TEATRO UN PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre)

TEATROUN PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) GIUSEPPE SOLFATO CASA STORNAIOLO
INDICE

Qualche nota di ortografia e fonetica 5A la Pòste: Sportèlle Penzione 11Il dialetto perchĂŠ 63La Patròne 91Un Fatto: Bari 27 aprile 1898(La Rivolta del Pane) 131Per Donna Sola 171CicĂŹ 197Ringraziamento – Elenco Spettacoli de i Baresi 2374 TEATROPERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 5QUALCHE NOTADI ORTOGRAFIA E FONETICASi è tentato, per quanto possibile, di riprodurre il suonodel barese nella sua correttezza grafica e sintattica.L’esigenza nasce dal fatto che questa lingua manca diuna tradizione scritta certa e diffusa, cosĂŹ come, invece, accadeper altri dialetti italiani (napoletano, veneziano, ecc.).Gli stessi autori colti, da Abbrescia (1813 – 1852) in poi,per lo piĂš caratterizzati da una produzione poetica – manon solo -, fanno uso di una grafia individuale.Il risultato è che, nei documenti scritti, sempre piĂš abbondanti,degli ultimi decenni – in coincidenza con unamaggiore diffusione del teatro in vernacolo e di spettacoliproposti dalle televisioni locali – regna una sorta di licenzalinguistica prossima all’anarchia. L’impressione piĂš certache se ne ricava è di improvvisazione, gratuitĂ  e, talora, divera e propria sciatteria.CosĂŹ, uno dei problemi annosi e irrisolti è la riproduzionedel verbo dovere che formalizza anche il concettodi futuro; una voce, quindi, particolarmente importante.Si tratta del verbo avere da.Te n’ha da sci’=Te ne devi andareNe consegue, perciò, che quando la preposizione dasi contrae in ‘a, l’elisione sta ad indicare la caduta della d,per l’appunto.Ce havĂŹm’’a fa’?=ce ham’’a fa’=che dobbiamo fare, chefaremo?Nello specifico, la voce havĂŹme è esemplificativa di treordini di idee di seguito adottate:1) la h iniziale, sempre assente altrove, qui viene indicatasolo per segnalare la presenza del verbo avere in tutte lesue voci e forme; è muta;2) la e, quando non è accentata, è sempre muta; la sua6 TEATROpresenza, sia nel corpo che in finale di parola, produceun suono cupo, indistinto, assai simile alla e rovesciatadell’alfabeto internazionale.La è è sonora; sta anche per l’accento tonico della parola,in assenza di altra vocale accentata (qui è la ĂŹ).La e congiunzione è sonora; lo è, parimenti, la e di ehio meh (sollecitazione al vocativo=su, dai!);3) havĂŹme si contrae, talvolta, nell’equivalente hĂ me.Si dĂ  qui, a mo’ di esempio, la coniugazione per interodel presente indicativo e del passato remoto di Have’ dascrive (dover scrivere):J’hĂ gghje o j’h’’a scrĂŹve;Tu ha da scrĂŹve;JĂŹdde – Jèdde hav’’a scrĂŹve;NĂš ham’’a scrĂŹve;VĂš havĂŹt’’a scrĂŹve;Lòre hònn’’a scrĂŹve.JĂŹ havĂŹbb’’a scrĂŹve;Tu havĂŹst’’a scrĂŹveJĂŹdde – Jèdde havètt’’a scrĂŹve;NĂš havèmm’’a scrĂŹve;VĂš havĂŹst’’a scrĂŹve;Lòre havètter’’a scrĂŹve.Val la pena di notare che, al passato, è piĂš comuneusare il passato del verbo essere:JĂŹ jèv’’a scrĂŹve;Tu jĂŹv’’a scrĂŹve;JĂŹdde – Jèdde jèv’’ a scrĂŹve;NĂš jèmm’’a scrĂŹve;VĂš jĂŹv’’a scrĂŹve;Lòre jèven’’a scrĂŹve.I suoni dolci e aspri di c e g seguono lo stesso andamentoche in italiano. Tuttavia, l’indurimento di ci e ce viene,qui, indicato col k:kiami’=guarda (imper. tronco);ke tè=con te.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 7Il raddoppio consonantico ha luogo con l’introduzionedi una c:ackiamĂŹnde=guarda (imp. esteso).Si è scelto di non elidere e quindi lasciare ce e ge perintero davanti ad a o u per non incorrere – alla lettura avoce alta – nel suono duro.Si noti, poi, che ackessĂŹ (cosĂŹ) viene contratto nel piĂšsemplice axĂŹ o xĂŹ.In quanto a sci, sce, si è ricorso alla grafia sh solo quandoesso precede una consonante.Dunque: sciĂ te (andate), fernèsce (finire) ma shcĂšte (sputa).Una certa attenzione, richiede l’uso di j; di sicuro vieneaccettata la grafia di jĂŹ=io, di jè=è e di je in finale di parolaper la riproduzione di un suono riconducibile al mouillè, acausa della presenza della e muta:fĂŹgghje=figlio/a; vèckje=vecchio; èckje=occhi (ma esisteanche il plurale òckiere).Di fatto, lo stesso segno grafico andrebbe adottato perriprodurre il suono allungato che si produce frequentementequando la i incontra una vocale:jòsce=oggi; jĂ ckje=trova; ecc.AllorchĂŠ questo suono non è presente, viene qui usatoil segno grafico della i:p’ ackiĂ rte=per trovarti.Riguardo al ricorso all’elisione, l’infinito che segue ilmodale è stato scritto sempre eliso ad indicare la desinenzamancante o per distinguere due voci omofone:pòte mangia’=può mangiare;uè camena’?=vuoi camminare?;se n’hav’’a sci’=se ne deve andare;se ne scĂŹ=se ne andò.Non c’è elisione nei casi in cui l’infinito è in sĂŠ completo(per lo piĂš si tratta di verbi che in italiano appartengonoalla II declinazione):dĂŹsce=dire; scrĂŹve=scrivere;pèrde=perdere.La i iniziale seguita da m o n è sempre elisa:‘mbratta’=imbrattare;‘nzeva’=sporcare;8 TEATRO‘nderre=in terra.La negazione non è stata scritta quasi sempre per intero,anche quando non è pronunciata come tale:no(n) vògghje fadega’=non voglio lavorareo quando si scinde in no+nno(n) nge vògghe=non ci vadono(n) nge u dĂŹgghe=non glielo dico.In effetti, qui c’entra la struttura di nge, avverbio e particellapronominale, come da esempi; la presenza della n inizialeinduce, nella negazione, alla contrazione di non in no.Si noti che la locuzione ‘ndĂ dènze=non badargli, nondargli retta, dovrebbe, piĂš correttamente essere scritta:‘nd’adènze. Nella lingua parlata viene avvertita come espressioneunica. Alcuni parlanti pronunciano addirittura:dĂ dènze; lasciano cioè cadere la n iniziale pur intendendonela negativitĂ . CosĂŹ, pure per il piĂš breve: dade’.Altro discorso, invece, è per l’equivalente: non ngedĂ nn’adènze, che, logicamente, va scritto per esteso.La medesima contrazione potrebbe essere adottata persènzòmène=senz’altro (sènz’au mène).Infine, si veda ‘nzĂŹa-mĂ = non sia mai (pronunciato, ormaizĂŹa-mĂ ).Il raddoppio consonantico iniziale è stato volutamenteevitato per dare linearitĂ  e nitidezza alla riproduzione deisuoni.In tal senso valga la lezione del toscano che scrive checosa ma pronuncia che ccosa.Quindi scriveremo u rè per la pronuncia di u rrè maddò e ddĂ =qui e lĂŹ per distinguerli dagli omofoni do (due,davanti a sost. femminile) e da (prep. ) o dĂ  (dai, pres. ind.II pers. sing. di dare).Però scriveremo dĂš (due, davanti a sost. maschile) diversoda du=de+le; analogamente: mĂ =mai in opposizione ama=avversativo.Ancora:DdĂŹ=Dio; di=giorno; dĂŹ (imp. di dire);a vvĂŹ de=a forza di; la vi=a strada; la vĂŹ?=la vedi?;PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 9sĂŹ (affermazione); si=sei (ind. verbo essere).So=sono(I pers sing. e III plurale verbo essere); sò=suaQualche parola va spesa anche per la trascrizione foneticadi due consonanti cosĂŹ problematiche come la b ela z.In molte parole, la b iniziale viene pronunciata esattamentecome in spagnolo. Bisognerebbe, pertanto, trascriverlacon il segno grafico bv ad indicare la velatura labialeche pronuncia quella consonante facendo passare l’aria trale labbra:u bvĂ se=bacio;la bvĂ rve=la barba; U bvĂ se-necòle (uvasĂŹleke)=il basilico.Di fatto, per una questione di agilitĂ  nella scrittura eper evidenti ragioni evolutive del linguaggio, si è scelto diabolire la b iniziale e scrivere direttamente la v.Quindi sarĂ :u vĂ se;la vĂ rve;u vĂ se-necòle (u vasĂŹlike).Tuttavia, alcune parole hanno finito per acquisire ladoppia pronuncia: è il caso di biĂ nghe e viĂ nghe=bianco.A tal proposito si noti anche pròbbete=proprio che s’abbreviain pròbbe e pròbbje.In quanto alla z, bisogna precisare che lo stesso segnografico sta tanto per il suono dolce (v. l’italiano: rosa) chequello duro (it.: zucchero).Per la corretta pronuncia si dovrĂ  necessariamente farriferimento ai parlanti.U ziĂ ne=suo zio (dolce);U zĂšckere=lo zucchero (aspro).Tutte le parole sono state scritte con l’accento tonico.Queste note, senza avere la pretesa di essere esaustive, indicanoche un impianto sistematico, di carattere graficosintattico,può – e deve – essere organizzato intorno allalingua barese.10 TEATROAVVERTENZALe traduzioni in italiano delle parti dialettali che appaionoin nota a A la Pòste: Sportèlle Penzione, La Patròne,Il Dialetto Perchè e Un Fatto: Bari 27 aprile 1898 sono veree proprie traduzioni di servizio.L’italianese, mi si passi il termine, di Per Donna Sola e CicĂŹ,sta per il tentativo di ricreare in traduzione tanto il dialettoarcaico del primo che la lingua inventata del secondo,pur nel rispetto della letteralitĂ . In entrambi i casi, va detto,molta della malia dei due personaggi monologanti vainevitabilmente persa, in quanto essa risiede proprio nellaqualitĂ  della lingua originale in cui esse si esprimono. Maquesto, credo, sia il nodo mai sciolto che costringe tutte letraduzioni e le trasposizioni.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 11A la Pòste:Sportèlle PenziòneATTO UNICO197112 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEAVVERTENZAQuesto copione è inteso come canovaccio da allargare intutte le direzioni che l’allestitore riterrĂ  opportune perle esigenze poste dalla propria messinscena, fatta salva lastruttura dell’opera.PERSONAGGIImpiegata (I)Popolani: TaresĂŹne (T), JannĂŹne (J), ColĂŹne (C),RoccĂšcce (R), Vecchio (V)Lo studente: FelĂšccio (F) o Olimpia (O)Lo Spettatore (S)SCENAUn enorme sportello, dietro cui l’impiegata siede pigramente,intenta a sfogliare le proprie carte.In disparte se ne sta lo Spettatore, seduto.Inizialmente, la coda di popolani è disposta nell’ordine: Taresine,Coline, Roccucce, Vecchio.Borbottano all’indirizzo dell’Impiegata.Entra Jannine con un bambino in braccio e la borsa dellaspesa.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 13VECCHIOEhi, la me’! U sòle assècke le kiacĂšne, u vĂŹnde jĂ bbrele pertĂšne… e u rèste u sa.ROCCUCCESperiĂ me ca scĂ mbe, kemba’, ca jè sceròcke jòsce.COLINEAngòre s’hav’’a mòve!TARESINESèmm’ a mènzadĂŹ nge hav’’a redĂšsce! E meh, fĂŹgghje,fa sĂšbbete!VECCHIOU mèse ce trĂ se, venèsse jèdde e prevĂ sse! No nge vòlecrète ca ddò, do dèscetere prime de le cambĂ ne ten’ha da meni’ p’ackiĂ rte giĂšste ‘mbacce au piĂ tte…ce t’ackembĂ gne la mĂ ne de Criste… ce t’ jè buène.TARESINEEhi, kemma’ JannĂŹne! Si arrevĂ te? Me crenzève cajĂŹve morte stamatĂŹne! Madònne! Totta ’mbòsse!kèss’alde! cu pecenĂŹnne ‘mbrazze e sènza ’mbrèlle!Ce jè, st’a kiòv’ angòre?JANNINENo, m’ha pesciĂ te u acĂŹdde! CrĂŹste s’ha spendĂ te lapertèdde stamatĂŹne!TARESINEEh, Madònne! ca ce so dĂŹtte?JANNINELe fessarĂŹ ca dĂŹsce sèmme segnerĂŹ.TARESINEVĂŹne, vĂŹne ddò appĂŹrse a mè ca stògghe kiĂš ‘nanze.(Jannine fa per avvicinarsi).COLINEEeh! E segnerĂŹ addò uè sci’ ke la salute?JANNINEE a segnerĂŹ ce te canòsce?VECCHIOMa kiami’ kèss’àlde! Se n’ha menĂšte ke le fiĂšre‘mmane e nesciĂšne ca l’ha ‘mbetĂ te!14 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINEJĂŹ le fiĂšre le tènghe ‘mmane; megghièrete le tène‘nĂ nze… e appassuĂ te.VECCHIODi’ grĂ zzje a la Madònne ca si fèmmene, osenò…!JANNINEOsenò ce ha da fa’? SĂŹnde a mè, allĂŹvete da ‘nĂ nze cafĂ sce jòmbre.COLINEEh, uè sendi’? Fèmmene o non fèmmene, stĂ ttedrète. Si arrevĂ te dòppe e ddĂ  jè u pòste tu.ROCCUCCEJè giĂšste axĂŹ.VECCHIOC ’affòrze. Ddò s’hav’’a fernèsce ke tĂštte sti pripotènze.La còte jè la còte. Ce arrĂŹve dòppe se mèttedrète. J’ hĂ gghje rasciòne, signora ’mbiagĂ te?IMPIEGATASilenzio, lĂ  dietro. Silenzio. Procediamo.JANNINEX‘Nzomme, me uè fa’ passa’?ROCCUCCEArrète! E rĂšzzue…JANNINETu, t’uè sta’ cĂŹtte? Ce t’ha ‘mbetĂ te? StĂ tte au spĂšndede cĂ ste, Ă lde ca vĂŹne a freca’ le terrĂŹse du govèrne.TARESINEMène! FacĂŹtela passa’. Ce la stat’a fa’ gròsse! NamĂ mme de fĂŹgghje e la trattĂ te a sta manère? E po,nge j’h’’a dĂŹsce nu fĂ tte.ROCCUCCEE percè, no nge u puète dĂŹsce daffòre?COLINEGiustamènde.TARESINEIih, Mado’! Come sta fetĂšse cuss’àlde stamatĂŹne. EA LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 15ce còse jè! Te sĂŹnde le delĂšre de vènde? Come ca jèla prima vòlde!VECCHIOE appunda per questo, cara comma’ Tarèse, memèravĂŹglje de tè ca sèi tĂ nda na bèlla crestiĂ ne ke lecĂŹrkje ‘ngĂ pe. L’ham’’a fernèsce… e buon Dio, ackemenzĂ m’a mètte nu bò d’òrdina. Cossenò, ddò,a le pĂŹsce nge ne sciĂ me!IMPIEGATASilenzio lĂ  dietro!JANNINETĂ nne ca uè arregetta’ ddò, percè non ackemĂŹnzeda jĂŹnd’ a cĂ ste? E no ca megghièrete s’u sta’a svendescia’de la matĂŹne a la sère ‘nanz’a la pòrte, a sprua’ lefĂ tte de le crestiĂ ne e u petresĂŹne ca crèsce! ca crèsce!VECCHIOAllòre, jè ke megghièreme ca nge l’ha? E allòre meuè forza’ a sci’ a dĂŹsce ‘ngock’e paròle a marĂŹtte? Eallòre tu te uè mètte ‘mènz’a le uĂ , stamatĂŹne?JANNINECe nge ha da sci’ a dĂŹsce? Ehi! quĂ nne tĂŹne da dĂŹsce‘ngock’e còse sop’au cĂšnde mi, apprĂŹme t’ha da stescia’u mĂšsse e pò t’ha da pelza’ u cĂšle! E mo, so’ dĂŹtte,allĂŹvete da ‘nanze, ca m’ j’ h’’a sbrega’. JĂŹ, acquĂ nnejèsseke da ddò, non me ne j’ h’’a sci’ jĂŹnd’a la candĂŹne,a fa’ u mĂŹnze lĂŹtre o ‘mènz’a la kiĂ zze a fa’ cĂ rte. JĂŹ,acquĂ nne CrĂŹste u kemmĂ nne, j’h’’a sci’ a fa’ la spèsee po tènghe da kecena’ e jĂŹnd’a do jòre, le SĂ ndere duParavĂŹse, asselĂšte, sĂ pene u tramòte ca tènghe da fa’.VECCHIO (Allo Spettatore)C’axĂŹ la mètten’a kèdde: kemma’ Tramòte.JANNINEE kèdd’àlda remmòdde!(All’impiegata) s’hav’’a mòve?COLINEMène, uè sendì’, kemba’? Falla passa’. Osenò, kèssaddò, non la fernèsce kiĂš.16 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEROCCUCCEMa sĂŹ, sĂŹne, pĂ sse. Com’a tòtte l’àlde vòlde. Ma ce tene vĂŹne arrète tarde, n’àlda vòlde, te j’ h’’a fa’ vede’ jĂŹ!VECCHIOMo jè, pe sanda pĂ sce de CrĂŹste, pĂ sse, va. PeròarrecĂšrdete ca non ze fĂ sce axĂŹ. E buon Dio, umbò d’ ordine ngi vuole, senò, ddò, a le pĂŹsce sciĂ m’a fernèsce!JANNINEArrète ackemĂŹnze? ‘Mmòcke! Sèmme da drète repĂŹgghjele fĂ tte. E po, ce pròbbj’ u uè sape’, nonjè tĂ nne pe mè ca velève passa’ ‘nanze, m’ha stĂ tekemma’ TaresĂŹne ca m’ha kiamĂ te, ca m’hav’’a dĂŹscenu fĂ tte. E po, bubburubbĂš, stògghe pĂšre cupecenĂŹnne ‘mbrĂ zze.VECCHIOE hav’ackiĂ te la pèzz’ a kelòre.ROCCUCCENa vòlde tène u pecenĂŹnne, n’àlda vòlde la vènde, lavòrze de la spèse…IMPIEGATAMa inzomma, silenzio lĂ  dietro. Non mi fate raccapezzarenulla. E via! L’avete fatta questa cota? Ognivolda è sembre la stessa solfa. Finiremo col metterele tranzenne. Ma è una questione soprattutto di…di coscienza civile, ecco. Han ragione, poi, gli stranieria qualificarvi angora come barbari. E che diamine!Neppure una cota ordinata sapete fare! Cheschifo!JANNINENah! ce st’a gastème kèdde? Ce v’ackiĂ nne?COLINESĂ cce… non zi cĂ pe-de-pèzze, sĂŹme sènza kesciènze…ROCCUCCECom’ jè, kemba’, nu sĂŹme rabbĂ rbare? Ma ci jè,hav’ assĂšte mĂ tte, kèdde?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 17COLINECe sĂ cce! Ce nge ne ‘mbòrte a jèdde ce nu stĂ m’ afa’ la còte o no?ROCCUCCEO ce non zapĂŹme fa’ la còte? So fĂ tte nèste.JANNINESĂŹnde a mè, la me’, vatt’a cĂšlke, va, ca jè kiĂš mègghje.PĂŹnze a fadega’, ca nge ham’’ a sbrega’.VECCHIOMène ca hjĂ ve rasciòne, kèdda poverèdde! Sièto namòrra d’alfabète.COLINESĂŹnde a cuss’àlde spetĂ le, sĂŹnde. Nge shcĂštene jĂŹnd’al’òckiere e jĂŹdde s’allèck’ u mĂšsse. Allòre, hjĂ ve rasciònekemma’ JannĂŹne, ca segnerĂŹ si cavallĂŹre!TARESINEMa ‘nzòmme, l’havĂŹt’’a fernèsce, stamatĂŹne benedètte?E ce sĂŹte mangiĂ te, u cĂšle de la gaddĂŹne?AvĂ ste! JĂŹ stoggh’ a crepa’. ‘MbiagĂ te, scrĂŹve, ddĂ ,segnerĂŹ! PĂŹnze, fĂŹgghje, ca jĂŹ sòffreke d’attròse certefecĂ te:jòsce, stògghe tòtte nu pĂŹzze de delòre…ROCCUCCE (Facendosi avanti)U stèsse jĂŹ, kèssa gĂ mme, ke cĂšsse tĂŹmbe…IMPIEGATASĂŹ, abbiamo fatto l’ambulatorio comunale di quartiere!Piuttosto ricomboniamo le file, su!ROCCUCCEVelève sape’ ce non le tène pĂšre jèdde le delĂšre.TARESINE (A Roccucce)StĂ tte cĂŹtte, ammuzzĂŹsce.(All’impiegata) ScrĂŹve, figghje, ‘ndann’ adènze a kĂŹdde,ca mo le mèttek’a pòste jĂŹ. E ce ha ‘ndrevenĂšte?Tòtte stamatĂŹne v’havĂŹt’ ‘a scetta’ le fòrme ‘mbĂ cce?CamĂŹne tu, Janni’, vĂŹne ddò, sĂŹnde, sĂŹnde ce te tèngheda dĂŹsce. Ha da sape’ ca… (Abbassa la voce)JANNINECe me so’ stangĂ te! Stu kernutĂŹdde te strònghe devrĂ zze!18 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE(A Coline) Meh, kemba’, tenamĂŹue tu, u peceninne,c’a cĂšdde (Indicando il Vecchio) no nge u vògghjefa’ tene’! ke cèrte crestiĂ ne jè mègghje a non have’nĂšdde a ce nge fa’.COLINEMo, pĂšre u pecenĂŹnne?VECCHIODĂ nge nu muèrse de kemmedènze e kèdde se pĂŹgghjeu dĂŹscete ke tòtte la mĂ ne.JANNINEEh, a tè jè: uè sendi’ ce te dĂŹgghe? VaffangĂšle, va!VECCHIOOooh! E sciĂ cquete de dĂŹnde!JANNINEEh, u me’, mo me si rĂštte pròbbje…(A Coline) e tu, auĂ nd’ u pecenĂŹnne ‘mbrĂ zze. Ammò cete stĂ nghe dangĂŹue a ‘mbĂ  RoccĂšcce. E non fiatĂ nne.VECCHIOKèsse jè l’ItĂ glje! Ce spènge de kiĂš pĂ sse ‘nĂ nze, e ceallecuèsce kiĂš fòrte se fĂ sce sendi’. La dettatĂšra ngevelèv’ arrète!ROCCUCCEUhhh, ce la st’a fĂ sce gròsse!JANNINEBbĂšuumme!TARESINEHònne scettĂ te le pĂ ll’ a la MerĂ gghje!VECCHIOLe pĂ lle de marĂŹtte!JANNINEVastĂ se!IMPIEGATABeh, a questo pundo io non vato piĂš avanti. O lasmettete voi o la smetto io e chi si è visto si è visto,stamattina benedetta.JANNINECi jè? “Non vĂ te piĂš avĂ nde?” Pe kidd’e quĂ tteA LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 19terrĂŹs’ affetesciĂšt’ e frĂ scete ca m’ha da da’? Fa lapròve, fa. Sta desgrazziĂ te! Tènghe tatĂ  acceppenĂ tejĂŹnd’ a nu lĂŹtte da quatt’ànne… e cĂ ke e pĂŹsce, e ngeha da da’ a mangia’. E ce u tènghe pe le bèll’èckje devesserĂŹ? Vi’ ce te sbrĂŹke, vi’, e no ca me si fĂ tte pèrdegiĂ  mènz’ore. Percè, ce se mettève la lègge ca tòtte lemĂ mmere de fĂŹgghje havèvan’’a jèsse servĂšte ‘mbrĂŹme,tòtte sti kiĂ ckjere non zeccedèvene.IMPIEGATAAh sĂŹ? Bene, ora chiamo il direttore.JANNINEEh kiĂ mue, kiĂ mue, sa ce pavĂšre ca tènghe jĂŹ du direttòre!Nah, kiami’ ce me fĂ sce tremua’ u direttòr’a mè.TARESINEMène, no, segno’! E ce jè, adavère jè u fĂ tte? kèdde,kemma’ Jannine, jè adaxĂŹ. Non dène cĂŹggere‘mmòcche, nge piĂ sce a parla’, ca nge piĂ sce a parla’.Mène fĂŹgghje, assĂŹdete! (A Jannine) Ehi, a tè,l’ha da fernèsce, ah?VECCHIO (A JannĂŹne)Kèdda lèngue, non ze l’attĂ cke mĂ  ’ngĂšle!COLINEMeh sĂŹ, stĂ menge cĂŹtte! Osenò, kèdde non pĂ ghe.ROCCUCCESĂŹ, sĂŹ, fernĂŹmele! E segnerĂŹ, (Al Vecchio) non zifacènne “Col’ e pĂŹgghje da drète e sèmme nu CrĂŹstejè pĂ dro mĂŹ.” StĂ tte cĂŹtte ca cĂ mbe cĂŹnd’ànne.JANNINECĂŹnd’ànne? E ce s’u hav’’a serkia’ a cĂšdde, cind’ànne?(Pausa)VECCHIOMa a MilĂ ne, a MilĂ ne sti còse non zeccèdene!TARESINEEhi, kemba’, a MilĂ ne jè MilĂ ne, ddò jè Bare e kiamendĂ mengele quĂ dre nèste.20 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINECa so bèlle, so!ROCCUCCEEhi! Non pe sape’ le fĂ tte tĂš, ma pe regolĂ mme lekĂŹdde mĂŹ: acquĂ nne mĂ  si sciĂšte a MilĂ ne?COLINEU ha vĂŹste sop’a la cartollĂŹne.VECCHIO (Trionfante)La tèlèvisiòn’ u ha dĂŹtte.TARESINEE fĂ mme sape’, ke la salĂšte, quĂ nne mĂ  si vĂŹste latrèvvisiòne, segneri’?VECCHIOMeh, percè? Nge l’ham’ accattĂ te, ca nge l’ham’ accattĂ te.JANNINESe l’honn’ accattĂ te? E fĂ mme sape’: ce se la st’akiĂ nge? Ah, u rĂ shke! Bèlle, lènghe-lènghe! Ce sobèlle le cambiĂ le, kemma’, sop’au comò, pe soprammòbbele,jĂšne sop’all’àlde.VECCHIOTu non de ne frecĂ nne, ca sta pagĂ te.JANNINEIiih, ce me dĂŹsce, còre mĂŹ!VECCHIOSĂŹ, sta pagĂ te. FĂŹgghjeme, sĂŹnde, signora ‘mbiagĂ te:u uagnòne de fĂŹgghjeme, non za? CĂšdde ca sta a laGèrmĂ nje, a la Dòcce-lĂ nde; ‘mbiagĂ te, jĂŹ ci ho unfiglio a la Dòcce-lĂ nde, a fadega’…JANNINE (Interrompendolo)Ce anòre a la casa nòste!VECCHIOAllora, come te stève a kenda’, signora ‘mbiagĂ te,quelli, u uagnòne de fĂŹgghjeme, quelli, bèllo-bèlle,m’ha mannĂ te i soldi drèndr’a la lèttere e ha scrĂŹtte- ca fĂŹgghjeme sĂ pe scrĂŹve – cĂšdde ha scrĂŹtte axĂŹ:“Carri papĂ  e carri mĂ mme…A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 21JANNINE (Interrompendolo)SalĂšt’e bĂ ggje.”VECCHIO“Carri papĂ  e carri mammĂ , kĂŹsse terrĂŹse so pe…JANNINE… so pe l’autobĂšsse.”TARESINECe si desgrazziĂ te! StĂ tte cĂŹtte, fĂ ue parla’.VECCHIO“kisse terrĂŹse so pe la tèlèvisiòne.” E nĂš nge l’ham’accattĂ te,ca nge l’ham’accattĂ te. La tèlèvisiòne. NĂš.‘NgondĂ nde. NĂš. JĂšne sop’all’alde. NĂš.JANNINENah! Sti sòrte de frĂšshcue: se l’accĂ ttene e s’u tènenecĂŹtte cĂŹtte… Ammò ce la vègghe, kèdda sorte defrellĂŹne de megghièrete!VECCHIOMegghièreme! petèv’ammanga’?JANNINEEhi! A sta’ mĂšsse ke mĂšsse e mĂ ngh’ a dĂŹsce nĂšdde.Pròbbet’ accòme all’anemĂ le!COLINECe te petĂŹv’aspetta’ da crestiĂ ne com’a kĂŹdde?ROCCUCCEPercè, crestiĂ ne so kĂŹdde?TARESINEE ce nge perdèv’ a dĂŹsce de scill’a vede’ a la sèra-a la sère!Ahh! mo me sbiaghèsceke tĂ nna còse, kĂŹsse so l’àrje cange dĂ me da nu muèrse de tĂŹmb’ a kèssa vĂ nne.JANNINECapĂŹte, Tarèse? Pedènne, pedènne la frĂšshkue s’hamettĂšte u cappĂŹdde l’àlda di!TARESINEIih! Com’jè, u cazzellètte?JANNINENon za nĂšdde? SĂŹnde, sĂŹnd’u fĂ tte. JĂŹ stèv’ a lava’‘ndèrre ‘nanz’a la pòrte. La vidĂŹbbe de passa’, tòtta22 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEtèsa-tèse. JĂŹ, mo, la velĂŹbbe sfòtte nu muèrse, mano-cèn-dè-mèn-de, sòre, no-cèn-dè-mèn-de.TARESINECe si disonèste!JANNINENge decĂŹbbe: “Ehi, a tè! Addò te ne st’a va’ ke lascazzètta ‘ngĂ pe? Ce jè? si vengiĂšte, la sisĂ l?”TARESINETu, po, ce si sprudènde! Si parlattèr’assĂ !JANNINEEhi, ca ce so dĂŹtte de mĂ le? SĂŹnde u rèste, mo. Kèddakièna-kiène, apprĂŹme s’ackiamènd’atturne, pom’appògge l’èckje‘nguèdd’a mè, manghe m’havèssevĂŹste la prima vòlde e assĂštte- assĂštte me fĂ sce, c’ucuèdd’ a vĂŹcce “Buonciorne, buona donna.” Capi’,Tarèse?TARESINEIh, gòcce!COLINEE com’jè, “buona donna“a tè?ROCCUCCEForse hav’assĂšte mĂ tte.COLINEAh, era uno sgherzo!ROCCUCCESĂŹ, a kèdde ci piace a giocare.COLINEÈ un tipo sgherzoso!JANNINEAspi’, non jè nĂšdde angòre! SĂŹnd’ u rèste.COLINEPĂšre!JANNINEJi arremanĂŹbbe, gelĂ bbe, gelĂ bbe, sòre: nu ghiacciĂšle.Me petĂŹv’aggera’ de cĂ pe sòtte, havèss’ arremanĂštestennĂšte. AcquĂ nne te dĂŹgghe ca ‘nghietrĂ bbe,meh, so dĂŹtte tĂštte. Non affettĂ bbe kiĂš. UA LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 23sa còme so jĂŹ: tèngh’-e-tènghe, po, acquĂ nne m’aggĂŹrenele tavuèdde, non kiamèndeke ‘mbacc’ a patrĂšnee sbòtteke.COLINENo, je prudènde assĂ  kèdda bèlla crestiĂ ne!ROCCUCCESĂŹ, sĂŹ: na sĂ nde de sop’au aldĂ re.JANNINEKe vĂš e dĂš, dòppe facĂŹme le cĂšnde, ca tòtte ‘mbelĂ tele tènghe.ROCCUCCENdemène! Ce l’hav’’a scĂŹ accatta’, kèdde?COLINECe nge vòle a sfela’ u resĂ rje? FacĂŹme le cĂšnd’e facĂŹmele dĂške. A ‘sposizziòne.ROCCUCCEA ‘sfazziòne, signo’!JANNINEMe le trò da ‘mmòcke, Tare’, e shcattĂ bbe: “Eeehi!La segnĂšre de Trèske, ce so tòtte kiss’àrje ca te st’ada’? Sus’au uĂ skere si sciĂšt’a javeta’?”TARESINEMado’, ce brutta vòcke!JANNINEE sa la zòckene ce facĂŹ? Se veldò de cĂšle e se ne scĂŹdecènne “‘Mman’a ke cristiĂ ne abbiĂ m’ andĂ t’ a capitĂ re.”DĂŹ tu, mo, dĂŹ?TARESINEBrutta lòrde! e non m’u decĂŹv’apprĂŹme? AspĂŹtte, aspi’.Mo c’assĂŹme sciĂ me ‘nzĂŹme a fĂ nge nu muèrse dejòse.JANNINEHam’’a sci’, cĂ zze. Appòste t’u so’ kendĂ te stu fĂ tte.Jèdde mo, kèdda sòrte de sfelĂ zze, hav’’a jèssecrestiĂ ne de mèttenge sott’a le pĂŹte a nĂš? (Rivolta alvecchio) Le crestiĂ ne battezzĂ te. NĂš! La pèlla bèllede jĂŹnd’a BĂ re! NĂš!24 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEVECCHIOSĂŹne, sĂŹ, venĂŹte, venĂŹte. A ’spetta’ ve stògghe, kebann’ e tammĂšrre e ce non v’avĂ ste pĂšre ke la battarĂŹa‘ndèrre. VenĂŹte.ROCCUCCEHa ‘revĂ te u azzebĂ nne!COLINELa sciammèrghe, la tĂŹne o te l’ham’’a perta’ nĂš?TARESINEMadònne du PĂšzze! U cappĂŹdde, la trèvvisiòne… Ece so? L’americĂ ne?COLINEViĂ t’ a ce pòte!VECCHIO (Interrompendolo)Ca ce non pòte, se grĂ tte ‘nĂ nze… ce u tène. Cenon u tène, grattĂ ss’a cĂšdde d’apprĂŹsse.ROCCUCCEVastĂ se!COLINE‘NzevĂšs’e vastĂ se. Ha da tene’ l’ànema gnòre com’aucarvòne, asselĂšte pe fĂ rle, cèrte penzĂŹre!ROCCUCCEVastasĂŹdde!JANNINETe ne vĂŹne, mo?COLINEOh! Stu pecenĂŹnne sta tĂštte ‘mbĂšsse. Ce jè, s’hapesciĂ te sòtte?IMPIEGATADio, che puzza!ROCCUCCEU pesciajĂšle hav’’a fa’ da grĂ nne.JANNINECom’jè, fĂŹgghjeme a pesciĂ rse?VECCHIOLe fĂŹgghje de kèdde non pĂŹsciene.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 25JANNINETe pĂŹsce segnerĂŹ sòtte, non ze pòte pescia’ stu passarĂŹdde?ROCCUCCEKemma’, kĂšdde tène la pròscaca.JANNINENoh, noh a la mĂ mma tò, fa vede’. (Tasta i pannettidel bimbo, li trova evidentemente bagnati) Oh, ca ponu criatĂšre jè. Ce non ze pĂŹsce mo sòtte, quann’uhav’’a fa’, quann’ jè nu cendegliòne grĂ nne com’asegnerĂŹ? Noh, noh, dammĂŹue.(A RoccĂšcce) TĂŹnue tu, kemba’.VECCHIOE hav’ackiĂ te n’àlda pèzz’a kelòre! Petève manga’?JANNINE (A Taresine)Si vĂŹste ce sta bèdde, eh, kemma’? Kiami’ ce jè lènghede gĂ mme! PĂ re còme c’ha stennĂšte de kiĂšogn’è vòlde ca u ackiamĂŹnde.COLINESo secĂšre ca pe l’orarje quĂ nne nge sbregĂ me daddò, u pecenĂŹnne se ne va sĂšle- sĂšle.TARESINEMa ce sta bèrefatte! kèdda fĂ cce de ròse ca tène!(Lo bacia) CrĂŹste t’u benedĂŹke.ROCCUCCEOh, jè tutt’ u attĂ ne, tĂštte.COLINESĂŹ, ma le rèckje so de la vĂ nne de la mĂ mme.ROCCUCCPo’ m’ha da dĂŹsce come cĂ zze fĂ sce a vede’ le rèckje,ce tène la shcĂšffie.COLINESe capĂŹsce.ROCCUCCEDa ce còse?COLINEDa còme tène la cĂ pe.26 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEROCCUCCEMa vatt’a scĂŹtt’a mare, va, e dĂŹ ca si cadĂšte. Da còmetène la cĂ pe! So còse nòve! E ce jè, a la cogliòne?TARESINEMĂ nge, JannĂŹne, mĂ nge?JANNINENon pe dĂŹsce: tĂštte. QuĂ nne te dĂŹke tĂštte? TĂštte:fĂ ve, cĂŹggere, lendèckje. Jòsce, mo, d’èsèmbje, hamangiĂ te nu bèlle ciambòtte. Mo jè, mĂ nghe pemangamènde, kĂŹdde fĂŹgghje, sènza vĂŹzzje. SènzatĂ nne cĂŹnger’e ciĂ ngere. Ce so’ tòtte kĂŹdde preccuarĂŹde la farmacĂŹ! TĂštte, tĂštte. E, nah, sangh’e lĂ tte. Jèbèlle, jè bèlle assĂ  u cennĂšdde de la mamma sò. LefĂŹle mĂŹ, mo jè, da ‘mbrĂ zze me l’arròbbene.(Impone il bambino a Roccuccio)ROCCUCCECiambòtt’ e tĂštte.COLINESĂŹ, nge l’arròbbene. Nu ne sapĂŹme ngock’e còse, ahRoccu’?ROCCUCCENo, ma jĂŹ stoggh’ a penza’ a cĂšdde.(Al vecchio) Ke…VECCHIOArrète! Po so jĂŹ, u RarĂ nne!JANNINEA cĂšdde? E ce t’u fĂ sce fa’? Non dĂŹne ce jĂ rte fa’?ROCCUCCE… ke la trèvvisiòne, la megghière cu cazzellètte, u fĂŹgghjea la GèrmĂ nje e vène pur’a retrĂ sse la penziòne!COLINEA freca’ la penziòne, uè dĂŹsce.ROCCUCCEE no nge avĂ stene! Nah, vĂŹdue còme sta, tutte ‘ndellĂ tee tĂšnne-tĂšnne.COLINEE ha da dĂŹsce ca se vòle fa’ crète, fĂ cènn’ u malacĂŹdde!A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 27ROCCUCCEE ca non u vòle GesĂš!JANNINEKĂŹdde, frĂ te mĂŹ, so peccĂ te ca se kiĂ ngene.COLINEE sa quĂ nne ne stònne com’a cĂšsse? Ca kiĂš ne tènenee kiĂš ne vòlene tene’!ROCCUCCECa pedènne kĂŹdde nge dònne quĂ tte nderrèse‘mmane. Ca ce jèmme kiĂš pĂŹcke e kiĂš onèste, saquĂ nna terrĂŹse de kiĂš havèmm’’a have’?COLINEE no ca mo te le dònne e giĂ  hònne fernĂšte.JANNINECe ha da fa’? Non de ne vĂŹte bène a la fĂŹne d’umèse.ROCCUCCENo nge sta pròbbje gestĂŹzzje a cĂšsse mĂšnne!VECCHIOKèdde jè l’ammĂŹdje ca ve fĂ sce shcatta’!JANNINEMa sĂŹndue, sĂŹndue. PĂŹgghj’ e tu, mo, non u accĂŹtea jĂšn’ accòm’a cĂšdde! Non u appezzekĂŹsce ‘mbĂ ccea nu parète, com’a na magnòtte. Me sènghe de revelda’asselĂšt’ a sendĂŹue de parla’. PĂŹgghje, mo, a tèjè, te pĂ re giĂšste ca pĂšre tu ha d’have’ la penziòne?QuĂ nn’jĂŹre giòvene da na candĂŹne si assĂšte e da l’àldesi trasĂšte. Non zi stĂ te crestiĂ ne de tene’ megghièrete- gòcce a jèdd’ addò sta – kendènd’ e ‘mbĂ sce de DdĂŹnu memènde; ca ce le fendĂ ne havèsser’ammenĂ temĂŹre te l’havĂŹsse scuĂ te tòtte, sĂ ne-sĂ ne…VECCHIOPèccĂ te de gioventĂš.JANNINEPeccĂ te de gevendĂš? PeccĂ te de gevendĂš? e mo t’hada menì’ a freca’ la penziòne? E ke ce derĂŹtte, desgrazziĂ te?28 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEVECCHIOCu stèsse derĂŹtte ca tĂŹne tu, lĂ dre.JANNINEU stèsse derĂŹtte mĂŹ? U havĂŹss’’a tene’ tu, u derĂŹttemĂŹ, mariĂšle! Cudd’attĂ ne se l’ha fadegĂ te, di pe di,jĂšne sop’all’àlde: kĂŹdde terrĂŹse so’ sedĂ te.COLINEE nĂš le fĂŹsse, ca sĂŹme sciĂšte sèmme smatrĂ nne!VECCHIOHa parlĂ te u prĂŹme sfadegĂ te de jĂŹnd’a BĂ re. VĂ u’ acund’ a ce non de canòsce!ROCCUCCEE ce ne sĂŹm’ havĂšte? La vit’ha passĂ te u stèsse, pejĂŹdde e pe nĂš. E mo, nah! n’ackiĂ me ddò, tĂšttequĂ nne ‘nzĂŹme, e pe sciònde, jĂŹdde tène pĂšre latrevvisiòne.(Pausa) Jè gestĂŹzzje kèsse?COLINEU havèmm’’a sape’ apprĂŹme! Ă lde c’a sta’ de mĂšsse‘ndèrre, ke la shkèna ròtte, a mètte nu mattòne apprĂŹss’auĂ lde.TARESINEEhi, cĂŹtte, ce so tĂštte sti remĂšre? Da ddò vènene?JANNINECusse jè n’accĂšnde! Da ddò honn’’a meni’? Da daffòre.AspĂŹtte, aspi’, mo voggh’a vede’ jĂŹ. (Si affacciasulle quinte, avendo prima avuto cura di sistemarein terra la borsa, per mantenere occupato il suo posto)Mudu’! Ce jĂ cque st’ammène angòre! Mado’!QuĂ nna uagnĂšne! E ce jè, la revòlde? Ehi, venĂŹt’avede’! VĂŹne, vĂŹne, Taresi’.(Tutti, compresa l’impiegata, accorrono)IMPIEGATAAh, è un corteo di studendi.JANNINENah, com’jè, le stedĂŹnde? E percè non stonn’a lascòle?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 29TARESINEJè nu sciòbbere, nudd’accapĂŹsce?JANNINENa mĂ mme sta secĂšr’a la cĂ se c’ha mannĂ te le fĂŹgghj’ala scòle, pi’ kĂŹdde stònn’a squagghia’ au sòle‘mmenz’a la vĂŹ, pe fa’ u sciòbbere.ROCCUCCEVĂ le la pèn’a manna’ le fĂŹgghje a le scòle? AcquĂ nn’arrĂŹven’al’etĂ , a pettè. Po vedĂŹme ce ddĂ pòtene fa’ u sciòbbre.JANNINECa po, ce cĂ zze jè stu sciòbbere?COLINESĂ cce! Honn’’a sci’ ackiĂ nne ngock’e còse!JANNINEEh, kiami’, sta pĂšre… u vĂŹ a cĂšdde uagnòne lènghe-lènghe? cĂšdde jè u fĂŹgghje de MarĂŹ-de-le-fĂ te,kèdde ca javetĂ ve sott’au Ă rke de la Nève.ROCCUCCESse, cudd’jè u pecenĂšnne. Ce sfaccĂŹme de uagnònec’ha menĂšte fòre!VECCHIOFèlĂšcce se kiĂ me cĂšdde.TARESINECĂšdde fĂ sce le scòle jĂ lde.JANNINESse, cĂšdde capĂŹsce. Mo kiamĂ m’a jĂŹdde e sendĂŹmece ha ‘ndrvenĂšte. Ehi, FelĂšccio, FelĂšccio, FelĂšccioo!Fèlu’, sĂŹ, a tè!ROCCUCCEFelu’, vĂŹne ddò.(Viene avanti un giovane con un cartello sul quale sonotracciati alla rinfusa i simboli di Evviva e Abbasso)JANNINEFèlu’, ce st’a seccète? Addò stat’a sci’?FELUCCIOMène, ca non me pòzze ‘ndrattene’.30 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNETARESINEMeeh, e ce tĂŹne u fuèke ‘ngĂšle? dĂŹ ‘mbrĂŹme u fĂ tte.Ce ha ’ndrevenĂšte?FELUCCIOE nĂšdde. Stam’a sci’ a la PrefettĂšre.JANNINEE ce ha da sci’ a fa’?FELUCCIOE nĂšdde. Jè sciòbbere a la scòle.VECCHIOSsĂŹ, u ha dĂŹtte la tèlèvisiòne.JANNINEEhi, tu stĂ tte cĂŹtte ca ke tè non vògghje parla’.FELUCCIOAllòre, u velĂŹte sendi’ u fĂ tte, sĂŹ o no?TUTTISĂŹ, sĂŹ, ‘ndemène!FELUCCIODĂ zzeke ca le prefessĂšre non hònne angòre menĂštee stam’ a novèmbre, u labboratòrje non u ham’’ahave’ mangh’au Ă nne, po a tòtte vĂ nne sta u casĂŹne,allòre nĂš, u velĂŹme fa’ sape’ a tĂštte quĂ nne.JANNINENah! kĂŹsse so nevetĂ : all’àlde ce nge ne ‘mbòrte?VECCHIOOh, ma si pròbbete gnorĂ nde. KĂŹdde u honn’’a dĂŹscea tĂštte c’axĂŹ non ze pòte sci’ ‘nĂ nze. V’u havèvedĂŹtte jĂŹ, apprĂŹme, ca ddò, a le pĂŹsce sciĂ me a fernèsce!JANNINEE jĂŹ t’u so giĂ  repetĂšte: muzzĂŹsce, ca ke tè non vògghje‘ndĂštte parla’ e have’ nĂšdd’ a ce nge fa’. ApprĂŹme‘mbĂ rete la dugaziòne, scrianzĂ te!FELUCCIOMeh, jĂŹ mo me n’j’h’’a sci’.TARESINEAspĂŹtte, addò va?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 31JANNINECe va de fòdde cuss’àlde! Te jĂšshk’u cĂšle, jè? Mène,scĂŹtte u velène da ‘ngĂ nne sènza tĂ nde prigamĂŹnde.FELUCCIOE ce j’h’’a dĂŹsce?JANNINEE di’, percè stat’a sci’ a la PrefettĂšre?FELUCCIOE nĂšdde…ROCCUCCEE nĂšdde, e nĂšdde e jè sèmbe tĂštte. Me st’a fĂ scesfòtte la nervatĂšr’ a mè, stu benedĂŹtte uagnòne! UèdĂŹsce u fĂ tte com’ha sciĂšte?FELUCCIOE nĂšdde! DdĂ  sta u sĂŹnneke, no? Allòre nĂš sciĂ me,nge decĂŹme ca velĂŹme le prefessĂšre, c’havonn’’a aggestĂ la scòle e ca u deplòme nèste hav’’a jèsse tĂšttecangiĂ te, ca nĂš a…IMPIEGATA (Interrompendolo)Antate a stutiare, antate! (Torna al suo posto)FELUCCIO… ca nĂš, quann’ assĂŹme da la scòle, no nge velĂŹmeackia’ de cĂšle ‘mènz’a na strĂ te, Ă lde ca kiĂ ckjere.SelĂšte percè u hav’ackiĂ te jèdde u pòste, sĂ pe parla’.RaccomandĂ te!ROCCUCCEHjĂ ve rasciòne, u uagnòne: u sapĂŹme tĂštte quĂ nde,com’hav’havĂšt’ u pòste kèdda bèlla crestiĂ ne.COLINEVelève vede’ a tè ce no nd’abbascĂŹve le calzĂšne p’have’nu pòste com’a kèdde? Jè ca sĂŹme tĂštte buen’ ashketa’ all’àrje. Ce shcĂšte all’àrje, ‘ngĂ pe nge cĂ te.TARESINEMadònne, fĂŹgghje! Statt’attĂŹnde, angòre havĂŹss’’arecapeta’ nu uĂ !JANNINECe jè spresedĂšte kèss’alde. Ce nge pòte recapeta’?KĂŹdde capĂŹscene.32 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNETARESINEComm’jè? Au SĂŹnneke! PreffĂŹn’au SĂŹnneke havĂŹt’’asci’ a parla’? Ng’è perĂŹcue?FELUCCIOCe pericolòse e pericolòse d’E’ggĂŹtte! Ce nge pòte,mangia’? Allòre, ce st’a fĂ sce ddĂ , u sĂŹnneke? PĂŹnzeca nge tenĂŹme da dĂŹsce n’ànde tramòte de còse. ApprĂŹmenge hònne fĂ tte pĂšre u comĂŹzzje e nge hònnedĂŹtte ca kĂŹsse còse non vĂ len’ asselĂšte pe nĂš, mapĂšre pe vĂš ca sĂŹte giĂ  vĂŹckje, percè ce stĂ me mègghjenĂš, havĂŹt’’a sta’ mègghje pĂšre vĂš.VECCHIOSĂŹ, sènz’au mène. U ha dĂŹtte pĂšre la tèlèvisiòne.COLINEMène, cuss’àlde. Davère xĂŹ hònne dĂŹtte?FELUCCIOIh! E kĂŹsse ca no nge crètene. Le tĂŹmb’hònne cangiĂ te!Mo, jè la pebelazziòne ca kemmĂ nne. U velĂŹtecapi’ o no? Ce stonn’ a vènne kiĂ ckjere, kĂŹdde, allòre?TARESINEVattĂŹnne, va. A tè e a ce te crète.FELUCCIOOh! Quann’jè vère CrĂŹste!COLINECe u crète kiĂš a cĂšdde?TARESINEE ce uè dĂŹsce, allòre, c’ham’’a have’ la penziòna kiĂš jĂ lde?FELUCCIOPĂšre kèdde!ROCCUCCEE, di’, u’attrĂ sse? Nge honn’’a da’ pĂšr’ u attrĂ sse?FELUCCIOPĂšre.JANNINEDave’, Felu’, fĂŹgghje? Ham’’a sta’ kiĂš mègghje? AlALA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 33lòre, pure nĂš nge ham’ ‘a pete’ accatta’ la trèvvisiòne.Nah, si vĂŹste?(Al vecchio) Nu muèrse de gestĂŹzzje sta. Mène, allòre,Felu’, fa sĂšbbete, non demerĂ nne, va, va ‘nzĂŹme all’àldee grĂŹte, grĂŹte fòrte, fĂ tte sendi’.TARESINEVa, fĂŹgghje, va. CrĂŹste te vòle benedĂŹsce.COLINEVa, e po fĂ nge sape’ com’a sciĂšt’ a fernèsce!TARESINEVa sòtte sòtte, t’havĂŹss’’a ‘mbònne.(Feluccio va via)IMPIEGATASu, su, tornate ai vostri posti.(Tutti rientrano. Pausa)ROCCUCCEMmah! Ce velĂŹte da me, ma jĂŹ no nge crèteke a tĂšttecĂšsse bène de DdĂŹ c’havèss’’a kiòve da nu memènd’aualde, com’a pĂ ssu’ e kiacĂšne. Pe mè, daquĂ nne mĂšnne jè mĂšnne, ce sta sòtte hĂ ve sèmmeresciĂšte le bòtte.JANNINEAllòre FèlĂšcce jè besciĂ rde?ROCCUCCENo, non jè besciĂ rde. Jè uagnòne: nge hònne agnĂštela cĂ pe de fessarĂŹ e cĂšdde nge crète. Oh, alla preffĂŹne,na vòlde asselĂšte jĂšne jè uagnòne.COLINEMah! Pot’èsse ca hjĂ  rasciòne tu. Pure jĂŹ, quann’jèvegiòvene, so credĂšte a tòtte cose. M’hònne dĂŹtte:“Va, v’ a la uèrre, c’ha da sta’ kiĂš mègghje quĂ nnevĂŹne…” So sciĂšte, so menĂšte e la cepòdda ‘ngĂšle ustèsse me l’hònne shkaffĂ te.TARESINEM’almène tu si menĂšte! E kĂŹdde poverĂŹdde c’hònn’arremanĂšte?Nah, JannĂŹne, t’arrecĂšrde u marĂŹte de Felomène-la-còrte? Ce n’ha sapĂšte kiĂš nĂšdde!34 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINETu ca dĂŹsce! E u fĂŹgghje de zĂŹ-commĂ re, pĂ sce all’ànemasò addò s’àckje? jind’au fiòre de la gevendĂš,strenguĂ te, axĂŹ, sènza piatĂ .ROCCUCCECĂšdde facève u veccĂŹre, t’arrecĂšrde? ‘mman’a ‘mbĂ LonĂ rde-cĂ pagròsse.COLINESĂŹ, m’ackemenzò ke GeuĂ nne-cĂ pamĂ tte.VECCHIOSi, jève d’uèttĂ ndanòve. Bèrefatte, bèrefatte assĂ .ROCCUCCEDu novĂ nde.VECCHIOTe dĂŹgghe ca jève d’uèttĂ ndanòve!ROCCUCCEE jĂŹ te dĂŹgghe ca jève du novĂ nde. M’havèsse arrekerda’bèlle-bèlle tĂštte le fĂ tte com’a cĂšsse.VECCHIOAllore si pròbbje tefĂ gne! ce te dĂŹgghe ca jève d’ uèttĂ ndanòve,jève du uèttĂ ndanòve e avĂ ste.JANNINEN’hĂ me fatt’ u calannĂ rje. U uèttĂ nde, u cinguĂ nde.Ha muèrte, e stòria mè non jè kiĂš.(Il bambino comincia a strepitare) Madònne! còre demĂ mme! Ce ha stat’a la mĂ mma tò? U vèckje.‘Ndann’adenz’ a la mĂ mme, cudd’jè brĂštte. VĂŹne,vĂŹne. Ce nge si trĂ te? u pĂŹzzeke? Ce uè? Uè la mènne?HjĂ  rasciòne, tène fĂ me la ròse de mĂ mme.(Si porta in primo piano, siede alla panca e s’accinge adallattarlo)Nah! a crèscelle ke tann’amòre! E po, ce ne hjĂ ?(Lo culla)FĂŹgghje mĂŹ,ce si nat’a fa’?Mègghje c’havĂŹss’arremanĂšteaddò stĂŹve.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 35Nah!Mo, giĂ  ha d’ackemenza’a kenda’ le dica t’arremĂ nene da camba’.E po?E po, d’addò si menĂšteDa ddĂ  te n’ha da sci’.Ma, d’addò si menĂšte?Addò stĂŹve?Ah, fĂŹgghje!Si com’a nu kenĂŹgghje (Cantilenato)stĂŹve annaskennĂšte “e mo te ne si assĂšte. “Figghj’aderĂšs’e bèdde “ca lĂšsce com’a na stèdde. “FĂŹgghje bèrefĂ ttec’addĂšre com’au latte.FĂŹgghje, ce delòre,pĂšre pe tè a menĂšte l’òre!SapĂŹsse ce jè pesĂ ndekèssa vita brebbĂ nde!PĂ sse na dĂŹ, fĂŹgghje,l’allĂ sse e non la pĂŹgghje.Vène n’aldĂšn’angòree fĂ sce vèckj’ u còre.Te desperĂŹsce, tĂŹme,t’arrabattĂŹsce e a cĂšddejòsce nge tĂŹne u mĂšssee cra v’a mĂ nge ‘nzĂŹme.PĂ sse la gevendĂšE tu non de n’avvĂŹrte:kèdde non vène kiĂše u fiòre tĂš s’apĂŹrte.A pick’ a pĂŹcke, fĂŹgghjeAckemĂŹnz’a secca’.E ce nge puète fa’?Kèss’jè la vita nòste:36 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEbuongiòrne e bonasèree stĂ me sèmm’a pòste.Du kiĂ nde, na resĂ teE u fiòr’ha spambanĂ te.SapĂŹsse le crestiĂ nec’ha d’ackia’sop’a la vĂŹc’havònn’’a dĂŹsce a tè:“Si fa cosĂŹ e cosĂŹ.E ce uè jèsse drĂŹtteArrĂšbb’ e stĂ tte cĂŹtte!”E ce fĂ sce pe parla’‘mbĂ cce a le segnerĂšdde‘mbrĂŹme te mètten’a poste:“Non accapĂŹsce nudde,tu non zi parlĂ nneca fĂ sce assĂšle dĂ nne.”E ce le mĂŹtt’au lĂ te:“Cudd’jè nu remmĂ te”te dĂŹscene da drète,po, da ‘nĂ nze: “Nu trepète!”Ah! cĂ rna mè arrecuĂ te!FĂŹgghje, ca mo si nĂ te!DĂšrme, ca sta u papĂšnne,fĂŹgghje pecenĂšnne.AkiĂšte tutt’e dĂš l’èckjefĂŹgghie, ca sta u vèckje.DĂšrme, fĂ cce de ròse.Tu si la mègghja còseca CrĂŹste me petève da’.Pe tĂštte cĂšsse bèneme scòrdeke l’àlde pène.La vĂŹte, dopotĂšttenon jè axĂŹ brĂštte.Tutte decĂŹme mĂ lee po, avĂ ste nu garzĂ lepe greda’ a vock’apèrte:“Nand’e muèrse, e havève muèrte!”A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 37VECCHIO (Turbato, mentre la fila si ricompone)Allòre, non hĂ gghje rasciòne jĂŹ, ca ddò hav’’a cangia’‘ngòck’e còse? Osenò, a le pĂŹsce sciĂ m’ a fernèsce!TARESINEA le pĂŹsce, a le pĂŹsce. U sĂŹm’accapesciĂšte ca segnerĂŹnge l’ha cu pèsce. Va, va ‘Ndèrr’a la LĂ nze, sa quĂ nnene hjĂ  de pèsce da le marenĂ re!(Tutti, tranne il Vecchio, ridono sgangheratamente)ROCCUCCEO va au fĂŹgghje de la kemmĂ re e te dĂ  u ciambòtte.(Tutti ridono sgangheratamente)VECCHIOU fĂ tte jè ca ke vĂš non ze pòte parla’. Ce non jè sciògue,jè rise, e d’addò va u vĂŹnde, da ddĂ  va la vĂ rke.JANNINEE ce ham’’a fa’, nge u ham’’a sfela’ da la matĂŹne a lasère? Ce petĂŹme fa’ nĂš poverĂŹdde?VECCHIOE allòre, non ve sĂŹte lamendĂ nne.JANNINEIih! NĂš a lamenda’? Hav’arrevĂ te u debbetĂ te-aucĂ zze.Si tĂ nne nu kjĂŹne-kjĂŹne de lamĂŹnde tu. SĂŹnd’a mè, non de si allargĂ nne tĂ nne de vòcke, te s’havèss’asguarra’.VECCHIOJĂŹ u so dĂŹtte ca vĂš sĂŹte gnorĂ nde.JANNINENah! u gedezziĂšse.TARESINEOoooh! AvĂ ste, stamatĂŹna sĂ nde! Ogn’e pĂŹle addevèndena trĂ ve. AvĂ aaste!(All’impiegata)E segnerĂŹ, sta penziòne st’arrĂŹve? sin’ o nòne? Cest’a vène, ke la cekelatère?TUTTISĂŹ, sĂŹne, nge ham’’a sbrega’?38 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEIMPIEGATAEcco, si, ingomingiamo.JANNINEEhi, nu memènde, ca jĂŹ stoggh’au secònde poste,dòppe de TaresĂŹne. Kemma’, mandĂŹnem’ u pòste!COLINENon de ne ‘ngarecĂ nne, ca nesciĂšne t’u arròbbe.JANNINET’ha d’azzarda’ asselĂšte. E pe mo, tĂŹneme u pecenĂŹnne‘mbrazze, ca j’h’’a assi’ la lebrètte.(DĂ  il bimbo a Coline)IMPIEGATAChi viene prima?TARESINEJĂŹ,jĂŹ, ècke la lebrètta mè, fĂŹgghje.IMPIEGATAFiĂšssamoibos Teresa?(Feluccio attraversa la scena in primo piano tenendo sollevatoun cartello con la scritta: “Fiussanoibos=Permutad’anime il Dio fa”)TARESINESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.TARESINEJ’h’’a fa’ la cròsce?IMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?TARESINENo!IMPIEGATALi vuole in frangobolli?TARESINEE meh!(Fa un cenno di assenso poco convinto)A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 39IMPIEGATAAppresso!JANNINEVènghe jĂŹ, nĂ . (Porge il libretto)IMPIEGATAPolèmos Anna?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello:“Polèmos=Guerra”)JANNINESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.JANNINEJ’h’’a fa’ la cròsce?IMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?JANNINEUèttĂ nda lire? E ce te le pĂ sse, u Govèrne? JòscemĂ nghe cĂšdde te le pĂ sse kiĂš.IMPIEGATALi vuole in bolli?JANNINECom’jè–a-jè.COLINE (Cede il bimbo a Roccucce. Porge il libretto all’impiegata)NĂ , segno’.IMPIEGATAAgalmatĂ  Nicola?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello“AgalmatĂ =Statue”)COLINESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.COLINEJ’h’’a fa’ la cròsce?40 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEIMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta! Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?COLINENo!IMPIEGATAValori?COLINEA ce j’h’’a scrive? Non ze petèsser’have’ do caramèlle,do ciccolĂ te?IMPIEGATAAbbiamo fatto il bar! Solo frangobolli. Appresso!ROCCUCCE(Cedendo il bimbo a Taresine, porge il libretto all’impiegata)Attòck’a mè, segno’. NĂ .IMPIEGATACalènicta Rocco?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello:“Calènicta=Buona notte”)ROCCUCCESĂŹ, so jĂŹ.IMPIEGATAFirmi qua.ROCCUCCEJ’h’’a fa’ la cròsce?IMPIEGATASĂŹ, sĂŹ, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?ROCCUCCESĂŹ, sĂŹ, nĂ .IMPIEGATAUh! Gli spiccioletti! (Squilla il telefono. L’impiegatava a rispondere. Si trattiene qualche minuto, mentrei popolani, in religioso silenzio, controllano il denaro.Affrettandosi, l’impiegata torna, guarda l’orologio eraccoglie le sue carte) Si chiute!A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 41VECCHIOIih! Com’jè? “Si chiute”! E a mè? Eh, segnò! Stògghepure jĂŹ, segno’, addò va?IMPIEGATA(Fa per andar via. Gli altri, sorpresi, guardano verso dilei) Mi dispiace, siamo fuori orario. CosĂŹ la prossimavolta imbarate a fare tanto sghiamazzo.VECCHIOSegno’, non de ne si scènne, jĂŹ asselĂšte so arremanĂšte.Ce nge pĂŹrde?IMPIEGATAMi dispiace, ma non è proprio possibile. Siamoproprio fuori orario e non zono autorizzata a spostareneppure una carta. Si riapre domattina alle9.00. Buon ciorno!VECCHIOIih, Madònne! E mo a megghièreme ce se la sènde?E la spèse, còme la j’h’’a fa’, jòsce, la spèse?TARESINEMène, fĂŹgghje! E ce còse jè? AxĂŹ se trĂ ttene legend’onèste?IMPIEGATASignora, non insisti anche lei. Maledetto a chi miha fatto vingere il congorso.JANNINEMa kiamĂŹnde, cĂšdde poverĂŹdde! Ehi! Da tĂ nn’ uhavĂŹsse giĂ  pagĂ te.COLINEMène, segno’. PĂŹnze ca pĂšre segnerĂŹ tĂŹne na famĂŹgghje.E nu muèrse de kesciènze nge vòle pĂšre!IMPIEGATAMa non posso, non posso. Come ve lo devo dirvelo?E poi, è colpa vostra se abbiamo spregato tantotembo in chiacchiere. Lo volete impararvelo unabuona volta che questa non è una bettola, ma unpubblico uffigio e che io, ecregi signori, sono unPubblico Uffigiale? Le vostre chiacchiere da quattrosoldi andatele a farle altrove.42 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINEGocce ha d’have’! Ha da tene’ pròbbete u còre tèstecom’a nu kiangòne! (Al vecchio) Si vĂŹste ca pegghjĂŹvetĂ nna pĂ rte de kèdde reffiĂ ne? Mo ce ne si havĂšte?Feckètte! Pe jòsce u remègghje s’àckje. CamĂŹne, venĂŹt’amangia’ a cĂ se. Addò mĂ ngene dèsce pòtenemangia’ pĂšre jĂšndece. CrĂŹste hav’’a prevvète.VECCHIOKemma’, j’h’’a veni’ a cĂ ste? Ma j’h’’a perta’ pur’ amegghièreme?JANNINENah! U cerveddĂŹne! Addò hav’’a mangia’? ‘ngap’aumuèle? (Manda improperi all’indirizzo dell’impiegata)Butte de sĂ nghe e de velène ha da sci’, kèdda desgrazziĂ te!HĂ gghje fèt’ a la Madònne c’ha d’ackia’na scondratĂšre e t’ha d’alza’ mòrte! Zòckene! Aah!U so’ ditte. M’u’ha trĂ te da ‘mènz’au stòmeke.TARESINECa senò, petĂŹte veni’ a mangia’ a cĂ se.JANNINEMeh, d’addò jĂŹsse segnerĂŹ, mo? U so ‘mbetĂ t’ apprĂŹmejĂŹ. DĂ mm’ u pecenĂŹnne.(A Taresine) SĂšbbete se ‘mbrezzellèsce, jèdde, pedresĂŹneògne menèstre.TARESINETinatĂŹue cĂ re-cĂ re. Ce u vòle? PezzĂŹngh’a mo, ustèv’ a spara’, mo, bène mĂŹ, còre mĂŹ.ROCCUCCECe jĂ lde uĂ , mo! Nge ham’’a arragĂ  pĂšre pe cuss’àldefĂ tte? VelĂŹte sendi’ ce ve diggh’jĂŹ? MangiĂ me tuttequĂ nne ‘nzĂŹme e non ze ne pĂ rle kiĂš.COLINEMah, la penzĂ te jè bòne.JANNINEJè ‘nĂšdle ca meshkĂ te le cĂ rte. U so ‘mbetĂ te jĂŹ e jĂŹnge j’h’’a da’ a mangia’.(I popolani cercano di convincere Jannine che alla fineacconsente)A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 43VECCHIOSĂŹ, facĂŹme axĂŹ. ApprĂŹme mangiĂ me ‘nzĂŹme, e stasèresciĂ me tĂštte a vede’ la trèvvisiòn’ a cĂ se. Stasère jèvère ca l’appĂŹcceke.COLINE / ROCCUCCEAllòre nu sciĂ m’ a accatta’ u mĂŹre.JANNINENo, no! Non-zegnòre. SĂ cce jĂŹ, po, jĂŹnd’a ce dammeggiĂ nev’a fernèsce u mĂŹre vuèste.COLINE / VECCHIO / ROCCUCCEA nĂš?!JANNINEIih! L’angeuĂŹckje ke le scĂŹdde sfasciĂ te! SĂŹ, a vĂš, kela salĂšte. Vu sciĂ te ‘nĂ nze ca nĂš sciam’ a fa’ la spèsea la kiĂ zze. Kemma’ Taresi’, sciamanĂŹnne. U vi’c’hav’assĂšt’ u sòle! Ah! DĂ zze ca sta ddò, (Al Vecchio)pĂšrtem’ u pecenĂŹnn’ a cĂ se e dĂŹ a megghièretede da’ fuek’ a la caldĂ re ca nu menĂŹme sĂšbbete.Fa’attanziòne, puèrtue bèlle-bèlle, u havĂŹss’’a fa’spadda’.VECCHIOIih, kemma’! A mè? Pròbbet’ a mè st’a da’ u pecenĂŹnne?S’havèss’’a ròmbe!JANNINEMo, pĂšre rĂštte, mo! Va, va, c’arrĂŹve sĂ ne, non deproccĂšpe.VECCHIOMa jè pròbbete fĂŹgghjete, kemma’?JANNINEPercè, ce hav’’a jèsse, fĂŹgghj’au mòneke?VECCHIOU velève dĂŹsce jĂŹ, apprĂŹme! Jè tutt’ u retrĂ tte de lamĂ mme; la stèssa stambatĂšre.TUTTISciamanĂŹnne, cĂšrre.SPETTATOREUn momento!44 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE(Tutti si girano sorpresi verso di lui)TUTTIE cĂšdde ce jè? Ce v’ackiĂ nne? D’addò jèsse cuss’àlde?Ce l’ha staccĂ te?IMPIEGATAE lei chi è?SPETTATORESono uno spettatore, ed è da un pezzo che vi sto osservando.Anzi, ho visto proprio tutto e devo dirviche è disgustoso come anche sulla scena si possanocommettere simili assassinii.IMPIEGATAAssassinii?!TUTTICe ha stat’accĂŹse? Ce ha muèrte?SPETTATORESĂŹ, proprio assassinii. È una farsa questa, no? E alloraperchĂŠ togliere a quel vecchio la sua pensione?Dobbiamo dar ragione a tutti i costi a chi dei cinquead un certo punto dice: “Ce sta sòtte hĂ ve sèmmeresciĂšte le bòtte?” E poi perchĂŠ proprio lui vapunito? Tutt’al piĂš è lei (A Jannine) che dovrebberestare senza pensione. Non dimentichi che è lei laquinta persona della coda.IMPIEGATAMah! Noi abbiamo seguito fedelmente il copione.SPETTATOREE lei non si ribella? Si sente ormai tanto attore daaver perso qualsiasi capacitĂ  critica? E che diamine!Almeno sul palcoscenico, giacchè il corso deglieventi può essere diretto, diamogli un lieto fine o,almeno, tentiamo di far giustizia.IMPIEGATACioè a dire?SPETTATORESuvvia che m’ha capito. Dia a quest’uomo la suapensione. Il testo non perderĂ  nulla, il vecchio sarĂ A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 45contento ed io, come spettatore, ne uscirò soddisfatto.IMPIEGATAE gli altri personaggi? Saranno anche loro pacificati?PerchĂŠ negar loro la possibilitĂ  di riunirsi tuttiintorno ad una tavola? PerchĂŠ, guardi, se il Vecchioavesse avuto la pensione, stia pur certo che a nessunodi loro sarebbe passato per la testa di invitarloa pranzo. E, in fin dei conti, mi pare che sia piĂšimportante che stiano insieme, no?SPETTATOREQuesto lo dice lei. PerchĂŠ non prova a chiedere ilparere dell’interessato?IMPIEGATASe proprio vuole. Allora tu (Al Vecchio) è piĂš importanteper te avere la pensione o pranzare con ituoi amici?VECCHIO (In grande apprensione, fa scivolare lo sguardo daipopolani all’impiegata, allo spettatore. Tutti sembrano inattesa della sua risposta)Mah! De mangia’ ‘nzĂŹme pote sèmme capeta’ n’àndavolde… Ma le terrĂŹse so sèmme le terrĂŹse!SPETTATOREChe le dicevo?IMPIEGATAD’accordo, d’accordo. Vuole che lo paghi? Ebbenelo pago. Tanto è tutto finto qui! Allora, via ragazzi!Si riprende il finale dalla battuta detta in coro.TUTTISĂŹ, sĂŹ, nge ham’’a sbrega’?(Tutto viene ripetuto, essendo questa volta mimato. Ancheil Vecchio partecipa al pagamento)VECCHIOAh! allòre, sĂŹte vĂŹste ca pĂšre jĂŹ so havĂšte la penziòne?Mo me pòzze sci’ a fa’ la spèse pe cĂšnde mĂŹ, e nonvògghje la lemòsene de nesciĂšne. Non la vògghje,non la vògghje, me vòggh’a fa’ la spèse pe cunde mĂŹ.46 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNETUTTIStu kernĂšte! Stu sgrĂ te! Fa’ bèn’a la pĂšrce! Ha dameni’ arrète au remmĂšsse! Ce te crĂŹte c’ha fernĂšteddò? VĂŹne, vĂŹne!*(Mentre qualcun altro sta per ribattere)SPETTATORENo, no! Ora basta. Basta, via. Bene o male il problemaè stato posto. Sono state presentate due soluzioni.Ognuno scelga quella piĂš che gli fa comodo.O magari,ne dia una terza,o una quarta. Per noi lacommedia finisce qui.(Sipario)*V Ehi, maestra! Il sole secca i fichi, il vento apre i portoni… e ilresto lo sai.R Speriamo che spiova, compare, perchĂŠ è scirocco, oggi.C Quando si dĂ  una mossa?T Sempre a mezzogiorno ci dobbiamo ridurre! Su, figlia, fa’ presto!V Il mese prossimo venga lei e provi! Non ci vuole credere chequi, due ore prima delle campane te ne devi venire, per trovartigiusto davanti al piatto… se t’accompagna la mano di Cristo…se è buono con te.T Ehi, comare Annina! Sei arrivata? Credevo che fossi morta, stamattina!Madonna.Tutta bagnata! Quest’altra! Col bambino inbraccio e senz’ombrello! Che c’è? Piove ancora?J No, m’ha pisciato l’uccello! Quest’altra! Cristo s’è aperto la patta,stamattina!T Eh, Madonna! Che ho detto?J Le fesserie che dici sempre vossignoria.T Vieni, vieni qui accanto a me, chè sto piĂš avanti.C E vossignoria dove vuoi andare con la salute?J E a vossignoria chi ti conosce?V Ma guarda quest’altra! Se n’è venuta con i fiori in mano e nessunol’ha invitata!A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 47J Io i fiori ce li ho in mano; tua moglie ce li ha davanti… appassiti.V Ringrazia la Madonna che sei donna… altrimenti…!J Sennò che devi fare? Senti a me, togliti davanti chè fai ombra.C Ehi, vuoi sentire? Donna o no, stattene dietro. Sei arrivata dopoe quello è il posto tuo.R È giusto cosĂŹ.V Per forza. Qui la dobbiamo finire con tutte queste prepotenze.La coda è la coda. Chi arriva dopo si mette dietro. Ho ragione,signora impiegata?…J Insomma, mi vuoi fare passare?R E dalli! Rimesta…J Tu vuoi fare silenzio? Chi ti ha invitato? Stattene all’angolo dicasa tua, altro che venire a fregare i soldi del governo!T Su, fatela passare! Come la state facendo grossa… una madre difigli e la trattate in questo modo? E poi, le devo dire un fatto.R PerchĂŠ? Non glielo puoi dire fuori?C Giustamente.V Appunto per questo, cara comare Teresa! Mi meraviglio di teche sei una bella persona con tanto di cerchi in testa. La dobbiamofinire! E buon Dio, cominciamo a mettere un po’ d’ordine,altrimenti qui, ai pesci ce ne andiamo!…J Tanto che vuoi mettere ordine qui, perchĂŠ non cominci da casatua? E no che tua moglie se lo sta a sventolare da mattina a serasulla porta di casa a farsi i fatti della gente e il prezzemolo checresce! Che cresce!V Allora è con mia moglie che ce l’hai? Allora mi vuoi costringeread andare a dire qualche parola a tua marito? Allora, tu ti vuoimettere nei guai, stamattina?J Che devi andare a dirgli? Ehi! Quando hai da dire qualcosa sulmio conto, prima ti devi pulire la bocca e poi il culo! E ora, hodetto, spostati, chè io mi devo sbrigare, chè io quando esco diqua non devo andarmene alla mescita a farmi mezzo litro o inpiazza a fare carte. Io, quando Cristo comanda, devo andare afare la spesa e poi ho da cucinare e in due ore i santi del paradisosoltanto sanno il terremoto che ho da fare.48 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEV CosĂŹ è soprannominata, quella: comare Terremoto.J Quell’altra polentona, si muove?C Dai, vuoi sentire, compare? Falla passare. Sennò, questa qui,non la finisce piĂš.R Ma sĂŹ, sĂŹ, passa va. Come tutte le altre volte… ma se te ne vienidi nuovo tardi un’altra volta, ti farò vedere io!V Va be’ per santa pace di Cristo, passa, va’. Però, ricorda che nonsi fa cosĂŹ. E buon Dio, un po’ d’ordine ci vuole, sennò, qui, aipesci andiamo a finire!J Daccapo ricominci? E che? Sempre da dietro, ripigli i fatti. Poi,proprio se lo vuoi sapere, non è tanto per me che volevo passaredavanti, ma è stata comare Teresina che mi deve dire un fatto.È lei che m’ha chiamato. E poi, bubburubbĂš, sto pure col bambinoin braccio.V Ha trovato la pezza a colore.R Una volta ha il bambino, un’altra volta la pancia… la borsadella spesa……J Nah! Che sta bestemmiando, quella? Che cerca?C Che so… non siamo teste-di-pezza, siamo senza coscienza…R Com’è, compare, noi siamo rabarbari? Ma che, è impazzita,quella?C ChissĂ ! Cosa gliene importa se noi siamo in coda o no?R O se non sappiamo farla? Sono fatti nostri.J Ascolta me, maestra! Vatti a fare una dormita, ch’è meglio. Pensaa lavorare, chè dobbiamo sbrigarci.V Dai, che ha ragione, quella poverina! Siete una massa di analfabeti.C Senti quest’altr’ospedale, senti. Gli sputano negli occhi e lui silecca la bocca. Allora, ha ragione comare Annina a dire che sei“cavaliere“.T Ma insomma, la finite stamattina benedetta? Che avete mangiato,il culo della gallina? Basta! Io sto crepando! Impiegata, scrivi!Pensa, figlia, che soffro di artrosi cervicale: oggi sono tutta unpezzo di dolore…R Anch’io, questa gamba, con questo tempo……Volevo sapere se non ce li ha pure lei, i dolori.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 49T Stai zitta, controllati. Scrivi, figlia, non badare a quelli, chè orali metto io a posto. Ch’è successo? È proprio stamattina chedovete buttarvi in faccia tutti i difetti? Cammina, Annina, vieniqui, ascolta ciò che ho da dirti. Devi sapere che…J Quanto mi sono stancata! Questo mascalzoncello ti stronca lebraccia! Dai, compare, tienimi tu il bimbo, chè a quello, nonglielo voglio dare! Con certe persone è meglio non avere nientea che farci.C Pure il bambino?V Dalle un po’ di confidenza e quella si prende il dito con tutta lamano.J A te, sai che ho da dirti? Vaffanculo, va!V E sciacquati i denti!J Maestro, hai proprio rotto… e tu, prenditi in braccio il bambino.Quando sei stanco, passalo a compare Roccuccio. E nonfiatare.V Questa è l’Italia! Chi spinge di piĂš passa avanti e chi grida piĂšforte si fa sentire! La dittatura ci vorrebbe di nuovo.R Come la fai grossa!J Bum.T Hanno sparato palle dalla Muraglia.V Le palle di tuo marito!J Maleducato!…Che? “Non vado piĂš avanti?”… per quei quattro soldi puzzolentie fradici che mi devi dare? Fa’ la prova, fa’. ‘Sta disgraziata!Ho papĂ  immobilizzato a letto da quattro anni… e caca episcia e gli devi dare da mangiare. Che ce l’ho per i begli occhidi vossignoria? Vedi di sbrigarti, vedi! Mi hai giĂ  fatto perderemezz’ora… perchĂŠ, se c’era una legge per cui tutte le mammedi figli dovevano essere servite in fretta, tutte queste chiacchierenon succedevano……E chiamalo, chiamalo, sai che paura mi fa il direttore. Guardacome mi fa tremare il direttore a me.T Via, signora! Cos’ è un fatto serio? Quella, comare Annina è fattacosĂŹ. Non sa tenersi niente. Su, figlia, siediti! E tu, la smetti?50 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEV Quella lingua, non se la lega mai nel culo!C Stiamocene zitti. Altrimenti, quella non paga.R SĂŹ, sĂŹ, finiamola. E vossignoria, non facciamo “Nicola ripigliadaccapo e sempre Cristo è Padre mio.” Statti zitto chè campicent’anni.J Cent’anni? Chi se lo deve sopportare cent’anni?V Ma a Milano, a Milano queste cose non succedono.T Ehi, compare! Milano è Milano! Qui è Bari e guardiamoci iquadri nostri.J Che son belli, sono!R Non per sapere i fatti tuoi, ma tanto per regolare i miei: quandomai sei stato a Milano?C L’ha vista in cartolina.V L’ha detto la televisione.J Fammi sapere, con la salute, quando mai hai visto la televisione,vossignoria?V Beh, perchĂŠ? Ce la siamo comprata.J Se la sono comprata? Fammi sapere: chi se la sta piangendo? Ah,il debito, bello grosso-grosso. Come sono belle le cambiali, comare,sul comò, come sopramobile, una sull’altra.V Tu non fregartene, chè sta pagataJ Che mi dici, cuore mio!V SĂŹ, sta pagata. Mio figlio – ascolta, signora impiegata: quel figliomio, non sai? Quello che sta in Germania, impiegata, io ho unfiglio in Deutchland, a lavorare…J Che onore per la casa nostra!V Dunque, come ti raccontavo, signora impiegata, quello, mio figlio,bel-bello, mi ha spedito il denaro in una lettera – mio figlio sa scrivere;quello ha scritto cosĂŹ: “Caro papĂ  e cara mamma…”J Saluti e baci.”V “Caro papĂ  e cara mamma, questi soldi sono per…”J …l’autobus.”T Che maledetta! Statti zitta. Fallo parlare!V “Questi soldi sono per la televisione.” E noi ce la siamo comprata.La televisione. Noi. In contanti. Noi. Uno sull’altro.Noi.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 51J Che bestie! Se la comprano e se lo tengono per loro! Appenavedo quella smorfiosa di tua moglie…V Mia moglie? Poteva mancare?J Stare cosĂŹ port’a porta e non dire nulla… proprio come gli animali.C Che potevi aspettarti da certe persone?R PerchĂŠ, persone son quelle?T Che ci perdeva a dire di andarla a vedere la sera? Ah! Ora mispiego tante cose… queste son le arie che ci diamo da un po’ ditempo a questa parte…J Capito, Teresa? Per questo, la buona donna s’è messa il cappellol’altro giorno.T Com’è? Il cappellino?J Non sai niente? Senti, senti la storia. Io stavo lavando il pavimentodavanti alla mia porta: la vidi passare, tesa–tesa. Volliprenderla un po’ in giro, ma in-no-cen-te-men-te, sorella, inno-cen-te-men-te.T Che maledetta!J Le dissi: “Ehi, dico a te. Dove te ne vai col cappellino in testa?Che c’è? Hai vinto al totocalcio?“T Tu, poi, che imprudente! Troppo chiacchierona!J Che ho detto di male? Senti il resto. Quella poco di buono,prima si guarda intorno, poi posa lo sguardo su me, manco mivedesse per la prima volta, e mi fa – il collo come un tacchino– “Buongiorno, buona donna.” Capito, Teresa?T Maledizione a lei!C Come? “buona donna” a te?R Forse è impazzita.C Ah, era uno scherzo!R SĂŹ, a quella piace giocare!C Quella è un tipo scherzoso.J Aspetta, non è niente ancora! Sent’il resto.C Pure!J Restai secca, gelai, gelai, sorella: un ghiacciolo. Mi potevi capovolgerea test’in giĂš, sarei rimasta rigida. Quando ti dico cheimpietrii, ho detto tutto. Non ci vidi piĂš. Lo sai come sono io:52 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEtrattengo e trattengo, poi, quando mi girano le tavolette, nonguardo piĂš in faccia padroni e sbotto.C È cosĂŹ prudente quella donna!R SĂŹ, sĂŹ: una santa.J Con voi due, poi facciamo i conti, chè io tutte infilate ce le ho!R Nientedimeno! Che deve andarle a comprare, quella lĂŹ?C Che ci vuole a sfilare il rosario? Facciamo i conti e i duchi. Adisposizione.R Per soddisfarvi, signora!J Me le tirò di bocca, Teresa, ed esplosi: “Ehi, la Signora di Tresca,che sono tutte queste arie che ti stai dando? In terrazza seiandata ad abitare?”T Madonna, che brutta bocca!J Sai la zoccola cosa fece? Si voltò di culo e se ne andò dicendo:“In mano a che gentaglia siamo andati a capitare.” Di’ tu, ora,di’!T Brutta lurida!… e non me l’hai detto prima? Aspetta, aspe’.Quando usciamo andiamo insieme a farle un po’ di baccano.J Dobbiamo andarci, cazzo. Te l’ho detto apposta la storia. Lei,mo, quella donnetta da due soldi, dev’essere persona da metteresotto i piedi noi? Cristiani battezzati! Noi. La bella pelle di Bari!Noi.V Venite, venite. Vi aspetto, con banda e tamburi e se non vibasta, ci aggiungo la batteria. Venite.R È arrivato il “jazzband”.C La marsina ce l’hai o dobbiamo portarla noi?T Madonna del Pozzo! Il cappello… la televisione… e che sono?Gli americani?C Beato chi può!V Chè chi non può, si gratta davanti… se ha qualcosa. Se non cel’ha, può grattare quello di chi gli sta accanto.R Vastaso!C Lurido e maleducato. Devi tenere l’anima nera come il carboneper fare certi pensieri.R Sporcaccione!J Te ne vieni, ora?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 53C Ohi! Questo bimbo sta tutto bagnato. Che c’è? S’è pisciato addosso?…R Il pescivendolo farĂ  da grande.J Come? mio figlio ha pisciato?V I figli di quella non pisciano!J Ti pisci vossignoria addosso, non si può pisciare questo passerotto?R Comare, quello ha la prostata.J Fa’ vedere alla mamma tua. Che poi, una creatura è! Se non sela fa ora addosso, quando se la farĂ ? Quando diventa vecchiorimbambito come vossignoria? Su, su, dammelo! Tienimelo tu,compare!V E ha trovato un’altra pezza a colore. Poteva mancarci?J Hai visto come sta bene, eh, comare? Guarda che gambe lunghe.Ad ogni sguardo, sembra essere cresciuto un altro po’.C Sono sicuro che per l’ora in cui ci sbrighiamo, il bambino camminerĂ da solo.T Com’è bello! Che faccia di rosa ha!R È tutto il padre.C SĂŹ, ma le orecchie sono del ramo materno.R Poi devi dirmi come cazzo fai a vedere le orecchie se ha la cuffietta.C Si capisce.R Da cosa?C Da come tiene la testa.R Ma vatti a buttare a mare, va’, e di’ che ci sei caduto. Da cometiene la testa! Sono cose nuove! E che, a coglionarmi?T Mangia, Annina? Mangia?J Non faccio per dire: tutto. Se ti dico tutto! Tutto: fave, ceci,lenticchie. Oggi, mo, per esempio, ha mangiato un bel mistodi pesce. Non faccio per dire, ma i miei figli non hanno vizi.Niente stranezze. Che sono tutte quelle porcherie della farmacia!Tutto, tutto. E guardalo, sangue e latte. È bello, è bello assaiil bambolotto della mamma sua. I figli miei, dalle braccia me listrappano.54 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNER Pesce e tutto.C SĂŹ, glieli strappano! Non ne sappiamo qualcosa, eh, Rocco?R No, ma io sto pensando a quello. Con…V Ancora? Poi sono io il vecchiaccio!J A quello? Chi te lo fa fare? Non hai che arte fare?R … con la televisione, la moglie col cappello, il figlio in Germania…e viene pure a ritirare la pensione!C A fregare la pensione, vuoi dire.R E non gli bastano! Guardatelo come sta attillato e tondo-tondo.C E devi dire che si vuole far credere, facendo la lagna.R GesĂš non lo vuole!J Quelli, fratello mio, son peccati che si piangono.C Sai quanti ce ne sono come questo? PiĂš ne hanno e piĂš ne voglionoavere.R Perciò ci mettono quattro soldi in mano. Se fossimo meno numerosie… piĂš onesti, sai quanto denaro in piĂš avremmo?C Non fanno a tempo a darteli, che sono giĂ  finiti.J Che puoi farci? Non te ne vedi bene alla fine del mese.R Non c’è proprio giustizia a questo mondo.V Quella è l’invidia che vi fa schiattare!J Ma sentilo, sentilo. Vedi tu se uno non l’ammazza un tipo cosĂŹe non lo spiaccica contro un muro come uno scarafaggio. Misento rivoltare solo nel sentirlo parlare. Prendi tu, mo, ti sembragiusto che anche tu devi avere la pensione? Quand’eri giovane,da una mescita sei uscito e in un’altra sei entrato. Non sei maistato persona di tenere tua moglie – maledizioni a lei ovunquesi trovi – contenta e in pace di Dio un solo momento, chè se lele fontane avessero dato vino te le saresti scolate per intero…V Peccati di gioventĂš.J Peccati di gioventĂš? Peccati di gioventĂš? Ed ora devi venirti afregare la pensione? Con quale diritto, disgraziato?V Con lo stesso diritto che hai tu, ladra!J Lo stesso diritto mio? L’avessi tu, il mio diritto, ladruncolo!Quel padre mio se l’è lavorata, giorno per giorno, uno sull’altro:quei soldi sono sudati.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 55C E noi, i fessi, che siamo andati sempre faticando!V Ha parlato il primo sfaticato di Bari. Vallo a raccontare a chinon ti conosce.R Che ne abbiamo avuto? La vita è passata lo stesso, per lui e pernoi. Ed ora, ecco. Ci ritroviamo tutti quanti insieme e per dipiĂš lui ha pure la televisione. È giustizia questa?C Dovevamo saperlo prima! Altro che stare di muso in giĂš. Conla schiena rotta a mettere un mattone accanto all’altro.T Zitti, zitti, che sono questi rumori? Da dove vengono?J Queste son novitĂ ! Da dove possono venire? Da fuori. Aspetta,aspetta, vado a vedere io. Madonna! quant’acqua, ancora.Madonna! Quanti ragazzi. E che? La rivoluzione? Ehi, venite avedere! Vieni, vieni, Teresa!…Toh, com’è? Gli studenti? PerchĂŠ non stanno a scuola?T È uno sciopero, niente capisci?J Hai visto? Una madre sta sicura a casa sua che ha mandato i figlia scuola e quelli se ne stanno a crogiolarsi per strada per unosciopero.R Vale la pena mandare i figli a scuola? Quando sono in etĂ , abottega! Vediamo se lĂŹ possono scioperare!J Che poi, che cazzo è questo sciopero?C Che so! Vorranno qualcosa.J Ehi, guarda, ci sta pure… lo vedi quel ragazzo alto-alto? Quelloè il figlio di Maria-delle-fate, quella che abitava sotto l’arco dellaNeve…R SĂŹ, quello è il piccolo. Che ragazzone è venuto fuori.V Feluccio si chiama, quello.T Quello fa le superiori.J SĂŹ, quello capisce. Chiamamolo e sentiamo cos’è successo. Feluccio!SĂŹ, a te.R Feluccio, vieni qui.J Feluccio, che succede? Dove state andando?F Beh, chè non mi posso intrattenere.T Che ci hai, il fuoco nel culo? Di’ svelto il fatto. Ch’è successo?F Niente. Stiamo andando in prefettura.56 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJ A fare?F Niente. È sciopero a scuola.V SĂŹ, l’ha detto la tv.J Tu stai zitto perchĂŠ con te non voglio parlare.F Allora, volete sentirlo il fatto, sĂŹ o no?Tu. SĂŹ, sĂŹ, nientemeno!F Giacchè i professori non sono ancora arrivati e stiamo a novembre,il laboratorio non l’avremo neppure per l’anno nuovo, poic’è disordine dappertutto, allora, noi vogliamo farlo sapere atutti.J Queste son novitĂ : agli altri, cosa importa?V Sei proprio ignorante. Quelli devono dirlo a tutti che non sipuò andare avanti in questo modo. Ve l’avevo detto io, prima,che qui ai pesci andiamo a finire.J E io te l’ho giĂ  ripetuto: fai silenzio, chè con te non voglio parlarcie averci niente a che spartire. Prima impara l’educazione,screanzato!F Beh, io me ne devo andare.T Aspetta, dove vai?J Che fretta ci ha quest’altro. Ti brucia il culo? Butta il velenosenza tante preghiere.F Che devo dire?J Di’: perchĂŠ state andando in Prefettura?F Niente…R Niente e niente ed è sempre tutto. Mi sta facendo venire il nervosoquesto benedetto ragazzo! Vuoi dire com’è andata la storia?F Niente! LĂ  sta il sindaco, no? Allora noi andiamo, gli diciamoche vogliamo i professori, che devono riparare la scuola e che ildiploma nostro dev’essere tutto cambiato, perchĂŠ noi……PerchĂŠ noi, quando finiamo la scuola, non vogliamo trovarci seduticulo in terra, altro che chiacchiere. Solo perchĂŠ l’ha trovatolei il posto di lavoro, fa presto a parlare. Raccomandata!R Ha ragione il ragazzo: lo sappiamo tutti come ha avuto il postoquella bella persona.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 57C Avrei voluto vedere te se non ti calavi le braghe per avere un postosimile. È che siamo tutti bravi a sputare per aria. Chi sputain aria, in testa gli cade.T Madonna, figlio! Fa’ attenzione, dovesse capitarti un guaio!J Com’è insipida quest’altra! Che gli può succedere? Quelli capiscono!T Com’è? Dal sindaco! Persino col sindaco volete andare a parlare!C’è pericolo?F Che pericoloso e pericoloso d’Egitto! Che può fare, mangiarci?PerchĂŠ starebbe lĂŹ il sindaco? Pensa che abbiamo da dirgli unaltro terremoto di cose. Prima ci hanno fatto pure il comizio eci hanno detto che queste storie non valgono solo per noi, maanche per voi che siete giĂ  vecchi, perchĂŠ se stiamo meglio noi,starete meglio pure voi.V SĂŹ, senz’altro. Pure la tv l’ha detto.C Ma va’, quest’altro. Davvero cosĂŹ hanno detto?F E questi che non ci credono! I tempi sono cambiati. Ora è ilpopolo che comanda. Lo volete capire, o no? Che stanno a venderechiacchiere, quelli, allora?T Vattene, va’. A te e a chi ti crede.F Quant’è vero Cristo!C Chi ci crede piĂš a quello?T Che vuoi dire, allora, che dobbiamo avere la pensione piĂš alta?F Pure quella!R E di’, gli arretrati? Ci daranno pure gli arretrati?F Pure.J Davvero, Feluccio? Staremo meglio? Allora, pure noi ci potremocomprare la televisione? Ecco, hai visto? Un po’ di giustiziac’è. Su, sbrigati, allora, non indugiare, va’, va’ insieme agli altrie grida, grida forte, fatti sentire.T Va’, figlio, va’. Cristo voglia benedirti.C Va’ e poi facci sapere com’è andata a finire.T Riparati sotto i balconi, ti dovessi bagnare.…R Bah, che volete da me, ma io non ci credo a tutto questo ben diDio che dovrebbe piovere da un momento all’altro come uva58 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEpassa e fichi. Per me, da che mondo è mondo, chi sta sotto hasempre subito le botte.J Allora, Feluccio è bugiardo?R No, non è bugiardo. È ragazzo: gli hanno riempito la testa difesserie e lui ci crede. Oh, che alla fin fine, si è giovani solo unavolta!C Bah! Può essere che tu abbia ragione. Pure io, da giovane hocreduto a tutto. Mi hanno detto: “Vai, vai in guerra chè staraimeglio al ritorno…” Sono andato, sono tornato e la cipolla nelculo lo stesso me l’hanno schiaffata.T Ma almeno tu sei tornato! E quei poveretti che ci sono rimasti?Toh, Annina, ti ricordi il marito di Filomena-la-corta? Chi neha saputo piĂš nulla?J Tu che dici! E il figlio di zia-comare, pace all’anima sua dove sitrova… nel fiore della gioventĂš, stroncato, cosĂŹ, senza pietĂ .R Quello era macellaio, ti ricordi? Con compare Leonardo-testagrossa.C SĂŹ, ma comiciò con Giovanni-testamatta.V SĂŹ, era dell’ottantanove. Bello, bello assai.R Del novanta.V Ti dico che era dell’ottantanove.R E io ti dico che era del novanta. Potessi ricordarmi tutto benecome questo.V Allora sei proprio tufo! Se ti dico che era dell’ottantanove, eradell’ottantanove e basta.J Abbiamo fatto il calendario. L’ottanta, il cinquanta… È mortoe storia finita. Madonna, cuore di mamma sua! Che c’è, ci sta ilvecchio? Non badarci, quello è brutto. Vieni, vieni! Che gli haitirato, un pizzicotto? Che vuoi? La tetta? Hai ragione, ha famela rosa di mamma! toh, a crescerli con tanto amore e poi, che nehai?Figlio mio/che sei nato a fare?/meglio se fossi rimasto/dovestavi./Vedi?/Ora giĂ  devi cominciare/a contare i giorni/che tirimangono da vivere./E poi? /E poi, da dove sei venuto/di lĂ te ne devi tornare./Ma da dove sei venuto?/Dove stavi?/Ah, figlio!/Sei come un coniglio/te ne stavi nascosto/e poi sei uscito./Figlio odoroso e bello/che riluci come una stella./Figlio bello/che odori come il latte./Figlio, che dolore/pure per te è giuntal’ora!/Sapessi com’e pesante/questa vita birbante!/Passa un giorALA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 59no, figlio,/lo lasci e non lo cogli./Ne viene un altro ancora/e s’èinvecchiato il cuore./Ti disperi, temi/ti arrabatti e a quello/oggigli tieni il broncio/e domani vai a mangiarci assieme./Passa lagioventĂš/e tu non te ne accorgi:/quella non torna piĂš/e il fioretuo s’è aperto./A poco a poco, figlio/cominci a seccare./Che cosaci puoi fare?/Questa è la nostra vita: buongiorno e buonasera/esiamo sempre a posto./Due pianti, una risata/e il fiore è giĂ  sfiorito./Sapessi quanta gente/troverai sulla tua via/che ti dirĂ :/“Sifa cosĂŹ e cosĂŹ./E se vuoi fare il dritto/ruba e statti zitto.”/Se faiper ribellarti/con i signorotti/ti metton presto a posto:/“Tu noncapisci niente,/tu non parlare/chè solo danno fai.”/Se li mettial lato/“Quello è immondizia“/ti dicono alle spalle,/poi, davanti:“Un tripode!“/Ah, carne mia nascosta/figlio, che mo seinato!/Dormi, c’è l’uomo nero,/figlio piccolino./Chiudi ambogli occhi,/figlio, chè sta il vecchio./Dormi, faccia di rosa!/Tusei la miglior cosa/che Cristo mi poteva dare./Per tutto questobene/mi scordo le altre pene./La vita, dopotutto/ non è cosĂŹbrutta./Tutti ne parliamo male/e poi basta uno schiaffone/pergridare a perdifiato:/“Per un pelo non son morto!“V Allora, non ho ragione io che qui, qualcosa deve cambiare? Altrimenti,ai pesci andiamo a finire.T Ai pesci, ai pesci. L’abbiamo capito che vossignoria ce l’ha colpesce. Va’, va’ all’Approdo-delle-Barche, sai quanto pesce avraidai marinai.R O vai dal figlio della comare e ti dĂ  il misto pesce.V Il fatto è che con voi non si può parlare. Se non è gioco è riso eda dove va il vento, di lĂ  va la barca.J Che dobbiamo fare? Piangere da mattina a sera? Che possiamofare, noi poveretti?V Allora, non vi lamentate!J Noi lamentarci? È arrivato il deputato del cazzo. Sei tanto unopieno di lamenti tu, Stammi a sentire: non t’allargare troppo, tisi dovesse squarciare la bocca.V L’ho detto io che voi siete ignoranti.J Ecco, il giudizioso.T Basta, stamattina santa! Ogni pelo diventa una trave. Basta!Vossignoria, arriva questa pensione, sĂŹ o no? Sta venendo con latradotta?Tu. SĂŹ, sĂŹ, ci dobbiamo sbrigare?60 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE…J Ehi, un momento, io sto al secondo posto, dopo Teresa. Comare,tienimi il posto.C Non darti pensiero! Nessuno te lo ruba.J Devi solo azzardarti. E, per adesso, tienimi il bimbo, perchĂŠ iodevo tirar fuori il libretto.…T Io, io! ecco il mio libretto. SĂŹ, sono io. Devo fare la croce?…J Ottanta lire? E chi te li passa, il governo? Oggi, neppure quellote li passa piĂš.Come sono, sono.…C A chi devo scrivere? Non si potrebbero avere due caramelle, duecioccolatini?…R Tocca a me.…V Com’è, si chiude? E a me? Ehi, signora, sto pure io, signora.Dove vai? Signora, non te ne andare, solo io sono rimasto. Checi perdi? Madonna, e ora chi se la sente mia moglie? Comeposso fare la spesa, oggi?T Su, figlia! Che storia è questa? Questo è il modo di trattare lagente onesta?…J Ma guarda quel poveretto! Da allora lo avresti giĂ  pagato.C Su, signora! Pensa che pure tu hai una famiglia. Un po’ di coscienzaci vuole!…J Maledizione a te. Devi avere il cuore duro come un sasso! Haivisto, che prendevi parte di quella ruffiana? Che ne hai avuto?Un cazzo! Per oggi il rimedio si trova. Cammina, venite amangiare a casa. Dove mangiano dieci possono mangiare ancheundici. Cristo deve provvedere.V Coma’, devo venire a casa tua? Ma devo portare pure mia moglie?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 61J Il cervellone! Dove deve andare a mangiare, al molo? Butta sanguee veleno, disgraziata. Abbi fede nella Madonna che farai unincidente e ti alzerai morta! Zoccola! L’ho detto. Me l’ha tiratodal centro dello stomaco.T Altrimenti, potete venire a pranzo a casa.J Da dove te n’esci, vossignoria? L’ho invitato io per prima. Prezzemoloin ogni minestra. Dammi il bambino.T Tienilo caro-caro. Chi lo vuole? Sino ad ora lo sparava, ora,bene mio, cuore mio.R Che altro, mo! Dobbiamo litigare anche per questo? Volete sentireche ho da dirvi? Mangiamo tutti assieme e non se ne parlapiĂš.C La pensata è buona.J È inutile che mischiate le carte. Io l’ho invitato e io gli devodare da mangiare.V SĂŹ, facciamo cosĂŹ. Prima mangiamo tutti assieme e stasera andiamotutti a casa a guardare la tv. Stasera è vero che l’accendo.C/R Allora noi andiamo a comprare il vino.J No, no, nossignore. So io, poi, in che damigiana va a finire ilvostro vino.C/R/V A noi?J Gli angioletti con le alucce spezzate. SĂŹ, a voi, con la salute. Voiandate avanti, chè noi andiamo al mercato a fare la spesa. ComareTeresa, andiamo. Vedi ch’è uscito il sole. Ah! Giacchè staiqui, portami il bambino a casa… di’ a tua moglie di accendereil fuoco, chè noi arriviamo subito. Fa’ attenzione, portalo concura, dovessi farlo spallare.V Coma’, dici a me? Proprio a me stai dando il bambino? Dovesserompersi!J Anche rotto, ora! Va’, va’, chè arriva sano, non ti preoccupare.V Ma è proprio tuo figlio, comare?J PerchĂŠ a chi dev’essere figlio, al monaco?V Lo volevo dire io, prima. È il ritratto della mamma! lo stessostampo!Tu. Andiamo, svelti.…62 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEQuello chi è?/Che cerca?/Da dove esce quest’altro?/Chi l’hastaccata?…Chi è stato ucciso?/Chi è morto?…V Bah! Di pranzare tutti assieme, può sempre succedere una volta…ma i soldi sono sempre i soldi!…Tu. SĂŹ, sĂŹ, ci dobbiamo sbrigare?V Allora, avete visto che anch’io ho avuto la pensione? Ora possoandare a farmi la spesa per conto mio e non voglio l’elemosinadi nessuno. Non la voglio, non la voglio! Vado a farmi la spesaper conto mio.Tu. ‘Sto cornuto!/Questo ingrato./Fa’ bene ai porci!/verrai di nuovoall’oremus!/Che credi che sia finita qui? Vieni, vieni!IL DIALETTO PERCHÉ 63Il dialetto perchĂŠCINQUE QUADRI(con un prologo e un epilogo)200064 IL DIALETTO PERCHÉAVVERTENZAI materiali raccolti in questa sezione provengono da spettacolidiversi.Le due favole (La Confessione del Lupo e Due Gatti) eranocontenute nel Tempo Introduttivo di Fiabe e Canti popolarieseguito prima della rappresentazione di A la Pòste.Richiami, Sfottò, Proverbi (Dialogo tra Vecchi) ed Epilogocostituivano l’ossatura di un’imponente messinscena – LaFèste de SĂ nda Necòle (sette quadri intorno a un’idea di G.Solfato, 1974) – montata su una congerie di composizionitradizionali e autoriali (è il caso della mia I vecchi, qui inclusa).Le indagini furono condotte da tutti i componentide i Baresi, il gruppo di ricerca e spettacolo che avevamofondato a Bari nel 1971.La ripartizione intitolata Suoni del Dialetto proviene, infine,da una precedente conversazione-spettacolo allestitaper il Teatro Officina di Milano nel 1981 (Del Teatro diDialetto a Bari).Tutti questi elementi, dunque, furono utilizzati, nel 2000,in un laboratorio teatrale, denominato Il Dialetto PerchĂŠ,gestito con un gruppo di ragazzi del Liceo Scientifico“Scacchi” di Bari e uno di iscritti all’UniversitĂ  della TerzaEtĂ .L’allestimento finale si avvalse della partecipazione di MarisaEugeni.IL DIALETTO PERCHÉ 65PrologoRICHIAMI1 Au fĂŹrre ve’2 O-lio-liò3 Jamm’au rĂŹzze, jamm’au rĂŹzze4 JĂŠ viv’u nĂšste, jĂŠ murt’u vĂšste.5 La ver’ali’ a la cĂ lge: assabrĂ tele.6 Limo’, gelati.7 UĂŠh, la scopa!8 Monniii-zza.**1 Ferri vecchi; 2 Olio; 3 Andiamo a ricci di mare; 4 È vivo il nostro,è morto il vostro (detto del pesce); 5 La vera oliva in calce: assaggiatela;6 Gelati di limone; 7 Scope; 8 Immondizia (quando ancora laraccolta era fatta porta a porta).I QUADROLA CONFESSIONE DEL LUPONARRATOREJĂŠve na brĂštta vold’e jĂŠve nu lĂšpe: veckiarĂŹdde,brutt’accòm’u dèbbete, skegnĂ te sènza dĂŹnde,scianghemĂ te ca non valĂŠve mĂ nghe nu ternès’akiamendĂ ue ‘mbĂ cce. Na di de vĂŹrne, cĂšsse lĂšpese facĂŹ nu penzĂŹre: “Meh, pĂšre pe mĂŠ hav’arrevĂ tel’òre de stènne le pĂŹte. Mo me vògghje kembessa’,xi stoggh’a pòste quĂ nne CrĂŹste vòle: cĂšdde frĂŹshkee jĂŹ m’àckje prònde.”Xi penzò, xi facĂŹ. PertĂŹmbe, la di-a dòppe s’alzò. Cepetèven’jèsse? le trĂŠ? le trĂŠ mĂ nghe nu quĂ rte…POPOLANIMeh, va ‘nĂ nze!66 IL DIALETTO PERCHÉNARRATOREOh, non me si dĂ nne fòdde. JĂŹ so nu crestiĂ ne precĂŹse,e allo’?POPOLANIVa ‘nanze, so dĂŹtte.NARRATORE‘Nzomme jĂŠve fra le trĂŠ mĂ nghe nu quĂ rte è le tré…POPOLANIE rĂšzzue.NARRATORE… allorchè si mĂŹse in cammĂŹno. S’auandò u bastònee dĂ nghe-da-dĂ nghe ackemenzò a sali’ la mendĂ gne.SalĂŹ u prĂŹme cĂŹrkje, e salĂŹ u secònde e salì…POPOLANIPercĂŠ pròbbje sop’a la mendĂ gne?NARRATOREDdĂ  javetĂ v’u remĂŹte, no? cĂšdde jĂŠ com’a nu prèvete,no? e le remĂŹte ce pòtene javeta’ abbĂ sce?I POPOLANOAbbĂ sce a cĂ se jĂ vete jĂšne ca se mètte RomĂŹto.II POPOLANOU cerviddĂŹne! Eremita. Jè nu sĂ nde crestiĂ ne ca sene sta sĂšle-sĂšle com’au cetròne.NARRATORECamĂŹn’e camĂŹne e u remĂŹte non ze vedĂŠve mĂ nghecu canockiĂ le. U lĂšpe ackemenzò a sfela’ nu resĂ rjede mĂšrte e stramĂšrte du remĂŹte. “TĂ nde, fazz’atĂŹmbe,” penzò, “po m’j’ h’’a kembessa’.”A la preffĂŹne, canesciĂ nne-canesciĂ nne, cu sobraffiĂ te,u còre ca nge assĂŠve da ‘nganne, strascenĂ nnela lèngue, arrevò. Accòme mettĂŹ pĂŠte ‘nanz’au screfĂšttedu remĂŹte, sènz’ackiamenda’ ce jĂŠve sĂšbbete ono, cĂšdde sòrte de vastasĂŹdde kemenzò a leccua’ ketande de vock’ apèrte: RemĂŹto, remĂŹto, remĂŹto!POPOLANISènza dugazziòne! malacĂ rne! a fĂ nge pegghia’ nagòcce a cĂšdde crestiĂ ne.IL DIALETTO PERCHÉ 67NARRATOREMo la si dĂ te ‘ngape. U remĂŹte stĂŠv’angòr’a grefua’,c’havĂŠve pegghiĂ t’u sènne de cĂ pe sòtte. A sendĂŹrsekiama’ a kèdda manĂŠre, zembò da sop’au kescĂŹne egredò: “San CrispĂŹno vèrgine è mĂ rtire, chi è, ha ‘rivĂ tal’òra mĂŹa? A propòsite, ce jòre jĂŠ?” appecciò lalĂšsce e vedĂŹ ca jèvene le cĂŹnghe mĂ nghe nu quarte,Ă nze no, lè cĂŹngue mĂŠno sèdici.I POPOLANOPagĂ ve pure la bollètte de la lĂšsce a la fĂŹne dumèse?NARRATOREVa bu’, appecciò la cannĂŠle. Te sĂŹnde kiĂš mègghie,mo? S’alzò e aprĂŹ la pòrte.POPOLANIU me’, com’ jĂŠv’ u remĂŹte?NARRATOREBèll’ assĂ . Na fĂ cce de ròse, le capĂŹdde biĂ nghe-biĂ nghe,l’òckiere ciolèste-ciolèste, la varve longa-longa:Bè-re-fĂ -tte. Accòme vedĂŹ u lĂšpe, shcandò. SĂ ndeFrangĂŹske! E che vorrĂ  mĂ i costĂši da me? Ma, dĂ zzeca jĂŠve nu remĂŹte, se facĂŹ u sĂŠgne de la cròsce, s’arrekemannòl’ànem’a CrĂŹste, cu tremuĂŹzze ‘nguèdd’ena cacĂ zze ca pe pĂŹcke non ze facĂŹ sòtte, la dendĂŹreca nge sbattĂŠve da tòtte vĂ nne…POPOLANICe peccĂ te cĂšdde bèlle crestiĂ ne! MatĂŹna-matĂŹnecudde sorte de mo’-de-sanghe!NARRATORE… u salutò: buòngiòrno, ‘mba lĂšpe! sĂŹa lodĂ to GèsuCristo… e sèmbre sĂŹa lodĂ to… quĂ le buòn sandovi manda a quèsta via? “Ce kitt’è mĂšrte va cacĂ nn’u cĂ zze?” sbettò cĂšdde scrianzĂ te, “so menĂšte pezzĂŹngh’addò pe mĂŹa volondĂ ria kesciènze, dazze cam’j’h’’a kembessa’.”U remĂŹte repegghiò kelòre. U facĂŹ trasĂŹ, u facĂŹ assĂŹt’a n’ànghètte, nge facĂŹ na bèlla tĂ zze de café…68 IL DIALETTO PERCHÉI POPOLANOCu cornètte cĂ lde.NARRATORE… nge dètte nu bèlle beckĂŹre d’àcque, e po decĂŹ:“Meh, kemenzĂ me.”Mo pĂ sse n’òre, mo pĂ ssene do jòre, mo pĂ ssene trèjòre e u lĂšpe non la fernĂŠve kiĂš de kembessĂ sse.Semb’axĂŹ: quĂ nne jĂšn’ackemènz’a sfela’ peccĂ te,nge pĂŹgghje gĂšste. Ne tenĂŠve d’agnĂŹdd’é de pegherĂŹddesop’a la kesciènze! Ce velĂŹte? A vvĂŹ de kenda’tanda pèghere, u remĂŹte se ne stĂŠv’a sci’ arrĂŠt’ ausènne, non fòsse ca u lĂšpe nge gredĂ ve: “Me st’asĂŹnde? me st’a sĂŹnde?” U remĂŹte shcandĂ ve d’òckieree cĂšdde ‘nvame, fra nu “me st’a sĂŹnde” e u Ă ldescettò n’èckje daffòre, ca ‘ndĂ nde s’havĂŠve fĂ tte di,e ce te vète?POPOLANICe te vète?NARRATOREAgnĂŹdd’è pegherĂŹdde tutt’attĂšrne. Ce bĂŠne de DdĂŹ.La vocke nge facĂŹ shketĂšre-shketĂšre, e se veldĂ ve,e s’ aggerĂ ve. “’Nzomme, ‘mba lupe,” nge decĂŹ uremĂŹte, “ce tĂŹne u fuĂŠke ‘ngule? ce cazze t’ha pegghiĂ te?”A stu pĂšnde de la stòrie, u lĂšpe, kiamendò ‘mbacceu remĂŹte e nge respennĂŹ com’au senètte: “QuĂ nnela vènde sta vacĂ nde,/non ze sòne e non ze cĂ nde;/quĂ nne la vènde sta kiĂŠn’e bòne, /tĂ nne se cĂ nde etĂ nne se sòne.”**Narr. C’era una volta un lupo: vecchio, brutto come il debito, sdentato,sciancato da non valere neppure un centesimo a guardarlo.Un giorno d’inverno, questo lupo pensò: “La mia ora s’avvicina.Mi voglio confessare, cosĂŹ sono a posto quando Dio michiama: lui fischia e io son pronto.”IL DIALETTO PERCHÉ 69CosĂŹ pensò, cosĂŹ fece. Il giorno dopo s’alzò di buon’ora: le tre,le tre meno un quarto…Pop. Su, va’ avanti!Narr. Non mi dare premura. Io sono un tipo preciso, va bene?Pop. Va’ avanti, ti dico.Narr. Insomma, si era tra le tre meno un quarto e le tre…Pop. E rimesta!Narr. … allorchĂŠ si mise in cammino. Afferrò un bastone, a faticacominciò a risalire la montagna. SalĂŹ il primo cerchio, salĂŹ ilsecondo e salì…Pop. PerchĂŠ proprio sulla montagna?Narr. LĂ  abitava l’eremita, no? Quello è come un prete, no? Glieremiti che possono abitare, giĂš?I pop. GiĂš a casa mia abita uno che si chiama Romito.II pop. Intelligentone! Eremita. È un sant’uomo che se ne sta da solocome un citrullo.Narr. Cammina e cammina e dell’eremita neppure l’ombra. Il lupocominciò a sfilare un rosario di bestemmie. Tanto, devo confessarmi!pensò. Infine, con la lingua penzoloni, l’affanno, ilcuore in gola, arrivò. Appena mise piede davanti al ricoverodell’eremita, senza badare al’orario, quel gran cafone, prese aurlare: “Eremita, eremita!”Pop. Scostumato, delinquente! Quel buon uomo poteva restarcisecco!Narr. Ora hai detto bene!L’eremita dormiva della grossa. Al sentirsi chiamare a gran voce,saltò su e gridò: “San Crispino, vergine e martire, è giunta lamia ora? A proposito, che ora è?” Accese la luce e vide che eranole cinque meno un quarto, anzi, no, le cinque meno sedici.I pop. Pagava pure la bolletta dell’elettricitĂ  a fine mese?Narr. Va bene, accese la candela. Ti senti meglio, ora?Pop. Maestro, com’era l’eremita?Narr. Bello assai: faccia di rosa, capelli bianchi-bianchi, occhi celesti,barba lunghissima. Bel-lo! Al vedere il lupo si spaventò.“San Francesco! Che vorrĂ  mai, costui, da me?” Ma, giacchè eraun eremita, si segnò, si raccomandò l’anima a Dio, tremante eimpaurito con i denti che gli sbattevano…70 IL DIALETTO PERCHÉPop. Che peccato, quel buon uomo. Un bell’accidenti di primamattina!Narr. … lo salutò: “Buongiorno, compare lupo, sia lodato GesĂšCristo… e sempre sia lodato… quale buon santo vi mandasu questa strada?” “Che stracazzo vai dicendo?”, sbottò quelloscreanzato, “sono venuto di mia volontĂ  per confessarmi.”L’eremita riprese colore. Lo fece entrare, lo fece sedere, gli feceuna bella tazza di caffè…I pop. Col cornetto caldo.Narr. … gli diede un bel bicchiere d’acqua, e poi disse: “Su, cominciamo.”Passa un’ora, passano due ore, passano tre ore e il lupo non lafiniva piĂš di confessarsi. Sempre cosĂŹ quando si comincia la sfilzadei peccati! si piglia gusto! Ne aveva di agnelli e di pecorellesulla coscienza!Che volete? A forza di contare tante pecore. L’eremita stava perriaddormentarsi! Se non fosse che il lupo gli gridava: “Mi ascolti?mi ascolti?” L’eremita sbarrava gli occhi, mentre quell’infame,tra un “mi ascolti?“ e l’altro andava guardando fuori, chèintanto s’era fatto giorno: e che ti vede?Pop. Che ti vede?Narr. Agnelli e pecorelle tutt’intorno. Che ben di Dio! Gli vennel’acquolina in bocca, prese a girarsi e a rigirarsi. “Insomma,compare lupo!” gli disse l’eremita, “che ti brucia, il culo? Chet’è preso?” A questo punto della storia, il lupo guardò in faccial’eremita e gli rispose con lo stornello: “Quando la pancia stavacante,/non si suona e non si canta;/quando la pancia è pienae buona,/allora si canta e allora si suona.”II QUADROSUONI DEL DIALETTO1 NĂ  na, NinĂŹ, nĂ  nènè a nonò.1BIS Tieni, tieni, piccolina! prendi la caramella da nonnatua.1 NĂ  nĂ , ninĂŹ, nĂ  nènè a nonò.2 DidĂŹ, di’ a datta’, d’addò ha da sci’: da ddò o da ddĂ ?IL DIALETTO PERCHÉ 712BIS Dino, di’ a tuo padre, da che parte devi andare: diqua o di lĂ ?2 DidĂŹ, di’ a datta’, d’ addò ha da sci’, da ddò o daddĂ ?3 JĂŹnd’a le dĂŹnde, jĂŹnd’a le dĂŹnde.3BIS Nei denti, nei denti.3 JĂŹnd’a le dĂŹnde, jĂŹnd’a le dĂŹnde.4 ‘DenĂ nn’ da ‘ndèrre.4BIS Raccogliendo da terra.4 ‘DenĂ nn’ da ‘ndèrre.5 Peppi’, pipĂŹ o puppĂš a papĂ ?5BIS Peppino, di’ a papĂ  tuo: devi fare pipĂŹ o cacca?5 Peppi’, pipĂŹ o puppĂš a papĂ ?6 P’appeccia’.6BIS Per accendere.6 P’appeccia’.7 Kiami’, kemma’ Kiari’ c’ ham’’a ackia’ la kiĂ .7BIS Bada, comare Chiarina che dobbiamo trovare lachiave.7 Kiami’, kemma’ Kiari’, c’ham’’a ackia’ la kiĂ .8 Cami’, kemma’ Kiari’, kiami’.8BIS Vieni, Comare Chiara, guarda.8 Cami’, kemma’ Kiari’, kiami’.9 Ja’, ji’ nu sĂŹckje d’a’.9BIS Anna, riempi un secchio d’acqua.9 Ja’, ji’ nu sĂŹckje d’a’.10 Ke ce nge l’ha?10BIS Con chi ce l’hai?10 Ke ce nge l’ha?72 IL DIALETTO PERCHÉ11 AuĂ nd’u acĂŹdde sop’au Ă ru’e u accĂŹde sop’au Ă skere.11BIS Prende l’uccello sull’albero e l’ammazza in terrazza.11 AuĂ nd’u acĂŹdde sop’au Ă ru’e u accĂŹde sop’au Ă skere.12 (V)uĂŠ l’auĂŹ? L’auĂŹ (v)uĂŠ12BIS Vuoi le olive? le olive vuoi?12 (V)uĂŠ l’auĂŹ? L’auĂŹ (v)uĂŠ?13 Vògghj’ u ghia’.13BIS Voglio il ghiaccio.13 Vògghj’ u ghia’.14 ‘Ndrapequa’.14BIS Incespicare.14 ‘Ndrapequa’.15 ‘Ndrapequò, ‘ndrĂ ma longhe.15BIS Incespicò, la spilungona.15 ‘Ndrapequò, ‘ndrĂ ma longhe.16 A l’andrasĂ tte ‘ndrapequò, ‘ndrĂ ma lònghe.16BIS All’improvviso incespicò, la spilungona.16 A l’andrasĂ tte ‘ndrapequò, ‘ndrĂ ma lònghe.17 Ce me sfĂšsce jòsce!17BIS Se mi sfugge oggi!17 Ce me sfĂšsce jòsce!18 Jòsce nesciĂšn’ ha pesciĂ te.18BIS Oggi nessuno ha fatto pipĂŹ.18 Jòsce nesciĂšn’ha pesciĂ te.19 FĂšsce pe sci’ au sciĂ le.19BIS Corre per andare allo scialo.19 FĂšsce pe sci’ au sciĂ le.20 Crescènze s’ackièsce la kesciènze.IL DIALETTO PERCHÉ 7320BIS Crescenza s’acquieta la coscienza.20 Crescènze s’ackièsce la kesciènze.21 Addo j’ h’’a sci’? J’h’’a sci’ scettĂ nne mertĂŹscene?21BIS Dove vuoi che vada? A far mostra della mia stanchezza?21 Addò j’h’’a scĂŹ? J’h’’a sci’ scettĂ nne mertĂŹscene?22 SĂŹte scĂŹme ce non sciĂ te.22BIS Siete stupidi se non andate.22 SĂŹte scĂŹme ce non sciĂ te.23 SciatavĂŹnne, sciòsceue!23BIS Andate via, donne disordinate!23 SciatavĂŹnne, sciòsceue!III QUADROSFOTTÒ1 VetĂšcce VetĂšcceFasce la varv’ au ciĂšcce.2 Tu si’ MariĂšcceJĂ lde quann’a na cartĂšcceCort’è mal cavĂ teDrett’a fa’ frettĂ te.3 PèppĂŹne-fa-la pĂŹsce:QuĂ tte sòlde di pipĂŹsce.4 JĂ nna-JĂ nne!FĂŹckete sott’a la capĂ nneE ce la capĂ nne kiòveFĂŹckete sott’e non de mòve.5 Coli’ cocòTène la zit’ jĂŹnd’au comò;74 IL DIALETTO PERCHÉLa ten’a Bare VèckjeE ColĂŹn’ha fatte vèckje.6 Uèh, FilomĂŠne,QuĂ le vĂŹnde mĂŠne?AmmĂŠne lu levĂ nde,FilomĂŠne de tutte quĂ nde7 Niccoli’-NiccolòSi cacò li pandalo’E la mĂ mme glièli stisciòNicolò sporcaccio’.8 Tarèse, TarèseTĂštte la nòtteU tèn’appèse.9 ‘Mba MekèleTĂštte còse tèneLa kèdde ca nge ammĂ ngheLa tèn’appèse ‘nande.10 U nòme de VastiĂ neSquĂ gghje ‘mmockeAqquĂ nn’u kiĂ me.11 Le fèmmene so com’a le melĂšne:Ogn’è cĂŹinde ne jĂ ckje jĂšne.12 Save’: ce fète!13 JĂŹ so bèllee tu si brĂštte,la mĂŹa fĂ ccepiĂ sce a tĂštte,piĂ sce a mĂ mmeca m’ha fĂ ttee non a tĂŠfĂ cce de gĂ tte.IL DIALETTO PERCHÉ 7514 TĂŹne la fĂ ccia bèlleCom’al cĂšlo dĂŠlla padèlle.15 E com’a tua sorèlle.16 A: me tène da caca’.E: il priso non g’è.I: lo vedo lĂŹ.O: sta sott’au comò.U: non ne pòzzeke kiĂš!Tommaso! Porta il vaso!Oronzo! Porta lo stronzo!Marta! Porta la carta!Arturo! Puliscim’il culo!17 Ce ha fĂ tte u pèbbete d’òreDrĂŠt’a la pòrte du signòre?ce se n’avvèrte la segnĂšre‘nge hav’’a dĂ  nu cĂ lge ‘ngĂšlee nge hav’’a brescia’ u–cĂš-le.*18 La cambĂ ne de VetrĂŹtteiĂŠ longh’è drĂŹtte.La cambĂ ne de Vetòndejè longh’è tònne.CĂ pe de pĂŹppe-pip-pa.19 Palètte palètte, signora kemmĂ reTènghe na figghje ca sĂ pe scequa’.SĂ pe scequa’ a li vindiquĂ tteUne, due tre e quatte.QuĂ tt’e cĂŹnghe la frishkitèlleJĂŹsse tu ca si la kiĂš bèlle.*20 Mi chiĂ mo Lola,so’ la spagnòla.Per imbarĂ re l’italiĂ no76 IL DIALETTO PERCHÉVad’a scuòla.E la mammĂŹnaè dèlla Cina.Cina Cina coccodèFertĂšn’a mmèè corn’a tè.** **** Trattasi di tocchi tra bambini; per affinitĂ  di contenuto, sonostati inseriti in questa sezione.** È in veritĂ  un gioco cantilenato che due bimbe eseguivano ponendosil’una di fronte all’altra e seguendo un preciso rituale dimovenze con incrocio di braccia e mani.***1 Vituccio, Vituccio fa la barba all’asino. 2 Tu sei Mariuccia, altaquanto una cartuccia, corta e mal cavata, capace solo di fare frittate.3 Peppino-fa-la-pipĂŹ: quattro soldi di pipĂŹ. 4 Anna, Anna! Ficcatisotto la capanna: se nella capanna piove, ficcati sotto e non ti muover.5 Niccolino-cocò ha la fidanzata nel comò; ce l’ha a Bari Vecchiae Niccolino è diventato vecchio. 6 Ohi, Filomena! che ventotira? Tira da levante e Filomena va con tutti. 7 Niccolino-Niccolò siè cacato nei pantaloni; la mamma glieli pulĂŹ, Niccolò sporcaccione.8 Teresa, Teresa, tutta la notte ce l’ha appeso. 9 Compare Micheleha tutto; quello che gli manca ce l’ha appeso davanti. 10 Il nome diBastiano si squaglia in bocca quando lo chiami. 11 Le donne sonocome i meloni: ogni cento ne trovi una buona. 12 Saverio: quantopuzza! 13 Io son bella e tu sei brutto, la mia faccia piace a tutti; piacea mamma che mi ha fatto e non a te, faccia di gatto. 14 Hai la facciabella come il fondo della padella. 15 E come tua sorella. 16 … 17 Chiha fatto la scorreggia d’oro dietro la porta del signore? Se lo pizzicala signora, gli darĂ  un calcio in culo e glielo brucerĂ . 18 Il campaniledi Bitritto è lungo e diritto. Il campanile di Bitonto è lungoe tondo. Testa di pi-pip-pa. 19 Paletta, paletta, signora comare/houna figlia che sa giocare/sa giocare ai ventiquattro /uno, due, tre equattro./Quattro e cinque la fischietta/esci tu che sei la piĂš bella.20 Mi chiamo Lola,/sono spagnola./Per imparare l’italiano/vado ascuola./La mia mamma e della Cina./Cina-Cina, coccodè,/fortunaa me/e corna a te.IL DIALETTO PERCHÉ 77IV QUADRODUE GATTINARRATOREJĂŠve na vòlde e jèvene du gĂ tte. Jèvene frĂ te ma nonjèvene minzevènde. Però tenèven’u stèsse penzĂŹree s’assemegghiĂ vene com’a do gòcce d’àcque. Prèsèmbje:tutt’e dĂš tenèvene sèmbe u shcam’a le stendĂŹnee ‘nzòmme, s’ havèssere mangiĂ te nu vòve ketòtte le còrne. Va bu’?Na bèlla di ca se ne scèvene strĂ ta-strĂ te sèmbe cu stèssepenzĂŹre d’ackia’ ngokk’e còse p’ackièsce u stòmeke,camĂŹne tu ca camĂŹnghe jĂŹ, a l’andrasĂ tte nge arrevòn’addòre de fremmĂ gge ashcuĂ nde. Arreveldòrened’òckiere e la vòcke nge facĂŹ shketĂšre-shketĂšre.AcquĂ nne capescèrene da ddò venève cĂšdde sprefĂšme,arremanèrene felmenĂ te. JĂŠve na pèzze de fremmĂ ggeca na fèmmen’ havĂŠve lassĂ te sop’a n’accònea svendescia’. JĂŹnd’a nĂšdde s’ackiòrene ke la ròtede fremmĂ gge ‘nguèdde, a fesci’ a la vi de fòre. ArrevĂ teca fĂšrene ‘mènz’a nu lĂŠke s’affermòrene pespĂ rt’ u fremmĂ gge.POPOLANIE vĂŹssero felĂŹci e condènde.NARRATORESeh, da mo? Ca mo vĂŠn’u mègghie. JĂ bbre l’èckje esfĂšlgete le rèckje.U frĂ te grĂ nne, ca jĂŠve kiĂš cerviddĂŹne…I POPOLANOMo si dĂŹtte ca jèven’ èuĂ le!NARRATOREU frĂ te grĂ nne jĂŠve kiĂš cerviddĂŹne, va bu’? DecĂŹ:“FĂ zze jĂŹ le razziĂšne.” Auandò u kertĂŹdd’ e tagghiò.DĂ zze ca “ce spĂ rte, hiĂ ve la mègghia pĂ rte”, còmedecèvene l’andĂŹke, a jĂŹdde nge attequò la razziònekiĂš gròsse; au pecenĂšnne, la kèdda kiĂš pecenònne.U gattĂšdde pecenĂšnne se ‘ngazzò.78 IL DIALETTO PERCHÉPOPOLANIGiustamènde.NARRATOREE comm’jè? asselĂšte percè jĂŠv’u granne s’havĂŠv’’afreca’u stèzze kiĂš grèsse? “È mĂ nghe ca si fèsse!” ngedecĂŹ, “me sta’a pĂŹgghje pe cĂšle? JĂŹ t’allèveke d’aumĂšnne, ca t’allèveke! So fadegĂ te de kiĂš e m’ha dapĂšre freca’?” “Ehi, gneffi’! ce uè cĂšsse, pigghiatĂŹue.Ce nò, arrĂ ngete. MannĂ gghj’au ‘mbĂŹrne lĂ dre! jĂŹso u grĂ nne, non d’u si skerdĂ nne.”‘Nzòmme: ce si tu ca ce so jĂŹ, sènza tra’ a la lòngala-lònghe, stèven’ a ‘reva’ a le mĂ ne.POPOLANICe shkĂŹfe! Du frĂ te.NARRATOREDu frĂ te, ‘gnorsĂŹ. Du frĂ te. Però, giĂšste ca u sĂ nghenon fĂ sce ma jĂ cque, pe non arreva’ a fetèsce,facèrene nu buĂŠne penzĂŹre.POPOLANIMeh, mĂŠno-mĂ le.NARRATORE“FrĂ te,” decĂŹ u grĂ nne, “sa ce sta de nòve? U prĂŹmecrestiĂ ne ca pĂ sse, u affermĂ m’ e nge addemannĂ mede spĂ rte la ròte de fremmĂ gge. AxĂŹ asselĂšte petĂŹmesta’ secĂšre ca non nge arragĂ me.”“Va bu’,” decĂŹ u pecenĂšnne, “la penzĂ te jè bòne.”XĂŹ decèrene, xĂŹ facèrene. Pròbbete tĂ nne s’ackiò apassa’ da kĂŹdde vĂ nne na sĂŹgne.I POPOLANOVĂŠn’a jèsse?II POPOLANOLa sĂŹgne: la scĂŹmmia. Ham’’a parla’ affòrze jĂŹnd’austrĂŹtte? Com’jè ca non acapĂŹsce?III POPOLANONon acapĂŹsce però pĂŹsce.NARRATOREVa bu’, trĂ me ‘nĂ nze. Au vede’ ca facèrene de laIL DIALETTO PERCHÉ 79sĂŹgne, le gĂ tte l’affermòrene. Nge sbiegòrene bèllebèll’u fĂ tte e congludèrene: “’Nzòmme, la me’, tuha da fa’ la GestĂŹzzje.” AxĂŹ decènne, nge mettèrene‘mmĂ ne le do razziĂšne de fremmĂ gge.“È havĂŹt’’a fa’ accòme me kemmĂ nn’u penzĂŹre mĂŹ?”“Ca ci? nge velèsse, mo! Te sĂŹme kiamĂ t’appòste.”“Va bu’.” Allòre, la sĂŹgne se mettĂŹ l’ackiĂ le, assĂŹ lavelĂ nze…POPOLANIGiustamènde, le sĂŹgne se ne vònne regerènne ke levelĂ nze.NARRATORE… e arrecuò le do stòzzere sop’a le piĂ tte. AccòmevedĂŹ ca la velĂ nze pennĂŠve da na vĂ nne, auandòcĂšdde stèzz’ e nge trò nu bèlle muèzzeke. GnettĂŹ epesò arrĂŠte. Mo, la velĂ nze, pennĂŠve da l’alda vĂ nne.Sènza penzamènde, la sĂŹgne trò nu muèzzek’ acuss’àlde stèzze. ‘Nzòmme: nu muèzzeke ddò, numuèzzeke ddĂ , kèdda sòrte de sĂŹgne – dĂ zze ca jĂŠvela GestĂŹzzje – se stĂŠv’ a renza’ tĂštt’u fremmĂ gge.TĂ nne c’ havèven’arremanĂšte do shcĂ rde.POPOLANIVatt’a fĂŹde de la gestĂŹzzje.NARRATORENon ve dĂŹgghe e non ve còndeke le du gattĂšdde.“Sta brĂštte-ce-non-mĂ le, sta ‘mbrascetòna ‘mbĂ me!”sbettò u grĂ nne, “ce te sĂŹme kiamĂ t’a fa’, pefatt’alleva’ le kiĂŠke a spĂŠse nòste?”Au pecenĂšnne, ca jĂŠve kiĂš cĂ pa cĂ lde, nge arrevòsĂšbbet’u sangh’ a l’òckiere. S’ammenò ‘mbĂ cce ala sĂŹgne, la ciambesciò totta quanne, po l’auandòpe reckje ke la ‘ndezziòne de fĂ nge nu pagliatòn’ al’ùse, nu salenĂŹzze ca se ne hjĂŠv’’a vede’ bĂŠne. FertĂšnepe jèdde, kemmenazziòna kiĂ veke, pròbbetetĂ nne s’ackiò a passa’ da ddĂ , na keckevĂ sce.I POPOLANOCi jĂ lde jĂŠ kèsse, mo?80 IL DIALETTO PERCHÉII POPOLANOU sĂ cce jĂŹ, u sĂ cce jĂŹ: u malacĂŹdde.I POPOLANOAh sĂŹ, mo sĂŹ ca so capesciĂšte. Cix cĂ zze vèn’a jèss’ umalacĂŹdde?NARRATORESciĂ t’a le scòle, ce sciĂ t’a fa’? ‘MbarĂ tev’a parla’,cĂ pe de ciòccere!La keckevĂ sce, ca jè pur’u malacĂŹdde, jĂŠ la civècca.L’uccèllo dèlla sapiènza, dĂŹscene le mègghje crestiane,le gènde ke le cĂŹrkje ‘ngĂ pe. U acĂŹdde du malaugĂšrje,dĂŹscene le malalèngue. Va bu’?Accòme vedĂŹ la mĂ la parĂ te, addemannò assĂštteassĂštte:”Ehi, ragĂ zo! ke ha ‘ndrivvinĂšto?”Le du gĂ tte sènza tĂ nde prigamĂŹnde, scettòren’uprĂŹse. “U fĂ tte jĂŠ axĂŹ e axĂŹ.”Accòme fernèrene, la keckevĂ sce demannò: “SiĂŠtovòi ca siĂŠto chiamĂ to la sĂŹgna?”POPOLANISĂŹ.NARRATORE“SiĂŠto vòi ca siĂŠto dètt’ alla signòra SĂŹgne di fĂ re laGestĂŹzzia?”POPOLANISĂŹ.NARRATORE“SiĂŠto vòi ca siĂŠt’accettĂ to le condizziòni?”POPOLANISĂŹ.NARRATORE“È allòre ce cĂ zze sciĂ t’ackiĂ nne? V’ havĂŹt’’a sta’.”POPOLANICĂšsse jĂŠ nu trajĂŹne!NARRATORE“U trajĂŹne m’u sĂŹte fĂ tte vĂš a mĂŠ,” allecuò la sĂŹgne c’havĂŠve repegghiĂ te fiĂ te, “e mo v’u mètteke ‘ngul’atutt’e dĂš, e u rèste du fremmĂ gge m’u frèkeke jĂŹ.”IL DIALETTO PERCHÉ 81Skiavecò kèdda vòcke de fĂšrne ca tenĂŠv’ e u fremmĂ ggeskembarĂŹ.POPOLANICe peccĂ te kidd’e du gattĂšdde.NARRATOREPeccĂ te hav’’a jèsse. PĂšte sta’ secĂšre ca la lezziònenge avastò jĂšn’e bòne.Val’a dĂŹsce ca ke la GestĂŹzzie jĂŠ mègghj’a non have’nudd’a ce nge fa’.Stòria mè non jĂŠ kiù…POPOLANI… mal’a l’ald’e bĂŠn’a nĂš.NARRATOREA cĂšdde ca u ha dĂŹtte /Nu piatte de kembĂŹtte;/acĂšdde ca u ha sendĂšte,/nu piatte de sĂšrgh’arrestĂšte.I POPOLANOSop’ a la cemenère /Stonne do pegnĂ te:/tu, quĂ levuè?II POPOLANOKèdda ròtte.I POPOLANOVatt’a fa’ fòtte.NARRATOREKèdda sĂ ne.POPOLANIMĂ ngete la mèrde du cĂ ne.**Narr. C’era una volta ed erano due gatti. Erano fratelli ma non eranogemelli. Però avevano gli stessi pensieri e si somigliavano comedue gocce d’acqua. Per esempio: avevano sempre una fame datorcere le budella e, in breve, si sarebbero fatti fuori un bue contutte le corna. Va bene?Un bel giorno che andavano a spasso sempre con lo stesso pensierodi trovare qualcosa per acquietare lo stomaco, dopo grancamminare, all’improvviso sentirono odore di formaggio piccan82IL DIALETTO PERCHÉte. Rivoltarono d’occhi e la bocca gli venne schiuma-schiuma.Quando capirono da dove proveniva quel profumo, restaronofulminati. Si trattava di una ruota di formaggio che una donnaaveva lasciato ad asciugare su un angolo del balcone. In un niente,si ritrovarono con la ruota di formaggio in spalla, in fuga versola campagna. Giuntivi, si fermarono per dividere il formaggio.Pop. E vissero felici e contenti.Narr. Di giĂ ? Ora viene il meglio! Apri bene gli occhi e sturati leorecchie.Il fratello grande, che era il piĂš intelligente…I Pop. Hai appena detto che erano uguali!Narr. Il maggiore era piĂš intelligente, va bene? Disse: “Divido io.”Prese il coltello e tagliò. Giacchè “a chi divide va il pezzo migliore”,cosĂŹ come dicevano gli antichi, a lui toccò la razione piĂšgrande, mentre al minore andò la piĂš piccola. Il piĂš giovanes’incazzò.Pop. Giustamente.Narr. Com’è? Solo perchĂŠ lui era il maggiore si doveva fregare ilpezzo piĂš grosso? “E manco che sei scemo?” gli disse, “Mi staiprendendo in giro? Io ti tolgo dalla faccia della terra, che ti tolgo!Ho sfaticato piĂš di te ed ora devi pure fregarmi?”“Ehi, bello, se vuoi questo, prendilo, sennò arrangiati. Mannaggial’inferno ladro! Io sono il grande, non te lo scordare!“Insomma: chi sei e chi sono io, senza tirarla per le lunghe, i duestavano per arrivare alle mani.Pop. Che schifo! Due fratelli.Narr. Due fratelli. Sissignore, due fratelli.Però, giusto perchĂŠ il sangue non diventa mai acqua, per nonarrivare del tutto a schifio, i due fecero una bella pensata.Pop. Beh, meno male!Narr. “Fratello,” disse il maggiore, “sai che c’è di nuovo? Fermiamoil primo che passa e chiediamogli di dividere il formaggio. SolocosĂŹ possiamo star sicuri che non litighiamo.”“Va bene,” disse il minore, “la trovata è buona“.CosĂŹ dissero e cosĂŹ fecero. Proprio allora si trovò a passare daquelle parti la “signe“.I Pop. Cioè?II Pop. “La signe”! Dobbiamo sempre parlare pulito? La scimmia.Com’è che non capisci?IL DIALETTO PERCHÉ 83III Pop. Non capisce, però piscia.Narr. Va bene, tiriamo avanti. Allorchè videro la scimmia, i gattil’apostrofarono. Le spiegarono ben bene la storia e conclusero:“Insomma, Maestra, devi interpretare la Giustizia.” CosĂŹ dicendo,le misero in mano i due pezzi di formaggio.“E farete come sta meglio a me?““Certamente! Ci mancherebbe altro. Noi ti abbiamo chiamato!““Va bene.” La scimmia inforcò gli occhiali, tirò fuori la bilancia…Pop. Giustamente! Le scimmie vanno in giro con le bilance.Narr. … sistemò i due pezzi sopra piatti. Appena si rese conto chela bilancia pendeva da una parte, afferrò quel pezzo e gli tirò unbel morso. Ingoiò e pesò di nuovo. Adesso la bilancia pendevadalla parte opposta. Senza pensarci su, la scimmia tirò un morsoa quest’altro pezzo.In breve: un morso qui ed uno lĂŹ, quella gran scimmiona – acausa del fatto che lei era la Giustizia – stava per farsi fuori tuttoil formaggio. Erano rimaste due schegge.Pop. Vatti a fidare della giustizia!Narr. Non sto a dirvi i due gattucci!“Questa schifosa infame!” sbottò il maggiore, “ti avremmochiamato per farti togliere le pieghe?“Al minore, che era una testa calda, gli venne subito il sangue agliocchi. Si slanciò contro la scimmia, la graffiò tutta, l’agguantòper le orecchie con l’intenzione di farle un pagliatone, una rivoltatada farle veder le stelle. Fortuna per lei, per fatale combinazione,proprio allora si trovò a passare una “keckevĂ sce“.I Pop. Chi altri è questa, ora?II Pop. Lo so io, lo so io! “u malacĂŹdde“.I Pop. Ah sĂŹ! Ora sĂŹ che ho capito! Chi cazzo viene ad essere “umalacĂŹdde“?Narr. E andate a scuola? Che ci andate a fare? Imparate a parlare,ciuchi!“La keckevĂ sce“, che è “u malacĂŹdde“, è la civetta. L’uccellodella sapienza dicono le persone migliori, quelle con i cerchi intesta; l’uccello del malaugurio, dicono le malelingue, va bene?Appena si rese conto del misfatto chiese asciutta-asciutta: “Ehi,ragazzo! che ha successo?”I due gatti, senza farsi pregare, vuotarono il vaso: “Il fatto è cosĂŹe cosĂŹ.”Appena finirono, la civetta chese: “Sieto voi che sieto chiamatola scimmia?”84 IL DIALETTO PERCHÉPop. SĂŹ.Narr. “Sieto voi che siete detto alla signora Scimmia di fare la Giustizia?”Pop. SĂŹ.Narr. “Sieto voi che sieto accettato le condizioni?”Pop. SĂŹ.Narr. “E allora che cazzo andate cercando? Ve la dovete tenere.”Pop. Questo è un tradimento!Narr. “Il tradimento l’avete fatto voi a me,” gridò la scimmia chenel frattempo aveva ripreso fiato, “e adesso ve lo metto in quelposto a tutti e due, e mi freco il resto del formaggio.”Spalancò la sua bocca di forno e il formaggio scomparve.Pop. Che peccato quei due gattini!Narr. Peccato, dev’essere! Puoi star sicuro che la lezione bastò loroper tutta la vita.Vale a dire che con la giustizia è meglio non aver niente a che fare.Storia mia non è più…Pop. … male agli altri e bene a noi.Narr. A quello che l’ha detto /un piatto di confetti:/a quello che haascoltato/un piatto di topi arrosto.I Pop. Sulla ciminiera ci stanno due pignatte/una rotta ed una sana./Tu quale vuoi? La rotta o la sana?II Pop. La rotta.I Pop. Vatti a far fottere!Narr. La sana.Pop. Mangiati la merda del cane.V QUADROPROVERBI(Dialogo tra Vecchi)1 ScennĂ re, lass’u vòmer’e pĂŹgghje la mannĂ re.2 Non ze fil’e non ze tèsse: le terrĂŹse d’addò jèssene?3 TĂštte ca fĂ scene vede’ le rĂŹcke PelĂšne.IL DIALETTO PERCHÉ 854 La bĂ nne de RecletĂšnne: “Maje’, ce ham’’a fa’?” “Lastèsse”.5 GĂ tta ci còve.6 BuĂŠne da for’e mequate da jĂŹnde.1 Pe la SĂ nda Cannelòre, o nèvek’o kiòve, au vĂŹrne sĂŹmefòre. Ce jĂŠ sol’o solecĂŹdde, sĂŹme semb’a mĂŹnze vĂŹrne.2 Se mèttene rashk’e bĂšll’a tĂštte vĂ nne.3 SĂŹm’arrevĂ t’addò havèmm’’ a sci’.4 Non zĂ pene ca quĂ nn’u diĂ ue t’accarèzze, l’àneme sevòle pegghia’.5 LĂ sse fa’ a DdĂŹ.6 Ce hĂ v’’a assi’?1 A SĂ nde ValendĂŹne, premmavĂŠr’ jĂŠ vecĂŹne.2 KiĂš stam’ e kiĂš ‘n GalĂ bbrje sciĂ me!3 CĂ mera-cĂ mere, ‘ngallarĂŹ.4 CarnevĂ le kjĂŹne de dògghie: ajĂŹre macarĂšn’ e jòsce fògghje.5 Non ze fĂŹden’ a cĂ rrescia’ mĂ nghe l’ Ă cqu’a le muèrte.6 Ciòccere ke ciòccere se la grĂ ttene.1 SĂ nde VastiĂ ne ke le viòle ‘mmĂ ne.2 Vòlene meri’ e non vòlene stènne le pĂŹte.3 La malèrve non mòre ma.4 TĂštte lĂŹnd’e pĂŹnde.5 SĂ ngh’e lĂ tte.6 TĂštte bèrefĂ tte: SĂ nde LĂške l’ha pettiĂ te.1 AprĂŹle fĂ sce u fiòre, e MĂ sce hjĂ v’u anòre.2 CĂ mben’a la scĂšse de CrĂŹste.3 Tutt’jè sciòggu’e rĂŹse.4 KiĂ ckier’e pallĂšne vĂ lene nu sòlde l’ùne.5 E ca se mèttene l’àcque d’addòr’e u cunz’-e-rĂšsse, fètenesèmbe de cozz’affetesciĂšte da la cap’a le pĂŹte.6 Fètene de cĂ ne muèrte.86 IL DIALETTO PERCHÉ1 MĂ sce, spĂšgghiet’adĂ sce.2 U pòdece, jĂŹnd’a la farĂŹne se crĂŠte mellenĂ re.3 Le segnĂšre ke l’ògne spaccĂ te.4 JĂšn’ jè tèndu’ e l’ Ă ld’ jè callĂ re.5 Nge ammĂ nghene sèmbe digiannòve sòlde pe fa’ nalĂŹre.6 Non mòre ce l’ accòste ca nĂ sce ce le strĂšsce.1 SĂ nde CatĂ lde, lĂŠv’ u frĂŹdd’ e mètt’ u cĂ lde.2 Còme la votte, axĂŹ u mĂŹre.3 P’have’ u post’au MenegĂŹbbje fĂ scene cĂ rte fĂ lze.4 FĂ scene vut’a SĂ nde CannĂŹte, parènde de SĂ nde Mangiòne.5 Sand’Andònje fĂ sce trĂŹdece grĂ zzje; SĂ nde Mangiònene fĂ sce quattòdece.6 FertĂšn’ e cĂ zze ‘ngĂšle, viĂ t’a ce l’hĂ ve.1 QuĂ nn’ammatĂšre la fĂŹke, dĂŹsce au melòne: “Vatt’ a‘mbĂŹke.”2 Ce jĂ rte pòzze fa’ ca non fĂ sce stanga’?3 Le dĂŹbbete nge arrĂŹven’a la cĂŹme de le capĂŹdde.4 PezzĂŹnd’ e vezziĂšse.5 MĂ ngene grĂ zzje de DdĂŹ e cĂ ghene sajĂŹtte.6 Jèreme frĂ te quĂ nne mangiĂ mm’a la cĂ se de tĂ te; sciĂšteda la cĂ se de tĂ te, ni kiĂš sòre ni kiĂš frĂ te.1 De SĂ nda MekĂŠle, l’uv’ jĂŠ com’au mĂŠle.2 JĂŠ jĂ cque ca non jègne pĂšzze.3 Da latr’a latrĂšne.4 E la gaddĂŹne ‘mbar’a le preccĂŹne.5 Le lĂ tre de PĂŹse: la di s’arragĂ ven’e la nòtte scèvene arebba’ ‘nzĂŹme.6 MangiĂ me, mangiĂ me, kembĂ gne, k’a SalĂŹrne facĂŹmele cĂšnde.1 A tĂštte le SĂ nde, mĂŹttete le uĂ nde (m’arricomĂ nne).2 Ròbbe fatt’a fĂšrte, dĂšre tĂŹmbe cĂšrte.IL DIALETTO PERCHÉ 873 E au mègghje ca non t’u crĂŹte, t’arrĂŹve na mazzĂ te depeta ‘mbrònde.4 VĂŠne la sĂŹgn’ e se fĂ sce patròne de la vĂŹgne.5 A mĂŠ a mĂŠ e fa’ ce uĂŠ.6 Ce va p’have’ grĂ zzje, hjĂ  gestĂŹzzje.1 De SĂ nda VĂ rve statt’attĂšrrn’au fuĂŠk’e uĂ rde.2 PĂ tre, tutt’u munn’jĂŠ lĂ tre.3 Cu solde tĂšnne-tĂšnne, va ‘ngul’a tutt’u mĂšnne.4 U muzzenĂ re fum’u beckĂŹne.5 MarĂŹte vòlda-giackètt’ e megghiĂŠre vòlda-pannĂŠre.6 OgnĂšne cerk’u sĂš.2 U scarpĂ re va ke le scĂ rpe ròtte.3 Ce zĂ ppe bev’a l’àcqu’ e ce non zĂ ppe bĂŠv’au mĂŹre.4 U acĂŹdde pĂŹsce u lĂŹtte, e u cĂšle hjĂ ve mazzĂ te.5 PĂšre le pĂšdece fĂ scene la tòsse.6 U mĂšnne de jòsce jĂŠ nu munn’a l’ammèrse.1 A SĂ nda Leci’ accrèsce la nott’e ammĂ nghe la di (nupĂ sse de gaddĂŹn’a la dĂŹ).2 U gĂšste de la TranĂŠse fu de sci’ a pescia’ ‘mbĂ cce a lamĂ zze de la scòpe.3 Mo se fĂ sce axĂŹ: dòppe mangia’, vĂŹn’a mangia’ ke mĂŠ.4 U sĂ zzje non cret’au desciĂšne.5 A mangia’ kĂŹsse prĂšne jĂ cre, amarèsce la vòkke, e azzĂ gghjele dĂŹnde.6 SĂŹm’arremanĂšte sĂšle, com’a l’àneme du Pregatòrje.I VecchiE nĂš hĂ me fĂ tte vĂŹckje.Non denĂŹme kiĂš vĂŹnd’ànne.U sòle sop’a mĂ reA pĂŹcke- a pĂŹcke se v’alzĂ nneTòtte le lambĂ reSe vònn’ astetĂ nne.88 IL DIALETTO PERCHÉMa nĂš hame fĂ tte vickje.U pĂšrte jè derembètte.Tòtta la dĂŹa scòrreAssedĂšte sop’au vanghètte.Le tĂŹmb’honne cangiate.Ma qual’jè la vĂŹa drètte?E mo hĂ me fĂ tte vĂŹckjeU arlògge bĂ tte l’òre.PerdĂšte jè la memòrjeNge fĂ sce mal’u còre.Le fĂŹgghje ‘ngann’a mĂ reVonn’a fa’ u ammòre. **1 Gennaio: lascia il vomere e prendi la mannaia. 2 Non si fila enon si tesse: da dove vengono i soldi? 3 Tutti che fanno mostra diessere ricchi Epuloni. 4 La banda di Locorotondo: Maestro cosaeseguiamo? La stessa musica! 5 Gatta ci cova! 6 Buoni all’apparenza,marci dentro.1 Per la Santa Candelora, se nevica o piove, siamo fuori dell’inverno.Se è sole o solicchio, siamo sempre a metĂ  inverno. 2 Si mettonodebiti da tutte le parti. 3 Siamo giunti dove dovevamo arrivare.4 Non sanno che quando il diavolo t’accarezza è l’anima che ti vuoleprendere. 5 Lascia fare a Dio! 6 Cosa può riuscirne di buono?1 A San Valentino, primavera è vicina. 2 PiĂš avanti andiamo, piĂš cispingiamo in Calabria. 3 Di camera in camera, in galleria! 4 Carnevalepieno di doglie: ieri maccheroni e oggi foglie. 5 Non ce la fannoneppure a trascinare l’acqua ai morti. 6 Tra asini se la grattano!1 San Sebastiano con le viole in mano. 2 Vogliono morire e non voglionostendere i piedi. 3 La gramigna non muore mai. 4 Tutti lindie pinti. 5 Sangue e latte. 6 Tutti ben fatti! San Luca li ha dipinti.1 Aprile fa germogliare e a Maggio vanno tutti gli onori. 2 Campanoalla bell’e meglio. 3 Tutto è gioco e ridere. 4 Chiacchiere epalloni valgono un soldo l’uno. 5 E che si mettono acqua di tolettae rossetto, puzzano sempre di cozze andate a male, dalla testa aipiedi! 6 Puzzano di cane morto.IL DIALETTO PERCHÉ 891 Maggio: spogliati adagio. 2 La pulce, nella farina, si sente milionaria.3 Le signore con le unghie spaccate. 4 Una è nerofumo, l’altracaldaia. 5 Gli mancano sempre diciannove soldi per fare una lira.6 Non fa a tempo a morire chi ha accumulato che giĂ  è nato chispende e spande.1 San Cataldo toglie il freddo e mette il caldo. 2 Come è la botte,cosĂŹ è il vino. 3 Per avere un posto in Municipio fanno carte false.4 Fanno voti a San Cannito, parente di San Mangione. 5 Sant’Antoniofa tredici grazie; San Mangione ne fa quattordici. 6 Fortuna ecazzi in culo: beato chi li ha!1 Quando matura, il fico dice al melone: Vatti a impiccare! 2 Chelavoro posso fare che non mi faccia stancare? 3 I debiti gli arrivanosino alla cima dei capelli. 4 Pezzenti e viziosi! 5 Mangiano grazia diDio e cacano saette. 6 Eravamo fratelli quando mangiavamo allatavola di papĂ ; andati via dalla casa di papĂ , non siamo piĂš nĂŠ sorellenĂŠ fratelli.1 A San Michele, l’uva è come il miele. 2 E pioggia che non riempiepozzi. 3 Da ladri a ladroni. 4 E la gallina insegna ai pulcini. 5 I ladridi Pisa: di giorno litigavano e la notte andavano insieme a rubare. 6Mangiamo, mangiamo, compagni! A Salerno facciamo i conti!1 A Ognissanti mettiti i guanti! (mi raccomando). 2 La roba rubatadura poco. 3 Quando meno te l’aspetti, ti arriva una mazzata dipietra in fronte. 4 Viene la scimmia e si fa padrona della vigna. 5A me a me e tu fai quello che vuoi. 6 Se vai per avere grazia, haigiustizia.1 A Santa Barbara, resta davanti al fuoco e guarda. 2 Padre, tutto ilmondo è ladro. 3 Col soldo tondo-tondo vai in culo a tutto il mondo.4 Il raccoglicicche fuma col bocchino. 5 Mariti voltagiacchettee mogli voltagabbana. 6 Ognuno bada solo al proprio interesse.2 Il calzolaio va con le scarpe rotte. 3 Chi zappa beve acqua e chinon zappa beve vino. 4 L’uccello bagna il letto e il culo le prende.5 Anche le pulci tossiscono. 6 Il mondo di oggi è un mondo alcontrario.1 A Santa Lucia cresce la notte e s’accorcia il giorno (un passo digallina al dĂŹ). 2 Il gusto della Tranese fu di andare a pisciare sulbastone della scopa. 3 Ora si fa cosĂŹ: dopo aver mangiato vieni apranzo da me. 4 Chi è sazio non crede a chi è digiuno. 5 Mangiarequeste prugne aspre ti fa amara la bocca e te l’allappa. 6 Siamorimasti soli come le anime del Purgatorio.90 IL DIALETTO PERCHÉI VecchiE noi siamo invecchiati/non abbiamo piĂš vent’anni./Il sole sopra ilmare/un po’ per volta si va alzando/e ad una ad una /tutte le lamparesi vanno smorzando.Ma noi siamo invecchiati /il porto è dirimpetto./Tutto il giornotrascorre /seduti alle panchette./I tempi sono mutati /ma qual è lavia diritta?Ed ora siamo invecchiati/l’orologio batte l’ora./Perduta è la memoria/ci fa male il cuore./I figli in riva la mare/vanno a fare l’amore.EPILOGOQuĂ nne nascĂŹste tunascĂŹ la ròse,nascĂŹ la pambanèllea la cerĂ se.**Quando nascesti tu/nacque la rosa,/nacque la foglia nuova/alla ciliegia.LA PATRÒNE 91La PatròneATTO UNICO197392 LA PATRÒNEPERSONAGGILa PADRONA (P)La FIGLIAMARIETTA (M)SCENAUna scalinata a gradoni che sale dal pubblico al palcoscenicoe, illusoriamente, prosegue sul fondo.Il centro della scena è tagliato in orizzontale da una colonnache sostiene due ampi archi laterali.È tutto d’un bianco abbagliante.Attraverso l’arco di destra si staglia, seduta sul gradone piĂšalto, la Padrona. Nascosta dalla colonna, fa capolino, a sinistra,la maschera di Marietta.Entrambe le figure indossano il medesimo sontuoso abito cheevoca, nella fattura, l’abbigliamento delle Madonne: neroquello della Padrona, rosso quello di Marietta.Uno scialle di seta nero discende dall’alta parrucca grigia dellaPadrona a velarle il viso; Marietta è imbacuccata in unasciarpa di lana violacea.La luce iniziale è quella dorata di un tardo pomeriggio primaverileche scivola progressivamente nella sera.Il contatto fisico tra la due figure avvenga solo dove indicato.*Cura particolare si ponga alla impostazione delle voci delledue antagoniste: leggera e petulante – se non proprio acuta- quella di Marietta; cupa e profonda – persino baritonale- quella della Padrona: è anche questo che fa pensare a unuomo che interpreti il personaggio.La Figlia esplora la gamma espressiva e tonale sempre allaricerca della sua voce.* La prima messinscena dell’opera prevedeva un personaggio in piĂš, laRadio, e una diversa scena, che viene qui di seguito riproposta.“La scena è avvolta interamente da un panno bianco senza spiraglie rischiarata da candele sparse su profili di volumi di cubi di variagrandezza.LA PATRÒNE 93In fondo, spostato sulla quinta di sinistra, c’è un trono altissimo, bianco,a cui si accede per mezzo di alcuni gradini coperti dal panno.La Padrona è una maestosa figura in nero seduta sul trono: il suo vaporosoabito lascia scoperte solo le mani, passate nella biacca, che srotolanoimplacabilmente, per tutta la durata del lavoro, un gigantescorosario dai grani argentati; anche il suo volto, inizialmente copertoda un prezioso scialle di seta drappeggiato sulla voluminosa parruccagrigio ferro, è dipinto con la biacca. Sulle gambe è poggiata una pesantecoperta scura. Ai piedi indossa impossibili coturni.Avanzata verso il proscenio, malamente nascosta da un grande vaso chevi campeggia al centro, c’è Marietta. È una donna che ha passato laquarantina. Ha il volto imbiancato dalla biacca. Anche lei veste pannineri di modesta fattura e sulla gonna porta un grembiule bianco.Spostata verso la quinta di destra, quasi al limite del proscenio, sedutasu un cubo basso, di spalle al pubblico, sta la Figlia. È una figura ancoraadolescenziale, vestita interamente di bianco; la lunga capigliaturaè impigliata in una smisurata quanto preziosa sciarpa di pizzo bianco.Regge un folto fascio di rami secchi tra le mani.La voce della Radio blatera dall’interno di uno dei cubi.Quando il sipario si apre, si ode la voce della Radio che, dopo avertrasmesso notizie di Borsa e inserti pubblicitari, annuncia lo spettacolo;dopodichè attacca un motivetto allegro:Caroselliana (parole di G. Solfato; musica di G. Tempesta).Ti amo con la persuasioneDella pubblicitĂ .Ti amo per i tuoi denti candidiPuliti e non graffiati.Ti amo per la maglieriaRifioritaE la tua biancheriaPiĂš bianca che mai.Ti amo per le morbide maniMai affaticateLe tue labbra rosso-mattoneE le ciglia finte allungate.Ti amo perchĂŠ oggi94 LA PATRÒNESei diversa da ieriNĂŠ so come saraiTuDomani!La la la (a sfumare)Al termine, si riprende con la pubblicitĂ , brevi notizie, canzonettedagli anni ’30 in poi; si andrĂ  avanti in questo modo per tutto ladurata del lavoro. Il volume sia discreto, tanto da non interferire conil dialogato.Nel finale la voce della radio si sovrappone al pigolio di Marietta,addormentata su uno scalino, ai piedi della Padrona.La scena dovette essere rimaneggiata sia per la laboriositĂ  dell’allestimento– non sempre possibile, peraltro, nelle varie e improvvisate saledi rappresentazione – che per la curiosa propensione a prendere fuoco.MARIETTAPatro’, patròne. So Mariètte d’abbĂ sce. Sta permèsse?PADRONAPuete trasi’. TrĂ se. Kèdde jè la sègge. Ma non de nesi scènn’a la lòngh’a la lònghe.MARIETTAPatrò, le tĂŹne cĂŹnghe menĂšte de tĂŹmbe? Te tèngheda dĂŹsce nu fĂ tte è velèsse nu kenzĂŹglie da vesserĂŹ.Patròna mè, stoggh’angòre tott’aggetĂ te da nu sènneca me so fĂ tte stanòtte. Còme ca m’ackiĂ ve sop’ana scĂ le: salève, salève, non fernève mĂ , quĂ nne all’andrasĂ ttem’ackiĂ ve ‘nanz’a na pòrte. L’aprève etrasève jĂŹnd’a na cĂ mera grĂ nna grĂ nna: grĂ aaanne!Me facève p’ackiĂ mendĂ rm’attĂšrne, e vedèvec’au pòste de le frĂ bbeke, stèvene tĂ nda spèckiere.E pròbbete ‘menz’a la camere, stève n’arlògge capartève da ’nderre, jĂ lde jĂ lde: jĂ aalde! Me so fĂ ttep’avvecenĂ mme, p’ackiĂ mendaue kiĂš mègghjeda vecĂŹne, quĂ nne da ddĂ -n’ìnde assève na vòsce:LA PATRÒNE 95“Sono tando stĂ nghe di lavora’. Sembr’a lavora’,a lavora’. Finalmende, adèsse, è ’rivĂ t’a ‘riva’ l’oramè.” Patro’, kèdde jève la vòsce de mĂ mme. Meh!Sò scettĂ te n’allĂšcke jĂŹnd’au sènne “MĂ aamme!“Me so descetĂ te, patròna mè, jĂŹnd’a nu bĂ gne desedòre. Jè da stamatĂŹne ca t’u velève meni’ a kenda’stu sènne. Pe vesserĂŹ, ce vol’a dĂŹsce?PADRONAJè nu ‘nzegnĂ le.MARIETTANah! AxĂŹ ha dĂŹtte marĂŹdeme. Le scĂ le: 20. U spèckje:49. U arlògge: 24. 20 – 49 – 24: havev’’a scequa’ nubèlle tèrne sop’a tòtte le ròte. Mah! Stasère honn’’aassi’ le nĂšmere e ham’’a vede’. Però, a dĂŹsce u vère,u mò-de-sĂ nghe non m’ha passĂ te angòre. Mela sèngh’ angòre jĂŹnd’a le rèckje la vòsce de kèddamĂ mme ca decève: “Sembr’a lavorare, sembr’alavora’. Finalmend’ è ‘rivĂ t’ a ‘riva’ l’ora mia!” Cevelève dĂŹsce?PADRONAQuĂ nne va c’ha mòrte mĂ mmete?MARIETTAVĂŹndun’ Ă nne fĂ sce au Ă nne.PADRONAMĂ mmete t’ha mannĂ te nu ‘nzegnĂ le. (Con gestolento e studiato, la Padrona solleva lo scialle dal voltoe se lo poggia sulle spalle) Cuss’ànne nge scĂ te la pènasò au pregatòrje. Mo, pe passa’ kiĂš jĂ lde vol’èssedĂŹtte na mèsse de defrĂŹshke da tè.MARIETTASu, Sepp’e MarĂŹ! Sènz’au mène, sènz’au mène! Ngela fĂ zze dĂŹsce la semĂ ne ce trĂ se da dom BeppĂŹne.Com’jè? a kèdda mĂ mme!PADRONAMo, ce non dĂŹne kiĂš nĂšdde da dĂŹsce, te ne puètescì’. E kembĂšrtete bòne, ca non u vĂŹ? L’àneme d’uPregatòrje t’ackiamèndene.96 LA PATRÒNEMARIETTASĂŹ, me n’j’ha ‘a sci’. KĂšdde, marĂŹdeme, m’ha mannĂ tena kèdde de cĂ r-cavĂ dde. Vol’ackiĂ nne do brasciòne.Jè da tĂ nda tĂŹmbe ca non l’assaprĂ me. A’nze,patro’, giĂšste ca stògghe ddò: ce t’àckje quann’a nafrònze de petresĂŹne? Mo ce u accĂ tteke, t’u vènghea perta’ ‘ndrete.PADRONASeh, com’a la tĂ zze de zĂšckere, u beckĂŹre d’ègghje,la cĂ pa d’àgghje, u mĂŹnze kĂŹle de pĂ ne…MARIETTAE no, patro’. U pĂ ne t’u velève da’. Si stĂ te segnerĂŹca non u si velĂšte. Havessem’’ a fa’, mo!PADRONAE m’havev’’a ‘mbratta’ la kesciènze a pegghiĂ rmeu pĂ ne ‘ndrète da tè? Pe fĂ tte sguarra’ de vock’angòrede kiĂš? VattĂŹnne, va’, kemma’ Mariètte-cĂ pafrèshke!MARIETTAAllòre, patro’, u tĂŹne u petresĂŹne? Ca, ce uè, sènza‘ndèrèsse, t’u pĂ gheke.PADRONACamine, moscue!MARIETTASi vĂŹste còme sĂŹ, segnerĂŹ? Po dĂŹsce ca so jĂŹ.PADRONAAh! KernĂšt’e mazziĂ te! StĂ tte cĂŹtte, Mariètte, ca jèkiĂš mègghje. E ce t’abbesògne ngock’e còse angòre,demmĂŹue ‘mbrĂŹme, ca non pòzze pèrde tĂŹmbe.MARIETTANo, nĂšdde… asselĂšte… ce t’àckje quĂ nn’a n’addòrede pèpe.Non za, non pe mè ca stògghe tòtta ‘mbarazzĂ te devĂŹscere, ma kĂšdde, marĂŹdeme, nge piĂ sce… Mah!Tu, mo, trĂ se jĂŹnd’au cervĂŹdde de cĂšdde. DĂŹsce ca lebrasciòne sènze d’u pèpe no nge assĂ brene de nĂšdde…Oh, ma ce non d’u jĂ ckje non fĂ sce nĂšdde.LA PATRÒNE 97PADRONAPe fertĂšne ca tĂŹne la cĂ rne! Cossenò t’havèv’’ a da’pĂšre kèdde. Va, vatt’a pĂŹgghj’ u pèpe e u petresĂŹne.U sa addò stònne.MARIETTAGrazzj’assĂ , patrò. Grazzje assĂ -assĂ -assĂ . U dĂŹgghesèmme jĂŹ a marĂŹdeme: ce non stève la patròne…kèdd’ jè la vĂ rke de l’abbennĂ nze. Nah! AzzĂ rdatea sci’ a demanna’ nu piacèr’ a Congètte. Jè tĂ nnena scòrze! Se n’èsse sèmme decènne: “U petresĂŹne?”fĂ zze pe dĂŹsce u petresĂŹne! “No. Mo pròbbje u sofernĂšte.” Ce te j’h’’a dĂŹsce? Na tĂ zze de zĂšckere?“Mmmh! U cafè nge u bevĂŹm’amĂ re.” Kèdd’jè nasfessĂ te kiĂš pèsce de mè. Eppò, ce jè sciòsciue, patrònamè, ce jè sciòsciue! Jè pròbbje na descegnĂ te.Non rèsce mĂ  jĂŹnd’a la cĂ se. Sèmme degerènne sene va. A kèdde nge ham’’a da’ papĂŹ, papò e lallĂ .PADRONAMariètte, appĂšndete la lèngua ‘ngule. T’u so dĂŹttetĂ nne vòlde! AcquĂ nne vĂŹne ddò, di’ kèdde ca uè evattĂŹnne. Ma non zi venènne a lavĂ rte de vòcke deCongètte, de FrangĂŹske e de tĂštte le SĂ ndere ca tevòlene ackiamenda’. C’a mè, tĂ nne pe parla’ a labarèse, non me ne frèke pròbbje nĂšdde.MARIETTACe ngèndre, patro’, jĂŹ mĂ nghe ca velève fa’ la reffiĂ ne!PADRONACe cèntr’e ce pondĂŹne, hav’’a jèsse!MARIETTAJi velève dĂŹsce ca kèdde, ce jè com’a segnerĂŹ catĂŹne kèdda cĂ se ca lĂšsce com’a nu spèckje! Nah!KĂŹdde stòrse sèmme bèlle, tèse-tès’e ‘mbesemĂ te!Kidde candalĂ brje ca lĂšscene com’au stenzòrje de‘mman’a SĂ nda KiĂ re! E mo jè! Sòla-sòle, sènzena mĂ ne d’ajĂšte. Ce puète mètte’ la uagnèdde defĂŹgghjete ‘mbacc’a nu galettòne? Kèdde jè axĂŹ fĂŹne,98 LA PATRÒNEkèdda uagnèdde! Eppò? Studièsce. Non studièsceangòre, ah, patro’?PADRONATĂ nne p’ackemenza’, u galettòne u sĂŹme levĂ te da‘menze ca so almène cingh’ànne. TĂ nne pe fernèsce,fĂŹgghjeme, allĂ ssela sta’ addò sta. E tĂ nne p’akiĂšte lastòrje, non dĂŹne da sci’ a fa’ le brasciòne?MARIETTAOh, Madònne! Ce me si arrekerdĂ te! Le brasciòne!SĂŹ, me ne j’h’’a sci’ mo pròbbje. HjĂ  rasciòne! Mace jè, fĂŹgghjete ha scennĂšte? O non ze sènde bòne esta kelquĂ te?PADRONAHa scennĂšte.MARIETTAAh! Allòre non m’jève sbagliĂ te, apprĂŹme. Jèvepròbbete jèdde, kèdde ca so vĂŹste! Pròbbete tĂ nneme so ackiĂ te ad’assi’ da jĂŹnd’a la cĂ se de Marterèdde.Non za? Marterèdde-la-carnarèse ca jĂ vete fĂ cce‘mbrond’a la vi. So dĂŹtte: “Kèdd’hav’’a jèsse la signori’.KiamĂŹ, Martere’, ce bèdda uagnèdde ca s’hafĂ tte! Còme cĂ nge! Nu strĂ zze, ‘nguèdd’a kèdde, lĂšscecom’au òre!” So dĂŹtte a Marterèdde: “Martere’,kèdde sĂŹ ca jè na fèmmene ca pòte fa’ pèrde la cĂ pea nu mĂ scue!”PADRONASi fernĂšte? Mo te ne pĂšte sci’? O st’ a aspĂŹtte ca tej’h’’a mètte fòre?MARIETTAEh! CrĂŹste pecenĂšnne! Ca ce so dĂŹtte, na trĂ ve defuèke? MĂ nghe ce jè bescĂŹ ca la segnorĂŹne jè pròbbeteberafĂ tte! Eppò, l’etĂ  la tène! PĂŹnze ca Marterèddem’ha demannĂ te: “Ce st’ affedĂ te, la segnorĂŹne?”Ma jĂŹ, patro’, nge so respennĂšte: “Martere’, uè bènea sòrete? Cèrte domĂ nde non me le si facènne” ca jĂŹ,patrona mè, jĂŹ so mut’e so cecĂ te. Meh, mo, pròbbeme ne j’h’’a sci’, ca me so ‘ndrattenĂšte assĂ . Me scoLAPATRÒNE 99sĂŹsce, patro’, ma jè ca jav’amòre a parla’ ke vesserĂŹ.BonnĂŹ, patro’, bonnĂŹ. Non me tĂŹne d’addemanna’nĂšdde, patro’? No, ah? Meh, allòre jĂŹ me ne vòke.PADRONADĂŹmme nu muèrse, marĂŹtte st’a fatĂŹke?MARIETTAMarĂŹdeme? E ce ngèndre mo, marĂŹdeme?PADRONAMarĂŹtte, sĂŹ, marĂŹtte. St’a fatike?MARIETTAS… sĂŹ!PADRONAE cra? Pure cra hav’’a sci’ a fadega’?MARIETTASĂ cce, patro’! Me pĂ re de no… ma po, sa com’jè?Pot’assi’ ngock’e còse da beshcua’, hav’’a jèsse fèsseca se l’hav’’a fa’ sfesci’? Ma ce jè, patro’, te sèrve asegnerĂŹ, patro’? Ca ce te sèrv’ a segnerĂŹ, nge dĂŹggheca spezzĂ te de gĂ mme hav’’a meni’. Ih, CrĂŹste, avesserĂŹ? Mangh’a dĂŹsceue!PADRONANo, na fessarĂŹ: quĂ nne me mètte nu stèzze de mĂ rmea l’aldèzze de kèdda frĂ bbeke ddĂ . Me sèrven’àlda mènzolètte. Po m’havèss’’a sdrega’ u tauatĂŹdde,ca j’h’’a fa’ nu muèrse de lĂ rghe. Stònne dasposta’ cĂ sce, shcĂ due… DdĂ , asselĂšte nu mĂ scue upòte fa’ cĂšdde servĂŹzzje.MARIETTAE sĂŹ! QuĂ nne nu mĂ scue nge vòle, nge vòle!PADRONAMh! QuĂ nne nge vòle, nge vòle. Te n’avvĂŹrtequann’arremĂ ne sòla-sòle a manna’ la vĂ rca ‘nĂ nze…e pe sciònde, tĂŹne pĂšre na fĂŹgghje apprĂŹsse, cate dĂ  mĂŹlle penzĂŹre.MARIETTAAh, kĂŹdde fĂŹgghje, le grattamĂŹnde de cĂ pe ca tedònne! Ne sĂ cceke ngòck’e còse jĂŹ, patròna mè, pe100 LA PATRÒNEquĂ nne ne pĂ ssek’apprĂŹss’a kidd’e quĂ tte muèrvĂšseca tèngh’ a cĂ se. Ma pe fertĂšne c’a mè so mascuetĂŹdde,e, grazzj’a DĂŹ, mo ce m’arrĂŹven’a l’etĂ , le mèttek’a pette’ e me pòrtene la semĂ ne. Nu muèrsa-muèrsekiĂš mègghje ham’’a sta’. Ca po, kèdde ca vòlene fa’,facèssere. MĂ nghe so le fĂŹle fèmmene! Le mĂ mmerede le fĂŹle fèmmene s’honn’’a gratta’ la rĂšgne, joscea la dĂŹ! Oh, scosĂŹsce, patro’! T’havĂŹss’’a penza’ ca soparlĂ te axĂŹ pe vesserĂŹ. Kèdda lèngue mè, tagghiĂ tevol’èsse! E mo jè, pe quĂ nna vòlde m’u si dĂŹtte segnerĂŹ!E puramènde canĂ dema grĂ nne, patro’, cakèdde jè na sĂ nda crestiĂ ne com’a vesserĂŹ. Kèdde,canĂ deme, m’u dĂŹsce sèmme: “Marie’, ‘mbĂ rete kiĂšprudènde, Marie’! ‘MbĂ rete kiĂš prudènde!” Ma cenge pòzze fa’ jĂŹ ce so axĂŹ? Ce nge pòzze fa’? NĂšdde!PADRONAFèttivamènde, nu muèrsa-muèrse sprudènde si. Mabesògna recanòsce c’acquĂ nn’jè giĂšste jè giĂšste. Jèvère ca u’anòre s’u honn’’ a kestedi’ de kiĂš le mĂ mmerede le fĂŹgghje fèmmene.MARIETTANah! E po non d’hav’’a kenzua’ u còre asselĂšte asendĂŹll’a parla’! U dĂŹgghe sèmm’a marĂŹdeme: “Kèddapatròn’ jè na sĂ nde. Na sĂ nde de sop’au aldĂ re!Com’jè asĂ tt’a dĂŹsce nu fĂ tte! T’u revòlde da sĂšse,da sòtte’e d’au cuèste. Pe tòtte còse te dĂŹsce mal’ebène. E mo jè, patro’, pĂšre jĂŹdde, marĂŹdeme, se pòtedĂŹsce ca m’u repète quas’ogn’e di: “Marie’, tu ha dada’ adènz’ a la patròne, ca kèdde jè kiĂš pèsce de namĂ mme pe tè.” Ah, la mĂ mma mè! le bèlle conzĂŹglieca me sapève da’. “Marie’, fĂŹgghje, ‘mbĂ rete:jĂŹnd’a la vĂŹte fa mal’ e pĂŹnzece, fa ben’e scĂšrdete. Ea ce te fĂ sce u bène ha da jèsse sèmme grĂ te.” E jĂŹ,patro’, jĂŹ hĂ gghj’’a jèsse sgrĂ te ke vesserĂŹ? Ke tutt’ubène ca me si fĂ tte? Nooo! T’u hĂ gghj’’a disce. Nonm’u pòzze tene’ pe mè cĂšsse kiangòne ‘menz’austòmeke! T’u hagghj’’a disce. Meh, patro’, u fĂ tteLA PATRÒNE 101jè cĂšsse. Ha seccĂŹsse ca na vòlde, Ă nze no… mo cam’arrecòrdeke bèlle-bèlle, ha state kiĂš de na vòlde,me so ackiĂ t’axĂŹ, mangh’a fĂ u’ appòste, ca jĂŹ aggerĂ ved’au spĂšnde e fĂŹgghjete ascennève da na mĂ gghene.PADRONAMeh, cuss’jè tutt’u fĂ tte? E ce sta de mĂ le? Percènon petève jèsse na kembĂ gne?MARIETTASĂŹ, axĂŹ penzĂ bbe jĂŹ. Po, facĂŹbbe p’ammena’ u èckjee vedĂŹbbe ca jève pròbbete nu mĂ scue. Nu mĂ scue,patròna mè, nu mĂ scue! Non za? jĂšne de kĂŹdde case jĂšsene mo? Ke le capĂŹdde lènghe, la vĂ rva ‘mbĂ cce…’nzòmme, nu mĂ scue.PADRONAE addò si dĂŹtte c’havèsse seccĂŹsse stu fĂ tte?MARIETTAPròbbete dret’au spĂšnde, patro’. Ah, ma jĂŹ la prĂŹmavòlde penzĂ bbe: kèdde, la segnorĂŹne, fòrse, nonz’ha sendĂšte bòne e s’ha fatt’ackembagna’. ‘Mbèscepo, la di-a dòppe, m’ackiĂ bb’acquĂ nne la segnorĂŹnesalève jĂŹnd’a la mĂ gghene.PADRONACòme ven’a jèsse: “salève”?MARIETTASĂŹ, patro’; la segnorĂŹne arrevò au spĂšnde e ddĂ  giĂ stèv’ affermĂ te la stèssa mĂ gghene de la dĂŹ apprĂŹme,e la segnorĂŹne salĂŹ: ‘nghianò. U fĂŹgghje de Marterèddem’ha ditte ca kĂŹdde mĂ gghene se kiĂ mene Pubè,patro’; ròsse jè, patro’. Na sfaccĂŹme de mĂ gghenaròsse, lònghe, ma lònghe, patrona mè, quann’ajòsc’e cra. Pubè. Ah, ma jĂŹ penzĂ bbe: “Fòrse, kèddehav’’a jèsse lendĂ ne addò va la segnorĂŹne, e allòrela vènen’ a pegghia’.” “Ma tĂ nne ca la vènen’apegghia’ da dret’au spĂšnde,” giustamènde ha dĂŹttesòreme, “non la pòtene meni’ a pegghia’ abbĂ sce aupertòne? Ah?”102 LA PATRÒNEPADRONAE acquĂ nne la tĂŹne vĂŹste la prĂŹma vòlde?MARIETTAAspi’, famm’arrekerda’ bèlle-bèlle: allòre… hav’’ajèsse stĂ te… oh, mĂ nghe ca m’arrecòrdeke! Me fĂ scena rĂ gge! Aspi’, fĂ mme sprème. Jòsce ce cos’jè?SĂ bbete. Meh, stu fĂ tte va ‘nĂ nze da meccredĂŹ. SĂŹpatro’, da meccredĂŹ de la semĂ ne passĂ te, da kèddeca ne sĂ cce jĂŹ, patròna mè. Po, tu me canĂšsce a mè:jĂŹ so jĂšne ca se fĂ sce le kĂŹdde su; pedènne pòzzetestemenia’ selĂšte kèdde ca so vĂŹste jĂŹ, ke l’èckje mĂŹ.Ce me ‘ndèrèsse a mè de kèdde ca dĂŹscene Rosèttel’ackiĂ le,LĂŹne-du-pĂ ne e Kestanze-la-cemmerĂšte!CrestiĂ ne so kĂŹdde? Stònne sèmm’a cerama’ e tĂ gghiene,e tĂ gghiene. No, no, jĂŹ ke cèrte personĂ ggenon tènghe nĂšdd’a ce spĂ rte. Vatti’, va. Ce sĂŹtevenĂ le! SciĂ t’a caca’ au larghe. Nu mèse e du mĂŹsehav’’a jèsse! Bum! FacĂŹme se’ mĂŹse e non ze ne pĂ rlekiĂš. Ce jè tĂštte stu rĂšscete sop’au cĂšnde de kèddabèlla crestiĂ ne de la segnorĂŹne? No nge vòle nĂšddea febbiĂ rte na crĂŹteke! E ce te l’allève kiĂš? Po, nonu velĂŹte fa pe jèdde, facĂŹtue pe kèdda sĂ nda crestiĂ nede la mĂ mme. PĂŹcke-pĂŹcke nge havèss’’a ‘reva’a la rèckje, meh, ce la velĂŹte fa meri’ de crèpacòre?Ca na mĂ mmè jè, kèdda poverèdde! Noo, patronamè, hònne sciĂšte bòne! se n’hònne sciĂšte cĂ reghede marĂ vigghje. ‘NdĂ dènz’ a le mĂ le lèngue, patro’:còme me si ‘mbarĂ te, segnerĂŹ? “La lingua non ciha l’osso e rombe l’osso.” Sèmme m’u arrecòrdeke.‘NdĂ de’: ha stĂ te meccredĂŹ de la semĂ na passĂ te.SĂŹ, meccredĂŹ, percè, t’arrecĂšrde? pe mett’a còsce lefĂ ve, segnerĂŹ me ‘mbrestĂ ste cĂšdde bèlle beckjerĂŹned’ègghje. A propòsete: t’u j’annĂšsce. SĂŹ, meccredĂŹ.PADRONAE tĂštte le di?MARIETTATutte le di.LA PATRÒNE 103PADRONAPĂšre stamatĂŹne?MARIETTAPĂšre stamatĂŹne e pur’jòsce-a-la-di.(Pausa)PADRONAVĂŹte, Marie’, ca so le sĂŠ, e le brasciòne vòlene tĂŹmbepe kecena’.MARIETTASĂŹ, Mado’! Ha fĂ tte pròbbje tĂ rde. CĂšdde, marĂŹdeme,m’ha mannĂ t’a dĂŹsce ca pe le nòve hav’’ameni’. Meh, patro’, jĂŹ mo me ne vòke. E grĂ zzje p’upetresĂŹne e p’u pèpe. AcquĂ nn’jè cra, te le pòrteke‘ndrète. Ah! po, kiĂš tĂ rde te mangh’a da’ la respòstede marĂŹdeme p’u uagnòne de fĂŹgghjeme. Cosenò,vègghe ce fĂ zze nu zĂšmbe jĂŹ stèsse. PezzĂŹngh’aquĂ nne st’a kemmĂ nne… Meh, mo me ne vòke.Patro’, st’arrĂŹve la segnorĂŹne ke nu sòrte de mĂ zzede fiĂšre! Ehi! JĂ cque ‘mmocke, m’arricomĂ nde,m’havĂŹsse fa’ ackia’ ‘menze a nu uĂ : ca jĂŹ non zo dĂŹttenĂšdde, ah? Buona sère, segnori’. Ce belle mĂ zze!Ah! La primavera, fior di giovendĂš! L’aria frèshke ele frèshke frĂ ske, viĂ t’a ci se le gòte! So frĂŹshke so,segnori’? Ce addòrene! Ah! La cambĂ gne, ce bèllefrĂštte dĂ !PADRONASalutĂ menge, Marie’.MARIETTABuonasera, patro’. Buonasera, signorina!(Marietta va a collocarsi dietro la colonna, da dove spiatutta la scena che segue, tra madre e figlia.Entra la Figlia, salendo la scalinata, dal pubblico.È una donna adulta, di etĂ  indefinita. Potrebbe indossareun impermeabile chiaro. In un allestimento in un teatroall’italiana, si fermerebbe sul proscenio. Un velario la isoladalla scena)104 LA PATRÒNEFIGLIAFu a questo punto che io entrai in casa. Sono,o dovrei dire, ero la figlia della padrona. Avevovent’anni a quel tempo ed ero al primo anno di filosofia.Salutai: “Buona sera, Marietta! ciao, mammina!”e, se ricordo bene, e non poteva essere altrimenti,presi a recitare la mia tiritera serale, unapappardella interminabile senza capo nĂŠ coda, unacosa detta cosĂŹ, tanto per riempire il nostro sanosilenzio serale.“Buona sera, Marietta! ciao, mammina! Dio, chepomeriggio! Una lezione a dir poco spossante.Devo giĂ  apparecchiare per la cena?… c’è nienteda bere? Vado un attimo di lĂ  a rinfrescarmi. UffĂ !Non sai piĂš come vestirti di questi tempi, un giornoè fresco un altro è caldo da morire. Oggi, peresempio, si soffocava. A proposito, mamma, ricordatidi tirar giĂš un po’ di roba leggera, al piĂš presto.Ma è possibile che non ci sia niente da bere inquesta casa? Dio, che pazzi! Sapessi che putiferio èsuccesso oggi in aula. Durante la lezione di esteticasono entrati dei tali ed hanno cominciato a fischiarea tutto spiano il professore. A proposito, mamma,vedessi che schianto! Ma forse, piĂš che bello è affascinante.Non ti nascondo che talvolta mi interessapiĂš lui che la sua filosofia. Ah, ah, ah! Non saraimica scandalizzata eh, mammona? Mi pare di averteneparlato altre volte. Ha un che nel portamentoche mi ricorda il povero papĂ , per quel che possoricordare di lui, naturalmente. Ma, giĂ , che dicevo?Ah, sĂŹ, quei cretini! Hanno cominciato a gridare:“Fuori, fuori, sgombrate, lasciatelo solo il fascista.”Un gruppo di ragazzi del nostro corso capeggiatida Linda, sai la De Pisis, te l’ho presentata unavolta, quella tutte mossettine; beh, lei. Ha reagitoabbastanza vivacemente, a dir poco! Insomma, unapescivendola! E mi scuso con le signore del settoLAPATRÒNE 105re. Poi le son venuti dietro altri del suo gruppo. Ilprofessore, povero diavolo, era uno straccio, pallidoda fare una pena! Ti dirò, mammina, io non è checi abbia capito un granchè in tutta questa storia, mami sembrava che torto e ragione fossero distribuitiequamente tra le due parti. Ma quella Linda! Gliocchi le erano venuti cosĂŹ verdi da sembrare gialli,sbarrati che sembrava le volessero uscire dalle orbite;i capelli scarmigliati: una strega, insomma! Poiqualcuno le ha gridato:”Ehi, regina, c’è un postolibero al mercato!” E tutti giĂš a ridere. Beh, dopotutto,la cosa mi ha messo di buon umore. (Canticchia)Magari poi, mamma, piĂš tardi esco, vado daPatrizia, cosĂŹ, giusto per tenermi informata di tuttala faccenda. Non ti dispiacerĂ  mica se non ti dò unamano a riordinare in cucina?Eppure, rieccomi qui, vent’anni, trent’anni annidopo, un secolo fa, un’altra vita, a ripercorrere glistessi sentieri della mente, a chiedermi ancora unavolta se sono i sogni a cristallizzarci o siamo noistessi che vogliamo cristallizzarci nel sogno.PADRONAE poi?FIGLIAE pòi còsa?PADRONAQuando sei uscita dall’UniversitĂ , che hai fatto?FIGLIAMah, sono venuta qui, no?(Pausa)E tu, che hai preparato oggi di buono?PADRONACĂ rne de diĂ ue cu fèle e fèghete shcattĂ te! E mo uackenzĂ me pĂšre cu bròte rĂšsse, ce non scĂŹtte u velènemo stèsse. Mo m’ha da dĂŹsce tutt’u fĂ tte. Sal’escènne da l’automòbbele! Se fĂ sce ackembagna’ auspĂšnde! Com’a la prĂŹma zòckene de jĂŹnd’a BĂ re.106 LA PATRÒNEDesgraziĂ te! ha da fa’ sguarra’ de vòcke le pĂšrce, lemagnòtte de crestiane, ca jĂŹ, a kĂŹdde, sott’a la pònded’u pète le scĂ zzeke. Mo si arrrevĂ te ‘mmock’a levarvĂŹre. U anòre mĂŹ m’u so sapĂšte astepa’, e me sosapĂšte fa’ respetta’ da tĂštte quĂ nne, da tĂštte quĂ nne,pĂšre sènza la bonĂ neme d’attĂ ned’apprĂŹsse. DatĂštte quĂ nne. MĂ  nesciĂšne ha petĂšte disce “A“sop’au cĂšnde de la Patròne. E mo, ha da meni’ tue m’ha da desgrada’ axĂŹ? M’ha da fa’ sendi’ u vèrbengĂ re?MannĂ gghj’a quĂ nne fu la malannĂ te e ulatt’ amĂ re ca te dĂŹbbe! Ma jĂŹ apprĂŹme te tĂŹreke ucannarĂŹle da ‘ngĂ nne! pe tĂ nne jè u amòre, pe tĂ nnejè l’òddje. JĂŹ t’accĂŹgghe, t’accĂŹgghe, jĂŹ.FIGLIAEh giĂ ! Avevano giĂ  trasmesso il gazzettino del popoloe lei, al solito, la mamma, la Padrona, avevafatto presto a tirare le sue conclusioni. (Alla madre)Che pòi sono soltanto tue. Ma tant’è! M’hai alleviatad’un compito che, francamente, mi pesava.PADRONANon zi parlĂ nne axĂŹ, ah! Non zi parlĂ nne axĂŹ ke mè.HjĂ  tèrte, stĂ tte cĂŹtte, abbĂ sce u cuèdde e ammuzzĂŹsce,ce senò tu, la scernĂ ta sĂ nde de jòsce, non lafernĂŹsce. Ce te crĂŹte, ca pĂ rle all’imbĂšlite e jĂŹ nont’accapĂŹsceke? ArrecĂšrdete ca si assĂšte da jĂŹnd’a le‘ndrame mè. Tu me vuè fa’ crepa’ u còre, a mè.Tu vuè la mòrta mè! Ma mĂ nghe pe nu memènde,jĂŹ dĂŹgghe, mĂ nghe pe nu memènde t’ha passĂ tepe kèdda cĂ pa mĂ tte ca tĂŹne, ca la gènde te petèvevede’? Non u sa ca tòtte l’òckiere stonn’appendĂ tesop’a nĂš, e la gènde fĂ sce sĂšbbete a sparla’?FIGLIAC’eravamo, dunque: la gente! Dovevo immaginarlo:la gente, la gente, la gente, la gente! Ti ha sempreossessionato la gente, e vorresti che ossessionasseanche me. Ma sai che ti dico, mamma? Io mene fotto della tua gente. La mia vita è mia, e me laLA PATRÒNE 107gioco come meglio credo. (A se stessa, al pubblico cheinclude anche sua madre) Ma quale vita, mamma,quale vita? Ah, mamma, mamma! Ci sarĂ  mai paceper noi? Ci sarĂ  mai pace per una come me? Io soche c’è un’altra vita che preme al di lĂ  di quella cheesprimiamo, tu, Marietta, io; anche qui, stasera,tutta questa vita davanti a noi. Ma come ghermirla?Come rendere vera la mia vita per parlare autenticamentedi quella vita? Sto qui, intrappolata dalleparole mandate a memoria, dal gioco a incastro delleemozioni, del ruolo accettato passivamente, marcandocostantemente assenza. Tu, personaggio dacommedia. Marietta, personaggio da commedia. Iostessa, personaggio da commedia per un pubblicodivertito e pagante. È questa luciditĂ , mamma, cherende la mia colpa piĂš grande della tua, e mi relegaa un ruolo minore nella vostra commedia. Sto dinuovo parlando da sola nella mia simil-tragedia. Eintanto la vita va.PADRONASĂŹ, com’a na puttĂ ne, te la sta sciĂške la vĂŹta tò.QuĂ nne te ven’u’aggĂŹgghje, v’a cak’au lĂ rghe, e noca me l’ha da meni’ a fa’ sott’au mĂšsse.(Si solleva il velario e la figlia si addentra sul palcoscenico)FIGLIAIn altri termini mi stai consigliando di farla, sĂŹ, laputtana, ma senza che nè tu, nè la tua gente sappiateufficialmente nulla. Congratulazioni!PADRONAFernĂŹscele, fernĂŹscele! Me sènghe d’assi’ mĂ tte. Mesènghe d’assi’ mĂ tte. Ci u havèv’’a dĂŹsce? La fĂŹgghjamè. La fĂŹgghja mè. Te so cresciĂšte jĂŹnd’a la vammĂ sce,cu respètte e cu temòre de DdĂŹ. (Barcolla, coltada malore. Cerca un sostegno) Madònne, ce me sènghebrĂštte! Madònne, ajĂšdeme tu! Còre de GesĂš,Sand’Andònje, SĂ nda Rita mè, JĂ neme sĂ nde d’uPregatòrje, facĂŹdeme vĂš la grĂ zzje!108 LA PATRÒNEMARIETTA (Facendo conto di entrare)Sta permèsse? Patro’, scosĂŹsce, mĂ nghe ce t’ackiĂ sse…iiiiiih!FIGLIAUh, ma guarda che coincidenza! come capiti bene aproposito. Vieni, vieni.MARIETTACrĂŹste pecenĂšnne. Ce ha state, patro’? Non te sĂŹndebòne? Madònne, ce brĂštta cère! CĂšrre, cĂšrre, assĂŹdet’ala sègge. Cami’, cami’, appĂšgget’ a mè. (Lasostiene) Segnori’, jĂŹgne nu bacĂŹle d’àcqua frèshke,fĂšsce! E non de ne stĂ nne com’a nu cazz’all’allĂŹrte‘menz’a la cĂ mere. Dòppe tĂštt’u uĂ  ca nge sta’a fĂ scepassa’ a mĂ mmete! addò u tĂŹne u còre?PADRONAU ha lassĂ te ‘menz’a la vĂŹ.MARIETTACe uè fa’, patrò, ce uè fa’! AuĂ nde, bĂŹve, bĂŹve. Souagnèdde, ca so uagnèdde! NĂ , bĂŹve. SegnerĂŹ po,com’ha da jèsse, Madonne! BĂŹve, patro’, bĂŹve. Pena scemetĂšdene t’analdarĂŹsce tòtta quĂ nde. Ce t’ufĂ sce fa’? Tir’a camba’. BĂŹve, bĂŹve. Se capĂŹsce ca mo,le uagnèdde, so totte cĂ pere mĂ tte: jĂšn’allĂ ssen’e uĂ lde pĂŹgghiene, ca jĂšn’allĂ ssen’e u Ă lde pĂŹgghiene.BĂŹve, patro’, bĂŹve. Eppò, vabbu’… decĂŹme mo,mo, ma ci? Nge le sĂŹme skerdĂ te le tĂŹmbe nèste?AuĂ nde, bĂŹve. Ca u stèsse nĂš, quĂ nne ne sĂŹme sciĂštefacènn’all’annaskennĂšte de mĂ mme e tatĂ . Ce kiĂš,ce mène, tĂštte nge hĂ me passĂ te. BĂŹve, patro’, bĂŹve.Jè ca mo le fanno piĂš all’apèrte, ‘menz’a le lòghere.Quell’è la brutta còse! BĂŹve, bĂŹve patro’. Allòre, lagènde vète… e ce uè fa’, patro’, ce uè fa’? Gli occhiso’ fatti pe vedere e la bocca pe parlare. BĂŹve, bĂŹve.Te st’a sĂŹnde kiĂš mègghje, mo? Si bevĂšte?FIGLIA (A Marietta)Ma, dimmi una cosa: a che miri? che ti proponi diottenere?LA PATRÒNE 109MARIETTASegnori’, pe prĂŹma còse, jĂŹ me so fĂ tte da’ la paròleda mĂ mmete, la qui prèsènde, ca non d’havèv’’adĂŹsce nĂšdde. Jè vère, patro’? Eppò, mettĂŹme londanamèndeca nge u havèsse dĂŹtte jì… mettĂŹmue,va bu’. SciĂ me ‘nanze. Non jè mègghje ca mĂ mmeteu sĂ pe? DĂŹ tu, dĂŹ. Te pot’arrecapeta’ ‘ngòck’ecòse. Ce ne sapĂŹme nĂš ce crestiĂ ne jè cĂšsse? Ce uha vĂŹste mĂ , apprĂŹme? Ce u canòsce, dĂŹ? Ngi u sipresendĂ te? Non jè giĂšste, patro’? Eppò, axĂŹ se fĂ scenu madremònnje? U sa ce cos’jè a tene’ nu mĂ scueapprĂŹsse? T’havĂŹss’’a penza’ ca jè asselĂšte u bacètt’ela kiandèdde! Kiss’òmmene de mo non za kiĂš com’ackendendĂ lle.E le pĂŹgghje de cĂ pe e te sfĂšscenede cĂšle, e l’auĂ nde de cĂšle e te sfĂšscene de cĂ pe…Eppò… ke tòtta kèdda stòppe de capĂŹdde… p’ubène de vesserĂŹ jĂŹ u so fĂ tte, ca u so fĂ tte.FIGLIAMagari dovrei anche ringraziarla!E tu, mamma, permetterai che questa sciaguratacontinui ad insultarmi cosĂŹ, in casa nostra?MARIETTAMa sĂŹndele, sĂŹndele. ‘Mmock’a la bòna fĂŹgghje! DĂŹscebuène sòreme: “Kèdd’jè com’au mòneke, kiamènde‘nderr’e fasce pertòsere.” ‘NdĂ nde, ce nonm’havess’ackiĂ te jĂŹ, dret’a la pòrte, l’havĂŹsse lassĂ t’acrepa’ sop’a na sègge. E sènza kescènze ‘ndĂštte ha dajèsse, ca, dopotĂštte, na pòvera vèckje jè! Mo se fĂ scele scrĂšbbue du vaccĂ re e la sĂ pe chiama’ “mĂ mme”!bruègnet’a kèdda facce. VĂ ll’a nascònn’jĂŹnd’au prĂŹse.Tu, tu m’ha da dĂŹsce sciaurĂ t’a mè? Tu? Col tuopassĂ te, presènd’e futĂšre?FIGLIAAllora, mamma, esigo una risposta da te, immediatamente,oppure… o fuori lei o fuori io.PADRONAAkiĂšte, akiĂšte kèdda vòcke de rĂ sce. Kèdda lènguete le j’h’’a torce’.110 LA PATRÒNEFIGLIAIo? Io devo smetterla? Ma smettetela voi due piuttosto!Basta, basta! Basta con te, con questa casa,con questa donna! Basta!PADRONA (Ormai sul punto di crollare)Marie’, la si sendĂšte l’arrogĂ nze ca tène? La si sendĂšte,Marie’? E ce te crĂŹte ca jè còse de jòsce asselĂšte?MARIETTANo?PADRONAHa stĂ te sèmm’axĂŹ.MARIETTAE nĂš ca non ne sapèmme nĂšdde!PADRONADe kiĂš nge so dĂ te, e kèdde de kiĂš ha drezzĂ t’ucuèdde, com’au vĂŹcce.E ackemĂšgghje jòsce, e ackemĂšgghje cra… no ngela fĂ zze kiĂš, Mariètta mè, apprĂŹss’a kèsse. Non meso petĂšte mĂ  sfua’ ke nesciĂšne. U prĂŹse sta kĂŹne,kĂŹne, kĂŹne. Velève pĂ gghje pe cĂŹnde cavĂ dde.MARIETTADĂŹ a mè, patro’, dĂŹ tutt’a mè. SfuĂŹscete, dĂŹ a Marièttatò.PADRONASèmme pe salva’ la fĂ cce, pe salva’ u anòre. U stòmekeu tèngh’abbettĂ te, agnĂšte, Mariètte. M’uvelèsse svaca’.MARIETTADĂŹ, patro’, dĂŹ.PADRONAVelèsse scetta’ tutt’u fèle ca m’ha ‘revĂ te ‘mmòckee m’ha ‘maresciĂšte tòtta quĂ nne, Marietta mè.SĂŹm’arrevĂ t’au pĂšnde ca jĂŹ dĂŹggh’àgghje e kèdderespònne fragĂ gghje. Le lèngue s’hònne ‘ndreccegghiĂ t’assĂ ,Marie’, e no nge accapiscĂŹme kiĂš, kiĂš,kiĂš, kiĂš, kiĂš! ApprĂŹme u cunz’e-rĂšsse, po la tèndueLA PATRÒNE 111pe l’ògne, u gnòre sop’a l’òckiere, u cĂ lgestrĂšzze‘mbacce… E com’jè a la mĂ mma tò… kĂŹsse còse sefĂ scene? Kèdda gonn’axĂŹ còrte, tòtte la gĂ mmere dafòre. E ackemĂšgghjete, ackemĂšgghjete!MARIETTAAckemĂšgghjete, ackemĂšgghjetePADRONAE sa kèdde ce me respònne? “Ma ti sei guardataindorno, mamma? Esci un bò! Renditi condo chenon stiamo piĂš nel secolo scorso. Mamma, svegliati!”AxĂŹ. A mè. A la mĂ mma sò.MARIETTAIh! AxĂŹ, a la mĂ mma sò?FIGLIAE tu, invece, hai preferito continuare a dormire sottola tue innumerevoli coperte che t’hanno sempreimpedito di guardarmi realmente, mamma, – dico:realmente -, per quel che sono. Ti sei compiaciutanella tua parte di padrona e pretendevi di farlo anchecon me.PADRONAUn giorno sarai tu la padrona di tutto questo.FIGLIAAh, no! No, grazie. Non ho voglia di finire come te.Ma sĂŹ, a conti fatti, forse invidio il tuo senso dell’onore,della gente: ti hanno dato uno scopo. Ma non haivoluto capire che per me erano troppo falsi, li rifiutavo.E tu, cosa hai fatto per aiutarmi a trovare altre soluzioni?Che hai fatto, mamma? Dici che non ci comprendiamopiĂš. Ma certo, mamma. È cosĂŹ. Ciascunoparla per conto proprio. Ma quante volte ho tentatodi dirti di me, dei miei turbamenti… delle mie gioie.E tu, invece, mi imponevi i tuoi silenzi, le tue finzioni.Tu sei la padrona e bisogna presentare agli occhidel mondo una scena da padrona, anche se i tendaggisono stracci e gli arredi tavole tarlate. Mi hai inariditae confusa ogni giorno di piĂš. Tu! Ermeticamente112 LA PATRÒNEchiusa in questa cassaforte di onori e pettegolezzi.Questa casa! Questa maledettissima casa! Questo gusciodi altarini dal quale hai creduto, e lo credi ancora,di poter liberamente pontificare. Ed io, giĂš, a dirmi:“Che importa! Tu sei la piĂš giovane! Devi sopportare!Devi adattarti! Un po’ per volta cambierĂ , l’abituerai,le parlerai.” Macchè! Macchè! Rimarrai per sempresoltanto una oscura pettegola di periferia. Tu e la tueconnivenze! Discorsi nuovi? Quali discorsi nuovi potraimai capire, tu? Al massimo afferri le coglionate diquesta donna! E lei lo sa che è cosĂŹ, e se ne serve. E tunon tremi ancora, mamma, padrona? Fino a quandoriuscirai a tenerla a bada?MARIETTASignori’, stĂ tte cĂŹtte! Uè bèn’ a tĂštte le muèrte catĂŹne? VĂŹte mĂ mmete come sta! Ce la uè, pròbbe fa’meri’ de crèpacòre? La uè pròbbe vede’ strenguĂ te?e ce còse!FIGLIAAncora qui, tu. Ancora con i tuoi giochetti. E dĂ i,esci una buona volta allo scoperto! Smettila di tramarenell’ombra. Riprenditi la tua dignitĂ .È tempo che le scoperchiamo le nostre lucidissimepentole! E la puzza, cara comare, appartiene anchea te.(Al pubblico) E quella volta la mamma dovette ascoltarmi,se è vero che mi impose il silenzio, terrorizzata.(Alla padrona) Allora, mamma è bene che tu sappiatutto. E voglio dire tutto quello che questa donnanon ha potuto nĂŠ vedere, nĂŠ riferirti. SĂŹ! Sono stataa letto col mio uomo e di sicuro non era il primo.MARIETTABrutta lorde! Mo ce u sĂ pene l’àlde!PADRONA (Si nasconde il viso tra le mani)No! StĂ tte cĂŹtte!FIGLIAPuoi star certa che non ho ricordi.LA PATRÒNE 113MARIETTAPure! BrĂštta fĂ cce de skemenecĂ te!FIGLIANon chiedermi perchĂŠ l’ho fatto, sarebbe troppolungo da spiegarti, e tu non capiresti mai.(Al pubblico) CosĂŹ dissi – o qualcosa di simile – e me neandai. Al diavolo la sua ipocrisia. Dovevo andare,ricominciando dal bisogno di sinceritĂ  che, solo,può salvarmi. CosĂŹ mi dicevo a quel tempo.Ma quale sinceritĂ ? La mia sequela di errori, mamma,comincia da te. Dallo specchio deformato chemi hai voluto rimandare di te, della tua immagine.Una madre ricca, potente, forte, inespugnabile. Edove erano le tue delusioni, le tue frustrazioni, letue gioie segrete, le tue debolezze? Dove, il tuo bisognod’aiuto? È di questo che avevo bisogno io.Eppure la tua fragilitĂ  era lĂŹ: chiara, palpabile. Latua fragilitĂ  era, è, proprio nel tuo ambiguo sognodi gloria. Ma tu sei abile. Ci hai abituato a fingeredi non vedere. Con i tuoi gioielli, il tuo benessere, ituoi santini, le tue madonne, i tuoi ricatti affettivi,ci abbagli, ci narcotizzi, ci addormenti. E l’abitudinealla finzione diventa la nostra vita.La mia conoscenza. La mia inutile conoscenza.Corsi in lungo e in largo nel ventre tondo della cittĂ ,divorai strade e luoghi spazzati da un vento crudele,sotto un cielo cupo e muto come un fondaledipinto. CosĂŹ è stato per anni, per secoli. I fiumi deltempo hanno scavato rughe profonde nel mio corpo.Ora, tutto quello sciamare di vita intorno erastanco e ripetitivo. Infine ho capito, se non quelloche c’era da capire, almeno quello che mi era datodi capire. La marginalitĂ  della mia esistenza non sarebbemai potuta andare piĂš in lĂ  di tanto: sonosolo un personaggio nello sviluppo dell’azione. Ciascunoil suo ruolo, ancora e ancora, sino alla fine.Lascerò che il rito si consumi ancora una volta. Io114 LA PATRÒNEresterò spettatrice consapevole e incapace di agire,persino con me stessa.Forse, intuisco cosa andrebbe fatto, ma non sonostata concepita per farlo. Ciascuno il suo ruolo.Sino alla fine. La mia inutile conoscenza. Non miè dato neppure di sapere se sono in grado di farlo.Continuo a ripetermi che è solo l’ostinazione a volercapire cosa ci è successo veramente che ci può salvare.E’il pensiero, mamma, è il pensiero che riscattala miseria delle maschere che indossiamo? Intantome ne sto qui, con le mie angosce, le mie paure, imiei pregiudizi, i miei rancori, la mia inutile conoscenza.Come posso attraversare la vita se noncapisco quello che anche il mio corpo può capire?Mi vorrei concreta, palpitante, dissipata – persino- per reinventarmi nell’innocenza sempre. CosĂŹ mivorrei, nella mia inutile conoscenza. (Esce)PADRONAMarie’, se n’ha sciĂšte? Adavère se n’ha sciĂšte, Marie’?FĂŹgghja mè! Me sènghe brĂštte, Mariè’… udottòre. FĂŹgghjeme… kiĂ mele… la perdòneke. St’asĂ le? Addò se n’hav’’a sci’ sòla-sòle… u munn’jèbrĂštte… jĂŹ la velève protègge… AcquĂ nn’aprĂŹ lapòrte, sòla-sòle, la prĂŹma vòlde… u còre me zembòda ‘mbĂŹtte… com’a mo… Marie’, pĂŹgghje le gòcce,sop’au comò… Mariè’… ce st’aspĂŹtte? Marie’…Marie’… jĂŹ stoggh’a meri’, ajĂšdeme!MARIETTAE ce jĂŹ non de velèsse ajeta’? Ah? Ce seccète, ce jĂŹ,mo, non de velèsse ajeta’?PADRONAMarie’, Marie’ le gòcce… sop’au comò. Marie’, mace te sĂŹnde? Le gòcce, Mariè’.MARIETTAE te le j’h’’a pegghia’ jĂŹ, le gòcce? Sop’a ce lĂŹbbresta scrĂŹtte ca te le j’h’’a pegghia’ jì… le gòcce, ah?kiĂ me, kiĂ m’ a la cocòtte de fĂŹgghjete e au kembĂ re.LA PATRÒNE 115VedĂŹme, te le dònne lòre, le gòcce? Fa la pròve, kiĂ mele!PADRONAMarie’, Marie’… ce st’a disce’? Marie’, le gocce…te dògghe dèsce mĂŹla lĂŹre.(Tenta di aggrapparsi a Marietta che invece si scosta conuno strattone)MARIETTAQuĂ nne? QuĂ nne?PADRONADè… dèsce mĂŹla lĂŹre… Marie’.MARIETTADèsce… dèsce mĂŹla lĂŹre? Tu, a mè, dèsce mĂŹla lĂŹre?TĂ nne vĂ le la vĂŹta tò? Ah? Dèsce mĂŹla lĂŹre vĂ le la vĂŹtatò?(Pausa) No! Non de vògghj’ajeta’! ArrĂ ngete pe cĂšndetĂš. Fin’a mo t’ha sciĂšte tĂštte lĂŹsce, ah?… Ngesi scazzĂ te sòtt’au pète com’a le magnòtte. Tu u sidĂŹtte, ke kèdda vòcca ‘mbĂ me, kiène de fèle. Le magnòtte?Te j’h’’a fa’ vede’ jĂŹ, ce so capĂ sce de fa’, lemagnòtte!PADRONAMarie’… le gòcce… Te dògghe la cĂ sa frĂ nghe, pen’ànne.MARIETTANo! No! No… No! Ce me piĂ sce kèssa parole! Jè laprĂŹma vòlde ca me la pòzze permètte de dĂŹsce fòrte.No!(Urla) Nooo! Jè la prĂŹma vòlde ca non t’j’h’’a da’ rasciòn’affòrze.Da quĂ nna tĂŹmbe, da quĂ nna tĂŹmbe ustev’a aspetta’ cĂšsse memènde. Non u sapève mangh’jĂŹ.No!Non de mĂŹrete nĂšdde. NĂšdde te mĂŹrete! TĂštte kèddeca me si sapĂšte da’ ha stĂ te na frònze de pedresĂŹn’enu beckĂŹre d’ègghje e te le so addemannĂ tesèmbe jĂŹ. SĂŹ, te le so addemannĂ te pĂšre acquĂ nne116 LA PATRÒNEnon ne tenève d’abbesègne. Te le so addemannĂ tepercè me l’havĂŹv’’a da’: percè tu tĂŹne e jĂŹ no, percènon de velève mĂ  fa’ skerda’ ca pĂšre jĂŹ stoggh’aumĂšnne. PĂšre jĂŹ stoggh’au mĂšnne!PADRONAE te so mĂ  negĂ te nĂšdde?MARIETTAE percè, m’u petĂŹve nega’, ah? JĂŹ so vòcke de fĂšrne!QuĂ nna vòlde m’u si dĂŹtte? JĂŹ u’havèsse sciĂšt’a dĂŹscea tĂštte quĂ nne! e tu u sapĂŹve.Muère mo. Muère! Vògghje vede’còme mòre napatròne. La patròne? La patròne de ci? De ce còse?de le cĂ sere nòste? E ce te l’ha pagĂ te de sangh’e sedòre?NĂš, ke la fatĂŹca nòste. E tu, ke le terrĂŹse nèste,tĂŹne la cĂ se ke le stòrse de pĂŹzze, u fregorĂŹfere, la lavatrĂŹsce,la fĂŹgghj’ a la neversetĂ te! E nu nge ham’’atòrce e stòrce. KiamĂŹ! JĂŹnd’a la cĂ se cu fisciĂš de sète.JĂŹ non ne so mĂ  havĂšte jĂšne!(Glielo strappa, lo indossa) SĂŹ, t’u so ditt’appòst’ u fĂ ttede fĂŹgghjete. St’a sĂŹnde? apposte t’u so dĂŹtte.U so dĂŹtte a Congètte: “Ce no nge pĂŹgghje mo nagòcce jĂŹnd’a le sĂŹnze, no nge pĂŹgghje kiĂš.” Muèremo!(Ride) Congètte no nge velève crète! mĂ nghe SisĂŹne!mĂ nghe Marterèdde, mĂ nghe sòreme, mĂ nghe Rosètte-l’ackiĂ le e mĂ nghe la CemmerĂšte! NesciĂšnenge velève crète. Ma jĂŹ te canòsceke bon’a tè! jĂŹ, tecanòsceke vèckje. TĂštte, tĂštte nge’ham’’a pegghia’.Le ròbbe kiĂš mègghje ca tĂŹne.(Corre verso il proscenio e urla) Conge’, SisĂŹne, Martere’!kerrĂŹte!(Alla padrona) TĂštte nge’ham’’a spĂ rte. Nge appartènetutt’ a nĂš. E kèdda mòrte… kèdda mòrte t’hav’’apegghia’ a jònz’a jònze, pe fĂ tte vede’ la ròbbe ca tesparèsce da sott’a l’òckiere. TĂštte.PADRONANo, lĂ dre… jè ròbba mè… jè ròbba mè.LA PATRÒNE 117MARIETTADa sott’a l’òckiere! a jun’a jĂšne. Conge’, Martere’!(Si sfila l’abito e se ne carica. Rivela un corpo fasciato digarze maculate di rossastri e violacei)TĂštte, tĂštte!(Lunga pausa)PADRONAE jĂŹ ce ne j’h’’a fa’ kiĂš de le ròbbe dòppe mòrte? UtavĂšte non dène pĂ lde. Ma tu, Marie’… percè l’hada sparte ke l’àlde?… percè l’ald’honn’’a gote de nubenefiggje ca t’appartèn’ asselut’a tè… ah?… Mariè’…Eppò… ce te crĂŹte ca t’hav’’a sci’ tĂštte lĂŹsce?PĂŹnze, Marie’… l’avvecuĂ te, le netĂ re, le tribbunĂ le…sal’e scĂŹnne, sal’e scĂŹnne scĂ le! TĂštte quĂ nne uhonn’’a sape’ ca me si arrebbĂ te… quĂ nne, ‘mbèsce…tu m’ajĂšt’a mè e jĂŹ t’ajudek’a tè… te fazzemeni’ a javeta’… au prĂŹme piĂ ne… a cĂ sa frĂ nghe,Marie’… pe n’ànne. Marie’, le gocce…(Marietta appare molto interdetta) l’àlde l’allassĂ m’abbĂ sce…tu, au prĂŹme piĂ ne, com’a le segnĂšre… Marie’…“Fa ben’e skĂšrdete”… Ma jĂŹ non zo sgrĂ te, Marie’…Marie’ te combĂŹne… Tott’e do sĂŹme fĂ tte p’accapĂŹnge…sop’au comò stònne le gocce, Marie’, arrecuèrdetede mĂ mmete… t’ha mannĂ te la fertĂšne…(La padrona crolla sul pavimento, rantolando. Marietta,visibilmente turbata dalle ultime parole della padrona, silascia sfuggire dalle braccia il suo carico. Dapprima riluttante,poi sempre con maggior foga, si risolve a porgerealla padrona il bicchiere.La padrona sembra riprendersi.In un barlume azzurrino che invade la scena, la padronatorna a campeggiare dalla medesima posizione iniziale)PADRONAAh, sĂŹ! Mo me sènghe kiĂš mègghje! CrĂŹste m’è testemònnjed’u bène ca me si fĂ tte. Au prĂŹme piĂ ne,Marie’… Mo, me fĂ sce frĂŹdde. Jòsce tĂštte quĂ n118LA PATRÒNEne sĂŹme perdĂšte la cĂ pe… hav’’a jèsse la lĂšne…Marie’, jĂŹnd’au buffè sta na bottĂŹglje de resòlje…pĂšrtele ddò… e annĂšsce pĂšre dĂš beckjerĂŹne… sogelĂ te tòtta quĂ nne… e annĂšsce pĂšre na kevèrte…FĂŹgghjeme, non z’ha retrĂ te, no?… Kèdde, da sòremehav’’a jèsse sciĂšte… o da la kembĂ gne… cra…cra la fazze parla’ d’au ziĂ ne… no-mbĂ sce nĂšddeu delòre ca m’ha dĂ te… jĂŹgne, Marie’… no-mbĂ scenĂšdde… ddò hav’’a meni’… kèss’ jè la cĂ sasò… non me pòte sbruègna’ axì… jĂŹgne, Marie’…bĂŹve… bĂŹve Marie’… Mariètta trottĂ te! Me la sisapĂšte fa’, stavolde… te piĂ sce u resòlje, ah?… jĂŹgne…jĂŹgne… bĂŹve… bĂŹve… Si vĂŹst’ a fĂŹgghjeme?…ce jè potènde!… jè de fuèke!… de fuèke jè!… bĂŹveMarie’… e crĂŹdenge tu… a le còse c’ha dĂŹtte kèdde…sseh… la si vĂŹste?… Tène la ‘mbonènze de napatròne… Patrone se nĂ sce, Marie’… non z’adevènde.BĂŹve… Marie’… jòsce, tĂštte quĂ nne sĂŹmeperdĂšte la cĂ pe… Cra… cra… cra tòtte còse ngehonn’’a pare’ com’a nu sènne… BĂŹve Marie’…Non ha seccĂŹsse nĂšdde. Non zeccède mĂ  nĂšdde!(Marietta è ormai crollata, ciuca, al riparo della colonna,la testa sul braccio. Tutto il tempo ha mimato gli ordiniimpartiti dalla Padrona.Voci impercettibili riempiono la stanza di battute del copione.Balenii di visi. Si staglia la figura della figlia, dispalle al pubblico.Marietta ripete, come in sogno, qualcuna delle sue battute,confondendole, mescolandole, tornando ossessivamentead un pigolato “Patrò”). *(Sipario)*M Padro’, padrona! Sono Marietta di giĂš. Sta permesso?P Puoi entrare. Entra. Quella è la sedia. Ma non te ne andare perle lunghe.LA PATRÒNE 119M Padrona mia, sto ancora tutt’agitata per un sogno che ho fattostanotte. Mi trovavo su una scala: salivo, salivo e non terminavamai: all’improvviso mi trovavo davanti a una porta. L’ho apertae mi sono ritrovata in una camera grandissima. Mi son guardataintorno e ho scoperto che invece dei muri c’erano specchi e proprioal centro c’era un orologio altissimo che partiva da terra.Mentre mi avvicinavo per guardarlo da vicino, ne è venuta fuoriuna voce: “Sono tanto stanca di lavorare! Sempre a lavorare, lavorare!Finalmente, adesso è arrivata l’ora mia.” Padrona, quellaera la voce di mamma. Beh, ho buttato un grido nel sonno:“Mamma!“ Mi sono svegliata, padrona mia, in un bagno disudore. È da stamattina che volevo venirti a raccontare questosogno. Per vossignoria, che vuol dire?P È un segnale.M Toh! CosĂŹ ha detto mio marito. Le scale: 20. Lo specchio: 49.L’orologio: 24. 20, 49, 24: dovevo giocare un bel terno su tuttele ruote. Mah! Stasera usciranno i numeri e vedremo. A direil vero, però, l’agitazione non mi è ancora passata. Me la sentoancora nelle orecchie la voce di quella mamma che diceva:“Sempre a lavorare, lavorare. Finalmente è arrivata l’ora mia.”Che voleva dire?P Da quanti anni è morta tua madre?M Ventun’anni al prossimo anniversario.P Tua madre t’ha mandato un segnale. Quest’anno le scade la suapena in purgatorio. Per passare piĂš in alto, vuole che tu le facciadire una messa.M GesĂš, Giuseppe e Maria! Senz’altro, senz’altro. Gliela facciodire la settimana prossima da Don Peppino. Ma scherzi? Amamma?P Adesso, se non hai nient’altro da dire, te ne puoi andare. E comportatibene, chè non vedi? Le anime del purgatorio ti guardano.M SĂŹ, me ne devo andare. Quello, mio marito, mi ha mandato unbel po’ di carne di cavallo. Vuole due involtini. È da tanto chenon ne mangiamo. Anzi, padrona, giacchè sono qui: ti trovi unafoglia di prezzemolo? Quando lo compero te lo restituisco.P SĂŹ, come la tazza di zucchero, il bicchiere d’olio, la testa d’aglio,il mezzo kilo di pane…M E no, padrona! Il pane te lo volevo restituire, Sei stata vossignoriache non l’hai voluto. Dovessimo fare, ora!120 LA PATRÒNEP E dovevo imbrattarmi la coscienza prendendomi il pane indietroda te? Per farti aprire ancora di piĂš di bocca? Ma va’, va’,comare Marietta-capafresca.M Allora, padrona, ce l’hai il prezzemolo? Chè se vuoi, senza interesse,te lo pago.P Va’, mosca!M Hai visto come sei vossignoria? Poi dici che è colpa mia.P Ah! Cornuto e mazziato! Sta’ zitta, Marietta, ch’è meglio. E sehai ancora bisogna di qualcosa dimmelo alla svelta, perchè nonposso perdere tempo.M No, niente… solo… ti trovi un odore di pepe? Non sai, nonper me che sto imbarazzata di visceri, ma quello, mio marito…gli piace. Tu, ora, entra nella testa di quello. Dice che gli involtinisenza pepe non gli sanno di niente… oh, ma se non ce l’hai,non importa.P Per fortuna che hai la carne, altrimenti dovevo darti pure quella.Va’, vatti a prendere il pepe e il prezzemolo! Lo sai dovestanno.M Grazie assai, padrona. Grazie assai, assai. Lo dico sempre a miomarito: se non ci fosse la padrona! Quella è la barca dell’abbondanza.Nah, azzardati a chiedere un piacere a Concetta! È tantotirata. Se n’esce sempre dicendo: “Il prezzemolo?“ faccio perdire il prezzemolo! “No, or ora proprio l’ho terminato.” Che tidevo dire? Una tazza di zucchero? “Mmh, il caffè noi lo beviamoamaro!” Quella è una poveretta peggio di me. E poi, quantoè disordinata, padrona mia, quanto è disordinata. È propriouna scriteriata. Non sta mai a casa. Sempre in giro se ne va. Aquella dobbiamo dare chiacchiere e divertimenti.P Marietta, legati la lingua nel culo. Te l’ho detto tante volte:quando vieni qui, di’ ciò che devi dire e vattene. Ma non venirea lavarti di bocca su Concetta, Francesca e tutti santi che ti voglianoguardare, chè a me, tanto per parlare alla barese, non mene frega niente.M Non è questo il punto, padrona, mica volevo fare la pettegola!P Che punta e che puntina, dev’essere!M Io volevo dire che quella non è mica come vossignoria che hala casa che riluce come uno specchio! Toh! Quelle tende sempreben tese e inamidate! Quei lampadari che rilucono comel’ostensorio di Santa Chiara! E, lo devo dire? Sola-sola, senzaLA PATRÒNE 121una mano d’aiuto. Che puoi mettere quella ragazza di tua figliadavanti a una tinozza! Quella è cosĂŹ fine, quella ragazza! E poi,studia. Non studia ancora, eh, padrona?P Tanto per cominciare, la tinozza l’abbiamo tolta di mezzo chesono almeno cinque anni. Tanto per finire, mia figlia lascialastare dov’è. E tanto per chiudere la storia, non hai da fare gliinvoltini?M Oh, Madonna, cosa mi hai ricordato! Gli involtini! SĂŹ, propriodevo andare, ora. Hai ragione! Ma che, la signorina, è uscita? Onon si sente bene e sta coricata?P È uscita.M Ah, allora non mi sono sbagliata, era proprio lei quella cheho visto. Proprio allora mi sono trovata ad uscire dalla casa diMartirella, non sai? Martirella–di-Carbonara, che abita sull’altrolato della strada. Ho detto: “Quella dev’essere la signorina.Guarda, Martire’, che bella ragazza è diventata. Come cambia!Uno straccio, addosso a quella, riluce come l’oro.” Ho dettoa Martinella: “Martire’, quella sĂŹ che è una donna che può farperdere la testa a un maschio!“P Hai finito? Ora te ne puoi andare? O aspetti che ti metta allaporta?M GesĂš Bambino, che ho detto: una trave di fuoco? Ch’è unabugia che la signorina è proprio bella! E poi, è in etĂ ! Pensa cheMartinella m’ha chiesto: “Ma che sta, fidanzata la signorina?“Ma io, padrona, le ho risposto: “Martire’, vuoi bene a tua sorella?Certe domande non me le fare!“ chè io, padrona, sono mutae cieca. Beh, ora proprio devo andare, perchĂŠ mi son trattenutafin troppo. Scusami, padrona, ma è che è proprio bello parlarecon vossignoria. BuondĂŹ, padrona, buondĂŹ! Non hai da chiederminulla, padrona? No, vero? Beh, allora me ne vado.P Dimmi un po’, tuo marito sta lavorando?M Mio marito? E che c’entra mio marito, adesso?P Tuo marito, sĂŹ, tuo marito. Sta lavorando?M SĂŹ.P E domani? Anche domani deve andare a lavorare?M Che ne so, padrona! mi pare di no, ma poi, sai com’è, potrebbevenir fuori qualcosa da guadagnare, dev’essere un fesso a lasciarselasfuggire. Ma che è, padrona, ne hai bisogno vossignoria,padrona? PerchĂŠ, se serve a vossignoria, gli dico che, fosse pure122 LA PATRÒNEspezzato di gambe, deve venire. Ih, GesĂš, a vossignoria! Mancoa dirlo!P No, una fesseria! Mi deve mettere un pezzettino di marmo suquel muro. Mi serve un’altra mensoletta. Poi, dovrebbe liberarmil’ammezzato, chè voglio fare un po’ di spazio. Stannoda spostare casse, scatole… lĂ , solo un maschio può fare quelservizio.M E giĂ : quando un maschio ci vuole, ci vuole.P Quando ci vuole, ci vuole. Te ne accorgi quando rimani da solaa mandare avanti la barca… e per di piĂš hai una figlia che ti dĂ mille pensieri.M Ah, quei figli, le preoccupazioni che danno! Ne so io, qualcosa,padrona mia, per quante ne passo appresso a quei quattromocciosi che ho a casa. Ma per fortuna, a me sono maschiettie, grazie a Dio, quando saranno in etĂ , li metto a bottega e miporteranno la paga… un poco-poco meglio staremo! Che poi,facciano quel che vogliono. Manco sono femmine! Le mammedelle femmine devono grattarsi la rogna, al giorno d’oggi! Oh,scusa, padrona, dovessi credere che ho parlato cosĂŹ per vossignoria!Quella lingua mia, tagliata vuol essere. Quante volte mel’hai detto vossignoria. E anche mia cognata grande, padrona,che quella è una santa cristiana come vossignoria. Quella, miacognata, me lo dice sempre: “Marietta, impara ad essere piĂšprudente! Impara ad essere piĂš prudente.” Ma che ci posso farese io son fatta cosĂŹ? Che ci posso fare? Niente.P Effettivamente, un poco-poco imprudente sei. Ma bisogna riconoscereche quando è giusto, è giusto. È vero che l’onoredevono custodirselo di piĂš le madri delle femmine.M Ecco! E poi non ti deve consolare il cuore solo a sentirla parlare.Lo dico sempre a mio marito: “Quella padrona è una santa.Un santa dell’altare. Quant’è giusta quando dice un fatto! telo rivolta da sopra, da sotto e dal lato. Per ciascuna cosa ti dicemale e bene. E sai, padrona, pure lui, mio marito, si può direche me lo ripete quasi ogni giorno: “Marietta, tu devi dar rettaalla padrona, perchĂŠ quella è piĂš che una madre per te.” Ah, lamamma mia bella, i bei consigli che sapeva darmi: “Marietta,figlia, impara: nella vita fa’ male e pensaci, fai bene e scordati.E a chi ti fa del bene devi essere sempre grata.” E io, padrona,io devo essere ingrata con vossignoria? Con tutto il bene chemi hai fatto? No. Te lo devo dire. Non mi posso tenere questoLA PATRÒNE 123macigno in mezzo allo stomaco. Te lo devo dire. Beh, padrona,il fatto è questo. È successo che una volta, anzi no, ora chericordo ben-bene è stato piĂš di una volta, mi son trovata cosĂŹ,quasi a farlo apposta, che io giravo l’angolo e tua figlia scendevada un’auto.P Beh? Questo è tutto il fatto? E che c’è di male? PerchĂŠ, nonpoteva essere un’amica?M SĂŹ, cosĂŹ pensai io. Poi, feci per buttare un occhio e vidi che eraproprio un maschio. Un maschio, padrona mia, un maschio!Non sai? Uno di quei maschi che usano ora! Capelli lunghi,barba… insomma, un maschio.P E dove hai detto che sarebbe successa questa storia?M Proprio dietro l’angolo, padrona. Ah, ma io la prima volta pensai:quella, la signorina, forse non s’è sentita bene e si è fattaaccompagnare. Invece, poi, il giorno dopo mi trovai quando lasignorina saliva in macchina.P Cioè a dire?M SĂŹ, padrona: la signorina arrivò all’angolo e lĂ  giĂ  era ferma l’autodel giorno prima e la signorina salĂŹ. Il figlio di Martirella m’hadetto che quelle auto si chiamano Coupè, padrona! Rossa è, padrona.Una gran macchinona rossa lunga, ma lunga, padronamia, quanto oggi e domani. Coupè. Ah, ma io pensai: “Forse, èlontano dove va la signorina e allora vengono a prenderla.” “Matanto che vengono a prenderla dietro l’angolo,“ giustamente hadetto mia sorella, “non possono venire a prenderla sotto casa,ah?“P E quando l’hai vista per la prima volta?M Aspetta, fammi ricordare ben bene: allora, dev’essere stato…oh, mica mi ricordo! Mi fa una rabbia! Aspetta, fammi sforzare.Oggi cos’è? Sabato? Beh, questo fatto va avanti da mercoledĂŹ.SĂŹ, padrona, da mercoledĂŹ della settimana scorsa, da quel chene so io, padrona mia. Poi, tu mi conosci, io sono una che sifa quelli suoi: per questo posso testimoniare solo ciò che hovisto con i miei occhi. Che m’interessa di quel che dicono Rosetta-gli-occhiali, Lina-del-pane e Costanza-la-gobba. Personeson quelle? Stanno sempre a ricamare e tagliano, tagliano. No,no, io con certi personaggi non ho nulla a che spartire. Va’,va’, siete troppo materiali. Andate a cacare al largo. Un mese edue mesi! Facciamo sei mesi e non se ne parla piĂš. Cos’è tuttoquesto rumore sul conto di quella bella ragazza della signorina?124 LA PATRÒNENon ci vuol nulla ad affibbiarti una critica. Chi te la toglie piĂš?Poi, non volete farlo per lei, fatelo per quella santa donna dellamadre. Se poco-poco dovesse arrivarle alle orecchie, la fate moriredi crepacuore. Che poi, una mamma è, quella poveretta.No, padrona mia, sono andate bene! Se ne sono andate carichedi meraviglie. Non dar retta alle malelingue, padrona! Comem’hai insegnato vossignoria? “La lingua non ha osso e rompel’osso.” Sempre me ne ricordo. Non dar retta: mercoledĂŹ dellasettimana scorsa. SĂŹ, mercoledĂŹ, perchĂŠ, ti ricordi? Per metterea cuocere le fave, vossignoria mi prestasti quel bel bicchierinod’olio. A proposito, te lo devo portare. SĂŹ, mercoledĂŹ.P E tutti giorni?M Tutti i giorni.P Anche stamattina?M Anche stamattina e anche nel pomeriggio.P Vedi, Marietta, che sono le sei e gli involtini hanno bisogno ditempo per cuocere.M SĂŹ, Madonna! S’è fatto proprio tardi. Quello, mio marito, miha mandato a dire che deve venire per le nove. Beh, padrona,io ora me ne vado. E grazie per il prezzemolo e per il pepe.Domani te li riporto. Poi, piĂš tardi ti mando la risposta di miomarito tramite quel ragazzino di mio figlio. Altrimenti, faccioun salto io stessa. Fin quando stai a comandare… beh, me nevado… padrona! Arriva la signorina con un gran mazzo di fiori.Ehi! Acqua in bocca, mi raccomando, dovessi farmi trovare nelbel mezzo di un guaio, chè io non ho detto niente, ah? Buonasera, signorina. Che bel mazzo! Ah, la primavera, fior di gioventĂš.L’aria fresca e le fresche frasche, beato chi se le gode. Sonofreschi, eh, signorina? Come profumano. Ah, la campagna, chebei frutti dĂ .P Salutiamoci, Marietta!M Buonasera, padrona! Buonasera, signorina.…P Carne di diavolo con fiele e fegato scoppiato! E adesso lo condiamoanche con brodo rosso se non butti il veleno, ora stesso.Adesso devi dirmi tutto il fatto. Sale e scende dall’automobile,si fa accompagnare all’angolo! Come la prima zoccola di Bari.Disgraziata! Devi far aprire la bocca ai porci, agli scarafaggi cheio schiaccio con la punta del piede. Ora sei arrivata sulla boccaLA PATRÒNE 125dei barbieri. Io ho saputo custodirmi il mio onore e ho saputofarmi rispettare da tutti quanti, da tutti quanti anche senza labuonanima di tuo padre accanto. Da tutti quanti. Mai nessunoha potuto dire “A“ sul conto della Padrona. Ora devi venire tue devi disgradarmi cosĂŹ? Devi farmi sentire il Verbum Caro?Mannaggia la malannata e il latte amaro che ti diedi. Ma io,prima ti strappo il collo! Per quanto è l’amore per tanto è l’odio.Ti uccido, ti uccido, io!…Non parlare cosĂŹ con me, ah! Non parlare cosĂŹ con me. Haitorto, sta’ zitta, abbassa la cresta e abbozza, altrimenti, tu lagiornata santa di oggi non la finisci. Cosa credi che, siccomeparli pulito io non ti capisco? Ricordati che sei uscita dalle mieviscere. Tu mi vuoi fare crepare il cuore, tu vuoi la morte mia!Ma neppure per un momento, dico, neppure per un momentoti ha attraversato quella testa matta che hai, che la gente ti potevavedere? non sai che tutti gli occhi stanno appuntati su noie la gente fa subito a sparlare?…SĂŹ, come una puttana ti stai giocando la vita. Quando ti viene ilprurito, va’ a cacare da un’altra parte e non che vieni a farmelasotto il naso.…Smettila, smettila. Mi fai impazzire, mi fai impazzire. Chi dovevadirlo? La figlia mia, la figlia mia! Ti ho allevata nell’ovatta,col rispetto e il timore di Dio. Madonna, quanto mi sento male!Madonna, aiutami tu. Cuore di GesĂš, Sant’Antonio, Santa Ritamia, anime sante del Purgatorio, fatemi voi la grazia.M È permesso? Padrona, scusa, per caso ti trovi… iih!…GesĂš Bambino, ch’è stato, padrona? non ti senti bene? Madonna,che brutta cera! Corri, corri, siediti alla sedia! Su, su, appoggiatia me. Signorina, riempi un bacile d’acqua fresca, svelta.E non te ne stare come un cazzo in piedi in mezzo alla stanza.Dopo tutto il guaio che stai facendo passare a tua madre… dovece l’hai il cuore?P L’ha lasciato per strada.M Che ci vuoi fare, padrona, che ci vuoi fare? Prendi, bevi, bevi.Sono ragazze, che sono ragazze. Tieni, bevi. Vossignoria, poi,126 LA PATRÒNEcome devi essere, Madonna! Bevi, padrona, bevi. Per una sciocchezza,ti alteri tutta. Chi te lo fa fare? Tira a campare. Bevi,bevi. Si capisce che ora, le regazze, sono tutte teste matte: unolasciano e un altro prendono, che uno lasciano e un altro prendono.Bevi, padrona, bevi. E poi, va bene, diciamo ora, ora, mache? Ce li siamo scordati i tempi nostri? Prendi, bevi. Lo stessonoi, quante ne abbiamo combinate di nascosto da mamma epapĂ . Chi piĂš, chi meno, tutte ci siamo passate. Bevi, padrona,bevi. È che ora le fanno piĂš all’aperto, sotto gli occhi di tutti,quella è la brutta cosa! Bevi, padrona, bevi! Allora, la gente vedee che vuoi farci, padrona, che vuoi farci? Gli occhi son fattiper vedere e la bocca per parlare. Bevi, bevi. Ti stai sentendomeglio, ora? Hai bevuto?…Signorina, per prima cosa, io mi son fatta dare la parola da tuamadre, la qui presente, che non ti doveva dire nulla. È vero,padrona? E poi, mettiamo lontanamente che gliel’ho detto io,mettiamolo, va bene! Andiamo avanti. Non è meglio che tuamadre lo sappia? Di’ tu, di’. Ti può accadere qualcosa. Che nesappiamo che persona è costui? chi l’ha mai visto prima? chi loconosce? Ce l’hai presentato? Non è giusto, padrona? E poi, cosĂŹsi fa un matrimonio? Lo sai cos’è tenere un maschio accanto?Dovessi credere che si tratta solo del bacetto e la scopatina!Questi uomini di oggi che non sai piĂš come farli contenti! Liprendi per la testa e ti sfuggono per il culo! Li prendi per il culoe ti sfuggono per la testa… e poi, con tutta quella massa dicapelli… per il bene di vossignoria l’ho fatto, che l’ho fatto.…Ma sentila, sentila! Altro che buona figlia. Dice bene mia sorella:“Quella è come il monaco: basta che guardi in terra perfare buchi.” Intanto, se non mi fossi trovata io dietro la porta,l’avresti lasciare crepare su una sedia. Devi essere proprio senzacoscienza! Dopotutto, una vecchia è. Adesso si fa gli scrupolidel vaccaro e la sa chiamare “mamma”. Vergogna! Vaa a nasconderela faccia nel vaso da notte. Tu, tu devi dire sciagurataa me? Tu? Col tuo presente, passato e avvenire?…P Chiudi, chiudi quella bocca di razza. Quella lingua te la devotorcere!Marietta, hai sentito che arroganza? l’hai sentita? Cosa credi chesia roba di oggi?LA PATRÒNE 127M No?P È sempre stata cosĂŹ.M E noi che non ne sapevamo niente!P PiĂš le ho dato e piĂš lei ha drizzato il collo come un tacchino. Ecopri oggi, e copri domani… non la reggo piĂš, Marietta mia!Non ho mai potuto sfogarmi con nessuno. Il vaso è pieno, pieno,pieno. Vorrei paglia per cento cavalli.M Di’ a me, padrona, di’ tutto a me. Sfogati! Di’ a Marietta tua.P Sempre per salvare la faccia, per salvare l’onore. Lo stomaco cel’ho gonfio, pieno, Marietta. Vorrei tanto svuotarlo.M Di’, padrona, di’.P Vorrei buttare tutto il fiele che m’è arrivato in bocca e mi haresa tutta amara, Marietta mia. Siamo arrivati al punto che iochiamo danari e quella risponde a picche. Le lingue si sonotroppo attorcigliate, Marietta, e non ci capiamo piĂš, piĂš, piĂš,piĂš. Dapprima il rossetto, poi lo smalto per le unghie, poi ilnero sugli occhi, il calcestruzzo in faccia… e com’è a mammatua… queste cose si fanno? Quella gonna cosĂŹ corta, tutte legambe scoperte! Copriti, copriti!…Sai quella che mi risponde? “Ma ti sei mai guardata intorno,mamma? Esci un po’! renditi conto che non stiamo piĂš nelsecolo scorso. Mamma, svegliati!“ CosĂŹ. A me. A sua madre.M Ih! CosĂŹ a mamma sua?…Signorina, stai zitta! Vuoi bene a tutti morti che hai? Vedi tuamadre come sta? La vuoi proprio far morire di crepacuore? Lavuoi proprio vedere stroncata… e che!…Brutta lurida! Quando lo sapranno le altre!P No, sta’ zitta!…M Brutta faccia di scomunicata!…P Marietta, se n’è andata? Davvero se n’è andata, Marie’? Figliamia! Mi sento male, Marie’… il dottore! Mia figlia… chiamala…la perdono. Sta salendo? Dove se ne deve andare cosĂŹ sola?128 LA PATRÒNE… il mondo è cattivo… io volevo proteggerla… Quando aprĂŹla porta da sola la prima volta… il cuore mi saltò in petto, comeora, Marie’… prendi le gocce, sul comò… Marie’, che aspetti?Marie’, Marie’… io sto morendo, aiutami!M E se non ti volessi aiutare? Ah? Che succede se io, ora non volessiaiutarti?P Marie’, Marie’, le gocce… sul comò. Marie’. Ma che ti senti? Legocce, Marie’.M E te le devo prendere io, le gocce? In quale libro sta scritto chete le devo prendere io… le gocce, ah? Chiama, chiama la puttanadi tua figlia e l’amante. Vediamo, te le danno loro, le gocce?Fa’ la prova, chiamala!P Marie’… che dici? Marie’, le gocce… ti do diecimila lire.M Quanto? Quanto?P Die… diecimila lire… Marie’.M Dieci… diecimila lire? Tu a me, diecimila lire? Tanto vale lavita tua? Ah? Diecimila lire vale la vita tua? No. Non ti voglioaiutare. Arrangiati per conto tuo. Finora t’è andato tutto liscio,eh?… ci hai schiacciato sotto il piede come gli scarafaggi. Tul’hai detto, con quella bocca infame piena di fiele. Gli scarafaggi?Ti farò vedere io di cosa sono capaci gli scarafaggi.P Marie’, le gocce… Ti abbono un anno di fitto.M No, no, no… no. Come mi piace questa parola! È la primavolta che mi posso permettere di dire forte no. No! È la primavolta che non devo darti per forza ragione. Da quanto tempo,da quanto tempo stavo aspettando questo momento. Non lo sapevoneppure io. No, no. Non ti meriti niente. Niente ti meriti.Tutto ciò che hai saputo darmi è stata una foglia di prezzemoloe un bicchiere d’olio e te li ho chiesti sempre io. SĂŹ, te li ho chiestianche quando non ne avevo bisogno. Te li ho chiesto perchĂŠme li dovevi dare: perchĂŠ tu hai e io no, perchĂŠ non ti volevo farscordare che anch’io sto al mondo. Pure io sto al mondo.P E ti ho mai negato niente?M PerchĂŠ? Me li potevi negare, eh? Io sono bocca-di-forno. Quantevolte me l’hai detto? Io sarei corsa a dirlo a tutti. Muori, ora.Muori. Voglio vedere, come muore una padrona. La padrona?La padrona di che? Di che cosa? Delle case nostre? E chi ti le hapagate, col sangue e col sudore? Noi, con la fatica nostra. E tu,con i soldi nostri, tieni la casa con le tende di pizzo, il frigorifeLAPATRÒNE 129ro, la lavatrice, la figlia all’universitĂ ! E noi dobbiamo torcercie storcerci. Guarda! In casa col fisciĂš di seta. Io non ne ho maiavuto uno! SĂŹ, te l’ho detto apposta il fatto di tua figlia. Misenti? Apposta, te l’ho detto. Ho detto a Concetta: “Se non leviene ora un ictus, non le viene piĂš.” Muori, ora! Concetta nonci voleva credere! Neppure Sisina! Neppure Martirella, neppuremia sorella e neppure Rosetta-gli-occhiali e neppure la Gobba.Nessuno ci voleva credere. Ma io ti conosco bene! Io ti conoscoda sempre. Tutto, tutto ci dobbiamo prendere. La roba miglioreche hai. Concetta, Sisine, Martirella, correte!Tutto ci dobbiamo spartire. Appartiene tutto a noi. E quellamorte… quella morte ti deve prendere oncia a oncia per fartivedere la roba che ti sparisce da sotto gli occhi. Tutto.P No, ladra… è roba mia… è roba mia.M Da sotto gli occhi! Ad una ad una. Concetta! Martirella! Tutto,tutto!P E che ne faccio piĂš della roba dopo morta? La cassa da mortonon ha tasche. Ma tu, Marietta, perchĂŠ devi dividere con lealtre?… perchĂŠ le altre devono godere di un beneficio che spettasolo a te… eh?… Marie’… e poi, cosa credi, che ti andrĂ  tuttoliscio? Pensa Marie’… avvocati, notai, tribunali… Sali e scendi,Sali e scendi scale! Tutti sapranno che mi hai derubato…quando invece… tu aiuti me e io aiuto te… ti faccio venire adabitare al primo piano… casa gratis, Marie’… per un anno.Marietta, le gocce.Le altre le lasciamo giù… tu al primo piano, come i signori…Marie’… ma io non sono ingrata, Marie’… Marietta, ti conviene…noi due siamo fatte per capirci… sul comò stanno legocce… Marietta… ricordati di tua madre… ti ha mandato lafortuna… Ah, ora mi sento meglio! Cristo m’è testimone delbene che mi hai fatto. Al primo piano, Marietta. Ora mi fa freddo.Oggi, tutti abbiamo perso la testa… dev’essere la luna…Marietta, nel buffet ci sta una bottiglia di rosolio… portala quie porta pure due bicchierini… sono gelata tutta… e porta pureuna coperta. Mia figlia non è ancora rientrata, no? Quella, damia sorella dev’essere andata… o dall’amica… domani… domanile faccio parlare da suo zio… non importa il dolore chemi ha dato… qui deve venire, questa è casa sua… non può svergognarmiin questo modo… riempi, Marie’… bevi, bevi, Marie’…Marietta mascalzona! Me l’hai saputa fare, questa volta…ti piace il rosolio, eh? Riempi… riempi… bevi… bevi… hai130 LA PATRÒNEvisto mia figlia? Com’è potente! È di fuoco… di fuoco è… beviMarie’… e credici, tu, alle cose che ha detto, quella… seh…l’hai vista? Ha l’imponenza di una padrona. Padrona si nasce,Marie’… non si diventa. Bevi, Marie’… oggi tutti abbiamoperso la testa… domani… domani… domani tutto ci apparirĂ come un sogno… bevi, Marie’… non è successo niente… nonsuccede mai niente.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 131Un Fatto:Bari, 27 aprile 1898(La Rivolta del Pane)DUE TEMPI1976132 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)PERSONAGGIDa dieci a quaranta attori che rivestono i ruoli di volta involta indicati nel testo.LA SCENALuogo scenico è la sala, o la piazza, dove si produce lo spettacolo.Su una parete bene in vista si appenda il cartello:“Io so che queste riforme sono difficilmente mesein atto in uno Stato costituzionale, ma noi dobbiamofarle, perchĂŠ sono necessarie; e se sono necessarie,o con le buone o con le triste si faranno;e se non le faremo noi, le farĂ  certamente o unDittatore o il Petrolio.”Luigi Settembrini 1874Ricerche effettuate presso:Biblioteca De GemmisBiblioteca Nazionale di BariArchivio del Comune di BariArchivio de “La Gazzetta del Mezzogiorno”Archivio de “Il Corriere della Sera”PrivatiHanno collaborato alle ricerche:Piero dell’ErbaMarisa EugeniDonatella NoceraMaria Teresa VentrellaUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 133BANDITORE (Annuncia)I Scena – Una storia – I Parte(Entrano tre donne)1^ DONNA… e so penzĂ te: com’ jè, mĂ mme? Dòppe quĂ nnen’ha fĂ tte? Havèv’’a ‘mbrasceda’ a CarvenĂ re?No. No. L’àlde se la pòdene pĂšre skerda’: jĂŹ, no.La mĂ mma mè, m’ha remanĂšte jĂŹnd’au còre a mè.La stĂ dua d’òre nge jèven’’a fa’. Non fasce a tĂŹmb’a‘ppeccia’ la trevvisiòne ca te sbĂ ttene ‘mbĂ cce cĂšsseSĂŹnneke o cĂšdde canĂŹstre ke la fuèrce ‘mmĂ ne catĂ gghjene nĂ stre sop’a nĂ stre. De mĂ mma nòste po,tĂštte s’hònne skerdĂ te. PĂšre tu.(Rivolta all’altra) Po de tè…2^ DONNACe vuè dĂŹsce, ca ce vuè dĂŹsce? JĂŹ, pe kèdde ca nesĂ cceke jĂŹ, u dovère mĂŹ u so fĂ tte, almène na vold’auuĂ nne, còme kemmĂ nne u cĂŹle, e tòtte le vòlde came la so sendĂšte. Havessem’’a fa’, mo, ca tu ca tela scĂ nze sèmme, si la mègghia- megghje e l’àlde sou remmĂ te, la fanghĂŹglia dei pièti tuoi. MĂ nghe cau cammesĂ nde de CarvenĂ re jè ddò drète. AssĂŹdetemo, assĂŹdete. E ce jè? Vuè na tĂ zze de cafè?(L’altra fa cenno di no)3^ DONNACe t’aggetĂŹsce a fa’? MĂ mme u decève sèmme: kèdde,còme nascĂŹ sfescĂŹ da ‘mman’a la vammĂ re, e azzeppò.1^ DONNAAllòre, tĂ nne c’havĂŹm’arrevĂ t’au remmĂšsse, nonoccòrre ca tòtte le vòlde ca sta da paga’ la lĂšsce aucammesĂ nde te fĂ sce meni’ le vĂŹrme ‘nguèrpe. A lamĂ mma tò? Puh! MĂŹttete scuèrne, scellèrĂ te, a kèddafĂ cce de peccĂ te ca tĂŹne. La mĂ mma tò ca sta scrĂŹttepĂšre jĂŹnd’au lĂŹbbre? Tu? Havèsseme stĂ te nu pĂŹlede kèdda mĂ mme, tu, jĂŹ e tĂštte l’àlde pĂšrce com’a134 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)nĂš! La cĂ pa mè-a ‘nderre, no nge havèssem’ackiĂ te‘mènz’a la meuĂŹne ca nge ackiĂ me jòsce. Ma ce menaldarèscek’a fa’ la vita mè! Io sono la voce che parlanel desèrte. Tre sòre, tre sòre, addò s’ha viste mĂ ,tre sòre de sti tĂŹmbe, ca non z’accapĂŹscene kiĂš.KiĂš, kiĂš, kiĂš, kiĂš.2^ DONNAE quĂ nne mĂ  nge sim’accapesciĂšte nĂš-e-do? Tòttemo te st’a vène’ la frenesĂŹ?3^ DONNALa frenesĂŹ jè com’au predĂŹte: ce non d’u grĂ tte nombuètesta quĂŹte.1^ DONNA (Alla 3^ Donna)Sorella mia, il Signore m’hav’’a perdena’, ma iotòtte le vòlde ca pènzeke a tè, me sènghe brĂštte.Prègheke: com’è possibile, Dòmene DdĂŹ, ca se pòtecamba’ na vita sĂ na-sĂ ne, sglĂšse pe mètte zezzĂ nje?3^ DONNAA mè? A mè u sa còme me kiĂ men a mè: la Pascère,me kiĂ men’a mè.A tè u sa còme te dĂŹscen’ a tè? ‘Nzauèrre.1^ DONNA (Fissandola)Se nĂ sce, jè vere. Se nĂ sce. Se pote meni’ au mĂšnnestreppiĂ te, o se nĂ sce c’u cervĂŹdde de kèdda mĂ mme:ma jĂšne sop’a mĂŹlle. O mègghje, jĂšne sop’a numelliòne. TĂštte l’àlde: vĂŹrme sènza cervĂŹdde.2^ DONNAMa ‘nzòmme, se pòte arreva’ a capi’ ce v’ackiĂ nnetu stamatĂŹne? Ce t’ha staccĂ te? E allòre tu me vuèpròbbete fa’ sbetta’? Ca ce si menĂšte ammeuĂ te pefa’ lĂŹte, dimmĂŹue ‘mbrĂŹme, ca mo, candĂ nne-candĂ nne,te ‘mbelèsceke le grĂ ne d’u resĂ rje.3^ DONNACe nevetĂ ! Kèdde sèmme ‘mbelĂ te le tène, ke tĂšttequĂ nne. Ah! vòcca mè stĂ tte cĂŹtte, ca ce havèss’’aparla’ jĂŹ sop’au cĂšnde tu, non zapĂŹme le fiĂšre capòdene meni’ fòre.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1352^ DONNAE kèdde ca v’ackiĂ nne mĂ mme, mĂ mme e mĂ mme.Da mo va c’ha fĂ tte pòlver’e cènere! LĂ ssala sta’ bon’e‘ngrĂ zzje de DdĂŹ addò sta. Au uĂ nne nge so fĂ tte dĂŹscela mèsse, com’a tĂštte l’ànne… e sta spèggje de frennequamĂŹndede cervĂŹdde, fĂ sce mègghje ca te l’allĂŹved’au stĂšppe de mĂ gghje ca tĂŹne sop’au cuèdde. TĂ nne,poverĂŹdde jèmme e sfessĂ te arremanĂŹme. (Alla 3^Donna) E tu, sfennĂ te, quĂ nne tĂŹne da pescia’, sguarrĂŹscetede gĂ mme, non zi parlĂ nne jĂŹnd’au mĂšte, cate tènghe meserĂ te bèlla-bèlle a tè, ke la stadĂŠre e umĂŹnze meserĂŹdde. Non avĂ ste ca te tènghe jĂŹnd’a cĂ sepe caritĂ  de CrĂŹste, ha da sparla’ pĂšre sop’au cĂšndemĂŹ? JĂŹ t’accĂŹgghe, te fĂ zze fòre, jĂŹ, sgrĂ te!3^ DONNAA ci ha da fa’ fòre, tu? CĂ mbe sop’a me, sop’a lapenziòne d’ackembagnamènde. Te fĂ zze fa’ la segnĂšre!Sènze de mè, au muèle havĂŹv’’a sci’ a caca’.V’ackiĂ nne ca kèdde me sfòtte a mè e s’hav’’a jègnede vòcke. U cĂ zze ca te frèke, la caretĂ  de CrĂŹste! EfernĂŹmele ddò, cosenò me j’h’’a combromètte e nonge tènghe pròbbe a ‘mbrattĂ rme le mĂ ne ke tè,frĂšshque!1^ DONNANessĂšne, nèànghe tu, la figlia, hai combrèso chemia mĂ tre avèva un messaggio.3^ DONNAXĂŹ ce cambĂ ve n’and’e muèrse u’ffĂŹggje postĂ le ngehavèmm’’a apri’.2^ DONNAIh! kèsse, me vòle pròbbe fa’’gera’ le tauèdde! Còmeca mĂ mme hjèv’asselĂšte mamm’a jèdde. Ce jè, cajè mòrte nge la sĂŹme skerdĂ te le precuarĂŹ c’ha semmenĂ teau mĂšnne sĂ ne-sĂ ne. E a mè kiĂš d’u rèste.Havèssam’’a fa’ mo, ca pe nu stĂšppe e na cequère,jĂšne s’àckje sop’au ualdĂ re, sènza mĂ nghe sape’com’à fĂ tte pe ‘nghiana’ ddĂ  sĂšse. Ca na crestiĂ 136UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)ne com’a l’àlde, jève, dopotĂštte. Percè? Ce m’havèss’ackĂŹatejĂŹ au pòste sĂš, u havèsse fĂ tte pĂšre jĂŹu stèsse ca facĂŹ jèdde. E allòre? Ce j’h’’a fa’? Mej’h’’a mètte’ la lĂšsce ‘ngap’e la kiròna ‘mmĂ ne eme ne j’h’’a sci’ au Còrse decènne: “Ecco, sto qua!Nah,’tecquĂ deme!”3^ DONNASse, la reggĂŹna TautĂš de ‘nderr’a la LĂ nze, ‘ndra lelĂšsce e le parĂ nze.1^ DONNAMiscredènda, skemmenecĂ te.2^ DONNAVa bĂšne, va! ViĂ t’a tè ca u tĂŹne frĂŹshke. Ce si dermĂšte,sop’a na sbarre de ghiĂ cce?3^ DONNANo, derèttamènde jĂŹnd’au fregorĂŹfere.2^ DONNAJòsce ddò arremĂ n’a mangia’? Ca me j’h’’a regola’pe le vremecĂŹdde. J’h’’a fa’ u bròte.1^ DONNAOggi è giornata di festa.È una grande festa, ògge.2^ DONNACe vuè dĂŹsce, c’ham’’a fa’ le maccarĂšne ke le brasciòne?(La fissa, visibilmente preoccupata) ‘Nzòmme, si assĂštepròbbe de sĂŹnze?3^ DONNADa mo va? TĂŹmbe mĂŹ fĂ tte mènghe!1^ DONNAGuardate qua, ‘nvèdèlè.(Apre una borsa capiente e mostra alle sorelle il contenuto)2^ DONNAMeh? SĂŹ passĂ te d’au veccĂŹre? Non u vi ce fetendarĂŹd’òssere…3^ DONNAE po nge l’ha dĂ te ‘mmock’au cĂ ne pe scequa’.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1371^ DONNAZitta e taci, sorella. Stai a bestemmiare còndr’a tuamadre. Guarda e prega.(Si inginocchia e leva un canto di ringraziamento. Le altresono sbigottite. Infine, la imitano e si le si inginocchianoaccanto, da lati opposti)BANDITOREInno di ringraziamento(Parole: M. T. Ventrella e G. Solfato; musica: G. Solfato)1^ DONNAKe la cequère com’a pannère/Jè JannĂŹne la Quaquagghière/VĂ  vramĂ nne pe tòtta BĂ re/Pan’assĂ  ke pĂŹckedenĂ re/Mamma-mamma berafĂ tte/MĂ mme pequĂ nde nge ne si fĂ tte/MĂ mme de tĂštte le poverĂŹdde/MĂ mme de còre e de cervĂŹdde/MĂ mme scerrĂ stetĂštte le vĂŹzzje/MĂ mme pertĂ ste la gestĂŹzzje.3^ DONNAA mè me vène da kiĂ nge.2^ DONNAMe st’ a vĂŹnne kiĂ ckjere?1^ DONNA (Mentre si tirano su)AjĂŹre sère m’annaskennĂŹbbe jĂŹnd’au cammesĂ nde.Quann’ha quagghiĂ te l’àrrje, so apĂŹrte u tratĂšre eso pegghiĂ t’ u sacketĂŹdde ke l’òssere sĂ nde de kèddamĂ mme. CammenĂ nne-cammenĂ nne nge scèvedecènne: “Ma’, mĂ mma bèlle, mĂ mme de tĂšttele poverĂŹdde, mĂ mme tòtta cervĂŹdde, oh mĂ mmamĂ mme! QuĂ nne jève menònne jĂŹ, me pertĂŹve‘mbrĂ zze tu, mo…P’ogn’e gòcce de lĂ tte ca te serkiĂ bbe, tĂ nna ‘ngĂŹnzete j’h’’a fa’ rènne.E mo (rivolta alle sorelle) telefonĂŹsce a TutĂšcce, a‘Ndònje, a zĂŹ CommĂ re, a GeuĂ nne, au PesciaiĂšle,au fĂŹgghje de Vagghje-Vagghje, au VarkeceddĂ re,138 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)au RaggionĂŹre, a BabbĂŹsce, a StĂšta-fuèke, au BerefĂ tte,a Cazzederrè, a Capafrèshke, a Tramòte, aVindisè, a PĂ reke-Belle, a Gneffi’, a…(mentre continua a sgranare nomi come in una litania,le luci sfumano)a MalacĂŹdde, a Picc’e-stĂšte, a la FerrovĂŹre, a l’AckiĂ le,a Mèste LarĂšnze, a Sordèlle, la Viatèdde, CalvĂ rje,CammesĂ nde… *BANDITOREII Scena – La rivolta(Irrompe una folla di popolane. Urlano. Spicca la figuradi una donna alta che brandisce in una mano una bandierae nell’altra una lattuga. Incita la folla)DONNAAu negòzzje de Mekèle ViolĂ nde!(Il pubblico viene aggredito)1^ POPOLANASta ‘kiedĂšte. A la varrĂŹre!(Compaiono altre bandiere. Le guardie daziarie,atterrite,fuggono, sicchè la folla può continuare a mettere tutto asoqquadro. Si frantumano bilance. Giunge un drappellodi soldati armati che disperde la folla. Andati via, la follasi ricompone)2^ POPOLANAAu MenegĂŹbbje, da la vĂ nne de via PiccĂŹnne!3^ POPOLANAAu palĂ zze de la lègge! DdĂ  sta u pĂ ne.(La folla delle tumultuanti si sposta rapidamente daun’altra parte della sala. Vengono lanciati dei pani. Unadonna attraversa la sala trascinando un sacco di pane)4^ POPOLANAA la FondiĂ rje!UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1395^ POPOLANAA l’uffĂŹggje de la Pubblica SicurtĂ .6^ POPOLANAA via Robbèrte da BĂ re!7^ POPOLANAA la cĂ se du SĂŹnneke!(Alcune guardie sparano in aria vari colpi di moschetto,ma, per tutta risposta la folla fischia, ride e applaude)TUTTISĂŹme vengiĂšte, sĂŹme vengiĂšte! Bar’jè nòste!8^ POPOLANAS’ambarĂ sser’a nega’ u pan’a le gènd’onèste.TUTTIViv’a JangelĂŹne-la-gnòre! VĂŹv’a la Quaqquagghière!DONNAE da mo de ‘nĂ nze…1^ POPOLANAShh! St’a pĂ rle’ JangelĂŹne-la-jĂ lde.2^ POPOLANANon ze kiĂ me la Quaqquagghière?3^ POPOLANANo, se kiĂ me JĂ nne. Anna Quintavalle.4^ POPOLANASt’a pĂ rle’ la Gnòre!TUTTIShh! Shh!DONNAE da mo de ‘nĂ nze, tòtte le vòlde ca no nge combĂŹnekèdde ca le segnĂšre de sĂšse kemmĂ nnene pe nĂš,sop’a la vĂŹta nòste… da mo de ‘nĂ nze, axĂŹ ham’’afa’, com’a jòsce. SĂŹme seffĂŹrt’assĂ . E de lònghe. (Applausidalla folla) Mo, ha senĂ te l’òra nòste.*(Scroscio di pioggia. La folla, carica di pane, si disperdeimprovvisando un canto. Durante i disordini, in sala ungiornalista detterĂ  al Corriere della Sera il brano “A”. Altermine della rivolta detterĂ  il brano “B”)140 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)GIORNALISTACORRIERE DELLA SERA – 28/29 Aprile 1898ore 1,05 pm.(A) “In causa del rialzo del prezzo del pane e della farina,di fronte a cui il Municipio non aveva saputoapporre, iersera, in Consiglio Comunale, che unaoziosa discussione senza risultato, stamane duemilapersone circa, fra donne, bambini e uomini, si recaronoalle ore 7,00 alla casa del sindaco, pretendendoun ribasso del calmiere. Partita di lĂ  insoddisfatta,la folla assalĂŹ il Municipio e gittò dai balconi tutte lecarte e la mobilia, bruciando tutto quanto assiemesotto il portone. Furono quindi assaliti e bruciativari posti daziari. Mentre telegrafo, brucia l’interolocale del Corpo delle guardie municipali, compresigli attrezzi dei pompieri. Il panico è grandissimo.Tutti gli uffici pubblici, i negozi e le case sono statibarricati. I pochi soldati della guarnigione accorronoovunque, per evitare danni maggiori, ma sonoinsufficienti al bisogno. La Questura ha procedutoa vari arresti, ma la dimostrazione continua imponente,e si prevedono nuovi guai. Furono richiestirinforzi a Lecce e a Foggia.”(B) Ore 2,45 pm. “I dimostranti erano in numerograndissimo. Incendiarono tutti i casotti daziari,invasero l’Esattoria Comunale, bruciandone tutti gliincartamenti. La folla assalĂŹ quindi i depositi di grano,depredando il negoziante Zonno di cinquantasacchi di farina. Gli stessi dimostranti devastaronoil giardino Margherita, rompendo i fanali a gas; assalironoa colpi di pietra lo studio dell’Assessore deidazi, Cav. SbisĂ , e tentarono di assalire la casa delSindaco, Comm. Re David, ma vennero respintidalla truppa. Da ultimo si recarono alle carceri perliberare i detenuti ma anche qui furono respinti daisoldati.”(Ancora canto di folla a sfumare in lontananza)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 141*I SCENA1^D … e ho pensato: com’è? mamma? dopo tutto quello che hafatto? doveva infracidire a Carbonara? No, no. Gli altri possonodimenticarla. Io no. La mamma mia m’è rimasta nel cuore.La statua d’oro dovevano farle. Non fai a tempo ad accenderela televisione che ti sbattono in faccia questo sindaco o quelministro con le forbici in mano che tagliano nastri su nastri.Di mamma nostra, poi, tutti si sono scordati. Anche tu. Di te,poi…2^D Che vuoi dire? Per quanto ne so io, io il mio dovere l’ho semprefatto, almeno una volta l’anno, cosĂŹ come comanda il cieloe tutte le volte che me la sono sentita. Dovessimo fare, ora,che tu che te la scansi sempre, sei la migliore e le altre sonoimmondizia, il fango dei piedi tuoi. Come se il camposanto diCarbonara è qua dietro. Siediti, ora. E che? vuoi una tazza dicaffè?3^D Che t’agiti a fare? Mamma lo diceva sempre: quella, appenanacque, sfuggĂŹ dalle mani dell’ostetrica e battè la testa.1^D Allora, tanto che siamo arrivati al punto, non c’è bisogno chetutte le volte che ci sta da pagare la luce al cimitero ti fai venirei vermi. Alla mamma tua? Mettiti scorno, scellerata, su quellafaccia di peccato che hai! La mamma tua che sta pure citatanei libri? Tu? Fossimo state un pelo di quella mamma, tu io egli altri porci come noi! Scommetto la testa che non ci saremmotrovate nel disordine in cui ci troviamo oggi. Ma che mialtero a fare? Io sono la voce che parla nel deserto. Tre sorelle,tre sorelle! Dove s’è mai visto? Tre sorelle, di questi tempi chenon si capiscono piĂš.2^D E quando mai ci siamo capite noi due? Cos’è questa frenesiadi oggi?3^D La frenesia è come il prurito: se non ti gratti non puoi startenequieto.1^D Sorella mia, il Signore mi deve perdonare, ma io tutte le volteche penso a te, sto male. Prego: com’è possibile, Domine Iddio,che si può vivere una vita solo per mettere zizzania?3^D Dici a me? Sai come mi chiamano? La paciera mi chiamano; ate sai come ti dicono? La guerrafondaia.1^D Si nasce. È vero, si nasce! Si può venire al mondo storpi o si142 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)nasce col cervello di quella mamma; uno su mille, o meglio,uno su un milione. Tutti gli altri: vermi senza criterio.2^D Ma insomma, si può arrivare a sapere cosa vai cercando tu,stamattina? Chi ti ha slegato? Allora tu mi vuoi proprio farmisbottare? Se sei venuta affilata per la lite dimmelo subito cheora, cantando cantando ti infilo i grani del rosario.3^D Che novitĂ ! Quella sempre infilate ce le ha, con tutti! Ah,bocca mia, taci, che se dovessi parlare io sul conto tuo, nonsappiamo che fiori ne possono venir fuori.2^D … e quella insiste mamma, mamma e mamma. È una vitache è diventata polvere e cenere! lasciala in pace e in grazia diDio dove sta. All’anniversario le faccio dire una messa – cometutti gli anni – e questa specie di farneticamento fai meglio atogliertelo da quella testona che hai sul collo! Tanto, povereeravamo e sfessate restiamo! E tu, sfondata, quando hai dapisciare, allarga le gambe, non parlare a mezzavoce, perchĂŠ titengo bell’e misurata, con la stadera e il misurino. Non bastache ti ospito per caritĂ  cristiana, devi pure sparlare sul mioconto? Io t’ammazzo! Ti faccio fuori, io, ingrata!3^D Chi devi fare fuori tu? Vivi alle mie spalle sulla pensione di accompagnamento.Ti faccio fare la signora, altrimenti al molodovevi andare a cacare. Il cazzo che ti frega è la tua caritĂ cristiana. E finiamola qui, altrimenti mi devo comprometteree non ci tengo proprio a sporcarmi le mani con te, furbastra!1^D Nessuno, neanche tu, la figlia, hai compreso che mia madreaveva un messaggio.3^D CosĂŹ, se campava ancora un po’ le avremmo aperto l’ufficiopostale.2^D Questa vuole proprio farmi girare le tavolette. Sembra chemamma fosse solo mamma a lei. E che? siccome è morta ce lesiamo scordate le porcherie che ha combinato a tutto il mondo?E a me piĂš degli altri. Dovessimo fare, ora, che per unostraccio e una cicoria, una si trova sull’altare, senza neppuresapere come c’è arrivata lĂ  sopra. Dopotutto, una donna comele altre era. PerchĂŠ? Se mi fossi trovata io al posto suo nonavrei fatto quello che ha fatto lei? E allora? Devo mettermi leluci in testa, la corona in mano e andarmene al corso a dire:“Ecco, sto qui, toccatemi!“3^D SĂŹ, la regina TautĂš dei marinai, tra le luci e le paranze.1^D Miscredente, scomunicata.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1432^D Va be’, va. Beata te che stai fresca. Hai dormito su una sbarradi ghiaccio?3^D No, direttamente nel frigorifero.2^D Qui resti per pranzo? Devo regolarmi per gli spaghetti. Devofare il brodo.1^D Oggi è giornata di festa. È una grande festa oggi.2^D Che significa? Che dobbiamo fare i maccheroni con la carne?Insomma, sei proprio uscita di senno?3^D Da mo va? Tempo mio, fatti lungo!1^D Guardate qua, infedeli!2^D E be’, sei passata dal macellaio? Non vedi che fetenzia d’ossa…3^D E poi le ha messe in bocca al cane, per farlo giocare.1^D Zitta e taci, sorella, stai bestemmiando contro tua madre.Guarda e prega.Con la cicoria per bandiera/È Annina la Q./Va bramando pertutta Bari/Molto pane per pochi danari./Mamma, mammabella/ Mamma per quante ne hai fatte/Mamma di tutti i poverelli/Mamma tutta cuore e cervello!/Mamma bandisti tuttii vizi/Mamma portasti la giustizia.3^D Mi viene da piangere!2^D Mi stai vendendo chiacchiere?1^D Ieri sera mi sono nascosta nel cimitero. All’imbrunire, ho apertoil cassetto e ho preso il sacchetto con le ossa di quella mamma.Mentre camminavo le andavo dicendo: “Mamma bella ditutti i poverelli, mamma tutta cervello, oh mamma, mamma!Quand’ero io bambina eri tu a portarmi in braccio, adesso…per ogni goccia di latte che ti succhiai, tanto incenso devo fartirendere.” E adesso telefona a…II SCENAD Al negozio di Michele Violante.1^P Sta chiuso. All’Ufficio del Dazio.2^P Al Municipio, dall’ingresso di via Piccinni.3^P Al Palazzo della Legge, lĂŹ sta il pane.4^P Alla Fondiaria.5^P All’Ufficio della Pubblica SicurtĂ .144 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)6^P A via Roberto da Bari.7^P Alla casa del sindaco.Tu. Abbiamo vinto, abbiamo vinto, Bari è nostra.8^P CosĂŹ imparano a negare il pane alla gente onesta.Tu. Viva Angelina-la nera. Viva la Q.D E da ora in poi…1^P Shh! Sta parlando Angelina-la-alta.2^P Non si chiama la Q.?3^P No, si chiama Anna, A. Q.4^P Sta parlando La Nera.Fo. Shh!D E da ora in poi, tutte le volte che non ci sta bene quello chei signori di lassĂš comandano sulla nostra vita, da ora in poi,cosĂŹ faremo, come oggi. Abbiamo sofferto troppo e per troppotempo. Ora è suonata la nostra ora.BANDITOREIII Scena – Manifesto del Sindaco(Un attacchino affigge alle pareti dei manifesti. Lo seguonodei popolani vocianti. Qualcuno chiederĂ  all’attacchinodi leggerne il contenuto)Concittadini,a rassicurare la tranquillitĂ  pubblica, la Giunta Municipalesiede in permanenza, per prendere tutti iprovvedimenti necessari.Innanzi tutto abbiamo provveduto che la cittĂ  siaabbondantemente provvista di pane e di farina,oggi ed in avvenire.Abbiamo abolito il dazio di barriera sul pane, pastee farine.Il pane di prima qualitĂ  sarĂ  venduto a centesimi 40il chilo, quello di seconda qualitĂ  a centesimi 30.Saranno aperti, subito, due spacci di farine del panificiomilitare, a centesimi 30, e saranno, prossimamente,riaperte le cucine economiche.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 145Ma, per attuare il tutto, io faccio appello a quellacalma di cui Bari ha dato sempre esempio, che, seper un momento fu turbata, io nutro viva fiduciache l’ordine sarĂ  subito ripristinato col concorso ditutti i cittadini, i quali debbono fare a gara perchĂŠle imminenti feste del nostro Patrono San Nicolanon siano disturbate, con grave danno del piccolocommercio e di tutta la cittadinanza.Bari, 28 Aprile 1898Il Sindaco G. Re DavidNARRATORE (Luci su di lui, in passerella, rivolto al pubblico)Ma cos’è successo, dunque, esattamente? Tentiamodi procedere con ordine. Stiamo a Bari, questo èchiaro, il 27 Aprile 1898.(Si materializzano in palcoscenico due figure femminili,velate: le due dannunziane)I^ DANNUNZ.A Bari, in un mattino di Aprile, da la vecchia cittĂ ove dorme il Santo di Myra, invano invocato – daoscuri antri, da orribili vicoli, da sedi secolari di miseria,di malattie e di delitto…2^ DANNUNZ.Con inaspettata violenza una folla innumerevole didonne minacciose, furibonde, crescente e dilagante,fitta e irresistibile, seminando, attraverso la cittĂ ,morte e devastazione…NARRATOREMa no, voi entrate in seguito. Avete sbagliato scena.Infatti questa è:BANDITOREIV Scena(Le dannunziane svaniscono)NARRATORE (Rivolto al pubblico) SĂŹ, in effetti, una data importantee di cosĂŹ larga eco, in Italia e fuori Italia,146 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)che anche il Poeta – giĂ , proprio lui, d’Annunzio– se ne occupò, a modo suo, in un articolo rilasciatoal New Jork Journal. Tanto importante cheun barese, quando perde le staffe, usa ancora dire:“Mo j’h’’a fa’ u vindisètte”, oppure, a scelta: “Moj’h’’a fa’ u novandòtte”. Modi di dire entrati nellalingua di questo popolo che, esasperato per l’atteggiamentotenuto dall’Amministrazione Comunale,nella sua intransigenza ad abolire il dazio sulle farine,quella mattina del 27 Aprile 1898, insorse, e sifece giustizia a modo suo. Ovviamente, tale esasperazionedoveva essere il risultato di un malcontentoe di un disagio piĂš profondi. Si pensi solo che aRutigliano, che ben presto doveva seguire Bari nellarivolta popolare, il pane si vendeva a 42 centesimial chilo, quando un contadino guadagnava, in unagiornata di lavoro, 70 centesimi, seppure. A Bari lasituazione non era granchè differente.Il pane di prima qualitĂ  era venduto a centesimi 42il chilo, e quello di seconda a centesimi 34. Variesoluzioni erano state tentate per contenere questiprezzi, nel contesto d’una generale lievitazione. Mail popolo e l’opposizione volevano qualcosa di piĂš:abbassare il costo di questo genere di primissimanecessitĂ  per le nostre popolazioni, e ciò, eliminandoil dazio comunale sulla farina. (Luci giĂš)BANDITOREV Scena – La seduta del 26 aprile(Luci sulla zona deputata a Sala Consiliare. I Consiglierisono giĂ  seduti ai loro posti)SEGRETARIOL’anno 1898 il giorno 26 del mese di Aprile alle ore8,30 pm., in Bari, nella grande aula del Palazzo diCittĂ .UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 147Sotto la Presidenza del Sindaco, Comm. GiuseppeRe David, ed assistito dal Segretario generale, Sig.Massi dott. Cesare, il Consiglio Comunale si è riunitonelle persone dei signori:1 SbisĂ  Giuseppe2 Signorile Giuseppe3 Mirenghi Ventura4 Lamberti Franco5 Chiaia Vittorio6 Re David Giuseppe7 Petruzzelli Andrea8 Laurora Giuseppe9 Manzari Vito10 Carbone Carlo11 D’Attoma Michele12 Manzari Pasquale13 Colaianni Giuseppe14 Bottalico Giuseppe15 Zonno Salvatore16 Pappalepore Franco17 Azzone Luigi18 Sforza Emilio19 Bavaro Nicola20 Petrera Daniele21 De Grecis Vito22 Capruzzi Giuseppe23 Dellino Nicola24 Petroni Giandomenico25 D’Elia Nicola26 Giannantonio Domenico27 Fiorese Sabino28 Caleno Cesare29 Morelli Nicola30 Diana Giuseppe31 De Tullio Antonio32 Vacca Michele33 Bevest Michele148 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)34 Anelli Leonardo35 Di Cagno Giovanni36 Vignali Carlo,37 Damiani Giuseppe.Il Presidente, visto che dei 60 Consiglieri assegnati alComune, sono presenti 37, numero sufficiente perrendere legale la seduta in prima convocazione primaverile,ai termini dell’art. 112 della predetta leggecomunale e provinciale, dichiara aperta la tornata efa dischiudere le porte al pubblico a norma di legge.Il Presidente invita il Consiglio, per ragioni di urgenza,a prelevare dall’ordine del giorno le seguenti3 proposte:La prima si riferisce a domanda di nuovi fondi occorrentiper concorso dato alle cucine economiche.La seconda si riferisce a modifica della deliberazioneconsiliare del 15/2 ultimo pel modo di pagamentodella Pensilina a piazza Castello.La terza, comunicazione e provvedimenti in ordineal prezzo del pane.Viene accettato, e il Presidente riferisce:SINDACOIl Consiglio ricorda che con la deliberazione del15/2 c. a. fu concesso alla Giunta un fondo a calcolodi L. 10. 000 per maggior concorso alle cucineeconomiche per le razioni da distribuirsi gratuitamenteai poveri, e per assicurare la vendita di buonpane di 2^ qualitĂ  a centesimi 34 il chilo, con tuttele precauzioni e riserve dall’atto consiliare stesso risultanti.Il sistema del rimborso della differenza del prezzoai panettieri ha fatto ottenere ottima prova, ed èorganizzato in modo da evitare qualsiasi frode.E poichĂŠ il prezzo del pane è cresciuto, si è presoaccordo coi panettieri in base a calcoli esattamentefatti col listino dei prezzi, di portare a 6 centesimia chilo il rimborso sul pane di 2^ qualitĂ , in modoUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 149che il prezzo di questi resti fisso a cent. 34. Ed inprevisione di altro rialzo del mercato delle granaglie,la Giunta chiede l’autorizzazione di poter aumentarein proporzione, se del caso, tale rimborsoai panettieri, appunto perchĂŠ il prezzo di 34 centesimiresti sempre invaribile e fino a quando colraccolto delle messi non cessi, come è da ritenersi,l’attuale crisi.E se si propongono altri mezzi per attenuare ancoradi piĂš le conseguenze della ostinata crisi annonaria,questa Amministrazione è pronta a prenderli in esameed a secondarne lo svolgimento.PETRONIIl primo ribasso di 2 centesimi sul prezzo del pane,per me è stato un efficace provvedimento. Sullaconvenienza dell’ampliamento di forni saremo forsed’accordo, intanto la non si abbandoni: ma siprovveda oggi prontamente, in qualche modo, aibisogni del momento. La povera gente, specialmentein Bari vecchia, ha bisogno della farina, perchĂŠcon essa fa il pane. Il rimborso di ulteriori centesimisul pane non basta: si deve abolire il dazio sullefarine di 2^ qualitĂ , e ciò a tutto Giugno almeno, equesto propongo.FIORESEIl capitalismo ci soffoca, ed ora, scoppiata la guerrafra gli Stati Uniti e la Spagna, (ci) troveremo semprepeggio: il grano costerĂ  di piĂš.PETRERA (Interrompe gridando)Viva la Spagna!FIORESE (Prosegue)L’opera del capitalismo è brutale, e gli aumenti deiprezzi sono spiegati, piĂš che dalla crisi della produzione,dalle crisi politiche.DE TULLIOIn quest’aula non si doveva dare un grido che vafuori della cerchia della nostra cittĂ ; non si doveva150 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)varcare i confini americani, chè allora, se un gridosi dovesse emettere, sarebbe stato quello di VivaCuba.PETRERAIl grido che è venuto da me è stato un augurio peril trionfo del diritto e non dell’interesse.La guerra testè aperta influisce sul prezzo del grano,e gli attuali possessori di grano, che sanno ilfatto loro, chiuderanno il genere nei magazzini pervenderlo poi piĂš caro. Perciò il provvedimento daprendersi dal Comune è quello di acquistare tuttele farine al prezzo attuale per averne almeno perun paio di mesi, evitando cosĂŹ di correre le vicendedel commercio, compreso quelle per causa dellaguerra.L’Amministrazione comunale s’impossessi delle farinedi 2^ qualitĂ  che rivenda al costo, cosĂŹ tenendoconto anche delle abitudini di fare il pane in casache hanno molte nostre famiglie; il popolo minutoavrĂ  un grande vantaggio, tanto piĂš che queste farinedovrebbero essere esenti dal dazio.CALENOTroppe parole, troppi consigli si emettono fuoriquesta sera, per la fame. Io sostengo la propostadella Giunta, e se non si fa cosĂŹ io predico che potremmotrovarci un giorno senza pane sufficiente.(Rumori nelle sala e fra i Consiglieri)MARENGHIPropongo di nominare una commissione che si riuniscadal Sindaco per formulare subito una propostaconcreta domani.SEGRETARIOIl Sig. Petroni è contrario alla sospensione.Il Sig. Petrera, avendo il Sig. Caleno rilevato l’urgenzadell’argomento, dice che non si può ammettereil rinvio della trattazione di esso.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 151PETRONISi abolisca il dazio sulle farine, pane e pasta, fino al30 Giugno, e l’Amministrazione provvegga al restocon altri mezzi opportuni.SINDACOIl Presidente dice essere di ben difficile soluzionequest’argomento che si tratta stasera; ma egli speraanche questa volta si approverĂ  la proposta dellaGiunta.PETRONISe i provvedimenti primitivi presi dalla Giuntaavessero bastato egli l’avrebbe lodata. Fatto è che ilprezzo del pane è esagerato. Lo si riduca con l’abolizionedel dazio, come si è fatto a Firenze ed in altrecittĂ .È questo dazio che l’Amministrazione nostra non vuoleabolire, mentre ciò sarebbe l’unica salvezza. Si aboliscail dazio ed avremo il plauso del popolo barese.(Il pubblico applaude)SEGRETARIOIl Presidente lo richiama all’ordine.SINDACOPare a me che non ci si voglia comprendere. Noivorremmo spendere qualunque somma per alleviarele condizioni delle classi disagiate. Quanto poialle cucine economiche, si riapriranno al piĂš presto,richiamando la benemerita Commissione.(Il pubblico strepita nuovamente)SEGRETARIOIn seguito di che il Presidente sospende la seduta.(Riaperta la seduta, prende la parola il Consigliere Comm.Capruzzi)CAPRUZZILa trattazione di questo argomento mi duole abbiadato luogo ad incidenti vivaci. Io desidero che,152 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)dopo la discussione fatta, tutti si mettano d’accordonelle conclusioni. L’Amministrazione, che si è resaconto sufficiente dell’accezionalitĂ  del momento,rifiuta di accettare l’ordine del giorno De Tullio,che poi è cosĂŹ dato da implicare anche la propostadell’Amministrazione medesima.Due sarebbero, a parer mio, i provvedimenti daadottarsi:a) Quello dei forni municipali che segnerebberorimedio permanente contro ogni rialzo del prezzodel pane, il quale sarebbe sempre venduto al prezzodi costo.b) La proposta di Petroni con che, a mio avviso,subisca la seguente lieve modificazione: “Il Comune,pur mantenendo fermo il dazio, incetterebbefarina di 2^ qualitĂ  da cedere poscia ai rivenditoriad un prezzo che, fatta la riduzione del dazio medesimo,sarebbe sempre quello di costo al Comune.”RE DAVIDRiassumendo i risultati della discussione, propongoche si adotti la proposta della Giunta; che il Consigliodeliberi la nomina di una Commissione chedomani stesso si riunisca per studiare circa le modalitĂ dell’incetta del grano e della farina.SEGRETARIOMessa ai voti questa proposta nei detti termini èapprovata all’unanimitĂ  nelle forme di legge.Il sottoscritto Segretario generale del Municipio diBari certifica, sulla dichiarazione dell’usciere comunaleStraziota Raffaele, che il presente processoverbale è stato affisso all’albo municipale domenicascorsa 1 Maggio 1898, e che contro di esso non èstato prodotto reclamo di sorta.Bari 2 Maggio 1898(Fine I Parte)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 153BANDITOREVI Scena – Le cause remoteNARRATORE (Al pubblico)GiĂ ! Voto all’unanimitĂ ! E la dĂŹa dòppe seccedĂŹ unovandòtte.(Tornano a materializzarsi in scena le due dannunziane)1^ DANNUNZ.Esse avanzavano in massa compatta e mostruosa,spargendo la fuga e il terrore lungo i loro passi, lasciandola loro avanzata contrassegnata dalle fiamme,abbruciando, distruggendo insensatamentetutto.2^ DANNUNZ.L’odore dell’incendio e le altre grida aumentavanoad ogni istante il delirio ed esasperavano la plebagliabestiale. Le case furono abbruciate e i mobilidivamparono in alti roghi sulle piazze e nelle stradelaterali; tutti gl’istrumenti delle esazioni fiscali etutti gli archivi furono distrutti. Le porte dei granaifurono sfasciate.NARRATOREAncora! V’avverto io quando tocca a voi.(Le dannunziane svaniscono)NARRATOREDicevo, allora, che il giorno seguente successe quelloche ormai sappiamo. Giunse truppa da Lecce,Brindisi e Trani. Giunsero dei battaglioni di rinforzo:da Napoli il 76°, da Caserta il 40°, da Chietiil 65° e da Potenza l’81°. Ma non servivano piĂša Bari, chè la rivolta si era estesa a molti Comunidella Puglia e in tutta Italia.Ci furono disordini e tentativi di dimostrazioni aTriggiano, Bitetto, Rutigliano, Trani, Cerignola,Lucera, nei comuni del Gargano, a Foggia e poi inprovincia di Napoli, a Teramo, Ferrara e nell’Emiliatutta, a Milano. Di volta in volta assunsero una154 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)coloritura locale, ma dovunque, sempre, furonol’espressione di mali piĂš grandi che investivano ilPaese: il malgoverno, l’abuso del potere, la fondamentaleseparazione di classe, l’ostinato rifiuto deipiĂš abbienti delle reali esigenze del proletariato.Per riassumere, insomma, la totale mancanza di quelrispetto che ciascuna creatura deve ad un’altra.BANDITOREChiesa di San Ferdinando – Via Sparano – ore19,00(Una donna fa conto di uscirne, ancora raccolta in preghiera.Frettolosamente si avvia. Due guardie in borghesela fermano bruscamente)DONNA (Urla)Ehi, ehi, ce velĂŹte da mè, allassĂ deme. So mĂ mmede fĂŹgghje. Ce sciĂ t’ackiĂ nne? Gend’ackerrĂŹte.DUE UOMINI (In coro)Taci! Siamo la benemerita pubblica sicurezza.DONNAJĂŹ non zo fĂ tte nĂšdde. Non zĂ cce nĂšdde. Me nej’h’’a sci’, ca jè tĂ rde.DUE UOMINIPer te non c’è piĂš orario, donna. Conducici a casatua.(Giuntivi, cercano affannosamente. Intervengono i coinquilinidella donna)1^ COINQUILINOCe havit’’a ackia’ ddò, la fĂ me? Kèdde jè tĂ nne nasĂ nda crestiĂ ne!2^ COINQUILINOE meh, bregadĂŹ, vuè ben’a CrĂŹste muèrte? non lasĂŹte facènne meri’ de gòcce a kèdda poverèdde. Nonu vĂŹ, st’a svendescèsce com’a na cannèle!3^ COINQUILINOVe pòte jèsse na mamm’ a vesserĂŹ.*UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 155DUE UOMINI (Non avendo trovato quanto cercavano, concludono)Va bene, donna, ringrazia la tua buona stella. Perstasera non ti traduciamo in camera di sicurezza.Ma domani mattina… di buon’ora, in questura,intesi? O altrimenti…BANDITORELa mattina seguente(La DONNA s’avvia verso un altro luogo della sala dovel’attendono un commissario e i due uomini della sera precedente.Si fa avanti un signore dall’aria molto distinta)DUE UOMINIÈ costei la rea?SIGNORE (Dopo aver osservato la donna scrupolosamente)No, non è codella.(Luci in dissolvenza)NARRATOREÈ solo un episodio da noi ironicamente drammatizzato,ma stralciato per intero dal numero del 21Aprile 1898 di Spartaco, l’organo della Democraziapugliese, che negli ultimi dieci anni della sua esistenza– dall’88 al 98, appunto, quando fu soppressodall’AutoritĂ  in seguito ai fatti del 27 Aprile –mai mancò di denunciare tali misfatti. E con tantocoraggio e lealtĂ , aggiungeremo noi. Ma torniamoal nostro 27 Aprile. Fu un vero e proprio terremotoche scosse la cittĂ  nelle sue fondamenta.(Luci sui pellegrini che danzano una indiavolata tarantellache sfuma in una invocazione ritmica a San Nicola)*D Ehi, che volete da me? Lasciatemi. Sono una madre di figli.Che cercate? Gente, accorrete!156 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)Io non ho fatto niente. Non so niente. Me ne devo andarech’è tardi.I^c Che troverete qui, la fame? Quella è tanto una buona cristiana.2^c Su, brigadiere! Vuoi bene a Cristo morto? Non fatela moriredi spavento, quella poveretta. Non vedi che trema come unacandela?3^c Vi può essere madre!BANDITOREVII Scena – Le conseguenze(Luci sulla stessa “Sala Consiliare” della Scena V^. Relazionail Sindaco. È solo)Relazione del sindaco sulle sue dimissioniSINDACOSignori Consiglieri, il giorno seguente alla sera incui questa assemblea, dopo lunga discussione, votavaall’unanimitĂ  tutti i provvedimenti opportunia proseguire nell’iniziato metodo di agevolare leclassi meno abbienti (…) fummo tutti sorpresi daun moto, che può ben qualificarsi un momento diaberrazione della folla, un’ora di morboso furoredella massa, cosĂŹ come può accadere nell’individuopiĂš sano – aberrazione, perchĂŠ giĂ  dall’interno siera provveduto a lavori ed al ribasso del pane –aberrazione di folla incosciente, perchĂŠ nĂŠ la classeoperaia, nĂŠ le altre classi della cittadinanza preseroparte ai disordini deplorati, che furono compiuti dauna minutaglia di donne e di monelli, alla quale siaggregarono solo degli elementi pregiudicati.E mi conforta anche il poter constatare che neppurein quel momento di parossismo la popolazionebarese perdette del tutto il suo carattere tradizionaledi mitezza, giacchè non ebbe a deplorarsi alcunaostilitĂ  alle persone ed il primo magistrato civicoUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 157(Lo indica) circondato dalla folla nel suo gabinetto,pur non essendo riuscito a persuadere i dimostrantia sciogliersi, potette attraversar la folla stessa senzache alcun sfregio, nĂŠ di parole, nĂŠ di atti, fosse fattoalla sua persona.Io non ho bisogno di giustificare a voi la condottadell’ Amministrazione. Voi, all’unanimitĂ , votastenel febbraio la proposta del rimborso ai panettieriper evitare il rialzo del prezzo del pane di secondaqualitĂ .Voi, col vostro voto, ci avete fornito i mezzi per ilavori pubblici.Voi, all’unanimitĂ , votaste, nell’ultima tornata del26 Aprile, il maggior rimborso ai panettieri.Forse il senso vero della deliberazione del 26 Aprilenon fu compreso dalla massa, forse la discussionefatta in quella tornata fu fraintesa, forse la nominadella Commissione fece supporre che ogni provedimentosi rimandasse alle Calende greche.Sorpresi, quindi, dall’improvvisa bufera, sentimmoil dovere di restare al nostro posto; e come il capitano,quando infuria la tempesta, per salvare la nave,di cui ha il comando, gitta a mare anche una partedella mercanzia, cosĂŹ noi, che avevamo sostenutol’insufficienza e il danno dell’abolizione del daziodi consumo sulle farine, dovemmo, d’urgenza, fragli altri provvedimenti, decretare quell’abolizione,avvalendoci in ciò di poteri prudenziali, che il momentoci consigliò di usare.Non dirĂ  alcuno che questa deliberazione possa definirsiatto di debolezza. No.Ristabilita la calma, si sarebbe da tutti sentito ilbisogno di provvedimenti definitivi a tutela degliinteressi del Comune, che nel caso sono poi specialmentegli interessi stessi delle classi meno abbienti.Ed in questo nostro apprezzamento siamo staticonfortati dall’autorevole parola dell’Illustre Uomo158 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)chiamato dalla fiducia del Governo a reggere questaProvincia in momenti tanto gravi ed eccezionali.Egli, con sua nota n. 10852, in data del 12 volgente,mi scriveva nei seguenti termini:PELLOUXSignor Sindaco di Bari, bla–bla–bla. VedrĂ  codestoon. Consiglio Comunale quale limite debba darsialla sospensione dei dazii sul pane, paste e farine, edagli altri provvedimenti adottati, e se convenga, anzichĂŠcontinuare nella sospensione della riscossionedel dazio, scemare la gravezza di tale tributo, facendoin modo che la riduzione della tariffa profittisoltanto a coloro cui il provvedimento è diretto.Il mancato introito dei dazii piĂš importanti nonpuò non ammiserire il Comune, che si vedrĂ  mancarei mezzi per soccorrere i bisognosi, sia con pubblicilavori, sia con le misure economiche, quandose ne manifesti il bisogno, e sia con le svariate formecon le quali si esplica il soccorso del Comune alleclassi bisognose, bla–bla–bla.Firmato: il Tenente Generale reggente la PrefetturaPelloux.RE DAVIDPerò, se sarĂ  necessario tornare sull’eccezionaleprovvedimento preso, è pure logico e costituzionaleche una nuova Amministrazione, rinvigorita daelementi nuovi, venga a farne lo studio e cercarnel’attuazione, bla –bla–bla. Il disordine che lascia inun organismo un morbo violento, per quanto rapidoed anche passeggero, esige cura ricostituente.Ecco le ragioni delle nostre dimissioni annunziateprima e comunicate ora con l’ordine del giorno.(Luci giĂš)NARRATOREE dopo altri convenevoli concluse:(rivolto a Re David) Prego.(Luci su Re David)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 159RE DAVIDA noi che, durante un quadriennio, non risparmiammotempo e lavoro al servizio della civicaazienda, a noi che, nel periodo burrascoso dal 27Aprile a oggi, spendemmo con fede tutta l’operanostra per attenuare gli effetti deleteri dei deploratidisordini, a noi, nel ritornare a vita privata, rimarrĂ la soddisfazione d’aver cercato di compiere, modestamente,il nostro dovere, lieti, se potremo essereconfortati dal vostro giudizio benevolo e da quellodella cittadinanza.(Applausi. Luci sul Sindaco giĂš)NARRATOREEh, sĂŹ! Il Sindaco Re David Comm. Giuseppe sidimise. Era il 21 Maggio. Ovviamente la sua relazionenon si fermava al punto in cui l’abbiamo lasciato.Il Sindaco andò avanti ancora per un pezzo.BANDITOREUna lezione di storia(Luci su una classe di scuola elementare)MAESTRAIl Sindaco disse di come, in pochi giorni dall’indomanidella rivolta, il Comune si fosse potuto assicurareuna provvista di oltre 3. 000 quintali digrano e di 500 quintali di farina, inviate in parte dalGoverno centrale.1^ ALUNNOE in parte dal Signor Michele Violante “il qualenon esitò un istante a porre a nostra disposizionetutto quello che aveva nei suoi depositi e quelloviaggiante (oltre quintali 2.000).”2^ ALUNNOLodò “la benefica e nobile idea, promossa dall’esimioCav. Marstaller e propugnata efficacementedall’egregio Presidente della Camera di Commer160UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)cio, l’idea cioè di raccogliere la cospicua somma diL. 100.000 per alleviare le condizioni delle classidiseredate.”3^ ALUNNODisse delle perdite subite dal Comune: L. 94, 573.16 (Relazione del Sindaco, pag. 14).4^ ALUNNOE ringraziò l’egregio cittadino Labindo Rossi che,insieme ad altri, aveva iniziata la sottoscrizione perl’impianto di un forno cooperativo all’indomanidella rivolta.5^ ALUNNOE finalmente annunciò che dal disastro del 27 Aprileerano venuti fuori appalti di lavori da eseguirsi incittĂ  per un totale di L. 879, 918. 25.6° ALUNNOE che erano in vista altri due importanti lavoriper l’ammontare complessivo di quasi un milione:l’allacciamento della ferrovia Adriatica al Porto, el’ampliamento della Stazione.7^ ALUNNOQuindi auspicò che il Governo Centrale s’occupassedella questione concernente l’abolizione deldazio sulle farine a livello nazionale.MAESTRAAnche se esprimeva la sua sfiducia acchè il prezzodel pane comunque scendesse.(Luci giĂš sulla classe, si riaccendono sul Sindaco)RE DAVIDE la conferma si può trovare anche nel fenomenoverificatosi a Parigi, dove, malgrado la soppressionedel dazio, il pane continua a vendersi a 45 centesimiil chilo, ed i fornai dichiararono di essere obbligatiad aumentarlo. (La Tribuna n. 137 del 19 Maggio)(Luci sul Sindaco giĂš. Riappaiono le Dannunziane)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1611^ DANNUNZ.Bruciarono i granai saccheggiati, passando a nuovedistruzioni. I fiori furono calpestati nei giardini, glialberi furono atterrati…2^ DANNUNZ.… le colonne dei porticati furono gettate in mare,tutto ciò che il fuoco non aveva abbruciato fu gettatonell’acqua. La enorme processione di questedonne furibonde…NARRATOREAmen!1^ DANNUNZ.… avendo sparso il terrore nella bruciante cittĂ , fermòla sua corsa alla riva del mare, gridando…NARRATORESenti, cara, un quadro ancora e poi il palcoscenico,le luci, guarda, anzi, te ne faccio mettere due, tutteper te, tutte tue. Va bene? Ora vai di lĂ , dai. Vai.1^ DANNUNZ.Posso dire almeno che tra gli immediati provvedimentiadottati dalla Prefettura ci fu il sequestro delgiornale Vigilia che peraltro condannava i vandalismidel 27 Aprile? Un errore madornale, insomma.Ho detto bene?NARRATOREInsospettatamente bene, cara.2^ DANNUNZ.Allora, forse, posso anche aggiungere che dal GovernoCentrale ci fu la sospensione di tutto il daziodoganale sul grano, e la riduzione sui trasporti ferroviari.Richieste, queste, giĂ  avanzate mesi addietrodai Deputati socialisti.Ho detto bene?NARRATOREUn po’ meno, cara. Questi sono provvedimenti,non ritorsioni.Banditore, che scena è questa?162 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)BANDITOREVIII Scena – Le RitorsioniNARRATORE (Alle Dannunziane)Visto?DANNUNZIANEAh! Va bene. Andiamo. (Escono)NARRATOREIn effetti a Bari fu sequestrato Vigilia: un errore inspiegabile.Furono arrestate 60 persone. Ancora il15 Luglio il Corriere delle Puglie riporta in cronacal’arresto di tale Giovanna di Nicola di anni 18, “dovendorispondere di violenza nei tumulti ultimi.”In realtĂ  si tentò di individuare i colpevoli dellasommossa nei socialisti e nelle opposizioni comunali.Un atteggiamento cieco e ipocrita che non consideravacome i partiti politici, almeno a Bari, nonavessero alcuna influenza sulla cosiddetta plebe, perla semplice ragione che la plebe non era elettrice. E,come mette in rilievo Spartaco, si sarebbe potutoben dire che questa plebe, confinata nei vicoli luridie malsani di Bari Vecchia, non facesse neppureparte del popolo barese.Fu la fame, non altro che la fame, la cattiva consiglieradella sommossa rabbiosa del 27 Aprile. Masi voleva un capo espiatorio. E non si vollero tenerpresenti i recenti scioperi dei marinai e dei vetturiniche avevano esaurito tutte le risorse delle misere famigliedei lavoratori baresi. E non si volle intendereche non torme di cenciosi e pezzenti si ammutinarono,ma le famiglie dei lavoratori.Si volle invece una soluzione di forza. A reggere saldamentele sorti della Provincia, fu mandato il generalePelloux che ottenne la calma senza lo stato diassedio, al contrario di quello che avvenne a Milanodove ancora vi permaneva a tutto Luglio pei motidel 6–7–8 di Maggio. (Luci su Pelloux immobile. Labanda va su fragorosamente)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 163È cosĂŹ: appena uscito il proclama Pelloux, la bandacittadina volle suonare in piazza. Le feste Patronalierano in atto. E San Nicola, a Bari, è come SanGennaro a Napoli: può succedere di tutto, ma “lafèste de SĂ nda Necòle jè sèmme la fèste de SĂ ndaNecòle”.(Giunge il corteo di pellegrini che canta SĂ nde NecòleMarenĂ re, il canto di tradizione dedicato al santo, piĂšpopolare. Quella che viene data qui di seguito è una dellemolte varianti, a seconda della provenienza dei gruppidi pellegrini: SĂ nde Necòle va pe mĂ re/Va vestĂšt’ a marenĂ re/AmmerĂ due quĂ nn’jè bèlle/E ca jè SĂ nda Necòle/E ca jè SĂ nda Necòle/Allègre, marenĂ re/SĂ nda Necòleva pe mĂ re/Allègre, pellegrine/SĂ nda Necòle hav’’a parti’/SĂ nda Necòle jè d’argĂŹnde/Va pe mĂ r’e ammèn’u vĂŹnde/Eammèn’a mundĂ gnole/SĂ nda Necòle jè tutte d’òre/SĂ ndaNecòle jè tutte d’òre/Allègre, marenĂ re/SĂ nda Necòle vape mĂ re/Allègre, pellegrine/SĂ nda Necòle hav’’a parti’. *Il corteo dei pellegrini si allontana)Del resto il pane ormai c’era, c’era il lavoro ec’era l’ordine. L’ordine di Pelloux, naturalmente.In una sua circolare del 1° Luglio 1898 ai Prefettidel Regno scriveva, con un linguaggio destinatoa diventare ben piĂš popolare qualche anno piĂštardi:(Luci su Pelloux)PELLOUXLe disposizioni statutarie e legislative, a tutela delleIstituzioni della societĂ  e dell’ordine pubblico,devono essere scrupolosamente rispettate e severamenteapplicate. Deve essere assolutamente impeditoed, al caso, energicamente represso ogni atto,ogni propaganda d’indole sovversiva, sotto qualsiasiforma e tentativo di eccitamento all’odio di classe. ISignori Prefetti possono essere sicuri, cosĂŹ facendo,164 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)di incontrare sempre la piĂš completa approvazionedel Governo.Prego di accusare ricevuta. Firmato: Pelloux.(Riprende la banda: a sfumare)*San Nicola va per mare/Va vestito da marinario/Miratelo, quantoè bello/È San Nicola/Allegri, marinai, San Nicola va per mare/Allegri,pellegrini/San Nicola deve partire/San Nicola è d’argento/Vaper mare e tira vento/E tira la montagnola/San Nicola è tutto d’oro,ecc.BANDITOREIX Scena – Conclusioni1^ DANNUNZ.Con migliaia di voci rauche, insaziabili di distruzioni,coperta di lordure e imbrattata di sangue…2^ DANNUNZ.Sembra che uno stupore improvviso colpisse quellafolla di donne infuriate e livide, che poco innanziavevano urlato come cani selvaggi…1^ DANNUNZ.Davanti ad esse si stendeva il mare tranquillo, lievemeneincrespato da una dolce brezza; dietro a lorofumava la cittĂ  devastata.2^ DANNUNZ.Per alcuni istanti esse rimasero immobili, istupidite,quasi dimenticando il lugubre lavoro che esseavevano eseguito, in un silenzio piĂš tragico dellegrida piĂš feroci(In coro)Scordando l’ansia degli esausti petti e le deboli vocidei fanciulli morenti per fame. (Escono)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 165NARRATOREDal giornale Spartaco – 1° Maggio1898 “Ma quellepettegole e quei ragazzi acquistarono a poco a pocola coscienza del loro preteso diritto, e trassero daquesto ogni loro forza, che nĂŠ il Prefetto, nĂŠ il Sindaco,nĂŠ il sostituto Procuratore del Re capirono,illudendosi sino a tarda ora.(La sala si illumina. Gli attori sono distribuiti tra il pubblico)1^ ATTORENon sta a noi additare i provvedimenti che spettano achi ha il potere, pur non meritandolo e pur rappresentandoartificialmente il Paese. Noi, cui non spetta chestudiare i bisogni, come abbiamo sempre fatto e facciamo,e dirigere l’opinione pubblica, non abbiamofiducia che rinsaviscano i responsabili di ogni male.2^ ATTORESolo vogliamo aggiungere che noi non miriamo ascalzare persone e tanto meno a deprimerle: noi condanniamosistemi. Le Istituzioni vigenti tanto possonovalere, in quanto possono essere benefiche, e peressere ormai tali hanno bisogno di trasformarsi.3^ ATTOREE vogliamo ancora aggiungere che se, in una occasionecosĂŹ tremenda come quella del 27 Aprile,quasi nessun rappresentante del popolo ha saputodominare la posizione sappia il popolo organizzarsi(La stessa frase rimbalza da un attore all’altro pertutta la sala ) sappia il popolo organizzarsi non collasmania dei vandalismi, ma colla fede nei veraci interpretipropri.4^ ATTOREE non s’arresti dall’insediarli al potere e sorreggerli,semprechè il potere non continui ad essere gestitoad usum delphini, ma si affermi una buona volta pelpopolo e col popolo.”166 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)BANDITOREUna storia: Parte II e Fine(Stesse donne di Scena 1, Parte I)1^ DONNAE allòre, sòra sĂ nde, si telèfonate? Ah? Le si mannĂ t’akiama’ tĂštte quĂ nne? Ah? Ce hònne dĂŹtte: vènene?Ah? Nge u si dĂŹtte ca non havonn’’a manga’? Ah?Ah?2^ DONNAEhh! Sòra de la Madònne! Va bĂšne ca stam’aukespètte de mĂ mme, ma ‘nzòmme abbakĂŹsce numuèrsa-muèrse. E ce còse jè? Ke tòtte sti litanĂŹ mesta jĂŹgne la cĂ pe e me fĂ sce sfòtte la nervatĂšre. Ohh!StĂ tte kiète e acceppenĂ te a la sèggie. AsseduèscekejĂŹ ogn’e còse. Ohh!3^ DONNASi sendĂšt’a kèdde? Statt’ assedĂšte e stĂ tte kendènde?Te combĂŹne. Ca kèdde tòtte na vòlde…1^ DONNAE u aldĂ re… u si ackengertĂ te?2^ DONNAPur’u aldĂ re mo? Ce dĂŹsce, j’h’’a telèfona’ au PĂ pep’arrekemannĂ ue de fangĂŹlle SĂ nde pe demèneke cetrĂ se?1^ DONNAZitta. Non bestemmiare. Le ossa si mettono sobbr’al’aldĂ re. Lo preparo io.3^ DONNANon bestemmiare sèmbre. Non bestemmiare! U sĂŹsendĂšte ca pĂšre kèdde t’u dĂŹsce? E non zi negĂ nne,di’ pe quĂ nna vòlde t’u dĂŹgghe jĂŹ.1^ DONNAAddò si mettĂšte l’òssere?2^ DONNAMo so nĂšmmere! M’u st’a demĂ nn’a mè? PezzĂŹngh’amo te le si tenĂšte strètte-strètte.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1671^ DONNA (Alla 3^ Donna)Li hai prèse tu?3^ DONNAA mè? Ma tu mo vuè vede’ ca ce non z’arrĂŹven’ad’ackiĂ la còlpe jè la mè?1^ DONNANon sgherzĂ re, non sgherzĂ re ke l’òssere sagrosĂ ndede kèdda mĂ mme, ca non zĂŹme dègne nèmmĂ nghede pelza’. Le so dat’a tè.3^ DONNAUagnè, t’u st’a sĂšnne! Au kiĂš-kiĂš nge le si petĂšteda’a kèdde! Kèsse se n’ha sciĂšte pròbbje au acĂŹte.2^ DONNAE ce l’hav’affettĂ te? Jèdde se le tenève com’a lapĂšpe.(Rivolta al pubblico) ‘Nzòmme, sĂŠnza tra’ assĂ  la zòke…sĂŹt’accapesciĂšte còme va a fernèsce la stòrje? E l’òssereaddò stònne? Addò stònne l’òssere? E te le so dat’atè? No, le tenĂŹve tu. Te le so dat’a tè? le tenĂŹv’ jĂŹnd’ala brezzètte… Jì… le jève mĂŹsse jĂŹnd’au bròte.1^ DONNAMamme!3^ DONNABombĂ tte! Kèdde jè la fĂŹne c’havev’’a fa’! La fĂŹne deGnagnĂšdde.2^ DONNA (Al pubblico)E kidd’e dò, le sĂŹte sendĂšte? KĂŹdde sò capĂ sce de tra’‘nanze pezzĂŹngh’a cramatĂŹne. (Alle due donne) Eh avĂš! TètĂŠ, ‘nzerrĂ te le tenĂ gghje. AvĂ ste! Ce brot’ebròte? (Indica una pentola) Jè jĂ cque! AcquĂ nn’uhavev’’a fa’ stu bròte? E mo, fernĂŹmele. SciamanĂŹnne.Kèdde c’havemm’’a disce, u sĂŹme dĂŹtte. Kèddeca petèmme fa’… ha stĂ te fĂ tte. Ce petĂŹme fa’ dekiĂš? PetĂŹme sci’ attĂšrn-attĂšrne a repète kèssa stòrje.Ma le merĂ ggue non zeccèdene da na di all’àlde. DaquĂ nne mĂšnne jè mĂšnne, le lambasciĂšne se zĂ ppenee le merĂ ggue besogna fadegĂ rsele.168 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)Ce velĂŹt’abbĂ tte le mĂ ne, nge facĂŹte kendĂŹnde; ceno, sĂŹte na mòrre de fetĂŹnde.(Sipario)*1^D E allora, sorella santa, hai telefonato? Hai mandato a chiamaretutti? Ah? Che hanno detto: vengono? Ah? Hai detto che nondevono mancare? Ah? Ah?2^D E sorella della Madonna! Va bene che stiamo al cospetto dimamma, ma insomma, datti una calmata! Che sarĂ  mai! Conquesta litania, mi riempi la testa e mi fai venire il nervoso.Metto io tutto a posto.3^D L’hai sentita? Stattene seduta e contenta. Ti conviene, chèquella in un attimo…1^D E l’altare? L’hai sistemato?2^D Pure l’altare? Che dici, devo telefonare al Papa per raccomandarglidi farcela santa per domenica prossima?1^D Zitta, non bestemmiare. Le ossa si mettono sull’altare. Lo preparoio.3^D Non bestemmiare sempre. Hai sentito che pure lei te lo dice?E non negare: di’ quante volte te l’ho ripetuto anch’io!1^D Dove hai messo le ossa?2^D Questi sono numeri! Lo chiedi a me? Sinora te le sei tenutestrette strette!1^D Le hai prese tu?3^D Io? Ma tu, vuoi vedere, ora, che se non si trovano, la colpa èmia?1^D Non scherzare con le ossa sacrosante di quella mamma; nonsiamo neanche degne di pulirle. Le ho date a te.3^D Ragazza, te lo stai sognando! Al piĂš, puoi averle date a lei!Questa se ne è proprio andata all’aceto!2^D Chi le ha viste? Le teneva lei.Insomma, senza tirarla per le lunghe, avete capite come finiscela storia? Le ossa dove sono? Le ho date a te? No le tenevi tu.Le ho date a te? Tu le tenevi nella borsa… io… le avevo messenel brodo.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1691^D Mamma!3^D Le sta bene! Quella è la fine che le toccava! La fine di Nonhaniente.2^D Le avete sentite quelle due? Quelle sono capaci di tirare avantisino a domattina. Ehi, chiacchierone, chiudete le tenaglie, basta!Ma quale brodo? È acqua… quando dovevo farlo questobrodo? Ed ora, finiamola. Andiamocene. Ciò che dovevamodire l’abbiamo detto. Ciò che potevamo fare… è stato fatto.Cosa possiamo fare di piĂš? Possiamo andare in giro a ripeterequesta storia. Ma i miracoli non accadono da un giornoall’altro. Da che mondo è mondo, anche i lampascioni vengonozappati e i miracoli bisogna faticarseli. In quanto a voi, sevolete applaudire, ci fate contenti; sennò, siete una massa difetenti.170 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)PER DONNA SOLA 171Per Donna SolaMONOLOGO IN UN TEMPO1981172 PER DONNA SOLAPERSONAGGIOUna donna di etĂ  incerta, adulta ma ancora vigorosa.Chiama se stessa TalĂŹ.SCENAQuattro pedane a T contro una porta di assi di legno su cuivengono proiettate immagini a schermo intero di Bari, processioni,donne, ancora Bari. A seconda dell’interpretazioneche si sceglie di dare, la porta può essere chiusa verso l’internoo verso l’esterno.Sulla pedana trasversale, campeggia una rudimentale cassadi legno che, di fatto, è l’unico vero oggetto scenico. La donnainteragisce con questa spostandola con fatica da una parte all’altradelle pedane, aprendola, chiudendola rumorosamente,estraendone gli oggetti piĂš disparati – buste di plastica, vecchiebambole, borse, cappellini, giacchette, un tubo catodico,bulloni, altre buste, scialli: i cascami di una cittĂ .La donna fruga la scena tutto il tempo: sembra alla ricerca diqualcosa che solo nel finale pare aver trovato: forse si tratta diun vecchio specchio col manico dorato.Legate a vista ai sostegni delle pedane, ci sono delle smisuratelenzuola che saranno oggetto di attenta esplorazione da partedella donna; anche loro, finiranno nella cassa, assieme a tutti glialtri oggetti che la donna potrebbe eventualmente tirar fuori.Un ruolo fondamentale hanno le luci di scena. Esse seguonola donna nei suoi spostamenti, li anticipano, talora: lei ne èconsapevole e interagisce costantemente con loro.Abbandonato al centro del proscenio c’è un registratore chepotrebbe essere illuminato tutto il tempo da un siluettatore.La voce dell’attrice tenta di adattarsi a tutti i rumori che lesue azioni producono.All’apertura del sipario, la donna è seduta ad uno sgabello inlegno, al lato della porta, di spalle al pubblico.(Scorrono immagini di Bari Vecchia. Al termine, i fari rovistanoogni angolo della scena e della platea. Dopo qualchesecondo, la Donna solleva un braccio. La ricerca smette)PER DONNA SOLA 173DONNAStògghe ddò, stògghe ddò.(Si alza, va verso un riflettore a vista, comincia a parlargli,per poi proseguire con gli altri che via via si accenderanno,segnando una ideale mezza circonferenza)M’havèvene dĂŹtte c’abbĂ sce a la VĂŹlle de le Garrònestèvene ros’a scetta’. ZembĂ bb’u mur’e m’agnĂŹbb’usenĂ le. ‘Mba VĂŹte m’addemannò: “SvergognĂ te,e non stèvene le cĂ ne?” “Lòre shkamĂ vene da navĂ nne, e jĂŹ kegghiève da l’àlde.” “E còme si fatt’adassi’?” “Da u cangĂŹdde prengepĂ le, tĂ nne nge vòle?”“E nesciĂšne t’ha vĂŹste?” “No, e pĂšre ca ma vedèvene?VĂš le tenĂŹt’a meri’ – nge havèv’’a disce – jĂŹ, aucondrĂ rje, ve le vengh’a cògghje.” Ce jèvene bèlle!de tĂštte le kelĂšre jèvene. Tòtte le vòlde ca mevedève, ‘mba VĂŹte me decève: “Ma còme facĂŹst’a acògghje tòtte kĂŹdde ròse sènza pòngerte? MĂ ngheca tenĂŹve nu pĂ re de fuèrce d’òre, au pòste de lemĂ ne!” Ce u v’a demĂ nne ddĂ  ‘nanz’addò javetĂ vejĂŹ, jĂ ckj’angòre ci s’arrecòrde de cĂšsse fĂ tte.Sop’au parapĂŹtt’addò crèsce la varvòdde, tenève semenzĂ tele frèsje: a fevvrĂ r’jev’u got’a vede’ cĂšddestèzze de mĂšre spendĂ te de fiĂšre. E le garĂŹfene? Mele menèvene pezzĂŹngh’a rebba’, tĂ nne ca jèvene berefĂ tte.Le tenève de tĂštte le kelĂšre e kĂŹdde se ‘namorĂ venejĂšne c’u Ă lde, e allòre assèvene sgreziĂ te.A la uèrre, ke d’attĂ nde preggionĂŹre, me ne scĂŹbb’aupajĂŹse. E ce me petève carrescia’ pĂšre le grĂ ste?A fĂ rme rit’apprĂŹsse da le pĂšrce? Allòre, jĂŹnd’a leshkĂ due de le sardĂŹne tenève mĂŹse na ciambĂ te deterrène, e la fenèsta mè fiorève tòtte.QuĂ nne jève uagnèdde jĂŹ? Seh!Na ròse spambanĂ te!U sĂŹnde? U sind’u palĂšmme còme fĂ sce? Tènghe ledelĂšre ‘nguèrpe, tènghe le delĂšre ‘nguèrpe! ColĂŹnesemb’axĂŹ decève. QuĂ nna resĂ te! La pĂ pere dĂŹsce:174 PER DONNA SOLAnon de pĂ gheke, non de pĂ gheke! La kernĂ ckje jècom’a le mĂ le pagatĂšre: pĂ sse crĂ , pĂ sse crĂ ! Ce jèvekernĂšt’a dĂŹsce kĂŹdde còse.KĂŹsse vambĂ te la matĂŹne! Me sènghe la cĂ pe, tòttenu pĂŹzze de fuèke. MĂ nghe ca stònne carvĂšn’appecciĂ te,e jĂšne me svendescèsce da jĂŹnd’a le rèckje.Uff! Cèrte vòlde, còme dĂŹgghe kĂŹdde còse, me vèneda rĂŹte pur’a mè.Jè sĂšbbet’angòre, stĂ tte, stĂ tte n’and’e muèrse. Cet’ha d’alza’ a fa’ da mo? A fa’ u bandèsk’attĂšrn’attĂšrne?Non avĂ st’u segnòre de d’attĂ nde ca da lecĂŹngh’e mènze se mètt’a ròmbe: “TalĂŹ, ce jòre jè?TalĂŹ ce jòre jè?“ DĂšrme, pĂŹnz’a dòrme. Jève giòvene,e jève n’ànde rumbamĂŹnde. Mo sĂŹ fĂ tte vèckje? Ece t’ammĂ nghe? Jè ca me vòle mètte ‘ngròsce a mè?Po se jĂ lze, nge vòle ce nge hav’’a mètte le calzĂŹtte,s’attellèsce com’au uagnòne de quĂŹnnece Ă nne e cevène drète ackjedèsse le pòrte. Arrevèderc’ e grĂ zzje.Mangh’esĂŹst’a dĂŹsce: “TalĂŹ, v’ackiĂ nne ‘ngockecòse? Te vògghe jĂŹ a fa’ la spèse?” No, nĂšdde. Sevest’e se ne va. No ca jĂŹ tènghe abbesègne de la spèsasò, percè tènghe ce me l’annĂšsce, ma jĂŹ dĂŹgghe,pĂšre pe fa’ vede’, pe fa’ do mòsse. CinguĂ nd’ànne,cinguĂ nd’ànne ca m’u kerrèsceke e non z’havev’’apegghia’ nu muèrse d’addòre mĂŹ. No. U còre utènghe crepĂ te, crepĂ t’u tènghe. Se vèste e se neva. E jĂŹ a smatra’ jĂŹnd’a cĂ se, ca so servèzzje ca nonfernèscene mĂ , e u arlògge ca fĂšsce ‘nĂ nz-e ‘nĂ nze!ca fĂšsce. MĂ nghe ca jĂŹdd’à fĂ tte vèckje, e jĂŹ so fĂ ttegiòvene. KĂŹsse delĂšre ca Crist’asselĂšt’u sĂ pe, còmeme fĂ scene tremua’ la vĂŹta mè! dĂ lle pĂŹte me sĂ lenegĂ mma-gĂ mme jĂŹnd’a le vrĂ zze, e po arrète jĂŹnd’ale pĂŹte: la cercolĂ ra dèstre, e la cercolĂ ra senĂŹstre.E cĂŹtte, mòscue, non de pĂšte mĂ nghe lamenda’ canon de crètene: “Nah, ce sta bèlle, la uagnèdde, lauagnèdde! Kess’au pòste de fa’ vèckje, fĂ sce giòvene!”PER DONNA SOLA 175PĂšte respònne? T’ha da mezzecua’ u mĂšsse, cĂ le lacĂ p’ e fatĂŹke. E jĂŹdde, u bèlle giòvene, non ze skemmòve‘ndĂštte. QuĂ nne nascĂŹbbe jĂŹ? ApprĂŹme nascĂŹla fatĂŹke e po nascĂŹbbe jĂŹ. QuĂ nne nascĂŹ cĂšdde, nascĂŹna resĂ te.Ca po, addò se ne va da kedd’orĂ rje? Addò jè ca v’aspĂ nne le ròbbe? Velève jess’acĂŹdde, velève. U uagnengĂŹdde!StamatĂŹne, mo, ke kèssa gelatĂšre, nonz’ha mis’u cappĂŹdde. MĂ nghe non ne tenèsse. Jèbuèn’asselĂšt’a scetta’ grĂŹte com’au lepòmene: “StaizĂŹtte, no-m-barlĂ re, ca non gapĂŹsce niènde, sta bònetu ca te ne sta tòtta la di jĂŹnd’a cĂ ste!” E percè, a tèce t’u fĂ sce fa’ a scĂŹrtene regerènne? Statt’au spĂšndede cĂ ste e rĂŹndete jĂštele. Non dĂŹgghe ca s’hav’’a sta’semb’attaccĂ t’a mè. ‘NzĂŹa-mĂ !CrĂŹste ne scĂ mb’e lĂŹbbere. ‘NzĂŹa-mĂ ! Ce s’u hav’’aserkia’. ‘NzĂŹa-mĂ ! Mangh’a le mĂ le nemĂŹsce! Mame decèss’almèn’addò se ne va, axĂŹ de fòdde dakèdd’orĂ rje.PĂŹ cĂšdde, u scĂŹnere, v’ackiĂ nne ca me sfòtte: “LakemmĂ re e la kemmĂ re!” Seh! Ce u skemmòve kiĂša cĂšdde? Velèsse tĂ nde jèsse skemmevĂšte jĂŹdde. Lafrascère. Ca tu scarvĂštt’ e scarvĂštte, ce le carvĂšnes’hònne strĂštte… Ha remanĂšte cèner’asselĂšte: cèneresop’e cènere sòtte.Non ze capĂŹsce da quĂ nn’jè c’ammĂ nghe d’au cammesĂ nde.M’havève gerĂ te sop’a mĂ mme ca demènegapassĂ te non m’havev’’a sfesci’. Sta cĂ se jè n’upĂšrte de mĂ re! quĂ nne mène t’u aspĂŹtte: “TalĂŹ, daquĂ nna tĂŹmbe ca no nge vedèmme. StamatĂŹne me soalzĂ te cu prengibbje ca jòsce non m’havèv’’a sfesci’.Te hjev’’a meni’ ad ackia’. So penzĂ te: v’a vĂŹte ce sest’a pènze kèdda poverèdde! ca me so skerdĂ te dejèdde o ca tènghe n’offèse, dĂ zze ca m’atteccuĂ v’amè de menĂŹrt’a fa’ la vĂŹsete.”(Squillo di telefono. La donna va a rispondere)176 PER DONNA SOLAE ce potess’a kess’ore. SĂŹ, prondo. Prondo. Prondo.Chi parla, prondo. (Chiude) Mah! Se sènden’apprĂŹmecom’a tĂ nda vòsce lendĂ ne, e po rrrrrr. Boh!Ca pĂšre ca velèsse fa’ nu pĂŹzze de pĂ ne, addò u pĂšte‘nverna’? PezzĂŹngh’a quĂ nn’u mĂ nne kiamĂ nn’evène, e po non zĂ pene ce vòlen’ackiĂ nne. E po,ce s’u mĂ nge kiĂš u pĂ ne? Ce u j’h’’a fa’ a fa’, pefĂ nge fa’ la palĂšscene? Non jèvene sĂ cke c’avastĂ vene!KĂŹdde bèlle mangiĂ te de pan’ègghj’e sĂ le! Mosim’addevendĂ te de vĂŹtre. La cambĂ n’asselĂšte ngeammĂ nghe, e po nge pòtene sestema’ sop’au aldĂ re.A dĂŹsce u vère, jĂŹ tenèv’a mĂ mme ca m’u facève. Po,a la uèrre, quĂ nne me ne scĂŹbb’au pajĂŹse, m’havĂŹbbeda ‘mbara’. Ce fegĂšre la prĂŹma vòlde! PestregghiĂ bbeddĂ , me sfòrzĂ bbe d’arrekerdĂ mme com’jèvevĂŹste fa’ a mĂ mme. QuĂ nn’a l’orĂ rje me presendĂ bb’aufĂšrne, ackiĂ bbe tòtte le fèmmene a rĂŹte. “Ede ce-d’è cĂšsse pòne?” “Ha da èsse de la barèse”“Non sta mĂ nghe re ‘nzegnòle!” “Re pòne hav’’ajèsse! U pĂ ne, se disce, e no re pòne!” AmmenĂ bbetĂ nne de kĂŹdde kennĂštte. “’MbarĂ tev’a parla’, kezzĂ le,kezzĂ le!”A dĂŹsce u vère, o pòne o pĂ ne, jève pròbbe brĂštteca pur’a mĂŠ me venève da rĂŹte a vede’ kĂŹdde fecĂ zzescazzĂ te ca parève mĂ nghe ca s’havèven’ackiĂ tesott’au cazzapète. Me premettĂŹbbe ca, da tĂ nne de‘nĂ nze, u pĂ ne mĂŹ havev’’a jèsse u kiĂš mègghje detĂštte quĂ nne. ScĂŹbb’a ziĂ neme e ‘nge decĂŹbbe: “LazĂŹ, m’ha da sbiaga’ bèlle-bèlle còme se fĂ sce u pĂ ne”“Si de pulĂŹdeke,” me respennĂŹ la zĂŹ. “VĂŹne ddò, apprĂŹss’amĂŠ.”(Squillo di telefono. La donna va a rispondere)Inzòmme, si può sapere chi è? Pròndo. SĂŹ, sĂŹ, ma leichi è… No, mio marĂŹte… Meh, all’òrarje di mangiare…SendĂŹte, scĂšse, io… No, non gapĂŹshke, adèssekiĂ m’a… Ah! Si u fĂŹgghje de kemmĂ  Mariètte-laPERDONNA SOLA 177ròsse! Ce me dĂŹsce! E com’jè, tu pĂ rle jĂŹnd’au strĂŹtte,tĂštte ‘ndreccegghiĂ te, ce ne sĂ cce jĂŹ-a poverèdde…Ah, sta a MilĂ ne! Pedènne pĂ rle giĂš-giĂ u… No, no,marĂŹdeme… SĂŹ, la penziòne du govèrne… E mĂ mmetese la pĂ sse bòne?… Ce me dĂŹsce, fĂŹgghje! EquĂ nne va c’ha seccĂŹsse?… Du jĂ nne! E a non zape’nĂšdde! Ce delòre, ce delòre… A non zape’ nĂšdde!VabbĂšne c’havève sciĂšt’a javeta’ a cĂ se de diĂ ue,pezzĂŹngh-e ddĂ  ‘mbònde, ma a non fa’ sape’ nĂšdde!StĂ me com’a le fògghje sparnezzĂ te! La mòrtejè com’a nu sènne, fĂŹgghje mĂŹ, e la vĂŹte nesciĂšnela sĂ pe sbiaga’. Kèdde c’ham’’a fa’ jè de camba’…SĂŹ, jè vère, stònne le recuèrde ca ngòck’e vòlde ngefĂ scene kembagnĂŹ, ma le recuèrde so com’au mĂ re:vonn’e vènene, nĂ kene l’àneme e skianèscene pĂšrele scòglje kiĂš appendĂšte. Pedènne non te pĂšte feda’de le recuèrde. A ce cĂ mbe si dĂŹtte ca sta, mĂ mmete?…No, sènzòmène j’h’’a sci’… SĂŹndem’a mĂŠ,fĂŹgghje, kèdde, mĂ mmete, còme se mettève de cognòme?…Ah, sta la fetografì… SĂŹ, sènzòmène. SĂŹ,sĂŹ, ciĂ .(Chiude)T’arrecĂšrde de kemmĂ  Mariètte-la-ròsse? Da quĂ nnatĂŹmbe non la vedèv’a kèdde! da quĂ nna tĂŹmbe!Ce vĂŹta desgrazziĂ te, kèdda fèmmene! Giòvenagiòvene,remanĂŹ vĂŹdue, ca jĂŹdde, Pappine-de-le-carvĂšne,t’u arrecĂšrde PeppĂŹne de-le-carvĂšne?…A la defreshcĂ te, PeppĂŹne se facève sop’a la pòrte,e me kiamĂ ve: “Ehi, fuèrcia-d’òre, si fernĂšte d’arregetta’jĂŹnd’a cĂ ste?” JĂŹ l’havève giĂ  capesciĂšte la‘ndèse, ca fèsse non zo mĂ  stĂ te, ma me velève fa’prega’. “’MbĂ  Pe’, tènghe da fecca’ nu pĂšnde.” “UpĂšnde u pĂšte fecca’ cra, mo vĂŹnet’a fa’ ‘na candĂ t’apprĂŹss’amĂŠ.” E ce m’u facève repète do vòlde?Assève giĂ  candĂ nne-candĂ nne.(Prende lo sgabello e si porta in primo piano)178 PER DONNA SOLA1 Si mi volevi bene/Me lo dicevi/la strĂ te di via de’Tredici/Non la facevi/Si mi volevi bene/Me lo dicevi/Le scale del tribunale/non le facevi.2 Ce vĂŹnde ca mene jòsce/SciĂ m’a cògghje le marĂ nge/U amòre de le zĂŹte/Na vòlde se rĂŹte/Na vòlde sekiĂ nge.3 Kèdda seròca mĂŠ/TĂ nde bène ca me vòle/Ma nonla pòzze kiĂ nge/Ca non m’ha dĂ te u fĂŹgghj’angòre.E dret’a mmĂŠ, mĂ mme, pĂ sce a l’ànema sò addòs’àckje, ca mo sta a la presènze de CrĂŹste, ce jèvestenĂ te! KiĂš pèsce de kemmĂ  Crescènze, la megghièrede ‘mbĂ  VetĂšcce-u-gnòre. TatĂ  sapève canda’bèlle. TatĂ  sapève canda’ belle! PertĂ mme le sĂŹggedaffòre, e nu sternĂŹdd’apprĂŹss’au Ă lde, passĂ mmel’òre sĂ ne.4 Ani-mi’/So de kiĂšmme le reckĂŹne/E ce jĂŹ te li faid’òre/AscĂŹnn’abbĂ sce/Ca facĂŹm’u ammòre.“AvĂ ste, avĂ ste, mbĂ  Pe’, ca no nge la fĂ zze kiĂš!”“KiamendĂ tele! pare na ròsa ròsse dòppe c’ha scambĂ te!e pe mĂ ne tène na fuèrcia d’òre. DĂŹ, dĂŹ, com’jèu fĂ tte d’u giardĂŹne de le Garròne?” “MbĂ  Pe’,quĂ nna vòlde t’u j’h’’a disce?”decève redènne jĂŹ.E ackemenzĂ v’a kenda’ arrète còme m’havève calĂ t’abbĂ sce,còme m’havèv’agnĂšte le vrĂ zze de ròsee com’havèv’assĂšte da u cangĂŹdde prengepĂ le.Nge sim’amĂ te e nge sĂŹme stemĂ te. AssĂ . Jève kiĂšpèsce de na sòre pe mĂŠ. Nge sĂŹme spartĂšt’ u sènne.Jève kiĂš grĂ nne de mĂŠ de du jĂ nne? QuĂ nne mespesĂ bbe, me decĂŹ: “TalĂŹ, dengĂŹu’a seròghete ca nonze la pegghiĂ sse, ma u vèle t’u j’h’’a da’ jĂŹ, u cĂšddemĂŹ de quĂ nne me spesĂ bbe jĂŹ.” E me pĂ re ca m’udètte. O no? (Va a riporre lo sgabello) Me pĂ re cano: u vèle m’u havètt’’a da’ d’attĂ nde e jèdde m’ammannòla uandĂŹre. O no? Mah! Ke tĂštte kĂŹdde regĂ leca facĂŹbbe! U sfennèrje, u sfennèrje! Ce n’ham’’afa’ du tesòre de le Garròne! SĂŹ, hav’’a jèss’axĂŹ: u vèlem’u dètte d’attĂ nde, c’a kĂŹsse còse jè de pulĂŹdik’assĂ ,PER DONNA SOLA 179tĂ nde ca jĂŹ ‘nge dibb’a jĂŹdde la cammĂŹse. E sĂŹ, axĂŹhav’’a jèsse. U cĂšnde se pòte fa’.Le do poldrongĂŹne, kĂŹdde ca tèngh’angòre jĂŹnd’a lacĂ mere du lĂŹtte, kĂŹdde me le dètte canĂ dama grĂ nne.Non zapève jèdda stèsse ce còse me velève da’.M’havève premettĂšte u bracciĂ le, u collĂŹre, e pofernĂŹ ca me dètte le do poldrongĂŹne. Semb’axĂŹ jĂŹ,da kĂŹdde. Tènghe la fertĂšn’appezzecĂ te ‘ngule jĂŹ, kekĂŹdde. Havèsse mĂ  havĂšte nu regĂ le fattĂŹzzje! mĂ nghequĂ nne nascèrene le mĂŹnze-vènde. Nge u hjèvedĂŹtte tĂ nda vòlde: “LecĂŹ, ce pròbbje m’ha da fa’ nuregĂ le, dĂ mme la ballerĂŹne!” SĂŹ, crĂ .CanĂ dem’u mĂ scue, ColĂŹne, me decĂŹ: “TalĂŹ, te j’h’’ada’ u lavamĂ ne de mĂ rme.” QuĂ nne mĂŹtte nudd’ eallĂŹve nĂšdde? nĂšdde.U sĂ rte de sòreme, kĂŹdde de PupĂŹlle, me regalò uarlògge de sop’au comò: bèlle jève, ke le kelònn’ela còppe de brogellĂ ne. U so tenĂšte tĂ nda tĂŹmbe:arrevĂ te le fĂŹgghje, arrevĂ te la destruzziòne: “Cheso’ queste pezze vecchie, mamma! ButtiĂ me, ButtiĂ me!!”E u scettĂ mme. Ce jev’asĂ tte cudd’arlògge. U arlòggever’e pròbbje u smondĂ bb’e u astepĂ bbe. Ponge u regalĂ bb’ a sòrede, ca u tène mondĂ te sop’ala damĂŹne de biscuĂŹ c’havĂŹbbe da le polĂ cke. Mo jède mot’arrète, e tĂštte va bène: la mòta è la mòta! ceham’’a fa’, avĂ ste ca stònne kendĂŹnde.Nu kembĂ re de papĂ , c’havèvene cresciĂšte ‘nzĂŹme,m’ammannò u servĂŹzzje de bĂŹrre. LegĂ nde jève, ma,com’u atteccuĂŹve se rembève! pĂŹnze ca u prĂŹme beckĂŹrese rembĂŹ prim’àngore d’arreva’ sus’a la cĂ se dela zĂŹte.MargherĂŹte m’ammannò na sèggje, e la sòre, RosĂŹne,m’ammannò la kembĂ gne. Spennèrene cinguĂ ndalĂŹre l’une. U venĂŹbb’a sape’ dòppe.KĂŹdde de BombacĂŹgne, stònne pĂšre sop’a la feto180PER DONNA SOLAgrafĂŹ, kĂŹdde – fa semb’u lèmbe tu, me raccomĂ nne– kĂŹdde m’ammannòren’u servĂŹzzje de liquòre, nonza? cĂšdde ca fĂ sce la còppe ke le bickĂŹre jĂŹnd’e uacĂŹdde desegnĂ te sòpe ke le sajĂŹtte. CĂšdde s’u hapegghiĂ te frĂ tte.U servĂŹzzje de piĂ tte ke le damĂŹne, kĂŹdde me l’ammannòrene:sè la ziĂ ne de d’attĂ nde, e sè n’àndekembĂ re de papĂ  ca javetĂ ve port’a pòrte e quĂ nnesapĂŹ ca m’havev’’a spesa’, me decĂŹ: “No, kemmarèlle,au madremònje tĂš j’h’’a meni’ pĂšre ce non me‘mbĂŹte. Nge tèngh’assĂ .” Le sè piĂ tte me l’ammannòjĂŹnd’a la shcĂ due e spennĂŹ de kiĂš de la zĂŹ ca mel’ammannò sfĂšse. M’honn’arremanĂšt’asselĂšte cĂŹngheca l’ald’e sètte non zĂ cce mĂ nghe jĂŹ com’jè canon me l’àckjeke kiĂš: trĂŠ se l’ha pegghiĂ te sòrede, el’ald’e dĂš, quĂ nn’ jè, te le pĂŹgghje tu.Cèrte vòlde, kĂŹdde còse te sparèscene e non u samĂ nghe tu com’ha seccĂŹsse. Prèsèmbje: u portaprofĂšmejĂŹnd’a la valigètte ke n’and’e cĂŹnghe pĂŹzze?KĂŹdde me l’ammannò u kembĂ re Mòrre. Addòhònne sciĂšt’a fernèsce? Le spĂŹrede!KĂŹdde javetĂ vene pròbbe fĂ cce ‘mbrònd’a serògheme.La megghière jève nu pĂŹzze de fèmmene, mastève sèmbe prène, tĂ nde ca se redecĂŹ nu strĂ zze.Accòme l’allendĂ ve, le fĂŹgghje, axĂŹ serògheme ngele battezzĂ ve. AjĂŹre scĂŹbb’a Sand’Andònj’e stèvekeggĂŹneme ca me facĂŹ ke la mĂ ne. AddemannĂ bbepermèss’a na fèmmene, ca tòtte le vòlde cavògghe, la jĂ ckjeke e nge decĂŹme bongiòrne, ca ubongiòrne non se nèke mangh’a le mĂ le nemĂŹsce.M’assedĂŹbb’apprĂŹss’a keggĂŹneme, e kèdde d’u cuèstesendĂŹbbe ca kemenzò a dĂŹsce: “Ma guard’umbò, io con guèll’andav’a la scuol’e mo, come s’hacambiĂ te!” E rezzuĂ v’e rezzuĂ ve. L’ackiamendĂ bbe‘mbacc’e nge addemannĂ bbe: “Ma scĂšse, segnerĂŹ,ke mè nge l’ha?” “No, signòre, io sto a dir’a quellasignòre l’abbĂ sse. La vedete pure voi? Io andav’a laPER DONNA SOLA 181scuol’elemendĂ re con guèlle e mo fa fĂŹnde che nonmi conosce. Ma voi, signòre, venite sembr’a questakièse? Io vi vedo sembr’a voi, dov’abitate voi?Io sono di San Basquale, e voi a che rion’abitate?”Kèdde jè ca velève ‘mbregghia’ do kiĂ ckjere. A dĂŹsceu vère, pĂšre jĂŹ me l’jève giĂ  sendĂšte la SĂ nda Mèsse.Pi’ nge respennĂŹbbe: “SĂŹ, pure io. A che strat’abitatevoi?” E ce si tu ca ce so jĂŹ, nge arrevĂ mm’a canòsceca jèdde ce jève mo? La fĂŹgghje du kembĂ re Morre.QuĂ nne nge decĂŹbbe ce so jĂŹ, me decĂŹ: “Mado’, cejè pecenĂšnn’u mĂšnne! A penza’ ca sĂŹme scequĂ te‘nzĂŹme! Còme te si cangiĂ te!” Pe mĂŠ, a kèdde ngehavèv’’a manga’ ‘ngock’e ròte, kemmĂ r’e bòne.La mĂ mme de la kembĂ gna mè me regalò le reckĂŹnelènghe ke le granatĂŹne. QuĂ nne sòreta grĂ nnearrevò a l’etĂ , staccĂ bbe le granatĂŹne e nge le dĂŹbbe.Kèdda descegnĂ te non le scĂŹ a pèrde? Na mĂ mmefĂ sce tĂ nne pe ‘nzemua’e le fĂŹgghje te smenuèscenena cĂ se.Allòre, ce Ă  remanĂšte fòre? La uandĂŹre d’argĂŹnde,no? Kèdde me l’havètt’’a da’ kemmĂ  Mariètte-laròsse.ArregettĂ bbe cĂ se la port’apprĂŹss’a serògheme. Jèvenu sòrte de camaròne. AlzĂ bbe nu menzanĂŹne efacĂŹbbe ‘nĂ nze la stĂ nze da prĂ nze e drète la kèddedu lĂŹtte. Me sendève na reggĂŹne, ca me sendève. NareggĂŹne! EppĂšre, quĂ nne menĂŹ la nònne de d’attĂ nde- me pĂ re de vedèrmel’angòre ’nanz’a l’òckiere:jèrta-jèrte, drètta-drètte, ke le capĂŹdde ca facèvenela scrĂŹma ‘mènz’e ‘ndrecegghiĂ te sop’au ròlle de crĂŹne,la mandellĂŹne de lan’ammenĂ te sop’a la shkène,sèmbe nètta-nett’e pelĂŹte, a kèdda sòrte d’etĂ  catenève, jev’angòre viĂ ngh’e ròsse, kiamendò tòttala cĂ se sènza fiata’ e sènza skemmòverse ‘ndĂštte. JĂŹnge addemannĂ bbe: “Chi è, mĂ mma-grĂ nne, nonve piĂ sce?” “No, fĂŹgghje,“ me respennĂŹ, “tĂŹne tĂštte182 PER DONNA SOLAe non dĂŹne nĂšdde!” “Ce uè dĂŹsce, mĂ mma-grĂ nne?”“Vògghje dĂŹsce ca t’ammĂ nghe la còse kiĂš ‘mbortĂ nde:u CregefĂŹsse de nòste Segnòre GesĂš CrĂŹste;t’u regĂ leke jĂŹ, percè si asseduĂ t’e bèlle.” E jèdde m’udètte, ca u tèngh’angòr’au cuèste du lĂŹtte.Pi’ cĂšdde tĂšrkje de ziĂ nde, u frĂ te de d’attĂ nde,non ze vòle convĂŹnge. Ke tĂštte kĂŹdde bell’esèmbjec’hav’havĂšte jĂŹnd’a la famĂŹgghja sò-a stèsse, ca kèddamĂ mma Ròse ‘davère ca merĂŹ ‘ngrĂ zzje de DdĂŹ.Na sĂ nde! D’ addò jè ca non ze skemmevèrene pevenĂŹll’a vede’: novandasè jĂ nne! Mo jè: na sĂ ndaRòse. Kèdde nge u decève sèmbe: “Coli’, de cĂšssepĂ sse, tu jĂŹnd’a le fiĂ mm’ètèrne v’a fernèsce ca brĂšsce!”CĂšdde skemenecĂ te!Na matĂŹne, jĂŹ menève da Sand’Andònje e uackiĂ bb’abbĂ sce au pònde: “Ueh, canĂ ta berafĂ tte,d’addò te ne vĂŹne?” “Da la sĂ nda Mèsse” “SĂŹnde,sind’a kèsse, la mèss’hav’’a jèsse! Cu èsse o senz’èsse?”“Com’jè, canĂ te mĂŹ: la fède, nu muèrse de fèdenge vol’a camba”. “Ma la fède ca fète o la fède dedrète? Allòre, dimm’a mĂŠ, canĂ ta viĂ ngh’e ròsse: ucavĂ dde, percè se kiĂ me cavĂ dde? E u kertĂŹdde, percèse kiĂ me kertĂŹdde? Ce jè ca l’ha kiamĂ t’axĂŹ? NĂš,le sĂŹme kiamĂ te ke cĂšsse nòme, tĂ nne jè vère ca le‘nglĂŹse le kiĂ mene a la vĂŹa lòre. Yes?” JĂŹ no nge jèvemĂ  penzĂ te. Me calò com’a nu vèle gnòre ‘nanz’al’òckiere. M’ackiamendĂ bb’attĂšrne e fu còme ceBĂ re non jève kiĂš BĂ re: le palĂ zze jĂ lde-jĂ lde, lemĂ ghene, le remĂšre, quĂ nna crestiĂ ne! EppĂšre jĂŹjève secĂšre ca stève pròbbete ‘nanz’addò havève cresciĂštejĂŹ e canĂ deme jève pròbbe canĂ deme. Pe numemènde, fu còme ce jĂŹ m’ackiĂ ve ddĂ  pe la prĂŹmavòlde e pe cĂšnde mĂŹ, m’havèsse petĂšt’ackia’ pur’ana tèrra forastère. “Va bĂš,“ nge decĂŹbbe, “pròbbetetu ca st’a parle’ de le ‘nglĂŹse: si mĂ  sciĂšt’a l’Angletèrre?PĂšte gera’ ca l’Angletèrr’ esĂŹste? La si mĂ  vĂŹstel’Angletèrre? No! E però nge crĂŹte, asselĂšte percèPER DONNA SOLA 183t’u honne dĂŹtte. U vi’, allòre? Fède nge vol’a camba’.Nu muèrse de fède, cosenò, ce t’arremĂ ne? Cestam’a fa’ sop’a la tèrre? Percè sĂŹme nĂ te?” “Seh! lalemonĂ te! A lemòn’u havĂŹt’’a have’ tĂštte quĂ nnemo ca stennĂŹte le pĂŹte!” E ke nu zĂšmbe, s’arrambecòsop’a la varrĂŹre e skembarĂŹ.Te ne va? Ehi, ehi, ehi! MĂ ngh’a dĂŹsceme: stĂ ttebòne. Ce nge perdèv’a dĂŹsce stĂ tte bòne, ciĂšcce, bèstie?Kèdde jè la stambatĂšre! Ca ‘mbĂ ste da sòpe o‘mbaste da sòtte, ce la tièdde jè tònne, sèmbe tònnejèsse la fecĂ zze.Nge so sciĂšt’adenĂ nne la mèrde da sòtte, e ce ne sohavĂšte? QuĂŹnnece di non l’havève fatt’angòre spesĂ te,quĂ nne se retrò tĂštte cacĂ te. “U cĂ ne, u can’hastĂ te”. U calĂ bbe jĂŹnd’au vascòne com’a le pecenĂŹnne,e, p’ògne sĂŹckje d’àcque ca nge ammenĂ ve‘nguèdde, pregĂ v’a tòtte l’àneme du pregatòrje dedĂ rm’u stòmeke d’ammenĂ nge n’andĂšn’angòre,tĂ nne jève u fĂŹte ca me sterdescève. Dòppe de mo,nge ham’’a vele’ kiĂš bène, havĂŹbb’u ardĂŹre de penza’.Non zo stĂ te mĂ  patròne de fĂ rme na camenĂ t’abraccĂŹre ke jĂŹdde jĂŹnd’a Bare. Allòr’ackemenzĂ bb’apenza’: “Mo ce crèsce u uagnòne. Mo ce crèsce uuagnòne, tĂ nne sĂŹ.” Se n’hònne sciĂšte tĂštte quĂ nne.U fiòre kiĂš mègghje du giardĂŹne mĂŹ jè de stĂ rmenesòla-sole. JĂŹ m’u j’h’’a crèsce e jì’ m’u j’h’’acògghje.SelĂšt’a parla’ m’ha remanĂšte. Jè vère, cèrte vòldeme pĂ re ca tòtte le paròle ca dĂŹgghe le so giĂ  dĂŹttea megghiĂ re e fòrse, la còsa kiĂš mègghje jè ca mestèsse cĂŹtte. E ‘nvèsce no, jĂŹ vògghje parla’, percè,fin’a quĂ nne pĂ rlek’ e pĂ rleke, so secĂšre ca so vĂŹve.E po, se sĂ pe, le paròle so com’a le cerĂ se: nu penzĂŹretir’au Ă lde, e pĂ sse la frenesĂŹ.E po, e po, e po…stoggh’a parla’ pure pe tè, pĂšrke.PezzĂŹngh’a quĂ nne pĂ rlek’e pĂ rleke, almène na paròlet’hav’’a arreva’.184 PER DONNA SOLAFòrse me n’havèva jèsse sciĂšte tĂ nna tĂŹmbe fa. Mono, jè tĂ rde. E po, addò havèv’’a sci’? Pur’ a pĂŹzzede mĂšnne, havèsse stĂ te sèmbe jĂŹ. JĂŹ ke mĂŠ, percè jĂŹso adaxĂŹ. KeggĂŹneme me decĂŹ: “VinatĂŹnne sop’a lamendĂ gne. NĂš tenĂŹm’abbesègne de fèmmene com’atè. Tu sĂŹ fòrte, e nge put’asselĂšte fa’ bène. Jè pĂšre kele fèmmene com’a tĂŠ ca petĂŹme cria’ nu mĂšnne kiĂšmègghje e kiĂš asĂ tte pe tĂštte quĂ nne.” A cudd’uhavève cecĂ t’u sòle. PetrĂšcce preggionĂŹre, jèvenequatt’ànne ca non me dève kiĂš notĂŹzje sò: jève vĂŹve,jève muèrte! jĂŹ u havèv’’a aspetta’ e la cĂ sa mĂŠ havèv’’a lusce’ sèmbe pe quĂ nne jĂŹdde havèss’arrevĂ te.A mĂŠ me parève kiĂš giĂšst’axĂŹ. “E ce non vène?” “Ece vène?” nge respennève jĂŹ. “E ce non vène?” “Ceven’o non vène – e velèsse DdĂŹ ca vène, – ddò u j’h’’aaspetta’, so jĂŹ ca so axĂŹ, ddò jè u pòste mĂŹ.”Non sta mĂ  nu memènde quĂ nne pĂšte disce: “SofernĂšte de seffri’, la pĂ rte ca me tecquĂ v’a mĂŠ hafernĂšte, mo ackemènze la giòje.” E de camba’ nonnge stangĂ me mĂ , fòrse percè le strĂ te du mĂšnne soassĂ  e so ‘ndreccegghiĂ te e nesciĂšne le canòsce. AmĂŠ non m’ha mangĂ te mĂ  la spèrĂ nze ca me petève- e me pot’angòre- seccète…(La donna va a stendersi sulla cassa. Nel corso dell’azionecominceranno a scorrere senza interruzione immaginidi feste patronali, processioni del VenerdĂŹ Santo, donne,per lo piĂš sole, di tutte le etĂ  e condizioni, Bari nuova evecchia alternate: infine, sarĂ  solo Bari nuova sempre piĂšanonima e irriconoscibile.Tutte le luci sono giĂš, per dare spazio alle immagini chesembrano scorrere al di sopra del corpo supino della donna.A un segnale della donna, la luce ritorna ad inquadrarlafiocamente)AjĂŹr’a la di me scĂŹbb’a scetta’ sop’au lĂŹtte e me sendĂŹbb’ufiĂ te sĂš apprĂŹsse. Nge ammenĂ bbe la mĂ ne, eaxĂŹ, pe scequĂ , nge addemannĂ bbe: “E u fratelline,PER DONNA SOLA 185còme sta?” “E com’hav’’a sta’? Ce u descetèsce kiĂš,a cĂšdde!” Non za, pe non despiacèuue, nge decĂŹbbe:“’Ndadènze, non dĂ rte penzĂŹre, u ‘mbortĂ ndejè ca tu sta ddò.” QuĂ nne me descetĂ bbe, non mesapève fa’ capĂ sce ca u sènne havève stat’asselĂšte nusènne.(La donna si rialza con fatica, va a raccogliere il registratoree si accoccola sulla pedana, spalle al pubblico; mentreuna musica assordante cresce di volume, lei tenta di raccontarele tre storie che seguono. Il finale la trova che urladisperatamente, testardamente)Tre storie di trasgressione:1 A la vĂŹlle ‘mbĂ cce ‘mbrònd’a la Cròsce, jèvene dosòre e ‘mbĂ  VetĂšcce u giardinĂŹre.JĂšne jève gnòre de capĂŹdd’e a-‘ndack-a-ndĂ cke.L’àlde jève biònde, brĂštt’e scalgenĂ te. La grĂ nnejève berafĂ tte. Stev’affedĂ te. U zĂŹte partĂŹ a la uèrree merĂŹ. Jèdde se vestĂŹ a gnòre. Fu ammannĂ ten’ambasciĂ te. Jèdde decĂŹ au attĂ ne: “BĂ bbe, fĂ tecòme dĂŹte vòi”. CĂšdde salĂŹ e se canescèrene. S’ackemenzòren’afa le vĂŹsete. Na di la lassòrene sòla-sòle.Sòla-sòle.Kèdde, ackjedĂŹ port’e fenĂŹste e decĂŹ a kemmĂ  Felgènze,la megghière de ‘mbĂ  VetĂšcce: “AcquĂ nnevène u tĂ le crestiĂ ne, dĂŹnge ca jĂŹ non stògghe”. Kèddese trevegghiò. Au mègghje de l’orĂ rje ca cudd’arrevò,ackiò tĂštte ‘nzerrĂ te. Addemannò a kemmĂ Felgènze: “E la segnorĂŹn’ha scennĂšte?” KemmĂ Felgènze non la facĂŹ a dĂŹsce la bescĂŹ e decĂŹ axĂŹ e axĂŹjè u fĂ tte. CĂšdde se mettĂŹ a tezzua’ drèt’a port’e fenĂŹste.“E jabbr’e jĂ bbre!” Kerrèren’a kiamĂ  le parĂŹnde:“E jabbr’e jĂ bbre!” La segnorĂŹne respennĂŹ dajĂŹnde: “JĂ bbrek’asselĂšte quĂ nne jĂŹdde se ne va. Nonu vògghj’a jĂŹdde, còme non vògghj’a nesciĂšn’àlde.”186 PER DONNA SOLAE axĂŹ aremanĂŹ. ‘MbĂ  PetrĂšcce congludève: “Pot’èsseca kèdde, quĂ nn’u vèckje zĂŹte havève partĂšte, s’havèvedĂ te, e allòre non velève fa’ scopri’ la mangĂ nzasò.”(Un pensiero pare coglierla all’improvviso. Depone ilregistratore e raggiunge la porta, mentre prosegue la suanarrazione e la sua competizione col volume della musica.Tenta di aprire la porta ma, evidentemente, non ci riesce.Prende a battervi sempre piĂš furiosamente)2 Jève na fèmmene e u marĂŹte jève pezzecatòre. Pedènnela lassĂ ve sòla-sòle tòtte le nòtte. Jèdde se facĂŹtenda’ da nu mĂ scue. Com’u marĂŹte se ne scev’amĂ re, jèdde mettève la lecèrn’appecciĂ te dret’a lafenèste Cudde jev’u ‘nzegnĂ le pu kembĂ re c’aspettĂ vegiĂ  dret’a la pòrte. Na nòtte de tròner’e sajĂŹtte,u marĂŹte non ascennĂŹ. U kembĂ re giĂ  stev’a aspetta’.Jedd’auandò u pecenĂŹnne ‘mbrĂ zze e candòaxĂŹ: “VĂŹne, sènne ‘ngannatòre/Oh, oh, oh/VĂŹn’aufĂŹgghje mĂŹ/Ca mo jè l’òre/Oh, oh, oh/VattĂŹnne,papĂšnne/Da drèt’a la pòrte/ Oh, oh, oh/Ca non hasciĂšt’a mĂ re/Ca u vĂŹnde jè fòrte/Oh, oh, oh/VattĂŹnne,papĂšnne/ca non jè l’òre/Oh, oh, oh/Ca umuèrt’accĂŹse/Non hav’assĂšt’angòre/Oh, oh, oh!”U kembĂ re capescĂŹ la ‘ndèse e se ne scĂŹ pe kèddanòtte.3 Stève n’ànda fèmmene ca s’havève mardĂ t’a nu commerciĂ ndeca se ne scève sèmbe rezzuĂ nne fòre tèrre.No nge ammangĂ ve nĂšdde e nge ammangĂ v’u kiĂšmègghje. A la preffĂŹne se decedĂŹ e decĂŹ sĂŹ au segnòreca nge jève mĂŹse l’òckiere ‘nguèdde. Ogn’e vòlde cala scèv’ad ackia’, skemmevève u pajĂŹse sĂ ne-sĂ ne. Lecòse kiĂš mègghje c’ackiĂ vene, trasèven’a carrettĂ tejĂŹnd’a kèdde cĂ se. U bène de DdĂŹ! Se servèvene denu uagnòne ca tĂ nne ca jève brĂštt’e streppiĂ te, cau kiamĂ vene “Vetepèrje”. Na di, au kiĂš mègghjePER DONNA SOLA 187de jĂšne de kĂŹsse festecĂŹdde, na menzĂ ne mannò la‘ndèse ca u marĂŹt’havève stĂ te vist’a la pòrte ca sedève ‘ndrète. Jèdde se trevegghiò. NaskennĂŹ u segnòrejĂŹnd’a n’ armĂ dje e Vetepèrie sott’au tĂ vvue.Quann’u marĂŹte trasĂŹ, au vede’ ca facĂŹ de tòtte keddameuĂŹne ca stève, addemannò: “Che cos’è tuttoquesto disordine, Olimbia? Ce jè stu vetepèrje?” AcĂšsse pĂšnde, Vetepèrje, tremuĂ nne-tremuĂ nne com’ana fògghje, assĂŹ da sott’au tĂ vvue e gredò: “No,patru’, jĂŹ non zĂ cce nĂšdde! la còlpe jè du segnòre cast’annaskennĂšte jĂŹnd’au armĂ dje!”U fĂ tte se resapĂŹ.Jèdd’havett’’a kembari’ pĂšre ‘nanz’au vèskeve e sevestĂŹ a gnòre pu rèste de la vĂŹta sò.(La musica si placa. Ora suoni elettronici invadono lascena. La donna va alla sua cassa, la apre, ne estrae unagiacchetta d’un tessuto argentato, tutta spiegazzata e fuoritaglia. La indossa. S’agghinda il capo con un cappellinonero da cui pende una veletta tutta sbrindellata. Si dĂ uno sguardo allo specchio. Lo ripone nella cassa. Tira fuoriuna borsetta da sera. Si staglia contro l’ultima immaginedi una gru protesa su un cantiere. Mezza luce)Le stòrje ca sĂ cceke jĂŹ? Se pòte dĂŹsce ca le sĂ cce tòtte.So spelĂ te tòtta quĂ nne. *(Sipario)*Sto qui. Sto qui. M’avevano detto che nella villa dei Garrone stavanoros’a buttare. Saltai’l mur’e me ne riempii ‘l grembiule. Compa’Vito mi chiese:”Svergognata! Non stavan’i cani?” “Loro schiamazzavanoda una part’e io coglievo dall’altra.” “Com’hai fatt’aduscire?” “Dal cancello principale, tanto ci vuole.” “Nessuno t’havisto?” “No. E pure se mi vedevano? Voi le tenet’a morire – glidovevo dire – i’al contrario ve le veng’a cogliere.” Com’erano belle,188 PER DONNA SOLAdi tutt’i color’erano. Tutte le volte che mi vedeva, compa’ Vito midiceva:”Ma come facest’a cogliere tutte quelle rose senza pungerti.Manco tenev’un paio di forbici d’or’al posto delle mani!” Se vai achiedere dalle parti dov’abitav’io, lo trov’ancora chi se lo ricordaquesto fatto. Sul parapetto dove cresce il muschio tenevo seminatele fresie. A febbraio er’un godiment’a vedere quel pezzo di murospuntato di fiori. E i garofani? Me li venivano persin’a rubare tantoche erano belli. N’avevo di tutt’i colori e quelli s’innamoravano l’unl’altr’e riuscivano screziati.Alla guerra, con tuo padre prigioniero, me ne andai al paese. Chemi potevo trasportare pur’i vasi? Per farmi ridere dietro dai porci?Allora, nelle scatole di sardine tenevo mess’un pugno di terr’e la finestramia fioriva tutta. Quand’ero giovan’io? Seh! Una rosa spampanata.Lo senti, lo sent’il colombo come fa? Tengo i dolor’in corpo,tengo i dolor’in corpo. La papera dice: non ti pago, non ti pago.La cornacchi’è com’i malpagatori: passa crĂ , passa crĂ . Che furfant’adire quelle cose. Queste vampate, la mattina! Mi sento la testa tutt’unpezzo di fuoco. Come se stanno i carboni accesi e uno misventola dentro le orecchie. Uff. Certe volte, come dico quelle cosevien da ridere pur’a me. È subit’ancora. Statti, statt’un altro po’,che ti dev’alzar’a fare da quest’ora? a fare la banderuola tutt’intorno?non bast’il signore di tuo padre che dalle cinque’e mezzo simett’a rompere TalĂŹ-che-ora è TalĂŹ-che-ora-è? Dormi, pens’a dormire.Era giovane ed er’ un’altra rottura. Mo ti sei fatto vecchio?che ti manca? è me che vuole metter’in croce? poi si alza, ci vuolechi gli dev’infilar’i calzini, s’attilla com’il ragazzo di quindici anni echi viene dietro chiude le porte. Arrivederc’e grazie. Manco esist’adire:”TalĂŹ, hai bisogno di qualcosa? Ti vad’io a fare la spesa?” No,niente. Si vest’e se ne va. Non ch’io ho bisogno della spesa sua,perchĂŠ tengo chi me la porta, ma i’dico, pure per far vedere, per farle mosse. Cinquant’anni, cinquant’anni che me lo sopport’e nondovev’aver pres’un po’ d’odore mio? No. Il cuore ce l’ho crepato,crepato ce l’ho. Si vest’e se ne va. E i’a sfaticare dentro casa che sonservizi che non finiscono mai e l’orologio che corre avanti-avanti,che corre. Manco che lui s’è fatto vecchi’e i’ mi sono fatta giovane.Questi dolori che Cristo soltanto lo sa come mi fan tremare la vitamia, dai piedi mi salgono gamba-gamba nelle bracci’e poi di nuovonei piedi, circolare destr’e circolare sinistra e zitta, mosca, non tipuoi nemmeno lamentare chè non ti credono: Vedi come sta bella,una rosa, una rosa, questa invece di far vecchia fa giovane! Puoi rispondere?Ti devi mordere le labbra, abbassa la test’e fatica. E lui, ilbel giovane! Non si muove per niente. Quando nacqu’io? PrimaPER DONNA SOLA 189nacque la fatica e poi nacqu’io. Quando nacque quello, nacq’unarisata. Che poi, dove se ne va da quest’ora? Dov’è che v’a stender’ ipanni? Volev’esser’uccello, volevo. Il ragazzino. Stamattina, conquesto gelo non s’è messo nemmen’il cappell’in testa. Manco nonne avesse. È bravo sol’a gettar gridi com’il lupo mannaro:”Stai zitta,non parlare chè non capisci niente, stai bene tu che te ne stai tutt’ilgiorno dentr’a casa tua.” E perchĂŠ, a te chi te lo fa fare d’andarten’aspasso? Stattene nell’angolo di casa tua e renditi utile. Non dico chedeve sempre star’attaccat’a me, non sia mai, Cristo ne scampi e liberi,non sia mai, chi se lo deve sopportare, non sia mai, manc’aipeggiori nemici. Ma mi dicess’almeno dove va cosĂŹ di fretta a quell’ora.Prendi quello, il genero, va trovando che mi sfotte:”L’amant’el’amante.” Chi può smuovere piĂš, quello! Vuol’essere tanto smossolui! La cenere. Che tu scavi e scavi e i carboni si sono consumati…è restata cenere soltanto. Cenere sopr’e cenere sotto. Non si capisceda quant’è che manco dal camposanto. M’ero giurata su mammache domenica passata non mi doveva sfuggire. Questa cas’è un portodi mare! Quando meno te l’aspetti: “TalĂŹ, da quanto tempo nonci vedevamo! Stamattina mi son’alzata col principio che oggi nonmi doveva sfuggire. Ti dovevo venir’a trovare. Ho pensato: quellapoveretta, v’a vedere cosa pensa, che mi sono scordata di lei o cheport’un’offesa dato che toccav’a me di venirt’a fare la visita.” Chipuò esser’a quest’ora? Si, pronto, pronto, chi parla, pronto. Mah! Sisentono prima come tante voci lontane e poi rrrrr. Pur’a volerfar’un pezzo di pane, dove lo puoi infornare? fin’a quando lochiam’e viene, e poi non sanno loro stessi che cosa pretendono… epoi, chi se lo mangia piĂš il pane? Che lo devo far’a fare, per farglifare la muffa? Non erano sacchi che bastavano! Quelle belle mangiatedi pane olio e sale! Ora siamo diventati di vetro. Ci manca solola campan’e poi ci possono sistemare sopra l’altare. A dir’il vero,i’avevo mamma che me lo faceva. Poi, alla guerra, quando me n’andaial paese, dovett’imparare. Che figura la prima volta! Pasticciai,lĂ , mi sforzai di ricordare com’avevo visto far’a mamma. Quand’all’orariomi presentai al forno, trovai tutte le donn’a ridere.” Dichi è queso pone?” “Pon’è questo?” “Dev’essere della barese!” “Nonsta nemmen’il segno di riconoscimento!” “Pone! Il pane si dice enon il pone,” buttai tante di quelle urla, “imparat’a parlare, villane,villane!” A dir’il vero, era cosĂŹ brutto che pur’a me veniva da rider’aveder quelle focacce schiacciate che sembravano mess’in piega dalloschiacciapietre. Mi promisi che d’allor’in poi ‘l pane mio dovev’esser’ilmigliore di tutti. Andai da mia zia e le dissi: “La zia, mi devispiegare ben bene come si fa il pane,” “Sei d’onore,” mi rispose la190 PER DONNA SOLAzia, “son giĂ  venuti a contare quello ch’è successo. Vieni qui, appress’ame.” Insomma, si può sapere chi è? Pronto. Si, si, ma lei chiè?… no, mio marito… beh, all’ora di mangiare… sentite, scusi, i’non capisco, adesso chiamo… ah, sei ‘l figlio di coma’ Marietta-larossa,che mi dici! E com’è, figlio mio, tu parli nello stretto tutt’attorcigliato,che ne so io poveretta… ah, stai a Milano, per questoparli giĂš-giau… no, no, mio marito… sĂŹ, la pensione del governo…e tua madre, se la passa bene?… che mi dici figlio! E da quant’èche è successo?… due anni?… a non sapere niente! Che dolore,che dolore! A non sapere niente! Va bene ch’er’andat’ad abitar’acasa del diavolo, sino lĂŹ in fondo, ma a non sapere niente! Stiamocome le foglie sparse. La mort’è un sogno, figlio mio, e la vita nessunola spiegare. Si deve solo vivere. SĂŹ, sĂŹ, ci stann’i ricordi chequalche volta ci tengono compagnia, ma i ricordi sono com’il mare,vann’e vengono, cullano l’anima e spianan’anche le rocce piĂš aspre.Per questo non puoi fidarti de ricordi. A che camp’hai detto chesta…. no, senz’altro, dev’andare. Sentimi a me, quella, tua madre,come si metteva di cognome?… ah, sta la fotografia… si, si, senz’altro…si, si, ciao. Ti ricordi coma’ Marietta-la-rossa? Da quantotempo non la vedevo, da quanto tempo. Che vita disgraziata, quelladonna. Giovane-giovane rimase vedova, chè lui, Peppino-deicarboni,ti ricordi Peppino-dei-carboni… al fresco della controra,compare Peppe si faceva sull’usci’e mi chiamava: “Ehi, forbiced’oro, hai finito di rassettare dentro casa?” I’ l’avevo giĂ  capita l’intesa,chè fessa non sono mai stata, ma mi volevo far pregare. “Compa’Peppe, tengo da ficcar’un punto.” “Il punto lo puoi ficcare domani!Ora vienit’a far’una cantata con me”. Che me lo facevo ripeteredue volte? Uscivo giĂ  cantando-cantando. 1 Se mi volevi bene/Me lo dicevi!/La strada di via dei Tredici/Non la facevi/Se mi volevibene/Me lo dicevi/Le scale del tribunale/Non le facevi. 2 Chevento che tira oggi/Andiam’a cogliere le arance/L’amore degl’innamorati/Una volta si ride/Una volta si piange. 3 Quella suocera mia/Mi vuole tanto bene/Ma non la posso piangere/Chè non m’ha dat’ilfigli’ancora! E dietr’a me, mamma, pace all’anima sua dove si trova,che ora st’alla presenza di Dio, com’era stonata! Peggio di comareCrescenza, la moglie di compare Vitucc’-il-nero. PapĂ  sapeva cantarebene! PapĂ  sapeva cantare bene! Portavamo le sedie fuori e ‘nostornell’appress’all’altro, passavamo l’ore sane. 4 Anima mia/Son dipiombo gli orecchini/Se io te li faccio d’oro/ Scendi giĂš/Chè facciamol’amore! “Basta, basta, compa’ Peppe, non ce la faccio piĂš!”“Guardatela, sembra ‘na rosa rossa dopo c’ha spiovuto, e per maniha ‘na forbice d’oro. DĂŹ, dĂŹ, com’è ‘l fatto del giardino dei GarroPERDONNA SOLA 191ne?” “Compa’ Peppe, quante volte te lo devo contare?” dicevo ridendoio. E cominciav’a contare di nuovo come m’ero calata giĂš,come m’ero riempita le braccia di rose, com’er’uscita dal cancelloprincipale. Ci siam’amat’e ci siamo stimate. Assai. Era piĂš d’unasorella. Ci siamo spartit’il sonno. Era piĂš grande di me di due anni?Quando mi sposai mi disse: “TalĂŹ, digliel’a tua suocera che non sela deve prendere, ma il velo te lo devo dare io, quello mio di quandomi sposa’io.” E mi pare che me lo dette. O no. Mi pare di no. Il velome lo dovette dare tuo padr’e lei mi mandò la guantiera. Mah! Contutti quei regali che ebbi! Un putiferio! Un putiferio! Che ne dobbiamofare del tesoro dei Garrone? SĂŹ, dev’essere cosĂŹ: il velo me lodette tuo padre ch’a queste cos’è d’onor’assai, tanto ch’io gli dett’alui la camicia. E sĂŹ, cosĂŹ dev’essere. Il conto si può fare. Le due poltroncine,quelle che ho ancora nella camera da letto, quelle me lediede mia cognata grande. Lei stessa non sapeva che cosa mi volevadar’e poi finĂŹ che mi diede le due poltroncine. Sempre cosĂŹ, i’ daquelli! Ho la fortun’appiccicat’in culo, i’, con quelli! Avessi maiavut’un regalo ricco-ricco! Neppure quando nacquero le gemelle.Gliel’avevo detto tante volte: “Rosè’, se proprio mi devi fare un regalo,dammi la ballerina.” SĂŹ, domani. Mio cognato Colino mi disse:“TalĂŹ, ti voglio dare il lavamano di marmo.” Quando mettinient’e togli niente: niente. Il sarto di mia sorella – quelli di Pupillo– mi regalò l’orologio per il comò. Bello era, con le colonne d’opal’ela coppa di porcellana. L’ho tenuto tanto tempo. Arrivat’i figli, arrivala distruzione: “Che sono queste pezze vecchie, mamma? Buttiamo,buttiamo!” E lo buttammo. Com’er’esatto quell’orologio.L’orologio ver’e proprio lo smontai e lo conservai. Poi glielo regalaia tua sorella che mo ce l’ha montato sulla damina di biscuit ch’ebbidai polacchi: or’è tornato di mod’e tutto va bene: la mod’è la moda,che possiamo farci, basta che stanno contenti. Un compare di papĂ ,ch’ erano cresciut’insieme, mi mandò un servizio da birra. Elegant’era, ma come lo toccavi si rompeva. Pensa che fu consegnato conun bicchiere rotto.Margherita mi mandò una sedi’ e sua sorella Rosina mi mandò lacompagna. Spesero cinquanta lire l’una, lo venn’ a sapere dopo.Quelli di Bombacigno, stanno pure sulla fotografia – fa’ semprel’indiano, tu, mi raccomando – mi mandaron’ il servizio da liquore,non sai, quello che fa la coppa con i bicchieri dentro e l’uccello disegnatocon le pailettes: mo ce l’ha tuo fratello. Il servizio di piatticon le damine, sei me li diede la zia di tuo padre e sei un altro comparedi papĂ  ch’abitava port’a port’e quando seppe che mi dovevosposare disse: “No, comarella, al matrimonio tuo devo venir’anche192 PER DONNA SOLAse non m’inviti. Ci teng’assai.” I sei piatti me li mandò nella scatol’espese di piĂš della zia che me li mandò sfusi. Me ne sono rimasti solocinque, chè gl’altri sette non so neanch’io com’è che non me litrovo piĂš: tre se l’è presi tua sorella e gli altri due, quando sarĂ , te liprendi tu. Certe volte le cose ti spariscono e non sai neanche tucom’è successo. Per esempio: il portaprofumo nella valigetta congl’altri cinque pezzi che mi mandò ‘l compare Morra: dove son’andat’afinire? Gli spiriti! Quelli abitavano proprio dirimpett’a miasuocera. La mogli’er’un pezzo di donna, ma stava sempr’incinta,tanto che si riduss’uno straccio. Come sgravava cosĂŹ mia suoceraglieli battezzava. Ier’andai a Sant’Antonio e ci stava mia cugina chemi fece cenno con la mano. Chiesi permess’ad una donna che tuttele volte che vado la trovo e ci diciamo buongiorno chè il buongiornonon si nega neppur’ai peggiori nemici. Mi sedett’appress’a miacugina e sentii che quella donna cominciò a dire: “Ma guard’unpo’, io con quell’andav’a scuol’e mo come s’è cambiata!” E rimestav’erimestava. La gurda’in facci’e le chiesi: “Scusate, vossignoria,con chi ce l’hai? Con me ce l’hai?” “No, signora, sto dicend’a quellasignora laggiĂš. I’andav’alla scuola con quell’e mo fa finta che nonmi conosce, ma voi, signora, venite sempr’a questa chiesa? I’ vi vedosempr’a voi, dov’abitate, i’ sono di San Pasqual’e voi? a che rion’abitate voi?” Quell’è che volev’imbrogliare due chiacchiere. A dir’ilvero, anch’io me l’ero giĂ  sentita la Santa Messa. Pigli’e le risposi:“Anch’io. A che strat’abitate voi?” E chi sei tu e chi sono io, ci arrivamm’ariconoscere che lei chi era, mo? La figlia di compare Morra.Quando le dissi chi son’i’, mi disse:”Madonna, com’è piccol’ilmondo! Pensare ch’abbiamo giocat’insieme! Come ti sei cambiata!”Per me, a quella deve mancare qualche rotella, comar’e buona. Lamamma dell’amica mia mi regalò gl’orecchini lunghi coi granatini.Quando fu in etĂ  tua sorella grande, stacca’i granatin’e glieli diedi.Quella sventata non andò a perderli? Una mamma fa tanto per accumular’ei figli ti disperdon’una casa. Allora, cos’è rimasto fuori?La guantiera d’argento, no? E allora quella me la dovette dare coma’Marietta la Rossa. Allestii casa la port’appress’a mia suocera. Er’unpezzo di stanzone. Tirai su un mezzanin’e sistemai dietro la camerada lett’e davanti la sala. Mi sentiv’una regina, mi sentivo. Una regina.Eppure, quando venne la nonna di tuo padre, mi par’ancora divedermela davant’agl’occhi, alta-alta, dritta-dritta, i capelli con lascrim’al centr’e attorcigliati sul rollo di crine, la mantellina buttatasulle spalle, sempre netta-nett’e pulita-pulita, a quella grand’etĂ ch’aveva er’ancora bianch’e rossa, visitò tutta la casa senza fiatar’esenza smuoversi per niente. Io le chiesi: “Che c’è, mamma grande,PER DONNA SOLA 193non vi piace?” “No, figlia,“ mi rispose, “ci hai tutt’e non ci hainiente.” “Che vuoi dire, mamma-grande?” “Voglio dire che ti mancala cosa piĂš importante: il Crocifisso di nostro Signore GesĂš Cristo.Te lo regal’ i’ perchĂŠ sei garbat’e bella.” Lei me lo died’e ce l’hoancor’a lato del letto. Piglia quel turco di tuo zio, il fratello di tuopadre, non si vuole convincere, con tutt’i begl’esempi ch’ha avutonella famiglia sua stessa, chè quella mamma Rosa davvero che morì‘n grazia di Dio. Una santa. Da dove non si scomodarono per venirl’avedere. 96 anni. Una santa Rosa. Quella glielo diceva sempre:“Colino, se vai avanti di questo passo, tu dentr’a le fiamm’eterne v’afinire che bruci.” Quello scomunicato! Una mattina, io tornavo daSant’Antonio e l’incontrai giĂš al ponte. “Uhè, cognata bella, dadove te ne vieni?” “Dalla Santa Messa.” “Senti, senti questa! Lamessa dev’essere! Con l’oss’o senz’osso?” “Com’è, cognato mio, lafede, un po’ di fede ci vuole per vivere!” “Ma la fede fetent’o la fededi dietro? Allora, dimm’a me, cognata bianca e rossa: il cavallo,perchĂŠ si chiama cavallo? E il coltello, perchĂŠ si chiama coltello?Chi li ha chiamati cosĂŹ? Noi li abbiamo chiamati con questo nome,tant’è vero che gl’inglesi li chiaman’a modo loro, yes?” I’ non ciavevo mai pensato. Mi calò com’un velo nero davant’agl’occhi. Miguardai attorn’e fu come se Bari non era piĂš Bari: i palazzi alti-alti,le macchin’i rumori, quanta gente! Eppur’i’ ero sicura che stavoproprio vicin’a dov’ero cresciut’i’ e mio cognat’era proprio mio cognato.Per un momento fu come s’i’ mi trovavo lĂ  per la primavolt’e fosse per me, mi sarei potuta trovar’a ‘na terra forestiera. “Vabe’,” gli dissi, “ora dĂŹ tu a me: proprio tu che stai parlando degl’inglesi,sei mai stat’all’Inghilterra? L’hai mai vista l’Inghilterra? Puoigiurare che l’Inghilterra esiste? No. Però ci credi, solo perchĂŠ tel’hanno detto. Lo vedi, allora? Fede ci vuole, un po’ di fede ci vuoleper vivere, sennò che ti rimane? Che stiam’a fare su questa terra?PerchĂŠ siamo nati?” “SĂŹ, la limonata! a limone l’avrete tutti quanti,quando stenderet’i piedi!” Con un balzo, superò la barriera del dazi’escomparve. Te ne vai? Ehi, ehi, ehi! A non dirmi neppure:“Statti bene!” Che ci perdev’a dirmi: “Statti bene, ciuca, somara!”Quell’è l’impronta! Impasti da sopr’o impasti da sotto, se ‘l tegam’ètondo, sempre tonda riesce la focaccia. Gli ho raccolto la merda dasott’e che n’ho ricavato? Quindici giorni sposata non l’avev’ancorafatti quando se ne tornò tutto cacato. “Il cane, il can’è stato.” Localai dentr’il vascon’e per ogni secchio d’acqua che gli buttav’addossopregavo l’anime del Purgatorio di darmi stomaco per un altr’ancora,tant’era la puzza che mi stordiva. Dopo d’ora ci vorremopiĂš bene, ebbi l’ardire di pensare. Non son mai stata padrona di194 PER DONNA SOLAfarmi una camminata a braccetto con lui. Allora cominciai a pensare:“Quando cresce il ragazzo! Allora, sĂŹ!” Se ne son’andati tuttiquanti. La mia solitudin’è il fiore piĂš prezioso del mio giardino. Iome lo devo crescere e io me lo devo cogliere. Solo parlare m’è rimasto.È vero, certe volte mi sembra che tutte le parole che dico l’hogiĂ  dett’a migliaia, e forse la cosa piĂš sensata sarebbe che me nestessi zitta. E invece, no! Voglio parlare, perchĂŠ, finchè parl’e parlo,sono sicura che sono viv’ e poi si sa, le parole sono come le ciliegie,un pensiero tira l’altr’e passa la frenesia, e poi, e poi e poi… stoparlando pure per te, mascalzone! Fin quando parl’e parlo, almen’unaparola ti dev’arrivare! Forse me ne dovev’esser’andata tantotempo fa. Ora no, è tardi. E poi, dove dovev’andare? Pur’incap’al mondo, sarei stata sempr’i’ con me, perch’i’ sono cosĂŹ. Miocugino me lo disse: “Vientene sulla montagna, noi abbiamo bisognodelle donne come te. Tu sei forte, ci puoi fare solo bene, è purecon le donne come te che possiamo crear’un mondo miglior’e piĂšgiusto per tutti!” Quello, l’avev’accecat’il sole! Petruccio prigioniero,erano quattr’anni che non sapevo piĂš niente, era vivo, era morto!Io lo dovev’aspettar’e la casa mia doveva brillare sempre perquando lui fosse tornato. Mi sembrava piĂš giusto cosĂŹ. “E se nonviene?” “E se viene?” “E se non viene?” Se vien’o non viene, vogliaDio che viene, sono i’ che son cosĂŹ, quest’è ‘l posto mio. Non stamai un momento… non sta mai un momento quando puoi dire:“Ho finito di soffrire, la parte che mi toccav’è finita, ora cominciala gioia.” Di vivere non ci stanchiamo mai, forse perchĂŠ le strade delmondo son’assai e son’intorcigliat’e nessuno le conosce. A me nonm’è mai mancata la speranza che mi potev’e mi può ancora capitare…ier’alla controra, m’andai a buttare sul lett’e mi senti’il respirosu’appresso. Gl’allungai la man’e cosĂŹ, per giocare, gli chiesi: “Ilfratellino come sta?” “Come deve stare? Chi lo sveglia piĂš, quello!”Non sai, per non dispiacerlo, gli dissi: “Che fa! non darti pensiero,l’important’è che tu stai qui.” Quando mi svegliai, non sapevo farmicapace ch’il sogn’era stato sol’un sogno. 1 Nella villa di front’allaCroce c’erano due sorelle e compa’ Vitucc’il Giardiniere. Un’eranera di capell’a ond’a onde. L’altr’era biond’e brutta. La grand’erabella. Stava fidanzata. Lui partĂŹ per la guerr’e morĂŹ. Lei si vestĂŹ dinero. Fu mandat’un’ambasciata. Lei diss’al padre: “Babbo, fatecome dite voi.” Quello salĂŹ. Si conobbero. Cominciaron’a farsi visita.Un giorno la lasciarono sola-sola. Sola-sola Chiuse port’e finestr’ediss’a coma’ Fulgenza, la moglie di compa’ Vituccio: “Se vienela tal persona, digli che non ci sto.” Coma’ Fulgenza si travagliò.All’orario giusto, quando quell’arrivò, trovò tutto rinserrato.PER DONNA SOLA 195Chies’a coma’ Fulgenza: “La signorin’è uscita?” Coma’ Fulgenzanon ce la fece a dire la bugia, disse cosĂŹ e cosĂŹ è il fatto. Quello simis’a battere dietr’a port’e finestre. “E apri, e apri.” Corser’a chiamar’iparenti. “E apri, e apri.” La signorina rispose da dentro: “Aprosolo quando lui se ne va. Non voglio lui, come non voglio nessunaltro.” CosĂŹ restò. Compare Vituccio concludeva: “Quella, forse,quand’il vecchio fidanzato partĂŹ s’era dat’e allora non voleva far scoprirela mancanza sua.” 2 Er’una donn’e ‘l marito pescatore. La lasciavasola sola, tutte le notti. Lei si fece tentare da un maschio.Appen’il marito se n’andav’a mare, lei mettev’una lucern’accesadietr’ alla finestra. Quell’er’il segnale per l’amante ch’aspettava giĂ dietro la porta. Una notte di fulmin’e saette, il marito non uscĂŹ.L’amant’aspettava. Lei afferrò ‘l bambino tra la bracci’ e cantò:“Vieni sonn’ingannatore/Oh, oh, oh/Vien’al figlio mio/Ch’adess’èl’ora/Oh, oh, oh/Vattene, uomo nero/Da dietr’ alla porta/Oh, oh,oh/Vattene, uomo nero/Chè non è l’ora/Oh, oh, oh/Chè ‘l mort’ucciso/Non è uscit’ancora/Oh, oh, oh!” L’amante capĂŹ l’intesa e se neandò per quella notte. 3 Stav’invece, un’altra donna ch’era maritat’aun commerciante. Lui se n’andava sempr’in giro fuori terra.Non le mancava nient’e le mancav’il meglio. Alla fine si decis’a diresĂŹ al signore che l’ aveva messo gl’occh’addosso. Ogni volta che l’andav’atrovare, il signore smuovev’il paes’intero. Le cose migliori chesi trovavano entravan’a carrettat’in quella casa. Il ben di Dio. Siservivano d’un ragazzo che, tanto ch’era brutt’e storpio che lo chiamavano“Vituperio”. Un giorno, nel meglio d’uno di questi festini,una mezzana mandò l’intesa che ‘l marit’era stato vist’alla portatornar’indietro. Lei si travagliò. Nascos’il signore dentro l’armadi’eVituperio sott’il tavolo. Quand’il marit’entrò, al vedere che fece ditutta quella baldoria che stava, chiese: “Che cos’è tutto questo disordine,Olimpia? Cos’è questo vituperio?” A questo punto, Vituperio,tremando com’una foglia, uscĂŹ da sott’il tavol’e gridò: “No,padrò’, i’ non ne so niente. La colp’è del signore che sta dentrol’armadio.” Il fatto si riseppe. Lei dovette comparire pure davant’alvescovo e si vestĂŹ di nero per il resto della sua vita.Le storie che so io? Si può dire che le so tutte. Son spelata tuttaquanta.196 PER DONNA SOLACICÌ 197CICÌUN TEMPO1998198 CICÌPERSONAGGI:Una donna sulla cinquantina di indicibile bruttezza.CicĂŹ.SCENALa scena è dominata da un’imponente scalinata che scendeverso il proscenio. Questo è piattaforma di sosta o ballatoioche idealmente prosegue in due scale laterali degradanti versoil fondo, fiocamente illuminate dal basso nel corso di tutto lospettacolo.La scena, violentemente illuminata – salvo che per diversaindicazione testuale – si avvale di pochi elementi di arredo.Alta, sulla quinta di sinistra, ci sta una finestra angusta. Aldi sotto di essa, appoggiato di fianco sul pavimento, è riversoun albero, frondoso e verde. Dai suoi rami pendono dellebambole inzuppate d’acqua e ancora gocciolanti. Numerosealtre bambole sono sparse in giro, tra pozze d’acqua.Risalendo la scalinata, sul primo gradino staziona un manichino,sul quale è drappeggiato un ampio taglio di foderablu.In cima alla scalinata, al centro dello stretto ballatoio superiore,troneggia una cassapanca lunga e pesante, sovrastatada una sontuosa cornice dorata che inquadra la parete nerada cui pende.Spostato verso la quinta di destra, c’è un tavolo tondo consedia. Sul suo ripiano – approntato come asse da stiro – c’è uncestino ricolmo di mele rosse tra pile di panni stirati. Sotto diesso, decentrata, ci sta una tinozza in plastica azzurra, colmad’acqua e di panni. In piedi, davanti al tavolo, la donnastira panni bianchi che raccoglie direttamente dalla tinozza.Di tanto in tanto sbocconcella una mela. Indossa minigonnae camicetta scollatissima, in plastica dai colori squillanti; aipiedi, scarpe di vernice rossa con tacco a spillo: resterannol’elemento costante nella variabile del suo abbigliamento. Ètruccata pesantemente. Dal collo le pende un vistoso fischiettorosso. Canticchia un motivetto di sua invenzione, a trattiCICÌ 199rivestendolo di parole in libertĂ , magari anche riconoscibiliper quelle di canzonette alla moda. Tende ad imitare gli strumentidella base musicale.La sua recitazione si avvalga della gestualitĂ  tipica della comunicazionetra sordomuti.I suoi mutamenti di maschera e d’abito si accompagnino adadeguati mutamenti nei moduli recitativi.Seduta sul pavimento, le braccia immerse nella tinozza, staCicĂŹ. È figura femminile di indefinibile etĂ , adombrata com’èda un lungo velo blu che le scende dal capo, sulla cortasottoveste azzurra. Tuttavia, si intuisce un corpo ancor sodo edi gradevoli fattezze. È irresistibilmente attratta dall’acqua.Compie poche azioni ripetitive e, apparentemente, insensate:si strofina con cura le mani, mette a mollo alcuni dei pannigiĂ  stirati e le bambole stesse, non senza aver prima tentatodi ficcarsele sotto il velo. Quando non è impegnata in questeazioni, a cui ella sempre ritorna, si muove in giro per la scena,appena claudicante, ora completamente scoordinata, oraarmonica e piena di grazia.La scena è costantemente percorsa da un vento leggero chesfoglia un grosso volume – un dizionario, forse – abbandonatoaperto sul pavimento.200 CICÌLA DONNAShtrunzĂ ! KatzetĂš, patatĂ ! GnĂ  repèn’ te shtrappa’,de commĂ re moshtruòse te moshtra’. MasciĂ re. Noro no, toutes les deux ici-bas. Toutes les deux prĂŹmydòpp.Toutes les deux. ShtrunzĂ .Ci ha’ì’ pigliĂ  n’altra robbe, katzetĂš, patatĂ . N’altrarobbe pe te fa’ n’altra veshte. DusciuĂ , dusciuĂ .Shtu wish me sciame de sciuĂ . Puis lu ssai commesò ĂŹe. Na ligne pe parte, lu mudèlle se fa tutt’asseule.DusciuĂ . Tu pars d’une ligne and the world allaround se zitte. Hush. Blu t’o voglie de fa’. DusciuĂ .T’a souviens da vèshtete blu…no, azĂšr… bluètte.Se dike bluètte? gnĂ  sape ma’ les coulèurs. ShtrunzĂ .Tu iĂ , tu oui. È o vvere you know Carringtòn?qui o sape? tout le temps te quishtiònne.QuĂŹshte m’a capĂŹ clairmènt: ta presĂ nz me compelde me pose quishtiòns. KatzetĂš. Fuss’assĂšle pequĂŹshte te se vulèss’a vule’ nu bbene du coeur. Maistu o ssaie gnè ssule pe quĂŹshte. Lu ssaie? d’ye know.Sò shure you know. Kaiktò aciĂŠ.Ishpanò te se ddĂ  te te ddĂ . GnĂ  sott’a fenètre, gnĂ tott’a la nute, Tu capĂŹscia di règola mute? d’y’undershtĂ nd?cumprènde? ShpassĂ nde ce vĂŹten’y rĂŹtene.Entiènde? Two fools! that’s what they think of ustwo. Two fools. Doi pazze shvetĂ te. KazetĂš, patatĂ .GnĂ  ‘mborte. Mais pur’a putain! ça je gnĂ  vòglie toshtand. Nein. Rentiènde? Civètta. ShmĂšvet’ai dette.VershtĂ nde? me siende? shtu cugli’e freshkèttegnò ssone quand’ave. Gnau ssĂ une shtau shtrĂ unz’efreshkiètte. KatzetĂš, kittmĂš t’akkatta’. Qui teshtoppe de fègnete pazze? fritta felò. Tu m’ennèrve.Te fegne, pritènde. KittmĂš. Iè còmmete, a scemaqui esce, riesce, te pasce. La mula y la prenzèssa daluna. Ton maudit joke bestiĂ le. Joke ‘nfvernĂ le.Lave cave recĂ ve, cuòce cuce recĂšce, rammĂ glie retĂ glie,shpunte shpute shpazze, shpòlvere shpòlvereshpòlvere pòvera scema babbiscia. GnĂ  sciuĂ , neinCICÌ 201sciuĂ , no never never sciuĂ , ma sciĂ te, sciat’ a shpricĂ a juattĂ  aktĂš shtakanshtrĂš diktusciĂš shtrafalciĂšdiktĂš diktĂš kittmĂš. QuĂ  t’ha’ fa’ de ma vie? was duhaben mir gezwĂšngen? My life mein leben ma vie.IahĂŹta. FinĂŹta. Sgru-sgrunt. GnĂ kkete.(Con un panno pulito va alla cornice e la spolvera. Canticchia)Ai tièmb’e vikkiĂ ccia me surkiève pur’issa: “Paziènza,è una croce, accèttala e amen. QuĂ  creti? nonsoffre?” Soffre o si offre? Ma’ nu sourĂŹre pour moi.Te kiĂšte, ĂŹe! m’eshcoĂšte? te kiĂšte. Te schloss. Rentiènde?Me refĂ ccie iahĂŹta. It’s never too late. Quidike iè tarde? t’avvièrt’ì’ t’avvĂŹte shtavòlde. KaiktĂšteishtranzĂš. GnĂ kkete. La voila toute baignèe denouveau. ‘NvrascedĂ te!(Torna al tavolo. Butta in acqua il panno con cui ha spolverato.Afferra dei panni puliti. Va ad asciugare CicĂŹ)GnĂ  worry gnĂ  shtrazze shta pezza fitòsa.Schmèrzensmutter. Notre dame des sept douleurs.Blu. Clug. Clup. Clut. ‘NvrascedĂšte! QuĂ  burze.Manghe shtanòtt’hai clus’ocle! ‘nvlatĂ te. QuĂ shkrute? quĂ  vite? misera soròra mea en un suègnoperdĂŹda!‘NvediĂ ta me t’ive, ì’ de tĂŠ nurgugliĂ ta. Ma va’, quĂ te crois? daivère t’ha’ì’a schlosse? joukèive, it’s ajoke, shgru-shgrunt.(CicĂŹ la guarda per un attimo con sguardo intelligente)Te piĂ sce?(CicĂŹ non la guarda piĂš)GnĂ kkete. Shgrunt. Sto in trĂ ppola, ecco cos’è. QuĂ shtrazzie a sendĂŹrme persòna shmetĂ ta.(Va a raccattare le bambole per ficcarle in mano a CicĂŹ.202 CICÌAccenna a canticchiare)Me shtrascĂŹne c’a cap’rind’e sunje. Lave cave recĂ vecuòce cuce: quĂ  m’ave? Es como un suègno en testanno suegnĂ ndo. Shgrunt. Shgrunt. Shgrunt.T’a souviens cette fois, la volda da ròndina salva?Wanda. “BĂšttala iate, plus iĂ te ca puòte!“ Recuèrde?Shplufft. Ppe dia-dia ‘nge tòllem’u manje da bouche,lu fĂŹkkele pappe ind’a issa buccĂšzza. “ShlĂ nzel’iĂ te, plus iĂ te ca puòte! nah, i’ cate, sht’a cate, nos’àize, repĂŹglie, se vole, se va. Wendy retuòrne!“ Nusciò d’hirondèlles via s’a purtò. Fèmmena? qui l’avedicĂŹsa? Wella, Winnie, Wenda Wazze… fĂ kket’inòmmere tutte. A dĂ bbliu ce shtava, ssò shure.Me dike shtradĂŹke, la rangĂšme me shtrike, la rangĂšmeme salve. “PĂŹgliale, pĂŹgliale!” Me tièn’irte.“PĂŹgliale, piĂŹgliale!…fui…” Schmèrzensmutter.AktĂš diktĂš shtrafalciĂš. ShtrunzĂ . No ro no, meglienoi due ici-bas. Alone. HieraccĂ . Mò(Buio di scena. Stacco brevissimo)Arrète? qu’ha shtate? cundĂ tte?(Buio. Stacco di poco piĂš lungo del precedente: il tempodella battuta seguente)Gn’è nu cundĂ tte? ce d’è? quĂ  seccète? CicĂŹ!(Il ritorno della luce la trova stravolta: si tende nell’attesadi quel che potrebbe seguire. Non succede nulla. Guardinga,torna al tavolo. Butta nella tinozza i panni con cui haasciugato CicĂŹ. Si siede. Sbocconcella la mela, sovrappensiero.Prende a canticchiare alla sua maniera)You know quĂ  ma’ te cunfĂŹteo? nu mĂšzzek’e tièmbequand’isso… quĂ  nomme?… frĂŹkkete… quillo…nu shpizzicarĂŹllo nu shkife nu shpute doppe qua ukitte se fĂšie, je me promène tac retac, balcòns quitòmbent shrakt fall rete de mĂŠ. Je passe, le shtrètCICÌ203tue gnĂ kkete s’oĂšvrent, shtrunft bĂ retre, shlundhòllenschlunden. Lu ponde du Corse? melliĂšne demegghiĂ re se brek. No reason. Je sguĂ rde vitrĂŹne,na chat, nu piènze, zĂ kketebrĂšmmeteshlĂ ffetebrek.(Riprende a stirare)Nu paysĂ ge de schutt. Trumme. GnĂ  me ggir’atremènde fĂ kkete frĂŹkkete. Mo tu pienze: paysĂ g’ètutt’ùne cu isse.No ro no pè pè rè pè. Vi shtrumbĂ te, Madama.No ro no pè pè rè pè. Sono due fatti dishtrĂ tti.M’ entiènde cumprènde verstĂ nde undershtènde?T’ha- ì’ cundĂ te, ssò shure… o s’ìe te cundĂ ve tut’ire shkundĂ te… qui o ssape, si mai s’ha sapĂšte.(Va alla cassa. La apre. Ne estrae una maschera. Laindossa) Sei crisciĂšte. A l’andrĂ se, lu tièmbe mutĂ te,te mute. PatapĂšm. Lu munne qui lasce se shfasce.Trumme. Schutt. FernĂšte. “Io mi sposo… iofarò la maèstra… quell’aldr’il dottòre…” Schutt.CrisciĂšte. Vai! e vai! Trumme. FinĂŹto. Mimòrie?FrĂŹkkete sciò shbrĂŹghete vai… Vulèsse shlavĂŹne quiruĂŹn’u passĂ te. SchĂšffete. Qu’ha shtate ci ha shtate.The ende. Gna cchiĂš. KazzetĂš.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Accenna acanticchiare)QuĂ  dike? Qu’ha shtate, remĂ ne-sarĂ . Lu nommeshkurdĂ te, qu’ha shtate, remĂ ne-sarĂ . S’ìe fegĂšre lushtrĂ zzie du corde ‘ngurdĂ te! PerchĂŠ se n’è andato?ritorna? Fa’ na mĂ scia, mena li carte… o fuss’assul’ìe,mĂ rter’e mite shmarrĂŹte. Tu t’avĂŹve shvanĂŹte.Qui o ssape, si mai s’ha sapĂšte! s’ì’ u sapève, shkurdĂ te.OubliĂ te. M’effòrto. Li dua malevènti n’accòkkio.A volte un tettĂ glio… shfĂŹgliĂ te! gnĂ kketefrĂŹkkete frĂ kkete. A volde me ‘nvènde tu pure fuĂŹta,ahisciò, reshparĂšta. CicĂŹ gnend’acchiĂš. MishkĂŹna!Tu aquĂŹ tu m’aĂŹta. M’akkèur’ re ttĂŠ. S’ì’ frishke,204 CICÌ(Gesto per portare il fischietto alla bocca sospeso a mezz’aria)tu puòte pezzĂŹnghe me uĂ rde, cumprèndre, m’entiènde.Saccète. Shtai shure saccète. Si gnĂ  sĂšbbete,tarde. Ai sacce, saccète. Ai trashte, cumfvĂŹde. Allrhe world s’a fuĂŹte, shparĂšte. Ce suffre, ce shklaverind’e corde shbattĂšte. Mò clame, mò tuòrne, aturnĂ te? a lusciĂšte? shta mute? shfugliĂšte. De merdede scheiss de cakke de shit. Repènte? gnĂ  sende.Fetènde. VaffĂ kkete perse.TrĂšmmete. Coupe li pondi. Qui vole shti mĂŹenzemilĂšne? Ie val’a lunĂ ccia. Megli’a sht’assòla. ShfigliĂ ta.GnĂ  ‘nganne-disĂŹve. Me pare. RepĂ re. Mèglieici-bas toutes les deux. HieraccĂ . MoyllĂ .(Buio: il tempo della battuta seguente. La luce la ritrovastravolta)Lux execrĂ ta, ferdwrècheda lume! shtatte quièta,CicĂŹ, shtatte bbona. Io shto aquĂŹ. GnĂ  trèpede.Shtatte.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Sa’ quĂ  me fingh’ind’o penzĂŹre pinzĂ te? niĂšne fĂ mai quĂ  issa vulèsse, ma quĂ  vvere necèsse. PĂŹglie laveshte. Tu tĂ glie na ligne y l’alde te viènen’apprèsse.LĂŹbbera, forse, int’a cape te shtrigne, a capĂ rela ligne. A l’ate, cushtrètta. M’entiènde? è nu bellepenzĂŹre? mò frishk’ u freshkètte. Ssò shure na dia tucumpriènde. Me shguĂ rde y capĂŹsce, mishkĂŹna. Mòha passĂ te, fernĂšte. Freshkar’en presènde iè rade‘nzenzĂ te. PassĂ te. FernĂšte. FisciĂš. GnĂ  shta cchiĂš.(Riprende a stirare)Blu. ChiarĂŹa de na notta d’ashtĂ te. Fitto. AddensĂ to.Quake lu cièle te se fusse shkulĂ te. AccussĂŹCICÌ 205ti ha vishtĂŹa, CicĂŹ. Mo t’o dike: filĂŹcia pirfètta meshklare. Me tourne la tete. Mò ashpiètta. LĂ ssemetraghe rishpĂŹr’ind’o piètte. A mundĂ gn’ai tièmbequ’a shtate, rocce ‘nnevĂ te, ‘guaviènde shkrusciĂ te,fiĂ t’affannĂ te, lu vasht’ind’o vashte bashtĂ te, rind’opiètte trasĂšte. Moi stesse shpazzĂ te, fernĂšte, friĂ te,de me lundanĂ te. Me dike: recĂšrdete sembe commete siènde! gnĂ  shkuòrde, gn’oublĂŹe. Rind’a ddĂŹadu ffrĂŹe, te retiène calĂŹa si ripiènz’a mimòria. Recuòrda,gnĂ  shmèmora. Recuòrda: qu’assènde lusiènde prisènde. T’avĂŹssa piaciĂšta, ssò shura. FrilĂ .Tu m’hai capisciĂšta purĂ nghe cui mott’azzuppĂ te.Mò frĂŹshkio? QuĂ  l’àgg’io appillĂ to? FilĂŹcia? SalĂŹpece.CunfĂŹteo ind’o ssanghe recòla. Je parle, tedike, cunfĂŹteo, cunfvèsso purĂ ngo quĂ  mai n’avĂŹssesuccèsso. FĂ kkete fĂšttete bògghete shtrĂšppete.Kalèkkie.(Va alla finestra. Osserva il paesaggio per quello che può.Ritorna al tavolo. Si siede. Accenna a canticchiare. Unfilo d’acqua prende a gocciolare dalla sommitĂ  della scalinata.Sia pure intermittente a tratti, esso proseguirĂ  pertutto lo spettacolo)U Don Cazze me shtrĂ zzie: t’ha ditte? t’ha fatte?…quĂ  je ne shteve ni sope ni sotte. QuĂ  ce ditt’ìe? quĂ ce fatt’ìe? verstĂ nde? “JĂ cula PĂ tete, Av’a li sandi”.Se shpazz’ u remmĂ te? se lave l’immondo? Shta faccend’èmalata. Ie fotte. JĂ cula prega. FinĂŹto. CapĂŹto?M’entiènde? L’immondo shmondĂ to. FĂ kkettefrĂŹkkete fĂšttete bògghete. FĂŹkkete shtrĂšppete. Frilelu-lĂ . Si m’èntiende quĂ  dike.(Riprende a stirare)Tu no. Tu taffe tu tohste. Don Pulmòne shta fĂ ciegnĂ  vete. CunfvĂŹtete, falle pe mĂ mmete. T’assuviènsd’a vikkiĂ ccia? CunfvĂŹtete, anema nette! lamane shkaffĂ t’ind’a veshta, jĂ cula, jĂ cula tuje. Na206 CICÌdia qua gnĂ  trouv’u rusĂ ri’ind’a palde, se shpazze,se shmatte, se shfrene, se shtrĂ zzie. U rusĂ rie, qui otiène? qui o ha prise? U Don Còglie gl’avève dunĂ teou quigl’aldre qui avève fuĂŹte. La man’ind’a paldeme cògli’ngallĂŹte. Gn’a vete, gn’a fegne prigĂ ta. MimòriefigĂšre: la man’ind’a palde ‘nvelĂ te. Au condrè,m’ha’ì’ shkurdĂ te li cèndere de shkameciĂ te ci ha’ì’fatte di tutt’i culĂšre; grey marròne, nĂŹre, blu shkure.La man’ind’a palde retourn’a la mende, s’ì’a piènze.Ma allòr’ ind’o tièmbe vidĂšte, gn’a vite. QuĂ ke shtatutt’u tièmbe vidĂšte, gnĂ  vite, te se shta nashkunnĂšte.M’entiènde? PrigĂ va, prigĂ va, aldĂ re shkattà’tutt’around rind’a ccasa, SandĂŹne shtrakkiĂ te rind’etubbe du gas.“Si shta prondi. T’a-d’akkiĂ ri mundĂ ta.” PrigĂ v’udottòre: “QuĂ  shtu dulòr’ind’a iamme? assĂšmmenu pigne, dotto’! ha’ì’ shmarrĂŹt’u fulgòre. Dottò’,shta remèdie?”Qu’avève? ottanda? nuvĂ nda? Shta remèdie au tièmbequ’engĂ nde? Se chiĂ gne, se shfragne malĂ te, la manerind’a palda feccĂ te. L’històrie te dĂ ie quanne kiĂš shtaishvagĂ te. Me siènde, m’entiènde? agg’ì’a frishkare? Lutièmbe ce cresce cugliĂšne. ShtrĂ mmete shgrĂšnfete.Gn’avvĂŹse niĂšne. Lu tièmbe ce cogli’y ce perde. Pesembe, pe mmai! FriĂš! FĂ kkete fĂŹkkete. QuĂ  sembe,quĂ  mmai? CetrĂšlle. Shmèmora, shmarr’e paròle quignosce. GnĂ kkete bògghete. Se perde. Se shmosce.Ddi’ truffe, ddi’ vvere… vvere, parol’assĂ i grosse.Ddi’ com’a na nĂšvele qua ce le sumĂŹglie. S’il shta, sic’esĂŹshte, si tu ce la pĂŹglie. Pot’èsse qua o vver’ind’osuègne risĂŹshte. M’entiènde? cumprènde? Ce viteraggiĂšne de vera revòlde? Lu riĂ l’è cumblèxe, l’idèegnĂ  s’eguĂ glie. VerstĂ nde? undershtènde? GnĂ  cihai tièmbe. OplĂ . Mièz’iahĂŹt’a shkurzĂ re l’aldrametĂ . Shgra-shgrant.(CicĂŹ la guarda significativamente)CICÌ 207Mo vièni, CicĂŹ, si esce y va fora. Get ready. La fĂ scia…la fĂ ccia… facciĂ moci belle.(Afferra CicĂŹ per la mano, la trascina alla cassa; ne estraeuna fascia che stringe alla vita di CicĂŹ, l’occorrente per iltrucco, uno specchio. Ella stessa muta d’abito o qualcosa delgenere: indossa una maschera e un’armatura in fil di ferro)FĂ mmete fĂ rdete…(Esegue. CicĂŹ si lascia fare, del tutto indifferente)Hai vishte m’entiènde pure priv’e frishkiètte? FĂ mmetefĂ rdete. P’o reshte shta tièmbe. FrĂŹkkete,gnĂ kkete. Quicònqu’av’a ièsse, shta tièmbe.(Buio: il tempo della battuta seguente)VerwĂšnschung shtrafĂ kkete lume! Fu ì’ cièche, sa’ì’ quande me freche? Ma ì’ vete y o lum’è senziĂ le.CicĂŹ, gnĂ  te cale, shtai calme, shtai quiète, shtaishure s’allĂšme d’arrète.(Luce. Ella ispeziona il luogo come se avesse afferratoun’idea)Bah, me semblĂ ve… parèva… quĂ  d’esse? FĂ kketefĂŹkkete bògghete gnĂškkete.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Torna altavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)L’eshtrĂ fora! come parlĂ va! quĂ  rite! Redènn’u shmarrètte.Tutt’u tièmbe dicètte: “Mio amico, in miaterra lasciĂ to, meo ragĂ zzo me aspiètte.” Ie piènze: èrikkiòne. Almèno cu isso, shtai bbona. ‘Nge repèteoggi-domĂ ni: li tapèttes sò a ginĂŹa prifirĂŹta.(Riprende a stirare)Na fiĂ ta partĂŹte, me shkrèibe: “I’ve got problèmecu tike. I like you, me piĂ ce, ma tu me comfĂš208CICÌse, mi’amĂŹke.” Me piènze: è rikkiòne. PiccĂ te. Lishkrèibe p’eddugazziòne: lu problema? “Tu pĂ rlemesembe rikkiòne. I like you, me piĂ sce, ma turikkionèssa? “Capito? Ei piènze de moi quĂ  ì’ piènzed’isse. Qu’appĂ re gnĂ  ma’ punde fisse. SurtĂštte sitratt’e paròle. La paròla rengĂ nne. La paròla disĂŹve.La paròl’è assĂ i ‘mbetta.(Pausa)Ci ha’ì’ ditte-shtradĂŹtte: lu rĂ kkete iĂ te te shpruzz’acucĂšzza. Lei taffe, lei toshta: nisciĂšne mi ama nisciĂšnem’ingòzza. Na lagne, nu iĂšmme. ZĂŹttetehush, gnĂ  fluchen gn’ambĂ sce. È sorda ‘nghiummĂ ta.Gashtema ‘nzushtĂŹta: nisciĂšne mi ama nisciĂšnemi reshta. Na morta ‘ngarnĂ ta, iahĂŹta shpriĂ ta.Da u blu rind’u blu apparètte cushtĂši. Lunomme rigrètte. FĂ kkete frĂŹkket’i nòmmere tutte.Vuoi uscĂŹre? usciĂ mo. Cene ‘nvlurĂ te riĂ l’a saiètte.QuĂ  m’agg’ì’a mette? me da’ a camisètte? VeshteshkullĂ te, veshte tullĂ te, plissètte curpètte, shvasĂ teshpaccate, nĂšvola muta dua fiĂ ta ma’ mishma.Se fĂ rdet’accĂ  se rĂŹmmel’allĂ , umbrètte russètte,pitt’appundĂšte, ogna shmaldĂ ta: gnora virdĂ shtrabluètte viulètte. CapĂŹlle tirĂ te capĂŹlle scennĂšte capĂŹlle‘ndricciĂ te capĂŹll’abbuttĂ te, na vĂŹruol’accĂ  nuciĂšfful’allĂ : russe ‘mbvequĂ te rangiò ‘nveperĂŹte gialleshtriĂ te nir’annuttĂ te.(Va alla finestra. Osserva il paesaggio per quello che può.Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)Mo l’hai trouvĂ te l’innamurĂ te? Mo frĂŹkkete: è perse.E a ttè? t’ha piaciĂ te? Ie? quĂ  c’endr’ìe cu isseshmullĂ te? sembr’abbronzĂ te, tutte griffĂ te! pizzĂŹngheli mĂštete ci porte firmĂ te. Li mĂštete? li panda?li shlip? li mutĂ nda? Y tu, quĂ  ne sai? Quisht’usenziĂ le: nu mĂ shkul’ appĂ re… ni òglie ni ssale.Ci ho un problèm’al pripĂšzio! un taglètt’y va via.CICÌ 209PerĂ ltr’in amòr che ‘mbortĂ nza ci ha il sesso? Inamòre? qui t’ama? ma vattĂŹnne, gnĂ  shquièteme,qui t’ha calculĂ te? ti shkazzo, ti shfazzo, ti shmazzo,ti shpazzo. La casa? ‘nvlurĂ ta. I riĂ li? a scetta’. Mol’amòre parèva kiĂš passiunĂ te. PiĂš isso arrutĂ va, piĂšissa shmulava. Ei cunglĂšsa l’ishklĂšsa cu acclĂšsa dicĂŹsa:a vikkiĂ ccia ‘mblorètte la man’e l’accĂŹsa. Naserpa si fece, na fĂšria shfuriĂ ta. Ma come si osa?qui ma’l’ha kiamĂ te? quisht’è ‘mbazzĂšte, shbullĂ te,shvitĂ te. Sistèmati, figlia, iè ‘nammurĂ te! QuĂ  facceshtu amòre bullĂ t’y firmĂ te? mi abbòrra mi shkazzami shvile m’annòia. GnĂ  frèkeme d’isse fuss’anghena mazze. Gnakkète frikkète shtrĂšnzete shmèrdete.NisciĂšne mi ama nisciĂšne mi vuòle. Te n’avvĂŹerte,mia cara, ub’è lu senziĂ le. L’amour imburtĂ nde,l’amour qui cale è quake tu porte, è quake tu vale.(Va alla cassa. Ne estrae una maschera. La indossa)CuriĂšse qu’ai blate d’hishtòrie d’amour! ha’ì’sembe shtat’une qui ma’ gnĂ  criĂšte. Ma si! fussecar’all’ànima mia n’hishtòrie d’amour qui fliècefernĂŹa: l’amour triumfvĂ nde, cundènde cukkiĂ te,pe ssembe pe tuje, pe mai pe jamais… QuĂ  tujequĂ  mai! Ce shta sembe – qua sembr’è senzĂ to – luuĂ rd’y te dike: qui sĂŹ? qui t’agnòsce? n’eshtrĂ forasei? Lu tièmbe mutĂ te ci muta, ind’a forma shfurmĂ ta.Entiènde? verstĂ nde?(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Si sfila l’armatura.La ripone nella cassa. Torna al tavolo. Si siede.Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)Lui dike: “Si vuòi, puòi far la riggĂŹna.” A queen‘e cugliòne. Ai pièti ci mise shvariĂ ti migliòni.“MigliĂ rdi, si accètti. IddĂŹe m’ha biĂ te con mar’etirnise.” “Tu, muert’accĂŹse! tu scĂŹtte, tu scheiss,tu muerte ‘mbĂŹse! Mi vuoi accattĂ ri? Shparisci!shkumbĂ ri. Si mi vendo, t’avvĂŹso.” Te se pote210 CICÌ‘nturtĂ ri? L’avĂŹve capĂŹte l’amour qui gnĂ  more èl’amour qui tu porte?(Riprende a stirare)Pot’esse quĂ  vvere lu revesciĂ te: lu iĂ t’ iettĂ te iè iĂ ted’amour. L’amòre gn’ ha fòrme si è amòre ‘ngarnĂ te.Lu disĂŹre rengĂ nne y tu reshte ‘ngannĂ te. I’survĂŹsse l’amòre murtĂ le y fort’immurtĂ le ce storind’a sorte. SalĂŹpece. Sht’accuòrte: i iurnĂ te-nuttĂ tesò corte.(Buio. Stacco appena piĂš lungo del precedente. Silenzio.Lei si muove con estrema cautela, le braccia protese a tastarel’aria. Pare che anche CicĂŹ si muova per andarleincontro; le gira intorno, sicura)GnĂ  me trombe. Fui iĂšshte.(Luce. Ella torna al tavolo e riprende a stirare)Quand’iss’abĂŹve… curiĂšse… quand’iss’abĂŹve…fuss’iss’in partĂŹcule, isso genèrico ou tut’isse fuĂŹteshtrapĂ sse-shtramĂ zze-shvapor’ind’o iĂ te. Quand’iss’abĂŹve…nu curtèo, na schlange, in turnĂ ndesutèrra, di cĂŹnere ‘nvase. Gn’avève fegnĂ t’inmio penzamènto. Un isso è tutt’isso. Hai vishte,cumbvièn’a raffabulĂ ri? A furie di remi t’amb’ar’aremĂ ri. Cumbvièni? vertstĂ nde? PavĂšre gnĂ  tièni situ sai natĂ ri. Plu’se cumprènd’y less t’affrĂ ri. Laudashkiov’a qui aĂŹta lu munn’a explicĂ riLu munnes’ammèglie si lu male shkumbĂ ri? Li mundĂ te rilĂškepriv’a tigne shkulpĂ ri?(Afferra uno straccio pulito. Va all’albero. Ne spolveraalcune foglie)Une cu due, mone cu bbine, ianghe cu nire, aguacu mire, l’ammolle la tire, si face per dire. Na tiritèradi fumo e di cera. Entiènde verstĂ nde cumprièneme siènde? CicĂŹ, ube shtai? FrĂŹkkete gnĂ kketeCICÌ 211shgrĂšntete shtrĂ kkete. QuĂ  tu m’appaĂšr’a viènemerete? un’ombra mi assĂ li. QuĂ  te devièrte? me siènde?l’entiènde? Lu bbene quĂ  bbene si male gnĂ  cihai? you need, necèsse na ligne de shmarke. È un belpienzamènto. Aggi’a frishkari? È giĂ  fuĂŹto, shtrapĂ sse-shmutĂ te. TenĂŹmece aĂŹrte a un altro penzĂ to, siviène, s’affèrma, si ma’ ci cumbviène. Kalèkkie.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)Mi sus’u turmiènde s’ì’ mor’a l’andrĂ se. De tè, quĂ serĂŹa? a ttè, qui t’anvĂ se? qui tè si curĂŹa? Fusse quĂ l’ave la sort’a fuss’ìre. Rind’o turne d’o tièmbe toutse trouv’y se shpièrde. Rind’o turne d’o tièmbe, toutse trub’y se shklare. Pure tu. “Nah, i’ cate, sht’a cate,no s’àize, repĂŹglie, se vole, se vai…” CicĂŹ, ube shtai?(Riprende a stirare)FĂ kkete frĂŹkkete, shpiènz’u turmiènde. VĂŹvemeshmèmora quĂ  fuss’immurtĂ le. Shta moleshtie‘ngrucciĂ te, shta pene dulende shta tande ‘ngulcĂ teshta comm’accucciĂ te, addurmĂšte, shtraniĂ te.QuĂ  shta tutt’o tièmbe vidĂšte, gnĂ  o vite, rishtĂ nashkunnĂšte. M’entiènde verstĂ nde? Ishpanò meme ddĂ , me me ddĂ  rishtrunzĂ . Sò eshtrĂ for’a masoufferĂ nce. KatzetĂš patatĂ . Eqque qua.(Va al manichino e drappeggia il tessuto)Sa’ come te facce ta vete? ShkullĂ te su i menne,iahĂŹta rialzĂ te, sushpĂŹs’a epaulèttes. L’arrĂ pe, l’attĂŹzze,l’addrĂŹzze, l’arrĂŹzze.(Torna al tavolo, stizzita. Si siede. Addenta la mela)QuĂ  shtizze me fai shti menne pundĂšte. Me ‘ngupeshtu gufe, shtu puzze curnĂšte, me futte shvelĂšte,me ‘ngute, m’ashtĂšte, me mute.(Pausa. È proprio adirata)212 CICÌIahĂŹta vevĂšta me shmeta, me shmezza: me shtrĂšgghied’amour y me rumb’invidiĂ ta. QuĂ  bell’apparĂŹshte!quĂ  bella criatĂšra! Forma ‘nfvurmĂ ta debiltĂ de ‘nviulĂ ta, ligĂ ta gnurande dihumanĂ ta. Bellacom’ìe gn’avèsse sugnĂ te, tu, shkanisciĂšta, a timishma shkunnĂšta.QuĂ  Ddì’è mai quĂŹshte qui shprazze bellezza a quignĂ  l’apprèzza? Na pazza shfinĂŹta qui capètt’a shkapòkkiahommes y vishtĂŹte. QuĂ  rite me fai! CicĂŹ,ube shtai?(Riprende a stirare)Li hommes te nomme fusse pure m’i’ fikke. T’assuviènde quĂŹlle… shtrafĂ kker’i nòmmere… lu shparle’nvlurĂ te…tand’exducĂ te…salĂšte fuss’anghe lushpecle… s’avètte shburniĂ te pe ttè, ì’ so shura. Oalmèn’accussĂŹ me parètte. I’ forget quand’isse shvanĂŹ,shvaporò rind’e blu. GnĂ  quishtiòne “perchè?”gnĂ  o so kiĂš. Y sĂŹ me piacètte! Pot’ess’i’ venĂŹsse cumike gnĂ  me farme nimĂŹke, pe se sènder’a tike plusamĂŹke, t’o dike. O forse sule qu’i’ fuss’exducĂ te.VikkiĂ cce russĂšte, qui sa pure si u shpecle l’ha mairishpunnĂšte. PeccĂ te. FriulĂ  katzetĂš patatĂ .(Va alla cassa. Ne estrae un tight. Lo indossa dopo essersiliberata dei suoi abiti. Li ripone nella cassa)Penzamènde kiĂš accorto rishvèle cungètte ‘ngucciĂ te.A furie de gn’esse disiĂ te… a furie de gn’essedisiĂ te… shkumbĂ ri.(Raccoglie delle bambole gocciolanti e va ad appenderle airami dell’albero. Con uno straccio pulito, poi, ne spolveraalcune foglie)Me shpazze me shpezze me shpizze me shpuzze quabashte na lĂŹttera shposte y mute semblĂ nde. Florideiene e cene a mezzodĂŹ. CambiĂ nde m’aĂŹta, disĂŹverengĂ nne. IahĂŹta… jucĂ sse cu mucha magĂ gne.CICÌ 213Ecco! caco coca, oca. Taglia la mela con lame chefan male. As a matter of fact, a cat is an act of tact.Henry ne pronònce rien si bien comm’une hache,qu’enfin il se fache et comm’un chien il se cache.Per fugare i miei topi o il gatto o comportamèntipietòsi. MiĂ gola la mia gola.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)Putève uardĂ re vid’ess vidĂšte. T’ha’ì’ giĂ  ditt’a migliĂ re,migliĂšne, maybe. Je privĂ l’u riĂ le. GnĂ  soasĂ tt’explanĂ re. Ei s’imbièttene shure gnĂ  ì’ vite.Ma ì’ cazze s’ì’ vite! Je vite y je touche cu mmaneshtu wish diviĂ te qui ave pe mike. Ei vĂšlene tike yviènnent cu mike. M’inrĂ je, me shmiglie, puis mepiglie vertĂŹglie vermĂŹglie: je sake d’ei fisse quĂ  issenèvere sake d’ei shtisse. Je ‘ndĂšmesce ‘mbiette, ‘nvlatĂ te,gaudiĂ te.(Torna a spolverare alcune foglie dell’albero con un altropanno pulito)Li fòglie sò i motte di l’àrue mute. Li fòglie ridĂŹkedi Ă rue parlate. CicĂŹ, t’hai uardĂ te?(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Afferra dei panni puliti e va ad asciugare CicĂŹ)‘NvrascedĂ ta. GnĂ  worry, gnĂ  shtrazze shta pezzaceshpòsa, shta pezza shtuppòsa. Schmèrtzensmutter.No’ Dame de sept doulòsa. Clug. Clup. Clut.Vurmenòsa. De blu velumbròsa. ‘Ndussecosa. Pirigliòsa.Quande m’apprènde pur’ì’ silenziòsa?(Torna al tavolo. Butta nellla tinozza i panni. Si siede.Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)Esatto: il gatto tutto matto ha fatto il patto d’esserratto.(Riprende a stirare)214 CICÌS’ì’ fusse shklave-friĂ t’a mundĂ re currèd’e vikkiĂ cciadisĂšse-gnurĂ te! Me fa cumbagnĂŹa? m’embĂŹgne?me tigne? GnĂ  explĂŹc’a magagne. Besuègn’ì’ lu keeppelĂŹt’ncegliĂ te. Ye nèvere know com’hai capitĂ te.Entiènde? verstĂ nde? Friò. IahĂŹta va y viène, dicètt’avikkiĂ ccia. A lu nate piccĂŹne repèt’y reshpaccia:iahĂŹta va y viène. cambiĂ nde disĂŹve, cambiĂ nderengĂ nne: juk’iahĂŹta prudènde-frimènde. IahĂŹta selutte, gnĂ  puòti shkanzĂ ri si axèpti cui remi lu marĂ shm’aremĂ ri.(Buio. Stacco piĂš lungo del precedente. Lei ora si muovecon maggiore sicurezza intorno alla scena)Probe surprisa. Forma gi’apprĂŹsa reshpĂ zie shpaziòsa.M’angòre gnĂ  puède diniĂ re, callòsa, formalucòsa-lucènde qui l’ocle ‘ngannĂ te rapprènde.(Luce. Lei, al centro della scena, tiene gli occhi chiusi. Liriapre)Ube l’ingĂ nne? oĂš lu disĂŹve?(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)Li tope parèttere mice. QuĂ  dike? cunĂŹglie. Si ei separĂ tim,quiète-sĂ zzie. li shpazi bashtĂ nti; iahĂŹt’affannòsasi ei si f’avĂ nti. ShtrignĂ t’irrisòres-shtripĂ nti,ocli sanglĂ ti, ‘nzolentes-cucciĂ ti roundubiquedu liètte ‘nfullati. FrĂŹkkete fĂ kkete fĂšiete iĂ hhh.Cultièll’ammulate, bashtĂšne pundĂšse. DishpĂ re,evanèsce, masciĂ te, sciangĂ te! Ni sciuĂ  ni repòse‘nda nuttĂ te shbattĂšte. Ludi’-lubrecĂ te rind’e liètteshlumĂ te. FĂšiete… fĂ kkete… iĂ hhh…!(Pausa. Riprende a stirare)CambiĂ nde disĂŹve, cambiĂ nde rengĂ nne: plus angòre‘nfvussĂ te, n’ate puzze curnĂšte. QuĂ  crĂŹte, quedura? Shtai shura, retuòrna. I siende qui grĂ tte. Mevolent appaurĂ re? assormĂ re? fraitĂ re? sseh! ShtrunCICÌ215zĂ  caictĂš tarapĂš. KahiktĂ  kahiktĂ . Kalèkkie. GnĂ me serve shurèzza de fora. GnĂ  juke, gnĂ  crescefille-sugnĂšse! si juke me juke, m’entiènde quĂ  entiènde.SulĂ ta, gnĂ  prĂŹm’y doppe, gnĂ  nèvere-tĂšje.ShtrunzĂ  katzetĂš patatĂ . GnĂ  repènte de niènte.Toutes le deux ici-bas. Lu munne se shtèrmin’aquĂŹoĂš se shmĂ ter’iahĂŹta. FinĂŹta. My life, dein leben,presque-strusciĂšta. Ma sĂŹ! fusse care all’ànimamia n’hishtòrie d’amour qui flièce fernĂŹa: l’amourtriumfvĂ nde, cundènde, cukkiĂ te, nèvere-tuje, pesembe pe mai. QuĂ  tuje? quĂ  mai? quĂ  cundèndecukkiĂ te? de quois? Hoc corpus meum: pegliĂ tegnuttĂšte.Hic calix sĂ nguinis mei: shtrafĂšghe-dringĂ te.Quois te crois je me sende au Don Cazzefremènde m’i fikk’ind’a bouche, fetènde? L’ànemashbutta cu i diènde, shtraniĂ ta, de me lundanĂ ta.Pròbeme belle, pròbem’assĂ i! ShbuttĂ ta. A nuttĂ tapriviĂ ta, a vikkiĂ cc’i cunĂŹgli’avèv’azzannĂ te,shguzzĂ te, shquartĂ te. “Ahi! quand’amòr’ì’ l’avèvecrisciĂšte! nutrĂŹte-’ngrussĂ te, pe te farte ‘mbresciĂ te,‘nfveshtĂ te, a l’indrĂ te triumfvĂ nd’ind’a ecclèsia.”Curtièll’ind’au gozze shkaffĂ te, li cunĂŹglie shtridĂŹa,iahĂŹta ‘ngannata, fuĂŹta. Je tremènde shtranĂŹta. QuĂ DdĂŹe qui gn’aĂŹta cunĂŹglie shguarnĂŹte, virmĂŹglie-brunĂŹte,sanghe cagliĂ te. IahĂŹta lasciĂ te scigliĂ te, shfigliĂ te,shtutĂ te. Shtrunzà… katzetù… patatà…(Buio. Dopo una breve pausa, ella prosegue come ormaiignara del buio)MalshkĂšre tèmbore. CunfĂŹteo ma deboltĂ de: il-yave nu tièmbe li fĂ cies apparètter’uale. L’un’a l’autresumĂŹglia, y a mmè mi shkumpĂŹglia. GnĂ  shtadifferènces. Je guĂ te, tremènde, gnĂ  vite cambiĂ nde.MimĂŹshma dicètte: Ă male tutte ou shtrappe de‘mbiette shtu amour ‘nvadende.(Ride di una risata alta e divertita. Su questa torna la luce)216 CICÌCicĂŹ, ube shtai? Tu m’entiènde? ì’ fòrte t’affĂŹrme:un’assòl’ì’ shmaniĂ v’a fermĂ ri. Un’assol’ì’ vuless’aviulĂ ri, extorcĂ ri – in secrèto sacrĂ to – penetrĂ r’autraggiòs’y valènte, eindrĂŹngen ricèsse ‘nviulĂ te.Viulènde. Ret’a fĂ cies shfattĂ te, shfurmĂ te. shfasciĂ te,discèrne vultĂ te uniquĂ te. Y amĂ rle, maybe.Put’èsse. Qui o ssĂ pe. S’il – y- Ă ve. Qui pote mai di’.Entiènde? verstande? cumpriènde, CicĂŹ? DuvrĂŹalu frishkètt’ a frishkĂ ri? Vid’importĂ nza m’appĂ rin’hishtòria de long, long ago.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può.Va alla cassa. Ne estrae lo specchio. Si osserva a lungo.Ripone lo specchio. Estrae una lunga scamiciata grigia.La indossa dopo essersi liberata dei suoi abiti maschili. Liripone nella cassa. Estrae lo specchio. Si osserva. Riponelo specchio)In penzamènde penzĂ t’ì’ quishtiòne: quacòmmefaciès vultĂ ndi? quiddòve? Tumishma shfurmĂ te,shfaciĂ te, massĂ te, bvove shkuartĂ te, pindĂšte, frollĂ te.Mieux te shtatte cucciĂ te, de tièmbe fluĂŹte,d’hishtoires verofalze timĂŹshma cundĂ te. Te juke,te shlude senzĂ te. T’invènti reĂ le, filla-sugnĂšsa, filla-lullĂ ta. No ro no. Mieux comme ça. Toutes lesdeux ici bas, toutes les deux prĂŹmydòpp, sugliĂ te,shfigliĂ te. Kagliashtrò sagapĂ . Shgrunt. I’a ttè accurĂ ta.Tu a mmè diniĂ ta. Mire: de tott’iahĂŹta robbĂ ta,quĂ  pauca rishtĂ ta.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Comme quĂ nde peccèlle, souviènde? TourneretoĂšrnela capa turbĂ ta, shfinĂŹta. ‘Nterra iettĂ ta, ì’dicouvr’a ttè gi’arretĂ ta. Adagg’ì ‘risal’i gambotte,ta vete cui poppe shkattĂ te, risĂ ta beffĂ ta. Shturis’ind’a ebbrèzze m’ha prise. Me pare comm’àggiecumbrĂŹse nu ver’aqquattĂ te: “RemĂŹre shtu vise, reCICÌ217mĂŹre, recuòrda.” Lu juke dishmĂŹse, shkrĂšpel’esende,ì’ t’hasseditèshte liberamènde. Ie pozz’odiĂ re. Yti òdio. Viulènde.(Riprende a stirare)Fu a quel tempo je me ‘nvĂŹse l’història ni commenzavec nous. Plu’ simblicemènde, ei mute simbiĂ nde,mishma l’idèa se mutĂ nd’in pashtfutĂšreprisènde. Simai shpera d’i shtòppel’aquĂŹ, tu t’errĂ nde. PròbeteshlĂšdelu terminĂ nde. Tu siènde profònde, necèssev’avĂ nde. MutĂ te simbiĂ nde, v’avĂ nde. ‘NgannĂ ta-’ngannande, v’avĂ nde.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può)QuĂ  desĂ shtre laffòra. Toutes les deux ici-bas.Mieux comme ça.La cumèt’è turnĂ ta. DumĂŹlasetteciènd’anne ci haprĂŹse. Sule pe ccas’è dishtĂ nde. LundĂ ne-perdĂšte,n’ata shtella vagĂ nde, gnurandĂ t’au presènde, trumme:finĂŹto, frĂŹkkete, sciò. Ce shpasse. Ce shfasce.Ce shplash. Ce sciò. PirĂŹglie ‘ngumbende d’universetrappĂ nde. No ro no, c’est mieux comme çca.Toutes les deux ici-bas.(Torna al tavolo. Afferra un panno pulito. Va all’albero.Ne spolvera alcune foglie)Shti vekkie pinzĂŹere m’hanne shfinĂŹte. Rind’o tièmbefluĂŹte, rishtĂ me marcĂŹte.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)T’assouvièns du fissĂ te? Li nuttĂ te pirdĂšt’ind’o liètte!shmarrĂŹte-pinzĂ te de gravetĂ te shlendĂ te. Issobaffètte,l’ilegandĂŹne, lu fissĂ te de li biglittĂŹne! Yshkrebèiva, shkrebèiva: “Ce shtĂŹeve, av’a ièsse, a laterra, una leggia qua pure lu pinzĂ nd’a lu pese cishkappa.” Y shkrebèiva, shkrebèiva, journe-notte218 CICÌpinzĂ ve. TrĂ kkete pĂšffete, rind’a notta kkiĂš nnira,ì’ lu mire qua suse, mièrd’e tutte shlendĂŹeve. Nah,i’ cate, sht’a cate, no s’àize, repĂŹglie, se vole, se vai!Retuòrne! quĂ  ‘mborte, facce de scheiss, videvacande!Lu vuòte qui eshprèsse, cirtèzza me dĂ . “GnĂ puèdo, mi vida, mi amor, mi corrĂŹda! Penzièro ci hapeso: pensĂ nte… pesĂ nte. Entiènde? Se lo svuòtovacante, volo all’istante. Bye bye, mon amour!”(Riprende a stirare)Reggu’etèrn’a tte ppure, errĂ nde-cacĂ nde. ShtivĂŹkkie penzière m’hanne shfinĂŹte. Rind’o tièmbefluĂŹte, rishtĂ me marcĂŹte. ShgrutupĂšm, turupĂšm,pum pum… pum.(CicĂŹ la guarda significativamente. Ella ne coglie lo sguardo)Prob’entiènde? Te piĂ ce? ShgrutupĂšm, turumpĂšm,pum pum.Buio. Lei prosegue, ignara)Hoc corpus meĂšm: pegliĂ te-gnuttĂšte. Hic calixsĂ anguinis mei: shtrafĂšghe-drengĂ te. Iushta lizziòn’erealitĂ te.(Pausa)Si senzĂ te fuss’ìe, ouvri me devrĂŹa a quakke serĂŹa.QuĂ  fu ce futtĂŹa. M’abbalòrda trouvĂ ri paròlep’u shtrazzie qu’affòra, me shborda. Ma’ mottegn’explĂŹke lu monde. Ni morte. Motte qui mute tefotte cui motte. Paròl’a paròle se volde shfacciĂ te,shfurmĂ te, gnurĂ te.Nihil esse. Quà’ha shtate remĂ ne- serĂ .(Luce. In un’improvviso quanto feroce scoppio d’ira, ellas’avventa sul manichino. Ingaggia una lotta violenta)UiktĂš, shtraikanshtrĂš, diktĂš. ShtrunfarciĂš, diktĂš,diktĂš, utkĂš. TzaiktzĂš, kruitzkciĂš, sckatzlusciĂš. PerCICÌ219chè farte duvrĂŹa na veta banĂ le? m’enrĂ ge, me shkapede sale gnĂ  mio.(Fine della lotta. Il manichino è in pezzi)Taff’a me bushke, plus dur’a me trouve.(Raccoglie i pezzi sparsi. Ricompone il manichino)Na veta ‘nvendĂ ta, ogne ligna pinzĂ ta, differenziĂ ta.Ind’a capa martĂŹlla li rigla di quĂŹlla vikkiĂ ccia: gnĂ  ivòglie, ì’ rifĂšse. Me vòglie fa’ shura la veta matĂšra demi’ sceglimèndo. GnĂ  condra natĂšra! Condra natĂšra‘ngulcĂ ta quĂ  gnĂ  face friĂ ta. Me rite y vite dò arrĂŹve.QuĂ  sciuĂ ! sime vive, CicĂŹ! vièn’aqquĂ . DanziĂ mo.(Afferra CicĂŹ e la trascina in una danza vorticosa. CicĂŹ silascia fare, impassibile. Fine della danza. Sono entrambeansanti. L’altra lascia andare CicĂŹ e riprende a girare suse stessa. CicĂŹ resta a guardare per un po’; poi, si distraecon qualcos’altro. L’altra si lascia cadere a terra. Cerca,inutilmente di posare lo sguardo su CicĂŹ)La speranza è il riflesso di Dio sul volto dell’uomo.QuĂ  means? quĂ  me rappresènde? A shpera’ sidihumĂ n’ogn’e mmerd’e crishtiĂ ne? GnĂ  ‘ntiènde.GnĂ  vite colligamènde.(Si mette in piedi faticosamente; barcollando, va allacassa. Ne estrae lo specchio. Torna a mettersi seduta sulpavimento, abbandonata come una bambola di stracci.Nulla succede. Finalmente, ella si rimira a lungo. Riponelo specchio nella cassa. Ne estrae un tubino elasticizzatorosso e scollatissimo. Lo indossa dopo essersi liberata dellascamiciata. La ripone nella cassa. Estrae lo specchio. Siosserva. Ripone lo specchio nella cassa. Va alla finestra.Scruta il paesaggio per quello che può)QuĂ  zitte, laffòra! te remĂŹra, sorora! Hush. CicĂŹ, ubeshtai? Tota’nzuppĂ ta! ‘vrascedĂ ta! Tu sht’a ‘shpiètt’ìte shtròppi’e mazzĂ te!220 CICÌ(Va alla tinozza e attira a sè CicĂŹ che vi sta china sopracon le braccia immerse. L’asciuga con dei panni puliti. Sela prende tra le braccia e la coccola. Sedute in terra, ellacantilena qualcosa di molto amorevole, riconoscibile peruna ninna nanna. È un abbraccio certamente molto affettuosoe protettivo che, tuttavia, si fa sempre piĂš ardito.CicĂŹ si lascia fare, del tutto estranea)Ave na fiĂ ta y ave n’homme qui shquièta: ocl’impallĂ teret’a vitriĂ te. GnĂ  rite: shghignĂ zza. Lumire plus nir’ei shprizze’ai bikkĂŹer’accuppĂ te. “QuĂ primme? u pecciòne?” “Pe secònde, u pisciòne? ““Pe frutta, la fike?” “A ttè la banĂ na ou nu cannuòle‘nfvarcĂŹte.” Si shguĂ ia, li còmite, qui mire la zite.Le’avvĂ mba, si shkerma, s’effòrte de rite. “Nu riĂ l’ali shposi n’avĂŹme purtĂ te: a lu zit’u curtièlle; lu furcòn’aqui ha shtate?“ La shpos’abbubbĂ ta de rosacarmĂŹgne, se ‘ndĂšshtri’a reshtrĂ rr’u curtièll’affelĂ te,cu i ditĂšzze shfurzĂ te, cu i manĂšzze shvugliòse. Lushpose shmaniètte: “Mo fazz’ì’, sht’a uardari.” Cua manòna kiĂš shperta, tira for’ u curtièlle, remĂŹrala lama, ce shlisci’u ditòne, lu shfiòre, lu ammĂŹre,in condemplazziòne. Shfatte- shbuffĂ nd’è de russemattòne. “Lu siènde, cicci’, com’è bell’appundĂšte?“Mezzanòtte, a l’ishtĂ nde, avève shbattĂšte…CicĂŹ, t’ha’addurmĂšte?La veshta, t’a fĂ cie, comm’ha’ì’ premettĂšte: shkullĂ tesu i menne, iahĂŹta rialzĂ ta, sushpĂŹs’a epaulettes.(Cautamente, tenta di rimettersi in piedi senza svegliareCicĂŹ, che pare addormentata. Torna al tavolo. Si siede, senzaaccorgersi che CicĂŹ la sta fissando, con un vago sorriso. Appenasta per tornare a girarsi, CicĂŹ chiude gli occhi. Ella fissaCicĂŹ, cristallizzata nel suo sorriso. Sbocconcella la mela)La speranza è il riflesso di Dio sul volto dell’uomo.(Afferra uno straccio pulito. Va alla cornice. La spolveracon cura)CICÌ 221Li Ă nge cusciènde du pròprie potère, orgògli’ysupèrbia ce guadagnère. SalĂŹpece.(Va all’interrutore e spegne la luce. Stacco piĂš lungo delprecedente. Torna con sicurezza al tavolo. Butta nella tinozzail panno con cui ha spolverato. Riprende a stirare)Necèss’expiĂ ri, ammendĂ ri, purgari. Tout letièmb’assignĂ te, umbashtĂ nd’a mundĂ ri. La ‘nfvanatecĂ te…fakke li nòmmere… isso susĂ te: “GnĂ t’ho meritĂ te!” la dike. Issa, ‘nzunnata, se lu piènzashkerzòso y ce boll’o cafè. “Ma quĂ , tièn’a n’ata?“ “QuĂ  dike? te shmatte? T’avĂŹsse scigliĂ ta? macomme? pecchè?“ Vind’ànn’affidĂ ta, duo maritĂ ta.“Adieu! per adesso mi port’il necèsso.” Rind’o blureshparĂŹ. Tri anna ci avèva cummĂ ra ‘mbignĂ ta.Issa shta lapedĂ ta, de turmiènde ‘ngorgĂ ta. “De quĂ m’hai mardĂ ta.”(Luce. CicĂŹ è accanto all’interruttore)DulcefraudĂ ta. Na femme shmerdĂ te, na femmedeshtrutte. “I’ pinzĂ ve-fegnève m’avess’ abbashtĂ te.Ti dovèvo l’impègno con te apparolĂ ta.” Si tendadishtrĂ tta. Raccòglie li eshtrĂ fora, si yoga si shatza,si shpezza shfatica’ si shkiĂ tta si shmazza. NafiĂ ta, surprĂŹsa, s’avvĂŹte shturnĂ ta: nu tale piacènde,qui piacènde ce piĂ ce. “SĂŹ pazze futtĂšte? vattĂŹnne,deshpĂ re, gnĂ  ce repròve de me tucca’ i ccosce.”Lu shpiĂ zze, s’attĂ rde, redouble shfatike, fanatecĂ te.“Necèss’expiĂ ri,” decètte, “ammendĂ ri, purgĂ ri.”Can you see quĂ  tipètte? Si la tele si shfĂ scia,‘mbvacce au mĂ shkul’assĂŹsa, le recuònd’u iurnĂ lecumpĂšnda, pricĂŹsa, professionĂ le. Enfin, scimunètte.MishtecĂ ta, nĂŹra-luttĂ ta, na veta shtinda raccateshmettĂ ta, li ggende la cĂšndele: Se ne iètte, passò?“GnĂ  sacce pe shure, ma tendĂ re se può.” Li ‘uai sikemmènze-reshtèrmene dure, p’amòre qui nutre linotre pricĂšre. Shgru-shgrunt. shgru-shgru. Agg’ì’ a222 CICÌfreshkare? “Signòre, è l’amòre che fa tanto soffrĂŹre?”“SĂŹ. L’amòr piĂš l’amòre.” Oui, mais qu’amour?quĂ  love? quĂ  liebe. Nui, misèr-ricciulĂ te, attardĂ t’a’shpittĂ shpiranzĂ te lu prenc’equitĂ te, azzurrĂ te…cilishtrĂ te, purpizzĂŹnghe si clare-cumbrĂŹsequĂ  trishte partĂŹte, quĂ  mièze milĂšne ci ha capitĂ te.NisciĂšne qui dike: quĂ  mieze-milĂšne? ì’ val’alunaccia! ì’ voglie tutte! Femme ‘ncaundĂ te, passiòn-diviĂ te, rushpe ‘ngautĂ te, corde ‘nvenghiĂ te,masciĂ te, baciĂ te.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può)‘NgannĂ te-fraudĂ te.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Rushpe rushpĂšse ruĂŹne rugnĂšse.Rishtètte, a ssè-euale. Un’assĂšle mutètte: si hasapĂšto di un tale qui passètte de butte, a fare latele.(Riprende a stirare)FĂ kkete bĂšgghete fĂŹkkete shgrĂšndete shgrĂšffete shgru.Ave na fiĂ ta… te cunfvĂŹteo pur’io me fegnètterarèzze de iahĂŹta reshkĂ tte. Li sugne so’ fatte quignĂ  scèrnene patte cu a substĂ ntia riĂ le. La puasĂŹme shkungèrne s’ì’ me shkriĂ t’immurtĂ le. Lu fillesugnĂšse,lu puète ‘nvlorètte: “Vièn’au tiĂ tre si vuo’etèrn’apparire!“ Te pigli’n paròle! gnĂ  me nomme sivuòi, ma revèshtem’e motte, renvènde certezz’e rialitĂ te!Lu puète-lullĂšse se fuĂŹsce-scetĂ te y me lĂ scianell’eco d’i motte pirdĂšte. SchlĂ nzele iĂ te, plus iĂ tequi puoi… gnĂ  facies-vultandi, gnĂ  primme, gnĂ poi. Ocli lucòsi qu’ì’ gn’os’a uardĂ ri me shguĂ rdelucènde y me tend’a shperĂ ri. VerstĂ nde cumprènde?CicĂŹ, ube shtai? Agg’ì’a frishkari? Ssò shura nadia tu me uĂ rd’y m’entiènde.CICÌ 223(Va alla cassa. Ne estrae una maschera. La indossa)Shgru-shgrunt tutt’i dia, tutti li ann’ind’e règlie, fu‘nzushtènde-liggère, poi prisènde-cushtande. Shgru-shgrunt ind’e règlie m’assĂŹll’assillĂ nde, shgrushgruntind’o ssanghe se pulze pulzĂ nde.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa)Te lĂšttete te mĂštete te shtĂštete te trĂšmmete. TevĂštete. Nu cundènde vidĂ te de lu cundenĂšte. PallĂŹlediflĂšte shfullulènde flusciĂ te. VertĂŹglie de vĂŹendeviulènde, velĂšppe de fòglie shfinĂŹte, shvilĂŹte, shvulĂ te.DesĂŹre finĂŹte. QuĂ  facce de mmè ‘ntenerĂŹta deluna-nuttĂ te?(Si accarezza, tenera e sensuale)Once upon a time… na fiĂ ta… na vota… me vetesu le tièmbe flettĂšta… kinĂ ta… de luna-lullĂ ta…nu motte, nu verbe vicĂŹne, na parol’adamantĂŹne.Hush. SalĂŹpece.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)L’amòre diflèsse, m’arrĂŹve riflèsse de shpèchle shpeclĂ te.Me dike-redĂŹke: renzĂŹshte. Sso’ bete ma ì’crete qui exishte. RenzĂŹshte. Seccète! te vete.(Riprende a stirare)QuĂ  bèshtie curiĂšse li falze-shperĂ nze, li fille-sugnĂšse!vidĂšte de kiĂšse, li dicoĂšvre dilĂšse, grusselullĂšse,raffĂšse, grizzĂšse. Cusciènza-bashtĂ nde? Teshlude. Li fille-lullĂšse so’ fille riĂ le du prisĂšnde-senziĂ le.Gola-nudĂšse m’assĂŹlle, ma’ leve-librĂ te disĂŹred’amour. Guff’affundĂ te, lu disĂŹre d’amour risĂŹshte‘ngarnĂ t’ind’e jour. Rushpe ceshpĂšse, l’idèe ma’s’eguĂ glie, li paròle so’ shmuttĂ t’e fanghĂŹglie. Luvere se rĂ gl’ind’e règlie, shtrigliĂ te d’i règole mute.rese shtrinĂŹte, extraforĂ te. “Parole?” “Oh, le par?”“Parole?” “Le paro.” L’orsa persa stesa sul dorso224 CICÌsi volse sul torso si tirò un morso chiese soccorsoprese di corsa la borsa e s’immerse nel terso universoda rimorso riarsa. L’orso rincorse. “Orsa, orsa!”Risorse bevve un sorso. “Orsa, orsa! riposa! ora socosa si posa sul vaso della tua anima rosa!” e le porseuna rosa… ancaundate ulaule, fole-lullĂ te, lagnesugnĂšse.Rind’o tièmbe fluĂŹte ne rishtame marcĂŹte,shperanzĂ te-zittĂŹte, maybe-forse mutĂ te.Me dike-redĂŹke: disĂŹre finĂŹte, repòsa, shtai quièta.De qua? Rind’o blu me subbĂŹglie nu belle virmĂŹglie,forma ‘nviulĂ te nuttĂ te shkumbĂŹglie, de quiète meshfĂŹglia. Lu mandĂŹglie ligĂ t’au cavĂŹglie s’ensoĂšfle defole, zzul’n vertĂŹglie, se leve, se vole, liggère navĂŹglie.Nah, i’ cate, sht’a cate, no s’àize, repĂŹglie… lu viendedisoĂšfle, la glòrie retoĂšrne de forma ‘ngarnĂ te,pisĂ nde-disiĂ ta. Shgru-shgrunt. CicĂŹ, ube shtai?QuĂ  dike è riĂ le ou fegnĂŹte? Qui sape? si u sape…shkurdĂ te. ShtrunzĂ  katzetĂš patatĂ . Kalèkkie.(Va alla finestra. Scruta per quello che può)Me fegnève ‘gnurĂ ta mais l’ha’ì’ tuje sapĂšte: scegliĂ ta,gnĂ  primydòpp, sul cĂŹglio. GnĂ  pate, maisfiglie shfegliĂ te. Me fegnètte l’hishtòrie qu’ì’ sapèttefinĂŹte, pe ve farve dishpiètte: a ttè, la vikkiĂ ccia, aiahĂŹta… rushpòsa buccĂ ccia. GnĂ  shquièta, CicĂŹ,shtatte mike, serèna. Shta pena dulòsa shta profònda’ngulcĂ ta,cucciĂšta, durmĂšta, extraforĂ ta. Entiènde,verstande? QuĂ  shta tutt’o tièmbe vidĂšte,gnĂ  vite, rishtĂ  nashkunnĂšte. No ro no, c’est mieuxcomme ça, toutes les deux ici-bas. Toutes les deuxprimydòpp. Kaiktò. Sa’ quĂ  famme? Te fĂ rdetequĂ , te rĂŹmmele lĂ  y ne sciĂ mme.(Trascina CicĂŹ ai piedi della scalinata e la abbraccia almanichino. Poi, ella si arrampica su, fino alla cassa, neestrae la borsetta del trucco, torna precipitosamente giĂš edipinge CicĂŹ. Nel corso dell’operazione ella intona unaCICÌ 225melodia dolce e allegra, tuttavia non riconoscibile alle paroleamericaneggianti. Al termine)Tu quishtiòne: quĂ  mèglie? rishta’ ferm’ ou shfagliĂ re?Rind’o tièmbe fluĂŹte ne rishtĂ me marcĂŹte.(Abbozza un sorriso. Si deterge il viso. Nel corso dell’operazione,riprende il motivetto. Rapido controllo allospecchio. RifĂ  di corsa la scala per andare a riporre concura la borsetta nella cassa. Torna da CicĂŹ e le rassetta ilvelo. Ripete l’operazione sui suoi abiti. Sguardo circolare.Torna di corsa alla cassa. Ne estrae due paia di occhialiscuri. Si precipita giĂš. Mette gli occhiali a CicĂŹ. Li inforcalei stessa. Mano nella mano si avviano su per la scala.A metĂ  percorso, ella abbandona CicĂŹ e torna giĂš, coltada straordinaria urgenza. Canticchia. Va all’albero e lomette dritto sotto la finestra. Trascina il manichino davantial tavolo e ne modella il braccio sul ferro da stiro.Va all’interruttore e lo spegne. I suoi passi risuonano nelbuio, mentre, finalmente pacificata, fa ritorno alla scala.Mugghio di vento)Storie distorte. Corso morso torso morto torto cortoporto sorto aborto… aborto… aborto… sgrunt…sgrunt.*(Si ferma a metĂ  percorso. Guarda il pubblico. Fa manina.Sorride)(Sipario)*ShtrunzĂ ! KatzetĂš, patatĂ ! Non mi pento di averti strappato a comaricuriose mostruose. MasciĂ re.No, no, no, noi due quaggiĂš. Noi due prima-dopo. Noi due.ShtrunzĂ . Devo prenderti altro tessuto, katzetĂš, patatĂ . Altra stoffa226 CICÌper farti altra veste. Che gioia, che gioia. Questa voglia mi sciamadi gioia.Poi lo sai come son io. Per partire, una linea; il modello da solo sifa. Che gioia. Da una linea tu parti e il mondo tutt’attorno s’azzitta.Hush. Blu te lo faccio. Che gioia. Ti ricordi del vestito blu… no,azzurro… Bluette. Si dice bluette? Non so mai i colori. ShtrunzĂ .Tu sĂŹ, tu sĂŹ. È vero che conosci la Carrington? ChissĂ . Te lo chiedoda sempre. Questo ho capito da me chiaramente: tu, presente, micostringi a pormi domande. KatzetĂš. Fosse solo per questo ti sidovrebbe volere un bene dell’anima; ma tu sai non solo per questo.Lo sai? Lo sai. Sono sicura che sai. Kaiktò aciè. Ishpanò te se ddĂ  tete ddĂ . No sotto finestra, no tutta nuda. Tu capisci di regole mute?Capisci? Comprendi? I passanti ci vedon’ e ridono. Intendi? Duematte! Ecco che pensan di noi. Due matte. Due pazze svitate. KatzetĂš,patatĂ . Non importa. Ma pure puttana! Questo non vogliosopporto.No. Capisci? Civetta. Spostati, ho detto. Capisci? Misenti? Stracazzo fischietto non suona se deve. Non suona ‘sto stronzofischietto. KatzetĂš, kittmĂš, t’akkattĂ . Quando la smetti di fingertipazza? Fritta felò. Tu mi snervi. Fingi, pretendi. KittmĂš. Ècomodo! Tanto la scema, la scema che esce e ri-esce ti pasce. Lamula e ‘a principessa di luna. Maledetto gioco bestiale. Gioco infernale.Lava cava ricava, cuoce, cuce, ricuce, rammaglia, ritaglia,spunta, sputa spazza, spolvera spolvera spolvera povera scema babbiscia.Niente gioia, niente gioia, no mai mai gioia, ma fiato, fiato asprecar a gettare aktĂš shtakanshtrĂš diktusciĂš shtrafalciĂš diktĂš diktĂškittmĂš. Che hai fatto mia vita? A cosa costretto mi hai? My lifemein leben ma vie. GiĂ -andata. Finita. Sgru-sgrunt. GnĂ kkete. Aitempi vecchiaccia dovevo sorbir pure lei: “Pazienza, è una croce,accettal’ e amen. Che credi? non soffre?“ Soffre o si offre? Mai unsorriso per me. Ti chiudo! Mi ascolti? Rinchiudo. Rinserro. Capisci?Mi rifaccio una vita. Non è mai troppo tardi. Chi dice che ètardi? Ti avverto, te ne accorgi stavolta! KaiktĂš teishtranzĂš. GnĂ kkete.Rieccola tutta bagnata. Infracidita. Non darti pensiero, non latolgo ‘sta pezza fetente. L’Addolorata. Nostra Signora dei sette dolori.Blu. Clug. Clup. Clut. Fradicio. Che borse! Neppure stanottehai dormito. Sbarrati. Che scruti? Che vedi? Misera sora pers’ in unsogno. M’ eri invidiata, io di te ‘norgoglita. Ma va’, che ti credi?Davvero ti chiudo? Giocavo, è uno scherzo, shgru-shgrunt. Ti piace?GnĂ kkete. Shgrunt, Sto in trappola, ecco cos’è. Che strazio sentirmipersona a metĂ . Mi trascino con test’ in un sogno. Lavo cavoricavo cuoccio cucio: che ho? È come sogn’ e ti stanno sognando.Shgrunt. Shgrunt. Shgrunt. Ti ricordi la volta, la volta della rondiCICÌ227ne salva? Wanda. “Buttala alta, piĂš ‘n alto che puoi!” Ricordi?Shpuft. Per giorni ci togliemmo mangiare di bocca pappa ficcat’ insua boccuccia. “Lanciala alta. PiĂš ‘n alto che puoi! Nah, cade, oracade, no s’alza, ripiglia, vola, va via. Wendy, ritorna!“ Sciame dirondini via la portò. Femmina? Chi aveva deciso? Wella, Zinnie,Wenda Wazze… fottit’ i nomi. La doppia w c’era, sono sicura. Midico stradico che ‘l rancore mi strazia, il rancore mi salva. “Pigliala,pigliala!“ Mi tiene all’erta. L’Addolorata. AktĂš diktĂš shtrafalciĂš.ShtrunzĂ . No no no, meglio noi due qu’ abbasso. Sole. Ieri-oggi.Mo. Di nuovo? Ch’è stato? Un contatto? Non contatto? Cos’è? Chesuccede? CicĂŹ! Sai cosa non ho mai confessato? Un morso di tempodopo che lui… il nome?… fottiti… quello… un pizzichino unoschifo uno sputo dopo che quello andò via, io cammino tac retac,balconi che cadono shract cascano dietro di me. Io passo, gnakketesi aprono strade, shtrunft baratro, shlund voragini. Il ponte delCorso? Milioni migliaia di volte si disfa. Senza ragione. Io guardovetrine, chiacchiero, penso, zĂ kketebrĂšmmeteshlĂ ffetebrek. Paesaggiodistrutto. Trumme. Non mi giro a guardare fanculo fottiti. Oratu credi: paesaggio tutt’uno con lui. No ro no pè pè re pè. Vi sbagliate,Madama. No ro no pè pè re pè. Sono due fatti distratti.M’intendi, capisci, comprendi, comprendi? Te l’ ho detto, son certa…o tu giĂ  scordato… chissĂ , se saputo. Cresciuta. D’un tratto, iltempo mutato ti muta. PatapĂšm. Il mondo che lasci si sfascia.Trumme. Schutt. Finito. “Io mi sposo… io farò la maestra… quell’altroil dottore…” Schutt. Cresciuta. Vai! E vai! Trumme. Finito.Memorie? Fottiti sciò sbrigati vai… Slavina vorrei che rovin’ il passato.SchĂšffete. Ciò ch’ è stat’ è giĂ  stato. Finito. Mai piĂš. KazzetĂš.Che dico? Ciò ch’ è stato, rimane-sarĂ . Se figuro lo strazio del cuoreaccorato! PerchĂŠ se n’è andato? Ritorna? Ti smaghi, fai carte… osono sol’ io nel martirio di miti smarriti? Tu eri svanito. ChissĂ , semai s’è saputo! Se lo sapevo, scordato. Obliato. Mi sforzo. I duemaleventi non lego. A volt’ un dettaglio… macchè! GnĂ kketefrĂŹkkete frĂŹkkete frĂ kkete. A volte m’invento che anche tu sei fuggita,ahisciò, risparita. CicĂŹ niente piĂš. Meschina. Tu qui, tu m’ aiuti.Mi curo di te. Se fischio, tu puoi persino guardarmi, capirmi, m’intendi. Succede. Stai certa succede. Se non subito, tardi. Lo so chesuccede. Ci conto, confido. Tutt’ il mond’ è fuggito, sparito. Chisoffre, chi si fa schiavo nel cuore sbattuto. Ora chiama, ora torna. Ètornato? È uscito? Non vuole parlare? Macchè. Merda in tutte lelingue. Pentito? Non sente. Fetente. Fottiti perso. TrĂšmmete. Iponti tagliati. Chi vuole ‘sti mezzi meloni? Io valgo un’intera lunaccia.Meglio sola. NĂŠ avanti. Nè inganno d’inganni. Mi paro. Ripa228CICÌro. Meglio quaggiĂš tutt’e due. Ieri-qua! OraelĂ . Orribile luce, orridaorribile luce! Statti quieta, CicĂŹ, statti buona. Sto qui io. Nontrepidare. Ristai. Sai cosa mi fingo nel pensiero pensato? Nessuno famai ciò che vuole ma ciò che il vero richiede. Prend’ il vestito. Tutagli una linea e le altre ti vengono appresso. Libera, forse, nella testati stringe, di scegliere linea. Alle altre, costretta. Capisci? È unbel pensiero? Mo fischio il fischietto. Son sicura che un giorno capisci.Mi guardi e capisci. Meschina. Ora è passato, finito. Fischiar’ora sarebbe insensato. Passato. Finito. FisciĂš. Non c’è piĂš. Blu.ChiarĂŹa d’una notte d’estate. Fitto. Denso. Come se il cielo ti sifosse scolato. CosĂŹ ti ho vestito, CicĂŹ. Mo te lo dico: perfetta felicemi schiaro. Mi gira la testa. Aspetta. Lasciami trarre un respiro profondo.Montagna in un tempo che è stato, rocce innevate, acquaventoscrosciata, affannata, il vasto bastato nel vasto, nel petto giĂ entrato. Spazzata, sfinita, pacificata, da me allontanata. Mi dico ripeto:ricordati sempre com’ ora ti senti. Non scordare obliare. Neigiorni di freddo calda ti tiene ‘sto ricordo pensare. Ricorda, nonsmemorare. Ricorda: ciò che è assente lo senti presente. Ti sarebbepiaciuto, son certa. FrilĂ . Pur con parole azzoppate hai capito. Fischio?Che ho detto? Felice? SalĂŹpece. Confessione scola nel sangue.Parlo, ti dico, confesso, confesso pure quello che mai è successo.FĂ kkete fĂšttete bògghete shtĂšppete. Kalèkkie. Il Don Cazzo mistrazia: ti ha detto, ti ha fatto? come s’ io non stavo nĂŠ sopra nĂŠsotto. Cos’ ho dett’ io? Cos’ ho fatt’ io? Comprendi? “Giacula ilPadre e Ave coi santi.” Immondizia si spazza? Ciò ch’ è immondo silava? ‘Sta faccenda è malsana. Io fotto. Giacula prega. Finito. Capito?M’intendi? L’immondo smondato. FĂ kkete frĂŹkkete fĂšttetebògghete. FĂŹkkete shtrĂšppete. Frile-lu-lĂ  se sai quel che dico. Tuno. Tu dura tu tosta. Don Polmone questa faccia non vede. Confessati,fallo per mamma. Ricordi vecchiaccia? Confessati, animanetta! Nella veste la mano schiaffata, giacula, giacula sempre. Se intasca non trova il rosario, si smaga, si smatta, si sfrena, si strazia.Chi ci ha il rosario? L’hai preso? Don Coglione le aveva donato oquell’altro che s’era svignato. Nella tasca la mano mi coglie incallita.Non vedo, non immagino prega. Ricordo figuro: la mano nellatasca infilata. Al contrario, mi sono scordata scamiciate ch’ ho fattodi tutt’ i colori; grigio marrone nero blu scuro. La man’ in tasca ritorn’alla mente, se penso. Ma allora nel tempo vissuto, non vidi.Ciò che sta tutto il tempo veduto non vedi, nascosto. M’intendi?Pregava, pregava, altari sparsi per casa. Dietr’ il tubo del gas santinificcati. “Si sta pronti. Devi trovarti mondata.” Pregav’ il dottore:“Cos’è nella gamb’ il dolore? Dammi pasticche, dottore! Ho smarCICÌ229rit’ il fulgore. C’è rimedio dottore?” Che aveva? Ottanta? Novanta?Sta rimedio al tempo che incanta? Piange, si disfa malata, la manoin tasca ficcata. La storia piĂš dĂ  quando piĂš stai svagata. Mi senti?M’intendi? Devo fischiare? Il tempo ci cresce coglioni. ShtrĂ mmeteshgrĂšnfete. Non avvisa nessuno. Il tempo ci cogli’e ci perde. Persempre, per mai! FriĂš! FĂ kkete fĂŹkkete. Che sempre, che mai? CetrĂšlle.Ti smemori, smarrisci parole che sai. GnĂ kkete, bògghete. Tiperdi. Ti smosci. Il vero, di’ il vero… il vero, parol’ assai grossa. Di’com’a un nuvola che ci somigli. Se sta, s’esiste, se ce la pigli. Fors’ ilvero nel sogno riesiste. M’intendi? Comprendi? Ci vedi ragioni divera rivolta? Il real’è complesso, l’idea non s’ uguaglia. Comprendi?Capisci? Non hai tempo. OplĂ . Mezza vita che scortichi l’altrametĂ . Shgra-shgrant. Vieni, CicĂŹ, si esce andiam fuori. Stai pronta.La fascia… la faccia… facciamoci belle. Ti fardo… Hai visto capiscipur senza fischietto? Ti fardo. Per resto sta tempo. FrĂŹkkete,gnĂ kkete. Qualunque sia cosa, sta tempo. Maledetta fottutissimaluce. Fossi cieca, sai quanto mi frega? Ma i’ ved’ e la luc’è essenziale.CicĂŹ, non badare, stai calma, stai quieta, stai certa ritorna. Bah, misembrava… pareva… cos’era? FĂ kkete fĂŹkkete bògghete gnĂ kkete.Lo straniero! Come parlava! Che risa! Ridendo lo persi. Tutto iltempo diceva: “Mio amico, in mia terra lasciato, meo ragazzo measpiètte.” Gli ripet’ oggi-domani: i gay preferisco. Una volta partito,mi scrive: “Ho problema con te. I like you, mi piaci, ma tu miconfondi, my friend.” Mi dico: è ricchione. Peccato. Gli scrivo educata:il problema? “Tu parli sempre ricchioni. I like you, mi piaci,ma tu ricchionessa?“ Capito? Pensa di me ciò ch’io penso di lui. Ciòch’ appare non ha mai punto fisso. Soprattutt a parole. La parola c’inganna. La parola tradisce. La parola è assai infetta. Le ho dettostradetto:lo sput’ alto ti spruzza la coccia. Lei dura, lei tosta: nessunomi ama nessun’ a cui garbo. Una lagna, di piombo. Stai zittasilenzio nĂŠ lagna nè afflitta. È sorda impiombata. Offesa bestemmia:nessuno mi ama nessuno mi ferma. Una mort’ incarnata, unavita sprecata. Dal blu dentro il blu apparve costui. Il nome? FĂ kketefĂŹkket’ i nomi tutti. Vuoi uscire? E usciamo. Cene fiorite regali asaette. Che metto? La tua camicetta? Vestiti scollati, vestiti velatiglissati corpetti, svasati spaccati, nuvola muta due volte mai stessaSi farda di qua, si rimmela lĂ , ombretto rossetto, petto appuntito,unghie smaltate: nere verdastre bluett’e violette. Capelli tirati capellidiscesi capell’ arricciati capelli rigonfi, una virgola qua un ciuffodi lĂ : ross’ infuocato arancio sparato giallo striato ner’ annottato.Mo l’hai trovato l’innamorato? Mo fottiti: è perso. E a te? T’è piaciuto?Io? Che centr’io con lo smidollato? Sempr’abbronzato, tutto230 CICÌgriffato! Persin le mutande porta firmate. Mutande? I boxer? Glislip? Tu che ne sai? Ci siamo: se maschio appare… nĂŠ olio, nĂŠ sale.Ho un problema al prepuzio; un’incisione e va via. Del resto, inamore, ch’ importanza ci ha il sesso? In amore? Chi t’ ama? Ma vedise vai! non farm’ inquietare! Che vali? Ti schiaccio, ti disfo, ti smasso,ti spazzo. La casa? Infiorata. I regali? A buttare.L’amore si fece piĂš appassionato. PiĂš lui s’affilava, piĂš lei si smolava.Lei ignara, ne chiese la mano alla vecchia. Una serpe si fece, unafuria. Com’ osa? Chi l’ha chiamato? Quest’ è impazzito, sbullonato,svitato. Sistemati, figlia, è innamorato. Che faccio di amore bollat’e firmato? Ne aborro mi schiaccia svilisce m’annoia. Non mi freg’una mazza. GnĂ kkete frĂŹkkete shtrĂšnzète shmèrdete. Nessuno miama nessuno mi vuole. Te n’ accorgi mia cara dov’è l’essenziale.L’amor’ importante, l’amore che cale è quello che porti è quello chevale. Curioso che parli di storie d’amore! Sono sempre stat’una chemai ci ha creduto. Ma si! Mi sarebbe piaciuta una storia conclusa:l’amore trionfante, tutti contenti, tutti accoppiati per sempre permai. Che sempre che mai! PiĂš sensat’ è pensare che lo guardi e glidici: chi sei? Ti conosco? Straniero tu sei? Il tempo mutato ci mut’in forma sformata. Capisci? Comprendi? Lui dice: “Se vuoi puoifar la regina.” La regina del cazzo. Ai piedi le pose svariati milioni.“Miliardi, se accetti. Iddio m’ha beato con un mare di soldi.”“Scannato, vomito, merda, impiccato. Mi vuoi comprare? Sparisci!Scompari. Se mi vendo t’ avverto.” Ti si può dar torto? L’avevi capitache l’amor che non muore è l’amore che porti? Può essere verol’inverso: il fiato sprecato è fiato d’amore. L’amor non porta form’incarnata. Desiro c’inganna e rest’ ingannato. Sopravvissi all’amoremortale; persin’ immortale mi ritengo per sorte. SĂ lipece. St’accorta:le giornate-nottate son corte. Non sbagliai. Era giusto. Quandolui se n’ andò… curioso… quando lui se n’ andò… sia che sia lui,sia che sia un lui o tutt’i lui fuggiti-passati-abbattuti-esalat’ in unfiato. Quando lui se n’ andò… un corteo, una fil’ in urne sotterra.Mai prima ci avevo pensato. Un lui tutt’i lui. Hai visto? Convieneparlare. A furia di rem’ impar’ a remare. Convieni? Comprendi?Paura non hai se sai nuotare. PiĂš intendi, meno paura. Lode a chiaiuta il mond’ a spiegare. Il mondo migliora se’l male scompare? Ilmondato riluce se del male è privato? Uno con due, mono con bino,bianco con nero, acqua col vino, la molla la tira, si fa per dire. ‘Natiritera di fumo e di cera. Intendi comprendi capisci mi senti? CicĂŹdove stai? FĂŹkkete gnĂ kkete shrĂšntete shtrĂ kkete. Tu m’appaur’aapparirmi alle spalle? Com’ ombra m’assali. Che, ti diverti? Mi senti?M’intendi? Che ben’ è ‘l bene se ‘l male non ha? Bisogna nonCICÌ 231puoi far senza uno smarco. È un bel pensamento. Devo fischiare? ÈgiĂ  fuggito, passato-mutato. Teniamoci all’erta per altro pensiero,se viene, si ferma, se mai ci conviene. Mi urge il tormento se muoioimprovvisa. Di te che sarĂ ? A te chi ci pensa? Chi si curerĂ ? Sia quelche sia. Nei giri del tempo, ritorna si sperde. Nei giri del tempo,s’addensa schiarisce. CosĂŹ tu. “Nah, cade, ora cade, no s’alza, ripiglia,giĂ  vola, va via…” FĂ kkete frĂŹkkete, scord’il tormento. Immemorevivi come foss’immortale. ‘Sta molestia nascosta, ‘sta penadolente sta tant’inculcata sta com’accucciata dormient’ estraniata.Ciò che sta tutt’il tempo scoperto, non vedi, resta celato. M’intendicomprendi? Ishpanò me me ddĂ , me me ddĂ  rishtrunzĂ . Stranier’alla mia sofferenza. KatzetĂš patatĂ . Ecco qua. Sai come ti faccio laveste? Sul petto scollata, la vita rialzata. Sospes’a spalline. Li arrapi,li attizzi, li drizzi, li arricci. Che stizza mi fai co’‘ste zizze appuntite.M’è cupo ‘sto gufo, ‘sto pozzo cornuto, mi fott’il voluto, m’incute,mi sbrucia, mi muta. La vita vissuta mi smezza, mi strugge d’amoredistrugge d’invidia. Che bell’ apparivi! Che bella creatura! Form’informata di bellezz’inviolata, ignar’elegante, deumanata. Bella com’iomai potessi sognare, tu sconosciut’ a te stessa nascosta. CheDio è mai questo che sparge bellezz’ a chi non l’apprezza. Una pazzasfinita che mai niente capĂŹ d’uomini e vesti. Che ridere, dai! CicĂŹ,dove stai? Pure quando mi fottono ti pensan’ i maschi. Ti ricordidi quello… strafottiti i nomi… cos’infiorettato… tant’educato…saluta persino lo specchio… ubriaco di te, sono certa. O almenocosĂŹ mi sembrò. Scordato quando svanĂŹ svaporato nel blu. Non michied’ il perchĂŠ! Non so piĂš. Eppure mi piacque. Veniva con meper non farmi nemica per sentirsi con te piĂš amico, ti dico. O forsesolo perchĂŠ era educato. Vecchiaccio riposto chissĂ  se lo specchiogli ha mai risposto. Peccato. FriulĂ  katzetĂš patatĂ . Pensamento piĂšaccorto disvela concetti accucciati. A furia di non esser voluti… nĂŠmai bramati… scompari. Mi spazza mi spezza mi spizza mi spuzzache sposti una letter’e muti sembiante.Floride iene e cene a mezzodĂŹ. Mutare m’aiuta, inganna l’inganno.La vita… giocarla con grande magagna. Ecco! Caco coca, oca. Tagliala mela con lame: che male! As a matter of fact a cat is an act oftact. Henry ne pronònce rien si bien comm’une hache, qu’enfin ilse fache et comm’un chien il se cache. Per fugare i miei topi o il gattoo comportamenti pietosi. Miagola la mia gola. Potevo guardaresenz’essere vista. Te l’ho detto migliaia, milioni di volte. Io prevalgosul vero. Non so come spiegare. S’infettano certi che io non li vedo.Ma cazzo se vedo. Li vedo e tocco con mano ‘sta voglia deviata chehanno per me. Vogliono te e vengon con me. M’incollero, adi232CICÌro, mi piglia furia vermiglia: io so di loro quel che non sanno essistessi. Ne gongolo in petto, gonfiata, gaudiata. Le foglie? Paroledi alberi muti. Nelle foglie si coglie parabol’arborea. Ti sei vista,CicĂŹ? Inzuppata. Non temi, non strappo ‘sta pezza cisposa, ‘stostraccio stopposo. Madraccorata. Signora-dei-sette-dolori. Clug.Clup. Clut. Verminosa. Di blu velombrosa. Velenosa. Perigliosa.Quand’apprendo anch’io silenziosa? Esatto: il gatto tutto matto hafatto il patto d’esser ratto. Se dovevo finir’ a un corredo servire!Lavar’ e stirare. Mi fa compagnia? M’impegna? M’intigna? Nonspiego magagne. Bisogna tenerlo pulito-incignato. Non sai comeci sei capitato. Intendi? Comprendi? Friò. La vita va e viene, dicevala vecchia. Ad ogni neonato ripete: la vita va e viene. Ogni cambioc’inganna, ogni cambio reinganna: gioca la vita prudente-fremente.La vita si lotta; che scansi se accett’ il marasma a remare. Mi provosorpresa. La forma giĂ  appresa rispazia spaziosa. Ma ancora, nonposso negare, callosa, forma lucata-lucente che l’occh’ ingannatoriapprende.Dove l’inganno? Dove l’insidia? I topi sembrarono mici. Che dico?conigli. Se l’ ignori stai sazio, gli spazi bastanti; l’affanno ti cogliese vengon’ avanti. Straripano, stridono, irridono, occhi di sangue,insolenti- acquattati, nel lett’ affollati. FrĂŹkkete, fĂ kkete, fĂšieteiĂ hhh! Coltelli molati, baston’ appuntiti. Sparite, svanite, scellerati,sciancati! Non gioi’ e riposo nelle notti sbattute. Giochi lubrichi inlett’ accecati. FĂšiete… fĂ kkete… iĂ hhh…! Ogni cambio c’inganna,ogni cambio reinganna: ancor piĂš infossato ‘n’altro pozzo cornuto.Che credi, che dura? Sta’ certa, ritorna. Li sento grattare. Spauro?Spavento? Sseh! ShtrunzĂ  caictĂš tarapĂš. KahictĂ  kahictĂ . Kalèkkie.Non serve certezza da fuori. Non gioco, non cresco figli-sognanti.Se gioco mi gioco, mi capisce chi sa. Da sola, nĂŠ prima nĂŠ dopo, nĂŠsempre nĂŠ mai.ShtrunzĂ  katzetĂš patatĂ . Non mi pento di niente. Noi due quaggiĂš-abbasso. Il mondo si stermina a chi si estrania da vita. Finita.My life, dein leben quasi compiuta. Ma sĂŹ! Voluta l’avrei una storiad’amore felice compita: l’amore trionfante, contento, accoppiato,con sempremai, per sempre per mai. Che sempre? che mai? Checontent’ accoppiato? Di che? Hoc corpus meum: pigliate-inghiottite.Hic calix sanguinis mei: strafocate-trincate. Che credi sentissicol Don Cazzo fremente nella bocca ficcata, fetente?L’anima sbotta dentata, straniata, da me allontanata. M’indago,m’esploro. Sbottata. La notte prima, la vecch’ i conigli avev’azzannato,sgozzato, squartato. “Ah con che amore li avevo cresciuti, inCICÌ233grassati per festa, dare allegri’ al tuo ingresso trionfante nella chiesadi Dio!“ Coltell’ in gola ficcato, conigli stridenti, vit’ ingannata,fuggita. Fisso stranita. Che Dio non aiuta conigli sguarniti, bruno-vermigli di sangue cagliato? La vita lasciata, staccata, sfigliata,smorzata. Shtrunzà… katzetù… patatà… Tempi scuri. Confessomia debolezza: ci fu ‘n tempo quando le facce m’apparver’ uguali.L’un’all’altra somiglia e ciò mi scompiglia. Non c’è differenza.Io guardo, le fisso, non vedo cambianti. A me stessa ripeto: amaletutte o strappa dal petto quest’amor’invadente. CicĂŹ, dove stai?M’intendi? Io forte l’affermo: una sola smaniavo fermare. Una solavolevo violare, carpire – nei sacri recessi – penetrare oltraggiosa,remoti inviolati. Violenta. Dietro facce disfatte, sformate, sfasciate,discerne una volta l’unicitĂ . Può essere amarla. ChissĂ . Se sta. Chidire lo può? Intendi? Comprendi? Capisci, CicĂŹ? Devo il fischiofischiare? Senz’importanza la storia m’appare da un secolo fa. Nelmio pensamento mi penso domande: quandocome la faccia si volta?Tu stessa sformata, sfacciata, ammassata, bove squartato, appeso,frollato. Meglio starsi acquattati, nel tempo fluita, in vero-similistorie narrata. Ti giochi, diverti, t’inventi reale, sognante, cullata.No ro no. Meglio cosĂŹ. Noi due quaggiĂš-abbasso, prima-dopo, isolate,sfigliate. Kagliashtrò sagapĂ . Shgrunt. Io di te preoccupata.Tu a me diniegata. Mira: di tutta vita rubata, quanto poco restata!Come quando bambine, ricordi? Giragira la testa turbata, sfinita.Per terra buttata, scoprivo giĂ  te ritirata. Adagio risalgo le gambe,ti vedo di zizze scoppiata, beffarda risata. Quel riso d’ebrezza m’hapreso. Mi pare di avere compreso il ver’acquattato: “Rimira ‘stoviso, rimira, ricorda.” Il gioco dimesso, lo scrupol’esente, ti odiodetestoliberamente. Io posso odiare. Ti odio. Violenta. A quel temporavviso: la storia non parte da noi. Muta sembiante, l’idea si mutapassatofuturopresente. Se mai speri fermarla, ti sbagli. Un termineesclude. Profondo si sente il bisogno di avanti. Mutat’il sembiante,va’avanti. Ingannat’ingannando, va’ avanti. Che disastro lĂ  fuori.Noi due quaggiĂš-abbasso. Meglio cosĂŹ. Cometa tornata. Duemilsettecentoci ha messo. Solo per caso distante. Lontana-perduta,un’altra stella vagante, ignar’al presente, c’impatta: finito, frĂŹkkete,sciò. Che spasso. Che sfascio. Che splash. Che sciò.Perigli’ incombente d’univers’insidioso. No ro no, meglio cosĂŹ.Noi due quaggiĂš-abbasso. ‘Sti vecchi pensieri m’hanno sfinito. Neltempo fluito restiamo marciti. Ti ricord’il fissato? Nottate perdutenel letto! Pensiero-smarrito in gravitĂ  rallentata. Quello, baffetto,l’elegantino, quello fissato col bigliettino. Scriveva, scriveva. “CisarĂ , ci dev’essere legge terrena per cui ‘l pensier’ al peso ci scap234CICÌpa.” Scriveva, scriveva, giorno-notte pensava. TrĂ kkete, pĂšffete, innotte piĂš nera te lo vedo giĂ  in alto merd’e tutto saliva. Nah, cade,mo cade. No s’alza, ripiglia, giĂ  vola, va via! Ritorna! Che importa,faccia di merda, vuotavacante! Il vuoto che esprimi, certezza mi dĂ .“Non posso, mi vida, mi amor, mi corrĂŹda! Il pensiero ci ha peso: ilpensante… pesante. Capisci? Se lo svuoto vacante, volo all’istante.Bye bye, mon amour!“ Requi’ etern’ a te pure, errante-cacante. ‘Stivecchi pensieri m’hanno sfinito. Nel tempo fluito, restiamo marciti.ShgrutupĂšm, turupĂšm, pum pum… pum. Proprio capisci? Tipiace? ShgrutupĂšm, turupĂšm, pum pum. Hoc corpus meum: pigliate-ingoiate. Hic calix sanguinis mei: strafocate-trincate. Giustalezione di realitĂ . Se sensata foss’io, aprir mi dovrei a ciò che sarĂ .Quel che fu ce ne fotte. Mi sbalorda trovare parole per strazio cheaffiora, mi sborda. Il verbo non spiega nĂŠ mondo nĂŠ morte. Verboche muta ti fotte a parole. Parol’in parola torna sfacciata, sformata,ignorata. Nihil esse. Ciò ch’è stato rimane-sarĂ . UiktĂš, shtraikanshtrĂš,diktĂš. ShtrufanciĂš, diktĂš, diktĂš, utkĂš. TzaiktĂškruitzkciĂš,scktzlusciĂš. PerchĂŠ farti dovrei una veste banale? Mi adira saperlonon mio. Dur’ a cercare, piĂš dur’ a trovare. Una vest’ inventata,ogni linea pensata, differenziata. La vecchia m’ha dato le regole sue?Non voglio, rifiuto regol’ imposte. Non contro natura, ma contronatur’ inculcata. Il pensiero m’arrid’ e chissĂ  dov’ arriva. Nella gioiasiam vive! CicĂŹ vieni qua. Suvvia, danziamo. La speranza è il riflessodi Dio sul volto dell’uomo. Vuol dire? mi rappresenta? Sperar disumanaogni merda di uomo? Non intendo nè vedo collegamento.Che silenzio lĂ  fuori! Rimira, sorella! Hush. CicĂŹ, dove stai? Tutt’inzuppata, infracidata. Vuoi essere tanto di mazzate sfessata. C’eraun tale, uno sposo, all’aspetto inquietante: occhi a palla, da occhialischermati; non ride, sghignazza quando versa il vino del nero piĂšnero in coppe di razza. “Per primo? Piccione?“ “Secondo? L’uccello?““Per frutta, la fica?“ “A te la banana o il cannolo infarcito?“ Sisguaia con gli ospiti e mira la sposa. Lei avvampa, schernita, sforz’un sorriso. “Un regal’ agli sposi abbiamo portato: coltell’ e forconeper carni arrostite”. La sposa di ros’addobbata, s’industri’ ad estrarreil coltell’ affilato, con ditini maldestri, manuzz’ ingoffite. Lo spososmaniava: “Facc’ io, st’a vedere.” Con mano piĂš esperta, tira fuor’ilcoltello, rimira la lama, la struscia sul dito, la sfiora, l’ammira incontemplazione. Soffiando-sbuffando, vermiglio mattone: “Lo senti,tesoro, com’è bell’appuntito?“ Mezzanotte batteva… CicĂŹ, oradormi? La veste ti faccio come promesso: scollata sul seno, la vitarialzata, spalline-sospesa. Di Dio spera è riflesso sul volto dell’uomo.Di potere saputi, angeli prendon’ orgogli’ e superbia. SalĂŹpece.CICÌ 235“Signore, è l’amore che fa tanto soffrire?“ “SĂŹ. L’amor piĂš l’amore.”SĂŹ, ma che amour? Che love? Che liebe? Noi ‘nvoltolate, nell’attesaattardate, speranzose nel principe azzurro… celeste, pur avendocapito ch’ è un falso partito, che un mezzo-melone ci è capitato.Nessuna che dica: che mezzo-melone? Io valgo la luna, io vogliotutto. Femmin’ e rospi baciati a milioni, cuorĂŹ incantati, rospi svagati.Ingannata-frodata.Rospi rosposi rovina-rognosi restarono tali. Uno solo mutato, dibotto passato a fare la tele. FĂ kkete bĂšgghete fĂŹkkete shgrĂšndeteshgrĂšffete shgru. C’era una volta… confesso riscatto di vita ho sognato.Il sogno è giĂ  tale se privo di patti con vita reale. La poesianon è tale se mi screo immortale. Disse il poeta sognante-fiorito:“Vieni a teatro, nell’etern’ apparire!“ Ti prendo in parola! Di suonirivestimi, certezze reinventa. Il poeta cullato, in fuga-svegliato, milascia nell’eco di parabole perse. Lancial’ in alto, piĂš alta che puoi…nĂŠ faccia, nĂŠ volto, nè prima, nĂŠ poi. Occhi di luce non oso guardare,mi guardan lucenti e torno a sperare. Capisci? Comprendi?CicĂŹ, dove stai? Devo fischiare? Son certa che un giorno mi guardie m’intendi. Shgru-shgrunt tutto il giorno dentro le orecchie, dapprimaleggero, poi presente-costante. Shgru shgrunt nelle orecchiem’assilla assillante, shgru-shgrunt dentro il sangue mi pulsa pulsante.Ti lotti ti muti ti smorzi ti spezzi ti svuoti. Noi contente-vuotatedi contenuto. Palle sfollate palle afflosciate. Vortici venti violenti.Viluppo di foglie sfinite, svilite, svolate. Voglie finite. Che faccio dime intenerita da notti stellate? C’era una volta… una volta… unavolta… mi vede sul tempo chinata… da luna cullata… parole…parola adamantina. Hush. SalĂŹpece. L’amore deflesso m’arriva daspecchio specchiato riflesso. Mi dico-ridico: resisti. Son sciocca macredo ch’esiste. Resisti. Succede! Vedrai. Che bestie curiose le falsesperanze, la gente sognante! Le guardi dappresso, le scopri deluso,di grana grossa, grinzose. Basta saperle? T’illudi. La gente piĂš illusaè figlia reale del presunto essenziale. Un nodo alla gola m’assilla,mai lieve-librata da voglia d’amore. Nel fondo resiste incarnatonei giorni. Rospo cisposo, l’idea mai s’eguaglia, le parole son motafranata. Il vero raglia alle orecchie, strigliate da regole mute, reseopache, stranite. “Parole?“ “Oh, le par?“ “Parole?“ “Le paro.” L’orsapersa stesa sul dorso si volse sul torso si tirò un morso chiese soccorsoprese di corsa la borsa e s’immerse nel terso universo da rimorsoriarsa. L’orso rincorse. “Orsa, orsa!“ Risorse bevve un sorso. “Orsa,orsa! Riposa! Ora so cosa si posa sul vaso della tua anima rosa!“ Leporse una rosa… innumeri fole cullate, lagne sognanti. Nel tempofluito restiamo marciti, speranze smorzate, forse-forse mutate. Mi236 CICÌdico-ridico: voglie finite, riposa, stai quieta. Di cosa? Nel blu sirimbalza un rosso vermiglio, forma inviolata la notte scompiglia,di quiete mi sfiglia. Il mantello legato a caviglie si gonfia di vento,anfora-forma si leva leggera. Nah, cade, ora cade. No s’alza, ripiglia…il vento si placa, la gloria ritorna in form’ incarnata, pesantebramata.Shgru-shgrunt. CicĂŹ, dove stai? È’ parlare reale o sognato?ChissĂ ! Se sapevo… scordato. ShtrunzĂ  katzetĂš patatĂ . Kalèkkie.L’ho sempre saputo di me: sventata, non primadopo, sul ciglio, nonpadri ma figlia sfigliata. Storie inventate per farvi dispetto, a te, lavecchiaccia, alla vita. CicĂŹ, statti quieta, stai serena con me. Questapena dolente sta profonda inculcata, cocciuta, dormita, stranita.Ciò che sta tutto il tempo veduto, non vedi si sta ben celato. Noro no meglio cosĂŹ noi due qu’abbasso. Noi due primadopo. Kaiktò.Sai che c’è? Ti fardo di qua, ti rimmelo lĂ  e poi ce ne andiamo. Tuchiedi: ch’è meglio tra chi rest’ e chi va? Nel tempo fluito restiamomarciti. Storie distorte. Corso morso torso morto torto corto portosorto aborto…aborto… shgru shgrunt.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 237RINGRAZIAMENTOI testi teatrali in dialetto qui riportati non sarebberero maiesistiti senza “i Baresi”, il gruppo di amici, incontrati il 6giugno 1971.Di quel percorso parlo diffusamente nel mio contributo aAttraverso il Teatro, ed. Dal Sud, Modugno, 2004.ELENCO SPETTACOLI de I BARESIA La Pòste: Sportèlle Penziòne, farsa in un atto con untempo introduttivo di fiabe, canti e poesie del popolo pugliese.Interpreti: Annamaria e Marisa Eugeni, Rosa Ferli (Lavacca),Maria e Vincenzo Ventrella, Pino Tempesta,Gennaro Marciano, Giuseppe Solfato.Scena e Regia del Gruppo.Anteprima: Circolo Ricreativo E. N. E. L., 23 marzo1972Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 29 maggio 1972con assistenza tecnica, effetti sonori e luci di Gianni Bellomo,Gianfranco Carbone e Peppino Losito.La Fèste De SĂ nda Necòle, ricerca di gruppo in sette quadrida un’idea di G. Solfato.Interpreti: Marisa Eugeni, Maria Teresa e VincenzoVentrella, Rosa Ferli, Roberta Pepe, Gennaro Marciano,Pino Tempesta, Giuseppe Solfato.Bozzetti di Maria Teresa Ventrella.Scena e Regia del Gruppo.Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo, GianfrancoCarbone e Peppino Losito.Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 22 gennaio1973.238 TEATROLa Patròne, un atto.Interpreti: Marisa Eugeni; Maria Teresa Ventrella; AnnamariaEugeni; Donatella Nocera e Pino Tempesta.Costumi del Gruppo.Scena e Regia dell’autore.Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 9 dicembre1974.Un Fatto: Bari, 27 aprile 1898, due tempi.Interpreti: Marisa Eugeni, Maria Teresa Ventrella, Silvanae Paola Lavermicocca, Lucrezia Lamberti, DonatellaNocera, Piero Dell’Erba, Leonardo Scorza, PinoTempesta.Costumi del Gruppo.Musiche di M. T. Ventrella e G. Solfato.Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo.Scena e Regia dell’autore.Prima Rappresentazione: Sala B del Padiglione dellaCassa per il Mezzogiorno – Fiera del Levante, 3 aprile1977.Per Donna Sola, monologo in un atto.Interprete: Marisa Eugeni.Assistenza Tecnica e Luci di Piero Dell’Erba.Diapositive di Pino Tempesta.Musiche di Berio, Fox e Jagger, New Order Fact, Eno.Scena e Regia dell’autore.Prima Rappresentazione: Libreria Foyer, 23 ottobre1982.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 239

 

Una risposta a “TEATRO UN PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre)”

  1. il futuro è formato da ‘avere a’, non ‘avere da’. non c’è, dunque, elisione della ‘d’

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