU mèse ce trĂ se, venèsse jèdde e prevĂ sse! No nge vòlecrète ca ddò, do dèscetere prime de le cambĂ ne tenâha da meniâ pâackiĂ rte giĂšste âmbacce au piĂ tteâŚce tâackembĂ gne la mĂ ne de Criste⌠ce tâ jè buène.TARESINEEhi, kemmaâ JannĂŹne! Si arrevĂ te? Me crenzève cajĂŹve morte stamatĂŹne! Madònne! Totta âmbòsse!kèssâalde! cu pecenĂŹnne âmbrazze e sènza âmbrèlle!Ce jè, stâa kiòvâ angòre?JANNINENo, mâha pesciĂ te u acĂŹdde! CrĂŹste sâha spendĂ te lapertèdde stamatĂŹne!TARESINEEh, Madònne! ca ce so dĂŹtte?JANNINELe fessarĂŹ ca dĂŹsce sèmme segnerĂŹ.TARESINEVĂŹne, vĂŹne ddò appĂŹrse a mè ca stògghe kiĂš ânanze.(Jannine fa per avvicinarsi).COLINEEeh! E segnerĂŹ addò uè sciâ ke la salute?JANNINEE a segnerĂŹ ce te canòsce?VECCHIOMa kiamiâ kèssâĂ lde! Se nâha menĂšte ke le fiĂšreâmmane e nesciĂšne ca lâha âmbetĂ te!14 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEJANNINEJĂŹ le fiĂšre le tènghe âmmane; megghièrete le tèneânĂ nze⌠e appassuĂ te.VECCHIODiâ grĂ zzje a la Madònne ca si fèmmene, osenòâŚ!JANNINEOsenò ce ha da faâ? SĂŹnde a mè, allĂŹvete da ânĂ nze cafĂ sce jòmbre.COLINEEh, uè sendiâ? Fèmmene o non fèmmene, stĂ ttedrète. Si arrevĂ te dòppe e ddĂ jè u pòste tu.ROCCUCCEJè giĂšste axĂŹ.VECCHIOC âaffòrze. Ddò sâhavââa fernèsce ke tĂštte sti pripotènze.La còte jè la còte. Ce arrĂŹve dòppe se mèttedrète. Jâ hĂ gghje rasciòne, signora âmbiagĂ te?IMPIEGATASilenzio, lĂ dietro. Silenzio. Procediamo.JANNINEXâNzomme, me uè faâ passaâ?ROCCUCCEArrète! E rĂšzzueâŚJANNINETu, tâuè staâ cĂŹtte? Ce tâha âmbetĂ te? StĂ tte au spĂšndede cĂ ste, Ă lde ca vĂŹne a frecaâ le terrĂŹse du govèrne.TARESINEMène! FacĂŹtela passaâ. Ce la statâa faâ gròsse! NamĂ mme de fĂŹgghje e la trattĂ te a sta manère? E po,nge jâhââa dĂŹsce nu fĂ tte.ROCCUCCEE percè, no nge u puète dĂŹsce daffòre?COLINEGiustamènde.TARESINEIih, Madoâ! Come sta fetĂšse cussâĂ lde stamatĂŹne. EA LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 15ce còse jè! Te sĂŹnde le delĂšre de vènde? Come ca jèla prima vòlde!VECCHIOE appunda per questo, cara commaâ Tarèse, memèravĂŹglje de tè ca sèi tĂ nda na bèlla crestiĂ ne ke lecĂŹrkje ângĂ pe. Lâhamââa fernèsce⌠e buon Dio, ackemenzĂ mâa mètte nu bò dâòrdina. Cossenò, ddò,a le pĂŹsce nge ne sciĂ me!IMPIEGATASilenzio lĂ dietro!JANNINETĂ nne ca uè arregettaâ ddò, percè non ackemĂŹnzeda jĂŹndâ a cĂ ste? E no ca megghièrete sâu staâa svendesciaâde la matĂŹne a la sère ânanzâa la pòrte, a spruaâ lefĂ tte de le crestiĂ ne e u petresĂŹne ca crèsce! ca crèsce!VECCHIOAllòre, jè ke megghièreme ca nge lâha? E allòre meuè forzaâ a sciâ a dĂŹsce ângockâe paròle a marĂŹtte? Eallòre tu te uè mètte âmènzâa le uĂ , stamatĂŹne?JANNINECe nge ha da sciâ a dĂŹsce? Ehi! quĂ nne tĂŹne da dĂŹsceângockâe còse sopâau cĂšnde mi, apprĂŹme tâha da stesciaâu mĂšsse e pò tâha da pelzaâ u cĂšle! E mo, soâ dĂŹtte,allĂŹvete da ânanze, ca mâ jâ hââa sbregaâ. JĂŹ, acquĂ nnejèsseke da ddò, non me ne jâ hââa sciâ jĂŹndâa la candĂŹne,a faâ u mĂŹnze lĂŹtre o âmènzâa la kiĂ zze a faâ cĂ rte. JĂŹ,acquĂ nne CrĂŹste u kemmĂ nne, jâhââa sciâ a faâ la spèsee po tènghe da kecenaâ e jĂŹndâa do jòre, le SĂ ndere duParavĂŹse, asselĂšte, sĂ pene u tramòte ca tènghe da faâ.VECCHIO (Allo Spettatore)CâaxĂŹ la mèttenâa kèdde: kemmaâ Tramòte.JANNINEE kèddâĂ lda remmòdde!(Allâimpiegata) sâhavââa mòve?COLINEMène, uè sendĂŹâ, kembaâ? Falla passaâ. Osenò, kèssaddò, non la fernèsce kiĂš.16 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEROCCUCCEMa sĂŹ, sĂŹne, pĂ sse. Comâa tòtte lâĂ lde vòlde. Ma ce tene vĂŹne arrète tarde, nâĂ lda vòlde, te jâ hââa faâ vedeâ jĂŹ!VECCHIOMo jè, pe sanda pĂ sce de CrĂŹste, pĂ sse, va. PeròarrecĂšrdete ca non ze fĂ sce axĂŹ. E buon Dio, umbò dâ ordine ngi vuole, senò, ddò, a le pĂŹsce sciĂ mâa fernèsce!JANNINEArrète ackemĂŹnze? âMmòcke! Sèmme da drète repĂŹgghjele fĂ tte. E po, ce pròbbjâ u uè sapeâ, nonjè tĂ nne pe mè ca velève passaâ ânanze, mâha stĂ tekemmaâ TaresĂŹne ca mâha kiamĂ te, ca mâhavââa dĂŹscenu fĂ tte. E po, bubburubbĂš, stògghe pĂšre cupecenĂŹnne âmbrĂ zze.VECCHIOE havâackiĂ te la pèzzâ a kelòre.ROCCUCCENa vòlde tène u pecenĂŹnne, nâĂ lda vòlde la vènde, lavòrze de la spèseâŚIMPIEGATAMa inzomma, silenzio lĂ dietro. Non mi fate raccapezzarenulla. E via! Lâavete fatta questa cota? Ognivolda è sembre la stessa solfa. Finiremo col metterele tranzenne. Ma è una questione soprattutto diâŚdi coscienza civile, ecco. Han ragione, poi, gli stranieria qualificarvi angora come barbari. E che diamine!Neppure una cota ordinata sapete fare! Cheschifo!JANNINENah! ce stâa gastème kèdde? Ce vâackiĂ nne?COLINESĂ cce⌠non zi cĂ pe-de-pèzze, sĂŹme sènza kesciènzeâŚROCCUCCEComâ jè, kembaâ, nu sĂŹme rabbĂ rbare? Ma ci jè,havâ assĂšte mĂ tte, kèdde?A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 17COLINECe sĂ cce! Ce nge ne âmbòrte a jèdde ce nu stĂ mâ afaâ la còte o no?ROCCUCCEO ce non zapĂŹme faâ la còte? So fĂ tte nèste.JANNINESĂŹnde a mè, la meâ, vattâa cĂšlke, va, ca jè kiĂš mègghje.PĂŹnze a fadegaâ, ca nge hamââ a sbregaâ.VECCHIOMène ca hjĂ ve rasciòne, kèdda poverèdde! Sièto namòrra dâalfabète.COLINESĂŹnde a cussâĂ lde spetĂ le, sĂŹnde. Nge shcĂštene jĂŹndâalâòckiere e jĂŹdde sâallèckâ u mĂšsse. Allòre, hjĂ ve rasciònekemmaâ JannĂŹne, ca segnerĂŹ si cavallĂŹre!TARESINEMa ânzòmme, lâhavĂŹtââa fernèsce, stamatĂŹne benedètte?E ce sĂŹte mangiĂ te, u cĂšle de la gaddĂŹne?AvĂ ste! JĂŹ stogghâ a crepaâ. âMbiagĂ te, scrĂŹve, ddĂ ,segnerĂŹ! PĂŹnze, fĂŹgghje, ca jĂŹ sòffreke dâattròse certefecĂ te:jòsce, stògghe tòtte nu pĂŹzze de delòreâŚROCCUCCE (Facendosi avanti)U stèsse jĂŹ, kèssa gĂ mme, ke cĂšsse tĂŹmbeâŚIMPIEGATASĂŹ, abbiamo fatto lâambulatorio comunale di quartiere!Piuttosto ricomboniamo le file, su!ROCCUCCEVelève sapeâ ce non le tène pĂšre jèdde le delĂšre.TARESINE (A Roccucce)StĂ tte cĂŹtte, ammuzzĂŹsce.(Allâimpiegata) ScrĂŹve, figghje, ândannâ adènze a kĂŹdde,ca mo le mèttekâa pòste jĂŹ. E ce ha ândrevenĂšte?Tòtte stamatĂŹne vâhavĂŹtâ âa scettaâ le fòrme âmbĂ cce?CamĂŹne tu, Janniâ, vĂŹne ddò, sĂŹnde, sĂŹnde ce te tèngheda dĂŹsce. Ha da sapeâ ca⌠(Abbassa la voce)JANNINECe me soâ stangĂ te! Stu kernutĂŹdde te strònghe devrĂ zze!18 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE(A Coline) Meh, kembaâ, tenamĂŹue tu, u peceninne,câa cĂšdde (Indicando il Vecchio) no nge u vògghjefaâ teneâ! ke cèrte crestiĂ ne jè mègghje a non haveânĂšdde a ce nge faâ.COLINEMo, pĂšre u pecenĂŹnne?VECCHIODĂ nge nu muèrse de kemmedènze e kèdde se pĂŹgghjeu dĂŹscete ke tòtte la mĂ ne.JANNINEEh, a tè jè: uè sendiâ ce te dĂŹgghe? VaffangĂšle, va!VECCHIOOooh! E sciĂ cquete de dĂŹnde!JANNINEEh, u meâ, mo me si rĂštte pròbbjeâŚ(A Coline) e tu, auĂ ndâ u pecenĂŹnne âmbrĂ zze. Ammò cete stĂ nghe dangĂŹue a âmbĂ RoccĂšcce. E non fiatĂ nne.VECCHIOKèsse jè lâItĂ glje! Ce spènge de kiĂš pĂ sse ânĂ nze, e ceallecuèsce kiĂš fòrte se fĂ sce sendiâ. La dettatĂšra ngevelèvâ arrète!ROCCUCCEUhhh, ce la stâa fĂ sce gròsse!JANNINEBbĂšuumme!TARESINEHònne scettĂ te le pĂ llâ a la MerĂ gghje!VECCHIOLe pĂ lle de marĂŹtte!JANNINEVastĂ se!IMPIEGATABeh, a questo pundo io non vato piĂš avanti. O lasmettete voi o la smetto io e chi si è visto si è visto,stamattina benedetta.JANNINECi jè? âNon vĂ te piĂš avĂ nde?â Pe kiddâe quĂ tteA LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 19terrĂŹsâ affetesciĂštâ e frĂ scete ca mâha da daâ? Fa lapròve, fa. Sta desgrazziĂ te! Tènghe tatĂ acceppenĂ tejĂŹndâ a nu lĂŹtte da quattâĂ nne⌠e cĂ ke e pĂŹsce, e ngeha da daâ a mangiaâ. E ce u tènghe pe le bèllâèckje devesserĂŹ? Viâ ce te sbrĂŹke, viâ, e no ca me si fĂ tte pèrdegiĂ mènzâore. Percè, ce se mettève la lègge ca tòtte lemĂ mmere de fĂŹgghje havèvanââa jèsse servĂšte âmbrĂŹme,tòtte sti kiĂ ckjere non zeccedèvene.IMPIEGATAAh sĂŹ? Bene, ora chiamo il direttore.JANNINEEh kiĂ mue, kiĂ mue, sa ce pavĂšre ca tènghe jĂŹ du direttòre!Nah, kiamiâ ce me fĂ sce tremuaâ u direttòrâa mè.TARESINEMène, no, segnoâ! E ce jè, adavère jè u fĂ tte? kèdde,kemmaâ Jannine, jè adaxĂŹ. Non dène cĂŹggereâmmòcche, nge piĂ sce a parlaâ, ca nge piĂ sce a parlaâ.Mène fĂŹgghje, assĂŹdete! (A Jannine) Ehi, a tè,lâha da fernèsce, ah?VECCHIO (A JannĂŹne)Kèdda lèngue, non ze lâattĂ cke mĂ ângĂšle!COLINEMeh sĂŹ, stĂ menge cĂŹtte! Osenò, kèdde non pĂ ghe.ROCCUCCESĂŹ, sĂŹ, fernĂŹmele! E segnerĂŹ, (Al Vecchio) non zifacènne âColâ e pĂŹgghje da drète e sèmme nu CrĂŹstejè pĂ dro mĂŹ.â StĂ tte cĂŹtte ca cĂ mbe cĂŹndâĂ nne.JANNINECĂŹndâĂ nne? E ce sâu havââa serkiaâ a cĂšdde, cindâĂ nne?(Pausa)VECCHIOMa a MilĂ ne, a MilĂ ne sti còse non zeccèdene!TARESINEEhi, kembaâ, a MilĂ ne jè MilĂ ne, ddò jè Bare e kiamendĂ mengele quĂ dre nèste.20 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEJANNINECa so bèlle, so!ROCCUCCEEhi! Non pe sapeâ le fĂ tte tĂš, ma pe regolĂ mme lekĂŹdde mĂŹ: acquĂ nne mĂ si sciĂšte a MilĂ ne?COLINEU ha vĂŹste sopâa la cartollĂŹne.VECCHIO (Trionfante)La tèlèvisiònâ u ha dĂŹtte.TARESINEE fĂ mme sapeâ, ke la salĂšte, quĂ nne mĂ si vĂŹste latrèvvisiòne, segneriâ?VECCHIOMeh, percè? Nge lâhamâ accattĂ te, ca nge lâhamâ accattĂ te.JANNINESe lâhonnâ accattĂ te? E fĂ mme sapeâ: ce se la stâakiĂ nge? Ah, u rĂ shke! Bèlle, lènghe-lènghe! Ce sobèlle le cambiĂ le, kemmaâ, sopâau comò, pe soprammòbbele,jĂšne sopâallâĂ lde.VECCHIOTu non de ne frecĂ nne, ca sta pagĂ te.JANNINEIiih, ce me dĂŹsce, còre mĂŹ!VECCHIOSĂŹ, sta pagĂ te. FĂŹgghjeme, sĂŹnde, signora âmbiagĂ te:u uagnòne de fĂŹgghjeme, non za? CĂšdde ca sta a laGèrmĂ nje, a la Dòcce-lĂ nde; âmbiagĂ te, jĂŹ ci ho unfiglio a la Dòcce-lĂ nde, a fadegaââŚJANNINE (Interrompendolo)Ce anòre a la casa nòste!VECCHIOAllora, come te stève a kendaâ, signora âmbiagĂ te,quelli, u uagnòne de fĂŹgghjeme, quelli, bèllo-bèlle,mâha mannĂ te i soldi drèndrâa la lèttere e ha scrĂŹtte- ca fĂŹgghjeme sĂ pe scrĂŹve – cĂšdde ha scrĂŹtte axĂŹ:âCarri papĂ e carri mĂ mmeâŚA LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 21JANNINE (Interrompendolo)SalĂštâe bĂ ggje.âVECCHIOâCarri papĂ e carri mammĂ , kĂŹsse terrĂŹse so peâŚJANNINE⌠so pe lâautobĂšsse.âTARESINECe si desgrazziĂ te! StĂ tte cĂŹtte, fĂ ue parlaâ.VECCHIOâkisse terrĂŹse so pe la tèlèvisiòne.â E nĂš nge lâhamâaccattĂ te,ca nge lâhamâaccattĂ te. La tèlèvisiòne. NĂš.âNgondĂ nde. NĂš. JĂšne sopâallâalde. NĂš.JANNINENah! Sti sòrte de frĂšshcue: se lâaccĂ ttene e sâu tènenecĂŹtte cĂŹtte⌠Ammò ce la vègghe, kèdda sorte defrellĂŹne de megghièrete!VECCHIOMegghièreme! petèvâammangaâ?JANNINEEhi! A staâ mĂšsse ke mĂšsse e mĂ nghâ a dĂŹsce nĂšdde.Pròbbetâ accòme allâanemĂ le!COLINECe te petĂŹvâaspettaâ da crestiĂ ne comâa kĂŹdde?ROCCUCCEPercè, crestiĂ ne so kĂŹdde?TARESINEE ce nge perdèvâ a dĂŹsce de scillâa vedeâ a la sèra-a la sère!Ahh! mo me sbiaghèsceke tĂ nna còse, kĂŹsse so lâĂ rje cange dĂ me da nu muèrse de tĂŹmbâ a kèssa vĂ nne.JANNINECapĂŹte, Tarèse? Pedènne, pedènne la frĂšshkue sâhamettĂšte u cappĂŹdde lâĂ lda di!TARESINEIih! Comâjè, u cazzellètte?JANNINENon za nĂšdde? SĂŹnde, sĂŹndâu fĂ tte. JĂŹ stèvâ a lavaâândèrre ânanzâa la pòrte. La vidĂŹbbe de passaâ, tòtta22 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEtèsa-tèse. JĂŹ, mo, la velĂŹbbe sfòtte nu muèrse, mano-cèn-dè-mèn-de, sòre, no-cèn-dè-mèn-de.TARESINECe si disonèste!JANNINENge decĂŹbbe: âEhi, a tè! Addò te ne stâa vaâ ke lascazzètta ângĂ pe? Ce jè? si vengiĂšte, la sisĂ l?âTARESINETu, po, ce si sprudènde! Si parlattèrâassĂ !JANNINEEhi, ca ce so dĂŹtte de mĂ le? SĂŹnde u rèste, mo. Kèddakièna-kiène, apprĂŹme sâackiamèndâatturne, pomâappògge lâèckjeânguèddâa mè, manghe mâhavèssevĂŹste la prima vòlde e assĂštte- assĂštte me fĂ sce, câucuèddâ a vĂŹcce âBuonciorne, buona donna.â Capiâ,Tarèse?TARESINEIh, gòcce!COLINEE comâjè, âbuona donnaâa tè?ROCCUCCEForse havâassĂšte mĂ tte.COLINEAh, era uno sgherzo!ROCCUCCESĂŹ, a kèdde ci piace a giocare.COLINEĂ un tipo sgherzoso!JANNINEAspiâ, non jè nĂšdde angòre! SĂŹndâ u rèste.COLINEPĂšre!JANNINEJi arremanĂŹbbe, gelĂ bbe, gelĂ bbe, sòre: nu ghiacciĂšle.Me petĂŹvâaggeraâ de cĂ pe sòtte, havèssâ arremanĂštestennĂšte. AcquĂ nne te dĂŹgghe ca ânghietrĂ bbe,meh, so dĂŹtte tĂštte. Non affettĂ bbe kiĂš. UA LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 23sa còme so jĂŹ: tènghâ-e-tènghe, po, acquĂ nne mâaggĂŹrenele tavuèdde, non kiamèndeke âmbaccâ a patrĂšnee sbòtteke.COLINENo, je prudènde assĂ kèdda bèlla crestiĂ ne!ROCCUCCESĂŹ, sĂŹ: na sĂ nde de sopâau aldĂ re.JANNINEKe vĂš e dĂš, dòppe facĂŹme le cĂšnde, ca tòtte âmbelĂ tele tènghe.ROCCUCCENdemène! Ce lâhavââa scĂŹ accattaâ, kèdde?COLINECe nge vòle a sfelaâ u resĂ rje? FacĂŹme le cĂšndâe facĂŹmele dĂške. A âsposizziòne.ROCCUCCEA âsfazziòne, signoâ!JANNINEMe le trò da âmmòcke, Tareâ, e shcattĂ bbe: âEeehi!La segnĂšre de Trèske, ce so tòtte kissâĂ rje ca te stâadaâ? Susâau uĂ skere si sciĂštâa javetaâ?âTARESINEMadoâ, ce brutta vòcke!JANNINEE sa la zòckene ce facĂŹ? Se veldò de cĂšle e se ne scĂŹdecènne ââMmanâa ke cristiĂ ne abbiĂ mâ andĂ tâ a capitĂ re.âDĂŹ tu, mo, dĂŹ?TARESINEBrutta lòrde! e non mâu decĂŹvâapprĂŹme? AspĂŹtte, aspiâ.Mo câassĂŹme sciĂ me ânzĂŹme a fĂ nge nu muèrse dejòse.JANNINEHamââa sciâ, cĂ zze. Appòste tâu soâ kendĂ te stu fĂ tte.Jèdde mo, kèdda sòrte de sfelĂ zze, havââa jèssecrestiĂ ne de mèttenge sottâa le pĂŹte a nĂš? (Rivolta alvecchio) Le crestiĂ ne battezzĂ te. NĂš! La pèlla bèllede jĂŹndâa BĂ re! NĂš!24 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEVECCHIOSĂŹne, sĂŹ, venĂŹte, venĂŹte. A âspettaâ ve stògghe, kebannâ e tammĂšrre e ce non vâavĂ ste pĂšre ke la battarĂŹaândèrre. VenĂŹte.ROCCUCCEHa ârevĂ te u azzebĂ nne!COLINELa sciammèrghe, la tĂŹne o te lâhamââa pertaâ nĂš?TARESINEMadònne du PĂšzze! U cappĂŹdde, la trèvvisiòne⌠Ece so? LâamericĂ ne?COLINEViĂ tâ a ce pòte!VECCHIO (Interrompendolo)Ca ce non pòte, se grĂ tte ânĂ nze⌠ce u tène. Cenon u tène, grattĂ ssâa cĂšdde dâapprĂŹsse.ROCCUCCEVastĂ se!COLINEâNzevĂšsâe vastĂ se. Ha da teneâ lâĂ nema gnòre comâaucarvòne, asselĂšte pe fĂ rle, cèrte penzĂŹre!ROCCUCCEVastasĂŹdde!JANNINETe ne vĂŹne, mo?COLINEOh! Stu pecenĂŹnne sta tĂštte âmbĂšsse. Ce jè, sâhapesciĂ te sòtte?IMPIEGATADio, che puzza!ROCCUCCEU pesciajĂšle havââa faâ da grĂ nne.JANNINEComâjè, fĂŹgghjeme a pesciĂ rse?VECCHIOLe fĂŹgghje de kèdde non pĂŹsciene.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 25JANNINETe pĂŹsce segnerĂŹ sòtte, non ze pòte pesciaâ stu passarĂŹdde?ROCCUCCEKemmaâ, kĂšdde tène la pròscaca.JANNINENoh, noh a la mĂ mma tò, fa vedeâ. (Tasta i pannettidel bimbo, li trova evidentemente bagnati) Oh, ca ponu criatĂšre jè. Ce non ze pĂŹsce mo sòtte, quannâuhavââa faâ, quannâ jè nu cendegliòne grĂ nne comâasegnerĂŹ? Noh, noh, dammĂŹue.(A RoccĂšcce) TĂŹnue tu, kembaâ.VECCHIOE havâackiĂ te nâĂ lda pèzzâa kelòre! Petève mangaâ?JANNINE (A Taresine)Si vĂŹste ce sta bèdde, eh, kemmaâ? Kiamiâ ce jè lènghede gĂ mme! PĂ re còme câha stennĂšte de kiĂšognâè vòlde ca u ackiamĂŹnde.COLINESo secĂšre ca pe lâorarje quĂ nne nge sbregĂ me daddò, u pecenĂŹnne se ne va sĂšle- sĂšle.TARESINEMa ce sta bèrefatte! kèdda fĂ cce de ròse ca tène!(Lo bacia) CrĂŹste tâu benedĂŹke.ROCCUCCEOh, jè tuttâ u attĂ ne, tĂštte.COLINESĂŹ, ma le rèckje so de la vĂ nne de la mĂ mme.ROCCUCCPoâ mâha da dĂŹsce come cĂ zze fĂ sce a vedeâ le rèckje,ce tène la shcĂšffie.COLINESe capĂŹsce.ROCCUCCEDa ce còse?COLINEDa còme tène la cĂ pe.26 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEROCCUCCEMa vattâa scĂŹttâa mare, va, e dĂŹ ca si cadĂšte. Da còmetène la cĂ pe! So còse nòve! E ce jè, a la cogliòne?TARESINEMĂ nge, JannĂŹne, mĂ nge?JANNINENon pe dĂŹsce: tĂštte. QuĂ nne te dĂŹke tĂštte? TĂštte:fĂ ve, cĂŹggere, lendèckje. Jòsce, mo, dâèsèmbje, hamangiĂ te nu bèlle ciambòtte. Mo jè, mĂ nghe pemangamènde, kĂŹdde fĂŹgghje, sènza vĂŹzzje. SènzatĂ nne cĂŹngerâe ciĂ ngere. Ce soâ tòtte kĂŹdde preccuarĂŹde la farmacĂŹ! TĂštte, tĂštte. E, nah, sanghâe lĂ tte. Jèbèlle, jè bèlle assĂ u cennĂšdde de la mamma sò. LefĂŹle mĂŹ, mo jè, da âmbrĂ zze me lâarròbbene.(Impone il bambino a Roccuccio)ROCCUCCECiambòttâ e tĂštte.COLINESĂŹ, nge lâarròbbene. Nu ne sapĂŹme ngockâe còse, ahRoccuâ?ROCCUCCENo, ma jĂŹ stogghâ a penzaâ a cĂšdde.(Al vecchio) KeâŚVECCHIOArrète! Po so jĂŹ, u RarĂ nne!JANNINEA cĂšdde? E ce tâu fĂ sce faâ? Non dĂŹne ce jĂ rte faâ?ROCCUCCE⌠ke la trèvvisiòne, la megghière cu cazzellètte, u fĂŹgghjea la GèrmĂ nje e vène purâa retrĂ sse la penziòne!COLINEA frecaâ la penziòne, uè dĂŹsce.ROCCUCCEE no nge avĂ stene! Nah, vĂŹdue còme sta, tutte ândellĂ tee tĂšnne-tĂšnne.COLINEE ha da dĂŹsce ca se vòle faâ crète, fĂ cènnâ u malacĂŹdde!A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 27ROCCUCCEE ca non u vòle GesĂš!JANNINEKĂŹdde, frĂ te mĂŹ, so peccĂ te ca se kiĂ ngene.COLINEE sa quĂ nne ne stònne comâa cĂšsse? Ca kiĂš ne tènenee kiĂš ne vòlene teneâ!ROCCUCCECa pedènne kĂŹdde nge dònne quĂ tte nderrèseâmmane. Ca ce jèmme kiĂš pĂŹcke e kiĂš onèste, saquĂ nna terrĂŹse de kiĂš havèmmââa haveâ?COLINEE no ca mo te le dònne e giĂ hònne fernĂšte.JANNINECe ha da faâ? Non de ne vĂŹte bène a la fĂŹne dâumèse.ROCCUCCENo nge sta pròbbje gestĂŹzzje a cĂšsse mĂšnne!VECCHIOKèdde jè lâammĂŹdje ca ve fĂ sce shcattaâ!JANNINEMa sĂŹndue, sĂŹndue. PĂŹgghjâ e tu, mo, non u accĂŹtea jĂšnâ accòmâa cĂšdde! Non u appezzekĂŹsce âmbĂ ccea nu parète, comâa na magnòtte. Me sènghe de reveldaâasselĂštâ a sendĂŹue de parlaâ. PĂŹgghje, mo, a tèjè, te pĂ re giĂšste ca pĂšre tu ha dâhaveâ la penziòne?QuĂ nnâjĂŹre giòvene da na candĂŹne si assĂšte e da lâĂ ldesi trasĂšte. Non zi stĂ te crestiĂ ne de teneâ megghièrete- gòcce a jèddâ addò sta â kendèndâ e âmbĂ sce de DdĂŹnu memènde; ca ce le fendĂ ne havèsserâammenĂ temĂŹre te lâhavĂŹsse scuĂ te tòtte, sĂ ne-sĂ neâŚVECCHIOPèccĂ te de gioventĂš.JANNINEPeccĂ te de gevendĂš? PeccĂ te de gevendĂš? e mo tâhada menĂŹâ a frecaâ la penziòne? E ke ce derĂŹtte, desgrazziĂ te?28 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEVECCHIOCu stèsse derĂŹtte ca tĂŹne tu, lĂ dre.JANNINEU stèsse derĂŹtte mĂŹ? U havĂŹssââa teneâ tu, u derĂŹttemĂŹ, mariĂšle! CuddâattĂ ne se lâha fadegĂ te, di pe di,jĂšne sopâallâĂ lde: kĂŹdde terrĂŹse soâ sedĂ te.COLINEE nĂš le fĂŹsse, ca sĂŹme sciĂšte sèmme smatrĂ nne!VECCHIOHa parlĂ te u prĂŹme sfadegĂ te de jĂŹndâa BĂ re. VĂ uâ acundâ a ce non de canòsce!ROCCUCCEE ce ne sĂŹmâ havĂšte? La vitâha passĂ te u stèsse, pejĂŹdde e pe nĂš. E mo, nah! nâackiĂ me ddò, tĂšttequĂ nne ânzĂŹme, e pe sciònde, jĂŹdde tène pĂšre latrevvisiòne.(Pausa) Jè gestĂŹzzje kèsse?COLINEU havèmmââa sapeâ apprĂŹme! Ă lde câa staâ de mĂšsseândèrre, ke la shkèna ròtte, a mètte nu mattòne apprĂŹssâauĂ lde.TARESINEEhi, cĂŹtte, ce so tĂštte sti remĂšre? Da ddò vènene?JANNINECusse jè nâaccĂšnde! Da ddò honnââa meniâ? Da daffòre.AspĂŹtte, aspiâ, mo vogghâa vedeâ jĂŹ. (Si affacciasulle quinte, avendo prima avuto cura di sistemarein terra la borsa, per mantenere occupato il suo posto)Muduâ! Ce jĂ cque stâammène angòre! Madoâ!QuĂ nna uagnĂšne! E ce jè, la revòlde? Ehi, venĂŹtâavedeâ! VĂŹne, vĂŹne, Taresiâ.(Tutti, compresa lâimpiegata, accorrono)IMPIEGATAAh, è un corteo di studendi.JANNINENah, comâjè, le stedĂŹnde? E percè non stonnâa lascòle?A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 29TARESINEJè nu sciòbbere, nuddâaccapĂŹsce?JANNINENa mĂ mme sta secĂšrâa la cĂ se câha mannĂ te le fĂŹgghjâala scòle, piâ kĂŹdde stònnâa squagghiaâ au sòleâmmenzâa la vĂŹ, pe faâ u sciòbbere.ROCCUCCEVĂ le la pènâa mannaâ le fĂŹgghje a le scòle? AcquĂ nnâarrĂŹvenâalâetĂ , a pettè. Po vedĂŹme ce ddĂ pòtene faâ u sciòbbre.JANNINECa po, ce cĂ zze jè stu sciòbbere?COLINESĂ cce! Honnââa sciâ ackiĂ nne ngockâe còse!JANNINEEh, kiamiâ, sta pĂšre⌠u vĂŹ a cĂšdde uagnòne lènghe-lènghe? cĂšdde jè u fĂŹgghje de MarĂŹ-de-le-fĂ te,kèdde ca javetĂ ve sottâau Ă rke de la Nève.ROCCUCCESse, cuddâjè u pecenĂšnne. Ce sfaccĂŹme de uagnònecâha menĂšte fòre!VECCHIOFèlĂšcce se kiĂ me cĂšdde.TARESINECĂšdde fĂ sce le scòle jĂ lde.JANNINESse, cĂšdde capĂŹsce. Mo kiamĂ mâa jĂŹdde e sendĂŹmece ha ândrvenĂšte. Ehi, FelĂšccio, FelĂšccio, FelĂšccioo!Fèluâ, sĂŹ, a tè!ROCCUCCEFeluâ, vĂŹne ddò.(Viene avanti un giovane con un cartello sul quale sonotracciati alla rinfusa i simboli di Evviva e Abbasso)JANNINEFèluâ, ce stâa seccète? Addò statâa sciâ?FELUCCIOMène, ca non me pòzze ândratteneâ.30 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNETARESINEMeeh, e ce tĂŹne u fuèke ângĂšle? dĂŹ âmbrĂŹme u fĂ tte.Ce ha ândrevenĂšte?FELUCCIOE nĂšdde. Stamâa sciâ a la PrefettĂšre.JANNINEE ce ha da sciâ a faâ?FELUCCIOE nĂšdde. Jè sciòbbere a la scòle.VECCHIOSsĂŹ, u ha dĂŹtte la tèlèvisiòne.JANNINEEhi, tu stĂ tte cĂŹtte ca ke tè non vògghje parlaâ.FELUCCIOAllòre, u velĂŹte sendiâ u fĂ tte, sĂŹ o no?TUTTISĂŹ, sĂŹ, ândemène!FELUCCIODĂ zzeke ca le prefessĂšre non hònne angòre menĂštee stamâ a novèmbre, u labboratòrje non u hamââahaveâ manghâau Ă nne, po a tòtte vĂ nne sta u casĂŹne,allòre nĂš, u velĂŹme faâ sapeâ a tĂštte quĂ nne.JANNINENah! kĂŹsse so nevetĂ : allâĂ lde ce nge ne âmbòrte?VECCHIOOh, ma si pròbbete gnorĂ nde. KĂŹdde u honnââa dĂŹscea tĂštte câaxĂŹ non ze pòte sciâ ânĂ nze. Vâu havèvedĂŹtte jĂŹ, apprĂŹme, ca ddò, a le pĂŹsce sciĂ me a fernèsce!JANNINEE jĂŹ tâu so giĂ repetĂšte: muzzĂŹsce, ca ke tè non vògghjeândĂštte parlaâ e haveâ nĂšddâ a ce nge faâ. ApprĂŹmeâmbĂ rete la dugaziòne, scrianzĂ te!FELUCCIOMeh, jĂŹ mo me nâjâhââa sciâ.TARESINEAspĂŹtte, addò va?A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 31JANNINECe va de fòdde cussâĂ lde! Te jĂšshkâu cĂšle, jè? Mène,scĂŹtte u velène da ângĂ nne sènza tĂ nde prigamĂŹnde.FELUCCIOE ce jâhââa dĂŹsce?JANNINEE diâ, percè statâa sciâ a la PrefettĂšre?FELUCCIOE nĂšddeâŚROCCUCCEE nĂšdde, e nĂšdde e jè sèmbe tĂštte. Me stâa fĂ scesfòtte la nervatĂšrâ a mè, stu benedĂŹtte uagnòne! UèdĂŹsce u fĂ tte comâha sciĂšte?FELUCCIOE nĂšdde! DdĂ sta u sĂŹnneke, no? Allòre nĂš sciĂ me,nge decĂŹme ca velĂŹme le prefessĂšre, câhavonnââa aggestĂ la scòle e ca u deplòme nèste havââa jèsse tĂšttecangiĂ te, ca nĂš aâŚIMPIEGATA (Interrompendolo)Antate a stutiare, antate! (Torna al suo posto)FELUCCIO⌠ca nĂš, quannâ assĂŹme da la scòle, no nge velĂŹmeackiaâ de cĂšle âmènzâa na strĂ te, Ă lde ca kiĂ ckjere.SelĂšte percè u havâackiĂ te jèdde u pòste, sĂ pe parlaâ.RaccomandĂ te!ROCCUCCEHjĂ ve rasciòne, u uagnòne: u sapĂŹme tĂštte quĂ nde,comâhavâhavĂštâ u pòste kèdda bèlla crestiĂ ne.COLINEVelève vedeâ a tè ce no ndâabbascĂŹve le calzĂšne pâhaveânu pòste comâa kèdde? Jè ca sĂŹme tĂštte buenâ ashketaâ allâĂ rje. Ce shcĂšte allâĂ rje, ângĂ pe nge cĂ te.TARESINEMadònne, fĂŹgghje! StattâattĂŹnde, angòre havĂŹssââarecapetaâ nu uĂ !JANNINECe jè spresedĂšte kèssâalde. Ce nge pòte recapetaâ?KĂŹdde capĂŹscene.32 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNETARESINECommâjè? Au SĂŹnneke! PreffĂŹnâau SĂŹnneke havĂŹtââasciâ a parlaâ? Ngâè perĂŹcue?FELUCCIOCe pericolòse e pericolòse dâEâggĂŹtte! Ce nge pòte,mangiaâ? Allòre, ce stâa fĂ sce ddĂ , u sĂŹnneke? PĂŹnzeca nge tenĂŹme da dĂŹsce nâĂ nde tramòte de còse. ApprĂŹmenge hònne fĂ tte pĂšre u comĂŹzzje e nge hònnedĂŹtte ca kĂŹsse còse non vĂ lenâ asselĂšte pe nĂš, mapĂšre pe vĂš ca sĂŹte giĂ vĂŹckje, percè ce stĂ me mègghjenĂš, havĂŹtââa staâ mègghje pĂšre vĂš.VECCHIOSĂŹ, sènzâau mène. U ha dĂŹtte pĂšre la tèlèvisiòne.COLINEMène, cussâĂ lde. Davère xĂŹ hònne dĂŹtte?FELUCCIOIh! E kĂŹsse ca no nge crètene. Le tĂŹmbâhònne cangiĂ te!Mo, jè la pebelazziòne ca kemmĂ nne. U velĂŹtecapiâ o no? Ce stonnâ a vènne kiĂ ckjere, kĂŹdde, allòre?TARESINEVattĂŹnne, va. A tè e a ce te crète.FELUCCIOOh! Quannâjè vère CrĂŹste!COLINECe u crète kiĂš a cĂšdde?TARESINEE ce uè dĂŹsce, allòre, câhamââa haveâ la penziòna kiĂš jĂ lde?FELUCCIOPĂšre kèdde!ROCCUCCEE, diâ, uâattrĂ sse? Nge honnââa daâ pĂšrâ u attrĂ sse?FELUCCIOPĂšre.JANNINEDaveâ, Feluâ, fĂŹgghje? Hamââa staâ kiĂš mègghje? AlALA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 33lòre, pure nĂš nge hamâ âa peteâ accattaâ la trèvvisiòne.Nah, si vĂŹste?(Al vecchio) Nu muèrse de gestĂŹzzje sta. Mène, allòre,Feluâ, fa sĂšbbete, non demerĂ nne, va, va ânzĂŹme allâĂ ldee grĂŹte, grĂŹte fòrte, fĂ tte sendiâ.TARESINEVa, fĂŹgghje, va. CrĂŹste te vòle benedĂŹsce.COLINEVa, e po fĂ nge sapeâ comâa sciĂštâ a fernèsce!TARESINEVa sòtte sòtte, tâhavĂŹssââa âmbònne.(Feluccio va via)IMPIEGATASu, su, tornate ai vostri posti.(Tutti rientrano. Pausa)ROCCUCCEMmah! Ce velĂŹte da me, ma jĂŹ no nge crèteke a tĂšttecĂšsse bène de DdĂŹ câhavèssââa kiòve da nu memèndâaualde, comâa pĂ ssuâ e kiacĂšne. Pe mè, daquĂ nne mĂšnne jè mĂšnne, ce sta sòtte hĂ ve sèmmeresciĂšte le bòtte.JANNINEAllòre FèlĂšcce jè besciĂ rde?ROCCUCCENo, non jè besciĂ rde. Jè uagnòne: nge hònne agnĂštela cĂ pe de fessarĂŹ e cĂšdde nge crète. Oh, alla preffĂŹne,na vòlde asselĂšte jĂšne jè uagnòne.COLINEMah! Potâèsse ca hjĂ rasciòne tu. Pure jĂŹ, quannâjèvegiòvene, so credĂšte a tòtte cose. Mâhònne dĂŹtte:âVa, vâ a la uèrre, câha da staâ kiĂš mègghje quĂ nnevĂŹneâŚâ So sciĂšte, so menĂšte e la cepòdda ângĂšle ustèsse me lâhònne shkaffĂ te.TARESINEMâalmène tu si menĂšte! E kĂŹdde poverĂŹdde câhònnâarremanĂšte?Nah, JannĂŹne, tâarrecĂšrde u marĂŹte de Felomène-la-còrte? Ce nâha sapĂšte kiĂš nĂšdde!34 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEJANNINETu ca dĂŹsce! E u fĂŹgghje de zĂŹ-commĂ re, pĂ sce allâĂ nemasò addò sâĂ ckje? jindâau fiòre de la gevendĂš,strenguĂ te, axĂŹ, sènza piatĂ .ROCCUCCECĂšdde facève u veccĂŹre, tâarrecĂšrde? âmmanâa âmbĂ LonĂ rde-cĂ pagròsse.COLINESĂŹ, mâackemenzò ke GeuĂ nne-cĂ pamĂ tte.VECCHIOSi, jève dâuèttĂ ndanòve. Bèrefatte, bèrefatte assĂ .ROCCUCCEDu novĂ nde.VECCHIOTe dĂŹgghe ca jève dâuèttĂ ndanòve!ROCCUCCEE jĂŹ te dĂŹgghe ca jève du novĂ nde. Mâhavèsse arrekerdaâbèlle-bèlle tĂštte le fĂ tte comâa cĂšsse.VECCHIOAllore si pròbbje tefĂ gne! ce te dĂŹgghe ca jève dâ uèttĂ ndanòve,jève du uèttĂ ndanòve e avĂ ste.JANNINENâhĂ me fattâ u calannĂ rje. U uèttĂ nde, u cinguĂ nde.Ha muèrte, e stòria mè non jè kiĂš.(Il bambino comincia a strepitare) Madònne! còre demĂ mme! Ce ha statâa la mĂ mma tò? U vèckje.âNdannâadenzâ a la mĂ mme, cuddâjè brĂštte. VĂŹne,vĂŹne. Ce nge si trĂ te? u pĂŹzzeke? Ce uè? Uè la mènne?HjĂ rasciòne, tène fĂ me la ròse de mĂ mme.(Si porta in primo piano, siede alla panca e sâaccinge adallattarlo)Nah! a crèscelle ke tannâamòre! E po, ce ne hjĂ ?(Lo culla)FĂŹgghje mĂŹ,ce si natâa faâ?Mègghje câhavĂŹssâarremanĂšteaddò stĂŹve.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 35Nah!Mo, giĂ ha dâackemenzaâa kendaâ le dica tâarremĂ nene da cambaâ.E po?E po, dâaddò si menĂšteDa ddĂ te nâha da sciâ.Ma, dâaddò si menĂšte?Addò stĂŹve?Ah, fĂŹgghje!Si comâa nu kenĂŹgghje (Cantilenato)stĂŹve annaskennĂšte âe mo te ne si assĂšte. âFigghjâaderĂšsâe bèdde âca lĂšsce comâa na stèdde. âFĂŹgghje bèrefĂ ttecâaddĂšre comâau latte.FĂŹgghje, ce delòre,pĂšre pe tè a menĂšte lâòre!SapĂŹsse ce jè pesĂ ndekèssa vita brebbĂ nde!PĂ sse na dĂŹ, fĂŹgghje,lâallĂ sse e non la pĂŹgghje.Vène nâaldĂšnâangòree fĂ sce vèckjâ u còre.Te desperĂŹsce, tĂŹme,tâarrabattĂŹsce e a cĂšddejòsce nge tĂŹne u mĂšssee cra vâa mĂ nge ânzĂŹme.PĂ sse la gevendĂšE tu non de nâavvĂŹrte:kèdde non vène kiĂše u fiòre tĂš sâapĂŹrte.A pickâ a pĂŹcke, fĂŹgghjeAckemĂŹnzâa seccaâ.E ce nge puète faâ?Kèssâjè la vita nòste:36 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEbuongiòrne e bonasèree stĂ me sèmmâa pòste.Du kiĂ nde, na resĂ teE u fiòrâha spambanĂ te.SapĂŹsse le crestiĂ necâha dâackiaâsopâa la vĂŹcâhavònnââa dĂŹsce a tè:âSi fa cosĂŹ e cosĂŹ.E ce uè jèsse drĂŹtteArrĂšbbâ e stĂ tte cĂŹtte!âE ce fĂ sce pe parlaââmbĂ cce a le segnerĂšddeâmbrĂŹme te mèttenâa poste:âNon accapĂŹsce nudde,tu non zi parlĂ nneca fĂ sce assĂšle dĂ nne.âE ce le mĂŹttâau lĂ te:âCuddâjè nu remmĂ teâte dĂŹscene da drète,po, da ânĂ nze: âNu trepète!âAh! cĂ rna mè arrecuĂ te!FĂŹgghje, ca mo si nĂ te!DĂšrme, ca sta u papĂšnne,fĂŹgghje pecenĂšnne.AkiĂšte tuttâe dĂš lâèckjefĂŹgghie, ca sta u vèckje.DĂšrme, fĂ cce de ròse.Tu si la mègghja còseca CrĂŹste me petève daâ.Pe tĂštte cĂšsse bèneme scòrdeke lâĂ lde pène.La vĂŹte, dopotĂšttenon jè axĂŹ brĂštte.Tutte decĂŹme mĂ lee po, avĂ ste nu garzĂ lepe gredaâ a vockâapèrte:âNandâe muèrse, e havève muèrte!âA LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 37VECCHIO (Turbato, mentre la fila si ricompone)Allòre, non hĂ gghje rasciòne jĂŹ, ca ddò havââa cangiaâângòckâe còse? Osenò, a le pĂŹsce sciĂ mâ a fernèsce!TARESINEA le pĂŹsce, a le pĂŹsce. U sĂŹmâaccapesciĂšte ca segnerĂŹnge lâha cu pèsce. Va, va âNdèrrâa la LĂ nze, sa quĂ nnene hjĂ de pèsce da le marenĂ re!(Tutti, tranne il Vecchio, ridono sgangheratamente)ROCCUCCEO va au fĂŹgghje de la kemmĂ re e te dĂ u ciambòtte.(Tutti ridono sgangheratamente)VECCHIOU fĂ tte jè ca ke vĂš non ze pòte parlaâ. Ce non jè sciògue,jè rise, e dâaddò va u vĂŹnde, da ddĂ va la vĂ rke.JANNINEE ce hamââa faâ, nge u hamââa sfelaâ da la matĂŹne a lasère? Ce petĂŹme faâ nĂš poverĂŹdde?VECCHIOE allòre, non ve sĂŹte lamendĂ nne.JANNINEIih! NĂš a lamendaâ? HavâarrevĂ te u debbetĂ te-aucĂ zze.Si tĂ nne nu kjĂŹne-kjĂŹne de lamĂŹnde tu. SĂŹndâa mè, non de si allargĂ nne tĂ nne de vòcke, te sâhavèssâasguarraâ.VECCHIOJĂŹ u so dĂŹtte ca vĂš sĂŹte gnorĂ nde.JANNINENah! u gedezziĂšse.TARESINEOoooh! AvĂ ste, stamatĂŹna sĂ nde! Ognâe pĂŹle addevèndena trĂ ve. AvĂ aaste!(Allâimpiegata)E segnerĂŹ, sta penziòne stâarrĂŹve? sinâ o nòne? Cestâa vène, ke la cekelatère?TUTTISĂŹ, sĂŹne, nge hamââa sbregaâ?38 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEIMPIEGATAEcco, si, ingomingiamo.JANNINEEhi, nu memènde, ca jĂŹ stogghâau secònde poste,dòppe de TaresĂŹne. Kemmaâ, mandĂŹnemâ u pòste!COLINENon de ne ângarecĂ nne, ca nesciĂšne tâu arròbbe.JANNINETâha dâazzardaâ asselĂšte. E pe mo, tĂŹneme u pecenĂŹnneâmbrazze, ca jâhââa assiâ la lebrètte.(DĂ il bimbo a Coline)IMPIEGATAChi viene prima?TARESINEJĂŹ,jĂŹ, ècke la lebrètta mè, fĂŹgghje.IMPIEGATAFiĂšssamoibos Teresa?(Feluccio attraversa la scena in primo piano tenendo sollevatoun cartello con la scritta: âFiussanoibos=Permutadâanime il Dio faâ)TARESINESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.TARESINEJâhââa faâ la cròsce?IMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?TARESINENo!IMPIEGATALi vuole in frangobolli?TARESINEE meh!(Fa un cenno di assenso poco convinto)A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 39IMPIEGATAAppresso!JANNINEVènghe jĂŹ, nĂ . (Porge il libretto)IMPIEGATAPolèmos Anna?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello:âPolèmos=Guerraâ)JANNINESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.JANNINEJâhââa faâ la cròsce?IMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?JANNINEUèttĂ nda lire? E ce te le pĂ sse, u Govèrne? JòscemĂ nghe cĂšdde te le pĂ sse kiĂš.IMPIEGATALi vuole in bolli?JANNINEComâjèâa-jè.COLINE (Cede il bimbo a Roccucce. Porge il libretto allâimpiegata)NĂ , segnoâ.IMPIEGATAAgalmatĂ Nicola?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartelloâAgalmatĂ =Statueâ)COLINESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.COLINEJâhââa faâ la cròsce?40 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEIMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta! Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?COLINENo!IMPIEGATAValori?COLINEA ce jâhââa scrive? Non ze petèsserâhaveâ do caramèlle,do ciccolĂ te?IMPIEGATAAbbiamo fatto il bar! Solo frangobolli. Appresso!ROCCUCCE(Cedendo il bimbo a Taresine, porge il libretto allâimpiegata)Attòckâa mè, segnoâ. NĂ .IMPIEGATACalènicta Rocco?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello:âCalènicta=Buona notteâ)ROCCUCCESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.ROCCUCCEJâhââa faâ la cròsce?IMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?ROCCUCCESĂŹ, sĂŹ, nĂ .IMPIEGATAUh! Gli spiccioletti! (Squilla il telefono. Lâimpiegatava a rispondere. Si trattiene qualche minuto, mentrei popolani, in religioso silenzio, controllano il denaro.Affrettandosi, lâimpiegata torna, guarda lâorologio eraccoglie le sue carte) Si chiute!A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 41VECCHIOIih! Comâjè? âSi chiuteâ! E a mè? Eh, segnò! Stògghepure jĂŹ, segnoâ, addò va?IMPIEGATA(Fa per andar via. Gli altri, sorpresi, guardano verso dilei) Mi dispiace, siamo fuori orario. CosĂŹ la prossimavolta imbarate a fare tanto sghiamazzo.VECCHIOSegnoâ, non de ne si scènne, jĂŹ asselĂšte so arremanĂšte.Ce nge pĂŹrde?IMPIEGATAMi dispiace, ma non è proprio possibile. Siamoproprio fuori orario e non zono autorizzata a spostareneppure una carta. Si riapre domattina alle9.00. Buon ciorno!VECCHIOIih, Madònne! E mo a megghièreme ce se la sènde?E la spèse, còme la jâhââa faâ, jòsce, la spèse?TARESINEMène, fĂŹgghje! E ce còse jè? AxĂŹ se trĂ ttene legendâonèste?IMPIEGATASignora, non insisti anche lei. Maledetto a chi miha fatto vingere il congorso.JANNINEMa kiamĂŹnde, cĂšdde poverĂŹdde! Ehi! Da tĂ nnâ uhavĂŹsse giĂ pagĂ te.COLINEMène, segnoâ. PĂŹnze ca pĂšre segnerĂŹ tĂŹne na famĂŹgghje.E nu muèrse de kesciènze nge vòle pĂšre!IMPIEGATAMa non posso, non posso. Come ve lo devo dirvelo?E poi, è colpa vostra se abbiamo spregato tantotembo in chiacchiere. Lo volete impararvelo unabuona volta che questa non è una bettola, ma unpubblico uffigio e che io, ecregi signori, sono unPubblico Uffigiale? Le vostre chiacchiere da quattrosoldi andatele a farle altrove.42 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEJANNINEGocce ha dâhaveâ! Ha da teneâ pròbbete u còre tèstecomâa nu kiangòne! (Al vecchio) Si vĂŹste ca pegghjĂŹvetĂ nna pĂ rte de kèdde reffiĂ ne? Mo ce ne si havĂšte?Feckètte! Pe jòsce u remègghje sâĂ ckje. CamĂŹne, venĂŹtâamangiaâ a cĂ se. Addò mĂ ngene dèsce pòtenemangiaâ pĂšre jĂšndece. CrĂŹste havââa prevvète.VECCHIOKemmaâ, jâhââa veniâ a cĂ ste? Ma jâhââa pertaâ purâ amegghièreme?JANNINENah! U cerveddĂŹne! Addò havââa mangiaâ? ângapâaumuèle? (Manda improperi allâindirizzo dellâimpiegata)Butte de sĂ nghe e de velène ha da sciâ, kèdda desgrazziĂ te!HĂ gghje fètâ a la Madònne câha dâackiaâna scondratĂšre e tâha dâalzaâ mòrte! Zòckene! Aah!U soâ ditte. Mâuâha trĂ te da âmènzâau stòmeke.TARESINECa senò, petĂŹte veniâ a mangiaâ a cĂ se.JANNINEMeh, dâaddò jĂŹsse segnerĂŹ, mo? U so âmbetĂ tâ apprĂŹmejĂŹ. DĂ mmâ u pecenĂŹnne.(A Taresine) SĂšbbete se âmbrezzellèsce, jèdde, pedresĂŹneògne menèstre.TARESINETinatĂŹue cĂ re-cĂ re. Ce u vòle? PezzĂŹnghâa mo, ustèvâ a sparaâ, mo, bène mĂŹ, còre mĂŹ.ROCCUCCECe jĂ lde uĂ , mo! Nge hamââa arragĂ pĂšre pe cussâĂ ldefĂ tte? VelĂŹte sendiâ ce ve digghâjĂŹ? MangiĂ me tuttequĂ nne ânzĂŹme e non ze ne pĂ rle kiĂš.COLINEMah, la penzĂ te jè bòne.JANNINEJè ânĂšdle ca meshkĂ te le cĂ rte. U so âmbetĂ te jĂŹ e jĂŹnge jâhââa daâ a mangiaâ.(I popolani cercano di convincere Jannine che alla fineacconsente)A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 43VECCHIOSĂŹ, facĂŹme axĂŹ. ApprĂŹme mangiĂ me ânzĂŹme, e stasèresciĂ me tĂštte a vedeâ la trèvvisiònâ a cĂ se. Stasère jèvère ca lâappĂŹcceke.COLINE / ROCCUCCEAllòre nu sciĂ mâ a accattaâ u mĂŹre.JANNINENo, no! Non-zegnòre. SĂ cce jĂŹ, po, jĂŹndâa ce dammeggiĂ nevâa fernèsce u mĂŹre vuèste.COLINE / VECCHIO / ROCCUCCEA nĂš?!JANNINEIih! LâangeuĂŹckje ke le scĂŹdde sfasciĂ te! SĂŹ, a vĂš, kela salĂšte. Vu sciĂ te ânĂ nze ca nĂš sciamâ a faâ la spèsea la kiĂ zze. Kemmaâ Taresiâ, sciamanĂŹnne. U viâcâhavâassĂštâ u sòle! Ah! DĂ zze ca sta ddò, (Al Vecchio)pĂšrtemâ u pecenĂŹnnâ a cĂ se e dĂŹ a megghièretede daâ fuekâ a la caldĂ re ca nu menĂŹme sĂšbbete.Faâattanziòne, puèrtue bèlle-bèlle, u havĂŹssââa faâspaddaâ.VECCHIOIih, kemmaâ! A mè? Pròbbetâ a mè stâa daâ u pecenĂŹnne?Sâhavèssââa ròmbe!JANNINEMo, pĂšre rĂštte, mo! Va, va, câarrĂŹve sĂ ne, non deproccĂšpe.VECCHIOMa jè pròbbete fĂŹgghjete, kemmaâ?JANNINEPercè, ce havââa jèsse, fĂŹgghjâau mòneke?VECCHIOU velève dĂŹsce jĂŹ, apprĂŹme! Jè tuttâ u retrĂ tte de lamĂ mme; la stèssa stambatĂšre.TUTTISciamanĂŹnne, cĂšrre.SPETTATOREUn momento!44 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE(Tutti si girano sorpresi verso di lui)TUTTIE cĂšdde ce jè? Ce vâackiĂ nne? Dâaddò jèsse cussâĂ lde?Ce lâha staccĂ te?IMPIEGATAE lei chi è?SPETTATORESono uno spettatore, ed è da un pezzo che vi sto osservando.Anzi, ho visto proprio tutto e devo dirviche è disgustoso come anche sulla scena si possanocommettere simili assassinii.IMPIEGATAAssassinii?!TUTTICe ha statâaccĂŹse? Ce ha muèrte?SPETTATORESĂŹ, proprio assassinii. Ă una farsa questa, no? E alloraperchĂŠ togliere a quel vecchio la sua pensione?Dobbiamo dar ragione a tutti i costi a chi dei cinquead un certo punto dice: âCe sta sòtte hĂ ve sèmmeresciĂšte le bòtte?â E poi perchĂŠ proprio lui vapunito? Tuttâal piĂš è lei (A Jannine) che dovrebberestare senza pensione. Non dimentichi che è lei laquinta persona della coda.IMPIEGATAMah! Noi abbiamo seguito fedelmente il copione.SPETTATOREE lei non si ribella? Si sente ormai tanto attore daaver perso qualsiasi capacitĂ critica? E che diamine!Almeno sul palcoscenico, giacchè il corso deglieventi può essere diretto, diamogli un lieto fine o,almeno, tentiamo di far giustizia.IMPIEGATACioè a dire?SPETTATORESuvvia che mâha capito. Dia a questâuomo la suapensione. Il testo non perderĂ nulla, il vecchio sarĂ A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 45contento ed io, come spettatore, ne uscirò soddisfatto.IMPIEGATAE gli altri personaggi? Saranno anche loro pacificati?PerchĂŠ negar loro la possibilitĂ di riunirsi tuttiintorno ad una tavola? PerchĂŠ, guardi, se il Vecchioavesse avuto la pensione, stia pur certo che a nessunodi loro sarebbe passato per la testa di invitarloa pranzo. E, in fin dei conti, mi pare che sia piĂšimportante che stiano insieme, no?SPETTATOREQuesto lo dice lei. PerchĂŠ non prova a chiedere ilparere dellâinteressato?IMPIEGATASe proprio vuole. Allora tu (Al Vecchio) è piĂš importanteper te avere la pensione o pranzare con ituoi amici?VECCHIO (In grande apprensione, fa scivolare lo sguardo daipopolani allâimpiegata, allo spettatore. Tutti sembrano inattesa della sua risposta)Mah! De mangiaâ ânzĂŹme pote sèmme capetaâ nâĂ ndavolde⌠Ma le terrĂŹse so sèmme le terrĂŹse!SPETTATOREChe le dicevo?IMPIEGATADâaccordo, dâaccordo. Vuole che lo paghi? Ebbenelo pago. Tanto è tutto finto qui! Allora, via ragazzi!Si riprende il finale dalla battuta detta in coro.TUTTISĂŹ, sĂŹ, nge hamââa sbregaâ?(Tutto viene ripetuto, essendo questa volta mimato. Ancheil Vecchio partecipa al pagamento)VECCHIOAh! allòre, sĂŹte vĂŹste ca pĂšre jĂŹ so havĂšte la penziòne?Mo me pòzze sciâ a faâ la spèse pe cĂšnde mĂŹ, e nonvògghje la lemòsene de nesciĂšne. Non la vògghje,non la vògghje, me vògghâa faâ la spèse pe cunde mĂŹ.46 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNETUTTIStu kernĂšte! Stu sgrĂ te! Faâ bènâa la pĂšrce! Ha dameniâ arrète au remmĂšsse! Ce te crĂŹte câha fernĂšteddò? VĂŹne, vĂŹne!*(Mentre qualcun altro sta per ribattere)SPETTATORENo, no! Ora basta. Basta, via. Bene o male il problemaè stato posto. Sono state presentate due soluzioni.Ognuno scelga quella piĂš che gli fa comodo.O magari,ne dia una terza,o una quarta. Per noi lacommedia finisce qui.(Sipario)*V Ehi, maestra! Il sole secca i fichi, il vento apre i portoni⌠e ilresto lo sai.R Speriamo che spiova, compare, perchĂŠ è scirocco, oggi.C Quando si dĂ una mossa?T Sempre a mezzogiorno ci dobbiamo ridurre! Su, figlia, faâ presto!V Il mese prossimo venga lei e provi! Non ci vuole credere chequi, due ore prima delle campane te ne devi venire, per trovartigiusto davanti al piatto⌠se tâaccompagna la mano di CristoâŚse è buono con te.T Ehi, comare Annina! Sei arrivata? Credevo che fossi morta, stamattina!Madonna.Tutta bagnata! Questâaltra! Col bambino inbraccio e senzâombrello! Che câè? Piove ancora?J No, mâha pisciato lâuccello! Questâaltra! Cristo sâè aperto la patta,stamattina!T Eh, Madonna! Che ho detto?J Le fesserie che dici sempre vossignoria.T Vieni, vieni qui accanto a me, chè sto piĂš avanti.C E vossignoria dove vuoi andare con la salute?J E a vossignoria chi ti conosce?V Ma guarda questâaltra! Se nâè venuta con i fiori in mano e nessunolâha invitata!A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 47J Io i fiori ce li ho in mano; tua moglie ce li ha davanti⌠appassiti.V Ringrazia la Madonna che sei donna⌠altrimentiâŚ!J Sennò che devi fare? Senti a me, togliti davanti chè fai ombra.C Ehi, vuoi sentire? Donna o no, stattene dietro. Sei arrivata dopoe quello è il posto tuo.R Ă giusto cosĂŹ.V Per forza. Qui la dobbiamo finire con tutte queste prepotenze.La coda è la coda. Chi arriva dopo si mette dietro. Ho ragione,signora impiegata?âŚJ Insomma, mi vuoi fare passare?R E dalli! RimestaâŚJ Tu vuoi fare silenzio? Chi ti ha invitato? Stattene allâangolo dicasa tua, altro che venire a fregare i soldi del governo!T Su, fatela passare! Come la state facendo grossa⌠una madre difigli e la trattate in questo modo? E poi, le devo dire un fatto.R PerchĂŠ? Non glielo puoi dire fuori?C Giustamente.V Appunto per questo, cara comare Teresa! Mi meraviglio di teche sei una bella persona con tanto di cerchi in testa. La dobbiamofinire! E buon Dio, cominciamo a mettere un poâ dâordine,altrimenti qui, ai pesci ce ne andiamo!âŚJ Tanto che vuoi mettere ordine qui, perchĂŠ non cominci da casatua? E no che tua moglie se lo sta a sventolare da mattina a serasulla porta di casa a farsi i fatti della gente e il prezzemolo checresce! Che cresce!V Allora è con mia moglie che ce lâhai? Allora mi vuoi costringeread andare a dire qualche parola a tua marito? Allora, tu ti vuoimettere nei guai, stamattina?J Che devi andare a dirgli? Ehi! Quando hai da dire qualcosa sulmio conto, prima ti devi pulire la bocca e poi il culo! E ora, hodetto, spostati, chè io mi devo sbrigare, chè io quando esco diqua non devo andarmene alla mescita a farmi mezzo litro o inpiazza a fare carte. Io, quando Cristo comanda, devo andare afare la spesa e poi ho da cucinare e in due ore i santi del paradisosoltanto sanno il terremoto che ho da fare.48 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEV CosĂŹ è soprannominata, quella: comare Terremoto.J Quellâaltra polentona, si muove?C Dai, vuoi sentire, compare? Falla passare. Sennò, questa qui,non la finisce piĂš.R Ma sĂŹ, sĂŹ, passa va. Come tutte le altre volte⌠ma se te ne vienidi nuovo tardi unâaltra volta, ti farò vedere io!V Va beâ per santa pace di Cristo, passa, vaâ. Però, ricorda che nonsi fa cosĂŹ. E buon Dio, un poâ dâordine ci vuole, sennò, qui, aipesci andiamo a finire!J Daccapo ricominci? E che? Sempre da dietro, ripigli i fatti. Poi,proprio se lo vuoi sapere, non è tanto per me che volevo passaredavanti, ma è stata comare Teresina che mi deve dire un fatto.Ă lei che mâha chiamato. E poi, bubburubbĂš, sto pure col bambinoin braccio.V Ha trovato la pezza a colore.R Una volta ha il bambino, unâaltra volta la pancia⌠la borsadella spesaâŚâŚJ Nah! Che sta bestemmiando, quella? Che cerca?C Che so⌠non siamo teste-di-pezza, siamo senza coscienzaâŚR Comâè, compare, noi siamo rabarbari? Ma che, è impazzita,quella?C ChissĂ ! Cosa gliene importa se noi siamo in coda o no?R O se non sappiamo farla? Sono fatti nostri.J Ascolta me, maestra! Vatti a fare una dormita, châè meglio. Pensaa lavorare, chè dobbiamo sbrigarci.V Dai, che ha ragione, quella poverina! Siete una massa di analfabeti.C Senti questâaltrâospedale, senti. Gli sputano negli occhi e lui silecca la bocca. Allora, ha ragione comare Annina a dire che seiâcavaliereâ.T Ma insomma, la finite stamattina benedetta? Che avete mangiato,il culo della gallina? Basta! Io sto crepando! Impiegata, scrivi!Pensa, figlia, che soffro di artrosi cervicale: oggi sono tutta unpezzo di doloreâŚR Anchâio, questa gamba, con questo tempoâŚâŚVolevo sapere se non ce li ha pure lei, i dolori.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 49T Stai zitta, controllati. Scrivi, figlia, non badare a quelli, chè orali metto io a posto. Châè successo? Ă proprio stamattina chedovete buttarvi in faccia tutti i difetti? Cammina, Annina, vieniqui, ascolta ciò che ho da dirti. Devi sapere cheâŚJ Quanto mi sono stancata! Questo mascalzoncello ti stronca lebraccia! Dai, compare, tienimi tu il bimbo, chè a quello, nonglielo voglio dare! Con certe persone è meglio non avere nientea che farci.C Pure il bambino?V Dalle un poâ di confidenza e quella si prende il dito con tutta lamano.J A te, sai che ho da dirti? Vaffanculo, va!V E sciacquati i denti!J Maestro, hai proprio rotto⌠e tu, prenditi in braccio il bambino.Quando sei stanco, passalo a compare Roccuccio. E nonfiatare.V Questa è lâItalia! Chi spinge di piĂš passa avanti e chi grida piĂšforte si fa sentire! La dittatura ci vorrebbe di nuovo.R Come la fai grossa!J Bum.T Hanno sparato palle dalla Muraglia.V Le palle di tuo marito!J Maleducato!âŚChe? âNon vado piĂš avanti?â⌠per quei quattro soldi puzzolentie fradici che mi devi dare? Faâ la prova, faâ. âSta disgraziata!Ho papĂ immobilizzato a letto da quattro anni⌠e caca episcia e gli devi dare da mangiare. Che ce lâho per i begli occhidi vossignoria? Vedi di sbrigarti, vedi! Mi hai giĂ fatto perderemezzâora⌠perchĂŠ, se câera una legge per cui tutte le mammedi figli dovevano essere servite in fretta, tutte queste chiacchierenon succedevanoâŚâŚE chiamalo, chiamalo, sai che paura mi fa il direttore. Guardacome mi fa tremare il direttore a me.T Via, signora! Cosâ è un fatto serio? Quella, comare Annina è fattacosĂŹ. Non sa tenersi niente. Su, figlia, siediti! E tu, la smetti?50 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEV Quella lingua, non se la lega mai nel culo!C Stiamocene zitti. Altrimenti, quella non paga.R SĂŹ, sĂŹ, finiamola. E vossignoria, non facciamo âNicola ripigliadaccapo e sempre Cristo è Padre mio.â Statti zitto chè campicentâanni.J Centâanni? Chi se lo deve sopportare centâanni?V Ma a Milano, a Milano queste cose non succedono.T Ehi, compare! Milano è Milano! Qui è Bari e guardiamoci iquadri nostri.J Che son belli, sono!R Non per sapere i fatti tuoi, ma tanto per regolare i miei: quandomai sei stato a Milano?C Lâha vista in cartolina.V Lâha detto la televisione.J Fammi sapere, con la salute, quando mai hai visto la televisione,vossignoria?V Beh, perchĂŠ? Ce la siamo comprata.J Se la sono comprata? Fammi sapere: chi se la sta piangendo? Ah,il debito, bello grosso-grosso. Come sono belle le cambiali, comare,sul comò, come sopramobile, una sullâaltra.V Tu non fregartene, chè sta pagataJ Che mi dici, cuore mio!V SĂŹ, sta pagata. Mio figlio â ascolta, signora impiegata: quel figliomio, non sai? Quello che sta in Germania, impiegata, io ho unfiglio in Deutchland, a lavorareâŚJ Che onore per la casa nostra!V Dunque, come ti raccontavo, signora impiegata, quello, mio figlio,bel-bello, mi ha spedito il denaro in una lettera â mio figlio sa scrivere;quello ha scritto cosĂŹ: âCaro papĂ e cara mammaâŚâJ Saluti e baci.âV âCaro papĂ e cara mamma, questi soldi sono perâŚâJ âŚlâautobus.âT Che maledetta! Statti zitta. Fallo parlare!V âQuesti soldi sono per la televisione.â E noi ce la siamo comprata.La televisione. Noi. In contanti. Noi. Uno sullâaltro.Noi.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 51J Che bestie! Se la comprano e se lo tengono per loro! Appenavedo quella smorfiosa di tua moglieâŚV Mia moglie? Poteva mancare?J Stare cosĂŹ portâa porta e non dire nulla⌠proprio come gli animali.C Che potevi aspettarti da certe persone?R PerchĂŠ, persone son quelle?T Che ci perdeva a dire di andarla a vedere la sera? Ah! Ora mispiego tante cose⌠queste son le arie che ci diamo da un poâ ditempo a questa parteâŚJ Capito, Teresa? Per questo, la buona donna sâè messa il cappellolâaltro giorno.T Comâè? Il cappellino?J Non sai niente? Senti, senti la storia. Io stavo lavando il pavimentodavanti alla mia porta: la vidi passare, tesaâtesa. Volliprenderla un poâ in giro, ma in-no-cen-te-men-te, sorella, inno-cen-te-men-te.T Che maledetta!J Le dissi: âEhi, dico a te. Dove te ne vai col cappellino in testa?Che câè? Hai vinto al totocalcio?âT Tu, poi, che imprudente! Troppo chiacchierona!J Che ho detto di male? Senti il resto. Quella poco di buono,prima si guarda intorno, poi posa lo sguardo su me, manco mivedesse per la prima volta, e mi fa â il collo come un tacchinoâ âBuongiorno, buona donna.â Capito, Teresa?T Maledizione a lei!C Come? âbuona donnaâ a te?R Forse è impazzita.C Ah, era uno scherzo!R SĂŹ, a quella piace giocare!C Quella è un tipo scherzoso.J Aspetta, non è niente ancora! Sentâil resto.C Pure!J Restai secca, gelai, gelai, sorella: un ghiacciolo. Mi potevi capovolgerea testâin giĂš, sarei rimasta rigida. Quando ti dico cheimpietrii, ho detto tutto. Non ci vidi piĂš. Lo sai come sono io:52 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEtrattengo e trattengo, poi, quando mi girano le tavolette, nonguardo piĂš in faccia padroni e sbotto.C Ă cosĂŹ prudente quella donna!R SĂŹ, sĂŹ: una santa.J Con voi due, poi facciamo i conti, chè io tutte infilate ce le ho!R Nientedimeno! Che deve andarle a comprare, quella lĂŹ?C Che ci vuole a sfilare il rosario? Facciamo i conti e i duchi. Adisposizione.R Per soddisfarvi, signora!J Me le tirò di bocca, Teresa, ed esplosi: âEhi, la Signora di Tresca,che sono tutte queste arie che ti stai dando? In terrazza seiandata ad abitare?âT Madonna, che brutta bocca!J Sai la zoccola cosa fece? Si voltò di culo e se ne andò dicendo:âIn mano a che gentaglia siamo andati a capitare.â Diâ tu, ora,diâ!T Brutta lurida!⌠e non me lâhai detto prima? Aspetta, aspeâ.Quando usciamo andiamo insieme a farle un poâ di baccano.J Dobbiamo andarci, cazzo. Te lâho detto apposta la storia. Lei,mo, quella donnetta da due soldi, devâessere persona da metteresotto i piedi noi? Cristiani battezzati! Noi. La bella pelle di Bari!Noi.V Venite, venite. Vi aspetto, con banda e tamburi e se non vibasta, ci aggiungo la batteria. Venite.R Ă arrivato il âjazzbandâ.C La marsina ce lâhai o dobbiamo portarla noi?T Madonna del Pozzo! Il cappello⌠la televisione⌠e che sono?Gli americani?C Beato chi può!V Chè chi non può, si gratta davanti⌠se ha qualcosa. Se non celâha, può grattare quello di chi gli sta accanto.R Vastaso!C Lurido e maleducato. Devi tenere lâanima nera come il carboneper fare certi pensieri.R Sporcaccione!J Te ne vieni, ora?A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 53C Ohi! Questo bimbo sta tutto bagnato. Che câè? Sâè pisciato addosso?âŚR Il pescivendolo farĂ da grande.J Come? mio figlio ha pisciato?V I figli di quella non pisciano!J Ti pisci vossignoria addosso, non si può pisciare questo passerotto?R Comare, quello ha la prostata.J Faâ vedere alla mamma tua. Che poi, una creatura è! Se non sela fa ora addosso, quando se la farĂ ? Quando diventa vecchiorimbambito come vossignoria? Su, su, dammelo! Tienimelo tu,compare!V E ha trovato unâaltra pezza a colore. Poteva mancarci?J Hai visto come sta bene, eh, comare? Guarda che gambe lunghe.Ad ogni sguardo, sembra essere cresciuto un altro poâ.C Sono sicuro che per lâora in cui ci sbrighiamo, il bambino camminerĂ da solo.T Comâè bello! Che faccia di rosa ha!R Ă tutto il padre.C SĂŹ, ma le orecchie sono del ramo materno.R Poi devi dirmi come cazzo fai a vedere le orecchie se ha la cuffietta.C Si capisce.R Da cosa?C Da come tiene la testa.R Ma vatti a buttare a mare, vaâ, e diâ che ci sei caduto. Da cometiene la testa! Sono cose nuove! E che, a coglionarmi?T Mangia, Annina? Mangia?J Non faccio per dire: tutto. Se ti dico tutto! Tutto: fave, ceci,lenticchie. Oggi, mo, per esempio, ha mangiato un bel mistodi pesce. Non faccio per dire, ma i miei figli non hanno vizi.Niente stranezze. Che sono tutte quelle porcherie della farmacia!Tutto, tutto. E guardalo, sangue e latte. Ă bello, è bello assaiil bambolotto della mamma sua. I figli miei, dalle braccia me listrappano.54 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNER Pesce e tutto.C SĂŹ, glieli strappano! Non ne sappiamo qualcosa, eh, Rocco?R No, ma io sto pensando a quello. ConâŚV Ancora? Poi sono io il vecchiaccio!J A quello? Chi te lo fa fare? Non hai che arte fare?R ⌠con la televisione, la moglie col cappello, il figlio in GermaniaâŚe viene pure a ritirare la pensione!C A fregare la pensione, vuoi dire.R E non gli bastano! Guardatelo come sta attillato e tondo-tondo.C E devi dire che si vuole far credere, facendo la lagna.R GesĂš non lo vuole!J Quelli, fratello mio, son peccati che si piangono.C Sai quanti ce ne sono come questo? PiĂš ne hanno e piĂš ne voglionoavere.R Perciò ci mettono quattro soldi in mano. Se fossimo meno numerosie⌠piĂš onesti, sai quanto denaro in piĂš avremmo?C Non fanno a tempo a darteli, che sono giĂ finiti.J Che puoi farci? Non te ne vedi bene alla fine del mese.R Non câè proprio giustizia a questo mondo.V Quella è lâinvidia che vi fa schiattare!J Ma sentilo, sentilo. Vedi tu se uno non lâammazza un tipo cosĂŹe non lo spiaccica contro un muro come uno scarafaggio. Misento rivoltare solo nel sentirlo parlare. Prendi tu, mo, ti sembragiusto che anche tu devi avere la pensione? Quandâeri giovane,da una mescita sei uscito e in unâaltra sei entrato. Non sei maistato persona di tenere tua moglie â maledizioni a lei ovunquesi trovi â contenta e in pace di Dio un solo momento, chè se lele fontane avessero dato vino te le saresti scolate per interoâŚV Peccati di gioventĂš.J Peccati di gioventĂš? Peccati di gioventĂš? Ed ora devi venirti afregare la pensione? Con quale diritto, disgraziato?V Con lo stesso diritto che hai tu, ladra!J Lo stesso diritto mio? Lâavessi tu, il mio diritto, ladruncolo!Quel padre mio se lâè lavorata, giorno per giorno, uno sullâaltro:quei soldi sono sudati.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 55C E noi, i fessi, che siamo andati sempre faticando!V Ha parlato il primo sfaticato di Bari. Vallo a raccontare a chinon ti conosce.R Che ne abbiamo avuto? La vita è passata lo stesso, per lui e pernoi. Ed ora, ecco. Ci ritroviamo tutti quanti insieme e per dipiĂš lui ha pure la televisione. Ă giustizia questa?C Dovevamo saperlo prima! Altro che stare di muso in giĂš. Conla schiena rotta a mettere un mattone accanto allâaltro.T Zitti, zitti, che sono questi rumori? Da dove vengono?J Queste son novitĂ ! Da dove possono venire? Da fuori. Aspetta,aspetta, vado a vedere io. Madonna! quantâacqua, ancora.Madonna! Quanti ragazzi. E che? La rivoluzione? Ehi, venite avedere! Vieni, vieni, Teresa!âŚToh, comâè? Gli studenti? PerchĂŠ non stanno a scuola?T Ă uno sciopero, niente capisci?J Hai visto? Una madre sta sicura a casa sua che ha mandato i figlia scuola e quelli se ne stanno a crogiolarsi per strada per unosciopero.R Vale la pena mandare i figli a scuola? Quando sono in etĂ , abottega! Vediamo se lĂŹ possono scioperare!J Che poi, che cazzo è questo sciopero?C Che so! Vorranno qualcosa.J Ehi, guarda, ci sta pure⌠lo vedi quel ragazzo alto-alto? Quelloè il figlio di Maria-delle-fate, quella che abitava sotto lâarco dellaNeveâŚR SĂŹ, quello è il piccolo. Che ragazzone è venuto fuori.V Feluccio si chiama, quello.T Quello fa le superiori.J SĂŹ, quello capisce. Chiamamolo e sentiamo cosâè successo. Feluccio!SĂŹ, a te.R Feluccio, vieni qui.J Feluccio, che succede? Dove state andando?F Beh, chè non mi posso intrattenere.T Che ci hai, il fuoco nel culo? Diâ svelto il fatto. Châè successo?F Niente. Stiamo andando in prefettura.56 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEJ A fare?F Niente. Ă sciopero a scuola.V SĂŹ, lâha detto la tv.J Tu stai zitto perchĂŠ con te non voglio parlare.F Allora, volete sentirlo il fatto, sĂŹ o no?Tu. SĂŹ, sĂŹ, nientemeno!F Giacchè i professori non sono ancora arrivati e stiamo a novembre,il laboratorio non lâavremo neppure per lâanno nuovo, poicâè disordine dappertutto, allora, noi vogliamo farlo sapere atutti.J Queste son novitĂ : agli altri, cosa importa?V Sei proprio ignorante. Quelli devono dirlo a tutti che non sipuò andare avanti in questo modo. Ve lâavevo detto io, prima,che qui ai pesci andiamo a finire.J E io te lâho giĂ ripetuto: fai silenzio, chè con te non voglio parlarcie averci niente a che spartire. Prima impara lâeducazione,screanzato!F Beh, io me ne devo andare.T Aspetta, dove vai?J Che fretta ci ha questâaltro. Ti brucia il culo? Butta il velenosenza tante preghiere.F Che devo dire?J Diâ: perchĂŠ state andando in Prefettura?F NienteâŚR Niente e niente ed è sempre tutto. Mi sta facendo venire il nervosoquesto benedetto ragazzo! Vuoi dire comâè andata la storia?F Niente! LĂ sta il sindaco, no? Allora noi andiamo, gli diciamoche vogliamo i professori, che devono riparare la scuola e che ildiploma nostro devâessere tutto cambiato, perchĂŠ noiâŚâŚPerchĂŠ noi, quando finiamo la scuola, non vogliamo trovarci seduticulo in terra, altro che chiacchiere. Solo perchĂŠ lâha trovatolei il posto di lavoro, fa presto a parlare. Raccomandata!R Ha ragione il ragazzo: lo sappiamo tutti come ha avuto il postoquella bella persona.A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 57C Avrei voluto vedere te se non ti calavi le braghe per avere un postosimile. Ă che siamo tutti bravi a sputare per aria. Chi sputain aria, in testa gli cade.T Madonna, figlio! Faâ attenzione, dovesse capitarti un guaio!J Comâè insipida questâaltra! Che gli può succedere? Quelli capiscono!T Comâè? Dal sindaco! Persino col sindaco volete andare a parlare!Câè pericolo?F Che pericoloso e pericoloso dâEgitto! Che può fare, mangiarci?PerchĂŠ starebbe lĂŹ il sindaco? Pensa che abbiamo da dirgli unaltro terremoto di cose. Prima ci hanno fatto pure il comizio eci hanno detto che queste storie non valgono solo per noi, maanche per voi che siete giĂ vecchi, perchĂŠ se stiamo meglio noi,starete meglio pure voi.V SĂŹ, senzâaltro. Pure la tv lâha detto.C Ma vaâ, questâaltro. Davvero cosĂŹ hanno detto?F E questi che non ci credono! I tempi sono cambiati. Ora è ilpopolo che comanda. Lo volete capire, o no? Che stanno a venderechiacchiere, quelli, allora?T Vattene, vaâ. A te e a chi ti crede.F Quantâè vero Cristo!C Chi ci crede piĂš a quello?T Che vuoi dire, allora, che dobbiamo avere la pensione piĂš alta?F Pure quella!R E diâ, gli arretrati? Ci daranno pure gli arretrati?F Pure.J Davvero, Feluccio? Staremo meglio? Allora, pure noi ci potremocomprare la televisione? Ecco, hai visto? Un poâ di giustiziacâè. Su, sbrigati, allora, non indugiare, vaâ, vaâ insieme agli altrie grida, grida forte, fatti sentire.T Vaâ, figlio, vaâ. Cristo voglia benedirti.C Vaâ e poi facci sapere comâè andata a finire.T Riparati sotto i balconi, ti dovessi bagnare.âŚR Bah, che volete da me, ma io non ci credo a tutto questo ben diDio che dovrebbe piovere da un momento allâaltro come uva58 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEpassa e fichi. Per me, da che mondo è mondo, chi sta sotto hasempre subito le botte.J Allora, Feluccio è bugiardo?R No, non è bugiardo. Ă ragazzo: gli hanno riempito la testa difesserie e lui ci crede. Oh, che alla fin fine, si è giovani solo unavolta!C Bah! Può essere che tu abbia ragione. Pure io, da giovane hocreduto a tutto. Mi hanno detto: âVai, vai in guerra chè staraimeglio al ritornoâŚâ Sono andato, sono tornato e la cipolla nelculo lo stesso me lâhanno schiaffata.T Ma almeno tu sei tornato! E quei poveretti che ci sono rimasti?Toh, Annina, ti ricordi il marito di Filomena-la-corta? Chi neha saputo piĂš nulla?J Tu che dici! E il figlio di zia-comare, pace allâanima sua dove sitrova⌠nel fiore della gioventĂš, stroncato, cosĂŹ, senza pietĂ .R Quello era macellaio, ti ricordi? Con compare Leonardo-testagrossa.C SĂŹ, ma comiciò con Giovanni-testamatta.V SĂŹ, era dellâottantanove. Bello, bello assai.R Del novanta.V Ti dico che era dellâottantanove.R E io ti dico che era del novanta. Potessi ricordarmi tutto benecome questo.V Allora sei proprio tufo! Se ti dico che era dellâottantanove, eradellâottantanove e basta.J Abbiamo fatto il calendario. Lâottanta, il cinquanta⌠à mortoe storia finita. Madonna, cuore di mamma sua! Che câè, ci sta ilvecchio? Non badarci, quello è brutto. Vieni, vieni! Che gli haitirato, un pizzicotto? Che vuoi? La tetta? Hai ragione, ha famela rosa di mamma! toh, a crescerli con tanto amore e poi, che nehai?Figlio mio/che sei nato a fare?/meglio se fossi rimasto/dovestavi./Vedi?/Ora giĂ devi cominciare/a contare i giorni/che tirimangono da vivere./E poi? /E poi, da dove sei venuto/di lĂ te ne devi tornare./Ma da dove sei venuto?/Dove stavi?/Ah, figlio!/Sei come un coniglio/te ne stavi nascosto/e poi sei uscito./Figlio odoroso e bello/che riluci come una stella./Figlio bello/che odori come il latte./Figlio, che dolore/pure per te è giuntalâora!/Sapessi comâe pesante/questa vita birbante!/Passa un giorALA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 59no, figlio,/lo lasci e non lo cogli./Ne viene un altro ancora/e sâèinvecchiato il cuore./Ti disperi, temi/ti arrabatti e a quello/oggigli tieni il broncio/e domani vai a mangiarci assieme./Passa lagioventĂš/e tu non te ne accorgi:/quella non torna piĂš/e il fioretuo sâè aperto./A poco a poco, figlio/cominci a seccare./Che cosaci puoi fare?/Questa è la nostra vita: buongiorno e buonasera/esiamo sempre a posto./Due pianti, una risata/e il fiore è giĂ sfiorito./Sapessi quanta gente/troverai sulla tua via/che ti dirĂ :/âSifa cosĂŹ e cosĂŹ./E se vuoi fare il dritto/ruba e statti zitto.â/Se faiper ribellarti/con i signorotti/ti metton presto a posto:/âTu noncapisci niente,/tu non parlare/chè solo danno fai.â/Se li mettial lato/âQuello è immondiziaâ/ti dicono alle spalle,/poi, davanti:âUn tripode!â/Ah, carne mia nascosta/figlio, che mo seinato!/Dormi, câè lâuomo nero,/figlio piccolino./Chiudi ambogli occhi,/figlio, chè sta il vecchio./Dormi, faccia di rosa!/Tusei la miglior cosa/che Cristo mi poteva dare./Per tutto questobene/mi scordo le altre pene./La vita, dopotutto/ non è cosĂŹbrutta./Tutti ne parliamo male/e poi basta uno schiaffone/pergridare a perdifiato:/âPer un pelo non son morto!âV Allora, non ho ragione io che qui, qualcosa deve cambiare? Altrimenti,ai pesci andiamo a finire.T Ai pesci, ai pesci. Lâabbiamo capito che vossignoria ce lâha colpesce. Vaâ, vaâ allâApprodo-delle-Barche, sai quanto pesce avraidai marinai.R O vai dal figlio della comare e ti dĂ il misto pesce.V Il fatto è che con voi non si può parlare. Se non è gioco è riso eda dove va il vento, di lĂ va la barca.J Che dobbiamo fare? Piangere da mattina a sera? Che possiamofare, noi poveretti?V Allora, non vi lamentate!J Noi lamentarci? Ă arrivato il deputato del cazzo. Sei tanto unopieno di lamenti tu, Stammi a sentire: non tâallargare troppo, tisi dovesse squarciare la bocca.V Lâho detto io che voi siete ignoranti.J Ecco, il giudizioso.T Basta, stamattina santa! Ogni pelo diventa una trave. Basta!Vossignoria, arriva questa pensione, sĂŹ o no? Sta venendo con latradotta?Tu. SĂŹ, sĂŹ, ci dobbiamo sbrigare?60 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEâŚJ Ehi, un momento, io sto al secondo posto, dopo Teresa. Comare,tienimi il posto.C Non darti pensiero! Nessuno te lo ruba.J Devi solo azzardarti. E, per adesso, tienimi il bimbo, perchĂŠ iodevo tirar fuori il libretto.âŚT Io, io! ecco il mio libretto. SĂŹ, sono io. Devo fare la croce?âŚJ Ottanta lire? E chi te li passa, il governo? Oggi, neppure quellote li passa piĂš.Come sono, sono.âŚC A chi devo scrivere? Non si potrebbero avere due caramelle, duecioccolatini?âŚR Tocca a me.âŚV Comâè, si chiude? E a me? Ehi, signora, sto pure io, signora.Dove vai? Signora, non te ne andare, solo io sono rimasto. Checi perdi? Madonna, e ora chi se la sente mia moglie? Comeposso fare la spesa, oggi?T Su, figlia! Che storia è questa? Questo è il modo di trattare lagente onesta?âŚJ Ma guarda quel poveretto! Da allora lo avresti giĂ pagato.C Su, signora! Pensa che pure tu hai una famiglia. Un poâ di coscienzaci vuole!âŚJ Maledizione a te. Devi avere il cuore duro come un sasso! Haivisto, che prendevi parte di quella ruffiana? Che ne hai avuto?Un cazzo! Per oggi il rimedio si trova. Cammina, venite amangiare a casa. Dove mangiano dieci possono mangiare ancheundici. Cristo deve provvedere.V Comaâ, devo venire a casa tua? Ma devo portare pure mia moglie?A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNE 61J Il cervellone! Dove deve andare a mangiare, al molo? Butta sanguee veleno, disgraziata. Abbi fede nella Madonna che farai unincidente e ti alzerai morta! Zoccola! Lâho detto. Me lâha tiratodal centro dello stomaco.T Altrimenti, potete venire a pranzo a casa.J Da dove te nâesci, vossignoria? Lâho invitato io per prima. Prezzemoloin ogni minestra. Dammi il bambino.T Tienilo caro-caro. Chi lo vuole? Sino ad ora lo sparava, ora,bene mio, cuore mio.R Che altro, mo! Dobbiamo litigare anche per questo? Volete sentireche ho da dirvi? Mangiamo tutti assieme e non se ne parlapiĂš.C La pensata è buona.J Ă inutile che mischiate le carte. Io lâho invitato e io gli devodare da mangiare.V SĂŹ, facciamo cosĂŹ. Prima mangiamo tutti assieme e stasera andiamotutti a casa a guardare la tv. Stasera è vero che lâaccendo.C/R Allora noi andiamo a comprare il vino.J No, no, nossignore. So io, poi, in che damigiana va a finire ilvostro vino.C/R/V A noi?J Gli angioletti con le alucce spezzate. SĂŹ, a voi, con la salute. Voiandate avanti, chè noi andiamo al mercato a fare la spesa. ComareTeresa, andiamo. Vedi châè uscito il sole. Ah! Giacchè staiqui, portami il bambino a casa⌠diâ a tua moglie di accendereil fuoco, chè noi arriviamo subito. Faâ attenzione, portalo concura, dovessi farlo spallare.V Comaâ, dici a me? Proprio a me stai dando il bambino? Dovesserompersi!J Anche rotto, ora! Vaâ, vaâ, chè arriva sano, non ti preoccupare.V Ma è proprio tuo figlio, comare?J PerchĂŠ a chi devâessere figlio, al monaco?V Lo volevo dire io, prima. Ă il ritratto della mamma! lo stessostampo!Tu. Andiamo, svelti.âŚ62 A LA PĂSTE: SPORTĂLLE PENZIĂNEQuello chi è?/Che cerca?/Da dove esce questâaltro?/Chi lâhastaccata?âŚChi è stato ucciso?/Chi è morto?âŚV Bah! Di pranzare tutti assieme, può sempre succedere una voltaâŚma i soldi sono sempre i soldi!âŚTu. SĂŹ, sĂŹ, ci dobbiamo sbrigare?V Allora, avete visto che anchâio ho avuto la pensione? Ora possoandare a farmi la spesa per conto mio e non voglio lâelemosinadi nessuno. Non la voglio, non la voglio! Vado a farmi la spesaper conto mio.Tu. âSto cornuto!/Questo ingrato./Faâ bene ai porci!/verrai di nuovoallâoremus!/Che credi che sia finita qui? Vieni, vieni!IL DIALETTO PERCHĂ 63Il dialetto perchĂŠCINQUE QUADRI(con un prologo e un epilogo)200064 IL DIALETTO PERCHĂAVVERTENZAI materiali raccolti in questa sezione provengono da spettacolidiversi.Le due favole (La Confessione del Lupo e Due Gatti) eranocontenute nel Tempo Introduttivo di Fiabe e Canti popolarieseguito prima della rappresentazione di A la Pòste.Richiami, Sfottò, Proverbi (Dialogo tra Vecchi) ed Epilogocostituivano lâossatura di unâimponente messinscena – LaFèste de SĂ nda Necòle (sette quadri intorno a unâidea di G.Solfato, 1974) – montata su una congerie di composizionitradizionali e autoriali (è il caso della mia I vecchi, qui inclusa).Le indagini furono condotte da tutti i componentide i Baresi, il gruppo di ricerca e spettacolo che avevamofondato a Bari nel 1971.La ripartizione intitolata Suoni del Dialetto proviene, infine,da una precedente conversazione-spettacolo allestitaper il Teatro Officina di Milano nel 1981 (Del Teatro diDialetto a Bari).Tutti questi elementi, dunque, furono utilizzati, nel 2000,in un laboratorio teatrale, denominato Il Dialetto PerchĂŠ,gestito con un gruppo di ragazzi del Liceo ScientificoâScacchiâ di Bari e uno di iscritti allâUniversitĂ della TerzaEtĂ .Lâallestimento finale si avvalse della partecipazione di MarisaEugeni.IL DIALETTO PERCHĂ 65PrologoRICHIAMI1 Au fĂŹrre veâ2 O-lio-liò3 Jammâau rĂŹzze, jammâau rĂŹzze4 JĂŠ vivâu nĂšste, jĂŠ murtâu vĂšste.5 La verâaliâ a la cĂ lge: assabrĂ tele.6 Limoâ, gelati.7 UĂŠh, la scopa!8 Monniii-zza.**1 Ferri vecchi; 2 Olio; 3 Andiamo a ricci di mare; 4 Ă vivo il nostro,è morto il vostro (detto del pesce); 5 La vera oliva in calce: assaggiatela;6 Gelati di limone; 7 Scope; 8 Immondizia (quando ancora laraccolta era fatta porta a porta).I QUADROLA CONFESSIONE DEL LUPONARRATOREJĂŠve na brĂštta voldâe jĂŠve nu lĂšpe: veckiarĂŹdde,bruttâaccòmâu dèbbete, skegnĂ te sènza dĂŹnde,scianghemĂ te ca non valĂŠve mĂ nghe nu ternèsâakiamendĂ ue âmbĂ cce. Na di de vĂŹrne, cĂšsse lĂšpese facĂŹ nu penzĂŹre: âMeh, pĂšre pe mĂŠ havâarrevĂ telâòre de stènne le pĂŹte. Mo me vògghje kembessaâ,xi stogghâa pòste quĂ nne CrĂŹste vòle: cĂšdde frĂŹshkee jĂŹ mâĂ ckje prònde.âXi penzò, xi facĂŹ. PertĂŹmbe, la di-a dòppe sâalzò. Cepetèvenâjèsse? le trĂŠ? le trĂŠ mĂ nghe nu quĂ rteâŚPOPOLANIMeh, va ânĂ nze!66 IL DIALETTO PERCHĂNARRATOREOh, non me si dĂ nne fòdde. JĂŹ so nu crestiĂ ne precĂŹse,e alloâ?POPOLANIVa ânanze, so dĂŹtte.NARRATOREâNzomme jĂŠve fra le trĂŠ mĂ nghe nu quĂ rte è le trĂŠâŚPOPOLANIE rĂšzzue.NARRATORE⌠allorchè si mĂŹse in cammĂŹno. Sâauandò u bastònee dĂ nghe-da-dĂ nghe ackemenzò a saliâ la mendĂ gne.SalĂŹ u prĂŹme cĂŹrkje, e salĂŹ u secònde e salĂŹâŚPOPOLANIPercĂŠ pròbbje sopâa la mendĂ gne?NARRATOREDdĂ javetĂ vâu remĂŹte, no? cĂšdde jĂŠ comâa nu prèvete,no? e le remĂŹte ce pòtene javetaâ abbĂ sce?I POPOLANOAbbĂ sce a cĂ se jĂ vete jĂšne ca se mètte RomĂŹto.II POPOLANOU cerviddĂŹne! Eremita. Jè nu sĂ nde crestiĂ ne ca sene sta sĂšle-sĂšle comâau cetròne.NARRATORECamĂŹnâe camĂŹne e u remĂŹte non ze vedĂŠve mĂ nghecu canockiĂ le. U lĂšpe ackemenzò a sfelaâ nu resĂ rjede mĂšrte e stramĂšrte du remĂŹte. âTĂ nde, fazzâatĂŹmbe,â penzò, âpo mâjâ hââa kembessaâ.âA la preffĂŹne, canesciĂ nne-canesciĂ nne, cu sobraffiĂ te,u còre ca nge assĂŠve da ânganne, strascenĂ nnela lèngue, arrevò. Accòme mettĂŹ pĂŠte ânanzâau screfĂšttedu remĂŹte, sènzâackiamendaâ ce jĂŠve sĂšbbete ono, cĂšdde sòrte de vastasĂŹdde kemenzò a leccuaâ ketande de vockâ apèrte: RemĂŹto, remĂŹto, remĂŹto!POPOLANISènza dugazziòne! malacĂ rne! a fĂ nge pegghiaâ nagòcce a cĂšdde crestiĂ ne.IL DIALETTO PERCHĂ 67NARRATOREMo la si dĂ te ângape. U remĂŹte stĂŠvâangòrâa grefuaâ,câhavĂŠve pegghiĂ tâu sènne de cĂ pe sòtte. A sendĂŹrsekiamaâ a kèdda manĂŠre, zembò da sopâau kescĂŹne egredò: âSan CrispĂŹno vèrgine è mĂ rtire, chi è, ha ârivĂ talâòra mĂŹa? A propòsite, ce jòre jĂŠ?â appecciò lalĂšsce e vedĂŹ ca jèvene le cĂŹnghe mĂ nghe nu quarte,Ă nze no, lè cĂŹngue mĂŠno sèdici.I POPOLANOPagĂ ve pure la bollètte de la lĂšsce a la fĂŹne dumèse?NARRATOREVa buâ, appecciò la cannĂŠle. Te sĂŹnde kiĂš mègghie,mo? Sâalzò e aprĂŹ la pòrte.POPOLANIU meâ, comâ jĂŠvâ u remĂŹte?NARRATOREBèllâ assĂ . Na fĂ cce de ròse, le capĂŹdde biĂ nghe-biĂ nghe,lâòckiere ciolèste-ciolèste, la varve longa-longa:Bè-re-fĂ -tte. Accòme vedĂŹ u lĂšpe, shcandò. SĂ ndeFrangĂŹske! E che vorrĂ mĂ i costĂši da me? Ma, dĂ zzeca jĂŠve nu remĂŹte, se facĂŹ u sĂŠgne de la cròsce, sâarrekemannòlâĂ nemâa CrĂŹste, cu tremuĂŹzze ânguèddâena cacĂ zze ca pe pĂŹcke non ze facĂŹ sòtte, la dendĂŹreca nge sbattĂŠve da tòtte vĂ nneâŚPOPOLANICe peccĂ te cĂšdde bèlle crestiĂ ne! MatĂŹna-matĂŹnecudde sorte de moâ-de-sanghe!NARRATORE⌠u salutò: buòngiòrno, âmba lĂšpe! sĂŹa lodĂ to GèsuCristo⌠e sèmbre sĂŹa lodĂ to⌠quĂ le buòn sandovi manda a quèsta via? âCe kittâè mĂšrte va cacĂ nnâu cĂ zze?â sbettò cĂšdde scrianzĂ te, âso menĂšte pezzĂŹnghâaddò pe mĂŹa volondĂ ria kesciènze, dazze camâjâhââa kembessaâ.âU remĂŹte repegghiò kelòre. U facĂŹ trasĂŹ, u facĂŹ assĂŹtâa nâĂ nghètte, nge facĂŹ na bèlla tĂ zze de cafĂŠâŚ68 IL DIALETTO PERCHĂI POPOLANOCu cornètte cĂ lde.NARRATORE⌠nge dètte nu bèlle beckĂŹre dâĂ cque, e po decĂŹ:âMeh, kemenzĂ me.âMo pĂ sse nâòre, mo pĂ ssene do jòre, mo pĂ ssene trèjòre e u lĂšpe non la fernĂŠve kiĂš de kembessĂ sse.SembâaxĂŹ: quĂ nne jĂšnâackemènzâa sfelaâ peccĂ te,nge pĂŹgghje gĂšste. Ne tenĂŠve dâagnĂŹddâĂŠ de pegherĂŹddesopâa la kesciènze! Ce velĂŹte? A vvĂŹ de kendaâtanda pèghere, u remĂŹte se ne stĂŠvâa sciâ arrĂŠtâ ausènne, non fòsse ca u lĂšpe nge gredĂ ve: âMe stâasĂŹnde? me stâa sĂŹnde?â U remĂŹte shcandĂ ve dâòckieree cĂšdde ânvame, fra nu âme stâa sĂŹndeâ e u Ă ldescettò nâèckje daffòre, ca ândĂ nde sâhavĂŠve fĂ tte di,e ce te vète?POPOLANICe te vète?NARRATOREAgnĂŹddâè pegherĂŹdde tuttâattĂšrne. Ce bĂŠne de DdĂŹ.La vocke nge facĂŹ shketĂšre-shketĂšre, e se veldĂ ve,e sâ aggerĂ ve. ââNzomme, âmba lupe,â nge decĂŹ uremĂŹte, âce tĂŹne u fuĂŠke ângule? ce cazze tâha pegghiĂ te?âA stu pĂšnde de la stòrie, u lĂšpe, kiamendò âmbacceu remĂŹte e nge respennĂŹ comâau senètte: âQuĂ nnela vènde sta vacĂ nde,/non ze sòne e non ze cĂ nde;/quĂ nne la vènde sta kiĂŠnâe bòne, /tĂ nne se cĂ nde etĂ nne se sòne.â**Narr. Câera una volta un lupo: vecchio, brutto come il debito, sdentato,sciancato da non valere neppure un centesimo a guardarlo.Un giorno dâinverno, questo lupo pensò: âLa mia ora sâavvicina.Mi voglio confessare, cosĂŹ sono a posto quando Dio michiama: lui fischia e io son pronto.âIL DIALETTO PERCHĂ 69CosĂŹ pensò, cosĂŹ fece. Il giorno dopo sâalzò di buonâora: le tre,le tre meno un quartoâŚPop. Su, vaâ avanti!Narr. Non mi dare premura. Io sono un tipo preciso, va bene?Pop. Vaâ avanti, ti dico.Narr. Insomma, si era tra le tre meno un quarto e le treâŚPop. E rimesta!Narr. ⌠allorchĂŠ si mise in cammino. Afferrò un bastone, a faticacominciò a risalire la montagna. SalĂŹ il primo cerchio, salĂŹ ilsecondo e salĂŹâŚPop. PerchĂŠ proprio sulla montagna?Narr. LĂ abitava lâeremita, no? Quello è come un prete, no? Glieremiti che possono abitare, giĂš?I pop. GiĂš a casa mia abita uno che si chiama Romito.II pop. Intelligentone! Eremita. Ă un santâuomo che se ne sta da solocome un citrullo.Narr. Cammina e cammina e dellâeremita neppure lâombra. Il lupocominciò a sfilare un rosario di bestemmie. Tanto, devo confessarmi!pensò. Infine, con la lingua penzoloni, lâaffanno, ilcuore in gola, arrivò. Appena mise piede davanti al ricoverodellâeremita, senza badare alâorario, quel gran cafone, prese aurlare: âEremita, eremita!âPop. Scostumato, delinquente! Quel buon uomo poteva restarcisecco!Narr. Ora hai detto bene!Lâeremita dormiva della grossa. Al sentirsi chiamare a gran voce,saltò su e gridò: âSan Crispino, vergine e martire, è giunta lamia ora? A proposito, che ora è?â Accese la luce e vide che eranole cinque meno un quarto, anzi, no, le cinque meno sedici.I pop. Pagava pure la bolletta dellâelettricitĂ a fine mese?Narr. Va bene, accese la candela. Ti senti meglio, ora?Pop. Maestro, comâera lâeremita?Narr. Bello assai: faccia di rosa, capelli bianchi-bianchi, occhi celesti,barba lunghissima. Bel-lo! Al vedere il lupo si spaventò.âSan Francesco! Che vorrĂ mai, costui, da me?â Ma, giacchè eraun eremita, si segnò, si raccomandò lâanima a Dio, tremante eimpaurito con i denti che gli sbattevanoâŚ70 IL DIALETTO PERCHĂPop. Che peccato, quel buon uomo. Un bellâaccidenti di primamattina!Narr. ⌠lo salutò: âBuongiorno, compare lupo, sia lodato GesĂšCristo⌠e sempre sia lodato⌠quale buon santo vi mandasu questa strada?â âChe stracazzo vai dicendo?â, sbottò quelloscreanzato, âsono venuto di mia volontĂ per confessarmi.âLâeremita riprese colore. Lo fece entrare, lo fece sedere, gli feceuna bella tazza di caffèâŚI pop. Col cornetto caldo.Narr. ⌠gli diede un bel bicchiere dâacqua, e poi disse: âSu, cominciamo.âPassa unâora, passano due ore, passano tre ore e il lupo non lafiniva piĂš di confessarsi. Sempre cosĂŹ quando si comincia la sfilzadei peccati! si piglia gusto! Ne aveva di agnelli e di pecorellesulla coscienza!Che volete? A forza di contare tante pecore. Lâeremita stava perriaddormentarsi! Se non fosse che il lupo gli gridava: âMi ascolti?mi ascolti?â Lâeremita sbarrava gli occhi, mentre quellâinfame,tra un âmi ascolti?â e lâaltro andava guardando fuori, chèintanto sâera fatto giorno: e che ti vede?Pop. Che ti vede?Narr. Agnelli e pecorelle tuttâintorno. Che ben di Dio! Gli vennelâacquolina in bocca, prese a girarsi e a rigirarsi. âInsomma,compare lupo!â gli disse lâeremita, âche ti brucia, il culo? Chetâè preso?â A questo punto della storia, il lupo guardò in faccialâeremita e gli rispose con lo stornello: âQuando la pancia stavacante,/non si suona e non si canta;/quando la pancia è pienae buona,/allora si canta e allora si suona.âII QUADROSUONI DEL DIALETTO1 NĂ na, NinĂŹ, nĂ nènè a nonò.1BIS Tieni, tieni, piccolina! prendi la caramella da nonnatua.1 NĂ nĂ , ninĂŹ, nĂ nènè a nonò.2 DidĂŹ, diâ a dattaâ, dâaddò ha da sciâ: da ddò o da ddĂ ?IL DIALETTO PERCHĂ 712BIS Dino, diâ a tuo padre, da che parte devi andare: diqua o di lĂ ?2 DidĂŹ, diâ a dattaâ, dâ addò ha da sciâ, da ddò o daddĂ ?3 JĂŹndâa le dĂŹnde, jĂŹndâa le dĂŹnde.3BIS Nei denti, nei denti.3 JĂŹndâa le dĂŹnde, jĂŹndâa le dĂŹnde.4 âDenĂ nnâ da ândèrre.4BIS Raccogliendo da terra.4 âDenĂ nnâ da ândèrre.5 Peppiâ, pipĂŹ o puppĂš a papĂ ?5BIS Peppino, diâ a papĂ tuo: devi fare pipĂŹ o cacca?5 Peppiâ, pipĂŹ o puppĂš a papĂ ?6 Pâappecciaâ.6BIS Per accendere.6 Pâappecciaâ.7 Kiamiâ, kemmaâ Kiariâ câ hamââa ackiaâ la kiĂ .7BIS Bada, comare Chiarina che dobbiamo trovare lachiave.7 Kiamiâ, kemmaâ Kiariâ, câhamââa ackiaâ la kiĂ .8 Camiâ, kemmaâ Kiariâ, kiamiâ.8BIS Vieni, Comare Chiara, guarda.8 Camiâ, kemmaâ Kiariâ, kiamiâ.9 Jaâ, jiâ nu sĂŹckje dâaâ.9BIS Anna, riempi un secchio dâacqua.9 Jaâ, jiâ nu sĂŹckje dâaâ.10 Ke ce nge lâha?10BIS Con chi ce lâhai?10 Ke ce nge lâha?72 IL DIALETTO PERCHĂ11 AuĂ ndâu acĂŹdde sopâau Ă ruâe u accĂŹde sopâau Ă skere.11BIS Prende lâuccello sullâalbero e lâammazza in terrazza.11 AuĂ ndâu acĂŹdde sopâau Ă ruâe u accĂŹde sopâau Ă skere.12 (V)uĂŠ lâauĂŹ? LâauĂŹ (v)uĂŠ12BIS Vuoi le olive? le olive vuoi?12 (V)uĂŠ lâauĂŹ? LâauĂŹ (v)uĂŠ?13 Vògghjâ u ghiaâ.13BIS Voglio il ghiaccio.13 Vògghjâ u ghiaâ.14 âNdrapequaâ.14BIS Incespicare.14 âNdrapequaâ.15 âNdrapequò, ândrĂ ma longhe.15BIS Incespicò, la spilungona.15 âNdrapequò, ândrĂ ma longhe.16 A lâandrasĂ tte ândrapequò, ândrĂ ma lònghe.16BIS Allâimprovviso incespicò, la spilungona.16 A lâandrasĂ tte ândrapequò, ândrĂ ma lònghe.17 Ce me sfĂšsce jòsce!17BIS Se mi sfugge oggi!17 Ce me sfĂšsce jòsce!18 Jòsce nesciĂšnâ ha pesciĂ te.18BIS Oggi nessuno ha fatto pipĂŹ.18 Jòsce nesciĂšnâha pesciĂ te.19 FĂšsce pe sciâ au sciĂ le.19BIS Corre per andare allo scialo.19 FĂšsce pe sciâ au sciĂ le.20 Crescènze sâackièsce la kesciènze.IL DIALETTO PERCHĂ 7320BIS Crescenza sâacquieta la coscienza.20 Crescènze sâackièsce la kesciènze.21 Addo jâ hââa sciâ? Jâhââa sciâ scettĂ nne mertĂŹscene?21BIS Dove vuoi che vada? A far mostra della mia stanchezza?21 Addò jâhââa scĂŹ? Jâhââa sciâ scettĂ nne mertĂŹscene?22 SĂŹte scĂŹme ce non sciĂ te.22BIS Siete stupidi se non andate.22 SĂŹte scĂŹme ce non sciĂ te.23 SciatavĂŹnne, sciòsceue!23BIS Andate via, donne disordinate!23 SciatavĂŹnne, sciòsceue!III QUADROSFOTTĂ1 VetĂšcce VetĂšcceFasce la varvâ au ciĂšcce.2 Tu siâ MariĂšcceJĂ lde quannâa na cartĂšcceCortâè mal cavĂ teDrettâa faâ frettĂ te.3 PèppĂŹne-fa-la pĂŹsce:QuĂ tte sòlde di pipĂŹsce.4 JĂ nna-JĂ nne!FĂŹckete sottâa la capĂ nneE ce la capĂ nne kiòveFĂŹckete sottâe non de mòve.5 Coliâ cocòTène la zitâ jĂŹndâau comò;74 IL DIALETTO PERCHĂLa tenâa Bare VèckjeE ColĂŹnâha fatte vèckje.6 Uèh, FilomĂŠne,QuĂ le vĂŹnde mĂŠne?AmmĂŠne lu levĂ nde,FilomĂŠne de tutte quĂ nde7 Niccoliâ-NiccolòSi cacò li pandaloâE la mĂ mme glièli stisciòNicolò sporcaccioâ.8 Tarèse, TarèseTĂštte la nòtteU tènâappèse.9 âMba MekèleTĂštte còse tèneLa kèdde ca nge ammĂ ngheLa tènâappèse ânande.10 U nòme de VastiĂ neSquĂ gghje âmmockeAqquĂ nnâu kiĂ me.11 Le fèmmene so comâa le melĂšne:Ognâè cĂŹinde ne jĂ ckje jĂšne.12 Saveâ: ce fète!13 JĂŹ so bèllee tu si brĂštte,la mĂŹa fĂ ccepiĂ sce a tĂštte,piĂ sce a mĂ mmeca mâha fĂ ttee non a tĂŠfĂ cce de gĂ tte.IL DIALETTO PERCHĂ 7514 TĂŹne la fĂ ccia bèlleComâal cĂšlo dĂŠlla padèlle.15 E comâa tua sorèlle.16 A: me tène da cacaâ.E: il priso non gâè.I: lo vedo lĂŹ.O: sta sottâau comò.U: non ne pòzzeke kiĂš!Tommaso! Porta il vaso!Oronzo! Porta lo stronzo!Marta! Porta la carta!Arturo! Puliscimâil culo!17 Ce ha fĂ tte u pèbbete dâòreDrĂŠtâa la pòrte du signòre?ce se nâavvèrte la segnĂšreânge havââa dĂ nu cĂ lge ângĂšlee nge havââa bresciaâ uâcĂš-le.*18 La cambĂ ne de VetrĂŹtteiĂŠ longhâè drĂŹtte.La cambĂ ne de Vetòndejè longhâè tònne.CĂ pe de pĂŹppe-pip-pa.19 Palètte palètte, signora kemmĂ reTènghe na figghje ca sĂ pe scequaâ.SĂ pe scequaâ a li vindiquĂ tteUne, due tre e quatte.QuĂ ttâe cĂŹnghe la frishkitèlleJĂŹsse tu ca si la kiĂš bèlle.*20 Mi chiĂ mo Lola,soâ la spagnòla.Per imbarĂ re lâitaliĂ no76 IL DIALETTO PERCHĂVadâa scuòla.E la mammĂŹnaè dèlla Cina.Cina Cina coccodèFertĂšnâa mmèè cornâa tè.** **** Trattasi di tocchi tra bambini; per affinitĂ di contenuto, sonostati inseriti in questa sezione.** Ă in veritĂ un gioco cantilenato che due bimbe eseguivano ponendosilâuna di fronte allâaltra e seguendo un preciso rituale dimovenze con incrocio di braccia e mani.***1 Vituccio, Vituccio fa la barba allâasino. 2 Tu sei Mariuccia, altaquanto una cartuccia, corta e mal cavata, capace solo di fare frittate.3 Peppino-fa-la-pipĂŹ: quattro soldi di pipĂŹ. 4 Anna, Anna! Ficcatisotto la capanna: se nella capanna piove, ficcati sotto e non ti muover.5 Niccolino-cocò ha la fidanzata nel comò; ce lâha a Bari Vecchiae Niccolino è diventato vecchio. 6 Ohi, Filomena! che ventotira? Tira da levante e Filomena va con tutti. 7 Niccolino-Niccolò siè cacato nei pantaloni; la mamma glieli pulĂŹ, Niccolò sporcaccione.8 Teresa, Teresa, tutta la notte ce lâha appeso. 9 Compare Micheleha tutto; quello che gli manca ce lâha appeso davanti. 10 Il nome diBastiano si squaglia in bocca quando lo chiami. 11 Le donne sonocome i meloni: ogni cento ne trovi una buona. 12 Saverio: quantopuzza! 13 Io son bella e tu sei brutto, la mia faccia piace a tutti; piacea mamma che mi ha fatto e non a te, faccia di gatto. 14 Hai la facciabella come il fondo della padella. 15 E come tua sorella. 16 ⌠17 Chiha fatto la scorreggia dâoro dietro la porta del signore? Se lo pizzicala signora, gli darĂ un calcio in culo e glielo brucerĂ . 18 Il campaniledi Bitritto è lungo e diritto. Il campanile di Bitonto è lungoe tondo. Testa di pi-pip-pa. 19 Paletta, paletta, signora comare/houna figlia che sa giocare/sa giocare ai ventiquattro /uno, due, tre equattro./Quattro e cinque la fischietta/esci tu che sei la piĂš bella.20 Mi chiamo Lola,/sono spagnola./Per imparare lâitaliano/vado ascuola./La mia mamma e della Cina./Cina-Cina, coccodè,/fortunaa me/e corna a te.IL DIALETTO PERCHĂ 77IV QUADRODUE GATTINARRATOREJĂŠve na vòlde e jèvene du gĂ tte. Jèvene frĂ te ma nonjèvene minzevènde. Però tenèvenâu stèsse penzĂŹree sâassemegghiĂ vene comâa do gòcce dâĂ cque. Prèsèmbje:tuttâe dĂš tenèvene sèmbe u shcamâa le stendĂŹnee ânzòmme, sâ havèssere mangiĂ te nu vòve ketòtte le còrne. Va buâ?Na bèlla di ca se ne scèvene strĂ ta-strĂ te sèmbe cu stèssepenzĂŹre dâackiaâ ngokkâe còse pâackièsce u stòmeke,camĂŹne tu ca camĂŹnghe jĂŹ, a lâandrasĂ tte nge arrevònâaddòre de fremmĂ gge ashcuĂ nde. Arreveldòrenedâòckiere e la vòcke nge facĂŹ shketĂšre-shketĂšre.AcquĂ nne capescèrene da ddò venève cĂšdde sprefĂšme,arremanèrene felmenĂ te. JĂŠve na pèzze de fremmĂ ggeca na fèmmenâ havĂŠve lassĂ te sopâa nâaccònea svendesciaâ. JĂŹndâa nĂšdde sâackiòrene ke la ròtede fremmĂ gge ânguèdde, a fesciâ a la vi de fòre. ArrevĂ teca fĂšrene âmènzâa nu lĂŠke sâaffermòrene pespĂ rtâ u fremmĂ gge.POPOLANIE vĂŹssero felĂŹci e condènde.NARRATORESeh, da mo? Ca mo vĂŠnâu mègghie. JĂ bbre lâèckje esfĂšlgete le rèckje.U frĂ te grĂ nne, ca jĂŠve kiĂš cerviddĂŹneâŚI POPOLANOMo si dĂŹtte ca jèvenâ èuĂ le!NARRATOREU frĂ te grĂ nne jĂŠve kiĂš cerviddĂŹne, va buâ? DecĂŹ:âFĂ zze jĂŹ le razziĂšne.â Auandò u kertĂŹddâ e tagghiò.DĂ zze ca âce spĂ rte, hiĂ ve la mègghia pĂ rteâ, còmedecèvene lâandĂŹke, a jĂŹdde nge attequò la razziònekiĂš gròsse; au pecenĂšnne, la kèdda kiĂš pecenònne.U gattĂšdde pecenĂšnne se ângazzò.78 IL DIALETTO PERCHĂPOPOLANIGiustamènde.NARRATOREE commâjè? asselĂšte percè jĂŠvâu granne sâhavĂŠvââafrecaâu stèzze kiĂš grèsse? âĂ mĂ nghe ca si fèsse!â ngedecĂŹ, âme staâa pĂŹgghje pe cĂšle? JĂŹ tâallèveke dâaumĂšnne, ca tâallèveke! So fadegĂ te de kiĂš e mâha dapĂšre frecaâ?â âEhi, gneffiâ! ce uè cĂšsse, pigghiatĂŹue.Ce nò, arrĂ ngete. MannĂ gghjâau âmbĂŹrne lĂ dre! jĂŹso u grĂ nne, non dâu si skerdĂ nne.ââNzòmme: ce si tu ca ce so jĂŹ, sènza traâ a la lòngala-lònghe, stèvenâ a ârevaâ a le mĂ ne.POPOLANICe shkĂŹfe! Du frĂ te.NARRATOREDu frĂ te, âgnorsĂŹ. Du frĂ te. Però, giĂšste ca u sĂ nghenon fĂ sce ma jĂ cque, pe non arrevaâ a fetèsce,facèrene nu buĂŠne penzĂŹre.POPOLANIMeh, mĂŠno-mĂ le.NARRATOREâFrĂ te,â decĂŹ u grĂ nne, âsa ce sta de nòve? U prĂŹmecrestiĂ ne ca pĂ sse, u affermĂ mâ e nge addemannĂ mede spĂ rte la ròte de fremmĂ gge. AxĂŹ asselĂšte petĂŹmestaâ secĂšre ca non nge arragĂ me.ââVa buâ,â decĂŹ u pecenĂšnne, âla penzĂ te jè bòne.âXĂŹ decèrene, xĂŹ facèrene. Pròbbete tĂ nne sâackiò apassaâ da kĂŹdde vĂ nne na sĂŹgne.I POPOLANOVĂŠnâa jèsse?II POPOLANOLa sĂŹgne: la scĂŹmmia. Hamââa parlaâ affòrze jĂŹndâaustrĂŹtte? Comâjè ca non acapĂŹsce?III POPOLANONon acapĂŹsce però pĂŹsce.NARRATOREVa buâ, trĂ me ânĂ nze. Au vedeâ ca facèrene de laIL DIALETTO PERCHĂ 79sĂŹgne, le gĂ tte lâaffermòrene. Nge sbiegòrene bèllebèllâu fĂ tte e congludèrene: ââNzòmme, la meâ, tuha da faâ la GestĂŹzzje.â AxĂŹ decènne, nge mettèreneâmmĂ ne le do razziĂšne de fremmĂ gge.âĂ havĂŹtââa faâ accòme me kemmĂ nnâu penzĂŹre mĂŹ?ââCa ci? nge velèsse, mo! Te sĂŹme kiamĂ tâappòste.ââVa buâ.â Allòre, la sĂŹgne se mettĂŹ lâackiĂ le, assĂŹ lavelĂ nzeâŚPOPOLANIGiustamènde, le sĂŹgne se ne vònne regerènne ke levelĂ nze.NARRATORE⌠e arrecuò le do stòzzere sopâa le piĂ tte. AccòmevedĂŹ ca la velĂ nze pennĂŠve da na vĂ nne, auandòcĂšdde stèzzâ e nge trò nu bèlle muèzzeke. GnettĂŹ epesò arrĂŠte. Mo, la velĂ nze, pennĂŠve da lâalda vĂ nne.Sènza penzamènde, la sĂŹgne trò nu muèzzekâ acussâĂ lde stèzze. âNzòmme: nu muèzzeke ddò, numuèzzeke ddĂ , kèdda sòrte de sĂŹgne – dĂ zze ca jĂŠvela GestĂŹzzje – se stĂŠvâ a renzaâ tĂšttâu fremmĂ gge.TĂ nne câ havèvenâarremanĂšte do shcĂ rde.POPOLANIVattâa fĂŹde de la gestĂŹzzje.NARRATORENon ve dĂŹgghe e non ve còndeke le du gattĂšdde.âSta brĂštte-ce-non-mĂ le, sta âmbrascetòna âmbĂ me!âsbettò u grĂ nne, âce te sĂŹme kiamĂ tâa faâ, pefattâallevaâ le kiĂŠke a spĂŠse nòste?âAu pecenĂšnne, ca jĂŠve kiĂš cĂ pa cĂ lde, nge arrevòsĂšbbetâu sanghâ a lâòckiere. Sâammenò âmbĂ cce ala sĂŹgne, la ciambesciò totta quanne, po lâauandòpe reckje ke la ândezziòne de fĂ nge nu pagliatònâ alâĂšse, nu salenĂŹzze ca se ne hjĂŠvââa vedeâ bĂŠne. FertĂšnepe jèdde, kemmenazziòna kiĂ veke, pròbbetetĂ nne sâackiò a passaâ da ddĂ , na keckevĂ sce.I POPOLANOCi jĂ lde jĂŠ kèsse, mo?80 IL DIALETTO PERCHĂII POPOLANOU sĂ cce jĂŹ, u sĂ cce jĂŹ: u malacĂŹdde.I POPOLANOAh sĂŹ, mo sĂŹ ca so capesciĂšte. Cix cĂ zze vènâa jèssâ umalacĂŹdde?NARRATORESciĂ tâa le scòle, ce sciĂ tâa faâ? âMbarĂ tevâa parlaâ,cĂ pe de ciòccere!La keckevĂ sce, ca jè purâu malacĂŹdde, jĂŠ la civècca.Lâuccèllo dèlla sapiènza, dĂŹscene le mègghje crestiane,le gènde ke le cĂŹrkje ângĂ pe. U acĂŹdde du malaugĂšrje,dĂŹscene le malalèngue. Va buâ?Accòme vedĂŹ la mĂ la parĂ te, addemannò assĂštteassĂštte:âEhi, ragĂ zo! ke ha ândrivvinĂšto?âLe du gĂ tte sènza tĂ nde prigamĂŹnde, scettòrenâuprĂŹse. âU fĂ tte jĂŠ axĂŹ e axĂŹ.âAccòme fernèrene, la keckevĂ sce demannò: âSiĂŠtovòi ca siĂŠto chiamĂ to la sĂŹgna?âPOPOLANISĂŹ.NARRATOREâSiĂŠto vòi ca siĂŠto dèttâ alla signòra SĂŹgne di fĂ re laGestĂŹzzia?âPOPOLANISĂŹ.NARRATOREâSiĂŠto vòi ca siĂŠtâaccettĂ to le condizziòni?âPOPOLANISĂŹ.NARRATOREâĂ allòre ce cĂ zze sciĂ tâackiĂ nne? Vâ havĂŹtââa staâ.âPOPOLANICĂšsse jĂŠ nu trajĂŹne!NARRATOREâU trajĂŹne mâu sĂŹte fĂ tte vĂš a mĂŠ,â allecuò la sĂŹgne câhavĂŠve repegghiĂ te fiĂ te, âe mo vâu mètteke ângulâatuttâe dĂš, e u rèste du fremmĂ gge mâu frèkeke jĂŹ.âIL DIALETTO PERCHĂ 81Skiavecò kèdda vòcke de fĂšrne ca tenĂŠvâ e u fremmĂ ggeskembarĂŹ.POPOLANICe peccĂ te kiddâe du gattĂšdde.NARRATOREPeccĂ te havââa jèsse. PĂšte staâ secĂšre ca la lezziònenge avastò jĂšnâe bòne.Valâa dĂŹsce ca ke la GestĂŹzzie jĂŠ mègghjâa non haveânuddâa ce nge faâ.Stòria mè non jĂŠ kiĂšâŚPOPOLANI⌠malâa lâaldâe bĂŠnâa nĂš.NARRATOREA cĂšdde ca u ha dĂŹtte /Nu piatte de kembĂŹtte;/acĂšdde ca u ha sendĂšte,/nu piatte de sĂšrghâarrestĂšte.I POPOLANOSopâ a la cemenère /Stonne do pegnĂ te:/tu, quĂ levuè?II POPOLANOKèdda ròtte.I POPOLANOVattâa faâ fòtte.NARRATOREKèdda sĂ ne.POPOLANIMĂ ngete la mèrde du cĂ ne.**Narr. Câera una volta ed erano due gatti. Erano fratelli ma non eranogemelli. Però avevano gli stessi pensieri e si somigliavano comedue gocce dâacqua. Per esempio: avevano sempre una fame datorcere le budella e, in breve, si sarebbero fatti fuori un bue contutte le corna. Va bene?Un bel giorno che andavano a spasso sempre con lo stesso pensierodi trovare qualcosa per acquietare lo stomaco, dopo grancamminare, allâimprovviso sentirono odore di formaggio piccan82IL DIALETTO PERCHĂte. Rivoltarono dâocchi e la bocca gli venne schiuma-schiuma.Quando capirono da dove proveniva quel profumo, restaronofulminati. Si trattava di una ruota di formaggio che una donnaaveva lasciato ad asciugare su un angolo del balcone. In un niente,si ritrovarono con la ruota di formaggio in spalla, in fuga versola campagna. Giuntivi, si fermarono per dividere il formaggio.Pop. E vissero felici e contenti.Narr. Di giĂ ? Ora viene il meglio! Apri bene gli occhi e sturati leorecchie.Il fratello grande, che era il piĂš intelligenteâŚI Pop. Hai appena detto che erano uguali!Narr. Il maggiore era piĂš intelligente, va bene? Disse: âDivido io.âPrese il coltello e tagliò. Giacchè âa chi divide va il pezzo miglioreâ,cosĂŹ come dicevano gli antichi, a lui toccò la razione piĂšgrande, mentre al minore andò la piĂš piccola. Il piĂš giovanesâincazzò.Pop. Giustamente.Narr. Comâè? Solo perchĂŠ lui era il maggiore si doveva fregare ilpezzo piĂš grosso? âE manco che sei scemo?â gli disse, âMi staiprendendo in giro? Io ti tolgo dalla faccia della terra, che ti tolgo!Ho sfaticato piĂš di te ed ora devi pure fregarmi?ââEhi, bello, se vuoi questo, prendilo, sennò arrangiati. Mannaggialâinferno ladro! Io sono il grande, non te lo scordare!âInsomma: chi sei e chi sono io, senza tirarla per le lunghe, i duestavano per arrivare alle mani.Pop. Che schifo! Due fratelli.Narr. Due fratelli. Sissignore, due fratelli.Però, giusto perchĂŠ il sangue non diventa mai acqua, per nonarrivare del tutto a schifio, i due fecero una bella pensata.Pop. Beh, meno male!Narr. âFratello,â disse il maggiore, âsai che câè di nuovo? Fermiamoil primo che passa e chiediamogli di dividere il formaggio. SolocosĂŹ possiamo star sicuri che non litighiamo.ââVa bene,â disse il minore, âla trovata è buonaâ.CosĂŹ dissero e cosĂŹ fecero. Proprio allora si trovò a passare daquelle parti la âsigneâ.I Pop. Cioè?II Pop. âLa signeâ! Dobbiamo sempre parlare pulito? La scimmia.Comâè che non capisci?IL DIALETTO PERCHĂ 83III Pop. Non capisce, però piscia.Narr. Va bene, tiriamo avanti. Allorchè videro la scimmia, i gattilâapostrofarono. Le spiegarono ben bene la storia e conclusero:âInsomma, Maestra, devi interpretare la Giustizia.â CosĂŹ dicendo,le misero in mano i due pezzi di formaggio.âE farete come sta meglio a me?ââCertamente! Ci mancherebbe altro. Noi ti abbiamo chiamato!ââVa bene.â La scimmia inforcò gli occhiali, tirò fuori la bilanciaâŚPop. Giustamente! Le scimmie vanno in giro con le bilance.Narr. ⌠sistemò i due pezzi sopra piatti. Appena si rese conto chela bilancia pendeva da una parte, afferrò quel pezzo e gli tirò unbel morso. Ingoiò e pesò di nuovo. Adesso la bilancia pendevadalla parte opposta. Senza pensarci su, la scimmia tirò un morsoa questâaltro pezzo.In breve: un morso qui ed uno lĂŹ, quella gran scimmiona â acausa del fatto che lei era la Giustizia â stava per farsi fuori tuttoil formaggio. Erano rimaste due schegge.Pop. Vatti a fidare della giustizia!Narr. Non sto a dirvi i due gattucci!âQuesta schifosa infame!â sbottò il maggiore, âti avremmochiamato per farti togliere le pieghe?âAl minore, che era una testa calda, gli venne subito il sangue agliocchi. Si slanciò contro la scimmia, la graffiò tutta, lâagguantòper le orecchie con lâintenzione di farle un pagliatone, una rivoltatada farle veder le stelle. Fortuna per lei, per fatale combinazione,proprio allora si trovò a passare una âkeckevĂ sceâ.I Pop. Chi altri è questa, ora?II Pop. Lo so io, lo so io! âu malacĂŹddeâ.I Pop. Ah sĂŹ! Ora sĂŹ che ho capito! Chi cazzo viene ad essere âumalacĂŹddeâ?Narr. E andate a scuola? Che ci andate a fare? Imparate a parlare,ciuchi!âLa keckevĂ sceâ, che è âu malacĂŹddeâ, è la civetta. Lâuccellodella sapienza dicono le persone migliori, quelle con i cerchi intesta; lâuccello del malaugurio, dicono le malelingue, va bene?Appena si rese conto del misfatto chiese asciutta-asciutta: âEhi,ragazzo! che ha successo?âI due gatti, senza farsi pregare, vuotarono il vaso: âIl fatto è cosĂŹe cosĂŹ.âAppena finirono, la civetta chese: âSieto voi che sieto chiamatola scimmia?â84 IL DIALETTO PERCHĂPop. SĂŹ.Narr. âSieto voi che siete detto alla signora Scimmia di fare la Giustizia?âPop. SĂŹ.Narr. âSieto voi che sieto accettato le condizioni?âPop. SĂŹ.Narr. âE allora che cazzo andate cercando? Ve la dovete tenere.âPop. Questo è un tradimento!Narr. âIl tradimento lâavete fatto voi a me,â gridò la scimmia chenel frattempo aveva ripreso fiato, âe adesso ve lo metto in quelposto a tutti e due, e mi freco il resto del formaggio.âSpalancò la sua bocca di forno e il formaggio scomparve.Pop. Che peccato quei due gattini!Narr. Peccato, devâessere! Puoi star sicuro che la lezione bastò loroper tutta la vita.Vale a dire che con la giustizia è meglio non aver niente a che fare.Storia mia non è piĂšâŚPop. ⌠male agli altri e bene a noi.Narr. A quello che lâha detto /un piatto di confetti:/a quello che haascoltato/un piatto di topi arrosto.I Pop. Sulla ciminiera ci stanno due pignatte/una rotta ed una sana./Tu quale vuoi? La rotta o la sana?II Pop. La rotta.I Pop. Vatti a far fottere!Narr. La sana.Pop. Mangiati la merda del cane.V QUADROPROVERBI(Dialogo tra Vecchi)1 ScennĂ re, lassâu vòmerâe pĂŹgghje la mannĂ re.2 Non ze filâe non ze tèsse: le terrĂŹse dâaddò jèssene?3 TĂštte ca fĂ scene vedeâ le rĂŹcke PelĂšne.IL DIALETTO PERCHĂ 854 La bĂ nne de RecletĂšnne: âMajeâ, ce hamââa faâ?â âLastèsseâ.5 GĂ tta ci còve.6 BuĂŠne da forâe mequate da jĂŹnde.1 Pe la SĂ nda Cannelòre, o nèvekâo kiòve, au vĂŹrne sĂŹmefòre. Ce jĂŠ solâo solecĂŹdde, sĂŹme sembâa mĂŹnze vĂŹrne.2 Se mèttene rashkâe bĂšllâa tĂštte vĂ nne.3 SĂŹmâarrevĂ tâaddò havèmmââ a sciâ.4 Non zĂ pene ca quĂ nnâu diĂ ue tâaccarèzze, lâĂ neme sevòle pegghiaâ.5 LĂ sse faâ a DdĂŹ.6 Ce hĂ vââa assiâ?1 A SĂ nde ValendĂŹne, premmavĂŠrâ jĂŠ vecĂŹne.2 KiĂš stamâ e kiĂš ân GalĂ bbrje sciĂ me!3 CĂ mera-cĂ mere, ângallarĂŹ.4 CarnevĂ le kjĂŹne de dògghie: ajĂŹre macarĂšnâ e jòsce fògghje.5 Non ze fĂŹdenâ a cĂ rresciaâ mĂ nghe lâ Ă cquâa le muèrte.6 Ciòccere ke ciòccere se la grĂ ttene.1 SĂ nde VastiĂ ne ke le viòle âmmĂ ne.2 Vòlene meriâ e non vòlene stènne le pĂŹte.3 La malèrve non mòre ma.4 TĂštte lĂŹndâe pĂŹnde.5 SĂ nghâe lĂ tte.6 TĂštte bèrefĂ tte: SĂ nde LĂške lâha pettiĂ te.1 AprĂŹle fĂ sce u fiòre, e MĂ sce hjĂ vâu anòre.2 CĂ mbenâa la scĂšse de CrĂŹste.3 Tuttâjè sciògguâe rĂŹse.4 KiĂ ckierâe pallĂšne vĂ lene nu sòlde lâĂšne.5 E ca se mèttene lâĂ cque dâaddòrâe u cunzâ-e-rĂšsse, fètenesèmbe de cozzâaffetesciĂšte da la capâa le pĂŹte.6 Fètene de cĂ ne muèrte.86 IL DIALETTO PERCHĂ1 MĂ sce, spĂšgghietâadĂ sce.2 U pòdece, jĂŹndâa la farĂŹne se crĂŠte mellenĂ re.3 Le segnĂšre ke lâògne spaccĂ te.4 JĂšnâ jè tènduâ e lâ Ă ldâ jè callĂ re.5 Nge ammĂ nghene sèmbe digiannòve sòlde pe faâ nalĂŹre.6 Non mòre ce lâ accòste ca nĂ sce ce le strĂšsce.1 SĂ nde CatĂ lde, lĂŠvâ u frĂŹddâ e mèttâ u cĂ lde.2 Còme la votte, axĂŹ u mĂŹre.3 Pâhaveâ u postâau MenegĂŹbbje fĂ scene cĂ rte fĂ lze.4 FĂ scene vutâa SĂ nde CannĂŹte, parènde de SĂ nde Mangiòne.5 SandâAndònje fĂ sce trĂŹdece grĂ zzje; SĂ nde Mangiònene fĂ sce quattòdece.6 FertĂšnâ e cĂ zze ângĂšle, viĂ tâa ce lâhĂ ve.1 QuĂ nnâammatĂšre la fĂŹke, dĂŹsce au melòne: âVattâ aâmbĂŹke.â2 Ce jĂ rte pòzze faâ ca non fĂ sce stangaâ?3 Le dĂŹbbete nge arrĂŹvenâa la cĂŹme de le capĂŹdde.4 PezzĂŹndâ e vezziĂšse.5 MĂ ngene grĂ zzje de DdĂŹ e cĂ ghene sajĂŹtte.6 Jèreme frĂ te quĂ nne mangiĂ mmâa la cĂ se de tĂ te; sciĂšteda la cĂ se de tĂ te, ni kiĂš sòre ni kiĂš frĂ te.1 De SĂ nda MekĂŠle, lâuvâ jĂŠ comâau mĂŠle.2 JĂŠ jĂ cque ca non jègne pĂšzze.3 Da latrâa latrĂšne.4 E la gaddĂŹne âmbarâa le preccĂŹne.5 Le lĂ tre de PĂŹse: la di sâarragĂ venâe la nòtte scèvene arebbaâ ânzĂŹme.6 MangiĂ me, mangiĂ me, kembĂ gne, kâa SalĂŹrne facĂŹmele cĂšnde.1 A tĂštte le SĂ nde, mĂŹttete le uĂ nde (mâarricomĂ nne).2 Ròbbe fattâa fĂšrte, dĂšre tĂŹmbe cĂšrte.IL DIALETTO PERCHĂ 873 E au mègghje ca non tâu crĂŹte, tâarrĂŹve na mazzĂ te depeta âmbrònde.4 VĂŠne la sĂŹgnâ e se fĂ sce patròne de la vĂŹgne.5 A mĂŠ a mĂŠ e faâ ce uĂŠ.6 Ce va pâhaveâ grĂ zzje, hjĂ gestĂŹzzje.1 De SĂ nda VĂ rve stattâattĂšrrnâau fuĂŠkâe uĂ rde.2 PĂ tre, tuttâu munnâjĂŠ lĂ tre.3 Cu solde tĂšnne-tĂšnne, va ângulâa tuttâu mĂšnne.4 U muzzenĂ re fumâu beckĂŹne.5 MarĂŹte vòlda-giackèttâ e megghiĂŠre vòlda-pannĂŠre.6 OgnĂšne cerkâu sĂš.2 U scarpĂ re va ke le scĂ rpe ròtte.3 Ce zĂ ppe bevâa lâĂ cquâ e ce non zĂ ppe bĂŠvâau mĂŹre.4 U acĂŹdde pĂŹsce u lĂŹtte, e u cĂšle hjĂ ve mazzĂ te.5 PĂšre le pĂšdece fĂ scene la tòsse.6 U mĂšnne de jòsce jĂŠ nu munnâa lâammèrse.1 A SĂ nda Leciâ accrèsce la nottâe ammĂ nghe la di (nupĂ sse de gaddĂŹnâa la dĂŹ).2 U gĂšste de la TranĂŠse fu de sciâ a pesciaâ âmbĂ cce a lamĂ zze de la scòpe.3 Mo se fĂ sce axĂŹ: dòppe mangiaâ, vĂŹnâa mangiaâ ke mĂŠ.4 U sĂ zzje non cretâau desciĂšne.5 A mangiaâ kĂŹsse prĂšne jĂ cre, amarèsce la vòkke, e azzĂ gghjele dĂŹnde.6 SĂŹmâarremanĂšte sĂšle, comâa lâĂ neme du Pregatòrje.I VecchiE nĂš hĂ me fĂ tte vĂŹckje.Non denĂŹme kiĂš vĂŹndâĂ nne.U sòle sopâa mĂ reA pĂŹcke- a pĂŹcke se vâalzĂ nneTòtte le lambĂ reSe vònnâ astetĂ nne.88 IL DIALETTO PERCHĂMa nĂš hame fĂ tte vickje.U pĂšrte jè derembètte.Tòtta la dĂŹa scòrreAssedĂšte sopâau vanghètte.Le tĂŹmbâhonne cangiate.Ma qualâjè la vĂŹa drètte?E mo hĂ me fĂ tte vĂŹckjeU arlògge bĂ tte lâòre.PerdĂšte jè la memòrjeNge fĂ sce malâu còre.Le fĂŹgghje ângannâa mĂ reVonnâa faâ u ammòre. **1 Gennaio: lascia il vomere e prendi la mannaia. 2 Non si fila enon si tesse: da dove vengono i soldi? 3 Tutti che fanno mostra diessere ricchi Epuloni. 4 La banda di Locorotondo: Maestro cosaeseguiamo? La stessa musica! 5 Gatta ci cova! 6 Buoni allâapparenza,marci dentro.1 Per la Santa Candelora, se nevica o piove, siamo fuori dellâinverno.Se è sole o solicchio, siamo sempre a metĂ inverno. 2 Si mettonodebiti da tutte le parti. 3 Siamo giunti dove dovevamo arrivare.4 Non sanno che quando il diavolo tâaccarezza è lâanima che ti vuoleprendere. 5 Lascia fare a Dio! 6 Cosa può riuscirne di buono?1 A San Valentino, primavera è vicina. 2 PiĂš avanti andiamo, piĂš cispingiamo in Calabria. 3 Di camera in camera, in galleria! 4 Carnevalepieno di doglie: ieri maccheroni e oggi foglie. 5 Non ce la fannoneppure a trascinare lâacqua ai morti. 6 Tra asini se la grattano!1 San Sebastiano con le viole in mano. 2 Vogliono morire e non voglionostendere i piedi. 3 La gramigna non muore mai. 4 Tutti lindie pinti. 5 Sangue e latte. 6 Tutti ben fatti! San Luca li ha dipinti.1 Aprile fa germogliare e a Maggio vanno tutti gli onori. 2 Campanoalla bellâe meglio. 3 Tutto è gioco e ridere. 4 Chiacchiere epalloni valgono un soldo lâuno. 5 E che si mettono acqua di tolettae rossetto, puzzano sempre di cozze andate a male, dalla testa aipiedi! 6 Puzzano di cane morto.IL DIALETTO PERCHĂ 891 Maggio: spogliati adagio. 2 La pulce, nella farina, si sente milionaria.3 Le signore con le unghie spaccate. 4 Una è nerofumo, lâaltracaldaia. 5 Gli mancano sempre diciannove soldi per fare una lira.6 Non fa a tempo a morire chi ha accumulato che già è nato chispende e spande.1 San Cataldo toglie il freddo e mette il caldo. 2 Come è la botte,cosĂŹ è il vino. 3 Per avere un posto in Municipio fanno carte false.4 Fanno voti a San Cannito, parente di San Mangione. 5 SantâAntoniofa tredici grazie; San Mangione ne fa quattordici. 6 Fortuna ecazzi in culo: beato chi li ha!1 Quando matura, il fico dice al melone: Vatti a impiccare! 2 Chelavoro posso fare che non mi faccia stancare? 3 I debiti gli arrivanosino alla cima dei capelli. 4 Pezzenti e viziosi! 5 Mangiano grazia diDio e cacano saette. 6 Eravamo fratelli quando mangiavamo allatavola di papĂ ; andati via dalla casa di papĂ , non siamo piĂš nĂŠ sorellenĂŠ fratelli.1 A San Michele, lâuva è come il miele. 2 E pioggia che non riempiepozzi. 3 Da ladri a ladroni. 4 E la gallina insegna ai pulcini. 5 I ladridi Pisa: di giorno litigavano e la notte andavano insieme a rubare. 6Mangiamo, mangiamo, compagni! A Salerno facciamo i conti!1 A Ognissanti mettiti i guanti! (mi raccomando). 2 La roba rubatadura poco. 3 Quando meno te lâaspetti, ti arriva una mazzata dipietra in fronte. 4 Viene la scimmia e si fa padrona della vigna. 5A me a me e tu fai quello che vuoi. 6 Se vai per avere grazia, haigiustizia.1 A Santa Barbara, resta davanti al fuoco e guarda. 2 Padre, tutto ilmondo è ladro. 3 Col soldo tondo-tondo vai in culo a tutto il mondo.4 Il raccoglicicche fuma col bocchino. 5 Mariti voltagiacchettee mogli voltagabbana. 6 Ognuno bada solo al proprio interesse.2 Il calzolaio va con le scarpe rotte. 3 Chi zappa beve acqua e chinon zappa beve vino. 4 Lâuccello bagna il letto e il culo le prende.5 Anche le pulci tossiscono. 6 Il mondo di oggi è un mondo alcontrario.1 A Santa Lucia cresce la notte e sâaccorcia il giorno (un passo digallina al dĂŹ). 2 Il gusto della Tranese fu di andare a pisciare sulbastone della scopa. 3 Ora si fa cosĂŹ: dopo aver mangiato vieni apranzo da me. 4 Chi è sazio non crede a chi è digiuno. 5 Mangiarequeste prugne aspre ti fa amara la bocca e te lâallappa. 6 Siamorimasti soli come le anime del Purgatorio.90 IL DIALETTO PERCHĂI VecchiE noi siamo invecchiati/non abbiamo piĂš ventâanni./Il sole sopra ilmare/un poâ per volta si va alzando/e ad una ad una /tutte le lamparesi vanno smorzando.Ma noi siamo invecchiati /il porto è dirimpetto./Tutto il giornotrascorre /seduti alle panchette./I tempi sono mutati /ma qual è lavia diritta?Ed ora siamo invecchiati/lâorologio batte lâora./Perduta è la memoria/ci fa male il cuore./I figli in riva la mare/vanno a fare lâamore.EPILOGOQuĂ nne nascĂŹste tunascĂŹ la ròse,nascĂŹ la pambanèllea la cerĂ se.**Quando nascesti tu/nacque la rosa,/nacque la foglia nuova/alla ciliegia.LA PATRĂNE 91La PatròneATTO UNICO197392 LA PATRĂNEPERSONAGGILa PADRONA (P)La FIGLIAMARIETTA (M)SCENAUna scalinata a gradoni che sale dal pubblico al palcoscenicoe, illusoriamente, prosegue sul fondo.Il centro della scena è tagliato in orizzontale da una colonnache sostiene due ampi archi laterali.Ă tutto dâun bianco abbagliante.Attraverso lâarco di destra si staglia, seduta sul gradone piĂšalto, la Padrona. Nascosta dalla colonna, fa capolino, a sinistra,la maschera di Marietta.Entrambe le figure indossano il medesimo sontuoso abito cheevoca, nella fattura, lâabbigliamento delle Madonne: neroquello della Padrona, rosso quello di Marietta.Uno scialle di seta nero discende dallâalta parrucca grigia dellaPadrona a velarle il viso; Marietta è imbacuccata in unasciarpa di lana violacea.La luce iniziale è quella dorata di un tardo pomeriggio primaverileche scivola progressivamente nella sera.Il contatto fisico tra la due figure avvenga solo dove indicato.*Cura particolare si ponga alla impostazione delle voci delledue antagoniste: leggera e petulante – se non proprio acuta- quella di Marietta; cupa e profonda – persino baritonale- quella della Padrona: è anche questo che fa pensare a unuomo che interpreti il personaggio.La Figlia esplora la gamma espressiva e tonale sempre allaricerca della sua voce.* La prima messinscena dellâopera prevedeva un personaggio in piĂš, laRadio, e una diversa scena, che viene qui di seguito riproposta.âLa scena è avvolta interamente da un panno bianco senza spiraglie rischiarata da candele sparse su profili di volumi di cubi di variagrandezza.LA PATRĂNE 93In fondo, spostato sulla quinta di sinistra, câè un trono altissimo, bianco,a cui si accede per mezzo di alcuni gradini coperti dal panno.La Padrona è una maestosa figura in nero seduta sul trono: il suo vaporosoabito lascia scoperte solo le mani, passate nella biacca, che srotolanoimplacabilmente, per tutta la durata del lavoro, un gigantescorosario dai grani argentati; anche il suo volto, inizialmente copertoda un prezioso scialle di seta drappeggiato sulla voluminosa parruccagrigio ferro, è dipinto con la biacca. Sulle gambe è poggiata una pesantecoperta scura. Ai piedi indossa impossibili coturni.Avanzata verso il proscenio, malamente nascosta da un grande vaso chevi campeggia al centro, câè Marietta. Ă una donna che ha passato laquarantina. Ha il volto imbiancato dalla biacca. Anche lei veste pannineri di modesta fattura e sulla gonna porta un grembiule bianco.Spostata verso la quinta di destra, quasi al limite del proscenio, sedutasu un cubo basso, di spalle al pubblico, sta la Figlia. Ă una figura ancoraadolescenziale, vestita interamente di bianco; la lunga capigliaturaè impigliata in una smisurata quanto preziosa sciarpa di pizzo bianco.Regge un folto fascio di rami secchi tra le mani.La voce della Radio blatera dallâinterno di uno dei cubi.Quando il sipario si apre, si ode la voce della Radio che, dopo avertrasmesso notizie di Borsa e inserti pubblicitari, annuncia lo spettacolo;dopodichè attacca un motivetto allegro:Caroselliana (parole di G. Solfato; musica di G. Tempesta).Ti amo con la persuasioneDella pubblicitĂ .Ti amo per i tuoi denti candidiPuliti e non graffiati.Ti amo per la maglieriaRifioritaE la tua biancheriaPiĂš bianca che mai.Ti amo per le morbide maniMai affaticateLe tue labbra rosso-mattoneE le ciglia finte allungate.Ti amo perchĂŠ oggi94 LA PATRĂNESei diversa da ieriNĂŠ so come saraiTuDomani!La la la (a sfumare)Al termine, si riprende con la pubblicitĂ , brevi notizie, canzonettedagli anni â30 in poi; si andrĂ avanti in questo modo per tutto ladurata del lavoro. Il volume sia discreto, tanto da non interferire conil dialogato.Nel finale la voce della radio si sovrappone al pigolio di Marietta,addormentata su uno scalino, ai piedi della Padrona.La scena dovette essere rimaneggiata sia per la laboriositĂ dellâallestimentoâ non sempre possibile, peraltro, nelle varie e improvvisate saledi rappresentazione â che per la curiosa propensione a prendere fuoco.MARIETTAPatroâ, patròne. So Mariètte dâabbĂ sce. Sta permèsse?PADRONAPuete trasiâ. TrĂ se. Kèdde jè la sègge. Ma non de nesi scènnâa la lònghâa la lònghe.MARIETTAPatrò, le tĂŹne cĂŹnghe menĂšte de tĂŹmbe? Te tèngheda dĂŹsce nu fĂ tte è velèsse nu kenzĂŹglie da vesserĂŹ.Patròna mè, stogghâangòre tottâaggetĂ te da nu sènneca me so fĂ tte stanòtte. Còme ca mâackiĂ ve sopâana scĂ le: salève, salève, non fernève mĂ , quĂ nne allâandrasĂ ttemâackiĂ ve ânanzâa na pòrte. Lâaprève etrasève jĂŹndâa na cĂ mera grĂ nna grĂ nna: grĂ aaanne!Me facève pâackiĂ mendĂ rmâattĂšrne, e vedèvecâau pòste de le frĂ bbeke, stèvene tĂ nda spèckiere.E pròbbete âmenzâa la camere, stève nâarlògge capartève da ânderre, jĂ lde jĂ lde: jĂ aalde! Me so fĂ ttepâavvecenĂ mme, pâackiĂ mendaue kiĂš mègghjeda vecĂŹne, quĂ nne da ddĂ -nâĂŹnde assève na vòsce:LA PATRĂNE 95âSono tando stĂ nghe di lavoraâ. Sembrâa lavoraâ,a lavoraâ. Finalmende, adèsse, è ârivĂ tâa ârivaâ lâoramè.â Patroâ, kèdde jève la vòsce de mĂ mme. Meh!Sò scettĂ te nâallĂšcke jĂŹndâau sènne âMĂ aamme!âMe so descetĂ te, patròna mè, jĂŹndâa nu bĂ gne desedòre. Jè da stamatĂŹne ca tâu velève meniâ a kendaâstu sènne. Pe vesserĂŹ, ce volâa dĂŹsce?PADRONAJè nu ânzegnĂ le.MARIETTANah! AxĂŹ ha dĂŹtte marĂŹdeme. Le scĂ le: 20. U spèckje:49. U arlògge: 24. 20 â 49 â 24: havevââa scequaâ nubèlle tèrne sopâa tòtte le ròte. Mah! Stasère honnââaassiâ le nĂšmere e hamââa vedeâ. Però, a dĂŹsce u vère,u mò-de-sĂ nghe non mâha passĂ te angòre. Mela sènghâ angòre jĂŹndâa le rèckje la vòsce de kèddamĂ mme ca decève: âSembrâa lavorare, sembrâalavoraâ. Finalmendâ è ârivĂ tâ a ârivaâ lâora mia!â Cevelève dĂŹsce?PADRONAQuĂ nne va câha mòrte mĂ mmete?MARIETTAVĂŹndunâ Ă nne fĂ sce au Ă nne.PADRONAMĂ mmete tâha mannĂ te nu ânzegnĂ le. (Con gestolento e studiato, la Padrona solleva lo scialle dal voltoe se lo poggia sulle spalle) CussâĂ nne nge scĂ te la pènasò au pregatòrje. Mo, pe passaâ kiĂš jĂ lde volâèssedĂŹtte na mèsse de defrĂŹshke da tè.MARIETTASu, Seppâe MarĂŹ! Sènzâau mène, sènzâau mène! Ngela fĂ zze dĂŹsce la semĂ ne ce trĂ se da dom BeppĂŹne.Comâjè? a kèdda mĂ mme!PADRONAMo, ce non dĂŹne kiĂš nĂšdde da dĂŹsce, te ne puètescĂŹâ. E kembĂšrtete bòne, ca non u vĂŹ? LâĂ neme dâuPregatòrje tâackiamèndene.96 LA PATRĂNEMARIETTASĂŹ, me nâjâha âa sciâ. KĂšdde, marĂŹdeme, mâha mannĂ tena kèdde de cĂ r-cavĂ dde. VolâackiĂ nne do brasciòne.Jè da tĂ nda tĂŹmbe ca non lâassaprĂ me. Aânze,patroâ, giĂšste ca stògghe ddò: ce tâĂ ckje quannâa nafrònze de petresĂŹne? Mo ce u accĂ tteke, tâu vènghea pertaâ ândrete.PADRONASeh, comâa la tĂ zze de zĂšckere, u beckĂŹre dâègghje,la cĂ pa dâĂ gghje, u mĂŹnze kĂŹle de pĂ neâŚMARIETTAE no, patroâ. U pĂ ne tâu velève daâ. Si stĂ te segnerĂŹca non u si velĂšte. Havessemââ a faâ, mo!PADRONAE mâhavevââa âmbrattaâ la kesciènze a pegghiĂ rmeu pĂ ne ândrète da tè? Pe fĂ tte sguarraâ de vockâangòrede kiĂš? VattĂŹnne, vaâ, kemmaâ Mariètte-cĂ pafrèshke!MARIETTAAllòre, patroâ, u tĂŹne u petresĂŹne? Ca, ce uè, sènzaândèrèsse, tâu pĂ gheke.PADRONACamine, moscue!MARIETTASi vĂŹste còme sĂŹ, segnerĂŹ? Po dĂŹsce ca so jĂŹ.PADRONAAh! KernĂštâe mazziĂ te! StĂ tte cĂŹtte, Mariètte, ca jèkiĂš mègghje. E ce tâabbesògne ngockâe còse angòre,demmĂŹue âmbrĂŹme, ca non pòzze pèrde tĂŹmbe.MARIETTANo, nĂšdde⌠asselĂšte⌠ce tâĂ ckje quĂ nnâa nâaddòrede pèpe.Non za, non pe mè ca stògghe tòtta âmbarazzĂ te devĂŹscere, ma kĂšdde, marĂŹdeme, nge piĂ sce⌠Mah!Tu, mo, trĂ se jĂŹndâau cervĂŹdde de cĂšdde. DĂŹsce ca lebrasciòne sènze dâu pèpe no nge assĂ brene de nĂšddeâŚOh, ma ce non dâu jĂ ckje non fĂ sce nĂšdde.LA PATRĂNE 97PADRONAPe fertĂšne ca tĂŹne la cĂ rne! Cossenò tâhavèvââ a daâpĂšre kèdde. Va, vattâa pĂŹgghjâ u pèpe e u petresĂŹne.U sa addò stònne.MARIETTAGrazzjâassĂ , patrò. Grazzje assĂ -assĂ -assĂ . U dĂŹgghesèmme jĂŹ a marĂŹdeme: ce non stève la patròneâŚkèddâ jè la vĂ rke de lâabbennĂ nze. Nah! AzzĂ rdatea sciâ a demannaâ nu piacèrâ a Congètte. Jè tĂ nnena scòrze! Se nâèsse sèmme decènne: âU petresĂŹne?âfĂ zze pe dĂŹsce u petresĂŹne! âNo. Mo pròbbje u sofernĂšte.â Ce te jâhââa dĂŹsce? Na tĂ zze de zĂšckere?âMmmh! U cafè nge u bevĂŹmâamĂ re.â Kèddâjè nasfessĂ te kiĂš pèsce de mè. Eppò, ce jè sciòsciue, patrònamè, ce jè sciòsciue! Jè pròbbje na descegnĂ te.Non rèsce mĂ jĂŹndâa la cĂ se. Sèmme degerènne sene va. A kèdde nge hamââa daâ papĂŹ, papò e lallĂ .PADRONAMariètte, appĂšndete la lèngua ângule. Tâu so dĂŹttetĂ nne vòlde! AcquĂ nne vĂŹne ddò, diâ kèdde ca uè evattĂŹnne. Ma non zi venènne a lavĂ rte de vòcke deCongètte, de FrangĂŹske e de tĂštte le SĂ ndere ca tevòlene ackiamendaâ. Câa mè, tĂ nne pe parlaâ a labarèse, non me ne frèke pròbbje nĂšdde.MARIETTACe ngèndre, patroâ, jĂŹ mĂ nghe ca velève faâ la reffiĂ ne!PADRONACe cèntrâe ce pondĂŹne, havââa jèsse!MARIETTAJi velève dĂŹsce ca kèdde, ce jè comâa segnerĂŹ catĂŹne kèdda cĂ se ca lĂšsce comâa nu spèckje! Nah!KĂŹdde stòrse sèmme bèlle, tèse-tèsâe âmbesemĂ te!Kidde candalĂ brje ca lĂšscene comâau stenzòrje deâmmanâa SĂ nda KiĂ re! E mo jè! Sòla-sòle, sènzena mĂ ne dâajĂšte. Ce puète mètteâ la uagnèdde defĂŹgghjete âmbaccâa nu galettòne? Kèdde jè axĂŹ fĂŹne,98 LA PATRĂNEkèdda uagnèdde! Eppò? Studièsce. Non studièsceangòre, ah, patroâ?PADRONATĂ nne pâackemenzaâ, u galettòne u sĂŹme levĂ te daâmenze ca so almène cinghâĂ nne. TĂ nne pe fernèsce,fĂŹgghjeme, allĂ ssela staâ addò sta. E tĂ nne pâakiĂšte lastòrje, non dĂŹne da sciâ a faâ le brasciòne?MARIETTAOh, Madònne! Ce me si arrekerdĂ te! Le brasciòne!SĂŹ, me ne jâhââa sciâ mo pròbbje. HjĂ rasciòne! Mace jè, fĂŹgghjete ha scennĂšte? O non ze sènde bòne esta kelquĂ te?PADRONAHa scennĂšte.MARIETTAAh! Allòre non mâjève sbagliĂ te, apprĂŹme. Jèvepròbbete jèdde, kèdde ca so vĂŹste! Pròbbete tĂ nneme so ackiĂ te adâassiâ da jĂŹndâa la cĂ se de Marterèdde.Non za? Marterèdde-la-carnarèse ca jĂ vete fĂ cceâmbrondâa la vi. So dĂŹtte: âKèddâhavââa jèsse la signoriâ.KiamĂŹ, Martereâ, ce bèdda uagnèdde ca sâhafĂ tte! Còme cĂ nge! Nu strĂ zze, ânguèddâa kèdde, lĂšscecomâau òre!â So dĂŹtte a Marterèdde: âMartereâ,kèdde sĂŹ ca jè na fèmmene ca pòte faâ pèrde la cĂ pea nu mĂ scue!âPADRONASi fernĂšte? Mo te ne pĂšte sciâ? O stâ a aspĂŹtte ca tejâhââa mètte fòre?MARIETTAEh! CrĂŹste pecenĂšnne! Ca ce so dĂŹtte, na trĂ ve defuèke? MĂ nghe ce jè bescĂŹ ca la segnorĂŹne jè pròbbeteberafĂ tte! Eppò, lâetĂ la tène! PĂŹnze ca Marterèddemâha demannĂ te: âCe stâ affedĂ te, la segnorĂŹne?âMa jĂŹ, patroâ, nge so respennĂšte: âMartereâ, uè bènea sòrete? Cèrte domĂ nde non me le si facènneâ ca jĂŹ,patrona mè, jĂŹ so mutâe so cecĂ te. Meh, mo, pròbbeme ne jâhââa sciâ, ca me so ândrattenĂšte assĂ . Me scoLAPATRĂNE 99sĂŹsce, patroâ, ma jè ca javâamòre a parlaâ ke vesserĂŹ.BonnĂŹ, patroâ, bonnĂŹ. Non me tĂŹne dâaddemannaânĂšdde, patroâ? No, ah? Meh, allòre jĂŹ me ne vòke.PADRONADĂŹmme nu muèrse, marĂŹtte stâa fatĂŹke?MARIETTAMarĂŹdeme? E ce ngèndre mo, marĂŹdeme?PADRONAMarĂŹtte, sĂŹ, marĂŹtte. Stâa fatike?MARIETTAS⌠sĂŹ!PADRONAE cra? Pure cra havââa sciâ a fadegaâ?MARIETTASĂ cce, patroâ! Me pĂ re de no⌠ma po, sa comâjè?Potâassiâ ngockâe còse da beshcuaâ, havââa jèsse fèsseca se lâhavââa faâ sfesciâ? Ma ce jè, patroâ, te sèrve asegnerĂŹ, patroâ? Ca ce te sèrvâ a segnerĂŹ, nge dĂŹggheca spezzĂ te de gĂ mme havââa meniâ. Ih, CrĂŹste, avesserĂŹ? Manghâa dĂŹsceue!PADRONANo, na fessarĂŹ: quĂ nne me mètte nu stèzze de mĂ rmea lâaldèzze de kèdda frĂ bbeke ddĂ . Me sèrvenâĂ lda mènzolètte. Po mâhavèssââa sdregaâ u tauatĂŹdde,ca jâhââa faâ nu muèrse de lĂ rghe. Stònne daspostaâ cĂ sce, shcĂ due⌠DdĂ , asselĂšte nu mĂ scue upòte faâ cĂšdde servĂŹzzje.MARIETTAE sĂŹ! QuĂ nne nu mĂ scue nge vòle, nge vòle!PADRONAMh! QuĂ nne nge vòle, nge vòle. Te nâavvĂŹrtequannâarremĂ ne sòla-sòle a mannaâ la vĂ rca ânĂ nzeâŚe pe sciònde, tĂŹne pĂšre na fĂŹgghje apprĂŹsse, cate dĂ mĂŹlle penzĂŹre.MARIETTAAh, kĂŹdde fĂŹgghje, le grattamĂŹnde de cĂ pe ca tedònne! Ne sĂ cceke ngòckâe còse jĂŹ, patròna mè, pe100 LA PATRĂNEquĂ nne ne pĂ ssekâapprĂŹssâa kiddâe quĂ tte muèrvĂšseca tènghâ a cĂ se. Ma pe fertĂšne câa mè so mascuetĂŹdde,e, grazzjâa DĂŹ, mo ce mâarrĂŹvenâa lâetĂ , le mèttekâa petteâ e me pòrtene la semĂ ne. Nu muèrsa-muèrsekiĂš mègghje hamââa staâ. Ca po, kèdde ca vòlene faâ,facèssere. MĂ nghe so le fĂŹle fèmmene! Le mĂ mmerede le fĂŹle fèmmene sâhonnââa grattaâ la rĂšgne, joscea la dĂŹ! Oh, scosĂŹsce, patroâ! TâhavĂŹssââa penzaâ ca soparlĂ te axĂŹ pe vesserĂŹ. Kèdda lèngue mè, tagghiĂ tevolâèsse! E mo jè, pe quĂ nna vòlde mâu si dĂŹtte segnerĂŹ!E puramènde canĂ dema grĂ nne, patroâ, cakèdde jè na sĂ nda crestiĂ ne comâa vesserĂŹ. Kèdde,canĂ deme, mâu dĂŹsce sèmme: âMarieâ, âmbĂ rete kiĂšprudènde, Marieâ! âMbĂ rete kiĂš prudènde!â Ma cenge pòzze faâ jĂŹ ce so axĂŹ? Ce nge pòzze faâ? NĂšdde!PADRONAFèttivamènde, nu muèrsa-muèrse sprudènde si. Mabesògna recanòsce câacquĂ nnâjè giĂšste jè giĂšste. Jèvère ca uâanòre sâu honnââ a kestediâ de kiĂš le mĂ mmerede le fĂŹgghje fèmmene.MARIETTANah! E po non dâhavââa kenzuaâ u còre asselĂšte asendĂŹllâa parlaâ! U dĂŹgghe sèmmâa marĂŹdeme: âKèddapatrònâ jè na sĂ nde. Na sĂ nde de sopâau aldĂ re!Comâjè asĂ ttâa dĂŹsce nu fĂ tte! Tâu revòlde da sĂšse,da sòtteâe dâau cuèste. Pe tòtte còse te dĂŹsce malâebène. E mo jè, patroâ, pĂšre jĂŹdde, marĂŹdeme, se pòtedĂŹsce ca mâu repète quasâognâe di: âMarieâ, tu ha dadaâ adènzâ a la patròne, ca kèdde jè kiĂš pèsce de namĂ mme pe tè.â Ah, la mĂ mma mè! le bèlle conzĂŹglieca me sapève daâ. âMarieâ, fĂŹgghje, âmbĂ rete:jĂŹndâa la vĂŹte fa malâ e pĂŹnzece, fa benâe scĂšrdete. Ea ce te fĂ sce u bène ha da jèsse sèmme grĂ te.â E jĂŹ,patroâ, jĂŹ hĂ gghjââa jèsse sgrĂ te ke vesserĂŹ? Ke tuttâubène ca me si fĂ tte? Nooo! Tâu hĂ gghjââa disce. Nonmâu pòzze teneâ pe mè cĂšsse kiangòne âmenzâaustòmeke! Tâu hagghjââa disce. Meh, patroâ, u fĂ tteLA PATRĂNE 101jè cĂšsse. Ha seccĂŹsse ca na vòlde, Ă nze no⌠mo camâarrecòrdeke bèlle-bèlle, ha state kiĂš de na vòlde,me so ackiĂ tâaxĂŹ, manghâa fĂ uâ appòste, ca jĂŹ aggerĂ vedâau spĂšnde e fĂŹgghjete ascennève da na mĂ gghene.PADRONAMeh, cussâjè tuttâu fĂ tte? E ce sta de mĂ le? Percènon petève jèsse na kembĂ gne?MARIETTASĂŹ, axĂŹ penzĂ bbe jĂŹ. Po, facĂŹbbe pâammenaâ u èckjee vedĂŹbbe ca jève pròbbete nu mĂ scue. Nu mĂ scue,patròna mè, nu mĂ scue! Non za? jĂšne de kĂŹdde case jĂšsene mo? Ke le capĂŹdde lènghe, la vĂ rva âmbĂ cceâŚânzòmme, nu mĂ scue.PADRONAE addò si dĂŹtte câhavèsse seccĂŹsse stu fĂ tte?MARIETTAPròbbete dretâau spĂšnde, patroâ. Ah, ma jĂŹ la prĂŹmavòlde penzĂ bbe: kèdde, la segnorĂŹne, fòrse, nonzâha sendĂšte bòne e sâha fattâackembagnaâ. âMbèscepo, la di-a dòppe, mâackiĂ bbâacquĂ nne la segnorĂŹnesalève jĂŹndâa la mĂ gghene.PADRONACòme venâa jèsse: âsalèveâ?MARIETTASĂŹ, patroâ; la segnorĂŹne arrevò au spĂšnde e ddĂ giĂ stèvâ affermĂ te la stèssa mĂ gghene de la dĂŹ apprĂŹme,e la segnorĂŹne salĂŹ: ânghianò. U fĂŹgghje de Marterèddemâha ditte ca kĂŹdde mĂ gghene se kiĂ mene Pubè,patroâ; ròsse jè, patroâ. Na sfaccĂŹme de mĂ gghenaròsse, lònghe, ma lònghe, patrona mè, quannâajòscâe cra. Pubè. Ah, ma jĂŹ penzĂ bbe: âFòrse, kèddehavââa jèsse lendĂ ne addò va la segnorĂŹne, e allòrela vènenâ a pegghiaâ.â âMa tĂ nne ca la vènenâapegghiaâ da dretâau spĂšnde,â giustamènde ha dĂŹttesòreme, ânon la pòtene meniâ a pegghiaâ abbĂ sce aupertòne? Ah?â102 LA PATRĂNEPADRONAE acquĂ nne la tĂŹne vĂŹste la prĂŹma vòlde?MARIETTAAspiâ, fammâarrekerdaâ bèlle-bèlle: allòre⌠havââajèsse stĂ te⌠oh, mĂ nghe ca mâarrecòrdeke! Me fĂ scena rĂ gge! Aspiâ, fĂ mme sprème. Jòsce ce cosâjè?SĂ bbete. Meh, stu fĂ tte va ânĂ nze da meccredĂŹ. SĂŹpatroâ, da meccredĂŹ de la semĂ ne passĂ te, da kèddeca ne sĂ cce jĂŹ, patròna mè. Po, tu me canĂšsce a mè:jĂŹ so jĂšne ca se fĂ sce le kĂŹdde su; pedènne pòzzetestemeniaâ selĂšte kèdde ca so vĂŹste jĂŹ, ke lâèckje mĂŹ.Ce me ândèrèsse a mè de kèdde ca dĂŹscene RosèttelâackiĂ le,LĂŹne-du-pĂ ne e Kestanze-la-cemmerĂšte!CrestiĂ ne so kĂŹdde? Stònne sèmmâa ceramaâ e tĂ gghiene,e tĂ gghiene. No, no, jĂŹ ke cèrte personĂ ggenon tènghe nĂšddâa ce spĂ rte. Vattiâ, va. Ce sĂŹtevenĂ le! SciĂ tâa cacaâ au larghe. Nu mèse e du mĂŹsehavââa jèsse! Bum! FacĂŹme seâ mĂŹse e non ze ne pĂ rlekiĂš. Ce jè tĂštte stu rĂšscete sopâau cĂšnde de kèddabèlla crestiĂ ne de la segnorĂŹne? No nge vòle nĂšddea febbiĂ rte na crĂŹteke! E ce te lâallève kiĂš? Po, nonu velĂŹte fa pe jèdde, facĂŹtue pe kèdda sĂ nda crestiĂ nede la mĂ mme. PĂŹcke-pĂŹcke nge havèssââa ârevaâa la rèckje, meh, ce la velĂŹte fa meriâ de crèpacòre?Ca na mĂ mmè jè, kèdda poverèdde! Noo, patronamè, hònne sciĂšte bòne! se nâhònne sciĂšte cĂ reghede marĂ vigghje. âNdĂ dènzâ a le mĂ le lèngue, patroâ:còme me si âmbarĂ te, segnerĂŹ? âLa lingua non ciha lâosso e rombe lâosso.â Sèmme mâu arrecòrdeke.âNdĂ deâ: ha stĂ te meccredĂŹ de la semĂ na passĂ te.SĂŹ, meccredĂŹ, percè, tâarrecĂšrde? pe mettâa còsce lefĂ ve, segnerĂŹ me âmbrestĂ ste cĂšdde bèlle beckjerĂŹnedâègghje. A propòsete: tâu jâannĂšsce. SĂŹ, meccredĂŹ.PADRONAE tĂštte le di?MARIETTATutte le di.LA PATRĂNE 103PADRONAPĂšre stamatĂŹne?MARIETTAPĂšre stamatĂŹne e purâjòsce-a-la-di.(Pausa)PADRONAVĂŹte, Marieâ, ca so le sĂŠ, e le brasciòne vòlene tĂŹmbepe kecenaâ.MARIETTASĂŹ, Madoâ! Ha fĂ tte pròbbje tĂ rde. CĂšdde, marĂŹdeme,mâha mannĂ tâa dĂŹsce ca pe le nòve havââameniâ. Meh, patroâ, jĂŹ mo me ne vòke. E grĂ zzje pâupetresĂŹne e pâu pèpe. AcquĂ nnâjè cra, te le pòrtekeândrète. Ah! po, kiĂš tĂ rde te manghâa daâ la respòstede marĂŹdeme pâu uagnòne de fĂŹgghjeme. Cosenò,vègghe ce fĂ zze nu zĂšmbe jĂŹ stèsse. PezzĂŹnghâaquĂ nne stâa kemmĂ nne⌠Meh, mo me ne vòke.Patroâ, stâarrĂŹve la segnorĂŹne ke nu sòrte de mĂ zzede fiĂšre! Ehi! JĂ cque âmmocke, mâarricomĂ nde,mâhavĂŹsse faâ ackiaâ âmenze a nu uĂ : ca jĂŹ non zo dĂŹttenĂšdde, ah? Buona sère, segnoriâ. Ce belle mĂ zze!Ah! La primavera, fior di giovendĂš! Lâaria frèshke ele frèshke frĂ ske, viĂ tâa ci se le gòte! So frĂŹshke so,segnoriâ? Ce addòrene! Ah! La cambĂ gne, ce bèllefrĂštte dĂ !PADRONASalutĂ menge, Marieâ.MARIETTABuonasera, patroâ. Buonasera, signorina!(Marietta va a collocarsi dietro la colonna, da dove spiatutta la scena che segue, tra madre e figlia.Entra la Figlia, salendo la scalinata, dal pubblico.Ă una donna adulta, di etĂ indefinita. Potrebbe indossareun impermeabile chiaro. In un allestimento in un teatroallâitaliana, si fermerebbe sul proscenio. Un velario la isoladalla scena)104 LA PATRĂNEFIGLIAFu a questo punto che io entrai in casa. Sono,o dovrei dire, ero la figlia della padrona. Avevoventâanni a quel tempo ed ero al primo anno di filosofia.Salutai: âBuona sera, Marietta! ciao, mammina!âe, se ricordo bene, e non poteva essere altrimenti,presi a recitare la mia tiritera serale, unapappardella interminabile senza capo nĂŠ coda, unacosa detta cosĂŹ, tanto per riempire il nostro sanosilenzio serale.âBuona sera, Marietta! ciao, mammina! Dio, chepomeriggio! Una lezione a dir poco spossante.Devo giĂ apparecchiare per la cena?⌠câè nienteda bere? Vado un attimo di lĂ a rinfrescarmi. UffĂ !Non sai piĂš come vestirti di questi tempi, un giornoè fresco un altro è caldo da morire. Oggi, peresempio, si soffocava. A proposito, mamma, ricordatidi tirar giĂš un poâ di roba leggera, al piĂš presto.Ma è possibile che non ci sia niente da bere inquesta casa? Dio, che pazzi! Sapessi che putiferio èsuccesso oggi in aula. Durante la lezione di esteticasono entrati dei tali ed hanno cominciato a fischiarea tutto spiano il professore. A proposito, mamma,vedessi che schianto! Ma forse, piĂš che bello è affascinante.Non ti nascondo che talvolta mi interessapiĂš lui che la sua filosofia. Ah, ah, ah! Non saraimica scandalizzata eh, mammona? Mi pare di averteneparlato altre volte. Ha un che nel portamentoche mi ricorda il povero papĂ , per quel che possoricordare di lui, naturalmente. Ma, giĂ , che dicevo?Ah, sĂŹ, quei cretini! Hanno cominciato a gridare:âFuori, fuori, sgombrate, lasciatelo solo il fascista.âUn gruppo di ragazzi del nostro corso capeggiatida Linda, sai la De Pisis, te lâho presentata unavolta, quella tutte mossettine; beh, lei. Ha reagitoabbastanza vivacemente, a dir poco! Insomma, unapescivendola! E mi scuso con le signore del settoLAPATRĂNE 105re. Poi le son venuti dietro altri del suo gruppo. Ilprofessore, povero diavolo, era uno straccio, pallidoda fare una pena! Ti dirò, mammina, io non è checi abbia capito un granchè in tutta questa storia, mami sembrava che torto e ragione fossero distribuitiequamente tra le due parti. Ma quella Linda! Gliocchi le erano venuti cosĂŹ verdi da sembrare gialli,sbarrati che sembrava le volessero uscire dalle orbite;i capelli scarmigliati: una strega, insomma! Poiqualcuno le ha gridato:âEhi, regina, câè un postolibero al mercato!â E tutti giĂš a ridere. Beh, dopotutto,la cosa mi ha messo di buon umore. (Canticchia)Magari poi, mamma, piĂš tardi esco, vado daPatrizia, cosĂŹ, giusto per tenermi informata di tuttala faccenda. Non ti dispiacerĂ mica se non ti dò unamano a riordinare in cucina?Eppure, rieccomi qui, ventâanni, trentâanni annidopo, un secolo fa, unâaltra vita, a ripercorrere glistessi sentieri della mente, a chiedermi ancora unavolta se sono i sogni a cristallizzarci o siamo noistessi che vogliamo cristallizzarci nel sogno.PADRONAE poi?FIGLIAE pòi còsa?PADRONAQuando sei uscita dallâUniversitĂ , che hai fatto?FIGLIAMah, sono venuta qui, no?(Pausa)E tu, che hai preparato oggi di buono?PADRONACĂ rne de diĂ ue cu fèle e fèghete shcattĂ te! E mo uackenzĂ me pĂšre cu bròte rĂšsse, ce non scĂŹtte u velènemo stèsse. Mo mâha da dĂŹsce tuttâu fĂ tte. Salâescènne da lâautomòbbele! Se fĂ sce ackembagnaâ auspĂšnde! Comâa la prĂŹma zòckene de jĂŹndâa BĂ re.106 LA PATRĂNEDesgraziĂ te! ha da faâ sguarraâ de vòcke le pĂšrce, lemagnòtte de crestiane, ca jĂŹ, a kĂŹdde, sottâa la pòndedâu pète le scĂ zzeke. Mo si arrrevĂ te âmmockâa levarvĂŹre. U anòre mĂŹ mâu so sapĂšte astepaâ, e me sosapĂšte faâ respettaâ da tĂštte quĂ nne, da tĂštte quĂ nne,pĂšre sènza la bonĂ neme dâattĂ nedâapprĂŹsse. DatĂštte quĂ nne. MĂ nesciĂšne ha petĂšte disce âAâsopâau cĂšnde de la Patròne. E mo, ha da meniâ tue mâha da desgradaâ axĂŹ? Mâha da faâ sendiâ u vèrbengĂ re?MannĂ gghjâa quĂ nne fu la malannĂ te e ulattâ amĂ re ca te dĂŹbbe! Ma jĂŹ apprĂŹme te tĂŹreke ucannarĂŹle da ângĂ nne! pe tĂ nne jè u amòre, pe tĂ nnejè lâòddje. JĂŹ tâaccĂŹgghe, tâaccĂŹgghe, jĂŹ.FIGLIAEh giĂ ! Avevano giĂ trasmesso il gazzettino del popoloe lei, al solito, la mamma, la Padrona, avevafatto presto a tirare le sue conclusioni. (Alla madre)Che pòi sono soltanto tue. Ma tantâè! Mâhai alleviatadâun compito che, francamente, mi pesava.PADRONANon zi parlĂ nne axĂŹ, ah! Non zi parlĂ nne axĂŹ ke mè.HjĂ tèrte, stĂ tte cĂŹtte, abbĂ sce u cuèdde e ammuzzĂŹsce,ce senò tu, la scernĂ ta sĂ nde de jòsce, non lafernĂŹsce. Ce te crĂŹte, ca pĂ rle allâimbĂšlite e jĂŹ nontâaccapĂŹsceke? ArrecĂšrdete ca si assĂšte da jĂŹndâa leândrame mè. Tu me vuè faâ crepaâ u còre, a mè.Tu vuè la mòrta mè! Ma mĂ nghe pe nu memènde,jĂŹ dĂŹgghe, mĂ nghe pe nu memènde tâha passĂ tepe kèdda cĂ pa mĂ tte ca tĂŹne, ca la gènde te petèvevedeâ? Non u sa ca tòtte lâòckiere stonnâappendĂ tesopâa nĂš, e la gènde fĂ sce sĂšbbete a sparlaâ?FIGLIACâeravamo, dunque: la gente! Dovevo immaginarlo:la gente, la gente, la gente, la gente! Ti ha sempreossessionato la gente, e vorresti che ossessionasseanche me. Ma sai che ti dico, mamma? Io mene fotto della tua gente. La mia vita è mia, e me laLA PATRĂNE 107gioco come meglio credo. (A se stessa, al pubblico cheinclude anche sua madre) Ma quale vita, mamma,quale vita? Ah, mamma, mamma! Ci sarĂ mai paceper noi? Ci sarĂ mai pace per una come me? Io soche câè unâaltra vita che preme al di lĂ di quella cheesprimiamo, tu, Marietta, io; anche qui, stasera,tutta questa vita davanti a noi. Ma come ghermirla?Come rendere vera la mia vita per parlare autenticamentedi quella vita? Sto qui, intrappolata dalleparole mandate a memoria, dal gioco a incastro delleemozioni, del ruolo accettato passivamente, marcandocostantemente assenza. Tu, personaggio dacommedia. Marietta, personaggio da commedia. Iostessa, personaggio da commedia per un pubblicodivertito e pagante. Ă questa luciditĂ , mamma, cherende la mia colpa piĂš grande della tua, e mi relegaa un ruolo minore nella vostra commedia. Sto dinuovo parlando da sola nella mia simil-tragedia. Eintanto la vita va.PADRONASĂŹ, comâa na puttĂ ne, te la sta sciĂške la vĂŹta tò.QuĂ nne te venâuâaggĂŹgghje, vâa cakâau lĂ rghe, e noca me lâha da meniâ a faâ sottâau mĂšsse.(Si solleva il velario e la figlia si addentra sul palcoscenico)FIGLIAIn altri termini mi stai consigliando di farla, sĂŹ, laputtana, ma senza che nè tu, nè la tua gente sappiateufficialmente nulla. Congratulazioni!PADRONAFernĂŹscele, fernĂŹscele! Me sènghe dâassiâ mĂ tte. Mesènghe dâassiâ mĂ tte. Ci u havèvââa dĂŹsce? La fĂŹgghjamè. La fĂŹgghja mè. Te so cresciĂšte jĂŹndâa la vammĂ sce,cu respètte e cu temòre de DdĂŹ. (Barcolla, coltada malore. Cerca un sostegno) Madònne, ce me sènghebrĂštte! Madònne, ajĂšdeme tu! Còre de GesĂš,SandâAndònje, SĂ nda Rita mè, JĂ neme sĂ nde dâuPregatòrje, facĂŹdeme vĂš la grĂ zzje!108 LA PATRĂNEMARIETTA (Facendo conto di entrare)Sta permèsse? Patroâ, scosĂŹsce, mĂ nghe ce tâackiĂ sseâŚiiiiiih!FIGLIAUh, ma guarda che coincidenza! come capiti bene aproposito. Vieni, vieni.MARIETTACrĂŹste pecenĂšnne. Ce ha state, patroâ? Non te sĂŹndebòne? Madònne, ce brĂštta cère! CĂšrre, cĂšrre, assĂŹdetâala sègge. Camiâ, camiâ, appĂšggetâ a mè. (Lasostiene) Segnoriâ, jĂŹgne nu bacĂŹle dâĂ cqua frèshke,fĂšsce! E non de ne stĂ nne comâa nu cazzâallâallĂŹrteâmenzâa la cĂ mere. Dòppe tĂšttâu uĂ ca nge staâa fĂ scepassaâ a mĂ mmete! addò u tĂŹne u còre?PADRONAU ha lassĂ te âmenzâa la vĂŹ.MARIETTACe uè faâ, patrò, ce uè faâ! AuĂ nde, bĂŹve, bĂŹve. Souagnèdde, ca so uagnèdde! NĂ , bĂŹve. SegnerĂŹ po,comâha da jèsse, Madonne! BĂŹve, patroâ, bĂŹve. Pena scemetĂšdene tâanaldarĂŹsce tòtta quĂ nde. Ce tâufĂ sce faâ? Tirâa cambaâ. BĂŹve, bĂŹve. Se capĂŹsce ca mo,le uagnèdde, so totte cĂ pere mĂ tte: jĂšnâallĂ ssenâe uĂ lde pĂŹgghiene, ca jĂšnâallĂ ssenâe u Ă lde pĂŹgghiene.BĂŹve, patroâ, bĂŹve. Eppò, vabbuâ⌠decĂŹme mo,mo, ma ci? Nge le sĂŹme skerdĂ te le tĂŹmbe nèste?AuĂ nde, bĂŹve. Ca u stèsse nĂš, quĂ nne ne sĂŹme sciĂštefacènnâallâannaskennĂšte de mĂ mme e tatĂ . Ce kiĂš,ce mène, tĂštte nge hĂ me passĂ te. BĂŹve, patroâ, bĂŹve.Jè ca mo le fanno piĂš allâapèrte, âmenzâa le lòghere.Quellâè la brutta còse! BĂŹve, bĂŹve patroâ. Allòre, lagènde vète⌠e ce uè faâ, patroâ, ce uè faâ? Gli occhisoâ fatti pe vedere e la bocca pe parlare. BĂŹve, bĂŹve.Te stâa sĂŹnde kiĂš mègghje, mo? Si bevĂšte?FIGLIA (A Marietta)Ma, dimmi una cosa: a che miri? che ti proponi diottenere?LA PATRĂNE 109MARIETTASegnoriâ, pe prĂŹma còse, jĂŹ me so fĂ tte daâ la paròleda mĂ mmete, la qui prèsènde, ca non dâhavèvââadĂŹsce nĂšdde. Jè vère, patroâ? Eppò, mettĂŹme londanamèndeca nge u havèsse dĂŹtte jÏ⌠mettĂŹmue,va buâ. SciĂ me ânanze. Non jè mègghje ca mĂ mmeteu sĂ pe? DĂŹ tu, dĂŹ. Te potâarrecapetaâ ângòckâecòse. Ce ne sapĂŹme nĂš ce crestiĂ ne jè cĂšsse? Ce uha vĂŹste mĂ , apprĂŹme? Ce u canòsce, dĂŹ? Ngi u sipresendĂ te? Non jè giĂšste, patroâ? Eppò, axĂŹ se fĂ scenu madremònnje? U sa ce cosâjè a teneâ nu mĂ scueapprĂŹsse? TâhavĂŹssââa penzaâ ca jè asselĂšte u bacèttâela kiandèdde! Kissâòmmene de mo non za kiĂš comâackendendĂ lle.E le pĂŹgghje de cĂ pe e te sfĂšscenede cĂšle, e lâauĂ nde de cĂšle e te sfĂšscene de cĂ peâŚEppò⌠ke tòtta kèdda stòppe de capĂŹdde⌠pâubène de vesserĂŹ jĂŹ u so fĂ tte, ca u so fĂ tte.FIGLIAMagari dovrei anche ringraziarla!E tu, mamma, permetterai che questa sciaguratacontinui ad insultarmi cosĂŹ, in casa nostra?MARIETTAMa sĂŹndele, sĂŹndele. âMmockâa la bòna fĂŹgghje! DĂŹscebuène sòreme: âKèddâjè comâau mòneke, kiamèndeânderrâe fasce pertòsere.â âNdĂ nde, ce nonmâhavessâackiĂ te jĂŹ, dretâa la pòrte, lâhavĂŹsse lassĂ tâacrepaâ sopâa na sègge. E sènza kescènze ândĂštte ha dajèsse, ca, dopotĂštte, na pòvera vèckje jè! Mo se fĂ scele scrĂšbbue du vaccĂ re e la sĂ pe chiamaâ âmĂ mmeâ!bruègnetâa kèdda facce. VĂ llâa nascònnâjĂŹndâau prĂŹse.Tu, tu mâha da dĂŹsce sciaurĂ tâa mè? Tu? Col tuopassĂ te, presèndâe futĂšre?FIGLIAAllora, mamma, esigo una risposta da te, immediatamente,oppure⌠o fuori lei o fuori io.PADRONAAkiĂšte, akiĂšte kèdda vòcke de rĂ sce. Kèdda lènguete le jâhââa torceâ.110 LA PATRĂNEFIGLIAIo? Io devo smetterla? Ma smettetela voi due piuttosto!Basta, basta! Basta con te, con questa casa,con questa donna! Basta!PADRONA (Ormai sul punto di crollare)Marieâ, la si sendĂšte lâarrogĂ nze ca tène? La si sendĂšte,Marieâ? E ce te crĂŹte ca jè còse de jòsce asselĂšte?MARIETTANo?PADRONAHa stĂ te sèmmâaxĂŹ.MARIETTAE nĂš ca non ne sapèmme nĂšdde!PADRONADe kiĂš nge so dĂ te, e kèdde de kiĂš ha drezzĂ tâucuèdde, comâau vĂŹcce.E ackemĂšgghje jòsce, e ackemĂšgghje cra⌠no ngela fĂ zze kiĂš, Mariètta mè, apprĂŹssâa kèsse. Non meso petĂšte mĂ sfuaâ ke nesciĂšne. U prĂŹse sta kĂŹne,kĂŹne, kĂŹne. Velève pĂ gghje pe cĂŹnde cavĂ dde.MARIETTADĂŹ a mè, patroâ, dĂŹ tuttâa mè. SfuĂŹscete, dĂŹ a Marièttatò.PADRONASèmme pe salvaâ la fĂ cce, pe salvaâ u anòre. U stòmekeu tènghâabbettĂ te, agnĂšte, Mariètte. Mâuvelèsse svacaâ.MARIETTADĂŹ, patroâ, dĂŹ.PADRONAVelèsse scettaâ tuttâu fèle ca mâha ârevĂ te âmmòckee mâha âmaresciĂšte tòtta quĂ nne, Marietta mè.SĂŹmâarrevĂ tâau pĂšnde ca jĂŹ dĂŹgghâĂ gghje e kèdderespònne fragĂ gghje. Le lèngue sâhònne ândreccegghiĂ tâassĂ ,Marieâ, e no nge accapiscĂŹme kiĂš, kiĂš,kiĂš, kiĂš, kiĂš! ApprĂŹme u cunzâe-rĂšsse, po la tèndueLA PATRĂNE 111pe lâògne, u gnòre sopâa lâòckiere, u cĂ lgestrĂšzzeâmbacce⌠E comâjè a la mĂ mma tò⌠kĂŹsse còse sefĂ scene? Kèdda gonnâaxĂŹ còrte, tòtte la gĂ mmere dafòre. E ackemĂšgghjete, ackemĂšgghjete!MARIETTAAckemĂšgghjete, ackemĂšgghjetePADRONAE sa kèdde ce me respònne? âMa ti sei guardataindorno, mamma? Esci un bò! Renditi condo chenon stiamo piĂš nel secolo scorso. Mamma, svegliati!âAxĂŹ. A mè. A la mĂ mma sò.MARIETTAIh! AxĂŹ, a la mĂ mma sò?FIGLIAE tu, invece, hai preferito continuare a dormire sottola tue innumerevoli coperte che tâhanno sempreimpedito di guardarmi realmente, mamma, – dico:realmente -, per quel che sono. Ti sei compiaciutanella tua parte di padrona e pretendevi di farlo anchecon me.PADRONAUn giorno sarai tu la padrona di tutto questo.FIGLIAAh, no! No, grazie. Non ho voglia di finire come te.Ma sĂŹ, a conti fatti, forse invidio il tuo senso dellâonore,della gente: ti hanno dato uno scopo. Ma non haivoluto capire che per me erano troppo falsi, li rifiutavo.E tu, cosa hai fatto per aiutarmi a trovare altre soluzioni?Che hai fatto, mamma? Dici che non ci comprendiamopiĂš. Ma certo, mamma. Ă cosĂŹ. Ciascunoparla per conto proprio. Ma quante volte ho tentatodi dirti di me, dei miei turbamenti⌠delle mie gioie.E tu, invece, mi imponevi i tuoi silenzi, le tue finzioni.Tu sei la padrona e bisogna presentare agli occhidel mondo una scena da padrona, anche se i tendaggisono stracci e gli arredi tavole tarlate. Mi hai inariditae confusa ogni giorno di piĂš. Tu! Ermeticamente112 LA PATRĂNEchiusa in questa cassaforte di onori e pettegolezzi.Questa casa! Questa maledettissima casa! Questo gusciodi altarini dal quale hai creduto, e lo credi ancora,di poter liberamente pontificare. Ed io, giĂš, a dirmi:âChe importa! Tu sei la piĂš giovane! Devi sopportare!Devi adattarti! Un poâ per volta cambierĂ , lâabituerai,le parlerai.â Macchè! Macchè! Rimarrai per sempresoltanto una oscura pettegola di periferia. Tu e la tueconnivenze! Discorsi nuovi? Quali discorsi nuovi potraimai capire, tu? Al massimo afferri le coglionate diquesta donna! E lei lo sa che è cosĂŹ, e se ne serve. E tunon tremi ancora, mamma, padrona? Fino a quandoriuscirai a tenerla a bada?MARIETTASignoriâ, stĂ tte cĂŹtte! Uè bènâ a tĂštte le muèrte catĂŹne? VĂŹte mĂ mmete come sta! Ce la uè, pròbbe faâmeriâ de crèpacòre? La uè pròbbe vedeâ strenguĂ te?e ce còse!FIGLIAAncora qui, tu. Ancora con i tuoi giochetti. E dĂ i,esci una buona volta allo scoperto! Smettila di tramarenellâombra. Riprenditi la tua dignitĂ .Ă tempo che le scoperchiamo le nostre lucidissimepentole! E la puzza, cara comare, appartiene anchea te.(Al pubblico) E quella volta la mamma dovette ascoltarmi,se è vero che mi impose il silenzio, terrorizzata.(Alla padrona) Allora, mamma è bene che tu sappiatutto. E voglio dire tutto quello che questa donnanon ha potuto nĂŠ vedere, nĂŠ riferirti. SĂŹ! Sono stataa letto col mio uomo e di sicuro non era il primo.MARIETTABrutta lorde! Mo ce u sĂ pene lâĂ lde!PADRONA (Si nasconde il viso tra le mani)No! StĂ tte cĂŹtte!FIGLIAPuoi star certa che non ho ricordi.LA PATRĂNE 113MARIETTAPure! BrĂštta fĂ cce de skemenecĂ te!FIGLIANon chiedermi perchĂŠ lâho fatto, sarebbe troppolungo da spiegarti, e tu non capiresti mai.(Al pubblico) CosĂŹ dissi – o qualcosa di simile – e me neandai. Al diavolo la sua ipocrisia. Dovevo andare,ricominciando dal bisogno di sinceritĂ che, solo,può salvarmi. CosĂŹ mi dicevo a quel tempo.Ma quale sinceritĂ ? La mia sequela di errori, mamma,comincia da te. Dallo specchio deformato chemi hai voluto rimandare di te, della tua immagine.Una madre ricca, potente, forte, inespugnabile. Edove erano le tue delusioni, le tue frustrazioni, letue gioie segrete, le tue debolezze? Dove, il tuo bisognodâaiuto? Ă di questo che avevo bisogno io.Eppure la tua fragilitĂ era lĂŹ: chiara, palpabile. Latua fragilitĂ era, è, proprio nel tuo ambiguo sognodi gloria. Ma tu sei abile. Ci hai abituato a fingeredi non vedere. Con i tuoi gioielli, il tuo benessere, ituoi santini, le tue madonne, i tuoi ricatti affettivi,ci abbagli, ci narcotizzi, ci addormenti. E lâabitudinealla finzione diventa la nostra vita.La mia conoscenza. La mia inutile conoscenza.Corsi in lungo e in largo nel ventre tondo della cittĂ ,divorai strade e luoghi spazzati da un vento crudele,sotto un cielo cupo e muto come un fondaledipinto. CosĂŹ è stato per anni, per secoli. I fiumi deltempo hanno scavato rughe profonde nel mio corpo.Ora, tutto quello sciamare di vita intorno erastanco e ripetitivo. Infine ho capito, se non quelloche câera da capire, almeno quello che mi era datodi capire. La marginalitĂ della mia esistenza non sarebbemai potuta andare piĂš in lĂ di tanto: sonosolo un personaggio nello sviluppo dellâazione. Ciascunoil suo ruolo, ancora e ancora, sino alla fine.Lascerò che il rito si consumi ancora una volta. Io114 LA PATRĂNEresterò spettatrice consapevole e incapace di agire,persino con me stessa.Forse, intuisco cosa andrebbe fatto, ma non sonostata concepita per farlo. Ciascuno il suo ruolo.Sino alla fine. La mia inutile conoscenza. Non miè dato neppure di sapere se sono in grado di farlo.Continuo a ripetermi che è solo lâostinazione a volercapire cosa ci è successo veramente che ci può salvare.Eâil pensiero, mamma, è il pensiero che riscattala miseria delle maschere che indossiamo? Intantome ne sto qui, con le mie angosce, le mie paure, imiei pregiudizi, i miei rancori, la mia inutile conoscenza.Come posso attraversare la vita se noncapisco quello che anche il mio corpo può capire?Mi vorrei concreta, palpitante, dissipata â persino- per reinventarmi nellâinnocenza sempre. CosĂŹ mivorrei, nella mia inutile conoscenza. (Esce)PADRONAMarieâ, se nâha sciĂšte? Adavère se nâha sciĂšte, Marieâ?FĂŹgghja mè! Me sènghe brĂštte, Marièâ⌠udottòre. FĂŹgghjeme⌠kiĂ mele⌠la perdòneke. StâasĂ le? Addò se nâhavââa sciâ sòla-sòle⌠u munnâjèbrĂštte⌠jĂŹ la velève protègge⌠AcquĂ nnâaprĂŹ lapòrte, sòla-sòle, la prĂŹma vòlde⌠u còre me zembòda âmbĂŹtte⌠comâa mo⌠Marieâ, pĂŹgghje le gòcce,sopâau comò⌠Marièâ⌠ce stâaspĂŹtte? MarieââŚMarieâ⌠jĂŹ stogghâa meriâ, ajĂšdeme!MARIETTAE ce jĂŹ non de velèsse ajetaâ? Ah? Ce seccète, ce jĂŹ,mo, non de velèsse ajetaâ?PADRONAMarieâ, Marieâ le gòcce⌠sopâau comò. Marieâ, mace te sĂŹnde? Le gòcce, Marièâ.MARIETTAE te le jâhââa pegghiaâ jĂŹ, le gòcce? Sopâa ce lĂŹbbresta scrĂŹtte ca te le jâhââa pegghiaâ jÏ⌠le gòcce, ah?kiĂ me, kiĂ mâ a la cocòtte de fĂŹgghjete e au kembĂ re.LA PATRĂNE 115VedĂŹme, te le dònne lòre, le gòcce? Fa la pròve, kiĂ mele!PADRONAMarieâ, Marieâ⌠ce stâa disceâ? Marieâ, le gocceâŚte dògghe dèsce mĂŹla lĂŹre.(Tenta di aggrapparsi a Marietta che invece si scosta conuno strattone)MARIETTAQuĂ nne? QuĂ nne?PADRONADè⌠dèsce mĂŹla lĂŹre⌠Marieâ.MARIETTADèsce⌠dèsce mĂŹla lĂŹre? Tu, a mè, dèsce mĂŹla lĂŹre?TĂ nne vĂ le la vĂŹta tò? Ah? Dèsce mĂŹla lĂŹre vĂ le la vĂŹtatò?(Pausa) No! Non de vògghjâajetaâ! ArrĂ ngete pe cĂšndetĂš. Finâa mo tâha sciĂšte tĂštte lĂŹsce, ah?⌠Ngesi scazzĂ te sòttâau pète comâa le magnòtte. Tu u sidĂŹtte, ke kèdda vòcca âmbĂ me, kiène de fèle. Le magnòtte?Te jâhââa faâ vedeâ jĂŹ, ce so capĂ sce de faâ, lemagnòtte!PADRONAMarieâ⌠le gòcce⌠Te dògghe la cĂ sa frĂ nghe, penâĂ nne.MARIETTANo! No! No⌠No! Ce me piĂ sce kèssa parole! Jè laprĂŹma vòlde ca me la pòzze permètte de dĂŹsce fòrte.No!(Urla) Nooo! Jè la prĂŹma vòlde ca non tâjâhââa daâ rasciònâaffòrze.Da quĂ nna tĂŹmbe, da quĂ nna tĂŹmbe ustevâa aspettaâ cĂšsse memènde. Non u sapève manghâjĂŹ.No!Non de mĂŹrete nĂšdde. NĂšdde te mĂŹrete! TĂštte kèddeca me si sapĂšte daâ ha stĂ te na frònze de pedresĂŹnâenu beckĂŹre dâègghje e te le so addemannĂ tesèmbe jĂŹ. SĂŹ, te le so addemannĂ te pĂšre acquĂ nne116 LA PATRĂNEnon ne tenève dâabbesègne. Te le so addemannĂ tepercè me lâhavĂŹvââa daâ: percè tu tĂŹne e jĂŹ no, percènon de velève mĂ faâ skerdaâ ca pĂšre jĂŹ stogghâaumĂšnne. PĂšre jĂŹ stogghâau mĂšnne!PADRONAE te so mĂ negĂ te nĂšdde?MARIETTAE percè, mâu petĂŹve negaâ, ah? JĂŹ so vòcke de fĂšrne!QuĂ nna vòlde mâu si dĂŹtte? JĂŹ uâhavèsse sciĂštâa dĂŹscea tĂštte quĂ nne! e tu u sapĂŹve.Muère mo. Muère! Vògghje vedeâcòme mòre napatròne. La patròne? La patròne de ci? De ce còse?de le cĂ sere nòste? E ce te lâha pagĂ te de sanghâe sedòre?NĂš, ke la fatĂŹca nòste. E tu, ke le terrĂŹse nèste,tĂŹne la cĂ se ke le stòrse de pĂŹzze, u fregorĂŹfere, la lavatrĂŹsce,la fĂŹgghjâ a la neversetĂ te! E nu nge hamââatòrce e stòrce. KiamĂŹ! JĂŹndâa la cĂ se cu fisciĂš de sète.JĂŹ non ne so mĂ havĂšte jĂšne!(Glielo strappa, lo indossa) SĂŹ, tâu so dittâappòstâ u fĂ ttede fĂŹgghjete. Stâa sĂŹnde? apposte tâu so dĂŹtte.U so dĂŹtte a Congètte: âCe no nge pĂŹgghje mo nagòcce jĂŹndâa le sĂŹnze, no nge pĂŹgghje kiĂš.â Muèremo!(Ride) Congètte no nge velève crète! mĂ nghe SisĂŹne!mĂ nghe Marterèdde, mĂ nghe sòreme, mĂ nghe Rosètte-lâackiĂ le e mĂ nghe la CemmerĂšte! NesciĂšnenge velève crète. Ma jĂŹ te canòsceke bonâa tè! jĂŹ, tecanòsceke vèckje. TĂštte, tĂštte ngeâhamââa pegghiaâ.Le ròbbe kiĂš mègghje ca tĂŹne.(Corre verso il proscenio e urla) Congeâ, SisĂŹne, Martereâ!kerrĂŹte!(Alla padrona) TĂštte ngeâhamââa spĂ rte. Nge appartènetuttâ a nĂš. E kèdda mòrte⌠kèdda mòrte tâhavââapegghiaâ a jònzâa jònze, pe fĂ tte vedeâ la ròbbe ca tesparèsce da sottâa lâòckiere. TĂštte.PADRONANo, lĂ dre⌠jè ròbba mè⌠jè ròbba mè.LA PATRĂNE 117MARIETTADa sottâa lâòckiere! a junâa jĂšne. Congeâ, Martereâ!(Si sfila lâabito e se ne carica. Rivela un corpo fasciato digarze maculate di rossastri e violacei)TĂštte, tĂštte!(Lunga pausa)PADRONAE jĂŹ ce ne jâhââa faâ kiĂš de le ròbbe dòppe mòrte? UtavĂšte non dène pĂ lde. Ma tu, Marieâ⌠percè lâhada sparte ke lâĂ lde?⌠percè lâaldâhonnââa gote de nubenefiggje ca tâappartènâ asselutâa tè⌠ah?⌠MarièââŚEppò⌠ce te crĂŹte ca tâhavââa sciâ tĂštte lĂŹsce?PĂŹnze, Marieâ⌠lâavvecuĂ te, le netĂ re, le tribbunĂ leâŚsalâe scĂŹnne, salâe scĂŹnne scĂ le! TĂštte quĂ nne uhonnââa sapeâ ca me si arrebbĂ te⌠quĂ nne, âmbèsceâŚtu mâajĂštâa mè e jĂŹ tâajudekâa tè⌠te fazzemeniâ a javetaâ⌠au prĂŹme piĂ ne⌠a cĂ sa frĂ nghe,Marieâ⌠pe nâĂ nne. Marieâ, le gocceâŚ(Marietta appare molto interdetta) lâĂ lde lâallassĂ mâabbĂ sceâŚtu, au prĂŹme piĂ ne, comâa le segnĂšre⌠MarieââŚâFa benâe skĂšrdeteâ⌠Ma jĂŹ non zo sgrĂ te, MarieââŚMarieâ te combĂŹne⌠Tottâe do sĂŹme fĂ tte pâaccapĂŹngeâŚsopâau comò stònne le gocce, Marieâ, arrecuèrdetede mĂ mmete⌠tâha mannĂ te la fertĂšneâŚ(La padrona crolla sul pavimento, rantolando. Marietta,visibilmente turbata dalle ultime parole della padrona, silascia sfuggire dalle braccia il suo carico. Dapprima riluttante,poi sempre con maggior foga, si risolve a porgerealla padrona il bicchiere.La padrona sembra riprendersi.In un barlume azzurrino che invade la scena, la padronatorna a campeggiare dalla medesima posizione iniziale)PADRONAAh, sĂŹ! Mo me sènghe kiĂš mègghje! CrĂŹste mâè testemònnjedâu bène ca me si fĂ tte. Au prĂŹme piĂ ne,Marieâ⌠Mo, me fĂ sce frĂŹdde. Jòsce tĂštte quĂ n118LA PATRĂNEne sĂŹme perdĂšte la cĂ pe⌠havââa jèsse la lĂšneâŚMarieâ, jĂŹndâau buffè sta na bottĂŹglje de resòljeâŚpĂšrtele ddò⌠e annĂšsce pĂšre dĂš beckjerĂŹne⌠sogelĂ te tòtta quĂ nne⌠e annĂšsce pĂšre na kevèrteâŚFĂŹgghjeme, non zâha retrĂ te, no?⌠Kèdde, da sòremehavââa jèsse sciĂšte⌠o da la kembĂ gne⌠craâŚcra la fazze parlaâ dâau ziĂ ne⌠no-mbĂ sce nĂšddeu delòre ca mâha dĂ te⌠jĂŹgne, Marieâ⌠no-mbĂ scenĂšdde⌠ddò havââa meniâ⌠kèssâ jè la cĂ sasò⌠non me pòte sbruègnaâ axÏ⌠jĂŹgne, MarieââŚbĂŹve⌠bĂŹve Marieâ⌠Mariètta trottĂ te! Me la sisapĂšte faâ, stavolde⌠te piĂ sce u resòlje, ah?⌠jĂŹgneâŚjĂŹgne⌠bĂŹve⌠bĂŹve⌠Si vĂŹstâ a fĂŹgghjeme?âŚce jè potènde!⌠jè de fuèke!⌠de fuèke jè!⌠bĂŹveMarieâ⌠e crĂŹdenge tu⌠a le còse câha dĂŹtte kèddeâŚsseh⌠la si vĂŹste?⌠Tène la âmbonènze de napatròne⌠Patrone se nĂ sce, Marieâ⌠non zâadevènde.BĂŹve⌠Marieâ⌠jòsce, tĂštte quĂ nne sĂŹmeperdĂšte la cĂ pe⌠Cra⌠cra⌠cra tòtte còse ngehonnââa pareâ comâa nu sènne⌠BĂŹve MarieââŚNon ha seccĂŹsse nĂšdde. Non zeccède mĂ nĂšdde!(Marietta è ormai crollata, ciuca, al riparo della colonna,la testa sul braccio. Tutto il tempo ha mimato gli ordiniimpartiti dalla Padrona.Voci impercettibili riempiono la stanza di battute del copione.Balenii di visi. Si staglia la figura della figlia, dispalle al pubblico.Marietta ripete, come in sogno, qualcuna delle sue battute,confondendole, mescolandole, tornando ossessivamentead un pigolato âPatròâ). *(Sipario)*M Padroâ, padrona! Sono Marietta di giĂš. Sta permesso?P Puoi entrare. Entra. Quella è la sedia. Ma non te ne andare perle lunghe.LA PATRĂNE 119M Padrona mia, sto ancora tuttâagitata per un sogno che ho fattostanotte. Mi trovavo su una scala: salivo, salivo e non terminavamai: allâimprovviso mi trovavo davanti a una porta. Lâho apertae mi sono ritrovata in una camera grandissima. Mi son guardataintorno e ho scoperto che invece dei muri câerano specchi e proprioal centro câera un orologio altissimo che partiva da terra.Mentre mi avvicinavo per guardarlo da vicino, ne è venuta fuoriuna voce: âSono tanto stanca di lavorare! Sempre a lavorare, lavorare!Finalmente, adesso è arrivata lâora mia.â Padrona, quellaera la voce di mamma. Beh, ho buttato un grido nel sonno:âMamma!â Mi sono svegliata, padrona mia, in un bagno disudore. Ă da stamattina che volevo venirti a raccontare questosogno. Per vossignoria, che vuol dire?P Ă un segnale.M Toh! CosĂŹ ha detto mio marito. Le scale: 20. Lo specchio: 49.Lâorologio: 24. 20, 49, 24: dovevo giocare un bel terno su tuttele ruote. Mah! Stasera usciranno i numeri e vedremo. A direil vero, però, lâagitazione non mi è ancora passata. Me la sentoancora nelle orecchie la voce di quella mamma che diceva:âSempre a lavorare, lavorare. Finalmente è arrivata lâora mia.âChe voleva dire?P Da quanti anni è morta tua madre?M Ventunâanni al prossimo anniversario.P Tua madre tâha mandato un segnale. Questâanno le scade la suapena in purgatorio. Per passare piĂš in alto, vuole che tu le facciadire una messa.M GesĂš, Giuseppe e Maria! Senzâaltro, senzâaltro. Gliela facciodire la settimana prossima da Don Peppino. Ma scherzi? Amamma?P Adesso, se non hai nientâaltro da dire, te ne puoi andare. E comportatibene, chè non vedi? Le anime del purgatorio ti guardano.M SĂŹ, me ne devo andare. Quello, mio marito, mi ha mandato unbel poâ di carne di cavallo. Vuole due involtini. Ă da tanto chenon ne mangiamo. Anzi, padrona, giacchè sono qui: ti trovi unafoglia di prezzemolo? Quando lo compero te lo restituisco.P SĂŹ, come la tazza di zucchero, il bicchiere dâolio, la testa dâaglio,il mezzo kilo di paneâŚM E no, padrona! Il pane te lo volevo restituire, Sei stata vossignoriache non lâhai voluto. Dovessimo fare, ora!120 LA PATRĂNEP E dovevo imbrattarmi la coscienza prendendomi il pane indietroda te? Per farti aprire ancora di piĂš di bocca? Ma vaâ, vaâ,comare Marietta-capafresca.M Allora, padrona, ce lâhai il prezzemolo? Chè se vuoi, senza interesse,te lo pago.P Vaâ, mosca!M Hai visto come sei vossignoria? Poi dici che è colpa mia.P Ah! Cornuto e mazziato! Staâ zitta, Marietta, châè meglio. E sehai ancora bisogna di qualcosa dimmelo alla svelta, perchè nonposso perdere tempo.M No, niente⌠solo⌠ti trovi un odore di pepe? Non sai, nonper me che sto imbarazzata di visceri, ma quello, mio maritoâŚgli piace. Tu, ora, entra nella testa di quello. Dice che gli involtinisenza pepe non gli sanno di niente⌠oh, ma se non ce lâhai,non importa.P Per fortuna che hai la carne, altrimenti dovevo darti pure quella.Vaâ, vatti a prendere il pepe e il prezzemolo! Lo sai dovestanno.M Grazie assai, padrona. Grazie assai, assai. Lo dico sempre a miomarito: se non ci fosse la padrona! Quella è la barca dellâabbondanza.Nah, azzardati a chiedere un piacere a Concetta! Ă tantotirata. Se nâesce sempre dicendo: âIl prezzemolo?â faccio perdire il prezzemolo! âNo, or ora proprio lâho terminato.â Che tidevo dire? Una tazza di zucchero? âMmh, il caffè noi lo beviamoamaro!â Quella è una poveretta peggio di me. E poi, quantoè disordinata, padrona mia, quanto è disordinata. Ă propriouna scriteriata. Non sta mai a casa. Sempre in giro se ne va. Aquella dobbiamo dare chiacchiere e divertimenti.P Marietta, legati la lingua nel culo. Te lâho detto tante volte:quando vieni qui, diâ ciò che devi dire e vattene. Ma non venirea lavarti di bocca su Concetta, Francesca e tutti santi che ti voglianoguardare, chè a me, tanto per parlare alla barese, non mene frega niente.M Non è questo il punto, padrona, mica volevo fare la pettegola!P Che punta e che puntina, devâessere!M Io volevo dire che quella non è mica come vossignoria che hala casa che riluce come uno specchio! Toh! Quelle tende sempreben tese e inamidate! Quei lampadari che rilucono comelâostensorio di Santa Chiara! E, lo devo dire? Sola-sola, senzaLA PATRĂNE 121una mano dâaiuto. Che puoi mettere quella ragazza di tua figliadavanti a una tinozza! Quella è cosĂŹ fine, quella ragazza! E poi,studia. Non studia ancora, eh, padrona?P Tanto per cominciare, la tinozza lâabbiamo tolta di mezzo chesono almeno cinque anni. Tanto per finire, mia figlia lascialastare dovâè. E tanto per chiudere la storia, non hai da fare gliinvoltini?M Oh, Madonna, cosa mi hai ricordato! Gli involtini! SĂŹ, propriodevo andare, ora. Hai ragione! Ma che, la signorina, è uscita? Onon si sente bene e sta coricata?P Ă uscita.M Ah, allora non mi sono sbagliata, era proprio lei quella cheho visto. Proprio allora mi sono trovata ad uscire dalla casa diMartirella, non sai? Martirellaâdi-Carbonara, che abita sullâaltrolato della strada. Ho detto: âQuella devâessere la signorina.Guarda, Martireâ, che bella ragazza è diventata. Come cambia!Uno straccio, addosso a quella, riluce come lâoro.â Ho dettoa Martinella: âMartireâ, quella sĂŹ che è una donna che può farperdere la testa a un maschio!âP Hai finito? Ora te ne puoi andare? O aspetti che ti metta allaporta?M GesĂš Bambino, che ho detto: una trave di fuoco? Châè unabugia che la signorina è proprio bella! E poi, è in etĂ ! Pensa cheMartinella mâha chiesto: âMa che sta, fidanzata la signorina?âMa io, padrona, le ho risposto: âMartireâ, vuoi bene a tua sorella?Certe domande non me le fare!â chè io, padrona, sono mutae cieca. Beh, ora proprio devo andare, perchĂŠ mi son trattenutafin troppo. Scusami, padrona, ma è che è proprio bello parlarecon vossignoria. BuondĂŹ, padrona, buondĂŹ! Non hai da chiederminulla, padrona? No, vero? Beh, allora me ne vado.P Dimmi un poâ, tuo marito sta lavorando?M Mio marito? E che câentra mio marito, adesso?P Tuo marito, sĂŹ, tuo marito. Sta lavorando?M SĂŹ.P E domani? Anche domani deve andare a lavorare?M Che ne so, padrona! mi pare di no, ma poi, sai comâè, potrebbevenir fuori qualcosa da guadagnare, devâessere un fesso a lasciarselasfuggire. Ma che è, padrona, ne hai bisogno vossignoria,padrona? PerchĂŠ, se serve a vossignoria, gli dico che, fosse pure122 LA PATRĂNEspezzato di gambe, deve venire. Ih, GesĂš, a vossignoria! Mancoa dirlo!P No, una fesseria! Mi deve mettere un pezzettino di marmo suquel muro. Mi serve unâaltra mensoletta. Poi, dovrebbe liberarmilâammezzato, chè voglio fare un poâ di spazio. Stannoda spostare casse, scatole⌠lĂ , solo un maschio può fare quelservizio.M E giĂ : quando un maschio ci vuole, ci vuole.P Quando ci vuole, ci vuole. Te ne accorgi quando rimani da solaa mandare avanti la barca⌠e per di piĂš hai una figlia che ti dĂ mille pensieri.M Ah, quei figli, le preoccupazioni che danno! Ne so io, qualcosa,padrona mia, per quante ne passo appresso a quei quattromocciosi che ho a casa. Ma per fortuna, a me sono maschiettie, grazie a Dio, quando saranno in etĂ , li metto a bottega e miporteranno la paga⌠un poco-poco meglio staremo! Che poi,facciano quel che vogliono. Manco sono femmine! Le mammedelle femmine devono grattarsi la rogna, al giorno dâoggi! Oh,scusa, padrona, dovessi credere che ho parlato cosĂŹ per vossignoria!Quella lingua mia, tagliata vuol essere. Quante volte melâhai detto vossignoria. E anche mia cognata grande, padrona,che quella è una santa cristiana come vossignoria. Quella, miacognata, me lo dice sempre: âMarietta, impara ad essere piĂšprudente! Impara ad essere piĂš prudente.â Ma che ci posso farese io son fatta cosĂŹ? Che ci posso fare? Niente.P Effettivamente, un poco-poco imprudente sei. Ma bisogna riconoscereche quando è giusto, è giusto. Ă vero che lâonoredevono custodirselo di piĂš le madri delle femmine.M Ecco! E poi non ti deve consolare il cuore solo a sentirla parlare.Lo dico sempre a mio marito: âQuella padrona è una santa.Un santa dellâaltare. Quantâè giusta quando dice un fatto! telo rivolta da sopra, da sotto e dal lato. Per ciascuna cosa ti dicemale e bene. E sai, padrona, pure lui, mio marito, si può direche me lo ripete quasi ogni giorno: âMarietta, tu devi dar rettaalla padrona, perchĂŠ quella è piĂš che una madre per te.â Ah, lamamma mia bella, i bei consigli che sapeva darmi: âMarietta,figlia, impara: nella vita faâ male e pensaci, fai bene e scordati.E a chi ti fa del bene devi essere sempre grata.â E io, padrona,io devo essere ingrata con vossignoria? Con tutto il bene chemi hai fatto? No. Te lo devo dire. Non mi posso tenere questoLA PATRĂNE 123macigno in mezzo allo stomaco. Te lo devo dire. Beh, padrona,il fatto è questo. Ă successo che una volta, anzi no, ora chericordo ben-bene è stato piĂš di una volta, mi son trovata cosĂŹ,quasi a farlo apposta, che io giravo lâangolo e tua figlia scendevada unâauto.P Beh? Questo è tutto il fatto? E che câè di male? PerchĂŠ, nonpoteva essere unâamica?M SĂŹ, cosĂŹ pensai io. Poi, feci per buttare un occhio e vidi che eraproprio un maschio. Un maschio, padrona mia, un maschio!Non sai? Uno di quei maschi che usano ora! Capelli lunghi,barba⌠insomma, un maschio.P E dove hai detto che sarebbe successa questa storia?M Proprio dietro lâangolo, padrona. Ah, ma io la prima volta pensai:quella, la signorina, forse non sâè sentita bene e si è fattaaccompagnare. Invece, poi, il giorno dopo mi trovai quando lasignorina saliva in macchina.P Cioè a dire?M SĂŹ, padrona: la signorina arrivò allâangolo e lĂ giĂ era ferma lâautodel giorno prima e la signorina salĂŹ. Il figlio di Martirella mâhadetto che quelle auto si chiamano Coupè, padrona! Rossa è, padrona.Una gran macchinona rossa lunga, ma lunga, padronamia, quanto oggi e domani. Coupè. Ah, ma io pensai: âForse, èlontano dove va la signorina e allora vengono a prenderla.â âMatanto che vengono a prenderla dietro lâangolo,â giustamente hadetto mia sorella, ânon possono venire a prenderla sotto casa,ah?âP E quando lâhai vista per la prima volta?M Aspetta, fammi ricordare ben bene: allora, devâessere statoâŚoh, mica mi ricordo! Mi fa una rabbia! Aspetta, fammi sforzare.Oggi cosâè? Sabato? Beh, questo fatto va avanti da mercoledĂŹ.SĂŹ, padrona, da mercoledĂŹ della settimana scorsa, da quel chene so io, padrona mia. Poi, tu mi conosci, io sono una che sifa quelli suoi: per questo posso testimoniare solo ciò che hovisto con i miei occhi. Che mâinteressa di quel che dicono Rosetta-gli-occhiali, Lina-del-pane e Costanza-la-gobba. Personeson quelle? Stanno sempre a ricamare e tagliano, tagliano. No,no, io con certi personaggi non ho nulla a che spartire. Vaâ,vaâ, siete troppo materiali. Andate a cacare al largo. Un mese edue mesi! Facciamo sei mesi e non se ne parla piĂš. Cosâè tuttoquesto rumore sul conto di quella bella ragazza della signorina?124 LA PATRĂNENon ci vuol nulla ad affibbiarti una critica. Chi te la toglie piĂš?Poi, non volete farlo per lei, fatelo per quella santa donna dellamadre. Se poco-poco dovesse arrivarle alle orecchie, la fate moriredi crepacuore. Che poi, una mamma è, quella poveretta.No, padrona mia, sono andate bene! Se ne sono andate carichedi meraviglie. Non dar retta alle malelingue, padrona! Comemâhai insegnato vossignoria? âLa lingua non ha osso e rompelâosso.â Sempre me ne ricordo. Non dar retta: mercoledĂŹ dellasettimana scorsa. SĂŹ, mercoledĂŹ, perchĂŠ, ti ricordi? Per metterea cuocere le fave, vossignoria mi prestasti quel bel bicchierinodâolio. A proposito, te lo devo portare. SĂŹ, mercoledĂŹ.P E tutti giorni?M Tutti i giorni.P Anche stamattina?M Anche stamattina e anche nel pomeriggio.P Vedi, Marietta, che sono le sei e gli involtini hanno bisogno ditempo per cuocere.M SĂŹ, Madonna! Sâè fatto proprio tardi. Quello, mio marito, miha mandato a dire che deve venire per le nove. Beh, padrona,io ora me ne vado. E grazie per il prezzemolo e per il pepe.Domani te li riporto. Poi, piĂš tardi ti mando la risposta di miomarito tramite quel ragazzino di mio figlio. Altrimenti, faccioun salto io stessa. Fin quando stai a comandare⌠beh, me nevado⌠padrona! Arriva la signorina con un gran mazzo di fiori.Ehi! Acqua in bocca, mi raccomando, dovessi farmi trovare nelbel mezzo di un guaio, chè io non ho detto niente, ah? Buonasera, signorina. Che bel mazzo! Ah, la primavera, fior di gioventĂš.Lâaria fresca e le fresche frasche, beato chi se le gode. Sonofreschi, eh, signorina? Come profumano. Ah, la campagna, chebei frutti dĂ .P Salutiamoci, Marietta!M Buonasera, padrona! Buonasera, signorina.âŚP Carne di diavolo con fiele e fegato scoppiato! E adesso lo condiamoanche con brodo rosso se non butti il veleno, ora stesso.Adesso devi dirmi tutto il fatto. Sale e scende dallâautomobile,si fa accompagnare allâangolo! Come la prima zoccola di Bari.Disgraziata! Devi far aprire la bocca ai porci, agli scarafaggi cheio schiaccio con la punta del piede. Ora sei arrivata sulla boccaLA PATRĂNE 125dei barbieri. Io ho saputo custodirmi il mio onore e ho saputofarmi rispettare da tutti quanti, da tutti quanti anche senza labuonanima di tuo padre accanto. Da tutti quanti. Mai nessunoha potuto dire âAâ sul conto della Padrona. Ora devi venire tue devi disgradarmi cosĂŹ? Devi farmi sentire il Verbum Caro?Mannaggia la malannata e il latte amaro che ti diedi. Ma io,prima ti strappo il collo! Per quanto è lâamore per tanto è lâodio.Ti uccido, ti uccido, io!âŚNon parlare cosĂŹ con me, ah! Non parlare cosĂŹ con me. Haitorto, staâ zitta, abbassa la cresta e abbozza, altrimenti, tu lagiornata santa di oggi non la finisci. Cosa credi che, siccomeparli pulito io non ti capisco? Ricordati che sei uscita dalle mieviscere. Tu mi vuoi fare crepare il cuore, tu vuoi la morte mia!Ma neppure per un momento, dico, neppure per un momentoti ha attraversato quella testa matta che hai, che la gente ti potevavedere? non sai che tutti gli occhi stanno appuntati su noie la gente fa subito a sparlare?âŚSĂŹ, come una puttana ti stai giocando la vita. Quando ti viene ilprurito, vaâ a cacare da unâaltra parte e non che vieni a farmelasotto il naso.âŚSmettila, smettila. Mi fai impazzire, mi fai impazzire. Chi dovevadirlo? La figlia mia, la figlia mia! Ti ho allevata nellâovatta,col rispetto e il timore di Dio. Madonna, quanto mi sento male!Madonna, aiutami tu. Cuore di GesĂš, SantâAntonio, Santa Ritamia, anime sante del Purgatorio, fatemi voi la grazia.M Ă permesso? Padrona, scusa, per caso ti trovi⌠iih!âŚGesĂš Bambino, châè stato, padrona? non ti senti bene? Madonna,che brutta cera! Corri, corri, siediti alla sedia! Su, su, appoggiatia me. Signorina, riempi un bacile dâacqua fresca, svelta.E non te ne stare come un cazzo in piedi in mezzo alla stanza.Dopo tutto il guaio che stai facendo passare a tua madre⌠dovece lâhai il cuore?P Lâha lasciato per strada.M Che ci vuoi fare, padrona, che ci vuoi fare? Prendi, bevi, bevi.Sono ragazze, che sono ragazze. Tieni, bevi. Vossignoria, poi,126 LA PATRĂNEcome devi essere, Madonna! Bevi, padrona, bevi. Per una sciocchezza,ti alteri tutta. Chi te lo fa fare? Tira a campare. Bevi,bevi. Si capisce che ora, le regazze, sono tutte teste matte: unolasciano e un altro prendono, che uno lasciano e un altro prendono.Bevi, padrona, bevi. E poi, va bene, diciamo ora, ora, mache? Ce li siamo scordati i tempi nostri? Prendi, bevi. Lo stessonoi, quante ne abbiamo combinate di nascosto da mamma epapĂ . Chi piĂš, chi meno, tutte ci siamo passate. Bevi, padrona,bevi. Ă che ora le fanno piĂš allâaperto, sotto gli occhi di tutti,quella è la brutta cosa! Bevi, padrona, bevi! Allora, la gente vedee che vuoi farci, padrona, che vuoi farci? Gli occhi son fattiper vedere e la bocca per parlare. Bevi, bevi. Ti stai sentendomeglio, ora? Hai bevuto?âŚSignorina, per prima cosa, io mi son fatta dare la parola da tuamadre, la qui presente, che non ti doveva dire nulla. Ă vero,padrona? E poi, mettiamo lontanamente che glielâho detto io,mettiamolo, va bene! Andiamo avanti. Non è meglio che tuamadre lo sappia? Diâ tu, diâ. Ti può accadere qualcosa. Che nesappiamo che persona è costui? chi lâha mai visto prima? chi loconosce? Ce lâhai presentato? Non è giusto, padrona? E poi, cosĂŹsi fa un matrimonio? Lo sai cosâè tenere un maschio accanto?Dovessi credere che si tratta solo del bacetto e la scopatina!Questi uomini di oggi che non sai piĂš come farli contenti! Liprendi per la testa e ti sfuggono per il culo! Li prendi per il culoe ti sfuggono per la testa⌠e poi, con tutta quella massa dicapelli⌠per il bene di vossignoria lâho fatto, che lâho fatto.âŚMa sentila, sentila! Altro che buona figlia. Dice bene mia sorella:âQuella è come il monaco: basta che guardi in terra perfare buchi.â Intanto, se non mi fossi trovata io dietro la porta,lâavresti lasciare crepare su una sedia. Devi essere proprio senzacoscienza! Dopotutto, una vecchia è. Adesso si fa gli scrupolidel vaccaro e la sa chiamare âmammaâ. Vergogna! Vaa a nasconderela faccia nel vaso da notte. Tu, tu devi dire sciagurataa me? Tu? Col tuo presente, passato e avvenire?âŚP Chiudi, chiudi quella bocca di razza. Quella lingua te la devotorcere!Marietta, hai sentito che arroganza? lâhai sentita? Cosa credi chesia roba di oggi?LA PATRĂNE 127M No?P Ă sempre stata cosĂŹ.M E noi che non ne sapevamo niente!P PiĂš le ho dato e piĂš lei ha drizzato il collo come un tacchino. Ecopri oggi, e copri domani⌠non la reggo piĂš, Marietta mia!Non ho mai potuto sfogarmi con nessuno. Il vaso è pieno, pieno,pieno. Vorrei paglia per cento cavalli.M Diâ a me, padrona, diâ tutto a me. Sfogati! Diâ a Marietta tua.P Sempre per salvare la faccia, per salvare lâonore. Lo stomaco celâho gonfio, pieno, Marietta. Vorrei tanto svuotarlo.M Diâ, padrona, diâ.P Vorrei buttare tutto il fiele che mâè arrivato in bocca e mi haresa tutta amara, Marietta mia. Siamo arrivati al punto che iochiamo danari e quella risponde a picche. Le lingue si sonotroppo attorcigliate, Marietta, e non ci capiamo piĂš, piĂš, piĂš,piĂš. Dapprima il rossetto, poi lo smalto per le unghie, poi ilnero sugli occhi, il calcestruzzo in faccia⌠e comâè a mammatua⌠queste cose si fanno? Quella gonna cosĂŹ corta, tutte legambe scoperte! Copriti, copriti!âŚSai quella che mi risponde? âMa ti sei mai guardata intorno,mamma? Esci un poâ! renditi conto che non stiamo piĂš nelsecolo scorso. Mamma, svegliati!â CosĂŹ. A me. A sua madre.M Ih! CosĂŹ a mamma sua?âŚSignorina, stai zitta! Vuoi bene a tutti morti che hai? Vedi tuamadre come sta? La vuoi proprio far morire di crepacuore? Lavuoi proprio vedere stroncata⌠e che!âŚBrutta lurida! Quando lo sapranno le altre!P No, staâ zitta!âŚM Brutta faccia di scomunicata!âŚP Marietta, se nâè andata? Davvero se nâè andata, Marieâ? Figliamia! Mi sento male, Marieâ⌠il dottore! Mia figlia⌠chiamalaâŚla perdono. Sta salendo? Dove se ne deve andare cosĂŹ sola?128 LA PATRĂNE⌠il mondo è cattivo⌠io volevo proteggerla⌠Quando aprĂŹla porta da sola la prima volta⌠il cuore mi saltò in petto, comeora, Marieâ⌠prendi le gocce, sul comò⌠Marieâ, che aspetti?Marieâ, Marieâ⌠io sto morendo, aiutami!M E se non ti volessi aiutare? Ah? Che succede se io, ora non volessiaiutarti?P Marieâ, Marieâ, le gocce⌠sul comò. Marieâ. Ma che ti senti? Legocce, Marieâ.M E te le devo prendere io, le gocce? In quale libro sta scritto chete le devo prendere io⌠le gocce, ah? Chiama, chiama la puttanadi tua figlia e lâamante. Vediamo, te le danno loro, le gocce?Faâ la prova, chiamala!P Marieâ⌠che dici? Marieâ, le gocce⌠ti do diecimila lire.M Quanto? Quanto?P Die⌠diecimila lire⌠Marieâ.M Dieci⌠diecimila lire? Tu a me, diecimila lire? Tanto vale lavita tua? Ah? Diecimila lire vale la vita tua? No. Non ti voglioaiutare. Arrangiati per conto tuo. Finora tâè andato tutto liscio,eh?⌠ci hai schiacciato sotto il piede come gli scarafaggi. Tulâhai detto, con quella bocca infame piena di fiele. Gli scarafaggi?Ti farò vedere io di cosa sono capaci gli scarafaggi.P Marieâ, le gocce⌠Ti abbono un anno di fitto.M No, no, no⌠no. Come mi piace questa parola! Ă la primavolta che mi posso permettere di dire forte no. No! Ă la primavolta che non devo darti per forza ragione. Da quanto tempo,da quanto tempo stavo aspettando questo momento. Non lo sapevoneppure io. No, no. Non ti meriti niente. Niente ti meriti.Tutto ciò che hai saputo darmi è stata una foglia di prezzemoloe un bicchiere dâolio e te li ho chiesti sempre io. SĂŹ, te li ho chiestianche quando non ne avevo bisogno. Te li ho chiesto perchĂŠme li dovevi dare: perchĂŠ tu hai e io no, perchĂŠ non ti volevo farscordare che anchâio sto al mondo. Pure io sto al mondo.P E ti ho mai negato niente?M PerchĂŠ? Me li potevi negare, eh? Io sono bocca-di-forno. Quantevolte me lâhai detto? Io sarei corsa a dirlo a tutti. Muori, ora.Muori. Voglio vedere, come muore una padrona. La padrona?La padrona di che? Di che cosa? Delle case nostre? E chi ti le hapagate, col sangue e col sudore? Noi, con la fatica nostra. E tu,con i soldi nostri, tieni la casa con le tende di pizzo, il frigorifeLAPATRĂNE 129ro, la lavatrice, la figlia allâuniversitĂ ! E noi dobbiamo torcercie storcerci. Guarda! In casa col fisciĂš di seta. Io non ne ho maiavuto uno! SĂŹ, te lâho detto apposta il fatto di tua figlia. Misenti? Apposta, te lâho detto. Ho detto a Concetta: âSe non leviene ora un ictus, non le viene piĂš.â Muori, ora! Concetta nonci voleva credere! Neppure Sisina! Neppure Martirella, neppuremia sorella e neppure Rosetta-gli-occhiali e neppure la Gobba.Nessuno ci voleva credere. Ma io ti conosco bene! Io ti conoscoda sempre. Tutto, tutto ci dobbiamo prendere. La roba miglioreche hai. Concetta, Sisine, Martirella, correte!Tutto ci dobbiamo spartire. Appartiene tutto a noi. E quellamorte⌠quella morte ti deve prendere oncia a oncia per fartivedere la roba che ti sparisce da sotto gli occhi. Tutto.P No, ladra⌠è roba mia⌠è roba mia.M Da sotto gli occhi! Ad una ad una. Concetta! Martirella! Tutto,tutto!P E che ne faccio piĂš della roba dopo morta? La cassa da mortonon ha tasche. Ma tu, Marietta, perchĂŠ devi dividere con lealtre?⌠perchĂŠ le altre devono godere di un beneficio che spettasolo a te⌠eh?⌠Marieâ⌠e poi, cosa credi, che ti andrĂ tuttoliscio? Pensa Marieâ⌠avvocati, notai, tribunali⌠Sali e scendi,Sali e scendi scale! Tutti sapranno che mi hai derubatoâŚquando invece⌠tu aiuti me e io aiuto te⌠ti faccio venire adabitare al primo piano⌠casa gratis, Marieâ⌠per un anno.Marietta, le gocce.Le altre le lasciamo giÚ⌠tu al primo piano, come i signoriâŚMarieâ⌠ma io non sono ingrata, Marieâ⌠Marietta, ti convieneâŚnoi due siamo fatte per capirci⌠sul comò stanno legocce⌠Marietta⌠ricordati di tua madre⌠ti ha mandato lafortuna⌠Ah, ora mi sento meglio! Cristo mâè testimone delbene che mi hai fatto. Al primo piano, Marietta. Ora mi fa freddo.Oggi, tutti abbiamo perso la testa⌠devâessere la lunaâŚMarietta, nel buffet ci sta una bottiglia di rosolio⌠portala quie porta pure due bicchierini⌠sono gelata tutta⌠e porta pureuna coperta. Mia figlia non è ancora rientrata, no? Quella, damia sorella devâessere andata⌠o dallâamica⌠domani⌠domanile faccio parlare da suo zio⌠non importa il dolore chemi ha dato⌠qui deve venire, questa è casa sua⌠non può svergognarmiin questo modo⌠riempi, Marieâ⌠bevi, bevi, MarieââŚMarietta mascalzona! Me lâhai saputa fare, questa voltaâŚti piace il rosolio, eh? Riempi⌠riempi⌠bevi⌠bevi⌠hai130 LA PATRĂNEvisto mia figlia? Comâè potente! Ă di fuoco⌠di fuoco è⌠beviMarieâ⌠e credici, tu, alle cose che ha detto, quella⌠sehâŚlâhai vista? Ha lâimponenza di una padrona. Padrona si nasce,Marieâ⌠non si diventa. Bevi, Marieâ⌠oggi tutti abbiamoperso la testa⌠domani⌠domani⌠domani tutto ci apparirĂ come un sogno⌠bevi, Marieâ⌠non è successo niente⌠nonsuccede mai niente.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 131Un Fatto:Bari, 27 aprile 1898(La Rivolta del Pane)DUE TEMPI1976132 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)PERSONAGGIDa dieci a quaranta attori che rivestono i ruoli di volta involta indicati nel testo.LA SCENALuogo scenico è la sala, o la piazza, dove si produce lo spettacolo.Su una parete bene in vista si appenda il cartello:âIo so che queste riforme sono difficilmente mesein atto in uno Stato costituzionale, ma noi dobbiamofarle, perchĂŠ sono necessarie; e se sono necessarie,o con le buone o con le triste si faranno;e se non le faremo noi, le farĂ certamente o unDittatore o il Petrolio.âLuigi Settembrini 1874Ricerche effettuate presso:Biblioteca De GemmisBiblioteca Nazionale di BariArchivio del Comune di BariArchivio de âLa Gazzetta del MezzogiornoâArchivio de âIl Corriere della SeraâPrivatiHanno collaborato alle ricerche:Piero dellâErbaMarisa EugeniDonatella NoceraMaria Teresa VentrellaUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 133BANDITORE (Annuncia)I Scena – Una storia – I Parte(Entrano tre donne)1^ DONNA⌠e so penzĂ te: comâ jè, mĂ mme? Dòppe quĂ nnenâha fĂ tte? Havèvââa âmbrascedaâ a CarvenĂ re?No. No. LâĂ lde se la pòdene pĂšre skerdaâ: jĂŹ, no.La mĂ mma mè, mâha remanĂšte jĂŹndâau còre a mè.La stĂ dua dâòre nge jèvenââa faâ. Non fasce a tĂŹmbâaâppecciaâ la trevvisiòne ca te sbĂ ttene âmbĂ cce cĂšsseSĂŹnneke o cĂšdde canĂŹstre ke la fuèrce âmmĂ ne catĂ gghjene nĂ stre sopâa nĂ stre. De mĂ mma nòste po,tĂštte sâhònne skerdĂ te. PĂšre tu.(Rivolta allâaltra) Po de tèâŚ2^ DONNACe vuè dĂŹsce, ca ce vuè dĂŹsce? JĂŹ, pe kèdde ca nesĂ cceke jĂŹ, u dovère mĂŹ u so fĂ tte, almène na voldâauuĂ nne, còme kemmĂ nne u cĂŹle, e tòtte le vòlde came la so sendĂšte. Havessemââa faâ, mo, ca tu ca tela scĂ nze sèmme, si la mègghia- megghje e lâĂ lde sou remmĂ te, la fanghĂŹglia dei pièti tuoi. MĂ nghe cau cammesĂ nde de CarvenĂ re jè ddò drète. AssĂŹdetemo, assĂŹdete. E ce jè? Vuè na tĂ zze de cafè?(Lâaltra fa cenno di no)3^ DONNACe tâaggetĂŹsce a faâ? MĂ mme u decève sèmme: kèdde,còme nascĂŹ sfescĂŹ da âmmanâa la vammĂ re, e azzeppò.1^ DONNAAllòre, tĂ nne câhavĂŹmâarrevĂ tâau remmĂšsse, nonoccòrre ca tòtte le vòlde ca sta da pagaâ la lĂšsce aucammesĂ nde te fĂ sce meniâ le vĂŹrme ânguèrpe. A lamĂ mma tò? Puh! MĂŹttete scuèrne, scellèrĂ te, a kèddafĂ cce de peccĂ te ca tĂŹne. La mĂ mma tò ca sta scrĂŹttepĂšre jĂŹndâau lĂŹbbre? Tu? Havèsseme stĂ te nu pĂŹlede kèdda mĂ mme, tu, jĂŹ e tĂštte lâĂ lde pĂšrce comâa134 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)nĂš! La cĂ pa mè-a ânderre, no nge havèssemâackiĂ teâmènzâa la meuĂŹne ca nge ackiĂ me jòsce. Ma ce menaldarèscekâa faâ la vita mè! Io sono la voce che parlanel desèrte. Tre sòre, tre sòre, addò sâha viste mĂ ,tre sòre de sti tĂŹmbe, ca non zâaccapĂŹscene kiĂš.KiĂš, kiĂš, kiĂš, kiĂš.2^ DONNAE quĂ nne mĂ nge simâaccapesciĂšte nĂš-e-do? Tòttemo te stâa vèneâ la frenesĂŹ?3^ DONNALa frenesĂŹ jè comâau predĂŹte: ce non dâu grĂ tte nombuètesta quĂŹte.1^ DONNA (Alla 3^ Donna)Sorella mia, il Signore mâhavââa perdenaâ, ma iotòtte le vòlde ca pènzeke a tè, me sènghe brĂštte.Prègheke: comâè possibile, Dòmene DdĂŹ, ca se pòtecambaâ na vita sĂ na-sĂ ne, sglĂšse pe mètte zezzĂ nje?3^ DONNAA mè? A mè u sa còme me kiĂ men a mè: la Pascère,me kiĂ menâa mè.A tè u sa còme te dĂŹscenâ a tè? âNzauèrre.1^ DONNA (Fissandola)Se nĂ sce, jè vere. Se nĂ sce. Se pote meniâ au mĂšnnestreppiĂ te, o se nĂ sce câu cervĂŹdde de kèdda mĂ mme:ma jĂšne sopâa mĂŹlle. O mègghje, jĂšne sopâa numelliòne. TĂštte lâĂ lde: vĂŹrme sènza cervĂŹdde.2^ DONNAMa ânzòmme, se pòte arrevaâ a capiâ ce vâackiĂ nnetu stamatĂŹne? Ce tâha staccĂ te? E allòre tu me vuèpròbbete faâ sbettaâ? Ca ce si menĂšte ammeuĂ te pefaâ lĂŹte, dimmĂŹue âmbrĂŹme, ca mo, candĂ nne-candĂ nne,te âmbelèsceke le grĂ ne dâu resĂ rje.3^ DONNACe nevetĂ ! Kèdde sèmme âmbelĂ te le tène, ke tĂšttequĂ nne. Ah! vòcca mè stĂ tte cĂŹtte, ca ce havèssââaparlaâ jĂŹ sopâau cĂšnde tu, non zapĂŹme le fiĂšre capòdene meniâ fòre.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1352^ DONNAE kèdde ca vâackiĂ nne mĂ mme, mĂ mme e mĂ mme.Da mo va câha fĂ tte pòlverâe cènere! LĂ ssala staâ bonâeângrĂ zzje de DdĂŹ addò sta. Au uĂ nne nge so fĂ tte dĂŹscela mèsse, comâa tĂštte lâĂ nne⌠e sta spèggje de frennequamĂŹndede cervĂŹdde, fĂ sce mègghje ca te lâallĂŹvedâau stĂšppe de mĂ gghje ca tĂŹne sopâau cuèdde. TĂ nne,poverĂŹdde jèmme e sfessĂ te arremanĂŹme. (Alla 3^Donna) E tu, sfennĂ te, quĂ nne tĂŹne da pesciaâ, sguarrĂŹscetede gĂ mme, non zi parlĂ nne jĂŹndâau mĂšte, cate tènghe meserĂ te bèlla-bèlle a tè, ke la stadĂŠre e umĂŹnze meserĂŹdde. Non avĂ ste ca te tènghe jĂŹndâa cĂ sepe caritĂ de CrĂŹste, ha da sparlaâ pĂšre sopâau cĂšndemĂŹ? JĂŹ tâaccĂŹgghe, te fĂ zze fòre, jĂŹ, sgrĂ te!3^ DONNAA ci ha da faâ fòre, tu? CĂ mbe sopâa me, sopâa lapenziòne dâackembagnamènde. Te fĂ zze faâ la segnĂšre!Sènze de mè, au muèle havĂŹvââa sciâ a cacaâ.VâackiĂ nne ca kèdde me sfòtte a mè e sâhavââa jègnede vòcke. U cĂ zze ca te frèke, la caretĂ de CrĂŹste! EfernĂŹmele ddò, cosenò me jâhââa combromètte e nonge tènghe pròbbe a âmbrattĂ rme le mĂ ne ke tè,frĂšshque!1^ DONNANessĂšne, nèà nghe tu, la figlia, hai combrèso chemia mĂ tre avèva un messaggio.3^ DONNAXĂŹ ce cambĂ ve nâandâe muèrse uâffĂŹggje postĂ le ngehavèmmââa apriâ.2^ DONNAIh! kèsse, me vòle pròbbe faââgeraâ le tauèdde! Còmeca mĂ mme hjèvâasselĂšte mammâa jèdde. Ce jè, cajè mòrte nge la sĂŹme skerdĂ te le precuarĂŹ câha semmenĂ teau mĂšnne sĂ ne-sĂ ne. E a mè kiĂš dâu rèste.Havèssamââa faâ mo, ca pe nu stĂšppe e na cequère,jĂšne sâĂ ckje sopâau ualdĂ re, sènza mĂ nghe sapeâcomâĂ fĂ tte pe ânghianaâ ddĂ sĂšse. Ca na crestiĂ 136UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)ne comâa lâĂ lde, jève, dopotĂštte. Percè? Ce mâhavèssâackĂŹatejĂŹ au pòste sĂš, u havèsse fĂ tte pĂšre jĂŹu stèsse ca facĂŹ jèdde. E allòre? Ce jâhââa faâ? Mejâhââa mètteâ la lĂšsce ângapâe la kiròna âmmĂ ne eme ne jâhââa sciâ au Còrse decènne: âEcco, sto qua!Nah,âtecquĂ deme!â3^ DONNASse, la reggĂŹna TautĂš de ânderrâa la LĂ nze, ândra lelĂšsce e le parĂ nze.1^ DONNAMiscredènda, skemmenecĂ te.2^ DONNAVa bĂšne, va! ViĂ tâa tè ca u tĂŹne frĂŹshke. Ce si dermĂšte,sopâa na sbarre de ghiĂ cce?3^ DONNANo, derèttamènde jĂŹndâau fregorĂŹfere.2^ DONNAJòsce ddò arremĂ nâa mangiaâ? Ca me jâhââa regolaâpe le vremecĂŹdde. Jâhââa faâ u bròte.1^ DONNAOggi è giornata di festa.Ă una grande festa, ògge.2^ DONNACe vuè dĂŹsce, câhamââa faâ le maccarĂšne ke le brasciòne?(La fissa, visibilmente preoccupata) âNzòmme, si assĂštepròbbe de sĂŹnze?3^ DONNADa mo va? TĂŹmbe mĂŹ fĂ tte mènghe!1^ DONNAGuardate qua, ânvèdèlè.(Apre una borsa capiente e mostra alle sorelle il contenuto)2^ DONNAMeh? SĂŹ passĂ te dâau veccĂŹre? Non u vi ce fetendarĂŹdâòssereâŚ3^ DONNAE po nge lâha dĂ te âmmockâau cĂ ne pe scequaâ.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1371^ DONNAZitta e taci, sorella. Stai a bestemmiare còndrâa tuamadre. Guarda e prega.(Si inginocchia e leva un canto di ringraziamento. Le altresono sbigottite. Infine, la imitano e si le si inginocchianoaccanto, da lati opposti)BANDITOREInno di ringraziamento(Parole: M. T. Ventrella e G. Solfato; musica: G. Solfato)1^ DONNAKe la cequère comâa pannère/Jè JannĂŹne la Quaquagghière/VĂ vramĂ nne pe tòtta BĂ re/PanâassĂ ke pĂŹckedenĂ re/Mamma-mamma berafĂ tte/MĂ mme pequĂ nde nge ne si fĂ tte/MĂ mme de tĂštte le poverĂŹdde/MĂ mme de còre e de cervĂŹdde/MĂ mme scerrĂ stetĂštte le vĂŹzzje/MĂ mme pertĂ ste la gestĂŹzzje.3^ DONNAA mè me vène da kiĂ nge.2^ DONNAMe stâ a vĂŹnne kiĂ ckjere?1^ DONNA (Mentre si tirano su)AjĂŹre sère mâannaskennĂŹbbe jĂŹndâau cammesĂ nde.Quannâha quagghiĂ te lâĂ rrje, so apĂŹrte u tratĂšre eso pegghiĂ tâ u sacketĂŹdde ke lâòssere sĂ nde de kèddamĂ mme. CammenĂ nne-cammenĂ nne nge scèvedecènne: âMaâ, mĂ mma bèlle, mĂ mme de tĂšttele poverĂŹdde, mĂ mme tòtta cervĂŹdde, oh mĂ mmamĂ mme! QuĂ nne jève menònne jĂŹ, me pertĂŹveâmbrĂ zze tu, moâŚPâognâe gòcce de lĂ tte ca te serkiĂ bbe, tĂ nna ângĂŹnzete jâhââa faâ rènne.E mo (rivolta alle sorelle) telefonĂŹsce a TutĂšcce, aâNdònje, a zĂŹ CommĂ re, a GeuĂ nne, au PesciaiĂšle,au fĂŹgghje de Vagghje-Vagghje, au VarkeceddĂ re,138 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)au RaggionĂŹre, a BabbĂŹsce, a StĂšta-fuèke, au BerefĂ tte,a Cazzederrè, a Capafrèshke, a Tramòte, aVindisè, a PĂ reke-Belle, a Gneffiâ, aâŚ(mentre continua a sgranare nomi come in una litania,le luci sfumano)a MalacĂŹdde, a Piccâe-stĂšte, a la FerrovĂŹre, a lâAckiĂ le,a Mèste LarĂšnze, a Sordèlle, la Viatèdde, CalvĂ rje,CammesĂ nde⌠*BANDITOREII Scena – La rivolta(Irrompe una folla di popolane. Urlano. Spicca la figuradi una donna alta che brandisce in una mano una bandierae nellâaltra una lattuga. Incita la folla)DONNAAu negòzzje de Mekèle ViolĂ nde!(Il pubblico viene aggredito)1^ POPOLANASta âkiedĂšte. A la varrĂŹre!(Compaiono altre bandiere. Le guardie daziarie,atterrite,fuggono, sicchè la folla può continuare a mettere tutto asoqquadro. Si frantumano bilance. Giunge un drappellodi soldati armati che disperde la folla. Andati via, la follasi ricompone)2^ POPOLANAAu MenegĂŹbbje, da la vĂ nne de via PiccĂŹnne!3^ POPOLANAAu palĂ zze de la lègge! DdĂ sta u pĂ ne.(La folla delle tumultuanti si sposta rapidamente daunâaltra parte della sala. Vengono lanciati dei pani. Unadonna attraversa la sala trascinando un sacco di pane)4^ POPOLANAA la FondiĂ rje!UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1395^ POPOLANAA lâuffĂŹggje de la Pubblica SicurtĂ .6^ POPOLANAA via Robbèrte da BĂ re!7^ POPOLANAA la cĂ se du SĂŹnneke!(Alcune guardie sparano in aria vari colpi di moschetto,ma, per tutta risposta la folla fischia, ride e applaude)TUTTISĂŹme vengiĂšte, sĂŹme vengiĂšte! Barâjè nòste!8^ POPOLANASâambarĂ sserâa negaâ u panâa le gèndâonèste.TUTTIVivâa JangelĂŹne-la-gnòre! VĂŹvâa la Quaqquagghière!DONNAE da mo de ânĂ nzeâŚ1^ POPOLANAShh! Stâa pĂ rleâ JangelĂŹne-la-jĂ lde.2^ POPOLANANon ze kiĂ me la Quaqquagghière?3^ POPOLANANo, se kiĂ me JĂ nne. Anna Quintavalle.4^ POPOLANAStâa pĂ rleâ la Gnòre!TUTTIShh! Shh!DONNAE da mo de ânĂ nze, tòtte le vòlde ca no nge combĂŹnekèdde ca le segnĂšre de sĂšse kemmĂ nnene pe nĂš,sopâa la vĂŹta nòste⌠da mo de ânĂ nze, axĂŹ hamââafaâ, comâa jòsce. SĂŹme seffĂŹrtâassĂ . E de lònghe. (Applausidalla folla) Mo, ha senĂ te lâòra nòste.*(Scroscio di pioggia. La folla, carica di pane, si disperdeimprovvisando un canto. Durante i disordini, in sala ungiornalista detterĂ al Corriere della Sera il brano âAâ. Altermine della rivolta detterĂ il brano âBâ)140 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)GIORNALISTACORRIERE DELLA SERA â 28/29 Aprile 1898ore 1,05 pm.(A) âIn causa del rialzo del prezzo del pane e della farina,di fronte a cui il Municipio non aveva saputoapporre, iersera, in Consiglio Comunale, che unaoziosa discussione senza risultato, stamane duemilapersone circa, fra donne, bambini e uomini, si recaronoalle ore 7,00 alla casa del sindaco, pretendendoun ribasso del calmiere. Partita di lĂ insoddisfatta,la folla assalĂŹ il Municipio e gittò dai balconi tutte lecarte e la mobilia, bruciando tutto quanto assiemesotto il portone. Furono quindi assaliti e bruciativari posti daziari. Mentre telegrafo, brucia lâinterolocale del Corpo delle guardie municipali, compresigli attrezzi dei pompieri. Il panico è grandissimo.Tutti gli uffici pubblici, i negozi e le case sono statibarricati. I pochi soldati della guarnigione accorronoovunque, per evitare danni maggiori, ma sonoinsufficienti al bisogno. La Questura ha procedutoa vari arresti, ma la dimostrazione continua imponente,e si prevedono nuovi guai. Furono richiestirinforzi a Lecce e a Foggia.â(B) Ore 2,45 pm. âI dimostranti erano in numerograndissimo. Incendiarono tutti i casotti daziari,invasero lâEsattoria Comunale, bruciandone tutti gliincartamenti. La folla assalĂŹ quindi i depositi di grano,depredando il negoziante Zonno di cinquantasacchi di farina. Gli stessi dimostranti devastaronoil giardino Margherita, rompendo i fanali a gas; assalironoa colpi di pietra lo studio dellâAssessore deidazi, Cav. SbisĂ , e tentarono di assalire la casa delSindaco, Comm. Re David, ma vennero respintidalla truppa. Da ultimo si recarono alle carceri perliberare i detenuti ma anche qui furono respinti daisoldati.â(Ancora canto di folla a sfumare in lontananza)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 141*I SCENA1^D ⌠e ho pensato: comâè? mamma? dopo tutto quello che hafatto? doveva infracidire a Carbonara? No, no. Gli altri possonodimenticarla. Io no. La mamma mia mâè rimasta nel cuore.La statua dâoro dovevano farle. Non fai a tempo ad accenderela televisione che ti sbattono in faccia questo sindaco o quelministro con le forbici in mano che tagliano nastri su nastri.Di mamma nostra, poi, tutti si sono scordati. Anche tu. Di te,poiâŚ2^D Che vuoi dire? Per quanto ne so io, io il mio dovere lâho semprefatto, almeno una volta lâanno, cosĂŹ come comanda il cieloe tutte le volte che me la sono sentita. Dovessimo fare, ora,che tu che te la scansi sempre, sei la migliore e le altre sonoimmondizia, il fango dei piedi tuoi. Come se il camposanto diCarbonara è qua dietro. Siediti, ora. E che? vuoi una tazza dicaffè?3^D Che tâagiti a fare? Mamma lo diceva sempre: quella, appenanacque, sfuggĂŹ dalle mani dellâostetrica e battè la testa.1^D Allora, tanto che siamo arrivati al punto, non câè bisogno chetutte le volte che ci sta da pagare la luce al cimitero ti fai venirei vermi. Alla mamma tua? Mettiti scorno, scellerata, su quellafaccia di peccato che hai! La mamma tua che sta pure citatanei libri? Tu? Fossimo state un pelo di quella mamma, tu io egli altri porci come noi! Scommetto la testa che non ci saremmotrovate nel disordine in cui ci troviamo oggi. Ma che mialtero a fare? Io sono la voce che parla nel deserto. Tre sorelle,tre sorelle! Dove sâè mai visto? Tre sorelle, di questi tempi chenon si capiscono piĂš.2^D E quando mai ci siamo capite noi due? Cosâè questa frenesiadi oggi?3^D La frenesia è come il prurito: se non ti gratti non puoi startenequieto.1^D Sorella mia, il Signore mi deve perdonare, ma io tutte le volteche penso a te, sto male. Prego: comâè possibile, Domine Iddio,che si può vivere una vita solo per mettere zizzania?3^D Dici a me? Sai come mi chiamano? La paciera mi chiamano; ate sai come ti dicono? La guerrafondaia.1^D Si nasce. Ă vero, si nasce! Si può venire al mondo storpi o si142 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)nasce col cervello di quella mamma; uno su mille, o meglio,uno su un milione. Tutti gli altri: vermi senza criterio.2^D Ma insomma, si può arrivare a sapere cosa vai cercando tu,stamattina? Chi ti ha slegato? Allora tu mi vuoi proprio farmisbottare? Se sei venuta affilata per la lite dimmelo subito cheora, cantando cantando ti infilo i grani del rosario.3^D Che novitĂ ! Quella sempre infilate ce le ha, con tutti! Ah,bocca mia, taci, che se dovessi parlare io sul conto tuo, nonsappiamo che fiori ne possono venir fuori.2^D ⌠e quella insiste mamma, mamma e mamma. Ă una vitache è diventata polvere e cenere! lasciala in pace e in grazia diDio dove sta. Allâanniversario le faccio dire una messa – cometutti gli anni â e questa specie di farneticamento fai meglio atogliertelo da quella testona che hai sul collo! Tanto, povereeravamo e sfessate restiamo! E tu, sfondata, quando hai dapisciare, allarga le gambe, non parlare a mezzavoce, perchĂŠ titengo bellâe misurata, con la stadera e il misurino. Non bastache ti ospito per caritĂ cristiana, devi pure sparlare sul mioconto? Io tâammazzo! Ti faccio fuori, io, ingrata!3^D Chi devi fare fuori tu? Vivi alle mie spalle sulla pensione di accompagnamento.Ti faccio fare la signora, altrimenti al molodovevi andare a cacare. Il cazzo che ti frega è la tua caritĂ cristiana. E finiamola qui, altrimenti mi devo comprometteree non ci tengo proprio a sporcarmi le mani con te, furbastra!1^D Nessuno, neanche tu, la figlia, hai compreso che mia madreaveva un messaggio.3^D CosĂŹ, se campava ancora un poâ le avremmo aperto lâufficiopostale.2^D Questa vuole proprio farmi girare le tavolette. Sembra chemamma fosse solo mamma a lei. E che? siccome è morta ce lesiamo scordate le porcherie che ha combinato a tutto il mondo?E a me piĂš degli altri. Dovessimo fare, ora, che per unostraccio e una cicoria, una si trova sullâaltare, senza neppuresapere come câè arrivata lĂ sopra. Dopotutto, una donna comele altre era. PerchĂŠ? Se mi fossi trovata io al posto suo nonavrei fatto quello che ha fatto lei? E allora? Devo mettermi leluci in testa, la corona in mano e andarmene al corso a dire:âEcco, sto qui, toccatemi!â3^D SĂŹ, la regina TautĂš dei marinai, tra le luci e le paranze.1^D Miscredente, scomunicata.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1432^D Va beâ, va. Beata te che stai fresca. Hai dormito su una sbarradi ghiaccio?3^D No, direttamente nel frigorifero.2^D Qui resti per pranzo? Devo regolarmi per gli spaghetti. Devofare il brodo.1^D Oggi è giornata di festa. Ă una grande festa oggi.2^D Che significa? Che dobbiamo fare i maccheroni con la carne?Insomma, sei proprio uscita di senno?3^D Da mo va? Tempo mio, fatti lungo!1^D Guardate qua, infedeli!2^D E beâ, sei passata dal macellaio? Non vedi che fetenzia dâossaâŚ3^D E poi le ha messe in bocca al cane, per farlo giocare.1^D Zitta e taci, sorella, stai bestemmiando contro tua madre.Guarda e prega.Con la cicoria per bandiera/Ă Annina la Q./Va bramando pertutta Bari/Molto pane per pochi danari./Mamma, mammabella/ Mamma per quante ne hai fatte/Mamma di tutti i poverelli/Mamma tutta cuore e cervello!/Mamma bandisti tuttii vizi/Mamma portasti la giustizia.3^D Mi viene da piangere!2^D Mi stai vendendo chiacchiere?1^D Ieri sera mi sono nascosta nel cimitero. Allâimbrunire, ho apertoil cassetto e ho preso il sacchetto con le ossa di quella mamma.Mentre camminavo le andavo dicendo: âMamma bella ditutti i poverelli, mamma tutta cervello, oh mamma, mamma!Quandâero io bambina eri tu a portarmi in braccio, adessoâŚper ogni goccia di latte che ti succhiai, tanto incenso devo fartirendere.â E adesso telefona aâŚII SCENAD Al negozio di Michele Violante.1^P Sta chiuso. AllâUfficio del Dazio.2^P Al Municipio, dallâingresso di via Piccinni.3^P Al Palazzo della Legge, lĂŹ sta il pane.4^P Alla Fondiaria.5^P AllâUfficio della Pubblica SicurtĂ .144 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)6^P A via Roberto da Bari.7^P Alla casa del sindaco.Tu. Abbiamo vinto, abbiamo vinto, Bari è nostra.8^P CosĂŹ imparano a negare il pane alla gente onesta.Tu. Viva Angelina-la nera. Viva la Q.D E da ora in poiâŚ1^P Shh! Sta parlando Angelina-la-alta.2^P Non si chiama la Q.?3^P No, si chiama Anna, A. Q.4^P Sta parlando La Nera.Fo. Shh!D E da ora in poi, tutte le volte che non ci sta bene quello chei signori di lassĂš comandano sulla nostra vita, da ora in poi,cosĂŹ faremo, come oggi. Abbiamo sofferto troppo e per troppotempo. Ora è suonata la nostra ora.BANDITOREIII Scena – Manifesto del Sindaco(Un attacchino affigge alle pareti dei manifesti. Lo seguonodei popolani vocianti. Qualcuno chiederĂ allâattacchinodi leggerne il contenuto)Concittadini,a rassicurare la tranquillitĂ pubblica, la Giunta Municipalesiede in permanenza, per prendere tutti iprovvedimenti necessari.Innanzi tutto abbiamo provveduto che la cittĂ siaabbondantemente provvista di pane e di farina,oggi ed in avvenire.Abbiamo abolito il dazio di barriera sul pane, pastee farine.Il pane di prima qualitĂ sarĂ venduto a centesimi 40il chilo, quello di seconda qualitĂ a centesimi 30.Saranno aperti, subito, due spacci di farine del panificiomilitare, a centesimi 30, e saranno, prossimamente,riaperte le cucine economiche.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 145Ma, per attuare il tutto, io faccio appello a quellacalma di cui Bari ha dato sempre esempio, che, seper un momento fu turbata, io nutro viva fiduciache lâordine sarĂ subito ripristinato col concorso ditutti i cittadini, i quali debbono fare a gara perchĂŠle imminenti feste del nostro Patrono San Nicolanon siano disturbate, con grave danno del piccolocommercio e di tutta la cittadinanza.Bari, 28 Aprile 1898Il Sindaco G. Re DavidNARRATORE (Luci su di lui, in passerella, rivolto al pubblico)Ma cosâè successo, dunque, esattamente? Tentiamodi procedere con ordine. Stiamo a Bari, questo èchiaro, il 27 Aprile 1898.(Si materializzano in palcoscenico due figure femminili,velate: le due dannunziane)I^ DANNUNZ.A Bari, in un mattino di Aprile, da la vecchia cittĂ ove dorme il Santo di Myra, invano invocato â daoscuri antri, da orribili vicoli, da sedi secolari di miseria,di malattie e di delittoâŚ2^ DANNUNZ.Con inaspettata violenza una folla innumerevole didonne minacciose, furibonde, crescente e dilagante,fitta e irresistibile, seminando, attraverso la cittĂ ,morte e devastazioneâŚNARRATOREMa no, voi entrate in seguito. Avete sbagliato scena.Infatti questa è:BANDITOREIV Scena(Le dannunziane svaniscono)NARRATORE (Rivolto al pubblico) SĂŹ, in effetti, una data importantee di cosĂŹ larga eco, in Italia e fuori Italia,146 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)che anche il Poeta â giĂ , proprio lui, dâAnnunzioâ se ne occupò, a modo suo, in un articolo rilasciatoal New Jork Journal. Tanto importante cheun barese, quando perde le staffe, usa ancora dire:âMo jâhââa faâ u vindisètteâ, oppure, a scelta: âMojâhââa faâ u novandòtteâ. Modi di dire entrati nellalingua di questo popolo che, esasperato per lâatteggiamentotenuto dallâAmministrazione Comunale,nella sua intransigenza ad abolire il dazio sulle farine,quella mattina del 27 Aprile 1898, insorse, e sifece giustizia a modo suo. Ovviamente, tale esasperazionedoveva essere il risultato di un malcontentoe di un disagio piĂš profondi. Si pensi solo che aRutigliano, che ben presto doveva seguire Bari nellarivolta popolare, il pane si vendeva a 42 centesimial chilo, quando un contadino guadagnava, in unagiornata di lavoro, 70 centesimi, seppure. A Bari lasituazione non era granchè differente.Il pane di prima qualitĂ era venduto a centesimi 42il chilo, e quello di seconda a centesimi 34. Variesoluzioni erano state tentate per contenere questiprezzi, nel contesto dâuna generale lievitazione. Mail popolo e lâopposizione volevano qualcosa di piĂš:abbassare il costo di questo genere di primissimanecessitĂ per le nostre popolazioni, e ciò, eliminandoil dazio comunale sulla farina. (Luci giĂš)BANDITOREV Scena – La seduta del 26 aprile(Luci sulla zona deputata a Sala Consiliare. I Consiglierisono giĂ seduti ai loro posti)SEGRETARIOLâanno 1898 il giorno 26 del mese di Aprile alle ore8,30 pm., in Bari, nella grande aula del Palazzo diCittĂ .UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 147Sotto la Presidenza del Sindaco, Comm. GiuseppeRe David, ed assistito dal Segretario generale, Sig.Massi dott. Cesare, il Consiglio Comunale si è riunitonelle persone dei signori:1 SbisĂ Giuseppe2 Signorile Giuseppe3 Mirenghi Ventura4 Lamberti Franco5 Chiaia Vittorio6 Re David Giuseppe7 Petruzzelli Andrea8 Laurora Giuseppe9 Manzari Vito10 Carbone Carlo11 DâAttoma Michele12 Manzari Pasquale13 Colaianni Giuseppe14 Bottalico Giuseppe15 Zonno Salvatore16 Pappalepore Franco17 Azzone Luigi18 Sforza Emilio19 Bavaro Nicola20 Petrera Daniele21 De Grecis Vito22 Capruzzi Giuseppe23 Dellino Nicola24 Petroni Giandomenico25 DâElia Nicola26 Giannantonio Domenico27 Fiorese Sabino28 Caleno Cesare29 Morelli Nicola30 Diana Giuseppe31 De Tullio Antonio32 Vacca Michele33 Bevest Michele148 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)34 Anelli Leonardo35 Di Cagno Giovanni36 Vignali Carlo,37 Damiani Giuseppe.Il Presidente, visto che dei 60 Consiglieri assegnati alComune, sono presenti 37, numero sufficiente perrendere legale la seduta in prima convocazione primaverile,ai termini dellâart. 112 della predetta leggecomunale e provinciale, dichiara aperta la tornata efa dischiudere le porte al pubblico a norma di legge.Il Presidente invita il Consiglio, per ragioni di urgenza,a prelevare dallâordine del giorno le seguenti3 proposte:La prima si riferisce a domanda di nuovi fondi occorrentiper concorso dato alle cucine economiche.La seconda si riferisce a modifica della deliberazioneconsiliare del 15/2 ultimo pel modo di pagamentodella Pensilina a piazza Castello.La terza, comunicazione e provvedimenti in ordineal prezzo del pane.Viene accettato, e il Presidente riferisce:SINDACOIl Consiglio ricorda che con la deliberazione del15/2 c. a. fu concesso alla Giunta un fondo a calcolodi L. 10. 000 per maggior concorso alle cucineeconomiche per le razioni da distribuirsi gratuitamenteai poveri, e per assicurare la vendita di buonpane di 2^ qualitĂ a centesimi 34 il chilo, con tuttele precauzioni e riserve dallâatto consiliare stesso risultanti.Il sistema del rimborso della differenza del prezzoai panettieri ha fatto ottenere ottima prova, ed èorganizzato in modo da evitare qualsiasi frode.E poichĂŠ il prezzo del pane è cresciuto, si è presoaccordo coi panettieri in base a calcoli esattamentefatti col listino dei prezzi, di portare a 6 centesimia chilo il rimborso sul pane di 2^ qualitĂ , in modoUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 149che il prezzo di questi resti fisso a cent. 34. Ed inprevisione di altro rialzo del mercato delle granaglie,la Giunta chiede lâautorizzazione di poter aumentarein proporzione, se del caso, tale rimborsoai panettieri, appunto perchĂŠ il prezzo di 34 centesimiresti sempre invaribile e fino a quando colraccolto delle messi non cessi, come è da ritenersi,lâattuale crisi.E se si propongono altri mezzi per attenuare ancoradi piĂš le conseguenze della ostinata crisi annonaria,questa Amministrazione è pronta a prenderli in esameed a secondarne lo svolgimento.PETRONIIl primo ribasso di 2 centesimi sul prezzo del pane,per me è stato un efficace provvedimento. Sullaconvenienza dellâampliamento di forni saremo forsedâaccordo, intanto la non si abbandoni: ma siprovveda oggi prontamente, in qualche modo, aibisogni del momento. La povera gente, specialmentein Bari vecchia, ha bisogno della farina, perchĂŠcon essa fa il pane. Il rimborso di ulteriori centesimisul pane non basta: si deve abolire il dazio sullefarine di 2^ qualitĂ , e ciò a tutto Giugno almeno, equesto propongo.FIORESEIl capitalismo ci soffoca, ed ora, scoppiata la guerrafra gli Stati Uniti e la Spagna, (ci) troveremo semprepeggio: il grano costerĂ di piĂš.PETRERA (Interrompe gridando)Viva la Spagna!FIORESE (Prosegue)Lâopera del capitalismo è brutale, e gli aumenti deiprezzi sono spiegati, piĂš che dalla crisi della produzione,dalle crisi politiche.DE TULLIOIn questâaula non si doveva dare un grido che vafuori della cerchia della nostra cittĂ ; non si doveva150 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)varcare i confini americani, chè allora, se un gridosi dovesse emettere, sarebbe stato quello di VivaCuba.PETRERAIl grido che è venuto da me è stato un augurio peril trionfo del diritto e non dellâinteresse.La guerra testè aperta influisce sul prezzo del grano,e gli attuali possessori di grano, che sanno ilfatto loro, chiuderanno il genere nei magazzini pervenderlo poi piĂš caro. Perciò il provvedimento daprendersi dal Comune è quello di acquistare tuttele farine al prezzo attuale per averne almeno perun paio di mesi, evitando cosĂŹ di correre le vicendedel commercio, compreso quelle per causa dellaguerra.LâAmministrazione comunale sâimpossessi delle farinedi 2^ qualitĂ che rivenda al costo, cosĂŹ tenendoconto anche delle abitudini di fare il pane in casache hanno molte nostre famiglie; il popolo minutoavrĂ un grande vantaggio, tanto piĂš che queste farinedovrebbero essere esenti dal dazio.CALENOTroppe parole, troppi consigli si emettono fuoriquesta sera, per la fame. Io sostengo la propostadella Giunta, e se non si fa cosĂŹ io predico che potremmotrovarci un giorno senza pane sufficiente.(Rumori nelle sala e fra i Consiglieri)MARENGHIPropongo di nominare una commissione che si riuniscadal Sindaco per formulare subito una propostaconcreta domani.SEGRETARIOIl Sig. Petroni è contrario alla sospensione.Il Sig. Petrera, avendo il Sig. Caleno rilevato lâurgenzadellâargomento, dice che non si può ammettereil rinvio della trattazione di esso.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 151PETRONISi abolisca il dazio sulle farine, pane e pasta, fino al30 Giugno, e lâAmministrazione provvegga al restocon altri mezzi opportuni.SINDACOIl Presidente dice essere di ben difficile soluzionequestâargomento che si tratta stasera; ma egli speraanche questa volta si approverĂ la proposta dellaGiunta.PETRONISe i provvedimenti primitivi presi dalla Giuntaavessero bastato egli lâavrebbe lodata. Fatto è che ilprezzo del pane è esagerato. Lo si riduca con lâabolizionedel dazio, come si è fatto a Firenze ed in altrecittĂ .Ă questo dazio che lâAmministrazione nostra non vuoleabolire, mentre ciò sarebbe lâunica salvezza. Si aboliscail dazio ed avremo il plauso del popolo barese.(Il pubblico applaude)SEGRETARIOIl Presidente lo richiama allâordine.SINDACOPare a me che non ci si voglia comprendere. Noivorremmo spendere qualunque somma per alleviarele condizioni delle classi disagiate. Quanto poialle cucine economiche, si riapriranno al piĂš presto,richiamando la benemerita Commissione.(Il pubblico strepita nuovamente)SEGRETARIOIn seguito di che il Presidente sospende la seduta.(Riaperta la seduta, prende la parola il Consigliere Comm.Capruzzi)CAPRUZZILa trattazione di questo argomento mi duole abbiadato luogo ad incidenti vivaci. Io desidero che,152 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)dopo la discussione fatta, tutti si mettano dâaccordonelle conclusioni. LâAmministrazione, che si è resaconto sufficiente dellâaccezionalitĂ del momento,rifiuta di accettare lâordine del giorno De Tullio,che poi è cosĂŹ dato da implicare anche la propostadellâAmministrazione medesima.Due sarebbero, a parer mio, i provvedimenti daadottarsi:a) Quello dei forni municipali che segnerebberorimedio permanente contro ogni rialzo del prezzodel pane, il quale sarebbe sempre venduto al prezzodi costo.b) La proposta di Petroni con che, a mio avviso,subisca la seguente lieve modificazione: âIl Comune,pur mantenendo fermo il dazio, incetterebbefarina di 2^ qualitĂ da cedere poscia ai rivenditoriad un prezzo che, fatta la riduzione del dazio medesimo,sarebbe sempre quello di costo al Comune.âRE DAVIDRiassumendo i risultati della discussione, propongoche si adotti la proposta della Giunta; che il Consigliodeliberi la nomina di una Commissione chedomani stesso si riunisca per studiare circa le modalitĂ dellâincetta del grano e della farina.SEGRETARIOMessa ai voti questa proposta nei detti termini èapprovata allâunanimitĂ nelle forme di legge.Il sottoscritto Segretario generale del Municipio diBari certifica, sulla dichiarazione dellâusciere comunaleStraziota Raffaele, che il presente processoverbale è stato affisso allâalbo municipale domenicascorsa 1 Maggio 1898, e che contro di esso non èstato prodotto reclamo di sorta.Bari 2 Maggio 1898(Fine I Parte)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 153BANDITOREVI Scena – Le cause remoteNARRATORE (Al pubblico)GiĂ ! Voto allâunanimitĂ ! E la dĂŹa dòppe seccedĂŹ unovandòtte.(Tornano a materializzarsi in scena le due dannunziane)1^ DANNUNZ.Esse avanzavano in massa compatta e mostruosa,spargendo la fuga e il terrore lungo i loro passi, lasciandola loro avanzata contrassegnata dalle fiamme,abbruciando, distruggendo insensatamentetutto.2^ DANNUNZ.Lâodore dellâincendio e le altre grida aumentavanoad ogni istante il delirio ed esasperavano la plebagliabestiale. Le case furono abbruciate e i mobilidivamparono in alti roghi sulle piazze e nelle stradelaterali; tutti glâistrumenti delle esazioni fiscali etutti gli archivi furono distrutti. Le porte dei granaifurono sfasciate.NARRATOREAncora! Vâavverto io quando tocca a voi.(Le dannunziane svaniscono)NARRATOREDicevo, allora, che il giorno seguente successe quelloche ormai sappiamo. Giunse truppa da Lecce,Brindisi e Trani. Giunsero dei battaglioni di rinforzo:da Napoli il 76°, da Caserta il 40°, da Chietiil 65° e da Potenza lâ81°. Ma non servivano piĂša Bari, chè la rivolta si era estesa a molti Comunidella Puglia e in tutta Italia.Ci furono disordini e tentativi di dimostrazioni aTriggiano, Bitetto, Rutigliano, Trani, Cerignola,Lucera, nei comuni del Gargano, a Foggia e poi inprovincia di Napoli, a Teramo, Ferrara e nellâEmiliatutta, a Milano. Di volta in volta assunsero una154 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)coloritura locale, ma dovunque, sempre, furonolâespressione di mali piĂš grandi che investivano ilPaese: il malgoverno, lâabuso del potere, la fondamentaleseparazione di classe, lâostinato rifiuto deipiĂš abbienti delle reali esigenze del proletariato.Per riassumere, insomma, la totale mancanza di quelrispetto che ciascuna creatura deve ad unâaltra.BANDITOREChiesa di San Ferdinando – Via Sparano – ore19,00(Una donna fa conto di uscirne, ancora raccolta in preghiera.Frettolosamente si avvia. Due guardie in borghesela fermano bruscamente)DONNA (Urla)Ehi, ehi, ce velĂŹte da mè, allassĂ deme. So mĂ mmede fĂŹgghje. Ce sciĂ tâackiĂ nne? GendâackerrĂŹte.DUE UOMINI (In coro)Taci! Siamo la benemerita pubblica sicurezza.DONNAJĂŹ non zo fĂ tte nĂšdde. Non zĂ cce nĂšdde. Me nejâhââa sciâ, ca jè tĂ rde.DUE UOMINIPer te non câè piĂš orario, donna. Conducici a casatua.(Giuntivi, cercano affannosamente. Intervengono i coinquilinidella donna)1^ COINQUILINOCe havitââa ackiaâ ddò, la fĂ me? Kèdde jè tĂ nne nasĂ nda crestiĂ ne!2^ COINQUILINOE meh, bregadĂŹ, vuè benâa CrĂŹste muèrte? non lasĂŹte facènne meriâ de gòcce a kèdda poverèdde. Nonu vĂŹ, stâa svendescèsce comâa na cannèle!3^ COINQUILINOVe pòte jèsse na mammâ a vesserĂŹ.*UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 155DUE UOMINI (Non avendo trovato quanto cercavano, concludono)Va bene, donna, ringrazia la tua buona stella. Perstasera non ti traduciamo in camera di sicurezza.Ma domani mattina⌠di buonâora, in questura,intesi? O altrimentiâŚBANDITORELa mattina seguente(La DONNA sâavvia verso un altro luogo della sala dovelâattendono un commissario e i due uomini della sera precedente.Si fa avanti un signore dallâaria molto distinta)DUE UOMINIĂ costei la rea?SIGNORE (Dopo aver osservato la donna scrupolosamente)No, non è codella.(Luci in dissolvenza)NARRATOREĂ solo un episodio da noi ironicamente drammatizzato,ma stralciato per intero dal numero del 21Aprile 1898 di Spartaco, lâorgano della Democraziapugliese, che negli ultimi dieci anni della sua esistenzaâ dallâ88 al 98, appunto, quando fu soppressodallâAutoritĂ in seguito ai fatti del 27 Aprile âmai mancò di denunciare tali misfatti. E con tantocoraggio e lealtĂ , aggiungeremo noi. Ma torniamoal nostro 27 Aprile. Fu un vero e proprio terremotoche scosse la cittĂ nelle sue fondamenta.(Luci sui pellegrini che danzano una indiavolata tarantellache sfuma in una invocazione ritmica a San Nicola)*D Ehi, che volete da me? Lasciatemi. Sono una madre di figli.Che cercate? Gente, accorrete!156 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)Io non ho fatto niente. Non so niente. Me ne devo andarechâè tardi.I^c Che troverete qui, la fame? Quella è tanto una buona cristiana.2^c Su, brigadiere! Vuoi bene a Cristo morto? Non fatela moriredi spavento, quella poveretta. Non vedi che trema come unacandela?3^c Vi può essere madre!BANDITOREVII Scena – Le conseguenze(Luci sulla stessa âSala Consiliareâ della Scena V^. Relazionail Sindaco. Ă solo)Relazione del sindaco sulle sue dimissioniSINDACOSignori Consiglieri, il giorno seguente alla sera incui questa assemblea, dopo lunga discussione, votavaallâunanimitĂ tutti i provvedimenti opportunia proseguire nellâiniziato metodo di agevolare leclassi meno abbienti (âŚ) fummo tutti sorpresi daun moto, che può ben qualificarsi un momento diaberrazione della folla, unâora di morboso furoredella massa, cosĂŹ come può accadere nellâindividuopiĂš sano â aberrazione, perchĂŠ giĂ dallâinterno siera provveduto a lavori ed al ribasso del pane âaberrazione di folla incosciente, perchĂŠ nĂŠ la classeoperaia, nĂŠ le altre classi della cittadinanza preseroparte ai disordini deplorati, che furono compiuti dauna minutaglia di donne e di monelli, alla quale siaggregarono solo degli elementi pregiudicati.E mi conforta anche il poter constatare che neppurein quel momento di parossismo la popolazionebarese perdette del tutto il suo carattere tradizionaledi mitezza, giacchè non ebbe a deplorarsi alcunaostilitĂ alle persone ed il primo magistrato civicoUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 157(Lo indica) circondato dalla folla nel suo gabinetto,pur non essendo riuscito a persuadere i dimostrantia sciogliersi, potette attraversar la folla stessa senzache alcun sfregio, nĂŠ di parole, nĂŠ di atti, fosse fattoalla sua persona.Io non ho bisogno di giustificare a voi la condottadellâ Amministrazione. Voi, allâunanimitĂ , votastenel febbraio la proposta del rimborso ai panettieriper evitare il rialzo del prezzo del pane di secondaqualitĂ .Voi, col vostro voto, ci avete fornito i mezzi per ilavori pubblici.Voi, allâunanimitĂ , votaste, nellâultima tornata del26 Aprile, il maggior rimborso ai panettieri.Forse il senso vero della deliberazione del 26 Aprilenon fu compreso dalla massa, forse la discussionefatta in quella tornata fu fraintesa, forse la nominadella Commissione fece supporre che ogni provedimentosi rimandasse alle Calende greche.Sorpresi, quindi, dallâimprovvisa bufera, sentimmoil dovere di restare al nostro posto; e come il capitano,quando infuria la tempesta, per salvare la nave,di cui ha il comando, gitta a mare anche una partedella mercanzia, cosĂŹ noi, che avevamo sostenutolâinsufficienza e il danno dellâabolizione del daziodi consumo sulle farine, dovemmo, dâurgenza, fragli altri provvedimenti, decretare quellâabolizione,avvalendoci in ciò di poteri prudenziali, che il momentoci consigliò di usare.Non dirĂ alcuno che questa deliberazione possa definirsiatto di debolezza. No.Ristabilita la calma, si sarebbe da tutti sentito ilbisogno di provvedimenti definitivi a tutela degliinteressi del Comune, che nel caso sono poi specialmentegli interessi stessi delle classi meno abbienti.Ed in questo nostro apprezzamento siamo staticonfortati dallâautorevole parola dellâIllustre Uomo158 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)chiamato dalla fiducia del Governo a reggere questaProvincia in momenti tanto gravi ed eccezionali.Egli, con sua nota n. 10852, in data del 12 volgente,mi scriveva nei seguenti termini:PELLOUXSignor Sindaco di Bari, blaâblaâbla. VedrĂ codestoon. Consiglio Comunale quale limite debba darsialla sospensione dei dazii sul pane, paste e farine, edagli altri provvedimenti adottati, e se convenga, anzichĂŠcontinuare nella sospensione della riscossionedel dazio, scemare la gravezza di tale tributo, facendoin modo che la riduzione della tariffa profittisoltanto a coloro cui il provvedimento è diretto.Il mancato introito dei dazii piĂš importanti nonpuò non ammiserire il Comune, che si vedrĂ mancarei mezzi per soccorrere i bisognosi, sia con pubblicilavori, sia con le misure economiche, quandose ne manifesti il bisogno, e sia con le svariate formecon le quali si esplica il soccorso del Comune alleclassi bisognose, blaâblaâbla.Firmato: il Tenente Generale reggente la PrefetturaPelloux.RE DAVIDPerò, se sarĂ necessario tornare sullâeccezionaleprovvedimento preso, è pure logico e costituzionaleche una nuova Amministrazione, rinvigorita daelementi nuovi, venga a farne lo studio e cercarnelâattuazione, bla âblaâbla. Il disordine che lascia inun organismo un morbo violento, per quanto rapidoed anche passeggero, esige cura ricostituente.Ecco le ragioni delle nostre dimissioni annunziateprima e comunicate ora con lâordine del giorno.(Luci giĂš)NARRATOREE dopo altri convenevoli concluse:(rivolto a Re David) Prego.(Luci su Re David)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 159RE DAVIDA noi che, durante un quadriennio, non risparmiammotempo e lavoro al servizio della civicaazienda, a noi che, nel periodo burrascoso dal 27Aprile a oggi, spendemmo con fede tutta lâoperanostra per attenuare gli effetti deleteri dei deploratidisordini, a noi, nel ritornare a vita privata, rimarrĂ la soddisfazione dâaver cercato di compiere, modestamente,il nostro dovere, lieti, se potremo essereconfortati dal vostro giudizio benevolo e da quellodella cittadinanza.(Applausi. Luci sul Sindaco giĂš)NARRATOREEh, sĂŹ! Il Sindaco Re David Comm. Giuseppe sidimise. Era il 21 Maggio. Ovviamente la sua relazionenon si fermava al punto in cui lâabbiamo lasciato.Il Sindaco andò avanti ancora per un pezzo.BANDITOREUna lezione di storia(Luci su una classe di scuola elementare)MAESTRAIl Sindaco disse di come, in pochi giorni dallâindomanidella rivolta, il Comune si fosse potuto assicurareuna provvista di oltre 3. 000 quintali digrano e di 500 quintali di farina, inviate in parte dalGoverno centrale.1^ ALUNNOE in parte dal Signor Michele Violante âil qualenon esitò un istante a porre a nostra disposizionetutto quello che aveva nei suoi depositi e quelloviaggiante (oltre quintali 2.000).â2^ ALUNNOLodò âla benefica e nobile idea, promossa dallâesimioCav. Marstaller e propugnata efficacementedallâegregio Presidente della Camera di Commer160UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)cio, lâidea cioè di raccogliere la cospicua somma diL. 100.000 per alleviare le condizioni delle classidiseredate.â3^ ALUNNODisse delle perdite subite dal Comune: L. 94, 573.16 (Relazione del Sindaco, pag. 14).4^ ALUNNOE ringraziò lâegregio cittadino Labindo Rossi che,insieme ad altri, aveva iniziata la sottoscrizione perlâimpianto di un forno cooperativo allâindomanidella rivolta.5^ ALUNNOE finalmente annunciò che dal disastro del 27 Aprileerano venuti fuori appalti di lavori da eseguirsi incittĂ per un totale di L. 879, 918. 25.6° ALUNNOE che erano in vista altri due importanti lavoriper lâammontare complessivo di quasi un milione:lâallacciamento della ferrovia Adriatica al Porto, elâampliamento della Stazione.7^ ALUNNOQuindi auspicò che il Governo Centrale sâoccupassedella questione concernente lâabolizione deldazio sulle farine a livello nazionale.MAESTRAAnche se esprimeva la sua sfiducia acchè il prezzodel pane comunque scendesse.(Luci giĂš sulla classe, si riaccendono sul Sindaco)RE DAVIDE la conferma si può trovare anche nel fenomenoverificatosi a Parigi, dove, malgrado la soppressionedel dazio, il pane continua a vendersi a 45 centesimiil chilo, ed i fornai dichiararono di essere obbligatiad aumentarlo. (La Tribuna n. 137 del 19 Maggio)(Luci sul Sindaco giĂš. Riappaiono le Dannunziane)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1611^ DANNUNZ.Bruciarono i granai saccheggiati, passando a nuovedistruzioni. I fiori furono calpestati nei giardini, glialberi furono atterratiâŚ2^ DANNUNZ.⌠le colonne dei porticati furono gettate in mare,tutto ciò che il fuoco non aveva abbruciato fu gettatonellâacqua. La enorme processione di questedonne furibondeâŚNARRATOREAmen!1^ DANNUNZ.⌠avendo sparso il terrore nella bruciante cittĂ , fermòla sua corsa alla riva del mare, gridandoâŚNARRATORESenti, cara, un quadro ancora e poi il palcoscenico,le luci, guarda, anzi, te ne faccio mettere due, tutteper te, tutte tue. Va bene? Ora vai di lĂ , dai. Vai.1^ DANNUNZ.Posso dire almeno che tra gli immediati provvedimentiadottati dalla Prefettura ci fu il sequestro delgiornale Vigilia che peraltro condannava i vandalismidel 27 Aprile? Un errore madornale, insomma.Ho detto bene?NARRATOREInsospettatamente bene, cara.2^ DANNUNZ.Allora, forse, posso anche aggiungere che dal GovernoCentrale ci fu la sospensione di tutto il daziodoganale sul grano, e la riduzione sui trasporti ferroviari.Richieste, queste, giĂ avanzate mesi addietrodai Deputati socialisti.Ho detto bene?NARRATOREUn poâ meno, cara. Questi sono provvedimenti,non ritorsioni.Banditore, che scena è questa?162 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)BANDITOREVIII Scena – Le RitorsioniNARRATORE (Alle Dannunziane)Visto?DANNUNZIANEAh! Va bene. Andiamo. (Escono)NARRATOREIn effetti a Bari fu sequestrato Vigilia: un errore inspiegabile.Furono arrestate 60 persone. Ancora il15 Luglio il Corriere delle Puglie riporta in cronacalâarresto di tale Giovanna di Nicola di anni 18, âdovendorispondere di violenza nei tumulti ultimi.âIn realtĂ si tentò di individuare i colpevoli dellasommossa nei socialisti e nelle opposizioni comunali.Un atteggiamento cieco e ipocrita che non consideravacome i partiti politici, almeno a Bari, nonavessero alcuna influenza sulla cosiddetta plebe, perla semplice ragione che la plebe non era elettrice. E,come mette in rilievo Spartaco, si sarebbe potutoben dire che questa plebe, confinata nei vicoli luridie malsani di Bari Vecchia, non facesse neppureparte del popolo barese.Fu la fame, non altro che la fame, la cattiva consiglieradella sommossa rabbiosa del 27 Aprile. Masi voleva un capo espiatorio. E non si vollero tenerpresenti i recenti scioperi dei marinai e dei vetturiniche avevano esaurito tutte le risorse delle misere famigliedei lavoratori baresi. E non si volle intendereche non torme di cenciosi e pezzenti si ammutinarono,ma le famiglie dei lavoratori.Si volle invece una soluzione di forza. A reggere saldamentele sorti della Provincia, fu mandato il generalePelloux che ottenne la calma senza lo stato diassedio, al contrario di quello che avvenne a Milanodove ancora vi permaneva a tutto Luglio pei motidel 6â7â8 di Maggio. (Luci su Pelloux immobile. Labanda va su fragorosamente)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 163Ă cosĂŹ: appena uscito il proclama Pelloux, la bandacittadina volle suonare in piazza. Le feste Patronalierano in atto. E San Nicola, a Bari, è come SanGennaro a Napoli: può succedere di tutto, ma âlafèste de SĂ nda Necòle jè sèmme la fèste de SĂ ndaNecòleâ.(Giunge il corteo di pellegrini che canta SĂ nde NecòleMarenĂ re, il canto di tradizione dedicato al santo, piĂšpopolare. Quella che viene data qui di seguito è una dellemolte varianti, a seconda della provenienza dei gruppidi pellegrini: SĂ nde Necòle va pe mĂ re/Va vestĂštâ a marenĂ re/AmmerĂ due quĂ nnâjè bèlle/E ca jè SĂ nda Necòle/E ca jè SĂ nda Necòle/Allègre, marenĂ re/SĂ nda Necòleva pe mĂ re/Allègre, pellegrine/SĂ nda Necòle havââa partiâ/SĂ nda Necòle jè dâargĂŹnde/Va pe mĂ râe ammènâu vĂŹnde/Eammènâa mundĂ gnole/SĂ nda Necòle jè tutte dâòre/SĂ ndaNecòle jè tutte dâòre/Allègre, marenĂ re/SĂ nda Necòle vape mĂ re/Allègre, pellegrine/SĂ nda Necòle havââa partiâ. *Il corteo dei pellegrini si allontana)Del resto il pane ormai câera, câera il lavoro ecâera lâordine. Lâordine di Pelloux, naturalmente.In una sua circolare del 1° Luglio 1898 ai Prefettidel Regno scriveva, con un linguaggio destinatoa diventare ben piĂš popolare qualche anno piĂštardi:(Luci su Pelloux)PELLOUXLe disposizioni statutarie e legislative, a tutela delleIstituzioni della societĂ e dellâordine pubblico,devono essere scrupolosamente rispettate e severamenteapplicate. Deve essere assolutamente impeditoed, al caso, energicamente represso ogni atto,ogni propaganda dâindole sovversiva, sotto qualsiasiforma e tentativo di eccitamento allâodio di classe. ISignori Prefetti possono essere sicuri, cosĂŹ facendo,164 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)di incontrare sempre la piĂš completa approvazionedel Governo.Prego di accusare ricevuta. Firmato: Pelloux.(Riprende la banda: a sfumare)*San Nicola va per mare/Va vestito da marinario/Miratelo, quantoè bello/Ă San Nicola/Allegri, marinai, San Nicola va per mare/Allegri,pellegrini/San Nicola deve partire/San Nicola è dâargento/Vaper mare e tira vento/E tira la montagnola/San Nicola è tutto dâoro,ecc.BANDITOREIX Scena – Conclusioni1^ DANNUNZ.Con migliaia di voci rauche, insaziabili di distruzioni,coperta di lordure e imbrattata di sangueâŚ2^ DANNUNZ.Sembra che uno stupore improvviso colpisse quellafolla di donne infuriate e livide, che poco innanziavevano urlato come cani selvaggiâŚ1^ DANNUNZ.Davanti ad esse si stendeva il mare tranquillo, lievemeneincrespato da una dolce brezza; dietro a lorofumava la cittĂ devastata.2^ DANNUNZ.Per alcuni istanti esse rimasero immobili, istupidite,quasi dimenticando il lugubre lavoro che esseavevano eseguito, in un silenzio piĂš tragico dellegrida piĂš feroci(In coro)Scordando lâansia degli esausti petti e le deboli vocidei fanciulli morenti per fame. (Escono)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 165NARRATOREDal giornale Spartaco â 1° Maggio1898 âMa quellepettegole e quei ragazzi acquistarono a poco a pocola coscienza del loro preteso diritto, e trassero daquesto ogni loro forza, che nĂŠ il Prefetto, nĂŠ il Sindaco,nĂŠ il sostituto Procuratore del Re capirono,illudendosi sino a tarda ora.(La sala si illumina. Gli attori sono distribuiti tra il pubblico)1^ ATTORENon sta a noi additare i provvedimenti che spettano achi ha il potere, pur non meritandolo e pur rappresentandoartificialmente il Paese. Noi, cui non spetta chestudiare i bisogni, come abbiamo sempre fatto e facciamo,e dirigere lâopinione pubblica, non abbiamofiducia che rinsaviscano i responsabili di ogni male.2^ ATTORESolo vogliamo aggiungere che noi non miriamo ascalzare persone e tanto meno a deprimerle: noi condanniamosistemi. Le Istituzioni vigenti tanto possonovalere, in quanto possono essere benefiche, e peressere ormai tali hanno bisogno di trasformarsi.3^ ATTOREE vogliamo ancora aggiungere che se, in una occasionecosĂŹ tremenda come quella del 27 Aprile,quasi nessun rappresentante del popolo ha saputodominare la posizione sappia il popolo organizzarsi(La stessa frase rimbalza da un attore allâaltro pertutta la sala ) sappia il popolo organizzarsi non collasmania dei vandalismi, ma colla fede nei veraci interpretipropri.4^ ATTOREE non sâarresti dallâinsediarli al potere e sorreggerli,semprechè il potere non continui ad essere gestitoad usum delphini, ma si affermi una buona volta pelpopolo e col popolo.â166 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)BANDITOREUna storia: Parte II e Fine(Stesse donne di Scena 1, Parte I)1^ DONNAE allòre, sòra sĂ nde, si telèfonate? Ah? Le si mannĂ tâakiamaâ tĂštte quĂ nne? Ah? Ce hònne dĂŹtte: vènene?Ah? Nge u si dĂŹtte ca non havonnââa mangaâ? Ah?Ah?2^ DONNAEhh! Sòra de la Madònne! Va bĂšne ca stamâaukespètte de mĂ mme, ma ânzòmme abbakĂŹsce numuèrsa-muèrse. E ce còse jè? Ke tòtte sti litanĂŹ mesta jĂŹgne la cĂ pe e me fĂ sce sfòtte la nervatĂšre. Ohh!StĂ tte kiète e acceppenĂ te a la sèggie. AsseduèscekejĂŹ ognâe còse. Ohh!3^ DONNASi sendĂštâa kèdde? Stattâ assedĂšte e stĂ tte kendènde?Te combĂŹne. Ca kèdde tòtte na vòldeâŚ1^ DONNAE u aldĂ re⌠u si ackengertĂ te?2^ DONNAPurâu aldĂ re mo? Ce dĂŹsce, jâhââa telèfonaâ au PĂ pepâarrekemannĂ ue de fangĂŹlle SĂ nde pe demèneke cetrĂ se?1^ DONNAZitta. Non bestemmiare. Le ossa si mettono sobbrâalâaldĂ re. Lo preparo io.3^ DONNANon bestemmiare sèmbre. Non bestemmiare! U sĂŹsendĂšte ca pĂšre kèdde tâu dĂŹsce? E non zi negĂ nne,diâ pe quĂ nna vòlde tâu dĂŹgghe jĂŹ.1^ DONNAAddò si mettĂšte lâòssere?2^ DONNAMo so nĂšmmere! Mâu stâa demĂ nnâa mè? PezzĂŹnghâamo te le si tenĂšte strètte-strètte.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1671^ DONNA (Alla 3^ Donna)Li hai prèse tu?3^ DONNAA mè? Ma tu mo vuè vedeâ ca ce non zâarrĂŹvenâadâackiĂ la còlpe jè la mè?1^ DONNANon sgherzĂ re, non sgherzĂ re ke lâòssere sagrosĂ ndede kèdda mĂ mme, ca non zĂŹme dègne nèmmĂ nghede pelzaâ. Le so datâa tè.3^ DONNAUagnè, tâu stâa sĂšnne! Au kiĂš-kiĂš nge le si petĂštedaâa kèdde! Kèsse se nâha sciĂšte pròbbje au acĂŹte.2^ DONNAE ce lâhavâaffettĂ te? Jèdde se le tenève comâa lapĂšpe.(Rivolta al pubblico) âNzòmme, sĂŠnza traâ assĂ la zòkeâŚsĂŹtâaccapesciĂšte còme va a fernèsce la stòrje? E lâòssereaddò stònne? Addò stònne lâòssere? E te le so datâatè? No, le tenĂŹve tu. Te le so datâa tè? le tenĂŹvâ jĂŹndâala brezzètte⌠JÏ⌠le jève mĂŹsse jĂŹndâau bròte.1^ DONNAMamme!3^ DONNABombĂ tte! Kèdde jè la fĂŹne câhavevââa faâ! La fĂŹne deGnagnĂšdde.2^ DONNA (Al pubblico)E kiddâe dò, le sĂŹte sendĂšte? KĂŹdde sò capĂ sce de traâânanze pezzĂŹnghâa cramatĂŹne. (Alle due donne) Eh avĂš! TètĂŠ, ânzerrĂ te le tenĂ gghje. AvĂ ste! Ce brotâebròte? (Indica una pentola) Jè jĂ cque! AcquĂ nnâuhavevââa faâ stu bròte? E mo, fernĂŹmele. SciamanĂŹnne.Kèdde câhavemmââa disce, u sĂŹme dĂŹtte. Kèddeca petèmme faâ⌠ha stĂ te fĂ tte. Ce petĂŹme faâ dekiĂš? PetĂŹme sciâ attĂšrn-attĂšrne a repète kèssa stòrje.Ma le merĂ ggue non zeccèdene da na di allâĂ lde. DaquĂ nne mĂšnne jè mĂšnne, le lambasciĂšne se zĂ ppenee le merĂ ggue besogna fadegĂ rsele.168 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)Ce velĂŹtâabbĂ tte le mĂ ne, nge facĂŹte kendĂŹnde; ceno, sĂŹte na mòrre de fetĂŹnde.(Sipario)*1^D E allora, sorella santa, hai telefonato? Hai mandato a chiamaretutti? Ah? Che hanno detto: vengono? Ah? Hai detto che nondevono mancare? Ah? Ah?2^D E sorella della Madonna! Va bene che stiamo al cospetto dimamma, ma insomma, datti una calmata! Che sarĂ mai! Conquesta litania, mi riempi la testa e mi fai venire il nervoso.Metto io tutto a posto.3^D Lâhai sentita? Stattene seduta e contenta. Ti conviene, chèquella in un attimoâŚ1^D E lâaltare? Lâhai sistemato?2^D Pure lâaltare? Che dici, devo telefonare al Papa per raccomandarglidi farcela santa per domenica prossima?1^D Zitta, non bestemmiare. Le ossa si mettono sullâaltare. Lo preparoio.3^D Non bestemmiare sempre. Hai sentito che pure lei te lo dice?E non negare: diâ quante volte te lâho ripetuto anchâio!1^D Dove hai messo le ossa?2^D Questi sono numeri! Lo chiedi a me? Sinora te le sei tenutestrette strette!1^D Le hai prese tu?3^D Io? Ma tu, vuoi vedere, ora, che se non si trovano, la colpa èmia?1^D Non scherzare con le ossa sacrosante di quella mamma; nonsiamo neanche degne di pulirle. Le ho date a te.3^D Ragazza, te lo stai sognando! Al piĂš, puoi averle date a lei!Questa se ne è proprio andata allâaceto!2^D Chi le ha viste? Le teneva lei.Insomma, senza tirarla per le lunghe, avete capite come finiscela storia? Le ossa dove sono? Le ho date a te? No le tenevi tu.Le ho date a te? Tu le tenevi nella borsa⌠io⌠le avevo messenel brodo.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1691^D Mamma!3^D Le sta bene! Quella è la fine che le toccava! La fine di Nonhaniente.2^D Le avete sentite quelle due? Quelle sono capaci di tirare avantisino a domattina. Ehi, chiacchierone, chiudete le tenaglie, basta!Ma quale brodo? Ă acqua⌠quando dovevo farlo questobrodo? Ed ora, finiamola. Andiamocene. Ciò che dovevamodire lâabbiamo detto. Ciò che potevamo fare⌠è stato fatto.Cosa possiamo fare di piĂš? Possiamo andare in giro a ripeterequesta storia. Ma i miracoli non accadono da un giornoallâaltro. Da che mondo è mondo, anche i lampascioni vengonozappati e i miracoli bisogna faticarseli. In quanto a voi, sevolete applaudire, ci fate contenti; sennò, siete una massa difetenti.170 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)PER DONNA SOLA 171Per Donna SolaMONOLOGO IN UN TEMPO1981172 PER DONNA SOLAPERSONAGGIOUna donna di etĂ incerta, adulta ma ancora vigorosa.Chiama se stessa TalĂŹ.SCENAQuattro pedane a T contro una porta di assi di legno su cuivengono proiettate immagini a schermo intero di Bari, processioni,donne, ancora Bari. A seconda dellâinterpretazioneche si sceglie di dare, la porta può essere chiusa verso lâinternoo verso lâesterno.Sulla pedana trasversale, campeggia una rudimentale cassadi legno che, di fatto, è lâunico vero oggetto scenico. La donnainteragisce con questa spostandola con fatica da una parte allâaltradelle pedane, aprendola, chiudendola rumorosamente,estraendone gli oggetti piĂš disparati â buste di plastica, vecchiebambole, borse, cappellini, giacchette, un tubo catodico,bulloni, altre buste, scialli: i cascami di una cittĂ .La donna fruga la scena tutto il tempo: sembra alla ricerca diqualcosa che solo nel finale pare aver trovato: forse si tratta diun vecchio specchio col manico dorato.Legate a vista ai sostegni delle pedane, ci sono delle smisuratelenzuola che saranno oggetto di attenta esplorazione da partedella donna; anche loro, finiranno nella cassa, assieme a tutti glialtri oggetti che la donna potrebbe eventualmente tirar fuori.Un ruolo fondamentale hanno le luci di scena. Esse seguonola donna nei suoi spostamenti, li anticipano, talora: lei ne èconsapevole e interagisce costantemente con loro.Abbandonato al centro del proscenio câè un registratore chepotrebbe essere illuminato tutto il tempo da un siluettatore.La voce dellâattrice tenta di adattarsi a tutti i rumori che lesue azioni producono.Allâapertura del sipario, la donna è seduta ad uno sgabello inlegno, al lato della porta, di spalle al pubblico.(Scorrono immagini di Bari Vecchia. Al termine, i fari rovistanoogni angolo della scena e della platea. Dopo qualchesecondo, la Donna solleva un braccio. La ricerca smette)PER DONNA SOLA 173DONNAStògghe ddò, stògghe ddò.(Si alza, va verso un riflettore a vista, comincia a parlargli,per poi proseguire con gli altri che via via si accenderanno,segnando una ideale mezza circonferenza)Mâhavèvene dĂŹtte câabbĂ sce a la VĂŹlle de le Garrònestèvene rosâa scettaâ. ZembĂ bbâu murâe mâagnĂŹbbâusenĂ le. âMba VĂŹte mâaddemannò: âSvergognĂ te,e non stèvene le cĂ ne?â âLòre shkamĂ vene da navĂ nne, e jĂŹ kegghiève da lâĂ lde.â âE còme si fattâadassiâ?â âDa u cangĂŹdde prengepĂ le, tĂ nne nge vòle?ââE nesciĂšne tâha vĂŹste?â âNo, e pĂšre ca ma vedèvene?VĂš le tenĂŹtâa meriâ â nge havèvââa disce â jĂŹ, aucondrĂ rje, ve le venghâa cògghje.â Ce jèvene bèlle!de tĂštte le kelĂšre jèvene. Tòtte le vòlde ca mevedève, âmba VĂŹte me decève: âMa còme facĂŹstâa acògghje tòtte kĂŹdde ròse sènza pòngerte? MĂ ngheca tenĂŹve nu pĂ re de fuèrce dâòre, au pòste de lemĂ ne!â Ce u vâa demĂ nne ddĂ ânanzâaddò javetĂ vejĂŹ, jĂ ckjâangòre ci sâarrecòrde de cĂšsse fĂ tte.Sopâau parapĂŹttâaddò crèsce la varvòdde, tenève semenzĂ tele frèsje: a fevvrĂ râjevâu gotâa vedeâ cĂšddestèzze de mĂšre spendĂ te de fiĂšre. E le garĂŹfene? Mele menèvene pezzĂŹnghâa rebbaâ, tĂ nne ca jèvene berefĂ tte.Le tenève de tĂštte le kelĂšre e kĂŹdde se ânamorĂ venejĂšne câu Ă lde, e allòre assèvene sgreziĂ te.A la uèrre, ke dâattĂ nde preggionĂŹre, me ne scĂŹbbâaupajĂŹse. E ce me petève carresciaâ pĂšre le grĂ ste?A fĂ rme ritâapprĂŹsse da le pĂšrce? Allòre, jĂŹndâa leshkĂ due de le sardĂŹne tenève mĂŹse na ciambĂ te deterrène, e la fenèsta mè fiorève tòtte.QuĂ nne jève uagnèdde jĂŹ? Seh!Na ròse spambanĂ te!U sĂŹnde? U sindâu palĂšmme còme fĂ sce? Tènghe ledelĂšre ânguèrpe, tènghe le delĂšre ânguèrpe! ColĂŹnesembâaxĂŹ decève. QuĂ nna resĂ te! La pĂ pere dĂŹsce:174 PER DONNA SOLAnon de pĂ gheke, non de pĂ gheke! La kernĂ ckje jècomâa le mĂ le pagatĂšre: pĂ sse crĂ , pĂ sse crĂ ! Ce jèvekernĂštâa dĂŹsce kĂŹdde còse.KĂŹsse vambĂ te la matĂŹne! Me sènghe la cĂ pe, tòttenu pĂŹzze de fuèke. MĂ nghe ca stònne carvĂšnâappecciĂ te,e jĂšne me svendescèsce da jĂŹndâa le rèckje.Uff! Cèrte vòlde, còme dĂŹgghe kĂŹdde còse, me vèneda rĂŹte purâa mè.Jè sĂšbbetâangòre, stĂ tte, stĂ tte nâandâe muèrse. Cetâha dâalzaâ a faâ da mo? A faâ u bandèskâattĂšrnâattĂšrne?Non avĂ stâu segnòre de dâattĂ nde ca da lecĂŹnghâe mènze se mèttâa ròmbe: âTalĂŹ, ce jòre jè?TalĂŹ ce jòre jè?â DĂšrme, pĂŹnzâa dòrme. Jève giòvene,e jève nâĂ nde rumbamĂŹnde. Mo sĂŹ fĂ tte vèckje? Ece tâammĂ nghe? Jè ca me vòle mètte ângròsce a mè?Po se jĂ lze, nge vòle ce nge havââa mètte le calzĂŹtte,sâattellèsce comâau uagnòne de quĂŹnnece Ă nne e cevène drète ackjedèsse le pòrte. Arrevèdercâ e grĂ zzje.ManghâesĂŹstâa dĂŹsce: âTalĂŹ, vâackiĂ nne ângockecòse? Te vògghe jĂŹ a faâ la spèse?â No, nĂšdde. Sevestâe se ne va. No ca jĂŹ tènghe abbesègne de la spèsasò, percè tènghe ce me lâannĂšsce, ma jĂŹ dĂŹgghe,pĂšre pe faâ vedeâ, pe faâ do mòsse. CinguĂ ndâĂ nne,cinguĂ ndâĂ nne ca mâu kerrèsceke e non zâhavevââapegghiaâ nu muèrse dâaddòre mĂŹ. No. U còre utènghe crepĂ te, crepĂ tâu tènghe. Se vèste e se neva. E jĂŹ a smatraâ jĂŹndâa cĂ se, ca so servèzzje ca nonfernèscene mĂ , e u arlògge ca fĂšsce ânĂ nz-e ânĂ nze!ca fĂšsce. MĂ nghe ca jĂŹddâĂ fĂ tte vèckje, e jĂŹ so fĂ ttegiòvene. KĂŹsse delĂšre ca CristâasselĂštâu sĂ pe, còmeme fĂ scene tremuaâ la vĂŹta mè! dĂ lle pĂŹte me sĂ lenegĂ mma-gĂ mme jĂŹndâa le vrĂ zze, e po arrète jĂŹndâale pĂŹte: la cercolĂ ra dèstre, e la cercolĂ ra senĂŹstre.E cĂŹtte, mòscue, non de pĂšte mĂ nghe lamendaâ canon de crètene: âNah, ce sta bèlle, la uagnèdde, lauagnèdde! Kessâau pòste de faâ vèckje, fĂ sce giòvene!âPER DONNA SOLA 175PĂšte respònne? Tâha da mezzecuaâ u mĂšsse, cĂ le lacĂ pâ e fatĂŹke. E jĂŹdde, u bèlle giòvene, non ze skemmòveândĂštte. QuĂ nne nascĂŹbbe jĂŹ? ApprĂŹme nascĂŹla fatĂŹke e po nascĂŹbbe jĂŹ. QuĂ nne nascĂŹ cĂšdde, nascĂŹna resĂ te.Ca po, addò se ne va da keddâorĂ rje? Addò jè ca vâaspĂ nne le ròbbe? Velève jessâacĂŹdde, velève. U uagnengĂŹdde!StamatĂŹne, mo, ke kèssa gelatĂšre, nonzâha misâu cappĂŹdde. MĂ nghe non ne tenèsse. JèbuènâasselĂštâa scettaâ grĂŹte comâau lepòmene: âStaizĂŹtte, no-m-barlĂ re, ca non gapĂŹsce niènde, sta bònetu ca te ne sta tòtta la di jĂŹndâa cĂ ste!â E percè, a tèce tâu fĂ sce faâ a scĂŹrtene regerènne? Stattâau spĂšndede cĂ ste e rĂŹndete jĂštele. Non dĂŹgghe ca sâhavââa staâsembâattaccĂ tâa mè. âNzĂŹa-mĂ !CrĂŹste ne scĂ mbâe lĂŹbbere. âNzĂŹa-mĂ ! Ce sâu havââaserkiaâ. âNzĂŹa-mĂ ! Manghâa le mĂ le nemĂŹsce! Mame decèssâalmènâaddò se ne va, axĂŹ de fòdde dakèddâorĂ rje.PĂŹ cĂšdde, u scĂŹnere, vâackiĂ nne ca me sfòtte: âLakemmĂ re e la kemmĂ re!â Seh! Ce u skemmòve kiĂša cĂšdde? Velèsse tĂ nde jèsse skemmevĂšte jĂŹdde. Lafrascère. Ca tu scarvĂšttâ e scarvĂštte, ce le carvĂšnesâhònne strĂštte⌠Ha remanĂšte cènerâasselĂšte: cèneresopâe cènere sòtte.Non ze capĂŹsce da quĂ nnâjè câammĂ nghe dâau cammesĂ nde.Mâhavève gerĂ te sopâa mĂ mme ca demènegapassĂ te non mâhavevââa sfesciâ. Sta cĂ se jè nâupĂšrte de mĂ re! quĂ nne mène tâu aspĂŹtte: âTalĂŹ, daquĂ nna tĂŹmbe ca no nge vedèmme. StamatĂŹne me soalzĂ te cu prengibbje ca jòsce non mâhavèvââa sfesciâ.Te hjevââa meniâ ad ackiaâ. So penzĂ te: vâa vĂŹte ce sestâa pènze kèdda poverèdde! ca me so skerdĂ te dejèdde o ca tènghe nâoffèse, dĂ zze ca mâatteccuĂ vâamè de menĂŹrtâa faâ la vĂŹsete.â(Squillo di telefono. La donna va a rispondere)176 PER DONNA SOLAE ce potessâa kessâore. SĂŹ, prondo. Prondo. Prondo.Chi parla, prondo. (Chiude) Mah! Se sèndenâapprĂŹmecomâa tĂ nda vòsce lendĂ ne, e po rrrrrr. Boh!Ca pĂšre ca velèsse faâ nu pĂŹzze de pĂ ne, addò u pĂšteânvernaâ? PezzĂŹnghâa quĂ nnâu mĂ nne kiamĂ nnâevène, e po non zĂ pene ce vòlenâackiĂ nne. E po,ce sâu mĂ nge kiĂš u pĂ ne? Ce u jâhââa faâ a faâ, pefĂ nge faâ la palĂšscene? Non jèvene sĂ cke câavastĂ vene!KĂŹdde bèlle mangiĂ te de panâègghjâe sĂ le! MosimâaddevendĂ te de vĂŹtre. La cambĂ nâasselĂšte ngeammĂ nghe, e po nge pòtene sestemaâ sopâau aldĂ re.A dĂŹsce u vère, jĂŹ tenèvâa mĂ mme ca mâu facève. Po,a la uèrre, quĂ nne me ne scĂŹbbâau pajĂŹse, mâhavĂŹbbeda âmbaraâ. Ce fegĂšre la prĂŹma vòlde! PestregghiĂ bbeddĂ , me sfòrzĂ bbe dâarrekerdĂ mme comâjèvevĂŹste faâ a mĂ mme. QuĂ nnâa lâorĂ rje me presendĂ bbâaufĂšrne, ackiĂ bbe tòtte le fèmmene a rĂŹte. âEde ce-dâè cĂšsse pòne?â âHa da èsse de la barèseââNon sta mĂ nghe re ânzegnòle!â âRe pòne havââajèsse! U pĂ ne, se disce, e no re pòne!â AmmenĂ bbetĂ nne de kĂŹdde kennĂštte. ââMbarĂ tevâa parlaâ, kezzĂ le,kezzĂ le!âA dĂŹsce u vère, o pòne o pĂ ne, jève pròbbe brĂštteca purâa mĂŠ me venève da rĂŹte a vedeâ kĂŹdde fecĂ zzescazzĂ te ca parève mĂ nghe ca sâhavèvenâackiĂ tesottâau cazzapète. Me premettĂŹbbe ca, da tĂ nne deânĂ nze, u pĂ ne mĂŹ havevââa jèsse u kiĂš mègghje detĂštte quĂ nne. ScĂŹbbâa ziĂ neme e ânge decĂŹbbe: âLazĂŹ, mâha da sbiagaâ bèlle-bèlle còme se fĂ sce u pĂ neââSi de pulĂŹdeke,â me respennĂŹ la zĂŹ. âVĂŹne ddò, apprĂŹssâamĂŠ.â(Squillo di telefono. La donna va a rispondere)Inzòmme, si può sapere chi è? Pròndo. SĂŹ, sĂŹ, ma leichi è⌠No, mio marĂŹte⌠Meh, allâòrarje di mangiareâŚSendĂŹte, scĂšse, io⌠No, non gapĂŹshke, adèssekiĂ mâa⌠Ah! Si u fĂŹgghje de kemmĂ Mariètte-laPERDONNA SOLA 177ròsse! Ce me dĂŹsce! E comâjè, tu pĂ rle jĂŹndâau strĂŹtte,tĂštte ândreccegghiĂ te, ce ne sĂ cce jĂŹ-a poverèddeâŚAh, sta a MilĂ ne! Pedènne pĂ rle giĂš-giĂ u⌠No, no,marĂŹdeme⌠SĂŹ, la penziòne du govèrne⌠E mĂ mmetese la pĂ sse bòne?⌠Ce me dĂŹsce, fĂŹgghje! EquĂ nne va câha seccĂŹsse?⌠Du jĂ nne! E a non zapeânĂšdde! Ce delòre, ce delòre⌠A non zapeâ nĂšdde!VabbĂšne câhavève sciĂštâa javetaâ a cĂ se de diĂ ue,pezzĂŹngh-e ddĂ âmbònde, ma a non faâ sapeâ nĂšdde!StĂ me comâa le fògghje sparnezzĂ te! La mòrtejè comâa nu sènne, fĂŹgghje mĂŹ, e la vĂŹte nesciĂšnela sĂ pe sbiagaâ. Kèdde câhamââa faâ jè de cambaââŚSĂŹ, jè vère, stònne le recuèrde ca ngòckâe vòlde ngefĂ scene kembagnĂŹ, ma le recuèrde so comâau mĂ re:vonnâe vènene, nĂ kene lâĂ neme e skianèscene pĂšrele scòglje kiĂš appendĂšte. Pedènne non te pĂšte fedaâde le recuèrde. A ce cĂ mbe si dĂŹtte ca sta, mĂ mmete?âŚNo, sènzòmène jâhââa sciâ⌠SĂŹndemâa mĂŠ,fĂŹgghje, kèdde, mĂ mmete, còme se mettève de cognòme?âŚAh, sta la fetografÏ⌠SĂŹ, sènzòmène. SĂŹ,sĂŹ, ciĂ .(Chiude)TâarrecĂšrde de kemmĂ Mariètte-la-ròsse? Da quĂ nnatĂŹmbe non la vedèvâa kèdde! da quĂ nna tĂŹmbe!Ce vĂŹta desgrazziĂ te, kèdda fèmmene! Giòvenagiòvene,remanĂŹ vĂŹdue, ca jĂŹdde, Pappine-de-le-carvĂšne,tâu arrecĂšrde PeppĂŹne de-le-carvĂšne?âŚA la defreshcĂ te, PeppĂŹne se facève sopâa la pòrte,e me kiamĂ ve: âEhi, fuèrcia-dâòre, si fernĂšte dâarregettaâjĂŹndâa cĂ ste?â JĂŹ lâhavève giĂ capesciĂšte laândèse, ca fèsse non zo mĂ stĂ te, ma me velève faâpregaâ. ââMbĂ Peâ, tènghe da feccaâ nu pĂšnde.â âUpĂšnde u pĂšte feccaâ cra, mo vĂŹnetâa faâ âna candĂ tâapprĂŹssâamĂŠ.â E ce mâu facève repète do vòlde?Assève giĂ candĂ nne-candĂ nne.(Prende lo sgabello e si porta in primo piano)178 PER DONNA SOLA1 Si mi volevi bene/Me lo dicevi/la strĂ te di via deâTredici/Non la facevi/Si mi volevi bene/Me lo dicevi/Le scale del tribunale/non le facevi.2 Ce vĂŹnde ca mene jòsce/SciĂ mâa cògghje le marĂ nge/U amòre de le zĂŹte/Na vòlde se rĂŹte/Na vòlde sekiĂ nge.3 Kèdda seròca mĂŠ/TĂ nde bène ca me vòle/Ma nonla pòzze kiĂ nge/Ca non mâha dĂ te u fĂŹgghjâangòre.E dretâa mmĂŠ, mĂ mme, pĂ sce a lâĂ nema sò addòsâĂ ckje, ca mo sta a la presènze de CrĂŹste, ce jèvestenĂ te! KiĂš pèsce de kemmĂ Crescènze, la megghièrede âmbĂ VetĂšcce-u-gnòre. TatĂ sapève candaâbèlle. TatĂ sapève candaâ belle! PertĂ mme le sĂŹggedaffòre, e nu sternĂŹddâapprĂŹssâau Ă lde, passĂ mmelâòre sĂ ne.4 Ani-miâ/So de kiĂšmme le reckĂŹne/E ce jĂŹ te li faidâòre/AscĂŹnnâabbĂ sce/Ca facĂŹmâu ammòre.âAvĂ ste, avĂ ste, mbĂ Peâ, ca no nge la fĂ zze kiĂš!ââKiamendĂ tele! pare na ròsa ròsse dòppe câha scambĂ te!e pe mĂ ne tène na fuèrcia dâòre. DĂŹ, dĂŹ, comâjèu fĂ tte dâu giardĂŹne de le Garròne?â âMbĂ Peâ,quĂ nna vòlde tâu jâhââa disce?âdecève redènne jĂŹ.E ackemenzĂ vâa kendaâ arrète còme mâhavève calĂ tâabbĂ sce,còme mâhavèvâagnĂšte le vrĂ zze de ròsee comâhavèvâassĂšte da u cangĂŹdde prengepĂ le.Nge simâamĂ te e nge sĂŹme stemĂ te. AssĂ . Jève kiĂšpèsce de na sòre pe mĂŠ. Nge sĂŹme spartĂštâ u sènne.Jève kiĂš grĂ nne de mĂŠ de du jĂ nne? QuĂ nne mespesĂ bbe, me decĂŹ: âTalĂŹ, dengĂŹuâa seròghete ca nonze la pegghiĂ sse, ma u vèle tâu jâhââa daâ jĂŹ, u cĂšddemĂŹ de quĂ nne me spesĂ bbe jĂŹ.â E me pĂ re ca mâudètte. O no? (Va a riporre lo sgabello) Me pĂ re cano: u vèle mâu havèttââa daâ dâattĂ nde e jèdde mâammannòla uandĂŹre. O no? Mah! Ke tĂštte kĂŹdde regĂ leca facĂŹbbe! U sfennèrje, u sfennèrje! Ce nâhamââafaâ du tesòre de le Garròne! SĂŹ, havââa jèssâaxĂŹ: u vèlemâu dètte dâattĂ nde, câa kĂŹsse còse jè de pulĂŹdikâassĂ ,PER DONNA SOLA 179tĂ nde ca jĂŹ ânge dibbâa jĂŹdde la cammĂŹse. E sĂŹ, axĂŹhavââa jèsse. U cĂšnde se pòte faâ.Le do poldrongĂŹne, kĂŹdde ca tènghâangòre jĂŹndâa lacĂ mere du lĂŹtte, kĂŹdde me le dètte canĂ dama grĂ nne.Non zapève jèdda stèsse ce còse me velève daâ.Mâhavève premettĂšte u bracciĂ le, u collĂŹre, e pofernĂŹ ca me dètte le do poldrongĂŹne. SembâaxĂŹ jĂŹ,da kĂŹdde. Tènghe la fertĂšnâappezzecĂ te ângule jĂŹ, kekĂŹdde. Havèsse mĂ havĂšte nu regĂ le fattĂŹzzje! mĂ nghequĂ nne nascèrene le mĂŹnze-vènde. Nge u hjèvedĂŹtte tĂ nda vòlde: âLecĂŹ, ce pròbbje mâha da faâ nuregĂ le, dĂ mme la ballerĂŹne!â SĂŹ, crĂ .CanĂ demâu mĂ scue, ColĂŹne, me decĂŹ: âTalĂŹ, te jâhââadaâ u lavamĂ ne de mĂ rme.â QuĂ nne mĂŹtte nuddâ eallĂŹve nĂšdde? nĂšdde.U sĂ rte de sòreme, kĂŹdde de PupĂŹlle, me regalò uarlògge de sopâau comò: bèlle jève, ke le kelònnâela còppe de brogellĂ ne. U so tenĂšte tĂ nda tĂŹmbe:arrevĂ te le fĂŹgghje, arrevĂ te la destruzziòne: âChesoâ queste pezze vecchie, mamma! ButtiĂ me, ButtiĂ me!!âE u scettĂ mme. Ce jevâasĂ tte cuddâarlògge. U arlòggeverâe pròbbje u smondĂ bbâe u astepĂ bbe. Ponge u regalĂ bbâ a sòrede, ca u tène mondĂ te sopâala damĂŹne de biscuĂŹ câhavĂŹbbe da le polĂ cke. Mo jède motâarrète, e tĂštte va bène: la mòta è la mòta! cehamââa faâ, avĂ ste ca stònne kendĂŹnde.Nu kembĂ re de papĂ , câhavèvene cresciĂšte ânzĂŹme,mâammannò u servĂŹzzje de bĂŹrre. LegĂ nde jève, ma,comâu atteccuĂŹve se rembève! pĂŹnze ca u prĂŹme beckĂŹrese rembĂŹ primâĂ ngore dâarrevaâ susâa la cĂ se dela zĂŹte.MargherĂŹte mâammannò na sèggje, e la sòre, RosĂŹne,mâammannò la kembĂ gne. Spennèrene cinguĂ ndalĂŹre lâune. U venĂŹbbâa sapeâ dòppe.KĂŹdde de BombacĂŹgne, stònne pĂšre sopâa la feto180PER DONNA SOLAgrafĂŹ, kĂŹdde â fa sembâu lèmbe tu, me raccomĂ nneâ kĂŹdde mâammannòrenâu servĂŹzzje de liquòre, nonza? cĂšdde ca fĂ sce la còppe ke le bickĂŹre jĂŹndâe uacĂŹdde desegnĂ te sòpe ke le sajĂŹtte. CĂšdde sâu hapegghiĂ te frĂ tte.U servĂŹzzje de piĂ tte ke le damĂŹne, kĂŹdde me lâammannòrene:sè la ziĂ ne de dâattĂ nde, e sè nâĂ ndekembĂ re de papĂ ca javetĂ ve portâa pòrte e quĂ nnesapĂŹ ca mâhavevââa spesaâ, me decĂŹ: âNo, kemmarèlle,au madremònje tĂš jâhââa meniâ pĂšre ce non meâmbĂŹte. Nge tènghâassĂ .â Le sè piĂ tte me lâammannòjĂŹndâa la shcĂ due e spennĂŹ de kiĂš de la zĂŹ ca melâammannò sfĂšse. MâhonnâarremanĂštâasselĂšte cĂŹngheca lâaldâe sètte non zĂ cce mĂ nghe jĂŹ comâjè canon me lâĂ ckjeke kiĂš: trĂŠ se lâha pegghiĂ te sòrede, elâaldâe dĂš, quĂ nnâ jè, te le pĂŹgghje tu.Cèrte vòlde, kĂŹdde còse te sparèscene e non u samĂ nghe tu comâha seccĂŹsse. Prèsèmbje: u portaprofĂšmejĂŹndâa la valigètte ke nâandâe cĂŹnghe pĂŹzze?KĂŹdde me lâammannò u kembĂ re Mòrre. Addòhònne sciĂštâa fernèsce? Le spĂŹrede!KĂŹdde javetĂ vene pròbbe fĂ cce âmbròndâa serògheme.La megghière jève nu pĂŹzze de fèmmene, mastève sèmbe prène, tĂ nde ca se redecĂŹ nu strĂ zze.Accòme lâallendĂ ve, le fĂŹgghje, axĂŹ serògheme ngele battezzĂ ve. AjĂŹre scĂŹbbâa SandâAndònjâe stèvekeggĂŹneme ca me facĂŹ ke la mĂ ne. AddemannĂ bbepermèssâa na fèmmene, ca tòtte le vòlde cavògghe, la jĂ ckjeke e nge decĂŹme bongiòrne, ca ubongiòrne non se nèke manghâa le mĂ le nemĂŹsce.MâassedĂŹbbâapprĂŹssâa keggĂŹneme, e kèdde dâu cuèstesendĂŹbbe ca kemenzò a dĂŹsce: âMa guardâumbò, io con guèllâandavâa la scuolâe mo, come sâhacambiĂ te!â E rezzuĂ vâe rezzuĂ ve. LâackiamendĂ bbeâmbaccâe nge addemannĂ bbe: âMa scĂšse, segnerĂŹ,ke mè nge lâha?â âNo, signòre, io sto a dirâa quellasignòre lâabbĂ sse. La vedete pure voi? Io andavâa laPER DONNA SOLA 181scuolâelemendĂ re con guèlle e mo fa fĂŹnde che nonmi conosce. Ma voi, signòre, venite sembrâa questakièse? Io vi vedo sembrâa voi, dovâabitate voi?Io sono di San Basquale, e voi a che rionâabitate?âKèdde jè ca velève âmbregghiaâ do kiĂ ckjere. A dĂŹsceu vère, pĂšre jĂŹ me lâjève giĂ sendĂšte la SĂ nda Mèsse.Piâ nge respennĂŹbbe: âSĂŹ, pure io. A che stratâabitatevoi?â E ce si tu ca ce so jĂŹ, nge arrevĂ mmâa canòsceca jèdde ce jève mo? La fĂŹgghje du kembĂ re Morre.QuĂ nne nge decĂŹbbe ce so jĂŹ, me decĂŹ: âMadoâ, cejè pecenĂšnnâu mĂšnne! A penzaâ ca sĂŹme scequĂ teânzĂŹme! Còme te si cangiĂ te!â Pe mĂŠ, a kèdde ngehavèvââa mangaâ ângockâe ròte, kemmĂ râe bòne.La mĂ mme de la kembĂ gna mè me regalò le reckĂŹnelènghe ke le granatĂŹne. QuĂ nne sòreta grĂ nnearrevò a lâetĂ , staccĂ bbe le granatĂŹne e nge le dĂŹbbe.Kèdda descegnĂ te non le scĂŹ a pèrde? Na mĂ mmefĂ sce tĂ nne pe ânzemuaâe le fĂŹgghje te smenuèscenena cĂ se.Allòre, ce Ă remanĂšte fòre? La uandĂŹre dâargĂŹnde,no? Kèdde me lâhavèttââa daâ kemmĂ Mariètte-laròsse.ArregettĂ bbe cĂ se la portâapprĂŹssâa serògheme. Jèvenu sòrte de camaròne. AlzĂ bbe nu menzanĂŹne efacĂŹbbe ânĂ nze la stĂ nze da prĂ nze e drète la kèddedu lĂŹtte. Me sendève na reggĂŹne, ca me sendève. NareggĂŹne! EppĂšre, quĂ nne menĂŹ la nònne de dâattĂ nde- me pĂ re de vedèrmelâangòre ânanzâa lâòckiere:jèrta-jèrte, drètta-drètte, ke le capĂŹdde ca facèvenela scrĂŹma âmènzâe ândrecegghiĂ te sopâau ròlle de crĂŹne,la mandellĂŹne de lanâammenĂ te sopâa la shkène,sèmbe nètta-nettâe pelĂŹte, a kèdda sòrte dâetĂ catenève, jevâangòre viĂ nghâe ròsse, kiamendò tòttala cĂ se sènza fiataâ e sènza skemmòverse ândĂštte. JĂŹnge addemannĂ bbe: âChi è, mĂ mma-grĂ nne, nonve piĂ sce?â âNo, fĂŹgghje,â me respennĂŹ, âtĂŹne tĂštte182 PER DONNA SOLAe non dĂŹne nĂšdde!â âCe uè dĂŹsce, mĂ mma-grĂ nne?ââVògghje dĂŹsce ca tâammĂ nghe la còse kiĂš âmbortĂ nde:u CregefĂŹsse de nòste Segnòre GesĂš CrĂŹste;tâu regĂ leke jĂŹ, percè si asseduĂ tâe bèlle.â E jèdde mâudètte, ca u tènghâangòrâau cuèste du lĂŹtte.Piâ cĂšdde tĂšrkje de ziĂ nde, u frĂ te de dâattĂ nde,non ze vòle convĂŹnge. Ke tĂštte kĂŹdde bellâesèmbjecâhavâhavĂšte jĂŹndâa la famĂŹgghja sò-a stèsse, ca kèddamĂ mma Ròse âdavère ca merĂŹ ângrĂ zzje de DdĂŹ.Na sĂ nde! Dâ addò jè ca non ze skemmevèrene pevenĂŹllâa vedeâ: novandasè jĂ nne! Mo jè: na sĂ ndaRòse. Kèdde nge u decève sèmbe: âColiâ, de cĂšssepĂ sse, tu jĂŹndâa le fiĂ mmâètèrne vâa fernèsce ca brĂšsce!âCĂšdde skemenecĂ te!Na matĂŹne, jĂŹ menève da SandâAndònje e uackiĂ bbâabbĂ sce au pònde: âUeh, canĂ ta berafĂ tte,dâaddò te ne vĂŹne?â âDa la sĂ nda Mèsseâ âSĂŹnde,sindâa kèsse, la mèssâhavââa jèsse! Cu èsse o senzâèsse?ââComâjè, canĂ te mĂŹ: la fède, nu muèrse de fèdenge volâa cambaâ. âMa la fède ca fète o la fède dedrète? Allòre, dimmâa mĂŠ, canĂ ta viĂ nghâe ròsse: ucavĂ dde, percè se kiĂ me cavĂ dde? E u kertĂŹdde, percèse kiĂ me kertĂŹdde? Ce jè ca lâha kiamĂ tâaxĂŹ? NĂš,le sĂŹme kiamĂ te ke cĂšsse nòme, tĂ nne jè vère ca leânglĂŹse le kiĂ mene a la vĂŹa lòre. Yes?â JĂŹ no nge jèvemĂ penzĂ te. Me calò comâa nu vèle gnòre ânanzâalâòckiere. MâackiamendĂ bbâattĂšrne e fu còme ceBĂ re non jève kiĂš BĂ re: le palĂ zze jĂ lde-jĂ lde, lemĂ ghene, le remĂšre, quĂ nna crestiĂ ne! EppĂšre jĂŹjève secĂšre ca stève pròbbete ânanzâaddò havève cresciĂštejĂŹ e canĂ deme jève pròbbe canĂ deme. Pe numemènde, fu còme ce jĂŹ mâackiĂ ve ddĂ pe la prĂŹmavòlde e pe cĂšnde mĂŹ, mâhavèsse petĂštâackiaâ purâana tèrra forastère. âVa bĂš,â nge decĂŹbbe, âpròbbetetu ca stâa parleâ de le ânglĂŹse: si mĂ sciĂštâa lâAngletèrre?PĂšte geraâ ca lâAngletèrrâ esĂŹste? La si mĂ vĂŹstelâAngletèrre? No! E però nge crĂŹte, asselĂšte percèPER DONNA SOLA 183tâu honne dĂŹtte. U viâ, allòre? Fède nge volâa cambaâ.Nu muèrse de fède, cosenò, ce tâarremĂ ne? Cestamâa faâ sopâa la tèrre? Percè sĂŹme nĂ te?â âSeh! lalemonĂ te! A lemònâu havĂŹtââa haveâ tĂštte quĂ nnemo ca stennĂŹte le pĂŹte!â E ke nu zĂšmbe, sâarrambecòsopâa la varrĂŹre e skembarĂŹ.Te ne va? Ehi, ehi, ehi! MĂ nghâa dĂŹsceme: stĂ ttebòne. Ce nge perdèvâa dĂŹsce stĂ tte bòne, ciĂšcce, bèstie?Kèdde jè la stambatĂšre! Ca âmbĂ ste da sòpe oâmbaste da sòtte, ce la tièdde jè tònne, sèmbe tònnejèsse la fecĂ zze.Nge so sciĂštâadenĂ nne la mèrde da sòtte, e ce ne sohavĂšte? QuĂŹnnece di non lâhavève fattâangòre spesĂ te,quĂ nne se retrò tĂštte cacĂ te. âU cĂ ne, u canâhastĂ teâ. U calĂ bbe jĂŹndâau vascòne comâa le pecenĂŹnne,e, pâògne sĂŹckje dâĂ cque ca nge ammenĂ veânguèdde, pregĂ vâa tòtte lâĂ neme du pregatòrje dedĂ rmâu stòmeke dâammenĂ nge nâandĂšnâangòre,tĂ nne jève u fĂŹte ca me sterdescève. Dòppe de mo,nge hamââa veleâ kiĂš bène, havĂŹbbâu ardĂŹre de penzaâ.Non zo stĂ te mĂ patròne de fĂ rme na camenĂ tâabraccĂŹre ke jĂŹdde jĂŹndâa Bare. AllòrâackemenzĂ bbâapenzaâ: âMo ce crèsce u uagnòne. Mo ce crèsce uuagnòne, tĂ nne sĂŹ.â Se nâhònne sciĂšte tĂštte quĂ nne.U fiòre kiĂš mègghje du giardĂŹne mĂŹ jè de stĂ rmenesòla-sole. JĂŹ mâu jâhââa crèsce e jĂŹâ mâu jâhââacògghje.SelĂštâa parlaâ mâha remanĂšte. Jè vère, cèrte vòldeme pĂ re ca tòtte le paròle ca dĂŹgghe le so giĂ dĂŹttea megghiĂ re e fòrse, la còsa kiĂš mègghje jè ca mestèsse cĂŹtte. E ânvèsce no, jĂŹ vògghje parlaâ, percè,finâa quĂ nne pĂ rlekâ e pĂ rleke, so secĂšre ca so vĂŹve.E po, se sĂ pe, le paròle so comâa le cerĂ se: nu penzĂŹretirâau Ă lde, e pĂ sse la frenesĂŹ.E po, e po, e poâŚstogghâa parlaâ pure pe tè, pĂšrke.PezzĂŹnghâa quĂ nne pĂ rlekâe pĂ rleke, almène na paròletâhavââa arrevaâ.184 PER DONNA SOLAFòrse me nâhavèva jèsse sciĂšte tĂ nna tĂŹmbe fa. Mono, jè tĂ rde. E po, addò havèvââa sciâ? Purâ a pĂŹzzede mĂšnne, havèsse stĂ te sèmbe jĂŹ. JĂŹ ke mĂŠ, percè jĂŹso adaxĂŹ. KeggĂŹneme me decĂŹ: âVinatĂŹnne sopâa lamendĂ gne. NĂš tenĂŹmâabbesègne de fèmmene comâatè. Tu sĂŹ fòrte, e nge putâasselĂšte faâ bène. Jè pĂšre kele fèmmene comâa tĂŠ ca petĂŹme criaâ nu mĂšnne kiĂšmègghje e kiĂš asĂ tte pe tĂštte quĂ nne.â A cuddâuhavève cecĂ tâu sòle. PetrĂšcce preggionĂŹre, jèvenequattâĂ nne ca non me dève kiĂš notĂŹzje sò: jève vĂŹve,jève muèrte! jĂŹ u havèvââa aspettaâ e la cĂ sa mĂŠ havèvââa lusceâ sèmbe pe quĂ nne jĂŹdde havèssâarrevĂ te.A mĂŠ me parève kiĂš giĂšstâaxĂŹ. âE ce non vène?â âEce vène?â nge respennève jĂŹ. âE ce non vène?â âCevenâo non vène – e velèsse DdĂŹ ca vène, – ddò u jâhââaaspettaâ, so jĂŹ ca so axĂŹ, ddò jè u pòste mĂŹ.âNon sta mĂ nu memènde quĂ nne pĂšte disce: âSofernĂšte de seffriâ, la pĂ rte ca me tecquĂ vâa mĂŠ hafernĂšte, mo ackemènze la giòje.â E de cambaâ nonnge stangĂ me mĂ , fòrse percè le strĂ te du mĂšnne soassĂ e so ândreccegghiĂ te e nesciĂšne le canòsce. AmĂŠ non mâha mangĂ te mĂ la spèrĂ nze ca me petève- e me potâangòre- seccèteâŚ(La donna va a stendersi sulla cassa. Nel corso dellâazionecominceranno a scorrere senza interruzione immaginidi feste patronali, processioni del VenerdĂŹ Santo, donne,per lo piĂš sole, di tutte le etĂ e condizioni, Bari nuova evecchia alternate: infine, sarĂ solo Bari nuova sempre piĂšanonima e irriconoscibile.Tutte le luci sono giĂš, per dare spazio alle immagini chesembrano scorrere al di sopra del corpo supino della donna.A un segnale della donna, la luce ritorna ad inquadrarlafiocamente)AjĂŹrâa la di me scĂŹbbâa scettaâ sopâau lĂŹtte e me sendĂŹbbâufiĂ te sĂš apprĂŹsse. Nge ammenĂ bbe la mĂ ne, eaxĂŹ, pe scequĂ , nge addemannĂ bbe: âE u fratelline,PER DONNA SOLA 185còme sta?â âE comâhavââa staâ? Ce u descetèsce kiĂš,a cĂšdde!â Non za, pe non despiacèuue, nge decĂŹbbe:ââNdadènze, non dĂ rte penzĂŹre, u âmbortĂ ndejè ca tu sta ddò.â QuĂ nne me descetĂ bbe, non mesapève faâ capĂ sce ca u sènne havève statâasselĂšte nusènne.(La donna si rialza con fatica, va a raccogliere il registratoree si accoccola sulla pedana, spalle al pubblico; mentreuna musica assordante cresce di volume, lei tenta di raccontarele tre storie che seguono. Il finale la trova che urladisperatamente, testardamente)Tre storie di trasgressione:1 A la vĂŹlle âmbĂ cce âmbròndâa la Cròsce, jèvene dosòre e âmbĂ VetĂšcce u giardinĂŹre.JĂšne jève gnòre de capĂŹddâe a-ândack-a-ndĂ cke.LâĂ lde jève biònde, brĂšttâe scalgenĂ te. La grĂ nnejève berafĂ tte. StevâaffedĂ te. U zĂŹte partĂŹ a la uèrree merĂŹ. Jèdde se vestĂŹ a gnòre. Fu ammannĂ tenâambasciĂ te. Jèdde decĂŹ au attĂ ne: âBĂ bbe, fĂ tecòme dĂŹte vòiâ. CĂšdde salĂŹ e se canescèrene. Sâackemenzòrenâafa le vĂŹsete. Na di la lassòrene sòla-sòle.Sòla-sòle.Kèdde, ackjedĂŹ portâe fenĂŹste e decĂŹ a kemmĂ Felgènze,la megghière de âmbĂ VetĂšcce: âAcquĂ nnevène u tĂ le crestiĂ ne, dĂŹnge ca jĂŹ non stòggheâ. Kèddese trevegghiò. Au mègghje de lâorĂ rje ca cuddâarrevò,ackiò tĂštte ânzerrĂ te. Addemannò a kemmĂ Felgènze: âE la segnorĂŹnâha scennĂšte?â KemmĂ Felgènze non la facĂŹ a dĂŹsce la bescĂŹ e decĂŹ axĂŹ e axĂŹjè u fĂ tte. CĂšdde se mettĂŹ a tezzuaâ drètâa portâe fenĂŹste.âE jabbrâe jĂ bbre!â Kerrèrenâa kiamĂ le parĂŹnde:âE jabbrâe jĂ bbre!â La segnorĂŹne respennĂŹ dajĂŹnde: âJĂ bbrekâasselĂšte quĂ nne jĂŹdde se ne va. Nonu vògghjâa jĂŹdde, còme non vògghjâa nesciĂšnâĂ lde.â186 PER DONNA SOLAE axĂŹ aremanĂŹ. âMbĂ PetrĂšcce congludève: âPotâèsseca kèdde, quĂ nnâu vèckje zĂŹte havève partĂšte, sâhavèvedĂ te, e allòre non velève faâ scopriâ la mangĂ nzasò.â(Un pensiero pare coglierla allâimprovviso. Depone ilregistratore e raggiunge la porta, mentre prosegue la suanarrazione e la sua competizione col volume della musica.Tenta di aprire la porta ma, evidentemente, non ci riesce.Prende a battervi sempre piĂš furiosamente)2 Jève na fèmmene e u marĂŹte jève pezzecatòre. Pedènnela lassĂ ve sòla-sòle tòtte le nòtte. Jèdde se facĂŹtendaâ da nu mĂ scue. Comâu marĂŹte se ne scevâamĂ re, jèdde mettève la lecèrnâappecciĂ te dretâa lafenèste Cudde jevâu ânzegnĂ le pu kembĂ re câaspettĂ vegiĂ dretâa la pòrte. Na nòtte de trònerâe sajĂŹtte,u marĂŹte non ascennĂŹ. U kembĂ re giĂ stevâa aspettaâ.Jeddâauandò u pecenĂŹnne âmbrĂ zze e candòaxĂŹ: âVĂŹne, sènne ângannatòre/Oh, oh, oh/VĂŹnâaufĂŹgghje mĂŹ/Ca mo jè lâòre/Oh, oh, oh/VattĂŹnne,papĂšnne/Da drètâa la pòrte/ Oh, oh, oh/Ca non hasciĂštâa mĂ re/Ca u vĂŹnde jè fòrte/Oh, oh, oh/VattĂŹnne,papĂšnne/ca non jè lâòre/Oh, oh, oh/Ca umuèrtâaccĂŹse/Non havâassĂštâangòre/Oh, oh, oh!âU kembĂ re capescĂŹ la ândèse e se ne scĂŹ pe kèddanòtte.3 Stève nâĂ nda fèmmene ca sâhavève mardĂ tâa nu commerciĂ ndeca se ne scève sèmbe rezzuĂ nne fòre tèrre.No nge ammangĂ ve nĂšdde e nge ammangĂ vâu kiĂšmègghje. A la preffĂŹne se decedĂŹ e decĂŹ sĂŹ au segnòreca nge jève mĂŹse lâòckiere ânguèdde. Ognâe vòlde cala scèvâad ackiaâ, skemmevève u pajĂŹse sĂ ne-sĂ ne. Lecòse kiĂš mègghje câackiĂ vene, trasèvenâa carrettĂ tejĂŹndâa kèdde cĂ se. U bène de DdĂŹ! Se servèvene denu uagnòne ca tĂ nne ca jève brĂšttâe streppiĂ te, cau kiamĂ vene âVetepèrjeâ. Na di, au kiĂš mègghjePER DONNA SOLA 187de jĂšne de kĂŹsse festecĂŹdde, na menzĂ ne mannò laândèse ca u marĂŹtâhavève stĂ te vistâa la pòrte ca sedève ândrète. Jèdde se trevegghiò. NaskennĂŹ u segnòrejĂŹndâa nâ armĂ dje e Vetepèrie sottâau tĂ vvue.Quannâu marĂŹte trasĂŹ, au vedeâ ca facĂŹ de tòtte keddameuĂŹne ca stève, addemannò: âChe cosâè tuttoquesto disordine, Olimbia? Ce jè stu vetepèrje?â AcĂšsse pĂšnde, Vetepèrje, tremuĂ nne-tremuĂ nne comâana fògghje, assĂŹ da sottâau tĂ vvue e gredò: âNo,patruâ, jĂŹ non zĂ cce nĂšdde! la còlpe jè du segnòre castâannaskennĂšte jĂŹndâau armĂ dje!âU fĂ tte se resapĂŹ.Jèddâhavettââa kembariâ pĂšre ânanzâau vèskeve e sevestĂŹ a gnòre pu rèste de la vĂŹta sò.(La musica si placa. Ora suoni elettronici invadono lascena. La donna va alla sua cassa, la apre, ne estrae unagiacchetta dâun tessuto argentato, tutta spiegazzata e fuoritaglia. La indossa. Sâagghinda il capo con un cappellinonero da cui pende una veletta tutta sbrindellata. Si dĂ uno sguardo allo specchio. Lo ripone nella cassa. Tira fuoriuna borsetta da sera. Si staglia contro lâultima immaginedi una gru protesa su un cantiere. Mezza luce)Le stòrje ca sĂ cceke jĂŹ? Se pòte dĂŹsce ca le sĂ cce tòtte.So spelĂ te tòtta quĂ nne. *(Sipario)*Sto qui. Sto qui. Mâavevano detto che nella villa dei Garrone stavanorosâa buttare. Saltaiâl murâe me ne riempii âl grembiule. CompaâVito mi chiese:âSvergognata! Non stavanâi cani?â âLoro schiamazzavanoda una partâe io coglievo dallâaltra.â âComâhai fattâaduscire?â âDal cancello principale, tanto ci vuole.â âNessuno tâhavisto?â âNo. E pure se mi vedevano? Voi le tenetâa morire â glidovevo dire â iâal contrario ve le vengâa cogliere.â Comâerano belle,188 PER DONNA SOLAdi tuttâi colorâerano. Tutte le volte che mi vedeva, compaâ Vito midiceva:âMa come facestâa cogliere tutte quelle rose senza pungerti.Manco tenevâun paio di forbici dâorâal posto delle mani!â Se vai achiedere dalle parti dovâabitavâio, lo trovâancora chi se lo ricordaquesto fatto. Sul parapetto dove cresce il muschio tenevo seminatele fresie. A febbraio erâun godimentâa vedere quel pezzo di murospuntato di fiori. E i garofani? Me li venivano persinâa rubare tantoche erano belli. Nâavevo di tuttâi colori e quelli sâinnamoravano lâunlâaltrâe riuscivano screziati.Alla guerra, con tuo padre prigioniero, me ne andai al paese. Chemi potevo trasportare purâi vasi? Per farmi ridere dietro dai porci?Allora, nelle scatole di sardine tenevo messâun pugno di terrâe la finestramia fioriva tutta. Quandâero giovanâio? Seh! Una rosa spampanata.Lo senti, lo sentâil colombo come fa? Tengo i dolorâin corpo,tengo i dolorâin corpo. La papera dice: non ti pago, non ti pago.La cornacchiâè comâi malpagatori: passa crĂ , passa crĂ . Che furfantâadire quelle cose. Queste vampate, la mattina! Mi sento la testa tuttâunpezzo di fuoco. Come se stanno i carboni accesi e uno misventola dentro le orecchie. Uff. Certe volte, come dico quelle cosevien da ridere purâa me. Ă subitâancora. Statti, stattâun altro poâ,che ti devâalzarâa fare da questâora? a fare la banderuola tuttâintorno?non bastâil signore di tuo padre che dalle cinqueâe mezzo simettâa rompere TalĂŹ-che-ora è TalĂŹ-che-ora-è? Dormi, pensâa dormire.Era giovane ed erâ unâaltra rottura. Mo ti sei fatto vecchio?che ti manca? è me che vuole metterâin croce? poi si alza, ci vuolechi gli devâinfilarâi calzini, sâattilla comâil ragazzo di quindici anni echi viene dietro chiude le porte. Arrivedercâe grazie. Manco esistâadire:âTalĂŹ, hai bisogno di qualcosa? Ti vadâio a fare la spesa?â No,niente. Si vestâe se ne va. Non châio ho bisogno della spesa sua,perchĂŠ tengo chi me la porta, ma iâdico, pure per far vedere, per farle mosse. Cinquantâanni, cinquantâanni che me lo sopportâe nondovevâaver presâun poâ dâodore mio? No. Il cuore ce lâho crepato,crepato ce lâho. Si vestâe se ne va. E iâa sfaticare dentro casa che sonservizi che non finiscono mai e lâorologio che corre avanti-avanti,che corre. Manco che lui sâè fatto vecchiâe iâ mi sono fatta giovane.Questi dolori che Cristo soltanto lo sa come mi fan tremare la vitamia, dai piedi mi salgono gamba-gamba nelle bracciâe poi di nuovonei piedi, circolare destrâe circolare sinistra e zitta, mosca, non tipuoi nemmeno lamentare chè non ti credono: Vedi come sta bella,una rosa, una rosa, questa invece di far vecchia fa giovane! Puoi rispondere?Ti devi mordere le labbra, abbassa la testâe fatica. E lui, ilbel giovane! Non si muove per niente. Quando nacquâio? PrimaPER DONNA SOLA 189nacque la fatica e poi nacquâio. Quando nacque quello, nacqâunarisata. Che poi, dove se ne va da questâora? Dovâè che vâa stenderâ ipanni? Volevâesserâuccello, volevo. Il ragazzino. Stamattina, conquesto gelo non sâè messo nemmenâil cappellâin testa. Manco nonne avesse. Ă bravo solâa gettar gridi comâil lupo mannaro:âStai zitta,non parlare chè non capisci niente, stai bene tu che te ne stai tuttâilgiorno dentrâa casa tua.â E perchĂŠ, a te chi te lo fa fare dâandartenâaspasso? Stattene nellâangolo di casa tua e renditi utile. Non dico chedeve sempre starâattaccatâa me, non sia mai, Cristo ne scampi e liberi,non sia mai, chi se lo deve sopportare, non sia mai, mancâaipeggiori nemici. Ma mi dicessâalmeno dove va cosĂŹ di fretta a quellâora.Prendi quello, il genero, va trovando che mi sfotte:âLâamantâelâamante.â Chi può smuovere piĂš, quello! Vuolâessere tanto smossolui! La cenere. Che tu scavi e scavi e i carboni si sono consumatiâŚĂ¨ restata cenere soltanto. Cenere soprâe cenere sotto. Non si capisceda quantâè che manco dal camposanto. Mâero giurata su mammache domenica passata non mi doveva sfuggire. Questa casâè un portodi mare! Quando meno te lâaspetti: âTalĂŹ, da quanto tempo nonci vedevamo! Stamattina mi sonâalzata col principio che oggi nonmi doveva sfuggire. Ti dovevo venirâa trovare. Ho pensato: quellapoveretta, vâa vedere cosa pensa, che mi sono scordata di lei o cheportâunâoffesa dato che toccavâa me di venirtâa fare la visita.â Chipuò esserâa questâora? Si, pronto, pronto, chi parla, pronto. Mah! Sisentono prima come tante voci lontane e poi rrrrr. Purâa volerfarâun pezzo di pane, dove lo puoi infornare? finâa quando lochiamâe viene, e poi non sanno loro stessi che cosa pretendono⌠epoi, chi se lo mangia piĂš il pane? Che lo devo farâa fare, per farglifare la muffa? Non erano sacchi che bastavano! Quelle belle mangiatedi pane olio e sale! Ora siamo diventati di vetro. Ci manca solola campanâe poi ci possono sistemare sopra lâaltare. A dirâil vero,iâavevo mamma che me lo faceva. Poi, alla guerra, quando me nâandaial paese, dovettâimparare. Che figura la prima volta! Pasticciai,lĂ , mi sforzai di ricordare comâavevo visto farâa mamma. Quandâallâorariomi presentai al forno, trovai tutte le donnâa ridere.â Dichi è queso pone?â âPonâè questo?â âDevâessere della barese!â âNonsta nemmenâil segno di riconoscimento!â âPone! Il pane si dice enon il pone,â buttai tante di quelle urla, âimparatâa parlare, villane,villane!â A dirâil vero, era cosĂŹ brutto che purâa me veniva da riderâaveder quelle focacce schiacciate che sembravano messâin piega dalloschiacciapietre. Mi promisi che dâallorâin poi âl pane mio dovevâesserâilmigliore di tutti. Andai da mia zia e le dissi: âLa zia, mi devispiegare ben bene come si fa il pane,â âSei dâonore,â mi rispose la190 PER DONNA SOLAzia, âson giĂ venuti a contare quello châè successo. Vieni qui, appressâame.â Insomma, si può sapere chi è? Pronto. Si, si, ma lei chiè?⌠no, mio marito⌠beh, allâora di mangiare⌠sentite, scusi, iânon capisco, adesso chiamo⌠ah, sei âl figlio di comaâ Marietta-larossa,che mi dici! E comâè, figlio mio, tu parli nello stretto tuttâattorcigliato,che ne so io poveretta⌠ah, stai a Milano, per questoparli giĂš-giau⌠no, no, mio marito⌠sĂŹ, la pensione del governoâŚe tua madre, se la passa bene?⌠che mi dici figlio! E da quantâèche è successo?⌠due anni?⌠a non sapere niente! Che dolore,che dolore! A non sapere niente! Va bene châerâandatâad abitarâacasa del diavolo, sino lĂŹ in fondo, ma a non sapere niente! Stiamocome le foglie sparse. La mortâè un sogno, figlio mio, e la vita nessunola spiegare. Si deve solo vivere. SĂŹ, sĂŹ, ci stannâi ricordi chequalche volta ci tengono compagnia, ma i ricordi sono comâil mare,vannâe vengono, cullano lâanima e spiananâanche le rocce piĂš aspre.Per questo non puoi fidarti de ricordi. A che campâhai detto chestaâŚ. no, senzâaltro, devâandare. Sentimi a me, quella, tua madre,come si metteva di cognome?⌠ah, sta la fotografia⌠si, si, senzâaltroâŚsi, si, ciao. Ti ricordi comaâ Marietta-la-rossa? Da quantotempo non la vedevo, da quanto tempo. Che vita disgraziata, quelladonna. Giovane-giovane rimase vedova, chè lui, Peppino-deicarboni,ti ricordi Peppino-dei-carboni⌠al fresco della controra,compare Peppe si faceva sullâusciâe mi chiamava: âEhi, forbicedâoro, hai finito di rassettare dentro casa?â Iâ lâavevo giĂ capita lâintesa,chè fessa non sono mai stata, ma mi volevo far pregare. âCompaâPeppe, tengo da ficcarâun punto.â âIl punto lo puoi ficcare domani!Ora vienitâa farâuna cantata con meâ. Che me lo facevo ripeteredue volte? Uscivo giĂ cantando-cantando. 1 Se mi volevi bene/Me lo dicevi!/La strada di via dei Tredici/Non la facevi/Se mi volevibene/Me lo dicevi/Le scale del tribunale/Non le facevi. 2 Chevento che tira oggi/Andiamâa cogliere le arance/Lâamore deglâinnamorati/Una volta si ride/Una volta si piange. 3 Quella suocera mia/Mi vuole tanto bene/Ma non la posso piangere/Chè non mâha datâilfigliâancora! E dietrâa me, mamma, pace allâanima sua dove si trova,che ora stâalla presenza di Dio, comâera stonata! Peggio di comareCrescenza, la moglie di compare Vituccâ-il-nero. PapĂ sapeva cantarebene! PapĂ sapeva cantare bene! Portavamo le sedie fuori e ânostornellâappressâallâaltro, passavamo lâore sane. 4 Anima mia/Son dipiombo gli orecchini/Se io te li faccio dâoro/ Scendi giĂš/Chè facciamolâamore! âBasta, basta, compaâ Peppe, non ce la faccio piĂš!ââGuardatela, sembra âna rosa rossa dopo câha spiovuto, e per maniha âna forbice dâoro. DĂŹ, dĂŹ, comâè âl fatto del giardino dei GarroPERDONNA SOLA 191ne?â âCompaâ Peppe, quante volte te lo devo contare?â dicevo ridendoio. E cominciavâa contare di nuovo come mâero calata giĂš,come mâero riempita le braccia di rose, comâerâuscita dal cancelloprincipale. Ci siamâamatâe ci siamo stimate. Assai. Era piĂš dâunasorella. Ci siamo spartitâil sonno. Era piĂš grande di me di due anni?Quando mi sposai mi disse: âTalĂŹ, diglielâa tua suocera che non sela deve prendere, ma il velo te lo devo dare io, quello mio di quandomi sposaâio.â E mi pare che me lo dette. O no. Mi pare di no. Il velome lo dovette dare tuo padrâe lei mi mandò la guantiera. Mah! Contutti quei regali che ebbi! Un putiferio! Un putiferio! Che ne dobbiamofare del tesoro dei Garrone? SĂŹ, devâessere cosĂŹ: il velo me lodette tuo padre châa queste cosâè dâonorâassai, tanto châio gli dettâalui la camicia. E sĂŹ, cosĂŹ devâessere. Il conto si può fare. Le due poltroncine,quelle che ho ancora nella camera da letto, quelle me lediede mia cognata grande. Lei stessa non sapeva che cosa mi volevadarâe poi finĂŹ che mi diede le due poltroncine. Sempre cosĂŹ, iâ daquelli! Ho la fortunâappiccicatâin culo, iâ, con quelli! Avessi maiavutâun regalo ricco-ricco! Neppure quando nacquero le gemelle.Glielâavevo detto tante volte: âRosèâ, se proprio mi devi fare un regalo,dammi la ballerina.â SĂŹ, domani. Mio cognato Colino mi disse:âTalĂŹ, ti voglio dare il lavamano di marmo.â Quando mettinientâe togli niente: niente. Il sarto di mia sorella â quelli di Pupilloâ mi regalò lâorologio per il comò. Bello era, con le colonne dâopalâela coppa di porcellana. Lâho tenuto tanto tempo. Arrivatâi figli, arrivala distruzione: âChe sono queste pezze vecchie, mamma? Buttiamo,buttiamo!â E lo buttammo. Comâerâesatto quellâorologio.Lâorologio verâe proprio lo smontai e lo conservai. Poi glielo regalaia tua sorella che mo ce lâha montato sulla damina di biscuit châebbidai polacchi: orâè tornato di modâe tutto va bene: la modâè la moda,che possiamo farci, basta che stanno contenti. Un compare di papĂ ,châ erano cresciutâinsieme, mi mandò un servizio da birra. Elegantâera, ma come lo toccavi si rompeva. Pensa che fu consegnato conun bicchiere rotto.Margherita mi mandò una sediâ e sua sorella Rosina mi mandò lacompagna. Spesero cinquanta lire lâuna, lo vennâ a sapere dopo.Quelli di Bombacigno, stanno pure sulla fotografia â faâ semprelâindiano, tu, mi raccomando â mi mandaronâ il servizio da liquore,non sai, quello che fa la coppa con i bicchieri dentro e lâuccello disegnatocon le pailettes: mo ce lâha tuo fratello. Il servizio di piatticon le damine, sei me li diede la zia di tuo padre e sei un altro comparedi papĂ châabitava portâa portâe quando seppe che mi dovevosposare disse: âNo, comarella, al matrimonio tuo devo venirâanche192 PER DONNA SOLAse non mâinviti. Ci tengâassai.â I sei piatti me li mandò nella scatolâespese di piĂš della zia che me li mandò sfusi. Me ne sono rimasti solocinque, chè glâaltri sette non so neanchâio comâè che non me litrovo piĂš: tre se lâè presi tua sorella e gli altri due, quando sarĂ , te liprendi tu. Certe volte le cose ti spariscono e non sai neanche tucomâè successo. Per esempio: il portaprofumo nella valigetta conglâaltri cinque pezzi che mi mandò âl compare Morra: dove sonâandatâafinire? Gli spiriti! Quelli abitavano proprio dirimpettâa miasuocera. La mogliâerâun pezzo di donna, ma stava semprâincinta,tanto che si ridussâuno straccio. Come sgravava cosĂŹ mia suoceraglieli battezzava. Ierâandai a SantâAntonio e ci stava mia cugina chemi fece cenno con la mano. Chiesi permessâad una donna che tuttele volte che vado la trovo e ci diciamo buongiorno chè il buongiornonon si nega neppurâai peggiori nemici. Mi sedettâappressâa miacugina e sentii che quella donna cominciò a dire: âMa guardâunpoâ, io con quellâandavâa scuolâe mo come sâè cambiata!â E rimestavâerimestava. La gurdaâin facciâe le chiesi: âScusate, vossignoria,con chi ce lâhai? Con me ce lâhai?â âNo, signora, sto dicendâa quellasignora laggiĂš. Iâandavâalla scuola con quellâe mo fa finta che nonmi conosce, ma voi, signora, venite semprâa questa chiesa? Iâ vi vedosemprâa voi, dovâabitate, iâ sono di San Pasqualâe voi? a che rionâabitate voi?â Quellâè che volevâimbrogliare due chiacchiere. A dirâilvero, anchâio me lâero giĂ sentita la Santa Messa. Pigliâe le risposi:âAnchâio. A che stratâabitate voi?â E chi sei tu e chi sono io, ci arrivammâariconoscere che lei chi era, mo? La figlia di compare Morra.Quando le dissi chi sonâiâ, mi disse:âMadonna, comâè piccolâilmondo! Pensare châabbiamo giocatâinsieme! Come ti sei cambiata!âPer me, a quella deve mancare qualche rotella, comarâe buona. Lamamma dellâamica mia mi regalò glâorecchini lunghi coi granatini.Quando fu in etĂ tua sorella grande, staccaâi granatinâe glieli diedi.Quella sventata non andò a perderli? Una mamma fa tanto per accumularâei figli ti disperdonâuna casa. Allora, cosâè rimasto fuori?La guantiera dâargento, no? E allora quella me la dovette dare comaâMarietta la Rossa. Allestii casa la portâappressâa mia suocera. Erâunpezzo di stanzone. Tirai su un mezzaninâe sistemai dietro la camerada lettâe davanti la sala. Mi sentivâuna regina, mi sentivo. Una regina.Eppure, quando venne la nonna di tuo padre, mi parâancora divedermela davantâaglâocchi, alta-alta, dritta-dritta, i capelli con lascrimâal centrâe attorcigliati sul rollo di crine, la mantellina buttatasulle spalle, sempre netta-nettâe pulita-pulita, a quella grandâetĂ châaveva erâancora bianchâe rossa, visitò tutta la casa senza fiatarâesenza smuoversi per niente. Io le chiesi: âChe câè, mamma grande,PER DONNA SOLA 193non vi piace?â âNo, figlia,â mi rispose, âci hai tuttâe non ci hainiente.â âChe vuoi dire, mamma-grande?â âVoglio dire che ti mancala cosa piĂš importante: il Crocifisso di nostro Signore GesĂš Cristo.Te lo regalâ iâ perchĂŠ sei garbatâe bella.â Lei me lo diedâe ce lâhoancorâa lato del letto. Piglia quel turco di tuo zio, il fratello di tuopadre, non si vuole convincere, con tuttâi beglâesempi châha avutonella famiglia sua stessa, chè quella mamma Rosa davvero che morĂŹân grazia di Dio. Una santa. Da dove non si scomodarono per venirlâavedere. 96 anni. Una santa Rosa. Quella glielo diceva sempre:âColino, se vai avanti di questo passo, tu dentrâa le fiammâeterne vâafinire che bruci.â Quello scomunicato! Una mattina, io tornavo daSantâAntonio e lâincontrai giĂš al ponte. âUhè, cognata bella, dadove te ne vieni?â âDalla Santa Messa.â âSenti, senti questa! Lamessa devâessere! Con lâossâo senzâosso?â âComâè, cognato mio, lafede, un poâ di fede ci vuole per vivere!â âMa la fede fetentâo la fededi dietro? Allora, dimmâa me, cognata bianca e rossa: il cavallo,perchĂŠ si chiama cavallo? E il coltello, perchĂŠ si chiama coltello?Chi li ha chiamati cosĂŹ? Noi li abbiamo chiamati con questo nome,tantâè vero che glâinglesi li chiamanâa modo loro, yes?â Iâ non ciavevo mai pensato. Mi calò comâun velo nero davantâaglâocchi. Miguardai attornâe fu come se Bari non era piĂš Bari: i palazzi alti-alti,le macchinâi rumori, quanta gente! Eppurâiâ ero sicura che stavoproprio vicinâa dovâero cresciutâiâ e mio cognatâera proprio mio cognato.Per un momento fu come sâiâ mi trovavo lĂ per la primavoltâe fosse per me, mi sarei potuta trovarâa âna terra forestiera. âVabeâ,â gli dissi, âora dĂŹ tu a me: proprio tu che stai parlando deglâinglesi,sei mai statâallâInghilterra? Lâhai mai vista lâInghilterra? Puoigiurare che lâInghilterra esiste? No. Però ci credi, solo perchĂŠ telâhanno detto. Lo vedi, allora? Fede ci vuole, un poâ di fede ci vuoleper vivere, sennò che ti rimane? Che stiamâa fare su questa terra?PerchĂŠ siamo nati?â âSĂŹ, la limonata! a limone lâavrete tutti quanti,quando stenderetâi piedi!â Con un balzo, superò la barriera del daziâescomparve. Te ne vai? Ehi, ehi, ehi! A non dirmi neppure:âStatti bene!â Che ci perdevâa dirmi: âStatti bene, ciuca, somara!âQuellâè lâimpronta! Impasti da soprâo impasti da sotto, se âl tegamâètondo, sempre tonda riesce la focaccia. Gli ho raccolto la merda dasottâe che nâho ricavato? Quindici giorni sposata non lâavevâancorafatti quando se ne tornò tutto cacato. âIl cane, il canâè stato.â Localai dentrâil vasconâe per ogni secchio dâacqua che gli buttavâaddossopregavo lâanime del Purgatorio di darmi stomaco per un altrâancora,tantâera la puzza che mi stordiva. Dopo dâora ci vorremopiĂš bene, ebbi lâardire di pensare. Non son mai stata padrona di194 PER DONNA SOLAfarmi una camminata a braccetto con lui. Allora cominciai a pensare:âQuando cresce il ragazzo! Allora, sĂŹ!â Se ne sonâandati tuttiquanti. La mia solitudinâè il fiore piĂš prezioso del mio giardino. Iome lo devo crescere e io me lo devo cogliere. Solo parlare mâè rimasto.Ă vero, certe volte mi sembra che tutte le parole che dico lâhogiĂ dettâa migliaia, e forse la cosa piĂš sensata sarebbe che me nestessi zitta. E invece, no! Voglio parlare, perchĂŠ, finchè parlâe parlo,sono sicura che sono vivâ e poi si sa, le parole sono come le ciliegie,un pensiero tira lâaltrâe passa la frenesia, e poi, e poi e poi⌠stoparlando pure per te, mascalzone! Fin quando parlâe parlo, almenâunaparola ti devâarrivare! Forse me ne dovevâesserâandata tantotempo fa. Ora no, è tardi. E poi, dove dovevâandare? Purâincapâal mondo, sarei stata semprâiâ con me, perchâiâ sono cosĂŹ. Miocugino me lo disse: âVientene sulla montagna, noi abbiamo bisognodelle donne come te. Tu sei forte, ci puoi fare solo bene, è purecon le donne come te che possiamo crearâun mondo migliorâe piĂšgiusto per tutti!â Quello, lâavevâaccecatâil sole! Petruccio prigioniero,erano quattrâanni che non sapevo piĂš niente, era vivo, era morto!Io lo dovevâaspettarâe la casa mia doveva brillare sempre perquando lui fosse tornato. Mi sembrava piĂš giusto cosĂŹ. âE se nonviene?â âE se viene?â âE se non viene?â Se vienâo non viene, vogliaDio che viene, sono iâ che son cosĂŹ, questâè âl posto mio. Non stamai un momento⌠non sta mai un momento quando puoi dire:âHo finito di soffrire, la parte che mi toccavâè finita, ora cominciala gioia.â Di vivere non ci stanchiamo mai, forse perchĂŠ le strade delmondo sonâassai e sonâintorcigliatâe nessuno le conosce. A me nonmâè mai mancata la speranza che mi potevâe mi può ancora capitareâŚierâalla controra, mâandai a buttare sul lettâe mi sentiâil respirosuâappresso. Glâallungai la manâe cosĂŹ, per giocare, gli chiesi: âIlfratellino come sta?â âCome deve stare? Chi lo sveglia piĂš, quello!âNon sai, per non dispiacerlo, gli dissi: âChe fa! non darti pensiero,lâimportantâè che tu stai qui.â Quando mi svegliai, non sapevo farmicapace châil sognâera stato solâun sogno. 1 Nella villa di frontâallaCroce câerano due sorelle e compaâ Vituccâil Giardiniere. Unâeranera di capellâa ondâa onde. Lâaltrâera biondâe brutta. La grandâerabella. Stava fidanzata. Lui partĂŹ per la guerrâe morĂŹ. Lei si vestĂŹ dinero. Fu mandatâunâambasciata. Lei dissâal padre: âBabbo, fatecome dite voi.â Quello salĂŹ. Si conobbero. Cominciaronâa farsi visita.Un giorno la lasciarono sola-sola. Sola-sola Chiuse portâe finestrâedissâa comaâ Fulgenza, la moglie di compaâ Vituccio: âSe vienela tal persona, digli che non ci sto.â Comaâ Fulgenza si travagliò.Allâorario giusto, quando quellâarrivò, trovò tutto rinserrato.PER DONNA SOLA 195Chiesâa comaâ Fulgenza: âLa signorinâè uscita?â Comaâ Fulgenzanon ce la fece a dire la bugia, disse cosĂŹ e cosĂŹ è il fatto. Quello simisâa battere dietrâa portâe finestre. âE apri, e apri.â Corserâa chiamarâiparenti. âE apri, e apri.â La signorina rispose da dentro: âAprosolo quando lui se ne va. Non voglio lui, come non voglio nessunaltro.â CosĂŹ restò. Compare Vituccio concludeva: âQuella, forse,quandâil vecchio fidanzato partĂŹ sâera datâe allora non voleva far scoprirela mancanza sua.â 2 Erâuna donnâe âl marito pescatore. La lasciavasola sola, tutte le notti. Lei si fece tentare da un maschio.Appenâil marito se nâandavâa mare, lei mettevâuna lucernâaccesadietrâ alla finestra. Quellâerâil segnale per lâamante châaspettava giĂ dietro la porta. Una notte di fulminâe saette, il marito non uscĂŹ.Lâamantâaspettava. Lei afferrò âl bambino tra la bracciâ e cantò:âVieni sonnâingannatore/Oh, oh, oh/Vienâal figlio mio/Châadessâèlâora/Oh, oh, oh/Vattene, uomo nero/Da dietrâ alla porta/Oh, oh,oh/Vattene, uomo nero/Chè non è lâora/Oh, oh, oh/Chè âl mortâucciso/Non è uscitâancora/Oh, oh, oh!â Lâamante capĂŹ lâintesa e se neandò per quella notte. 3 Stavâinvece, unâaltra donna châera maritatâaun commerciante. Lui se nâandava semprâin giro fuori terra.Non le mancava nientâe le mancavâil meglio. Alla fine si decisâa diresĂŹ al signore che lâ aveva messo glâocchâaddosso. Ogni volta che lâandavâatrovare, il signore smuovevâil paesâintero. Le cose migliori chesi trovavano entravanâa carrettatâin quella casa. Il ben di Dio. Siservivano dâun ragazzo che, tanto châera bruttâe storpio che lo chiamavanoâVituperioâ. Un giorno, nel meglio dâuno di questi festini,una mezzana mandò lâintesa che âl maritâera stato vistâalla portatornarâindietro. Lei si travagliò. Nascosâil signore dentro lâarmadiâeVituperio sottâil tavolo. Quandâil maritâentrò, al vedere che fece ditutta quella baldoria che stava, chiese: âChe cosâè tutto questo disordine,Olimpia? Cosâè questo vituperio?â A questo punto, Vituperio,tremando comâuna foglia, uscĂŹ da sottâil tavolâe gridò: âNo,padròâ, iâ non ne so niente. La colpâè del signore che sta dentrolâarmadio.â Il fatto si riseppe. Lei dovette comparire pure davantâalvescovo e si vestĂŹ di nero per il resto della sua vita.Le storie che so io? Si può dire che le so tutte. Son spelata tuttaquanta.196 PER DONNA SOLACICĂ 197CICĂUN TEMPO1998198 CICĂPERSONAGGI:Una donna sulla cinquantina di indicibile bruttezza.CicĂŹ.SCENALa scena è dominata da unâimponente scalinata che scendeverso il proscenio. Questo è piattaforma di sosta o ballatoioche idealmente prosegue in due scale laterali degradanti versoil fondo, fiocamente illuminate dal basso nel corso di tutto lospettacolo.La scena, violentemente illuminata – salvo che per diversaindicazione testuale – si avvale di pochi elementi di arredo.Alta, sulla quinta di sinistra, ci sta una finestra angusta. Aldi sotto di essa, appoggiato di fianco sul pavimento, è riversoun albero, frondoso e verde. Dai suoi rami pendono dellebambole inzuppate dâacqua e ancora gocciolanti. Numerosealtre bambole sono sparse in giro, tra pozze dâacqua.Risalendo la scalinata, sul primo gradino staziona un manichino,sul quale è drappeggiato un ampio taglio di foderablu.In cima alla scalinata, al centro dello stretto ballatoio superiore,troneggia una cassapanca lunga e pesante, sovrastatada una sontuosa cornice dorata che inquadra la parete nerada cui pende.Spostato verso la quinta di destra, câè un tavolo tondo consedia. Sul suo ripiano – approntato come asse da stiro – câè uncestino ricolmo di mele rosse tra pile di panni stirati. Sotto diesso, decentrata, ci sta una tinozza in plastica azzurra, colmadâacqua e di panni. In piedi, davanti al tavolo, la donnastira panni bianchi che raccoglie direttamente dalla tinozza.Di tanto in tanto sbocconcella una mela. Indossa minigonnae camicetta scollatissima, in plastica dai colori squillanti; aipiedi, scarpe di vernice rossa con tacco a spillo: resterannolâelemento costante nella variabile del suo abbigliamento. Ătruccata pesantemente. Dal collo le pende un vistoso fischiettorosso. Canticchia un motivetto di sua invenzione, a trattiCICĂ 199rivestendolo di parole in libertĂ , magari anche riconoscibiliper quelle di canzonette alla moda. Tende ad imitare gli strumentidella base musicale.La sua recitazione si avvalga della gestualitĂ tipica della comunicazionetra sordomuti.I suoi mutamenti di maschera e dâabito si accompagnino adadeguati mutamenti nei moduli recitativi.Seduta sul pavimento, le braccia immerse nella tinozza, staCicĂŹ. Ă figura femminile di indefinibile etĂ , adombrata comâèda un lungo velo blu che le scende dal capo, sulla cortasottoveste azzurra. Tuttavia, si intuisce un corpo ancor sodo edi gradevoli fattezze. Ă irresistibilmente attratta dallâacqua.Compie poche azioni ripetitive e, apparentemente, insensate:si strofina con cura le mani, mette a mollo alcuni dei pannigiĂ stirati e le bambole stesse, non senza aver prima tentatodi ficcarsele sotto il velo. Quando non è impegnata in questeazioni, a cui ella sempre ritorna, si muove in giro per la scena,appena claudicante, ora completamente scoordinata, oraarmonica e piena di grazia.La scena è costantemente percorsa da un vento leggero chesfoglia un grosso volume – un dizionario, forse – abbandonatoaperto sul pavimento.200 CICĂLA DONNAShtrunzĂ ! KatzetĂš, patatĂ ! GnĂ repènâ te shtrappaâ,de commĂ re moshtruòse te moshtraâ. MasciĂ re. Noro no, toutes les deux ici-bas. Toutes les deux prĂŹmydòpp.Toutes les deux. ShtrunzĂ .Ci haâĂŹâ pigliĂ nâaltra robbe, katzetĂš, patatĂ . Nâaltrarobbe pe te faâ nâaltra veshte. DusciuĂ , dusciuĂ .Shtu wish me sciame de sciuĂ . Puis lu ssai commesò ĂŹe. Na ligne pe parte, lu mudèlle se fa tuttâasseule.DusciuĂ . Tu pars dâune ligne and the world allaround se zitte. Hush. Blu tâo voglie de faâ. DusciuĂ .Tâa souviens da vèshtete bluâŚno, azĂšr⌠bluètte.Se dike bluètte? gnĂ sape maâ les coulèurs. ShtrunzĂ .Tu iĂ , tu oui. Ă o vvere you know Carringtòn?qui o sape? tout le temps te quishtiònne.QuĂŹshte mâa capĂŹ clairmènt: ta presĂ nz me compelde me pose quishtiòns. KatzetĂš. FussâassĂšle pequĂŹshte te se vulèssâa vuleâ nu bbene du coeur. Maistu o ssaie gnè ssule pe quĂŹshte. Lu ssaie? dâye know.Sò shure you know. Kaiktò aciĂŠ.Ishpanò te se ddĂ te te ddĂ . GnĂ sottâa fenètre, gnĂ tottâa la nute, Tu capĂŹscia di règola mute? dâyâundershtĂ nd?cumprènde? ShpassĂ nde ce vĂŹtenây rĂŹtene.Entiènde? Two fools! thatâs what they think of ustwo. Two fools. Doi pazze shvetĂ te. KazetĂš, patatĂ .GnĂ âmborte. Mais purâa putain! ça je gnĂ vòglie toshtand. Nein. Rentiènde? Civètta. ShmĂšvetâai dette.VershtĂ nde? me siende? shtu cugliâe freshkèttegnò ssone quandâave. Gnau ssĂ une shtau shtrĂ unzâefreshkiètte. KatzetĂš, kittmĂš tâakkattaâ. Qui teshtoppe de fègnete pazze? fritta felò. Tu mâennèrve.Te fegne, pritènde. KittmĂš. Iè còmmete, a scemaqui esce, riesce, te pasce. La mula y la prenzèssa daluna. Ton maudit joke bestiĂ le. Joke ânfvernĂ le.Lave cave recĂ ve, cuòce cuce recĂšce, rammĂ glie retĂ glie,shpunte shpute shpazze, shpòlvere shpòlvereshpòlvere pòvera scema babbiscia. GnĂ sciuĂ , neinCICĂ 201sciuĂ , no never never sciuĂ , ma sciĂ te, sciatâ a shpricĂ a juattĂ aktĂš shtakanshtrĂš diktusciĂš shtrafalciĂšdiktĂš diktĂš kittmĂš. QuĂ tâhaâ faâ de ma vie? was duhaben mir gezwĂšngen? My life mein leben ma vie.IahĂŹta. FinĂŹta. Sgru-sgrunt. GnĂ kkete.(Con un panno pulito va alla cornice e la spolvera. Canticchia)Ai tièmbâe vikkiĂ ccia me surkiève purâissa: âPaziènza,è una croce, accèttala e amen. QuĂ creti? nonsoffre?â Soffre o si offre? Maâ nu sourĂŹre pour moi.Te kiĂšte, ĂŹe! mâeshcoĂšte? te kiĂšte. Te schloss. Rentiènde?Me refĂ ccie iahĂŹta. Itâs never too late. Quidike iè tarde? tâavvièrtâĂŹâ tâavvĂŹte shtavòlde. KaiktĂšteishtranzĂš. GnĂ kkete. La voila toute baignèe denouveau. âNvrascedĂ te!(Torna al tavolo. Butta in acqua il panno con cui ha spolverato.Afferra dei panni puliti. Va ad asciugare CicĂŹ)GnĂ worry gnĂ shtrazze shta pezza fitòsa.Schmèrzensmutter. Notre dame des sept douleurs.Blu. Clug. Clup. Clut. âNvrascedĂšte! QuĂ burze.Manghe shtanòttâhai clusâocle! ânvlatĂ te. QuĂ shkrute? quĂ vite? misera soròra mea en un suègnoperdĂŹda!âNvediĂ ta me tâive, ĂŹâ de tĂŠ nurgugliĂ ta. Ma vaâ, quĂ te crois? daivère tâhaâĂŹâa schlosse? joukèive, itâs ajoke, shgru-shgrunt.(CicĂŹ la guarda per un attimo con sguardo intelligente)Te piĂ sce?(CicĂŹ non la guarda piĂš)GnĂ kkete. Shgrunt. Sto in trĂ ppola, ecco cosâè. QuĂ shtrazzie a sendĂŹrme persòna shmetĂ ta.(Va a raccattare le bambole per ficcarle in mano a CicĂŹ.202 CICĂAccenna a canticchiare)Me shtrascĂŹne câa capârindâe sunje. Lave cave recĂ vecuòce cuce: quĂ mâave? Es como un suègno en testanno suegnĂ ndo. Shgrunt. Shgrunt. Shgrunt.Tâa souviens cette fois, la volda da ròndina salva?Wanda. âBĂšttala iate, plus iĂ te ca puòte!â Recuèrde?Shplufft. Ppe dia-dia ânge tòllemâu manje da bouche,lu fĂŹkkele pappe indâa issa buccĂšzza. âShlĂ nzelâiĂ te, plus iĂ te ca puòte! nah, iâ cate, shtâa cate, nosâĂ ize, repĂŹglie, se vole, se va. Wendy retuòrne!â Nusciò dâhirondèlles via sâa purtò. Fèmmena? qui lâavedicĂŹsa? Wella, Winnie, Wenda Wazze⌠fĂ kketâinòmmere tutte. A dĂ bbliu ce shtava, ssò shure.Me dike shtradĂŹke, la rangĂšme me shtrike, la rangĂšmeme salve. âPĂŹgliale, pĂŹgliale!â Me tiènâirte.âPĂŹgliale, piĂŹgliale!âŚfuiâŚâ Schmèrzensmutter.AktĂš diktĂš shtrafalciĂš. ShtrunzĂ . No ro no, meglienoi due ici-bas. Alone. HieraccĂ . Mò(Buio di scena. Stacco brevissimo)Arrète? quâha shtate? cundĂ tte?(Buio. Stacco di poco piĂš lungo del precedente: il tempodella battuta seguente)Gnâè nu cundĂ tte? ce dâè? quĂ seccète? CicĂŹ!(Il ritorno della luce la trova stravolta: si tende nellâattesadi quel che potrebbe seguire. Non succede nulla. Guardinga,torna al tavolo. Butta nella tinozza i panni con cui haasciugato CicĂŹ. Si siede. Sbocconcella la mela, sovrappensiero.Prende a canticchiare alla sua maniera)You know quĂ maâ te cunfĂŹteo? nu mĂšzzekâe tièmbequandâisso⌠quĂ nomme?⌠frĂŹkkete⌠quilloâŚnu shpizzicarĂŹllo nu shkife nu shpute doppe qua ukitte se fĂšie, je me promène tac retac, balcòns quitòmbent shrakt fall rete de mĂŠ. Je passe, le shtrètCICĂ203tue gnĂ kkete sâoĂšvrent, shtrunft bĂ retre, shlundhòllenschlunden. Lu ponde du Corse? melliĂšne demegghiĂ re se brek. No reason. Je sguĂ rde vitrĂŹne,na chat, nu piènze, zĂ kketebrĂšmmeteshlĂ ffetebrek.(Riprende a stirare)Nu paysĂ ge de schutt. Trumme. GnĂ me ggirâatremènde fĂ kkete frĂŹkkete. Mo tu pienze: paysĂ gâètuttâĂšne cu isse.No ro no pè pè rè pè. Vi shtrumbĂ te, Madama.No ro no pè pè rè pè. Sono due fatti dishtrĂ tti.Mâ entiènde cumprènde verstĂ nde undershtènde?Tâha- ĂŹâ cundĂ te, ssò shure⌠o sâĂŹe te cundĂ ve tutâire shkundĂ te⌠qui o ssape, si mai sâha sapĂšte.(Va alla cassa. La apre. Ne estrae una maschera. Laindossa) Sei crisciĂšte. A lâandrĂ se, lu tièmbe mutĂ te,te mute. PatapĂšm. Lu munne qui lasce se shfasce.Trumme. Schutt. FernĂšte. âIo mi sposo⌠iofarò la maèstra⌠quellâaldrâil dottòreâŚâ Schutt.CrisciĂšte. Vai! e vai! Trumme. FinĂŹto. Mimòrie?FrĂŹkkete sciò shbrĂŹghete vai⌠Vulèsse shlavĂŹne quiruĂŹnâu passĂ te. SchĂšffete. Quâha shtate ci ha shtate.The ende. Gna cchiĂš. KazzetĂš.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Accenna acanticchiare)QuĂ dike? Quâha shtate, remĂ ne-sarĂ . Lu nommeshkurdĂ te, quâha shtate, remĂ ne-sarĂ . SâĂŹe fegĂšre lushtrĂ zzie du corde ângurdĂ te! PerchĂŠ se nâè andato?ritorna? Faâ na mĂ scia, mena li carte⌠o fussâassulâĂŹe,mĂ rterâe mite shmarrĂŹte. Tu tâavĂŹve shvanĂŹte.Qui o ssape, si mai sâha sapĂšte! sâĂŹâ u sapève, shkurdĂ te.OubliĂ te. Mâeffòrto. Li dua malevènti nâaccòkkio.A volte un tettĂ glio⌠shfĂŹgliĂ te! gnĂ kketefrĂŹkkete frĂ kkete. A volde me ânvènde tu pure fuĂŹta,ahisciò, reshparĂšta. CicĂŹ gnendâacchiĂš. MishkĂŹna!Tu aquĂŹ tu mâaĂŹta. Mâakkèurâ re ttĂŠ. SâĂŹâ frishke,204 CICĂ(Gesto per portare il fischietto alla bocca sospeso a mezzâaria)tu puòte pezzĂŹnghe me uĂ rde, cumprèndre, mâentiènde.Saccète. Shtai shure saccète. Si gnĂ sĂšbbete,tarde. Ai sacce, saccète. Ai trashte, cumfvĂŹde. Allrhe world sâa fuĂŹte, shparĂšte. Ce suffre, ce shklaverindâe corde shbattĂšte. Mò clame, mò tuòrne, aturnĂ te? a lusciĂšte? shta mute? shfugliĂšte. De merdede scheiss de cakke de shit. Repènte? gnĂ sende.Fetènde. VaffĂ kkete perse.TrĂšmmete. Coupe li pondi. Qui vole shti mĂŹenzemilĂšne? Ie valâa lunĂ ccia. Megliâa shtâassòla. ShfigliĂ ta.GnĂ ânganne-disĂŹve. Me pare. RepĂ re. Mèglieici-bas toutes les deux. HieraccĂ . MoyllĂ .(Buio: il tempo della battuta seguente. La luce la ritrovastravolta)Lux execrĂ ta, ferdwrècheda lume! shtatte quièta,CicĂŹ, shtatte bbona. Io shto aquĂŹ. GnĂ trèpede.Shtatte.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Saâ quĂ me finghâindâo penzĂŹre pinzĂ te? niĂšne fĂ mai quĂ issa vulèsse, ma quĂ vvere necèsse. PĂŹglie laveshte. Tu tĂ glie na ligne y lâalde te viènenâapprèsse.LĂŹbbera, forse, intâa cape te shtrigne, a capĂ rela ligne. A lâate, cushtrètta. Mâentiènde? è nu bellepenzĂŹre? mò frishkâ u freshkètte. Ssò shure na dia tucumpriènde. Me shguĂ rde y capĂŹsce, mishkĂŹna. Mòha passĂ te, fernĂšte. Freshkarâen presènde iè radeânzenzĂ te. PassĂ te. FernĂšte. FisciĂš. GnĂ shta cchiĂš.(Riprende a stirare)Blu. ChiarĂŹa de na notta dâashtĂ te. Fitto. AddensĂ to.Quake lu cièle te se fusse shkulĂ te. AccussĂŹCICĂ 205ti ha vishtĂŹa, CicĂŹ. Mo tâo dike: filĂŹcia pirfètta meshklare. Me tourne la tete. Mò ashpiètta. LĂ ssemetraghe rishpĂŹrâindâo piètte. A mundĂ gnâai tièmbequâa shtate, rocce ânnevĂ te, âguaviènde shkrusciĂ te,fiĂ tâaffannĂ te, lu vashtâindâo vashte bashtĂ te, rindâopiètte trasĂšte. Moi stesse shpazzĂ te, fernĂšte, friĂ te,de me lundanĂ te. Me dike: recĂšrdete sembe commete siènde! gnĂ shkuòrde, gnâoublĂŹe. Rindâa ddĂŹadu ffrĂŹe, te retiène calĂŹa si ripiènzâa mimòria. Recuòrda,gnĂ shmèmora. Recuòrda: quâassènde lusiènde prisènde. TâavĂŹssa piaciĂšta, ssò shura. FrilĂ .Tu mâhai capisciĂšta purĂ nghe cui mottâazzuppĂ te.Mò frĂŹshkio? QuĂ lâĂ ggâio appillĂ to? FilĂŹcia? SalĂŹpece.CunfĂŹteo indâo ssanghe recòla. Je parle, tedike, cunfĂŹteo, cunfvèsso purĂ ngo quĂ mai nâavĂŹssesuccèsso. FĂ kkete fĂšttete bògghete shtrĂšppete.Kalèkkie.(Va alla finestra. Osserva il paesaggio per quello che può.Ritorna al tavolo. Si siede. Accenna a canticchiare. Unfilo dâacqua prende a gocciolare dalla sommitĂ della scalinata.Sia pure intermittente a tratti, esso proseguirĂ pertutto lo spettacolo)U Don Cazze me shtrĂ zzie: tâha ditte? tâha fatte?âŚquĂ je ne shteve ni sope ni sotte. QuĂ ce dittâĂŹe? quĂ ce fattâĂŹe? verstĂ nde? âJĂ cula PĂ tete, Avâa li sandiâ.Se shpazzâ u remmĂ te? se lave lâimmondo? Shta faccendâèmalata. Ie fotte. JĂ cula prega. FinĂŹto. CapĂŹto?Mâentiènde? Lâimmondo shmondĂ to. FĂ kkettefrĂŹkkete fĂšttete bògghete. FĂŹkkete shtrĂšppete. Frilelu-lĂ . Si mâèntiende quĂ dike.(Riprende a stirare)Tu no. Tu taffe tu tohste. Don Pulmòne shta fĂ ciegnĂ vete. CunfvĂŹtete, falle pe mĂ mmete. Tâassuviènsdâa vikkiĂ ccia? CunfvĂŹtete, anema nette! lamane shkaffĂ tâindâa veshta, jĂ cula, jĂ cula tuje. Na206 CICĂdia qua gnĂ trouvâu rusĂ riâindâa palde, se shpazze,se shmatte, se shfrene, se shtrĂ zzie. U rusĂ rie, qui otiène? qui o ha prise? U Don Còglie glâavève dunĂ teou quiglâaldre qui avève fuĂŹte. La manâindâa paldeme cògliângallĂŹte. Gnâa vete, gnâa fegne prigĂ ta. MimòriefigĂšre: la manâindâa palde ânvelĂ te. Au condrè,mâhaâĂŹâ shkurdĂ te li cèndere de shkameciĂ te ci haâĂŹâfatte di tuttâi culĂšre; grey marròne, nĂŹre, blu shkure.La manâindâa palde retournâa la mende, sâĂŹâa piènze.Ma allòrâ indâo tièmbe vidĂšte, gnâa vite. QuĂ ke shtatuttâu tièmbe vidĂšte, gnĂ vite, te se shta nashkunnĂšte.Mâentiènde? PrigĂ va, prigĂ va, aldĂ re shkattĂ âtuttâaround rindâa ccasa, SandĂŹne shtrakkiĂ te rindâetubbe du gas.âSi shta prondi. Tâa-dâakkiĂ ri mundĂ ta.â PrigĂ vâudottòre: âQuĂ shtu dulòrâindâa iamme? assĂšmmenu pigne, dottoâ! haâĂŹâ shmarrĂŹtâu fulgòre. Dottòâ,shta remèdie?âQuâavève? ottanda? nuvĂ nda? Shta remèdie au tièmbequâengĂ nde? Se chiĂ gne, se shfragne malĂ te, la manerindâa palda feccĂ te. Lâhistòrie te dĂ ie quanne kiĂš shtaishvagĂ te. Me siènde, mâentiènde? aggâĂŹâa frishkare? Lutièmbe ce cresce cugliĂšne. ShtrĂ mmete shgrĂšnfete.GnâavvĂŹse niĂšne. Lu tièmbe ce cogliây ce perde. Pesembe, pe mmai! FriĂš! FĂ kkete fĂŹkkete. QuĂ sembe,quĂ mmai? CetrĂšlle. Shmèmora, shmarrâe paròle quignosce. GnĂ kkete bògghete. Se perde. Se shmosce.Ddiâ truffe, ddiâ vvere⌠vvere, parolâassĂ i grosse.Ddiâ comâa na nĂšvele qua ce le sumĂŹglie. Sâil shta, sicâesĂŹshte, si tu ce la pĂŹglie. Potâèsse qua o vverâindâosuègne risĂŹshte. Mâentiènde? cumprènde? Ce viteraggiĂšne de vera revòlde? Lu riĂ lâè cumblèxe, lâidèegnĂ sâeguĂ glie. VerstĂ nde? undershtènde? GnĂ cihai tièmbe. OplĂ . MièzâiahĂŹtâa shkurzĂ re lâaldrametĂ . Shgra-shgrant.(CicĂŹ la guarda significativamente)CICĂ 207Mo vièni, CicĂŹ, si esce y va fora. Get ready. La fĂ sciaâŚla fĂ ccia⌠facciĂ moci belle.(Afferra CicĂŹ per la mano, la trascina alla cassa; ne estraeuna fascia che stringe alla vita di CicĂŹ, lâoccorrente per iltrucco, uno specchio. Ella stessa muta dâabito o qualcosa delgenere: indossa una maschera e unâarmatura in fil di ferro)FĂ mmete fĂ rdeteâŚ(Esegue. CicĂŹ si lascia fare, del tutto indifferente)Hai vishte mâentiènde pure privâe frishkiètte? FĂ mmetefĂ rdete. Pâo reshte shta tièmbe. FrĂŹkkete,gnĂ kkete. Quicònquâavâa ièsse, shta tièmbe.(Buio: il tempo della battuta seguente)VerwĂšnschung shtrafĂ kkete lume! Fu ĂŹâ cièche, saâĂŹâ quande me freche? Ma ĂŹâ vete y o lumâè senziĂ le.CicĂŹ, gnĂ te cale, shtai calme, shtai quiète, shtaishure sâallĂšme dâarrète.(Luce. Ella ispeziona il luogo come se avesse afferratounâidea)Bah, me semblĂ ve⌠parèva⌠quĂ dâesse? FĂ kketefĂŹkkete bògghete gnĂškkete.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Torna altavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)LâeshtrĂ fora! come parlĂ va! quĂ rite! Redènnâu shmarrètte.Tuttâu tièmbe dicètte: âMio amico, in miaterra lasciĂ to, meo ragĂ zzo me aspiètte.â Ie piènze: èrikkiòne. Almèno cu isso, shtai bbona. âNge repèteoggi-domĂ ni: li tapèttes sò a ginĂŹa prifirĂŹta.(Riprende a stirare)Na fiĂ ta partĂŹte, me shkrèibe: âIâve got problèmecu tike. I like you, me piĂ ce, ma tu me comfĂš208CICĂse, miâamĂŹke.â Me piènze: è rikkiòne. PiccĂ te. Lishkrèibe pâeddugazziòne: lu problema? âTu pĂ rlemesembe rikkiòne. I like you, me piĂ sce, ma turikkionèssa? âCapito? Ei piènze de moi quĂ ĂŹâ piènzedâisse. QuâappĂ re gnĂ maâ punde fisse. SurtĂštte sitrattâe paròle. La paròla rengĂ nne. La paròla disĂŹve.La paròlâè assĂ i âmbetta.(Pausa)Ci haâĂŹâ ditte-shtradĂŹtte: lu rĂ kkete iĂ te te shpruzzâacucĂšzza. Lei taffe, lei toshta: nisciĂšne mi ama nisciĂšnemâingòzza. Na lagne, nu iĂšmme. ZĂŹttetehush, gnĂ fluchen gnâambĂ sce. Ă sorda ânghiummĂ ta.Gashtema ânzushtĂŹta: nisciĂšne mi ama nisciĂšnemi reshta. Na morta ângarnĂ ta, iahĂŹta shpriĂ ta.Da u blu rindâu blu apparètte cushtĂši. Lunomme rigrètte. FĂ kkete frĂŹkketâi nòmmere tutte.Vuoi uscĂŹre? usciĂ mo. Cene ânvlurĂ te riĂ lâa saiètte.QuĂ mâaggâĂŹâa mette? me daâ a camisètte? VeshteshkullĂ te, veshte tullĂ te, plissètte curpètte, shvasĂ teshpaccate, nĂšvola muta dua fiĂ ta maâ mishma.Se fĂ rdetâaccĂ se rĂŹmmelâallĂ , umbrètte russètte,pittâappundĂšte, ogna shmaldĂ ta: gnora virdĂ shtrabluètte viulètte. CapĂŹlle tirĂ te capĂŹlle scennĂšte capĂŹlleândricciĂ te capĂŹllâabbuttĂ te, na vĂŹruolâaccĂ nuciĂšffulâallĂ : russe âmbvequĂ te rangiò ânveperĂŹte gialleshtriĂ te nirâannuttĂ te.(Va alla finestra. Osserva il paesaggio per quello che può.Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)Mo lâhai trouvĂ te lâinnamurĂ te? Mo frĂŹkkete: è perse.E a ttè? tâha piaciĂ te? Ie? quĂ câendrâĂŹe cu isseshmullĂ te? sembrâabbronzĂ te, tutte griffĂ te! pizzĂŹngheli mĂštete ci porte firmĂ te. Li mĂštete? li panda?li shlip? li mutĂ nda? Y tu, quĂ ne sai? QuishtâusenziĂ le: nu mĂ shkulâ appĂ re⌠ni òglie ni ssale.Ci ho un problèmâal pripĂšzio! un taglèttây va via.CICĂ 209PerĂ ltrâin amòr che âmbortĂ nza ci ha il sesso? Inamòre? qui tâama? ma vattĂŹnne, gnĂ shquièteme,qui tâha calculĂ te? ti shkazzo, ti shfazzo, ti shmazzo,ti shpazzo. La casa? ânvlurĂ ta. I riĂ li? a scettaâ. Molâamòre parèva kiĂš passiunĂ te. PiĂš isso arrutĂ va, piĂšissa shmulava. Ei cunglĂšsa lâishklĂšsa cu acclĂšsa dicĂŹsa:a vikkiĂ ccia âmblorètte la manâe lâaccĂŹsa. Naserpa si fece, na fĂšria shfuriĂ ta. Ma come si osa?qui maâlâha kiamĂ te? quishtâè âmbazzĂšte, shbullĂ te,shvitĂ te. Sistèmati, figlia, iè ânammurĂ te! QuĂ facceshtu amòre bullĂ tây firmĂ te? mi abbòrra mi shkazzami shvile mâannòia. GnĂ frèkeme dâisse fussâanghena mazze. Gnakkète frikkète shtrĂšnzete shmèrdete.NisciĂšne mi ama nisciĂšne mi vuòle. Te nâavvĂŹerte,mia cara, ubâè lu senziĂ le. Lâamour imburtĂ nde,lâamour qui cale è quake tu porte, è quake tu vale.(Va alla cassa. Ne estrae una maschera. La indossa)CuriĂšse quâai blate dâhishtòrie dâamour! haâĂŹâsembe shtatâune qui maâ gnĂ criĂšte. Ma si! fussecarâallâĂ nima mia nâhishtòrie dâamour qui fliècefernĂŹa: lâamour triumfvĂ nde, cundènde cukkiĂ te,pe ssembe pe tuje, pe mai pe jamais⌠QuĂ tujequĂ mai! Ce shta sembe – qua sembrâè senzĂ to – luuĂ rdây te dike: qui sĂŹ? qui tâagnòsce? nâeshtrĂ forasei? Lu tièmbe mutĂ te ci muta, indâa forma shfurmĂ ta.Entiènde? verstĂ nde?(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Si sfila lâarmatura.La ripone nella cassa. Torna al tavolo. Si siede.Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)Lui dike: âSi vuòi, puòi far la riggĂŹna.â A queenâe cugliòne. Ai pièti ci mise shvariĂ ti migliòni.âMigliĂ rdi, si accètti. IddĂŹe mâha biĂ te con marâetirnise.â âTu, muertâaccĂŹse! tu scĂŹtte, tu scheiss,tu muerte âmbĂŹse! Mi vuoi accattĂ ri? Shparisci!shkumbĂ ri. Si mi vendo, tâavvĂŹso.â Te se pote210 CICĂânturtĂ ri? LâavĂŹve capĂŹte lâamour qui gnĂ more èlâamour qui tu porte?(Riprende a stirare)Potâesse quĂ vvere lu revesciĂ te: lu iĂ tâ iettĂ te iè iĂ tedâamour. Lâamòre gnâ ha fòrme si è amòre ângarnĂ te.Lu disĂŹre rengĂ nne y tu reshte ângannĂ te. IâsurvĂŹsse lâamòre murtĂ le y fortâimmurtĂ le ce storindâa sorte. SalĂŹpece. Shtâaccuòrte: i iurnĂ te-nuttĂ tesò corte.(Buio. Stacco appena piĂš lungo del precedente. Silenzio.Lei si muove con estrema cautela, le braccia protese a tastarelâaria. Pare che anche CicĂŹ si muova per andarleincontro; le gira intorno, sicura)GnĂ me trombe. Fui iĂšshte.(Luce. Ella torna al tavolo e riprende a stirare)QuandâissâabĂŹve⌠curiĂšse⌠quandâissâabĂŹveâŚfussâissâin partĂŹcule, isso genèrico ou tutâisse fuĂŹteshtrapĂ sse-shtramĂ zze-shvaporâindâo iĂ te. QuandâissâabĂŹveâŚnu curtèo, na schlange, in turnĂ ndesutèrra, di cĂŹnere ânvase. Gnâavève fegnĂ tâinmio penzamènto. Un isso è tuttâisso. Hai vishte,cumbviènâa raffabulĂ ri? A furie di remi tâambâarâaremĂ ri. Cumbvièni? vertstĂ nde? PavĂšre gnĂ tièni situ sai natĂ ri. Pluâse cumprèndây less tâaffrĂ ri. Laudashkiovâa qui aĂŹta lu munnâa explicĂ riLu munnesâammèglie si lu male shkumbĂ ri? Li mundĂ te rilĂškeprivâa tigne shkulpĂ ri?(Afferra uno straccio pulito. Va allâalbero. Ne spolveraalcune foglie)Une cu due, mone cu bbine, ianghe cu nire, aguacu mire, lâammolle la tire, si face per dire. Na tiritèradi fumo e di cera. Entiènde verstĂ nde cumprièneme siènde? CicĂŹ, ube shtai? FrĂŹkkete gnĂ kketeCICĂ 211shgrĂšntete shtrĂ kkete. QuĂ tu mâappaĂšrâa viènemerete? unâombra mi assĂ li. QuĂ te devièrte? me siènde?lâentiènde? Lu bbene quĂ bbene si male gnĂ cihai? you need, necèsse na ligne de shmarke. Ă un belpienzamènto. Aggiâa frishkari? Ă giĂ fuĂŹto, shtrapĂ sse-shmutĂ te. TenĂŹmece aĂŹrte a un altro penzĂ to, siviène, sâaffèrma, si maâ ci cumbviène. Kalèkkie.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)Mi susâu turmiènde sâĂŹâ morâa lâandrĂ se. De tè, quĂ serĂŹa? a ttè, qui tâanvĂ se? qui tè si curĂŹa? Fusse quĂ lâave la sortâa fussâĂŹre. Rindâo turne dâo tièmbe toutse trouvây se shpièrde. Rindâo turne dâo tièmbe, toutse trubây se shklare. Pure tu. âNah, iâ cate, shtâa cate,no sâĂ ize, repĂŹglie, se vole, se vaiâŚâ CicĂŹ, ube shtai?(Riprende a stirare)FĂ kkete frĂŹkkete, shpiènzâu turmiènde. VĂŹvemeshmèmora quĂ fussâimmurtĂ le. Shta moleshtieângrucciĂ te, shta pene dulende shta tande ângulcĂ teshta commâaccucciĂ te, addurmĂšte, shtraniĂ te.QuĂ shta tuttâo tièmbe vidĂšte, gnĂ o vite, rishtĂ nashkunnĂšte. Mâentiènde verstĂ nde? Ishpanò meme ddĂ , me me ddĂ rishtrunzĂ . Sò eshtrĂ forâa masoufferĂ nce. KatzetĂš patatĂ . Eqque qua.(Va al manichino e drappeggia il tessuto)Saâ come te facce ta vete? ShkullĂ te su i menne,iahĂŹta rialzĂ te, sushpĂŹsâa epaulèttes. LâarrĂ pe, lâattĂŹzze,lâaddrĂŹzze, lâarrĂŹzze.(Torna al tavolo, stizzita. Si siede. Addenta la mela)QuĂ shtizze me fai shti menne pundĂšte. Me ângupeshtu gufe, shtu puzze curnĂšte, me futte shvelĂšte,me ângute, mâashtĂšte, me mute.(Pausa. Ă proprio adirata)212 CICĂIahĂŹta vevĂšta me shmeta, me shmezza: me shtrĂšgghiedâamour y me rumbâinvidiĂ ta. QuĂ bellâapparĂŹshte!quĂ bella criatĂšra! Forma ânfvurmĂ ta debiltĂ de ânviulĂ ta, ligĂ ta gnurande dihumanĂ ta. BellacomâĂŹe gnâavèsse sugnĂ te, tu, shkanisciĂšta, a timishma shkunnĂšta.QuĂ DdĂŹâè mai quĂŹshte qui shprazze bellezza a quignĂ lâapprèzza? Na pazza shfinĂŹta qui capèttâa shkapòkkiahommes y vishtĂŹte. QuĂ rite me fai! CicĂŹ,ube shtai?(Riprende a stirare)Li hommes te nomme fusse pure mâiâ fikke. Tâassuviènde quĂŹlle⌠shtrafĂ kkerâi nòmmere⌠lu shparleânvlurĂ teâŚtandâexducĂ teâŚsalĂšte fussâanghe lushpecle⌠sâavètte shburniĂ te pe ttè, ĂŹâ so shura. OalmènâaccussĂŹ me parètte. Iâ forget quandâisse shvanĂŹ,shvaporò rindâe blu. GnĂ quishtiòne âperchè?âgnĂ o so kiĂš. Y sĂŹ me piacètte! Potâessâiâ venĂŹsse cumike gnĂ me farme nimĂŹke, pe se sènderâa tike plusamĂŹke, tâo dike. O forse sule quâiâ fussâexducĂ te.VikkiĂ cce russĂšte, qui sa pure si u shpecle lâha mairishpunnĂšte. PeccĂ te. FriulĂ katzetĂš patatĂ .(Va alla cassa. Ne estrae un tight. Lo indossa dopo essersiliberata dei suoi abiti. Li ripone nella cassa)Penzamènde kiĂš accorto rishvèle cungètte ângucciĂ te.A furie de gnâesse disiĂ te⌠a furie de gnâessedisiĂ te⌠shkumbĂ ri.(Raccoglie delle bambole gocciolanti e va ad appenderle airami dellâalbero. Con uno straccio pulito, poi, ne spolveraalcune foglie)Me shpazze me shpezze me shpizze me shpuzze quabashte na lĂŹttera shposte y mute semblĂ nde. Florideiene e cene a mezzodĂŹ. CambiĂ nde mâaĂŹta, disĂŹverengĂ nne. IahĂŹta⌠jucĂ sse cu mucha magĂ gne.CICĂ 213Ecco! caco coca, oca. Taglia la mela con lame chefan male. As a matter of fact, a cat is an act of tact.Henry ne pronònce rien si bien commâune hache,quâenfin il se fache et commâun chien il se cache.Per fugare i miei topi o il gatto o comportamèntipietòsi. MiĂ gola la mia gola.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)Putève uardĂ re vidâess vidĂšte. TâhaâĂŹâ giĂ dittâa migliĂ re,migliĂšne, maybe. Je privĂ lâu riĂ le. GnĂ soasĂ ttâexplanĂ re. Ei sâimbièttene shure gnĂ ĂŹâ vite.Ma ĂŹâ cazze sâĂŹâ vite! Je vite y je touche cu mmaneshtu wish diviĂ te qui ave pe mike. Ei vĂšlene tike yviènnent cu mike. MâinrĂ je, me shmiglie, puis mepiglie vertĂŹglie vermĂŹglie: je sake dâei fisse quĂ issenèvere sake dâei shtisse. Je ândĂšmesce âmbiette, ânvlatĂ te,gaudiĂ te.(Torna a spolverare alcune foglie dellâalbero con un altropanno pulito)Li fòglie sò i motte di lâĂ rue mute. Li fòglie ridĂŹkedi Ă rue parlate. CicĂŹ, tâhai uardĂ te?(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Afferra dei panni puliti e va ad asciugare CicĂŹ)âNvrascedĂ ta. GnĂ worry, gnĂ shtrazze shta pezzaceshpòsa, shta pezza shtuppòsa. Schmèrtzensmutter.Noâ Dame de sept doulòsa. Clug. Clup. Clut.Vurmenòsa. De blu velumbròsa. âNdussecosa. Pirigliòsa.Quande mâapprènde purâĂŹâ silenziòsa?(Torna al tavolo. Butta nellla tinozza i panni. Si siede.Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)Esatto: il gatto tutto matto ha fatto il patto dâesserratto.(Riprende a stirare)214 CICĂSâĂŹâ fusse shklave-friĂ tâa mundĂ re currèdâe vikkiĂ cciadisĂšse-gnurĂ te! Me fa cumbagnĂŹa? mâembĂŹgne?me tigne? GnĂ explĂŹcâa magagne. BesuègnâĂŹâ lu keeppelĂŹtâncegliĂ te. Ye nèvere know comâhai capitĂ te.Entiènde? verstĂ nde? Friò. IahĂŹta va y viène, dicèttâavikkiĂ ccia. A lu nate piccĂŹne repètây reshpaccia:iahĂŹta va y viène. cambiĂ nde disĂŹve, cambiĂ nderengĂ nne: jukâiahĂŹta prudènde-frimènde. IahĂŹta selutte, gnĂ puòti shkanzĂ ri si axèpti cui remi lu marĂ shmâaremĂ ri.(Buio. Stacco piĂš lungo del precedente. Lei ora si muovecon maggiore sicurezza intorno alla scena)Probe surprisa. Forma giâapprĂŹsa reshpĂ zie shpaziòsa.Mâangòre gnĂ puède diniĂ re, callòsa, formalucòsa-lucènde qui lâocle ângannĂ te rapprènde.(Luce. Lei, al centro della scena, tiene gli occhi chiusi. Liriapre)Ube lâingĂ nne? oĂš lu disĂŹve?(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)Li tope parèttere mice. QuĂ dike? cunĂŹglie. Si ei separĂ tim,quiète-sĂ zzie. li shpazi bashtĂ nti; iahĂŹtâaffannòsasi ei si fâavĂ nti. ShtrignĂ tâirrisòres-shtripĂ nti,ocli sanglĂ ti, ânzolentes-cucciĂ ti roundubiquedu liètte ânfullati. FrĂŹkkete fĂ kkete fĂšiete iĂ hhh.Cultièllâammulate, bashtĂšne pundĂšse. DishpĂ re,evanèsce, masciĂ te, sciangĂ te! Ni sciuĂ ni repòseânda nuttĂ te shbattĂšte. Ludiâ-lubrecĂ te rindâe liètteshlumĂ te. FĂšiete⌠fĂ kkete⌠iĂ hhhâŚ!(Pausa. Riprende a stirare)CambiĂ nde disĂŹve, cambiĂ nde rengĂ nne: plus angòreânfvussĂ te, nâate puzze curnĂšte. QuĂ crĂŹte, quedura? Shtai shura, retuòrna. I siende qui grĂ tte. Mevolent appaurĂ re? assormĂ re? fraitĂ re? sseh! ShtrunCICĂ215zĂ caictĂš tarapĂš. KahiktĂ kahiktĂ . Kalèkkie. GnĂ me serve shurèzza de fora. GnĂ juke, gnĂ crescefille-sugnĂšse! si juke me juke, mâentiènde quĂ entiènde.SulĂ ta, gnĂ prĂŹmây doppe, gnĂ nèvere-tĂšje.ShtrunzĂ katzetĂš patatĂ . GnĂ repènte de niènte.Toutes le deux ici-bas. Lu munne se shtèrminâaquĂŹoĂš se shmĂ terâiahĂŹta. FinĂŹta. My life, dein leben,presque-strusciĂšta. Ma sĂŹ! fusse care allâĂ nimamia nâhishtòrie dâamour qui flièce fernĂŹa: lâamourtriumfvĂ nde, cundènde, cukkiĂ te, nèvere-tuje, pesembe pe mai. QuĂ tuje? quĂ mai? quĂ cundèndecukkiĂ te? de quois? Hoc corpus meum: pegliĂ tegnuttĂšte.Hic calix sĂ nguinis mei: shtrafĂšghe-dringĂ te.Quois te crois je me sende au Don Cazzefremènde mâi fikkâindâa bouche, fetènde? LâĂ nemashbutta cu i diènde, shtraniĂ ta, de me lundanĂ ta.Pròbeme belle, pròbemâassĂ i! ShbuttĂ ta. A nuttĂ tapriviĂ ta, a vikkiĂ ccâi cunĂŹgliâavèvâazzannĂ te,shguzzĂ te, shquartĂ te. âAhi! quandâamòrâĂŹâ lâavèvecrisciĂšte! nutrĂŹte-ângrussĂ te, pe te farte âmbresciĂ te,ânfveshtĂ te, a lâindrĂ te triumfvĂ ndâindâa ecclèsia.âCurtièllâindâau gozze shkaffĂ te, li cunĂŹglie shtridĂŹa,iahĂŹta ângannata, fuĂŹta. Je tremènde shtranĂŹta. QuĂ DdĂŹe qui gnâaĂŹta cunĂŹglie shguarnĂŹte, virmĂŹglie-brunĂŹte,sanghe cagliĂ te. IahĂŹta lasciĂ te scigliĂ te, shfigliĂ te,shtutĂ te. Shtrunzà ⌠katzetÚ⌠patatĂ âŚ(Buio. Dopo una breve pausa, ella prosegue come ormaiignara del buio)MalshkĂšre tèmbore. CunfĂŹteo ma deboltĂ de: il-yave nu tièmbe li fĂ cies apparètterâuale. Lâunâa lâautresumĂŹglia, y a mmè mi shkumpĂŹglia. GnĂ shtadifferènces. Je guĂ te, tremènde, gnĂ vite cambiĂ nde.MimĂŹshma dicètte: Ă male tutte ou shtrappe deâmbiette shtu amour ânvadende.(Ride di una risata alta e divertita. Su questa torna la luce)216 CICĂCicĂŹ, ube shtai? Tu mâentiènde? ĂŹâ fòrte tâaffĂŹrme:unâassòlâĂŹâ shmaniĂ vâa fermĂ ri. UnâassolâĂŹâ vulessâaviulĂ ri, extorcĂ ri – in secrèto sacrĂ to – penetrĂ râautraggiòsây valènte, eindrĂŹngen ricèsse ânviulĂ te.Viulènde. Retâa fĂ cies shfattĂ te, shfurmĂ te. shfasciĂ te,discèrne vultĂ te uniquĂ te. Y amĂ rle, maybe.Putâèsse. Qui o ssĂ pe. Sâil – y- Ă ve. Qui pote mai diâ.Entiènde? verstande? cumpriènde, CicĂŹ? DuvrĂŹalu frishkèttâ a frishkĂ ri? VidâimportĂ nza mâappĂ rinâhishtòria de long, long ago.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può.Va alla cassa. Ne estrae lo specchio. Si osserva a lungo.Ripone lo specchio. Estrae una lunga scamiciata grigia.La indossa dopo essersi liberata dei suoi abiti maschili. Liripone nella cassa. Estrae lo specchio. Si osserva. Riponelo specchio)In penzamènde penzĂ tâĂŹâ quishtiòne: quacòmmefaciès vultĂ ndi? quiddòve? Tumishma shfurmĂ te,shfaciĂ te, massĂ te, bvove shkuartĂ te, pindĂšte, frollĂ te.Mieux te shtatte cucciĂ te, de tièmbe fluĂŹte,dâhishtoires verofalze timĂŹshma cundĂ te. Te juke,te shlude senzĂ te. Tâinvènti reĂ le, filla-sugnĂšsa, filla-lullĂ ta. No ro no. Mieux comme ça. Toutes lesdeux ici bas, toutes les deux prĂŹmydòpp, sugliĂ te,shfigliĂ te. Kagliashtrò sagapĂ . Shgrunt. Iâa ttè accurĂ ta.Tu a mmè diniĂ ta. Mire: de tottâiahĂŹta robbĂ ta,quĂ pauca rishtĂ ta.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Comme quĂ nde peccèlle, souviènde? TourneretoĂšrnela capa turbĂ ta, shfinĂŹta. âNterra iettĂ ta, ĂŹâdicouvrâa ttè giâarretĂ ta. AdaggâĂŹ ârisalâi gambotte,ta vete cui poppe shkattĂ te, risĂ ta beffĂ ta. Shturisâindâa ebbrèzze mâha prise. Me pare commâĂ ggiecumbrĂŹse nu verâaqquattĂ te: âRemĂŹre shtu vise, reCICĂ217mĂŹre, recuòrda.â Lu juke dishmĂŹse, shkrĂšpelâesende,ĂŹâ tâhasseditèshte liberamènde. Ie pozzâodiĂ re. Yti òdio. Viulènde.(Riprende a stirare)Fu a quel tempo je me ânvĂŹse lâhistòria ni commenzavec nous. Pluâ simblicemènde, ei mute simbiĂ nde,mishma lâidèa se mutĂ ndâin pashtfutĂšreprisènde. Simai shpera dâi shtòppelâaquĂŹ, tu tâerrĂ nde. PròbeteshlĂšdelu terminĂ nde. Tu siènde profònde, necèssevâavĂ nde. MutĂ te simbiĂ nde, vâavĂ nde. âNgannĂ ta-ângannande, vâavĂ nde.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può)QuĂ desĂ shtre laffòra. Toutes les deux ici-bas.Mieux comme ça.La cumètâè turnĂ ta. DumĂŹlasettecièndâanne ci haprĂŹse. Sule pe ccasâè dishtĂ nde. LundĂ ne-perdĂšte,nâata shtella vagĂ nde, gnurandĂ tâau presènde, trumme:finĂŹto, frĂŹkkete, sciò. Ce shpasse. Ce shfasce.Ce shplash. Ce sciò. PirĂŹglie ângumbende dâuniversetrappĂ nde. No ro no, câest mieux comme çca.Toutes les deux ici-bas.(Torna al tavolo. Afferra un panno pulito. Va allâalbero.Ne spolvera alcune foglie)Shti vekkie pinzĂŹere mâhanne shfinĂŹte. Rindâo tièmbefluĂŹte, rishtĂ me marcĂŹte.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)Tâassouvièns du fissĂ te? Li nuttĂ te pirdĂštâindâo liètte!shmarrĂŹte-pinzĂ te de gravetĂ te shlendĂ te. Issobaffètte,lâilegandĂŹne, lu fissĂ te de li biglittĂŹne! Yshkrebèiva, shkrebèiva: âCe shtĂŹeve, avâa ièsse, a laterra, una leggia qua pure lu pinzĂ ndâa lu pese cishkappa.â Y shkrebèiva, shkrebèiva, journe-notte218 CICĂpinzĂ ve. TrĂ kkete pĂšffete, rindâa notta kkiĂš nnira,ĂŹâ lu mire qua suse, mièrdâe tutte shlendĂŹeve. Nah,iâ cate, shtâa cate, no sâĂ ize, repĂŹglie, se vole, se vai!Retuòrne! quĂ âmborte, facce de scheiss, videvacande!Lu vuòte qui eshprèsse, cirtèzza me dĂ . âGnĂ puèdo, mi vida, mi amor, mi corrĂŹda! Penzièro ci hapeso: pensĂ nte⌠pesĂ nte. Entiènde? Se lo svuòtovacante, volo allâistante. Bye bye, mon amour!â(Riprende a stirare)Regguâetèrnâa tte ppure, errĂ nde-cacĂ nde. ShtivĂŹkkie penzière mâhanne shfinĂŹte. Rindâo tièmbefluĂŹte, rishtĂ me marcĂŹte. ShgrutupĂšm, turupĂšm,pum pum⌠pum.(CicĂŹ la guarda significativamente. Ella ne coglie lo sguardo)Probâentiènde? Te piĂ ce? ShgrutupĂšm, turumpĂšm,pum pum.Buio. Lei prosegue, ignara)Hoc corpus meĂšm: pegliĂ te-gnuttĂšte. Hic calixsĂ anguinis mei: shtrafĂšghe-drengĂ te. Iushta lizziònâerealitĂ te.(Pausa)Si senzĂ te fussâĂŹe, ouvri me devrĂŹa a quakke serĂŹa.QuĂ fu ce futtĂŹa. Mâabbalòrda trouvĂ ri paròlepâu shtrazzie quâaffòra, me shborda. Maâ mottegnâexplĂŹke lu monde. Ni morte. Motte qui mute tefotte cui motte. Paròlâa paròle se volde shfacciĂ te,shfurmĂ te, gnurĂ te.Nihil esse. QuĂ âha shtate remĂ ne- serĂ .(Luce. In unâimprovviso quanto feroce scoppio dâira, ellasâavventa sul manichino. Ingaggia una lotta violenta)UiktĂš, shtraikanshtrĂš, diktĂš. ShtrunfarciĂš, diktĂš,diktĂš, utkĂš. TzaiktzĂš, kruitzkciĂš, sckatzlusciĂš. PerCICĂ219chè farte duvrĂŹa na veta banĂ le? mâenrĂ ge, me shkapede sale gnĂ mio.(Fine della lotta. Il manichino è in pezzi)Taffâa me bushke, plus durâa me trouve.(Raccoglie i pezzi sparsi. Ricompone il manichino)Na veta ânvendĂ ta, ogne ligna pinzĂ ta, differenziĂ ta.Indâa capa martĂŹlla li rigla di quĂŹlla vikkiĂ ccia: gnĂ ivòglie, ĂŹâ rifĂšse. Me vòglie faâ shura la veta matĂšra demiâ sceglimèndo. GnĂ condra natĂšra! Condra natĂšraângulcĂ ta quĂ gnĂ face friĂ ta. Me rite y vite dò arrĂŹve.QuĂ sciuĂ ! sime vive, CicĂŹ! viènâaqquĂ . DanziĂ mo.(Afferra CicĂŹ e la trascina in una danza vorticosa. CicĂŹ silascia fare, impassibile. Fine della danza. Sono entrambeansanti. Lâaltra lascia andare CicĂŹ e riprende a girare suse stessa. CicĂŹ resta a guardare per un poâ; poi, si distraecon qualcosâaltro. Lâaltra si lascia cadere a terra. Cerca,inutilmente di posare lo sguardo su CicĂŹ)La speranza è il riflesso di Dio sul volto dellâuomo.QuĂ means? quĂ me rappresènde? A shperaâ sidihumĂ nâognâe mmerdâe crishtiĂ ne? GnĂ ântiènde.GnĂ vite colligamènde.(Si mette in piedi faticosamente; barcollando, va allacassa. Ne estrae lo specchio. Torna a mettersi seduta sulpavimento, abbandonata come una bambola di stracci.Nulla succede. Finalmente, ella si rimira a lungo. Riponelo specchio nella cassa. Ne estrae un tubino elasticizzatorosso e scollatissimo. Lo indossa dopo essersi liberata dellascamiciata. La ripone nella cassa. Estrae lo specchio. Siosserva. Ripone lo specchio nella cassa. Va alla finestra.Scruta il paesaggio per quello che può)QuĂ zitte, laffòra! te remĂŹra, sorora! Hush. CicĂŹ, ubeshtai? TotaânzuppĂ ta! âvrascedĂ ta! Tu shtâa âshpièttâĂŹte shtròppiâe mazzĂ te!220 CICĂ(Va alla tinozza e attira a sè CicĂŹ che vi sta china sopracon le braccia immerse. Lâasciuga con dei panni puliti. Sela prende tra le braccia e la coccola. Sedute in terra, ellacantilena qualcosa di molto amorevole, riconoscibile peruna ninna nanna. Ă un abbraccio certamente molto affettuosoe protettivo che, tuttavia, si fa sempre piĂš ardito.CicĂŹ si lascia fare, del tutto estranea)Ave na fiĂ ta y ave nâhomme qui shquièta: oclâimpallĂ teretâa vitriĂ te. GnĂ rite: shghignĂ zza. Lumire plus nirâei shprizzeâai bikkĂŹerâaccuppĂ te. âQuĂ primme? u pecciòne?â âPe secònde, u pisciòne? ââPe frutta, la fike?â âA ttè la banĂ na ou nu cannuòleânfvarcĂŹte.â Si shguĂ ia, li còmite, qui mire la zite.LeâavvĂ mba, si shkerma, sâeffòrte de rite. âNu riĂ lâali shposi nâavĂŹme purtĂ te: a lu zitâu curtièlle; lu furcònâaqui ha shtate?â La shposâabbubbĂ ta de rosacarmĂŹgne, se ândĂšshtriâa reshtrĂ rrâu curtièllâaffelĂ te,cu i ditĂšzze shfurzĂ te, cu i manĂšzze shvugliòse. Lushpose shmaniètte: âMo fazzâĂŹâ, shtâa uardari.â Cua manòna kiĂš shperta, tira forâ u curtièlle, remĂŹrala lama, ce shlisciâu ditòne, lu shfiòre, lu ammĂŹre,in condemplazziòne. Shfatte- shbuffĂ ndâè de russemattòne. âLu siènde, cicciâ, comâè bellâappundĂšte?âMezzanòtte, a lâishtĂ nde, avève shbattĂšteâŚCicĂŹ, tâhaâaddurmĂšte?La veshta, tâa fĂ cie, commâhaâĂŹâ premettĂšte: shkullĂ tesu i menne, iahĂŹta rialzĂ ta, sushpĂŹsâa epaulettes.(Cautamente, tenta di rimettersi in piedi senza svegliareCicĂŹ, che pare addormentata. Torna al tavolo. Si siede, senzaaccorgersi che CicĂŹ la sta fissando, con un vago sorriso. Appenasta per tornare a girarsi, CicĂŹ chiude gli occhi. Ella fissaCicĂŹ, cristallizzata nel suo sorriso. Sbocconcella la mela)La speranza è il riflesso di Dio sul volto dellâuomo.(Afferra uno straccio pulito. Va alla cornice. La spolveracon cura)CICĂ 221Li Ă nge cusciènde du pròprie potère, orgògliâysupèrbia ce guadagnère. SalĂŹpece.(Va allâinterrutore e spegne la luce. Stacco piĂš lungo delprecedente. Torna con sicurezza al tavolo. Butta nella tinozzail panno con cui ha spolverato. Riprende a stirare)NecèssâexpiĂ ri, ammendĂ ri, purgari. Tout letièmbâassignĂ te, umbashtĂ ndâa mundĂ ri. La ânfvanatecĂ teâŚfakke li nòmmere⌠isso susĂ te: âGnĂ tâho meritĂ te!â la dike. Issa, ânzunnata, se lu piènzashkerzòso y ce bollâo cafè. âMa quĂ , tiènâa nâata?â âQuĂ dike? te shmatte? TâavĂŹsse scigliĂ ta? macomme? pecchè?â VindâĂ nnâaffidĂ ta, duo maritĂ ta.âAdieu! per adesso mi portâil necèsso.â Rindâo blureshparĂŹ. Tri anna ci avèva cummĂ ra âmbignĂ ta.Issa shta lapedĂ ta, de turmiènde ângorgĂ ta. âDe quĂ mâhai mardĂ ta.â(Luce. CicĂŹ è accanto allâinterruttore)DulcefraudĂ ta. Na femme shmerdĂ te, na femmedeshtrutte. âIâ pinzĂ ve-fegnève mâavessâ abbashtĂ te.Ti dovèvo lâimpègno con te apparolĂ ta.â Si tendadishtrĂ tta. Raccòglie li eshtrĂ fora, si yoga si shatza,si shpezza shfaticaâ si shkiĂ tta si shmazza. NafiĂ ta, surprĂŹsa, sâavvĂŹte shturnĂ ta: nu tale piacènde,qui piacènde ce piĂ ce. âSĂŹ pazze futtĂšte? vattĂŹnne,deshpĂ re, gnĂ ce repròve de me tuccaâ i ccosce.âLu shpiĂ zze, sâattĂ rde, redouble shfatike, fanatecĂ te.âNecèssâexpiĂ ri,â decètte, âammendĂ ri, purgĂ ri.âCan you see quĂ tipètte? Si la tele si shfĂ scia,âmbvacce au mĂ shkulâassĂŹsa, le recuòndâu iurnĂ lecumpĂšnda, pricĂŹsa, professionĂ le. Enfin, scimunètte.MishtecĂ ta, nĂŹra-luttĂ ta, na veta shtinda raccateshmettĂ ta, li ggende la cĂšndele: Se ne iètte, passò?âGnĂ sacce pe shure, ma tendĂ re se può.â Li âuai sikemmènze-reshtèrmene dure, pâamòre qui nutre linotre pricĂšre. Shgru-shgrunt. shgru-shgru. AggâĂŹâ a222 CICĂfreshkare? âSignòre, è lâamòre che fa tanto soffrĂŹre?ââSĂŹ. Lâamòr piĂš lâamòre.â Oui, mais quâamour?quĂ love? quĂ liebe. Nui, misèr-ricciulĂ te, attardĂ tâaâshpittĂ shpiranzĂ te lu prencâequitĂ te, azzurrĂ teâŚcilishtrĂ te, purpizzĂŹnghe si clare-cumbrĂŹsequĂ trishte partĂŹte, quĂ mièze milĂšne ci ha capitĂ te.NisciĂšne qui dike: quĂ mieze-milĂšne? ĂŹâ valâalunaccia! ĂŹâ voglie tutte! Femme âncaundĂ te, passiòn-diviĂ te, rushpe ângautĂ te, corde ânvenghiĂ te,masciĂ te, baciĂ te.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può)âNgannĂ te-fraudĂ te.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Rushpe rushpĂšse ruĂŹne rugnĂšse.Rishtètte, a ssè-euale. UnâassĂšle mutètte: si hasapĂšto di un tale qui passètte de butte, a fare latele.(Riprende a stirare)FĂ kkete bĂšgghete fĂŹkkete shgrĂšndete shgrĂšffete shgru.Ave na fiĂ ta⌠te cunfvĂŹteo purâio me fegnètterarèzze de iahĂŹta reshkĂ tte. Li sugne soâ fatte quignĂ scèrnene patte cu a substĂ ntia riĂ le. La puasĂŹme shkungèrne sâĂŹâ me shkriĂ tâimmurtĂ le. Lu fillesugnĂšse,lu puète ânvlorètte: âViènâau tiĂ tre si vuoâetèrnâapparire!â Te pigliân paròle! gnĂ me nomme sivuòi, ma revèshtemâe motte, renvènde certezzâe rialitĂ te!Lu puète-lullĂšse se fuĂŹsce-scetĂ te y me lĂ scianellâeco dâi motte pirdĂšte. SchlĂ nzele iĂ te, plus iĂ tequi puoi⌠gnĂ facies-vultandi, gnĂ primme, gnĂ poi. Ocli lucòsi quâĂŹâ gnâosâa uardĂ ri me shguĂ rdelucènde y me tendâa shperĂ ri. VerstĂ nde cumprènde?CicĂŹ, ube shtai? AggâĂŹâa frishkari? Ssò shura nadia tu me uĂ rdây mâentiènde.CICĂ 223(Va alla cassa. Ne estrae una maschera. La indossa)Shgru-shgrunt tuttâi dia, tutti li annâindâe règlie, fuânzushtènde-liggère, poi prisènde-cushtande. Shgru-shgrunt indâe règlie mâassĂŹllâassillĂ nde, shgrushgruntindâo ssanghe se pulze pulzĂ nde.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa)Te lĂšttete te mĂštete te shtĂštete te trĂšmmete. TevĂštete. Nu cundènde vidĂ te de lu cundenĂšte. PallĂŹlediflĂšte shfullulènde flusciĂ te. VertĂŹglie de vĂŹendeviulènde, velĂšppe de fòglie shfinĂŹte, shvilĂŹte, shvulĂ te.DesĂŹre finĂŹte. QuĂ facce de mmè ântenerĂŹta deluna-nuttĂ te?(Si accarezza, tenera e sensuale)Once upon a time⌠na fiĂ ta⌠na vota⌠me vetesu le tièmbe flettĂšta⌠kinĂ ta⌠de luna-lullĂ taâŚnu motte, nu verbe vicĂŹne, na parolâadamantĂŹne.Hush. SalĂŹpece.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)Lâamòre diflèsse, mâarrĂŹve riflèsse de shpèchle shpeclĂ te.Me dike-redĂŹke: renzĂŹshte. Ssoâ bete ma ĂŹâcrete qui exishte. RenzĂŹshte. Seccète! te vete.(Riprende a stirare)QuĂ bèshtie curiĂšse li falze-shperĂ nze, li fille-sugnĂšse!vidĂšte de kiĂšse, li dicoĂšvre dilĂšse, grusselullĂšse,raffĂšse, grizzĂšse. Cusciènza-bashtĂ nde? Teshlude. Li fille-lullĂšse soâ fille riĂ le du prisĂšnde-senziĂ le.Gola-nudĂšse mâassĂŹlle, maâ leve-librĂ te disĂŹredâamour. GuffâaffundĂ te, lu disĂŹre dâamour risĂŹshteângarnĂ tâindâe jour. Rushpe ceshpĂšse, lâidèe maâsâeguĂ glie, li paròle soâ shmuttĂ tâe fanghĂŹglie. Luvere se rĂ glâindâe règlie, shtrigliĂ te dâi règole mute.rese shtrinĂŹte, extraforĂ te. âParole?â âOh, le par?ââParole?â âLe paro.â Lâorsa persa stesa sul dorso224 CICĂsi volse sul torso si tirò un morso chiese soccorsoprese di corsa la borsa e sâimmerse nel terso universoda rimorso riarsa. Lâorso rincorse. âOrsa, orsa!âRisorse bevve un sorso. âOrsa, orsa! riposa! ora socosa si posa sul vaso della tua anima rosa!â e le porseuna rosa⌠ancaundate ulaule, fole-lullĂ te, lagnesugnĂšse.Rindâo tièmbe fluĂŹte ne rishtame marcĂŹte,shperanzĂ te-zittĂŹte, maybe-forse mutĂ te.Me dike-redĂŹke: disĂŹre finĂŹte, repòsa, shtai quièta.De qua? Rindâo blu me subbĂŹglie nu belle virmĂŹglie,forma ânviulĂ te nuttĂ te shkumbĂŹglie, de quiète meshfĂŹglia. Lu mandĂŹglie ligĂ tâau cavĂŹglie sâensoĂšfle defole, zzulân vertĂŹglie, se leve, se vole, liggère navĂŹglie.Nah, iâ cate, shtâa cate, no sâĂ ize, repĂŹglie⌠lu viendedisoĂšfle, la glòrie retoĂšrne de forma ângarnĂ te,pisĂ nde-disiĂ ta. Shgru-shgrunt. CicĂŹ, ube shtai?QuĂ dike è riĂ le ou fegnĂŹte? Qui sape? si u sapeâŚshkurdĂ te. ShtrunzĂ katzetĂš patatĂ . Kalèkkie.(Va alla finestra. Scruta per quello che può)Me fegnève âgnurĂ ta mais lâhaâĂŹâ tuje sapĂšte: scegliĂ ta,gnĂ primydòpp, sul cĂŹglio. GnĂ pate, maisfiglie shfegliĂ te. Me fegnètte lâhishtòrie quâĂŹâ sapèttefinĂŹte, pe ve farve dishpiètte: a ttè, la vikkiĂ ccia, aiahĂŹta⌠rushpòsa buccĂ ccia. GnĂ shquièta, CicĂŹ,shtatte mike, serèna. Shta pena dulòsa shta profòndaângulcĂ ta,cucciĂšta, durmĂšta, extraforĂ ta. Entiènde,verstande? QuĂ shta tuttâo tièmbe vidĂšte,gnĂ vite, rishtĂ nashkunnĂšte. No ro no, câest mieuxcomme ça, toutes les deux ici-bas. Toutes les deuxprimydòpp. Kaiktò. Saâ quĂ famme? Te fĂ rdetequĂ , te rĂŹmmele lĂ y ne sciĂ mme.(Trascina CicĂŹ ai piedi della scalinata e la abbraccia almanichino. Poi, ella si arrampica su, fino alla cassa, neestrae la borsetta del trucco, torna precipitosamente giĂš edipinge CicĂŹ. Nel corso dellâoperazione ella intona unaCICĂ 225melodia dolce e allegra, tuttavia non riconoscibile alle paroleamericaneggianti. Al termine)Tu quishtiòne: quĂ mèglie? rishtaâ fermâ ou shfagliĂ re?Rindâo tièmbe fluĂŹte ne rishtĂ me marcĂŹte.(Abbozza un sorriso. Si deterge il viso. Nel corso dellâoperazione,riprende il motivetto. Rapido controllo allospecchio. RifĂ di corsa la scala per andare a riporre concura la borsetta nella cassa. Torna da CicĂŹ e le rassetta ilvelo. Ripete lâoperazione sui suoi abiti. Sguardo circolare.Torna di corsa alla cassa. Ne estrae due paia di occhialiscuri. Si precipita giĂš. Mette gli occhiali a CicĂŹ. Li inforcalei stessa. Mano nella mano si avviano su per la scala.A metĂ percorso, ella abbandona CicĂŹ e torna giĂš, coltada straordinaria urgenza. Canticchia. Va allâalbero e lomette dritto sotto la finestra. Trascina il manichino davantial tavolo e ne modella il braccio sul ferro da stiro.Va allâinterruttore e lo spegne. I suoi passi risuonano nelbuio, mentre, finalmente pacificata, fa ritorno alla scala.Mugghio di vento)Storie distorte. Corso morso torso morto torto cortoporto sorto aborto⌠aborto⌠aborto⌠sgruntâŚsgrunt.*(Si ferma a metĂ percorso. Guarda il pubblico. Fa manina.Sorride)(Sipario)*ShtrunzĂ ! KatzetĂš, patatĂ ! Non mi pento di averti strappato a comaricuriose mostruose. MasciĂ re.No, no, no, noi due quaggiĂš. Noi due prima-dopo. Noi due.ShtrunzĂ . Devo prenderti altro tessuto, katzetĂš, patatĂ . Altra stoffa226 CICĂper farti altra veste. Che gioia, che gioia. Questa voglia mi sciamadi gioia.Poi lo sai come son io. Per partire, una linea; il modello da solo sifa. Che gioia. Da una linea tu parti e il mondo tuttâattorno sâazzitta.Hush. Blu te lo faccio. Che gioia. Ti ricordi del vestito blu⌠no,azzurro⌠Bluette. Si dice bluette? Non so mai i colori. ShtrunzĂ .Tu sĂŹ, tu sĂŹ. Ă vero che conosci la Carrington? ChissĂ . Te lo chiedoda sempre. Questo ho capito da me chiaramente: tu, presente, micostringi a pormi domande. KatzetĂš. Fosse solo per questo ti sidovrebbe volere un bene dellâanima; ma tu sai non solo per questo.Lo sai? Lo sai. Sono sicura che sai. Kaiktò aciè. Ishpanò te se ddĂ tete ddĂ . No sotto finestra, no tutta nuda. Tu capisci di regole mute?Capisci? Comprendi? I passanti ci vedonâ e ridono. Intendi? Duematte! Ecco che pensan di noi. Due matte. Due pazze svitate. KatzetĂš,patatĂ . Non importa. Ma pure puttana! Questo non vogliosopporto.No. Capisci? Civetta. Spostati, ho detto. Capisci? Misenti? Stracazzo fischietto non suona se deve. Non suona âsto stronzofischietto. KatzetĂš, kittmĂš, tâakkattĂ . Quando la smetti di fingertipazza? Fritta felò. Tu mi snervi. Fingi, pretendi. KittmĂš. Ăcomodo! Tanto la scema, la scema che esce e ri-esce ti pasce. Lamula e âa principessa di luna. Maledetto gioco bestiale. Gioco infernale.Lava cava ricava, cuoce, cuce, ricuce, rammaglia, ritaglia,spunta, sputa spazza, spolvera spolvera spolvera povera scema babbiscia.Niente gioia, niente gioia, no mai mai gioia, ma fiato, fiato asprecar a gettare aktĂš shtakanshtrĂš diktusciĂš shtrafalciĂš diktĂš diktĂškittmĂš. Che hai fatto mia vita? A cosa costretto mi hai? My lifemein leben ma vie. GiĂ -andata. Finita. Sgru-sgrunt. GnĂ kkete. Aitempi vecchiaccia dovevo sorbir pure lei: âPazienza, è una croce,accettalâ e amen. Che credi? non soffre?â Soffre o si offre? Mai unsorriso per me. Ti chiudo! Mi ascolti? Rinchiudo. Rinserro. Capisci?Mi rifaccio una vita. Non è mai troppo tardi. Chi dice che ètardi? Ti avverto, te ne accorgi stavolta! KaiktĂš teishtranzĂš. GnĂ kkete.Rieccola tutta bagnata. Infracidita. Non darti pensiero, non latolgo âsta pezza fetente. LâAddolorata. Nostra Signora dei sette dolori.Blu. Clug. Clup. Clut. Fradicio. Che borse! Neppure stanottehai dormito. Sbarrati. Che scruti? Che vedi? Misera sora persâ in unsogno. Mâ eri invidiata, io di te ânorgoglita. Ma vaâ, che ti credi?Davvero ti chiudo? Giocavo, è uno scherzo, shgru-shgrunt. Ti piace?GnĂ kkete. Shgrunt, Sto in trappola, ecco cosâè. Che strazio sentirmipersona a metĂ . Mi trascino con testâ in un sogno. Lavo cavoricavo cuoccio cucio: che ho? Ă come sognâ e ti stanno sognando.Shgrunt. Shgrunt. Shgrunt. Ti ricordi la volta, la volta della rondiCICĂ227ne salva? Wanda. âButtala alta, piĂš ân alto che puoi!â Ricordi?Shpuft. Per giorni ci togliemmo mangiare di bocca pappa ficcatâ insua boccuccia. âLanciala alta. PiĂš ân alto che puoi! Nah, cade, oracade, no sâalza, ripiglia, vola, va via. Wendy, ritorna!â Sciame dirondini via la portò. Femmina? Chi aveva deciso? Wella, Zinnie,Wenda Wazze⌠fottitâ i nomi. La doppia w câera, sono sicura. Midico stradico che âl rancore mi strazia, il rancore mi salva. âPigliala,pigliala!â Mi tiene allâerta. LâAddolorata. AktĂš diktĂš shtrafalciĂš.ShtrunzĂ . No no no, meglio noi due quâ abbasso. Sole. Ieri-oggi.Mo. Di nuovo? Châè stato? Un contatto? Non contatto? Cosâè? Chesuccede? CicĂŹ! Sai cosa non ho mai confessato? Un morso di tempodopo che lui⌠il nome?⌠fottiti⌠quello⌠un pizzichino unoschifo uno sputo dopo che quello andò via, io cammino tac retac,balconi che cadono shract cascano dietro di me. Io passo, gnakketesi aprono strade, shtrunft baratro, shlund voragini. Il ponte delCorso? Milioni migliaia di volte si disfa. Senza ragione. Io guardovetrine, chiacchiero, penso, zĂ kketebrĂšmmeteshlĂ ffetebrek. Paesaggiodistrutto. Trumme. Non mi giro a guardare fanculo fottiti. Oratu credi: paesaggio tuttâuno con lui. No ro no pè pè re pè. Vi sbagliate,Madama. No ro no pè pè re pè. Sono due fatti distratti.Mâintendi, capisci, comprendi, comprendi? Te lâ ho detto, son certaâŚo tu giĂ scordato⌠chissĂ , se saputo. Cresciuta. Dâun tratto, iltempo mutato ti muta. PatapĂšm. Il mondo che lasci si sfascia.Trumme. Schutt. Finito. âIo mi sposo⌠io farò la maestra⌠quellâaltroil dottoreâŚâ Schutt. Cresciuta. Vai! E vai! Trumme. Finito.Memorie? Fottiti sciò sbrigati vai⌠Slavina vorrei che rovinâ il passato.SchĂšffete. Ciò châ è statâ è giĂ stato. Finito. Mai piĂš. KazzetĂš.Che dico? Ciò châ è stato, rimane-sarĂ . Se figuro lo strazio del cuoreaccorato! PerchĂŠ se nâè andato? Ritorna? Ti smaghi, fai carte⌠osono solâ io nel martirio di miti smarriti? Tu eri svanito. ChissĂ , semai sâè saputo! Se lo sapevo, scordato. Obliato. Mi sforzo. I duemaleventi non lego. A voltâ un dettaglio⌠macchè! GnĂ kketefrĂŹkkete frĂŹkkete frĂ kkete. A volte mâinvento che anche tu sei fuggita,ahisciò, risparita. CicĂŹ niente piĂš. Meschina. Tu qui, tu mâ aiuti.Mi curo di te. Se fischio, tu puoi persino guardarmi, capirmi, mâintendi. Succede. Stai certa succede. Se non subito, tardi. Lo so chesuccede. Ci conto, confido. Tuttâ il mondâ è fuggito, sparito. Chisoffre, chi si fa schiavo nel cuore sbattuto. Ora chiama, ora torna. Ătornato? Ă uscito? Non vuole parlare? Macchè. Merda in tutte lelingue. Pentito? Non sente. Fetente. Fottiti perso. TrĂšmmete. Iponti tagliati. Chi vuole âsti mezzi meloni? Io valgo unâintera lunaccia.Meglio sola. NĂŠ avanti. Nè inganno dâinganni. Mi paro. Ripa228CICĂro. Meglio quaggiĂš tuttâe due. Ieri-qua! OraelĂ . Orribile luce, orridaorribile luce! Statti quieta, CicĂŹ, statti buona. Sto qui io. Nontrepidare. Ristai. Sai cosa mi fingo nel pensiero pensato? Nessuno famai ciò che vuole ma ciò che il vero richiede. Prendâ il vestito. Tutagli una linea e le altre ti vengono appresso. Libera, forse, nella testati stringe, di scegliere linea. Alle altre, costretta. Capisci? Ă unbel pensiero? Mo fischio il fischietto. Son sicura che un giorno capisci.Mi guardi e capisci. Meschina. Ora è passato, finito. Fischiarâora sarebbe insensato. Passato. Finito. FisciĂš. Non câè piĂš. Blu.ChiarĂŹa dâuna notte dâestate. Fitto. Denso. Come se il cielo ti sifosse scolato. CosĂŹ ti ho vestito, CicĂŹ. Mo te lo dico: perfetta felicemi schiaro. Mi gira la testa. Aspetta. Lasciami trarre un respiro profondo.Montagna in un tempo che è stato, rocce innevate, acquaventoscrosciata, affannata, il vasto bastato nel vasto, nel petto giĂ entrato. Spazzata, sfinita, pacificata, da me allontanata. Mi dico ripeto:ricordati sempre comâ ora ti senti. Non scordare obliare. Neigiorni di freddo calda ti tiene âsto ricordo pensare. Ricorda, nonsmemorare. Ricorda: ciò che è assente lo senti presente. Ti sarebbepiaciuto, son certa. FrilĂ . Pur con parole azzoppate hai capito. Fischio?Che ho detto? Felice? SalĂŹpece. Confessione scola nel sangue.Parlo, ti dico, confesso, confesso pure quello che mai è successo.FĂ kkete fĂšttete bògghete shtĂšppete. Kalèkkie. Il Don Cazzo mistrazia: ti ha detto, ti ha fatto? come sâ io non stavo nĂŠ sopra nĂŠsotto. Cosâ ho dettâ io? Cosâ ho fattâ io? Comprendi? âGiacula ilPadre e Ave coi santi.â Immondizia si spazza? Ciò châ è immondo silava? âSta faccenda è malsana. Io fotto. Giacula prega. Finito. Capito?Mâintendi? Lâimmondo smondato. FĂ kkete frĂŹkkete fĂšttetebògghete. FĂŹkkete shtrĂšppete. Frile-lu-lĂ se sai quel che dico. Tuno. Tu dura tu tosta. Don Polmone questa faccia non vede. Confessati,fallo per mamma. Ricordi vecchiaccia? Confessati, animanetta! Nella veste la mano schiaffata, giacula, giacula sempre. Se intasca non trova il rosario, si smaga, si smatta, si sfrena, si strazia.Chi ci ha il rosario? Lâhai preso? Don Coglione le aveva donato oquellâaltro che sâera svignato. Nella tasca la mano mi coglie incallita.Non vedo, non immagino prega. Ricordo figuro: la mano nellatasca infilata. Al contrario, mi sono scordata scamiciate châ ho fattodi tuttâ i colori; grigio marrone nero blu scuro. La manâ in tasca ritornâalla mente, se penso. Ma allora nel tempo vissuto, non vidi.Ciò che sta tutto il tempo veduto non vedi, nascosto. Mâintendi?Pregava, pregava, altari sparsi per casa. Dietrâ il tubo del gas santinificcati. âSi sta pronti. Devi trovarti mondata.â Pregavâ il dottore:âCosâè nella gambâ il dolore? Dammi pasticche, dottore! Ho smarCICĂ229ritâ il fulgore. Câè rimedio dottore?â Che aveva? Ottanta? Novanta?Sta rimedio al tempo che incanta? Piange, si disfa malata, la manoin tasca ficcata. La storia piĂš dĂ quando piĂš stai svagata. Mi senti?Mâintendi? Devo fischiare? Il tempo ci cresce coglioni. ShtrĂ mmeteshgrĂšnfete. Non avvisa nessuno. Il tempo ci cogliâe ci perde. Persempre, per mai! FriĂš! FĂ kkete fĂŹkkete. Che sempre, che mai? CetrĂšlle.Ti smemori, smarrisci parole che sai. GnĂ kkete, bògghete. Tiperdi. Ti smosci. Il vero, diâ il vero⌠il vero, parolâ assai grossa. Diâcomâa un nuvola che ci somigli. Se sta, sâesiste, se ce la pigli. Forsâ ilvero nel sogno riesiste. Mâintendi? Comprendi? Ci vedi ragioni divera rivolta? Il realâè complesso, lâidea non sâ uguaglia. Comprendi?Capisci? Non hai tempo. OplĂ . Mezza vita che scortichi lâaltrametĂ . Shgra-shgrant. Vieni, CicĂŹ, si esce andiam fuori. Stai pronta.La fascia⌠la faccia⌠facciamoci belle. Ti fardo⌠Hai visto capiscipur senza fischietto? Ti fardo. Per resto sta tempo. FrĂŹkkete,gnĂ kkete. Qualunque sia cosa, sta tempo. Maledetta fottutissimaluce. Fossi cieca, sai quanto mi frega? Ma iâ vedâ e la lucâè essenziale.CicĂŹ, non badare, stai calma, stai quieta, stai certa ritorna. Bah, misembrava⌠pareva⌠cosâera? FĂ kkete fĂŹkkete bògghete gnĂ kkete.Lo straniero! Come parlava! Che risa! Ridendo lo persi. Tutto iltempo diceva: âMio amico, in mia terra lasciato, meo ragazzo measpiètte.â Gli ripetâ oggi-domani: i gay preferisco. Una volta partito,mi scrive: âHo problema con te. I like you, mi piaci, ma tu miconfondi, my friend.â Mi dico: è ricchione. Peccato. Gli scrivo educata:il problema? âTu parli sempre ricchioni. I like you, mi piaci,ma tu ricchionessa?â Capito? Pensa di me ciò châio penso di lui. Ciòchâ appare non ha mai punto fisso. Soprattutt a parole. La parola câinganna. La parola tradisce. La parola è assai infetta. Le ho dettostradetto:lo sputâ alto ti spruzza la coccia. Lei dura, lei tosta: nessunomi ama nessunâ a cui garbo. Una lagna, di piombo. Stai zittasilenzio nĂŠ lagna nè afflitta. Ă sorda impiombata. Offesa bestemmia:nessuno mi ama nessuno mi ferma. Una mortâ incarnata, unavita sprecata. Dal blu dentro il blu apparve costui. Il nome? FĂ kketefĂŹkketâ i nomi tutti. Vuoi uscire? E usciamo. Cene fiorite regali asaette. Che metto? La tua camicetta? Vestiti scollati, vestiti velatiglissati corpetti, svasati spaccati, nuvola muta due volte mai stessaSi farda di qua, si rimmela lĂ , ombretto rossetto, petto appuntito,unghie smaltate: nere verdastre bluettâe violette. Capelli tirati capellidiscesi capellâ arricciati capelli rigonfi, una virgola qua un ciuffodi lĂ : rossâ infuocato arancio sparato giallo striato nerâ annottato.Mo lâhai trovato lâinnamorato? Mo fottiti: è perso. E a te? Tâè piaciuto?Io? Che centrâio con lo smidollato? Semprâabbronzato, tutto230 CICĂgriffato! Persin le mutande porta firmate. Mutande? I boxer? Glislip? Tu che ne sai? Ci siamo: se maschio appare⌠nĂŠ olio, nĂŠ sale.Ho un problema al prepuzio; unâincisione e va via. Del resto, inamore, châ importanza ci ha il sesso? In amore? Chi tâ ama? Ma vedise vai! non farmâ inquietare! Che vali? Ti schiaccio, ti disfo, ti smasso,ti spazzo. La casa? Infiorata. I regali? A buttare.Lâamore si fece piĂš appassionato. PiĂš lui sâaffilava, piĂš lei si smolava.Lei ignara, ne chiese la mano alla vecchia. Una serpe si fece, unafuria. Comâ osa? Chi lâha chiamato? Questâ è impazzito, sbullonato,svitato. Sistemati, figlia, è innamorato. Che faccio di amore bollatâe firmato? Ne aborro mi schiaccia svilisce mâannoia. Non mi fregâuna mazza. GnĂ kkete frĂŹkkete shtrĂšnzète shmèrdete. Nessuno miama nessuno mi vuole. Te nâ accorgi mia cara dovâè lâessenziale.Lâamorâ importante, lâamore che cale è quello che porti è quello chevale. Curioso che parli di storie dâamore! Sono sempre statâuna chemai ci ha creduto. Ma si! Mi sarebbe piaciuta una storia conclusa:lâamore trionfante, tutti contenti, tutti accoppiati per sempre permai. Che sempre che mai! PiĂš sensatâ è pensare che lo guardi e glidici: chi sei? Ti conosco? Straniero tu sei? Il tempo mutato ci mutâin forma sformata. Capisci? Comprendi? Lui dice: âSe vuoi puoifar la regina.â La regina del cazzo. Ai piedi le pose svariati milioni.âMiliardi, se accetti. Iddio mâha beato con un mare di soldi.ââScannato, vomito, merda, impiccato. Mi vuoi comprare? Sparisci!Scompari. Se mi vendo tâ avverto.â Ti si può dar torto? Lâavevi capitache lâamor che non muore è lâamore che porti? Può essere verolâinverso: il fiato sprecato è fiato dâamore. Lâamor non porta formâincarnata. Desiro câinganna e restâ ingannato. Sopravvissi allâamoremortale; persinâ immortale mi ritengo per sorte. SĂ lipece. Stâaccorta:le giornate-nottate son corte. Non sbagliai. Era giusto. Quandolui se nâ andò⌠curioso⌠quando lui se nâ andò⌠sia che sia lui,sia che sia un lui o tuttâi lui fuggiti-passati-abbattuti-esalatâ in unfiato. Quando lui se nâ andò⌠un corteo, una filâ in urne sotterra.Mai prima ci avevo pensato. Un lui tuttâi lui. Hai visto? Convieneparlare. A furia di remâ imparâ a remare. Convieni? Comprendi?Paura non hai se sai nuotare. PiĂš intendi, meno paura. Lode a chiaiuta il mondâ a spiegare. Il mondo migliora seâl male scompare? Ilmondato riluce se del male è privato? Uno con due, mono con bino,bianco con nero, acqua col vino, la molla la tira, si fa per dire. âNatiritera di fumo e di cera. Intendi comprendi capisci mi senti? CicĂŹdove stai? FĂŹkkete gnĂ kkete shrĂšntete shtrĂ kkete. Tu mâappaurâaapparirmi alle spalle? Comâ ombra mâassali. Che, ti diverti? Mi senti?Mâintendi? Che benâ è âl bene se âl male non ha? Bisogna nonCICĂ 231puoi far senza uno smarco. Ă un bel pensamento. Devo fischiare? ĂgiĂ fuggito, passato-mutato. Teniamoci allâerta per altro pensiero,se viene, si ferma, se mai ci conviene. Mi urge il tormento se muoioimprovvisa. Di te che sarĂ ? A te chi ci pensa? Chi si curerĂ ? Sia quelche sia. Nei giri del tempo, ritorna si sperde. Nei giri del tempo,sâaddensa schiarisce. CosĂŹ tu. âNah, cade, ora cade, no sâalza, ripiglia,giĂ vola, va viaâŚâ FĂ kkete frĂŹkkete, scordâil tormento. Immemorevivi come fossâimmortale. âSta molestia nascosta, âsta penadolente sta tantâinculcata sta comâaccucciata dormientâ estraniata.Ciò che sta tuttâil tempo scoperto, non vedi, resta celato. Mâintendicomprendi? Ishpanò me me ddĂ , me me ddĂ rishtrunzĂ . Stranierâalla mia sofferenza. KatzetĂš patatĂ . Ecco qua. Sai come ti faccio laveste? Sul petto scollata, la vita rialzata. Sospesâa spalline. Li arrapi,li attizzi, li drizzi, li arricci. Che stizza mi fai coââste zizze appuntite.Mâè cupo âsto gufo, âsto pozzo cornuto, mi fottâil voluto, mâincute,mi sbrucia, mi muta. La vita vissuta mi smezza, mi strugge dâamoredistrugge dâinvidia. Che bellâ apparivi! Che bella creatura! Formâinformata di bellezzâinviolata, ignarâelegante, deumanata. Bella comâiomai potessi sognare, tu sconosciutâ a te stessa nascosta. CheDio è mai questo che sparge bellezzâ a chi non lâapprezza. Una pazzasfinita che mai niente capĂŹ dâuomini e vesti. Che ridere, dai! CicĂŹ,dove stai? Pure quando mi fottono ti pensanâ i maschi. Ti ricordidi quello⌠strafottiti i nomi⌠cosâinfiorettato⌠tantâeducatoâŚsaluta persino lo specchio⌠ubriaco di te, sono certa. O almenocosĂŹ mi sembrò. Scordato quando svanĂŹ svaporato nel blu. Non michiedâ il perchĂŠ! Non so piĂš. Eppure mi piacque. Veniva con meper non farmi nemica per sentirsi con te piĂš amico, ti dico. O forsesolo perchĂŠ era educato. Vecchiaccio riposto chissĂ se lo specchiogli ha mai risposto. Peccato. FriulĂ katzetĂš patatĂ . Pensamento piĂšaccorto disvela concetti accucciati. A furia di non esser voluti⌠nĂŠmai bramati⌠scompari. Mi spazza mi spezza mi spizza mi spuzzache sposti una letterâe muti sembiante.Floride iene e cene a mezzodĂŹ. Mutare mâaiuta, inganna lâinganno.La vita⌠giocarla con grande magagna. Ecco! Caco coca, oca. Tagliala mela con lame: che male! As a matter of fact a cat is an act oftact. Henry ne pronònce rien si bien commâune hache, quâenfin ilse fache et commâun chien il se cache. Per fugare i miei topi o il gattoo comportamenti pietosi. Miagola la mia gola. Potevo guardaresenzâessere vista. Te lâho detto migliaia, milioni di volte. Io prevalgosul vero. Non so come spiegare. Sâinfettano certi che io non li vedo.Ma cazzo se vedo. Li vedo e tocco con mano âsta voglia deviata chehanno per me. Vogliono te e vengon con me. Mâincollero, adi232CICĂro, mi piglia furia vermiglia: io so di loro quel che non sanno essistessi. Ne gongolo in petto, gonfiata, gaudiata. Le foglie? Paroledi alberi muti. Nelle foglie si coglie parabolâarborea. Ti sei vista,CicĂŹ? Inzuppata. Non temi, non strappo âsta pezza cisposa, âstostraccio stopposo. Madraccorata. Signora-dei-sette-dolori. Clug.Clup. Clut. Verminosa. Di blu velombrosa. Velenosa. Perigliosa.Quandâapprendo anchâio silenziosa? Esatto: il gatto tutto matto hafatto il patto dâesser ratto. Se dovevo finirâ a un corredo servire!Lavarâ e stirare. Mi fa compagnia? Mâimpegna? Mâintigna? Nonspiego magagne. Bisogna tenerlo pulito-incignato. Non sai comeci sei capitato. Intendi? Comprendi? Friò. La vita va e viene, dicevala vecchia. Ad ogni neonato ripete: la vita va e viene. Ogni cambiocâinganna, ogni cambio reinganna: gioca la vita prudente-fremente.La vita si lotta; che scansi se accettâ il marasma a remare. Mi provosorpresa. La forma giĂ appresa rispazia spaziosa. Ma ancora, nonposso negare, callosa, forma lucata-lucente che lâocchâ ingannatoriapprende.Dove lâinganno? Dove lâinsidia? I topi sembrarono mici. Che dico?conigli. Se lâ ignori stai sazio, gli spazi bastanti; lâaffanno ti cogliese vengonâ avanti. Straripano, stridono, irridono, occhi di sangue,insolenti- acquattati, nel lettâ affollati. FrĂŹkkete, fĂ kkete, fĂšieteiĂ hhh! Coltelli molati, bastonâ appuntiti. Sparite, svanite, scellerati,sciancati! Non gioiâ e riposo nelle notti sbattute. Giochi lubrichi inlettâ accecati. FĂšiete⌠fĂ kkete⌠iĂ hhhâŚ! Ogni cambio câinganna,ogni cambio reinganna: ancor piĂš infossato ânâaltro pozzo cornuto.Che credi, che dura? Staâ certa, ritorna. Li sento grattare. Spauro?Spavento? Sseh! ShtrunzĂ caictĂš tarapĂš. KahictĂ kahictĂ . Kalèkkie.Non serve certezza da fuori. Non gioco, non cresco figli-sognanti.Se gioco mi gioco, mi capisce chi sa. Da sola, nĂŠ prima nĂŠ dopo, nĂŠsempre nĂŠ mai.ShtrunzĂ katzetĂš patatĂ . Non mi pento di niente. Noi due quaggiĂš-abbasso. Il mondo si stermina a chi si estrania da vita. Finita.My life, dein leben quasi compiuta. Ma sĂŹ! Voluta lâavrei una storiadâamore felice compita: lâamore trionfante, contento, accoppiato,con sempremai, per sempre per mai. Che sempre? che mai? Checontentâ accoppiato? Di che? Hoc corpus meum: pigliate-inghiottite.Hic calix sanguinis mei: strafocate-trincate. Che credi sentissicol Don Cazzo fremente nella bocca ficcata, fetente?Lâanima sbotta dentata, straniata, da me allontanata. Mâindago,mâesploro. Sbottata. La notte prima, la vecchâ i conigli avevâazzannato,sgozzato, squartato. âAh con che amore li avevo cresciuti, inCICĂ233grassati per festa, dare allegriâ al tuo ingresso trionfante nella chiesadi Dio!â Coltellâ in gola ficcato, conigli stridenti, vitâ ingannata,fuggita. Fisso stranita. Che Dio non aiuta conigli sguarniti, bruno-vermigli di sangue cagliato? La vita lasciata, staccata, sfigliata,smorzata. Shtrunzà ⌠katzetÚ⌠patatà ⌠Tempi scuri. Confessomia debolezza: ci fu ân tempo quando le facce mâapparverâ uguali.Lâunâallâaltra somiglia e ciò mi scompiglia. Non câè differenza.Io guardo, le fisso, non vedo cambianti. A me stessa ripeto: amaletutte o strappa dal petto questâamorâinvadente. CicĂŹ, dove stai?Mâintendi? Io forte lâaffermo: una sola smaniavo fermare. Una solavolevo violare, carpire â nei sacri recessi â penetrare oltraggiosa,remoti inviolati. Violenta. Dietro facce disfatte, sformate, sfasciate,discerne una volta lâunicitĂ . Può essere amarla. ChissĂ . Se sta. Chidire lo può? Intendi? Comprendi? Capisci, CicĂŹ? Devo il fischiofischiare? Senzâimportanza la storia mâappare da un secolo fa. Nelmio pensamento mi penso domande: quandocome la faccia si volta?Tu stessa sformata, sfacciata, ammassata, bove squartato, appeso,frollato. Meglio starsi acquattati, nel tempo fluita, in vero-similistorie narrata. Ti giochi, diverti, tâinventi reale, sognante, cullata.No ro no. Meglio cosĂŹ. Noi due quaggiĂš-abbasso, prima-dopo, isolate,sfigliate. Kagliashtrò sagapĂ . Shgrunt. Io di te preoccupata.Tu a me diniegata. Mira: di tutta vita rubata, quanto poco restata!Come quando bambine, ricordi? Giragira la testa turbata, sfinita.Per terra buttata, scoprivo giĂ te ritirata. Adagio risalgo le gambe,ti vedo di zizze scoppiata, beffarda risata. Quel riso dâebrezza mâhapreso. Mi pare di avere compreso il verâacquattato: âRimira âstoviso, rimira, ricorda.â Il gioco dimesso, lo scrupolâesente, ti odiodetestoliberamente. Io posso odiare. Ti odio. Violenta. A quel temporavviso: la storia non parte da noi. Muta sembiante, lâidea si mutapassatofuturopresente. Se mai speri fermarla, ti sbagli. Un termineesclude. Profondo si sente il bisogno di avanti. Mutatâil sembiante,vaâavanti. Ingannatâingannando, vaâ avanti. Che disastro lĂ fuori.Noi due quaggiĂš-abbasso. Meglio cosĂŹ. Cometa tornata. Duemilsettecentoci ha messo. Solo per caso distante. Lontana-perduta,unâaltra stella vagante, ignarâal presente, câimpatta: finito, frĂŹkkete,sciò. Che spasso. Che sfascio. Che splash. Che sciò.Perigliâ incombente dâuniversâinsidioso. No ro no, meglio cosĂŹ.Noi due quaggiĂš-abbasso. âSti vecchi pensieri mâhanno sfinito. Neltempo fluito restiamo marciti. Ti ricordâil fissato? Nottate perdutenel letto! Pensiero-smarrito in gravitĂ rallentata. Quello, baffetto,lâelegantino, quello fissato col bigliettino. Scriveva, scriveva. âCisarĂ , ci devâessere legge terrena per cui âl pensierâ al peso ci scap234CICĂpa.â Scriveva, scriveva, giorno-notte pensava. TrĂ kkete, pĂšffete, innotte piĂš nera te lo vedo giĂ in alto merdâe tutto saliva. Nah, cade,mo cade. No sâalza, ripiglia, giĂ vola, va via! Ritorna! Che importa,faccia di merda, vuotavacante! Il vuoto che esprimi, certezza mi dĂ .âNon posso, mi vida, mi amor, mi corrĂŹda! Il pensiero ci ha peso: ilpensante⌠pesante. Capisci? Se lo svuoto vacante, volo allâistante.Bye bye, mon amour!â Requiâ eternâ a te pure, errante-cacante. âStivecchi pensieri mâhanno sfinito. Nel tempo fluito, restiamo marciti.ShgrutupĂšm, turupĂšm, pum pum⌠pum. Proprio capisci? Tipiace? ShgrutupĂšm, turupĂšm, pum pum. Hoc corpus meum: pigliate-ingoiate. Hic calix sanguinis mei: strafocate-trincate. Giustalezione di realitĂ . Se sensata fossâio, aprir mi dovrei a ciò che sarĂ .Quel che fu ce ne fotte. Mi sbalorda trovare parole per strazio cheaffiora, mi sborda. Il verbo non spiega nĂŠ mondo nĂŠ morte. Verboche muta ti fotte a parole. Parolâin parola torna sfacciata, sformata,ignorata. Nihil esse. Ciò châè stato rimane-sarĂ . UiktĂš, shtraikanshtrĂš,diktĂš. ShtrufanciĂš, diktĂš, diktĂš, utkĂš. TzaiktĂškruitzkciĂš,scktzlusciĂš. PerchĂŠ farti dovrei una veste banale? Mi adira saperlonon mio. Durâ a cercare, piĂš durâ a trovare. Una vestâ inventata,ogni linea pensata, differenziata. La vecchia mâha dato le regole sue?Non voglio, rifiuto regolâ imposte. Non contro natura, ma contronaturâ inculcata. Il pensiero mâarridâ e chissĂ dovâ arriva. Nella gioiasiam vive! CicĂŹ vieni qua. Suvvia, danziamo. La speranza è il riflessodi Dio sul volto dellâuomo. Vuol dire? mi rappresenta? Sperar disumanaogni merda di uomo? Non intendo nè vedo collegamento.Che silenzio lĂ fuori! Rimira, sorella! Hush. CicĂŹ, dove stai? Tuttâinzuppata, infracidata. Vuoi essere tanto di mazzate sfessata. Câeraun tale, uno sposo, allâaspetto inquietante: occhi a palla, da occhialischermati; non ride, sghignazza quando versa il vino del nero piĂšnero in coppe di razza. âPer primo? Piccione?â âSecondo? Lâuccello?ââPer frutta, la fica?â âA te la banana o il cannolo infarcito?â Sisguaia con gli ospiti e mira la sposa. Lei avvampa, schernita, sforzâun sorriso. âUn regalâ agli sposi abbiamo portato: coltellâ e forconeper carni arrostiteâ. La sposa di rosâaddobbata, sâindustriâ ad estrarreil coltellâ affilato, con ditini maldestri, manuzzâ ingoffite. Lo spososmaniava: âFaccâ io, stâa vedere.â Con mano piĂš esperta, tira fuorâilcoltello, rimira la lama, la struscia sul dito, la sfiora, lâammira incontemplazione. Soffiando-sbuffando, vermiglio mattone: âLo senti,tesoro, comâè bellâappuntito?â Mezzanotte batteva⌠CicĂŹ, oradormi? La veste ti faccio come promesso: scollata sul seno, la vitarialzata, spalline-sospesa. Di Dio spera è riflesso sul volto dellâuomo.Di potere saputi, angeli prendonâ orgogliâ e superbia. SalĂŹpece.CICĂ 235âSignore, è lâamore che fa tanto soffrire?â âSĂŹ. Lâamor piĂš lâamore.âSĂŹ, ma che amour? Che love? Che liebe? Noi ânvoltolate, nellâattesaattardate, speranzose nel principe azzurro⌠celeste, pur avendocapito châ è un falso partito, che un mezzo-melone ci è capitato.Nessuna che dica: che mezzo-melone? Io valgo la luna, io vogliotutto. Femminâ e rospi baciati a milioni, cuorĂŹ incantati, rospi svagati.Ingannata-frodata.Rospi rosposi rovina-rognosi restarono tali. Uno solo mutato, dibotto passato a fare la tele. FĂ kkete bĂšgghete fĂŹkkete shgrĂšndeteshgrĂšffete shgru. Câera una volta⌠confesso riscatto di vita ho sognato.Il sogno è giĂ tale se privo di patti con vita reale. La poesianon è tale se mi screo immortale. Disse il poeta sognante-fiorito:âVieni a teatro, nellâeternâ apparire!â Ti prendo in parola! Di suonirivestimi, certezze reinventa. Il poeta cullato, in fuga-svegliato, milascia nellâeco di parabole perse. Lancialâ in alto, piĂš alta che puoiâŚnĂŠ faccia, nĂŠ volto, nè prima, nĂŠ poi. Occhi di luce non oso guardare,mi guardan lucenti e torno a sperare. Capisci? Comprendi?CicĂŹ, dove stai? Devo fischiare? Son certa che un giorno mi guardie mâintendi. Shgru-shgrunt tutto il giorno dentro le orecchie, dapprimaleggero, poi presente-costante. Shgru shgrunt nelle orecchiemâassilla assillante, shgru-shgrunt dentro il sangue mi pulsa pulsante.Ti lotti ti muti ti smorzi ti spezzi ti svuoti. Noi contente-vuotatedi contenuto. Palle sfollate palle afflosciate. Vortici venti violenti.Viluppo di foglie sfinite, svilite, svolate. Voglie finite. Che faccio dime intenerita da notti stellate? Câera una volta⌠una volta⌠unavolta⌠mi vede sul tempo chinata⌠da luna cullata⌠paroleâŚparola adamantina. Hush. SalĂŹpece. Lâamore deflesso mâarriva daspecchio specchiato riflesso. Mi dico-ridico: resisti. Son sciocca macredo châesiste. Resisti. Succede! Vedrai. Che bestie curiose le falsesperanze, la gente sognante! Le guardi dappresso, le scopri deluso,di grana grossa, grinzose. Basta saperle? Tâilludi. La gente piĂš illusaè figlia reale del presunto essenziale. Un nodo alla gola mâassilla,mai lieve-librata da voglia dâamore. Nel fondo resiste incarnatonei giorni. Rospo cisposo, lâidea mai sâeguaglia, le parole son motafranata. Il vero raglia alle orecchie, strigliate da regole mute, reseopache, stranite. âParole?â âOh, le par?â âParole?â âLe paro.â Lâorsapersa stesa sul dorso si volse sul torso si tirò un morso chiese soccorsoprese di corsa la borsa e sâimmerse nel terso universo da rimorsoriarsa. Lâorso rincorse. âOrsa, orsa!â Risorse bevve un sorso. âOrsa,orsa! Riposa! Ora so cosa si posa sul vaso della tua anima rosa!â Leporse una rosa⌠innumeri fole cullate, lagne sognanti. Nel tempofluito restiamo marciti, speranze smorzate, forse-forse mutate. Mi236 CICĂdico-ridico: voglie finite, riposa, stai quieta. Di cosa? Nel blu sirimbalza un rosso vermiglio, forma inviolata la notte scompiglia,di quiete mi sfiglia. Il mantello legato a caviglie si gonfia di vento,anfora-forma si leva leggera. Nah, cade, ora cade. No sâalza, ripigliaâŚil vento si placa, la gloria ritorna in formâ incarnata, pesantebramata.Shgru-shgrunt. CicĂŹ, dove stai? Ăâ parlare reale o sognato?ChissĂ ! Se sapevo⌠scordato. ShtrunzĂ katzetĂš patatĂ . Kalèkkie.Lâho sempre saputo di me: sventata, non primadopo, sul ciglio, nonpadri ma figlia sfigliata. Storie inventate per farvi dispetto, a te, lavecchiaccia, alla vita. CicĂŹ, statti quieta, stai serena con me. Questapena dolente sta profonda inculcata, cocciuta, dormita, stranita.Ciò che sta tutto il tempo veduto, non vedi si sta ben celato. Noro no meglio cosĂŹ noi due quâabbasso. Noi due primadopo. Kaiktò.Sai che câè? Ti fardo di qua, ti rimmelo lĂ e poi ce ne andiamo. Tuchiedi: châè meglio tra chi restâ e chi va? Nel tempo fluito restiamomarciti. Storie distorte. Corso morso torso morto torto corto portosorto abortoâŚaborto⌠shgru shgrunt.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 237RINGRAZIAMENTOI testi teatrali in dialetto qui riportati non sarebberero maiesistiti senza âi Baresiâ, il gruppo di amici, incontrati il 6giugno 1971.Di quel percorso parlo diffusamente nel mio contributo aAttraverso il Teatro, ed. Dal Sud, Modugno, 2004.ELENCO SPETTACOLI de I BARESIA La Pòste: Sportèlle Penziòne, farsa in un atto con untempo introduttivo di fiabe, canti e poesie del popolo pugliese.Interpreti: Annamaria e Marisa Eugeni, Rosa Ferli (Lavacca),Maria e Vincenzo Ventrella, Pino Tempesta,Gennaro Marciano, Giuseppe Solfato.Scena e Regia del Gruppo.Anteprima: Circolo Ricreativo E. N. E. L., 23 marzo1972Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 29 maggio 1972con assistenza tecnica, effetti sonori e luci di Gianni Bellomo,Gianfranco Carbone e Peppino Losito.La Fèste De SĂ nda Necòle, ricerca di gruppo in sette quadrida unâidea di G. Solfato.Interpreti: Marisa Eugeni, Maria Teresa e VincenzoVentrella, Rosa Ferli, Roberta Pepe, Gennaro Marciano,Pino Tempesta, Giuseppe Solfato.Bozzetti di Maria Teresa Ventrella.Scena e Regia del Gruppo.Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo, GianfrancoCarbone e Peppino Losito.Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 22 gennaio1973.238 TEATROLa Patròne, un atto.Interpreti: Marisa Eugeni; Maria Teresa Ventrella; AnnamariaEugeni; Donatella Nocera e Pino Tempesta.Costumi del Gruppo.Scena e Regia dellâautore.Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 9 dicembre1974.Un Fatto: Bari, 27 aprile 1898, due tempi.Interpreti: Marisa Eugeni, Maria Teresa Ventrella, Silvanae Paola Lavermicocca, Lucrezia Lamberti, DonatellaNocera, Piero DellâErba, Leonardo Scorza, PinoTempesta.Costumi del Gruppo.Musiche di M. T. Ventrella e G. Solfato.Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo.Scena e Regia dellâautore.Prima Rappresentazione: Sala B del Padiglione dellaCassa per il Mezzogiorno â Fiera del Levante, 3 aprile1977.Per Donna Sola, monologo in un atto.Interprete: Marisa Eugeni.Assistenza Tecnica e Luci di Piero DellâErba.Diapositive di Pino Tempesta.Musiche di Berio, Fox e Jagger, New Order Fact, Eno.Scena e Regia dellâautore.Prima Rappresentazione: Libreria Foyer, 23 ottobre1982.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 239

Rispondi