TEATRO UN PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre)

TEATROUN PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) GIUSEPPE SOLFATO CASA STORNAIOLO
INDICE

Qualche nota di ortografia e fonetica 5A la Pòste: Sportèlle Penzione 11Il dialetto perché 63La Patròne 91Un Fatto: Bari 27 aprile 1898(La Rivolta del Pane) 131Per Donna Sola 171Cicì 197Ringraziamento – Elenco Spettacoli de i Baresi 2374 TEATROPERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 5QUALCHE NOTADI ORTOGRAFIA E FONETICASi è tentato, per quanto possibile, di riprodurre il suonodel barese nella sua correttezza grafica e sintattica.L’esigenza nasce dal fatto che questa lingua manca diuna tradizione scritta certa e diffusa, così come, invece, accadeper altri dialetti italiani (napoletano, veneziano, ecc.).Gli stessi autori colti, da Abbrescia (1813 – 1852) in poi,per lo più caratterizzati da una produzione poetica – manon solo -, fanno uso di una grafia individuale.Il risultato è che, nei documenti scritti, sempre più abbondanti,degli ultimi decenni – in coincidenza con unamaggiore diffusione del teatro in vernacolo e di spettacoliproposti dalle televisioni locali – regna una sorta di licenzalinguistica prossima all’anarchia. L’impressione più certache se ne ricava è di improvvisazione, gratuità e, talora, divera e propria sciatteria.Così, uno dei problemi annosi e irrisolti è la riproduzionedel verbo dovere che formalizza anche il concettodi futuro; una voce, quindi, particolarmente importante.Si tratta del verbo avere da.Te n’ha da sci’=Te ne devi andareNe consegue, perciò, che quando la preposizione dasi contrae in ‘a, l’elisione sta ad indicare la caduta della d,per l’appunto.Ce havìm’’a fa’?=ce ham’’a fa’=che dobbiamo fare, chefaremo?Nello specifico, la voce havìme è esemplificativa di treordini di idee di seguito adottate:1) la h iniziale, sempre assente altrove, qui viene indicatasolo per segnalare la presenza del verbo avere in tutte lesue voci e forme; è muta;2) la e, quando non è accentata, è sempre muta; la sua6 TEATROpresenza, sia nel corpo che in finale di parola, produceun suono cupo, indistinto, assai simile alla e rovesciatadell’alfabeto internazionale.La è è sonora; sta anche per l’accento tonico della parola,in assenza di altra vocale accentata (qui è la ì).La e congiunzione è sonora; lo è, parimenti, la e di ehio meh (sollecitazione al vocativo=su, dai!);3) havìme si contrae, talvolta, nell’equivalente hàme.Si dà qui, a mo’ di esempio, la coniugazione per interodel presente indicativo e del passato remoto di Have’ dascrive (dover scrivere):J’hàgghje o j’h’’a scrìve;Tu ha da scrìve;Jìdde – Jèdde hav’’a scrìve;Nù ham’’a scrìve;Vù havìt’’a scrìve;Lòre hònn’’a scrìve.Jì havìbb’’a scrìve;Tu havìst’’a scrìveJìdde – Jèdde havètt’’a scrìve;Nù havèmm’’a scrìve;Vù havìst’’a scrìve;Lòre havètter’’a scrìve.Val la pena di notare che, al passato, è più comuneusare il passato del verbo essere:Jì jèv’’a scrìve;Tu jìv’’a scrìve;Jìdde – Jèdde jèv’’ a scrìve;Nù jèmm’’a scrìve;Vù jìv’’a scrìve;Lòre jèven’’a scrìve.I suoni dolci e aspri di c e g seguono lo stesso andamentoche in italiano. Tuttavia, l’indurimento di ci e ce viene,qui, indicato col k:kiami’=guarda (imper. tronco);ke tè=con te.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 7Il raddoppio consonantico ha luogo con l’introduzionedi una c:ackiamìnde=guarda (imp. esteso).Si è scelto di non elidere e quindi lasciare ce e ge perintero davanti ad a o u per non incorrere – alla lettura avoce alta – nel suono duro.Si noti, poi, che ackessì (così) viene contratto nel piùsemplice axì o xì.In quanto a sci, sce, si è ricorso alla grafia sh solo quandoesso precede una consonante.Dunque: sciàte (andate), fernèsce (finire) ma shcùte (sputa).Una certa attenzione, richiede l’uso di j; di sicuro vieneaccettata la grafia di jì=io, di jè=è e di je in finale di parolaper la riproduzione di un suono riconducibile al mouillè, acausa della presenza della e muta:fìgghje=figlio/a; vèckje=vecchio; èckje=occhi (ma esisteanche il plurale òckiere).Di fatto, lo stesso segno grafico andrebbe adottato perriprodurre il suono allungato che si produce frequentementequando la i incontra una vocale:jòsce=oggi; jàckje=trova; ecc.Allorché questo suono non è presente, viene qui usatoil segno grafico della i:p’ ackiàrte=per trovarti.Riguardo al ricorso all’elisione, l’infinito che segue ilmodale è stato scritto sempre eliso ad indicare la desinenzamancante o per distinguere due voci omofone:pòte mangia’=può mangiare;uè camena’?=vuoi camminare?;se n’hav’’a sci’=se ne deve andare;se ne scì=se ne andò.Non c’è elisione nei casi in cui l’infinito è in sé completo(per lo più si tratta di verbi che in italiano appartengonoalla II declinazione):dìsce=dire; scrìve=scrivere;pèrde=perdere.La i iniziale seguita da m o n è sempre elisa:‘mbratta’=imbrattare;‘nzeva’=sporcare;8 TEATRO‘nderre=in terra.La negazione non è stata scritta quasi sempre per intero,anche quando non è pronunciata come tale:no(n) vògghje fadega’=non voglio lavorareo quando si scinde in no+nno(n) nge vògghe=non ci vadono(n) nge u dìgghe=non glielo dico.In effetti, qui c’entra la struttura di nge, avverbio e particellapronominale, come da esempi; la presenza della n inizialeinduce, nella negazione, alla contrazione di non in no.Si noti che la locuzione ‘ndàdènze=non badargli, nondargli retta, dovrebbe, più correttamente essere scritta:‘nd’adènze. Nella lingua parlata viene avvertita come espressioneunica. Alcuni parlanti pronunciano addirittura:dàdènze; lasciano cioè cadere la n iniziale pur intendendonela negatività. Così, pure per il più breve: dade’.Altro discorso, invece, è per l’equivalente: non ngedànn’adènze, che, logicamente, va scritto per esteso.La medesima contrazione potrebbe essere adottata persènzòmène=senz’altro (sènz’au mène).Infine, si veda ‘nzìa-mà= non sia mai (pronunciato, ormaizìa-mà).Il raddoppio consonantico iniziale è stato volutamenteevitato per dare linearità e nitidezza alla riproduzione deisuoni.In tal senso valga la lezione del toscano che scrive checosa ma pronuncia che ccosa.Quindi scriveremo u rè per la pronuncia di u rrè maddò e ddà=qui e lì per distinguerli dagli omofoni do (due,davanti a sost. femminile) e da (prep. ) o dà (dai, pres. ind.II pers. sing. di dare).Però scriveremo dù (due, davanti a sost. maschile) diversoda du=de+le; analogamente: mà=mai in opposizione ama=avversativo.Ancora:Ddì=Dio; di=giorno; dì (imp. di dire);a vvì de=a forza di; la vi=a strada; la vì?=la vedi?;PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 9sì (affermazione); si=sei (ind. verbo essere).So=sono(I pers sing. e III plurale verbo essere); sò=suaQualche parola va spesa anche per la trascrizione foneticadi due consonanti così problematiche come la b ela z.In molte parole, la b iniziale viene pronunciata esattamentecome in spagnolo. Bisognerebbe, pertanto, trascriverlacon il segno grafico bv ad indicare la velatura labialeche pronuncia quella consonante facendo passare l’aria trale labbra:u bvàse=bacio;la bvàrve=la barba; U bvàse-necòle (uvasìleke)=il basilico.Di fatto, per una questione di agilità nella scrittura eper evidenti ragioni evolutive del linguaggio, si è scelto diabolire la b iniziale e scrivere direttamente la v.Quindi sarà:u vàse;la vàrve;u vàse-necòle (u vasìlike).Tuttavia, alcune parole hanno finito per acquisire ladoppia pronuncia: è il caso di biànghe e viànghe=bianco.A tal proposito si noti anche pròbbete=proprio che s’abbreviain pròbbe e pròbbje.In quanto alla z, bisogna precisare che lo stesso segnografico sta tanto per il suono dolce (v. l’italiano: rosa) chequello duro (it.: zucchero).Per la corretta pronuncia si dovrà necessariamente farriferimento ai parlanti.U ziàne=suo zio (dolce);U zùckere=lo zucchero (aspro).Tutte le parole sono state scritte con l’accento tonico.Queste note, senza avere la pretesa di essere esaustive, indicanoche un impianto sistematico, di carattere graficosintattico,può – e deve – essere organizzato intorno allalingua barese.10 TEATROAVVERTENZALe traduzioni in italiano delle parti dialettali che appaionoin nota a A la Pòste: Sportèlle Penzione, La Patròne,Il Dialetto Perchè e Un Fatto: Bari 27 aprile 1898 sono veree proprie traduzioni di servizio.L’italianese, mi si passi il termine, di Per Donna Sola e Cicì,sta per il tentativo di ricreare in traduzione tanto il dialettoarcaico del primo che la lingua inventata del secondo,pur nel rispetto della letteralità. In entrambi i casi, va detto,molta della malia dei due personaggi monologanti vainevitabilmente persa, in quanto essa risiede proprio nellaqualità della lingua originale in cui esse si esprimono. Maquesto, credo, sia il nodo mai sciolto che costringe tutte letraduzioni e le trasposizioni.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 11A la Pòste:Sportèlle PenziòneATTO UNICO197112 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEAVVERTENZAQuesto copione è inteso come canovaccio da allargare intutte le direzioni che l’allestitore riterrà opportune perle esigenze poste dalla propria messinscena, fatta salva lastruttura dell’opera.PERSONAGGIImpiegata (I)Popolani: Taresìne (T), Jannìne (J), Colìne (C),Roccùcce (R), Vecchio (V)Lo studente: Felùccio (F) o Olimpia (O)Lo Spettatore (S)SCENAUn enorme sportello, dietro cui l’impiegata siede pigramente,intenta a sfogliare le proprie carte.In disparte se ne sta lo Spettatore, seduto.Inizialmente, la coda di popolani è disposta nell’ordine: Taresine,Coline, Roccucce, Vecchio.Borbottano all’indirizzo dell’Impiegata.Entra Jannine con un bambino in braccio e la borsa dellaspesa.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 13VECCHIOEhi, la me’! U sòle assècke le kiacùne, u vìnde jàbbrele pertùne… e u rèste u sa.ROCCUCCESperiàme ca scàmbe, kemba’, ca jè sceròcke jòsce.COLINEAngòre s’hav’’a mòve!TARESINESèmm’ a mènzadì nge hav’’a redùsce! E meh, fìgghje,fa sùbbete!VECCHIOU mèse ce tràse, venèsse jèdde e prevàsse! No nge vòlecrète ca ddò, do dèscetere prime de le cambàne ten’ha da meni’ p’ackiàrte giùste ‘mbacce au piàtte…ce t’ackembàgne la màne de Criste… ce t’ jè buène.TARESINEEhi, kemma’ Jannìne! Si arrevàte? Me crenzève cajìve morte stamatìne! Madònne! Totta ’mbòsse!kèss’alde! cu pecenìnne ‘mbrazze e sènza ’mbrèlle!Ce jè, st’a kiòv’ angòre?JANNINENo, m’ha pesciàte u acìdde! Crìste s’ha spendàte lapertèdde stamatìne!TARESINEEh, Madònne! ca ce so dìtte?JANNINELe fessarì ca dìsce sèmme segnerì.TARESINEVìne, vìne ddò appìrse a mè ca stògghe kiù ‘nanze.(Jannine fa per avvicinarsi).COLINEEeh! E segnerì addò uè sci’ ke la salute?JANNINEE a segnerì ce te canòsce?VECCHIOMa kiami’ kèss’àlde! Se n’ha menùte ke le fiùre‘mmane e nesciùne ca l’ha ‘mbetàte!14 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINEJì le fiùre le tènghe ‘mmane; megghièrete le tène‘nànze… e appassuàte.VECCHIODi’ gràzzje a la Madònne ca si fèmmene, osenò…!JANNINEOsenò ce ha da fa’? Sìnde a mè, allìvete da ‘nànze cafàsce jòmbre.COLINEEh, uè sendi’? Fèmmene o non fèmmene, stàttedrète. Si arrevàte dòppe e ddà jè u pòste tu.ROCCUCCEJè giùste axì.VECCHIOC ’affòrze. Ddò s’hav’’a fernèsce ke tùtte sti pripotènze.La còte jè la còte. Ce arrìve dòppe se mèttedrète. J’ hàgghje rasciòne, signora ’mbiagàte?IMPIEGATASilenzio, là dietro. Silenzio. Procediamo.JANNINEX‘Nzomme, me uè fa’ passa’?ROCCUCCEArrète! E rùzzue…JANNINETu, t’uè sta’ cìtte? Ce t’ha ‘mbetàte? Stàtte au spùndede càste, àlde ca vìne a freca’ le terrìse du govèrne.TARESINEMène! Facìtela passa’. Ce la stat’a fa’ gròsse! Namàmme de fìgghje e la trattàte a sta manère? E po,nge j’h’’a dìsce nu fàtte.ROCCUCCEE percè, no nge u puète dìsce daffòre?COLINEGiustamènde.TARESINEIih, Mado’! Come sta fetùse cuss’àlde stamatìne. EA LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 15ce còse jè! Te sìnde le delùre de vènde? Come ca jèla prima vòlde!VECCHIOE appunda per questo, cara comma’ Tarèse, memèravìglje de tè ca sèi tànda na bèlla crestiàne ke lecìrkje ‘ngàpe. L’ham’’a fernèsce… e buon Dio, ackemenzàm’a mètte nu bò d’òrdina. Cossenò, ddò,a le pìsce nge ne sciàme!IMPIEGATASilenzio là dietro!JANNINETànne ca uè arregetta’ ddò, percè non ackemìnzeda jìnd’ a càste? E no ca megghièrete s’u sta’a svendescia’de la matìne a la sère ‘nanz’a la pòrte, a sprua’ lefàtte de le crestiàne e u petresìne ca crèsce! ca crèsce!VECCHIOAllòre, jè ke megghièreme ca nge l’ha? E allòre meuè forza’ a sci’ a dìsce ‘ngock’e paròle a marìtte? Eallòre tu te uè mètte ‘mènz’a le uà, stamatìne?JANNINECe nge ha da sci’ a dìsce? Ehi! quànne tìne da dìsce‘ngock’e còse sop’au cùnde mi, apprìme t’ha da stescia’u mùsse e pò t’ha da pelza’ u cùle! E mo, so’ dìtte,allìvete da ‘nanze, ca m’ j’ h’’a sbrega’. Jì, acquànnejèsseke da ddò, non me ne j’ h’’a sci’ jìnd’a la candìne,a fa’ u mìnze lìtre o ‘mènz’a la kiàzze a fa’ càrte. Jì,acquànne Crìste u kemmànne, j’h’’a sci’ a fa’ la spèsee po tènghe da kecena’ e jìnd’a do jòre, le Sàndere duParavìse, asselùte, sàpene u tramòte ca tènghe da fa’.VECCHIO (Allo Spettatore)C’axì la mètten’a kèdde: kemma’ Tramòte.JANNINEE kèdd’àlda remmòdde!(All’impiegata) s’hav’’a mòve?COLINEMène, uè sendì’, kemba’? Falla passa’. Osenò, kèssaddò, non la fernèsce kiù.16 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEROCCUCCEMa sì, sìne, pàsse. Com’a tòtte l’àlde vòlde. Ma ce tene vìne arrète tarde, n’àlda vòlde, te j’ h’’a fa’ vede’ jì!VECCHIOMo jè, pe sanda pàsce de Crìste, pàsse, va. Peròarrecùrdete ca non ze fàsce axì. E buon Dio, umbò d’ ordine ngi vuole, senò, ddò, a le pìsce sciàm’a fernèsce!JANNINEArrète ackemìnze? ‘Mmòcke! Sèmme da drète repìgghjele fàtte. E po, ce pròbbj’ u uè sape’, nonjè tànne pe mè ca velève passa’ ‘nanze, m’ha stàtekemma’ Taresìne ca m’ha kiamàte, ca m’hav’’a dìscenu fàtte. E po, bubburubbù, stògghe pùre cupecenìnne ‘mbràzze.VECCHIOE hav’ackiàte la pèzz’ a kelòre.ROCCUCCENa vòlde tène u pecenìnne, n’àlda vòlde la vènde, lavòrze de la spèse…IMPIEGATAMa inzomma, silenzio là dietro. Non mi fate raccapezzarenulla. E via! L’avete fatta questa cota? Ognivolda è sembre la stessa solfa. Finiremo col metterele tranzenne. Ma è una questione soprattutto di…di coscienza civile, ecco. Han ragione, poi, gli stranieria qualificarvi angora come barbari. E che diamine!Neppure una cota ordinata sapete fare! Cheschifo!JANNINENah! ce st’a gastème kèdde? Ce v’ackiànne?COLINESàcce… non zi càpe-de-pèzze, sìme sènza kesciènze…ROCCUCCECom’ jè, kemba’, nu sìme rabbàrbare? Ma ci jè,hav’ assùte màtte, kèdde?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 17COLINECe sàcce! Ce nge ne ‘mbòrte a jèdde ce nu stàm’ afa’ la còte o no?ROCCUCCEO ce non zapìme fa’ la còte? So fàtte nèste.JANNINESìnde a mè, la me’, vatt’a cùlke, va, ca jè kiù mègghje.Pìnze a fadega’, ca nge ham’’ a sbrega’.VECCHIOMène ca hjàve rasciòne, kèdda poverèdde! Sièto namòrra d’alfabète.COLINESìnde a cuss’àlde spetàle, sìnde. Nge shcùtene jìnd’al’òckiere e jìdde s’allèck’ u mùsse. Allòre, hjàve rasciònekemma’ Jannìne, ca segnerì si cavallìre!TARESINEMa ‘nzòmme, l’havìt’’a fernèsce, stamatìne benedètte?E ce sìte mangiàte, u cùle de la gaddìne?Avàste! Jì stoggh’ a crepa’. ‘Mbiagàte, scrìve, ddà,segnerì! Pìnze, fìgghje, ca jì sòffreke d’attròse certefecàte:jòsce, stògghe tòtte nu pìzze de delòre…ROCCUCCE (Facendosi avanti)U stèsse jì, kèssa gàmme, ke cùsse tìmbe…IMPIEGATASì, abbiamo fatto l’ambulatorio comunale di quartiere!Piuttosto ricomboniamo le file, su!ROCCUCCEVelève sape’ ce non le tène pùre jèdde le delùre.TARESINE (A Roccucce)Stàtte cìtte, ammuzzìsce.(All’impiegata) Scrìve, figghje, ‘ndann’ adènze a kìdde,ca mo le mèttek’a pòste jì. E ce ha ‘ndrevenùte?Tòtte stamatìne v’havìt’ ‘a scetta’ le fòrme ‘mbàcce?Camìne tu, Janni’, vìne ddò, sìnde, sìnde ce te tèngheda dìsce. Ha da sape’ ca… (Abbassa la voce)JANNINECe me so’ stangàte! Stu kernutìdde te strònghe devràzze!18 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE(A Coline) Meh, kemba’, tenamìue tu, u peceninne,c’a cùdde (Indicando il Vecchio) no nge u vògghjefa’ tene’! ke cèrte crestiàne jè mègghje a non have’nùdde a ce nge fa’.COLINEMo, pùre u pecenìnne?VECCHIODànge nu muèrse de kemmedènze e kèdde se pìgghjeu dìscete ke tòtte la màne.JANNINEEh, a tè jè: uè sendi’ ce te dìgghe? Vaffangùle, va!VECCHIOOooh! E sciàcquete de dìnde!JANNINEEh, u me’, mo me si rùtte pròbbje…(A Coline) e tu, auànd’ u pecenìnne ‘mbràzze. Ammò cete stànghe dangìue a ‘mbà Roccùcce. E non fiatànne.VECCHIOKèsse jè l’Itàglje! Ce spènge de kiù pàsse ‘nànze, e ceallecuèsce kiù fòrte se fàsce sendi’. La dettatùra ngevelèv’ arrète!ROCCUCCEUhhh, ce la st’a fàsce gròsse!JANNINEBbùuumme!TARESINEHònne scettàte le pàll’ a la Meràgghje!VECCHIOLe pàlle de marìtte!JANNINEVastàse!IMPIEGATABeh, a questo pundo io non vato più avanti. O lasmettete voi o la smetto io e chi si è visto si è visto,stamattina benedetta.JANNINECi jè? “Non vàte più avànde?” Pe kidd’e quàtteA LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 19terrìs’ affetesciùt’ e fràscete ca m’ha da da’? Fa lapròve, fa. Sta desgrazziàte! Tènghe tatà acceppenàtejìnd’ a nu lìtte da quatt’ànne… e càke e pìsce, e ngeha da da’ a mangia’. E ce u tènghe pe le bèll’èckje devesserì? Vi’ ce te sbrìke, vi’, e no ca me si fàtte pèrdegià mènz’ore. Percè, ce se mettève la lègge ca tòtte lemàmmere de fìgghje havèvan’’a jèsse servùte ‘mbrìme,tòtte sti kiàckjere non zeccedèvene.IMPIEGATAAh sì? Bene, ora chiamo il direttore.JANNINEEh kiàmue, kiàmue, sa ce pavùre ca tènghe jì du direttòre!Nah, kiami’ ce me fàsce tremua’ u direttòr’a mè.TARESINEMène, no, segno’! E ce jè, adavère jè u fàtte? kèdde,kemma’ Jannine, jè adaxì. Non dène cìggere‘mmòcche, nge piàsce a parla’, ca nge piàsce a parla’.Mène fìgghje, assìdete! (A Jannine) Ehi, a tè,l’ha da fernèsce, ah?VECCHIO (A Jannìne)Kèdda lèngue, non ze l’attàcke mà ’ngùle!COLINEMeh sì, stàmenge cìtte! Osenò, kèdde non pàghe.ROCCUCCESì, sì, fernìmele! E segnerì, (Al Vecchio) non zifacènne “Col’ e pìgghje da drète e sèmme nu Crìstejè pàdro mì.” Stàtte cìtte ca càmbe cìnd’ànne.JANNINECìnd’ànne? E ce s’u hav’’a serkia’ a cùdde, cind’ànne?(Pausa)VECCHIOMa a Milàne, a Milàne sti còse non zeccèdene!TARESINEEhi, kemba’, a Milàne jè Milàne, ddò jè Bare e kiamendàmengele quàdre nèste.20 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINECa so bèlle, so!ROCCUCCEEhi! Non pe sape’ le fàtte tù, ma pe regolàmme lekìdde mì: acquànne mà si sciùte a Milàne?COLINEU ha vìste sop’a la cartollìne.VECCHIO (Trionfante)La tèlèvisiòn’ u ha dìtte.TARESINEE fàmme sape’, ke la salùte, quànne mà si vìste latrèvvisiòne, segneri’?VECCHIOMeh, percè? Nge l’ham’ accattàte, ca nge l’ham’ accattàte.JANNINESe l’honn’ accattàte? E fàmme sape’: ce se la st’akiànge? Ah, u ràshke! Bèlle, lènghe-lènghe! Ce sobèlle le cambiàle, kemma’, sop’au comò, pe soprammòbbele,jùne sop’all’àlde.VECCHIOTu non de ne frecànne, ca sta pagàte.JANNINEIiih, ce me dìsce, còre mì!VECCHIOSì, sta pagàte. Fìgghjeme, sìnde, signora ‘mbiagàte:u uagnòne de fìgghjeme, non za? Cùdde ca sta a laGèrmànje, a la Dòcce-lànde; ‘mbiagàte, jì ci ho unfiglio a la Dòcce-lànde, a fadega’…JANNINE (Interrompendolo)Ce anòre a la casa nòste!VECCHIOAllora, come te stève a kenda’, signora ‘mbiagàte,quelli, u uagnòne de fìgghjeme, quelli, bèllo-bèlle,m’ha mannàte i soldi drèndr’a la lèttere e ha scrìtte- ca fìgghjeme sàpe scrìve – cùdde ha scrìtte axì:“Carri papà e carri màmme…A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 21JANNINE (Interrompendolo)Salùt’e bàggje.”VECCHIO“Carri papà e carri mammà, kìsse terrìse so pe…JANNINE… so pe l’autobùsse.”TARESINECe si desgrazziàte! Stàtte cìtte, fàue parla’.VECCHIO“kisse terrìse so pe la tèlèvisiòne.” E nù nge l’ham’accattàte,ca nge l’ham’accattàte. La tèlèvisiòne. Nù.‘Ngondànde. Nù. Jùne sop’all’alde. Nù.JANNINENah! Sti sòrte de frùshcue: se l’accàttene e s’u tènenecìtte cìtte… Ammò ce la vègghe, kèdda sorte defrellìne de megghièrete!VECCHIOMegghièreme! petèv’ammanga’?JANNINEEhi! A sta’ mùsse ke mùsse e màngh’ a dìsce nùdde.Pròbbet’ accòme all’anemàle!COLINECe te petìv’aspetta’ da crestiàne com’a kìdde?ROCCUCCEPercè, crestiàne so kìdde?TARESINEE ce nge perdèv’ a dìsce de scill’a vede’ a la sèra-a la sère!Ahh! mo me sbiaghèsceke tànna còse, kìsse so l’àrje cange dàme da nu muèrse de tìmb’ a kèssa vànne.JANNINECapìte, Tarèse? Pedènne, pedènne la frùshkue s’hamettùte u cappìdde l’àlda di!TARESINEIih! Com’jè, u cazzellètte?JANNINENon za nùdde? Sìnde, sìnd’u fàtte. Jì stèv’ a lava’‘ndèrre ‘nanz’a la pòrte. La vidìbbe de passa’, tòtta22 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEtèsa-tèse. Jì, mo, la velìbbe sfòtte nu muèrse, mano-cèn-dè-mèn-de, sòre, no-cèn-dè-mèn-de.TARESINECe si disonèste!JANNINENge decìbbe: “Ehi, a tè! Addò te ne st’a va’ ke lascazzètta ‘ngàpe? Ce jè? si vengiùte, la sisàl?”TARESINETu, po, ce si sprudènde! Si parlattèr’assà!JANNINEEhi, ca ce so dìtte de màle? Sìnde u rèste, mo. Kèddakièna-kiène, apprìme s’ackiamènd’atturne, pom’appògge l’èckje‘nguèdd’a mè, manghe m’havèssevìste la prima vòlde e assùtte- assùtte me fàsce, c’ucuèdd’ a vìcce “Buonciorne, buona donna.” Capi’,Tarèse?TARESINEIh, gòcce!COLINEE com’jè, “buona donna“a tè?ROCCUCCEForse hav’assùte màtte.COLINEAh, era uno sgherzo!ROCCUCCESì, a kèdde ci piace a giocare.COLINEÈ un tipo sgherzoso!JANNINEAspi’, non jè nùdde angòre! Sìnd’ u rèste.COLINEPùre!JANNINEJi arremanìbbe, gelàbbe, gelàbbe, sòre: nu ghiacciùle.Me petìv’aggera’ de càpe sòtte, havèss’ arremanùtestennùte. Acquànne te dìgghe ca ‘nghietràbbe,meh, so dìtte tùtte. Non affettàbbe kiù. UA LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 23sa còme so jì: tèngh’-e-tènghe, po, acquànne m’aggìrenele tavuèdde, non kiamèndeke ‘mbacc’ a patrùnee sbòtteke.COLINENo, je prudènde assà kèdda bèlla crestiàne!ROCCUCCESì, sì: na sànde de sop’au aldàre.JANNINEKe vù e dù, dòppe facìme le cùnde, ca tòtte ‘mbelàtele tènghe.ROCCUCCENdemène! Ce l’hav’’a scì accatta’, kèdde?COLINECe nge vòle a sfela’ u resàrje? Facìme le cùnd’e facìmele dùke. A ‘sposizziòne.ROCCUCCEA ‘sfazziòne, signo’!JANNINEMe le trò da ‘mmòcke, Tare’, e shcattàbbe: “Eeehi!La segnùre de Trèske, ce so tòtte kiss’àrje ca te st’ada’? Sus’au uàskere si sciùt’a javeta’?”TARESINEMado’, ce brutta vòcke!JANNINEE sa la zòckene ce facì? Se veldò de cùle e se ne scìdecènne “‘Mman’a ke cristiàne abbiàm’ andàt’ a capitàre.”Dì tu, mo, dì?TARESINEBrutta lòrde! e non m’u decìv’apprìme? Aspìtte, aspi’.Mo c’assìme sciàme ‘nzìme a fànge nu muèrse dejòse.JANNINEHam’’a sci’, càzze. Appòste t’u so’ kendàte stu fàtte.Jèdde mo, kèdda sòrte de sfelàzze, hav’’a jèssecrestiàne de mèttenge sott’a le pìte a nù? (Rivolta alvecchio) Le crestiàne battezzàte. Nù! La pèlla bèllede jìnd’a Bàre! Nù!24 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEVECCHIOSìne, sì, venìte, venìte. A ’spetta’ ve stògghe, kebann’ e tammùrre e ce non v’avàste pùre ke la battarìa‘ndèrre. Venìte.ROCCUCCEHa ‘revàte u azzebànne!COLINELa sciammèrghe, la tìne o te l’ham’’a perta’ nù?TARESINEMadònne du Pùzze! U cappìdde, la trèvvisiòne… Ece so? L’americàne?COLINEViàt’ a ce pòte!VECCHIO (Interrompendolo)Ca ce non pòte, se gràtte ‘nànze… ce u tène. Cenon u tène, grattàss’a cùdde d’apprìsse.ROCCUCCEVastàse!COLINE‘Nzevùs’e vastàse. Ha da tene’ l’ànema gnòre com’aucarvòne, asselùte pe fàrle, cèrte penzìre!ROCCUCCEVastasìdde!JANNINETe ne vìne, mo?COLINEOh! Stu pecenìnne sta tùtte ‘mbùsse. Ce jè, s’hapesciàte sòtte?IMPIEGATADio, che puzza!ROCCUCCEU pesciajùle hav’’a fa’ da grànne.JANNINECom’jè, fìgghjeme a pesciàrse?VECCHIOLe fìgghje de kèdde non pìsciene.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 25JANNINETe pìsce segnerì sòtte, non ze pòte pescia’ stu passarìdde?ROCCUCCEKemma’, kùdde tène la pròscaca.JANNINENoh, noh a la màmma tò, fa vede’. (Tasta i pannettidel bimbo, li trova evidentemente bagnati) Oh, ca ponu criatùre jè. Ce non ze pìsce mo sòtte, quann’uhav’’a fa’, quann’ jè nu cendegliòne grànne com’asegnerì? Noh, noh, dammìue.(A Roccùcce) Tìnue tu, kemba’.VECCHIOE hav’ackiàte n’àlda pèzz’a kelòre! Petève manga’?JANNINE (A Taresine)Si vìste ce sta bèdde, eh, kemma’? Kiami’ ce jè lènghede gàmme! Pàre còme c’ha stennùte de kiùogn’è vòlde ca u ackiamìnde.COLINESo secùre ca pe l’orarje quànne nge sbregàme daddò, u pecenìnne se ne va sùle- sùle.TARESINEMa ce sta bèrefatte! kèdda fàcce de ròse ca tène!(Lo bacia) Crìste t’u benedìke.ROCCUCCEOh, jè tutt’ u attàne, tùtte.COLINESì, ma le rèckje so de la vànne de la màmme.ROCCUCCPo’ m’ha da dìsce come càzze fàsce a vede’ le rèckje,ce tène la shcùffie.COLINESe capìsce.ROCCUCCEDa ce còse?COLINEDa còme tène la càpe.26 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEROCCUCCEMa vatt’a scìtt’a mare, va, e dì ca si cadùte. Da còmetène la càpe! So còse nòve! E ce jè, a la cogliòne?TARESINEMànge, Jannìne, mànge?JANNINENon pe dìsce: tùtte. Quànne te dìke tùtte? Tùtte:fàve, cìggere, lendèckje. Jòsce, mo, d’èsèmbje, hamangiàte nu bèlle ciambòtte. Mo jè, mànghe pemangamènde, kìdde fìgghje, sènza vìzzje. Sènzatànne cìnger’e ciàngere. Ce so’ tòtte kìdde preccuarìde la farmacì! Tùtte, tùtte. E, nah, sangh’e làtte. Jèbèlle, jè bèlle assà u cennùdde de la mamma sò. Lefìle mì, mo jè, da ‘mbràzze me l’arròbbene.(Impone il bambino a Roccuccio)ROCCUCCECiambòtt’ e tùtte.COLINESì, nge l’arròbbene. Nu ne sapìme ngock’e còse, ahRoccu’?ROCCUCCENo, ma jì stoggh’ a penza’ a cùdde.(Al vecchio) Ke…VECCHIOArrète! Po so jì, u Rarànne!JANNINEA cùdde? E ce t’u fàsce fa’? Non dìne ce jàrte fa’?ROCCUCCE… ke la trèvvisiòne, la megghière cu cazzellètte, u fìgghjea la Gèrmànje e vène pur’a retràsse la penziòne!COLINEA freca’ la penziòne, uè dìsce.ROCCUCCEE no nge avàstene! Nah, vìdue còme sta, tutte ‘ndellàtee tùnne-tùnne.COLINEE ha da dìsce ca se vòle fa’ crète, fàcènn’ u malacìdde!A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 27ROCCUCCEE ca non u vòle Gesù!JANNINEKìdde, fràte mì, so peccàte ca se kiàngene.COLINEE sa quànne ne stònne com’a cùsse? Ca kiù ne tènenee kiù ne vòlene tene’!ROCCUCCECa pedènne kìdde nge dònne quàtte nderrèse‘mmane. Ca ce jèmme kiù pìcke e kiù onèste, saquànna terrìse de kiù havèmm’’a have’?COLINEE no ca mo te le dònne e già hònne fernùte.JANNINECe ha da fa’? Non de ne vìte bène a la fìne d’umèse.ROCCUCCENo nge sta pròbbje gestìzzje a cùsse mùnne!VECCHIOKèdde jè l’ammìdje ca ve fàsce shcatta’!JANNINEMa sìndue, sìndue. Pìgghj’ e tu, mo, non u accìtea jùn’ accòm’a cùdde! Non u appezzekìsce ‘mbàccea nu parète, com’a na magnòtte. Me sènghe de revelda’asselùt’ a sendìue de parla’. Pìgghje, mo, a tèjè, te pàre giùste ca pùre tu ha d’have’ la penziòne?Quànn’jìre giòvene da na candìne si assùte e da l’àldesi trasùte. Non zi stàte crestiàne de tene’ megghièrete- gòcce a jèdd’ addò sta – kendènd’ e ‘mbàsce de Ddìnu memènde; ca ce le fendàne havèsser’ammenàtemìre te l’havìsse scuàte tòtte, sàne-sàne…VECCHIOPèccàte de gioventù.JANNINEPeccàte de gevendù? Peccàte de gevendù? e mo t’hada menì’ a freca’ la penziòne? E ke ce derìtte, desgrazziàte?28 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEVECCHIOCu stèsse derìtte ca tìne tu, làdre.JANNINEU stèsse derìtte mì? U havìss’’a tene’ tu, u derìttemì, mariùle! Cudd’attàne se l’ha fadegàte, di pe di,jùne sop’all’àlde: kìdde terrìse so’ sedàte.COLINEE nù le fìsse, ca sìme sciùte sèmme smatrànne!VECCHIOHa parlàte u prìme sfadegàte de jìnd’a Bàre. Vàu’ acund’ a ce non de canòsce!ROCCUCCEE ce ne sìm’ havùte? La vit’ha passàte u stèsse, pejìdde e pe nù. E mo, nah! n’ackiàme ddò, tùttequànne ‘nzìme, e pe sciònde, jìdde tène pùre latrevvisiòne.(Pausa) Jè gestìzzje kèsse?COLINEU havèmm’’a sape’ apprìme! àlde c’a sta’ de mùsse‘ndèrre, ke la shkèna ròtte, a mètte nu mattòne apprìss’auàlde.TARESINEEhi, cìtte, ce so tùtte sti remùre? Da ddò vènene?JANNINECusse jè n’accùnde! Da ddò honn’’a meni’? Da daffòre.Aspìtte, aspi’, mo voggh’a vede’ jì. (Si affacciasulle quinte, avendo prima avuto cura di sistemarein terra la borsa, per mantenere occupato il suo posto)Mudu’! Ce jàcque st’ammène angòre! Mado’!Quànna uagnùne! E ce jè, la revòlde? Ehi, venìt’avede’! Vìne, vìne, Taresi’.(Tutti, compresa l’impiegata, accorrono)IMPIEGATAAh, è un corteo di studendi.JANNINENah, com’jè, le stedìnde? E percè non stonn’a lascòle?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 29TARESINEJè nu sciòbbere, nudd’accapìsce?JANNINENa màmme sta secùr’a la càse c’ha mannàte le fìgghj’ala scòle, pi’ kìdde stònn’a squagghia’ au sòle‘mmenz’a la vì, pe fa’ u sciòbbere.ROCCUCCEVàle la pèn’a manna’ le fìgghje a le scòle? Acquànn’arrìven’al’età, a pettè. Po vedìme ce ddàpòtene fa’ u sciòbbre.JANNINECa po, ce càzze jè stu sciòbbere?COLINESàcce! Honn’’a sci’ ackiànne ngock’e còse!JANNINEEh, kiami’, sta pùre… u vì a cùdde uagnòne lènghe-lènghe? cùdde jè u fìgghje de Marì-de-le-fàte,kèdde ca javetàve sott’au àrke de la Nève.ROCCUCCESse, cudd’jè u pecenùnne. Ce sfaccìme de uagnònec’ha menùte fòre!VECCHIOFèlùcce se kiàme cùdde.TARESINECùdde fàsce le scòle jàlde.JANNINESse, cùdde capìsce. Mo kiamàm’a jìdde e sendìmece ha ‘ndrvenùte. Ehi, Felùccio, Felùccio, Felùccioo!Fèlu’, sì, a tè!ROCCUCCEFelu’, vìne ddò.(Viene avanti un giovane con un cartello sul quale sonotracciati alla rinfusa i simboli di Evviva e Abbasso)JANNINEFèlu’, ce st’a seccète? Addò stat’a sci’?FELUCCIOMène, ca non me pòzze ‘ndrattene’.30 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNETARESINEMeeh, e ce tìne u fuèke ‘ngùle? dì ‘mbrìme u fàtte.Ce ha ’ndrevenùte?FELUCCIOE nùdde. Stam’a sci’ a la Prefettùre.JANNINEE ce ha da sci’ a fa’?FELUCCIOE nùdde. Jè sciòbbere a la scòle.VECCHIOSsì, u ha dìtte la tèlèvisiòne.JANNINEEhi, tu stàtte cìtte ca ke tè non vògghje parla’.FELUCCIOAllòre, u velìte sendi’ u fàtte, sì o no?TUTTISì, sì, ‘ndemène!FELUCCIODàzzeke ca le prefessùre non hònne angòre menùtee stam’ a novèmbre, u labboratòrje non u ham’’ahave’ mangh’au ànne, po a tòtte vànne sta u casìne,allòre nù, u velìme fa’ sape’ a tùtte quànne.JANNINENah! kìsse so nevetà: all’àlde ce nge ne ‘mbòrte?VECCHIOOh, ma si pròbbete gnorànde. Kìdde u honn’’a dìscea tùtte c’axì non ze pòte sci’ ‘nànze. V’u havèvedìtte jì, apprìme, ca ddò, a le pìsce sciàme a fernèsce!JANNINEE jì t’u so già repetùte: muzzìsce, ca ke tè non vògghje‘ndùtte parla’ e have’ nùdd’ a ce nge fa’. Apprìme‘mbàrete la dugaziòne, scrianzàte!FELUCCIOMeh, jì mo me n’j’h’’a sci’.TARESINEAspìtte, addò va?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 31JANNINECe va de fòdde cuss’àlde! Te jùshk’u cùle, jè? Mène,scìtte u velène da ‘ngànne sènza tànde prigamìnde.FELUCCIOE ce j’h’’a dìsce?JANNINEE di’, percè stat’a sci’ a la Prefettùre?FELUCCIOE nùdde…ROCCUCCEE nùdde, e nùdde e jè sèmbe tùtte. Me st’a fàscesfòtte la nervatùr’ a mè, stu benedìtte uagnòne! Uèdìsce u fàtte com’ha sciùte?FELUCCIOE nùdde! Ddà sta u sìnneke, no? Allòre nù sciàme,nge decìme ca velìme le prefessùre, c’havonn’’a aggestàla scòle e ca u deplòme nèste hav’’a jèsse tùttecangiàte, ca nù a…IMPIEGATA (Interrompendolo)Antate a stutiare, antate! (Torna al suo posto)FELUCCIO… ca nù, quann’ assìme da la scòle, no nge velìmeackia’ de cùle ‘mènz’a na stràte, àlde ca kiàckjere.Selùte percè u hav’ackiàte jèdde u pòste, sàpe parla’.Raccomandàte!ROCCUCCEHjàve rasciòne, u uagnòne: u sapìme tùtte quànde,com’hav’havùt’ u pòste kèdda bèlla crestiàne.COLINEVelève vede’ a tè ce no nd’abbascìve le calzùne p’have’nu pòste com’a kèdde? Jè ca sìme tùtte buen’ ashketa’ all’àrje. Ce shcùte all’àrje, ‘ngàpe nge càte.TARESINEMadònne, fìgghje! Statt’attìnde, angòre havìss’’arecapeta’ nu uà!JANNINECe jè spresedùte kèss’alde. Ce nge pòte recapeta’?Kìdde capìscene.32 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNETARESINEComm’jè? Au Sìnneke! Preffìn’au Sìnneke havìt’’asci’ a parla’? Ng’è perìcue?FELUCCIOCe pericolòse e pericolòse d’E’ggìtte! Ce nge pòte,mangia’? Allòre, ce st’a fàsce ddà, u sìnneke? Pìnzeca nge tenìme da dìsce n’ànde tramòte de còse. Apprìmenge hònne fàtte pùre u comìzzje e nge hònnedìtte ca kìsse còse non vàlen’ asselùte pe nù, mapùre pe vù ca sìte già vìckje, percè ce stàme mègghjenù, havìt’’a sta’ mègghje pùre vù.VECCHIOSì, sènz’au mène. U ha dìtte pùre la tèlèvisiòne.COLINEMène, cuss’àlde. Davère xì hònne dìtte?FELUCCIOIh! E kìsse ca no nge crètene. Le tìmb’hònne cangiàte!Mo, jè la pebelazziòne ca kemmànne. U velìtecapi’ o no? Ce stonn’ a vènne kiàckjere, kìdde, allòre?TARESINEVattìnne, va. A tè e a ce te crète.FELUCCIOOh! Quann’jè vère Crìste!COLINECe u crète kiù a cùdde?TARESINEE ce uè dìsce, allòre, c’ham’’a have’ la penziòna kiù jàlde?FELUCCIOPùre kèdde!ROCCUCCEE, di’, u’attràsse? Nge honn’’a da’ pùr’ u attràsse?FELUCCIOPùre.JANNINEDave’, Felu’, fìgghje? Ham’’a sta’ kiù mègghje? AlALA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 33lòre, pure nù nge ham’ ‘a pete’ accatta’ la trèvvisiòne.Nah, si vìste?(Al vecchio) Nu muèrse de gestìzzje sta. Mène, allòre,Felu’, fa sùbbete, non demerànne, va, va ‘nzìme all’àldee grìte, grìte fòrte, fàtte sendi’.TARESINEVa, fìgghje, va. Crìste te vòle benedìsce.COLINEVa, e po fànge sape’ com’a sciùt’ a fernèsce!TARESINEVa sòtte sòtte, t’havìss’’a ‘mbònne.(Feluccio va via)IMPIEGATASu, su, tornate ai vostri posti.(Tutti rientrano. Pausa)ROCCUCCEMmah! Ce velìte da me, ma jì no nge crèteke a tùttecùsse bène de Ddì c’havèss’’a kiòve da nu memènd’aualde, com’a pàssu’ e kiacùne. Pe mè, daquànne mùnne jè mùnne, ce sta sòtte hàve sèmmeresciùte le bòtte.JANNINEAllòre Fèlùcce jè besciàrde?ROCCUCCENo, non jè besciàrde. Jè uagnòne: nge hònne agnùtela càpe de fessarì e cùdde nge crète. Oh, alla preffìne,na vòlde asselùte jùne jè uagnòne.COLINEMah! Pot’èsse ca hjà rasciòne tu. Pure jì, quann’jèvegiòvene, so credùte a tòtte cose. M’hònne dìtte:“Va, v’ a la uèrre, c’ha da sta’ kiù mègghje quànnevìne…” So sciùte, so menùte e la cepòdda ‘ngùle ustèsse me l’hònne shkaffàte.TARESINEM’almène tu si menùte! E kìdde poverìdde c’hònn’arremanùte?Nah, Jannìne, t’arrecùrde u marìte de Felomène-la-còrte? Ce n’ha sapùte kiù nùdde!34 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINETu ca dìsce! E u fìgghje de zì-commàre, pàsce all’ànemasò addò s’àckje? jind’au fiòre de la gevendù,strenguàte, axì, sènza piatà.ROCCUCCECùdde facève u veccìre, t’arrecùrde? ‘mman’a ‘mbàLonàrde-càpagròsse.COLINESì, m’ackemenzò ke Geuànne-càpamàtte.VECCHIOSi, jève d’uèttàndanòve. Bèrefatte, bèrefatte assà.ROCCUCCEDu novànde.VECCHIOTe dìgghe ca jève d’uèttàndanòve!ROCCUCCEE jì te dìgghe ca jève du novànde. M’havèsse arrekerda’bèlle-bèlle tùtte le fàtte com’a cùsse.VECCHIOAllore si pròbbje tefàgne! ce te dìgghe ca jève d’ uèttàndanòve,jève du uèttàndanòve e avàste.JANNINEN’hàme fatt’ u calannàrje. U uèttànde, u cinguànde.Ha muèrte, e stòria mè non jè kiù.(Il bambino comincia a strepitare) Madònne! còre demàmme! Ce ha stat’a la màmma tò? U vèckje.‘Ndann’adenz’ a la màmme, cudd’jè brùtte. Vìne,vìne. Ce nge si tràte? u pìzzeke? Ce uè? Uè la mènne?Hjà rasciòne, tène fàme la ròse de màmme.(Si porta in primo piano, siede alla panca e s’accinge adallattarlo)Nah! a crèscelle ke tann’amòre! E po, ce ne hjà?(Lo culla)Fìgghje mì,ce si nat’a fa’?Mègghje c’havìss’arremanùteaddò stìve.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 35Nah!Mo, già ha d’ackemenza’a kenda’ le dica t’arremànene da camba’.E po?E po, d’addò si menùteDa ddà te n’ha da sci’.Ma, d’addò si menùte?Addò stìve?Ah, fìgghje!Si com’a nu kenìgghje (Cantilenato)stìve annaskennùte “e mo te ne si assùte. “Figghj’aderùs’e bèdde “ca lùsce com’a na stèdde. “Fìgghje bèrefàttec’addùre com’au latte.Fìgghje, ce delòre,pùre pe tè a menùte l’òre!Sapìsse ce jè pesàndekèssa vita brebbànde!Pàsse na dì, fìgghje,l’allàsse e non la pìgghje.Vène n’aldùn’angòree fàsce vèckj’ u còre.Te desperìsce, tìme,t’arrabattìsce e a cùddejòsce nge tìne u mùssee cra v’a mànge ‘nzìme.Pàsse la gevendùE tu non de n’avvìrte:kèdde non vène kiùe u fiòre tù s’apìrte.A pick’ a pìcke, fìgghjeAckemìnz’a secca’.E ce nge puète fa’?Kèss’jè la vita nòste:36 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEbuongiòrne e bonasèree stàme sèmm’a pòste.Du kiànde, na resàteE u fiòr’ha spambanàte.Sapìsse le crestiànec’ha d’ackia’sop’a la vìc’havònn’’a dìsce a tè:“Si fa così e così.E ce uè jèsse drìtteArrùbb’ e stàtte cìtte!”E ce fàsce pe parla’‘mbàcce a le segnerùdde‘mbrìme te mètten’a poste:“Non accapìsce nudde,tu non zi parlànneca fàsce assùle dànne.”E ce le mìtt’au làte:“Cudd’jè nu remmàte”te dìscene da drète,po, da ‘nànze: “Nu trepète!”Ah! càrna mè arrecuàte!Fìgghje, ca mo si nàte!Dùrme, ca sta u papùnne,fìgghje pecenùnne.Akiùte tutt’e dù l’èckjefìgghie, ca sta u vèckje.Dùrme, fàcce de ròse.Tu si la mègghja còseca Crìste me petève da’.Pe tùtte cùsse bèneme scòrdeke l’àlde pène.La vìte, dopotùttenon jè axì brùtte.Tutte decìme màlee po, avàste nu garzàlepe greda’ a vock’apèrte:“Nand’e muèrse, e havève muèrte!”A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 37VECCHIO (Turbato, mentre la fila si ricompone)Allòre, non hàgghje rasciòne jì, ca ddò hav’’a cangia’‘ngòck’e còse? Osenò, a le pìsce sciàm’ a fernèsce!TARESINEA le pìsce, a le pìsce. U sìm’accapesciùte ca segnerìnge l’ha cu pèsce. Va, va ‘Ndèrr’a la Lànze, sa quànnene hjà de pèsce da le marenàre!(Tutti, tranne il Vecchio, ridono sgangheratamente)ROCCUCCEO va au fìgghje de la kemmàre e te dà u ciambòtte.(Tutti ridono sgangheratamente)VECCHIOU fàtte jè ca ke vù non ze pòte parla’. Ce non jè sciògue,jè rise, e d’addò va u vìnde, da ddà va la vàrke.JANNINEE ce ham’’a fa’, nge u ham’’a sfela’ da la matìne a lasère? Ce petìme fa’ nù poverìdde?VECCHIOE allòre, non ve sìte lamendànne.JANNINEIih! Nù a lamenda’? Hav’arrevàte u debbetàte-aucàzze.Si tànne nu kjìne-kjìne de lamìnde tu. Sìnd’a mè, non de si allargànne tànne de vòcke, te s’havèss’asguarra’.VECCHIOJì u so dìtte ca vù sìte gnorànde.JANNINENah! u gedezziùse.TARESINEOoooh! Avàste, stamatìna sànde! Ogn’e pìle addevèndena tràve. Avàaaste!(All’impiegata)E segnerì, sta penziòne st’arrìve? sin’ o nòne? Cest’a vène, ke la cekelatère?TUTTISì, sìne, nge ham’’a sbrega’?38 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEIMPIEGATAEcco, si, ingomingiamo.JANNINEEhi, nu memènde, ca jì stoggh’au secònde poste,dòppe de Taresìne. Kemma’, mandìnem’ u pòste!COLINENon de ne ‘ngarecànne, ca nesciùne t’u arròbbe.JANNINET’ha d’azzarda’ asselùte. E pe mo, tìneme u pecenìnne‘mbrazze, ca j’h’’a assi’ la lebrètte.(Dà il bimbo a Coline)IMPIEGATAChi viene prima?TARESINEJì,jì, ècke la lebrètta mè, fìgghje.IMPIEGATAFiùssamoibos Teresa?(Feluccio attraversa la scena in primo piano tenendo sollevatoun cartello con la scritta: “Fiussanoibos=Permutad’anime il Dio fa”)TARESINESì, so jì.IMPIEGATAFirmi qua.TARESINEJ’h’’a fa’ la cròsce?IMPIEGATASì, sì, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?TARESINENo!IMPIEGATALi vuole in frangobolli?TARESINEE meh!(Fa un cenno di assenso poco convinto)A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 39IMPIEGATAAppresso!JANNINEVènghe jì, nà. (Porge il libretto)IMPIEGATAPolèmos Anna?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello:“Polèmos=Guerra”)JANNINESì, so jì.IMPIEGATAFirmi qua.JANNINEJ’h’’a fa’ la cròsce?IMPIEGATASì, sì, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?JANNINEUèttànda lire? E ce te le pàsse, u Govèrne? Jòscemànghe cùdde te le pàsse kiù.IMPIEGATALi vuole in bolli?JANNINECom’jè–a-jè.COLINE (Cede il bimbo a Roccucce. Porge il libretto all’impiegata)Nà, segno’.IMPIEGATAAgalmatà Nicola?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello“Agalmatà=Statue”)COLINESì, so jì.IMPIEGATAFirmi qua.COLINEJ’h’’a fa’ la cròsce?40 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEIMPIEGATASì, sì, non è mica la prima volta! Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?COLINENo!IMPIEGATAValori?COLINEA ce j’h’’a scrive? Non ze petèsser’have’ do caramèlle,do ciccolàte?IMPIEGATAAbbiamo fatto il bar! Solo frangobolli. Appresso!ROCCUCCE(Cedendo il bimbo a Taresine, porge il libretto all’impiegata)Attòck’a mè, segno’. Nà.IMPIEGATACalènicta Rocco?(Feluccio attraversa il proscenio con il cartello:“Calènicta=Buona notte”)ROCCUCCESì, so jì.IMPIEGATAFirmi qua.ROCCUCCEJ’h’’a fa’ la cròsce?IMPIEGATASì, sì, non è mica la prima volta. Ecco a lei 12.000lire. Ha 80 lire?ROCCUCCESì, sì, nà.IMPIEGATAUh! Gli spiccioletti! (Squilla il telefono. L’impiegatava a rispondere. Si trattiene qualche minuto, mentrei popolani, in religioso silenzio, controllano il denaro.Affrettandosi, l’impiegata torna, guarda l’orologio eraccoglie le sue carte) Si chiute!A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 41VECCHIOIih! Com’jè? “Si chiute”! E a mè? Eh, segnò! Stògghepure jì, segno’, addò va?IMPIEGATA(Fa per andar via. Gli altri, sorpresi, guardano verso dilei) Mi dispiace, siamo fuori orario. Così la prossimavolta imbarate a fare tanto sghiamazzo.VECCHIOSegno’, non de ne si scènne, jì asselùte so arremanùte.Ce nge pìrde?IMPIEGATAMi dispiace, ma non è proprio possibile. Siamoproprio fuori orario e non zono autorizzata a spostareneppure una carta. Si riapre domattina alle9.00. Buon ciorno!VECCHIOIih, Madònne! E mo a megghièreme ce se la sènde?E la spèse, còme la j’h’’a fa’, jòsce, la spèse?TARESINEMène, fìgghje! E ce còse jè? Axì se tràttene legend’onèste?IMPIEGATASignora, non insisti anche lei. Maledetto a chi miha fatto vingere il congorso.JANNINEMa kiamìnde, cùdde poverìdde! Ehi! Da tànn’ uhavìsse già pagàte.COLINEMène, segno’. Pìnze ca pùre segnerì tìne na famìgghje.E nu muèrse de kesciènze nge vòle pùre!IMPIEGATAMa non posso, non posso. Come ve lo devo dirvelo?E poi, è colpa vostra se abbiamo spregato tantotembo in chiacchiere. Lo volete impararvelo unabuona volta che questa non è una bettola, ma unpubblico uffigio e che io, ecregi signori, sono unPubblico Uffigiale? Le vostre chiacchiere da quattrosoldi andatele a farle altrove.42 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJANNINEGocce ha d’have’! Ha da tene’ pròbbete u còre tèstecom’a nu kiangòne! (Al vecchio) Si vìste ca pegghjìvetànna pàrte de kèdde reffiàne? Mo ce ne si havùte?Feckètte! Pe jòsce u remègghje s’àckje. Camìne, venìt’amangia’ a càse. Addò màngene dèsce pòtenemangia’ pùre jùndece. Crìste hav’’a prevvète.VECCHIOKemma’, j’h’’a veni’ a càste? Ma j’h’’a perta’ pur’ amegghièreme?JANNINENah! U cerveddìne! Addò hav’’a mangia’? ‘ngap’aumuèle? (Manda improperi all’indirizzo dell’impiegata)Butte de sànghe e de velène ha da sci’, kèdda desgrazziàte!Hàgghje fèt’ a la Madònne c’ha d’ackia’na scondratùre e t’ha d’alza’ mòrte! Zòckene! Aah!U so’ ditte. M’u’ha tràte da ‘mènz’au stòmeke.TARESINECa senò, petìte veni’ a mangia’ a càse.JANNINEMeh, d’addò jìsse segnerì, mo? U so ‘mbetàt’ apprìmejì. Dàmm’ u pecenìnne.(A Taresine) Sùbbete se ‘mbrezzellèsce, jèdde, pedresìneògne menèstre.TARESINETinatìue càre-càre. Ce u vòle? Pezzìngh’a mo, ustèv’ a spara’, mo, bène mì, còre mì.ROCCUCCECe jàlde uà, mo! Nge ham’’a arragà pùre pe cuss’àldefàtte? Velìte sendi’ ce ve diggh’jì? Mangiàme tuttequànne ‘nzìme e non ze ne pàrle kiù.COLINEMah, la penzàte jè bòne.JANNINEJè ‘nùdle ca meshkàte le càrte. U so ‘mbetàte jì e jìnge j’h’’a da’ a mangia’.(I popolani cercano di convincere Jannine che alla fineacconsente)A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 43VECCHIOSì, facìme axì. Apprìme mangiàme ‘nzìme, e stasèresciàme tùtte a vede’ la trèvvisiòn’ a càse. Stasère jèvère ca l’appìcceke.COLINE / ROCCUCCEAllòre nu sciàm’ a accatta’ u mìre.JANNINENo, no! Non-zegnòre. Sàcce jì, po, jìnd’a ce dammeggiànev’a fernèsce u mìre vuèste.COLINE / VECCHIO / ROCCUCCEA nù?!JANNINEIih! L’angeuìckje ke le scìdde sfasciàte! Sì, a vù, kela salùte. Vu sciàte ‘nànze ca nù sciam’ a fa’ la spèsea la kiàzze. Kemma’ Taresi’, sciamanìnne. U vi’c’hav’assùt’ u sòle! Ah! Dàzze ca sta ddò, (Al Vecchio)pùrtem’ u pecenìnn’ a càse e dì a megghièretede da’ fuek’ a la caldàre ca nu menìme sùbbete.Fa’attanziòne, puèrtue bèlle-bèlle, u havìss’’a fa’spadda’.VECCHIOIih, kemma’! A mè? Pròbbet’ a mè st’a da’ u pecenìnne?S’havèss’’a ròmbe!JANNINEMo, pùre rùtte, mo! Va, va, c’arrìve sàne, non deproccùpe.VECCHIOMa jè pròbbete fìgghjete, kemma’?JANNINEPercè, ce hav’’a jèsse, fìgghj’au mòneke?VECCHIOU velève dìsce jì, apprìme! Jè tutt’ u retràtte de lamàmme; la stèssa stambatùre.TUTTISciamanìnne, cùrre.SPETTATOREUn momento!44 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE(Tutti si girano sorpresi verso di lui)TUTTIE cùdde ce jè? Ce v’ackiànne? D’addò jèsse cuss’àlde?Ce l’ha staccàte?IMPIEGATAE lei chi è?SPETTATORESono uno spettatore, ed è da un pezzo che vi sto osservando.Anzi, ho visto proprio tutto e devo dirviche è disgustoso come anche sulla scena si possanocommettere simili assassinii.IMPIEGATAAssassinii?!TUTTICe ha stat’accìse? Ce ha muèrte?SPETTATORESì, proprio assassinii. È una farsa questa, no? E alloraperché togliere a quel vecchio la sua pensione?Dobbiamo dar ragione a tutti i costi a chi dei cinquead un certo punto dice: “Ce sta sòtte hàve sèmmeresciùte le bòtte?” E poi perché proprio lui vapunito? Tutt’al più è lei (A Jannine) che dovrebberestare senza pensione. Non dimentichi che è lei laquinta persona della coda.IMPIEGATAMah! Noi abbiamo seguito fedelmente il copione.SPETTATOREE lei non si ribella? Si sente ormai tanto attore daaver perso qualsiasi capacità critica? E che diamine!Almeno sul palcoscenico, giacchè il corso deglieventi può essere diretto, diamogli un lieto fine o,almeno, tentiamo di far giustizia.IMPIEGATACioè a dire?SPETTATORESuvvia che m’ha capito. Dia a quest’uomo la suapensione. Il testo non perderà nulla, il vecchio saràA LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 45contento ed io, come spettatore, ne uscirò soddisfatto.IMPIEGATAE gli altri personaggi? Saranno anche loro pacificati?Perché negar loro la possibilità di riunirsi tuttiintorno ad una tavola? Perché, guardi, se il Vecchioavesse avuto la pensione, stia pur certo che a nessunodi loro sarebbe passato per la testa di invitarloa pranzo. E, in fin dei conti, mi pare che sia piùimportante che stiano insieme, no?SPETTATOREQuesto lo dice lei. Perché non prova a chiedere ilparere dell’interessato?IMPIEGATASe proprio vuole. Allora tu (Al Vecchio) è più importanteper te avere la pensione o pranzare con ituoi amici?VECCHIO (In grande apprensione, fa scivolare lo sguardo daipopolani all’impiegata, allo spettatore. Tutti sembrano inattesa della sua risposta)Mah! De mangia’ ‘nzìme pote sèmme capeta’ n’àndavolde… Ma le terrìse so sèmme le terrìse!SPETTATOREChe le dicevo?IMPIEGATAD’accordo, d’accordo. Vuole che lo paghi? Ebbenelo pago. Tanto è tutto finto qui! Allora, via ragazzi!Si riprende il finale dalla battuta detta in coro.TUTTISì, sì, nge ham’’a sbrega’?(Tutto viene ripetuto, essendo questa volta mimato. Ancheil Vecchio partecipa al pagamento)VECCHIOAh! allòre, sìte vìste ca pùre jì so havùte la penziòne?Mo me pòzze sci’ a fa’ la spèse pe cùnde mì, e nonvògghje la lemòsene de nesciùne. Non la vògghje,non la vògghje, me vòggh’a fa’ la spèse pe cunde mì.46 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNETUTTIStu kernùte! Stu sgràte! Fa’ bèn’a la pùrce! Ha dameni’ arrète au remmùsse! Ce te crìte c’ha fernùteddò? Vìne, vìne!*(Mentre qualcun altro sta per ribattere)SPETTATORENo, no! Ora basta. Basta, via. Bene o male il problemaè stato posto. Sono state presentate due soluzioni.Ognuno scelga quella più che gli fa comodo.O magari,ne dia una terza,o una quarta. Per noi lacommedia finisce qui.(Sipario)*V Ehi, maestra! Il sole secca i fichi, il vento apre i portoni… e ilresto lo sai.R Speriamo che spiova, compare, perché è scirocco, oggi.C Quando si dà una mossa?T Sempre a mezzogiorno ci dobbiamo ridurre! Su, figlia, fa’ presto!V Il mese prossimo venga lei e provi! Non ci vuole credere chequi, due ore prima delle campane te ne devi venire, per trovartigiusto davanti al piatto… se t’accompagna la mano di Cristo…se è buono con te.T Ehi, comare Annina! Sei arrivata? Credevo che fossi morta, stamattina!Madonna.Tutta bagnata! Quest’altra! Col bambino inbraccio e senz’ombrello! Che c’è? Piove ancora?J No, m’ha pisciato l’uccello! Quest’altra! Cristo s’è aperto la patta,stamattina!T Eh, Madonna! Che ho detto?J Le fesserie che dici sempre vossignoria.T Vieni, vieni qui accanto a me, chè sto più avanti.C E vossignoria dove vuoi andare con la salute?J E a vossignoria chi ti conosce?V Ma guarda quest’altra! Se n’è venuta con i fiori in mano e nessunol’ha invitata!A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 47J Io i fiori ce li ho in mano; tua moglie ce li ha davanti… appassiti.V Ringrazia la Madonna che sei donna… altrimenti…!J Sennò che devi fare? Senti a me, togliti davanti chè fai ombra.C Ehi, vuoi sentire? Donna o no, stattene dietro. Sei arrivata dopoe quello è il posto tuo.R È giusto così.V Per forza. Qui la dobbiamo finire con tutte queste prepotenze.La coda è la coda. Chi arriva dopo si mette dietro. Ho ragione,signora impiegata?…J Insomma, mi vuoi fare passare?R E dalli! Rimesta…J Tu vuoi fare silenzio? Chi ti ha invitato? Stattene all’angolo dicasa tua, altro che venire a fregare i soldi del governo!T Su, fatela passare! Come la state facendo grossa… una madre difigli e la trattate in questo modo? E poi, le devo dire un fatto.R Perché? Non glielo puoi dire fuori?C Giustamente.V Appunto per questo, cara comare Teresa! Mi meraviglio di teche sei una bella persona con tanto di cerchi in testa. La dobbiamofinire! E buon Dio, cominciamo a mettere un po’ d’ordine,altrimenti qui, ai pesci ce ne andiamo!…J Tanto che vuoi mettere ordine qui, perché non cominci da casatua? E no che tua moglie se lo sta a sventolare da mattina a serasulla porta di casa a farsi i fatti della gente e il prezzemolo checresce! Che cresce!V Allora è con mia moglie che ce l’hai? Allora mi vuoi costringeread andare a dire qualche parola a tua marito? Allora, tu ti vuoimettere nei guai, stamattina?J Che devi andare a dirgli? Ehi! Quando hai da dire qualcosa sulmio conto, prima ti devi pulire la bocca e poi il culo! E ora, hodetto, spostati, chè io mi devo sbrigare, chè io quando esco diqua non devo andarmene alla mescita a farmi mezzo litro o inpiazza a fare carte. Io, quando Cristo comanda, devo andare afare la spesa e poi ho da cucinare e in due ore i santi del paradisosoltanto sanno il terremoto che ho da fare.48 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEV Così è soprannominata, quella: comare Terremoto.J Quell’altra polentona, si muove?C Dai, vuoi sentire, compare? Falla passare. Sennò, questa qui,non la finisce più.R Ma sì, sì, passa va. Come tutte le altre volte… ma se te ne vienidi nuovo tardi un’altra volta, ti farò vedere io!V Va be’ per santa pace di Cristo, passa, va’. Però, ricorda che nonsi fa così. E buon Dio, un po’ d’ordine ci vuole, sennò, qui, aipesci andiamo a finire!J Daccapo ricominci? E che? Sempre da dietro, ripigli i fatti. Poi,proprio se lo vuoi sapere, non è tanto per me che volevo passaredavanti, ma è stata comare Teresina che mi deve dire un fatto.È lei che m’ha chiamato. E poi, bubburubbù, sto pure col bambinoin braccio.V Ha trovato la pezza a colore.R Una volta ha il bambino, un’altra volta la pancia… la borsadella spesa……J Nah! Che sta bestemmiando, quella? Che cerca?C Che so… non siamo teste-di-pezza, siamo senza coscienza…R Com’è, compare, noi siamo rabarbari? Ma che, è impazzita,quella?C Chissà! Cosa gliene importa se noi siamo in coda o no?R O se non sappiamo farla? Sono fatti nostri.J Ascolta me, maestra! Vatti a fare una dormita, ch’è meglio. Pensaa lavorare, chè dobbiamo sbrigarci.V Dai, che ha ragione, quella poverina! Siete una massa di analfabeti.C Senti quest’altr’ospedale, senti. Gli sputano negli occhi e lui silecca la bocca. Allora, ha ragione comare Annina a dire che sei“cavaliere“.T Ma insomma, la finite stamattina benedetta? Che avete mangiato,il culo della gallina? Basta! Io sto crepando! Impiegata, scrivi!Pensa, figlia, che soffro di artrosi cervicale: oggi sono tutta unpezzo di dolore…R Anch’io, questa gamba, con questo tempo……Volevo sapere se non ce li ha pure lei, i dolori.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 49T Stai zitta, controllati. Scrivi, figlia, non badare a quelli, chè orali metto io a posto. Ch’è successo? È proprio stamattina chedovete buttarvi in faccia tutti i difetti? Cammina, Annina, vieniqui, ascolta ciò che ho da dirti. Devi sapere che…J Quanto mi sono stancata! Questo mascalzoncello ti stronca lebraccia! Dai, compare, tienimi tu il bimbo, chè a quello, nonglielo voglio dare! Con certe persone è meglio non avere nientea che farci.C Pure il bambino?V Dalle un po’ di confidenza e quella si prende il dito con tutta lamano.J A te, sai che ho da dirti? Vaffanculo, va!V E sciacquati i denti!J Maestro, hai proprio rotto… e tu, prenditi in braccio il bambino.Quando sei stanco, passalo a compare Roccuccio. E nonfiatare.V Questa è l’Italia! Chi spinge di più passa avanti e chi grida piùforte si fa sentire! La dittatura ci vorrebbe di nuovo.R Come la fai grossa!J Bum.T Hanno sparato palle dalla Muraglia.V Le palle di tuo marito!J Maleducato!…Che? “Non vado più avanti?”… per quei quattro soldi puzzolentie fradici che mi devi dare? Fa’ la prova, fa’. ‘Sta disgraziata!Ho papà immobilizzato a letto da quattro anni… e caca episcia e gli devi dare da mangiare. Che ce l’ho per i begli occhidi vossignoria? Vedi di sbrigarti, vedi! Mi hai già fatto perderemezz’ora… perché, se c’era una legge per cui tutte le mammedi figli dovevano essere servite in fretta, tutte queste chiacchierenon succedevano……E chiamalo, chiamalo, sai che paura mi fa il direttore. Guardacome mi fa tremare il direttore a me.T Via, signora! Cos’ è un fatto serio? Quella, comare Annina è fattacosì. Non sa tenersi niente. Su, figlia, siediti! E tu, la smetti?50 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEV Quella lingua, non se la lega mai nel culo!C Stiamocene zitti. Altrimenti, quella non paga.R Sì, sì, finiamola. E vossignoria, non facciamo “Nicola ripigliadaccapo e sempre Cristo è Padre mio.” Statti zitto chè campicent’anni.J Cent’anni? Chi se lo deve sopportare cent’anni?V Ma a Milano, a Milano queste cose non succedono.T Ehi, compare! Milano è Milano! Qui è Bari e guardiamoci iquadri nostri.J Che son belli, sono!R Non per sapere i fatti tuoi, ma tanto per regolare i miei: quandomai sei stato a Milano?C L’ha vista in cartolina.V L’ha detto la televisione.J Fammi sapere, con la salute, quando mai hai visto la televisione,vossignoria?V Beh, perché? Ce la siamo comprata.J Se la sono comprata? Fammi sapere: chi se la sta piangendo? Ah,il debito, bello grosso-grosso. Come sono belle le cambiali, comare,sul comò, come sopramobile, una sull’altra.V Tu non fregartene, chè sta pagataJ Che mi dici, cuore mio!V Sì, sta pagata. Mio figlio – ascolta, signora impiegata: quel figliomio, non sai? Quello che sta in Germania, impiegata, io ho unfiglio in Deutchland, a lavorare…J Che onore per la casa nostra!V Dunque, come ti raccontavo, signora impiegata, quello, mio figlio,bel-bello, mi ha spedito il denaro in una lettera – mio figlio sa scrivere;quello ha scritto così: “Caro papà e cara mamma…”J Saluti e baci.”V “Caro papà e cara mamma, questi soldi sono per…”J …l’autobus.”T Che maledetta! Statti zitta. Fallo parlare!V “Questi soldi sono per la televisione.” E noi ce la siamo comprata.La televisione. Noi. In contanti. Noi. Uno sull’altro.Noi.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 51J Che bestie! Se la comprano e se lo tengono per loro! Appenavedo quella smorfiosa di tua moglie…V Mia moglie? Poteva mancare?J Stare così port’a porta e non dire nulla… proprio come gli animali.C Che potevi aspettarti da certe persone?R Perché, persone son quelle?T Che ci perdeva a dire di andarla a vedere la sera? Ah! Ora mispiego tante cose… queste son le arie che ci diamo da un po’ ditempo a questa parte…J Capito, Teresa? Per questo, la buona donna s’è messa il cappellol’altro giorno.T Com’è? Il cappellino?J Non sai niente? Senti, senti la storia. Io stavo lavando il pavimentodavanti alla mia porta: la vidi passare, tesa–tesa. Volliprenderla un po’ in giro, ma in-no-cen-te-men-te, sorella, inno-cen-te-men-te.T Che maledetta!J Le dissi: “Ehi, dico a te. Dove te ne vai col cappellino in testa?Che c’è? Hai vinto al totocalcio?“T Tu, poi, che imprudente! Troppo chiacchierona!J Che ho detto di male? Senti il resto. Quella poco di buono,prima si guarda intorno, poi posa lo sguardo su me, manco mivedesse per la prima volta, e mi fa – il collo come un tacchino– “Buongiorno, buona donna.” Capito, Teresa?T Maledizione a lei!C Come? “buona donna” a te?R Forse è impazzita.C Ah, era uno scherzo!R Sì, a quella piace giocare!C Quella è un tipo scherzoso.J Aspetta, non è niente ancora! Sent’il resto.C Pure!J Restai secca, gelai, gelai, sorella: un ghiacciolo. Mi potevi capovolgerea test’in giù, sarei rimasta rigida. Quando ti dico cheimpietrii, ho detto tutto. Non ci vidi più. Lo sai come sono io:52 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEtrattengo e trattengo, poi, quando mi girano le tavolette, nonguardo più in faccia padroni e sbotto.C È così prudente quella donna!R Sì, sì: una santa.J Con voi due, poi facciamo i conti, chè io tutte infilate ce le ho!R Nientedimeno! Che deve andarle a comprare, quella lì?C Che ci vuole a sfilare il rosario? Facciamo i conti e i duchi. Adisposizione.R Per soddisfarvi, signora!J Me le tirò di bocca, Teresa, ed esplosi: “Ehi, la Signora di Tresca,che sono tutte queste arie che ti stai dando? In terrazza seiandata ad abitare?”T Madonna, che brutta bocca!J Sai la zoccola cosa fece? Si voltò di culo e se ne andò dicendo:“In mano a che gentaglia siamo andati a capitare.” Di’ tu, ora,di’!T Brutta lurida!… e non me l’hai detto prima? Aspetta, aspe’.Quando usciamo andiamo insieme a farle un po’ di baccano.J Dobbiamo andarci, cazzo. Te l’ho detto apposta la storia. Lei,mo, quella donnetta da due soldi, dev’essere persona da metteresotto i piedi noi? Cristiani battezzati! Noi. La bella pelle di Bari!Noi.V Venite, venite. Vi aspetto, con banda e tamburi e se non vibasta, ci aggiungo la batteria. Venite.R È arrivato il “jazzband”.C La marsina ce l’hai o dobbiamo portarla noi?T Madonna del Pozzo! Il cappello… la televisione… e che sono?Gli americani?C Beato chi può!V Chè chi non può, si gratta davanti… se ha qualcosa. Se non cel’ha, può grattare quello di chi gli sta accanto.R Vastaso!C Lurido e maleducato. Devi tenere l’anima nera come il carboneper fare certi pensieri.R Sporcaccione!J Te ne vieni, ora?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 53C Ohi! Questo bimbo sta tutto bagnato. Che c’è? S’è pisciato addosso?…R Il pescivendolo farà da grande.J Come? mio figlio ha pisciato?V I figli di quella non pisciano!J Ti pisci vossignoria addosso, non si può pisciare questo passerotto?R Comare, quello ha la prostata.J Fa’ vedere alla mamma tua. Che poi, una creatura è! Se non sela fa ora addosso, quando se la farà? Quando diventa vecchiorimbambito come vossignoria? Su, su, dammelo! Tienimelo tu,compare!V E ha trovato un’altra pezza a colore. Poteva mancarci?J Hai visto come sta bene, eh, comare? Guarda che gambe lunghe.Ad ogni sguardo, sembra essere cresciuto un altro po’.C Sono sicuro che per l’ora in cui ci sbrighiamo, il bambino cammineràda solo.T Com’è bello! Che faccia di rosa ha!R È tutto il padre.C Sì, ma le orecchie sono del ramo materno.R Poi devi dirmi come cazzo fai a vedere le orecchie se ha la cuffietta.C Si capisce.R Da cosa?C Da come tiene la testa.R Ma vatti a buttare a mare, va’, e di’ che ci sei caduto. Da cometiene la testa! Sono cose nuove! E che, a coglionarmi?T Mangia, Annina? Mangia?J Non faccio per dire: tutto. Se ti dico tutto! Tutto: fave, ceci,lenticchie. Oggi, mo, per esempio, ha mangiato un bel mistodi pesce. Non faccio per dire, ma i miei figli non hanno vizi.Niente stranezze. Che sono tutte quelle porcherie della farmacia!Tutto, tutto. E guardalo, sangue e latte. È bello, è bello assaiil bambolotto della mamma sua. I figli miei, dalle braccia me listrappano.54 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNER Pesce e tutto.C Sì, glieli strappano! Non ne sappiamo qualcosa, eh, Rocco?R No, ma io sto pensando a quello. Con…V Ancora? Poi sono io il vecchiaccio!J A quello? Chi te lo fa fare? Non hai che arte fare?R … con la televisione, la moglie col cappello, il figlio in Germania…e viene pure a ritirare la pensione!C A fregare la pensione, vuoi dire.R E non gli bastano! Guardatelo come sta attillato e tondo-tondo.C E devi dire che si vuole far credere, facendo la lagna.R Gesù non lo vuole!J Quelli, fratello mio, son peccati che si piangono.C Sai quanti ce ne sono come questo? Più ne hanno e più ne voglionoavere.R Perciò ci mettono quattro soldi in mano. Se fossimo meno numerosie… più onesti, sai quanto denaro in più avremmo?C Non fanno a tempo a darteli, che sono già finiti.J Che puoi farci? Non te ne vedi bene alla fine del mese.R Non c’è proprio giustizia a questo mondo.V Quella è l’invidia che vi fa schiattare!J Ma sentilo, sentilo. Vedi tu se uno non l’ammazza un tipo cosìe non lo spiaccica contro un muro come uno scarafaggio. Misento rivoltare solo nel sentirlo parlare. Prendi tu, mo, ti sembragiusto che anche tu devi avere la pensione? Quand’eri giovane,da una mescita sei uscito e in un’altra sei entrato. Non sei maistato persona di tenere tua moglie – maledizioni a lei ovunquesi trovi – contenta e in pace di Dio un solo momento, chè se lele fontane avessero dato vino te le saresti scolate per intero…V Peccati di gioventù.J Peccati di gioventù? Peccati di gioventù? Ed ora devi venirti afregare la pensione? Con quale diritto, disgraziato?V Con lo stesso diritto che hai tu, ladra!J Lo stesso diritto mio? L’avessi tu, il mio diritto, ladruncolo!Quel padre mio se l’è lavorata, giorno per giorno, uno sull’altro:quei soldi sono sudati.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 55C E noi, i fessi, che siamo andati sempre faticando!V Ha parlato il primo sfaticato di Bari. Vallo a raccontare a chinon ti conosce.R Che ne abbiamo avuto? La vita è passata lo stesso, per lui e pernoi. Ed ora, ecco. Ci ritroviamo tutti quanti insieme e per dipiù lui ha pure la televisione. È giustizia questa?C Dovevamo saperlo prima! Altro che stare di muso in giù. Conla schiena rotta a mettere un mattone accanto all’altro.T Zitti, zitti, che sono questi rumori? Da dove vengono?J Queste son novità! Da dove possono venire? Da fuori. Aspetta,aspetta, vado a vedere io. Madonna! quant’acqua, ancora.Madonna! Quanti ragazzi. E che? La rivoluzione? Ehi, venite avedere! Vieni, vieni, Teresa!…Toh, com’è? Gli studenti? Perché non stanno a scuola?T È uno sciopero, niente capisci?J Hai visto? Una madre sta sicura a casa sua che ha mandato i figlia scuola e quelli se ne stanno a crogiolarsi per strada per unosciopero.R Vale la pena mandare i figli a scuola? Quando sono in età, abottega! Vediamo se lì possono scioperare!J Che poi, che cazzo è questo sciopero?C Che so! Vorranno qualcosa.J Ehi, guarda, ci sta pure… lo vedi quel ragazzo alto-alto? Quelloè il figlio di Maria-delle-fate, quella che abitava sotto l’arco dellaNeve…R Sì, quello è il piccolo. Che ragazzone è venuto fuori.V Feluccio si chiama, quello.T Quello fa le superiori.J Sì, quello capisce. Chiamamolo e sentiamo cos’è successo. Feluccio!Sì, a te.R Feluccio, vieni qui.J Feluccio, che succede? Dove state andando?F Beh, chè non mi posso intrattenere.T Che ci hai, il fuoco nel culo? Di’ svelto il fatto. Ch’è successo?F Niente. Stiamo andando in prefettura.56 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEJ A fare?F Niente. È sciopero a scuola.V Sì, l’ha detto la tv.J Tu stai zitto perché con te non voglio parlare.F Allora, volete sentirlo il fatto, sì o no?Tu. Sì, sì, nientemeno!F Giacchè i professori non sono ancora arrivati e stiamo a novembre,il laboratorio non l’avremo neppure per l’anno nuovo, poic’è disordine dappertutto, allora, noi vogliamo farlo sapere atutti.J Queste son novità: agli altri, cosa importa?V Sei proprio ignorante. Quelli devono dirlo a tutti che non sipuò andare avanti in questo modo. Ve l’avevo detto io, prima,che qui ai pesci andiamo a finire.J E io te l’ho già ripetuto: fai silenzio, chè con te non voglio parlarcie averci niente a che spartire. Prima impara l’educazione,screanzato!F Beh, io me ne devo andare.T Aspetta, dove vai?J Che fretta ci ha quest’altro. Ti brucia il culo? Butta il velenosenza tante preghiere.F Che devo dire?J Di’: perché state andando in Prefettura?F Niente…R Niente e niente ed è sempre tutto. Mi sta facendo venire il nervosoquesto benedetto ragazzo! Vuoi dire com’è andata la storia?F Niente! Là sta il sindaco, no? Allora noi andiamo, gli diciamoche vogliamo i professori, che devono riparare la scuola e che ildiploma nostro dev’essere tutto cambiato, perché noi……Perché noi, quando finiamo la scuola, non vogliamo trovarci seduticulo in terra, altro che chiacchiere. Solo perché l’ha trovatolei il posto di lavoro, fa presto a parlare. Raccomandata!R Ha ragione il ragazzo: lo sappiamo tutti come ha avuto il postoquella bella persona.A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 57C Avrei voluto vedere te se non ti calavi le braghe per avere un postosimile. È che siamo tutti bravi a sputare per aria. Chi sputain aria, in testa gli cade.T Madonna, figlio! Fa’ attenzione, dovesse capitarti un guaio!J Com’è insipida quest’altra! Che gli può succedere? Quelli capiscono!T Com’è? Dal sindaco! Persino col sindaco volete andare a parlare!C’è pericolo?F Che pericoloso e pericoloso d’Egitto! Che può fare, mangiarci?Perché starebbe lì il sindaco? Pensa che abbiamo da dirgli unaltro terremoto di cose. Prima ci hanno fatto pure il comizio eci hanno detto che queste storie non valgono solo per noi, maanche per voi che siete già vecchi, perché se stiamo meglio noi,starete meglio pure voi.V Sì, senz’altro. Pure la tv l’ha detto.C Ma va’, quest’altro. Davvero così hanno detto?F E questi che non ci credono! I tempi sono cambiati. Ora è ilpopolo che comanda. Lo volete capire, o no? Che stanno a venderechiacchiere, quelli, allora?T Vattene, va’. A te e a chi ti crede.F Quant’è vero Cristo!C Chi ci crede più a quello?T Che vuoi dire, allora, che dobbiamo avere la pensione più alta?F Pure quella!R E di’, gli arretrati? Ci daranno pure gli arretrati?F Pure.J Davvero, Feluccio? Staremo meglio? Allora, pure noi ci potremocomprare la televisione? Ecco, hai visto? Un po’ di giustiziac’è. Su, sbrigati, allora, non indugiare, va’, va’ insieme agli altrie grida, grida forte, fatti sentire.T Va’, figlio, va’. Cristo voglia benedirti.C Va’ e poi facci sapere com’è andata a finire.T Riparati sotto i balconi, ti dovessi bagnare.…R Bah, che volete da me, ma io non ci credo a tutto questo ben diDio che dovrebbe piovere da un momento all’altro come uva58 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEpassa e fichi. Per me, da che mondo è mondo, chi sta sotto hasempre subito le botte.J Allora, Feluccio è bugiardo?R No, non è bugiardo. È ragazzo: gli hanno riempito la testa difesserie e lui ci crede. Oh, che alla fin fine, si è giovani solo unavolta!C Bah! Può essere che tu abbia ragione. Pure io, da giovane hocreduto a tutto. Mi hanno detto: “Vai, vai in guerra chè staraimeglio al ritorno…” Sono andato, sono tornato e la cipolla nelculo lo stesso me l’hanno schiaffata.T Ma almeno tu sei tornato! E quei poveretti che ci sono rimasti?Toh, Annina, ti ricordi il marito di Filomena-la-corta? Chi neha saputo più nulla?J Tu che dici! E il figlio di zia-comare, pace all’anima sua dove sitrova… nel fiore della gioventù, stroncato, così, senza pietà.R Quello era macellaio, ti ricordi? Con compare Leonardo-testagrossa.C Sì, ma comiciò con Giovanni-testamatta.V Sì, era dell’ottantanove. Bello, bello assai.R Del novanta.V Ti dico che era dell’ottantanove.R E io ti dico che era del novanta. Potessi ricordarmi tutto benecome questo.V Allora sei proprio tufo! Se ti dico che era dell’ottantanove, eradell’ottantanove e basta.J Abbiamo fatto il calendario. L’ottanta, il cinquanta… È mortoe storia finita. Madonna, cuore di mamma sua! Che c’è, ci sta ilvecchio? Non badarci, quello è brutto. Vieni, vieni! Che gli haitirato, un pizzicotto? Che vuoi? La tetta? Hai ragione, ha famela rosa di mamma! toh, a crescerli con tanto amore e poi, che nehai?Figlio mio/che sei nato a fare?/meglio se fossi rimasto/dovestavi./Vedi?/Ora già devi cominciare/a contare i giorni/che tirimangono da vivere./E poi? /E poi, da dove sei venuto/di làte ne devi tornare./Ma da dove sei venuto?/Dove stavi?/Ah, figlio!/Sei come un coniglio/te ne stavi nascosto/e poi sei uscito./Figlio odoroso e bello/che riluci come una stella./Figlio bello/che odori come il latte./Figlio, che dolore/pure per te è giuntal’ora!/Sapessi com’e pesante/questa vita birbante!/Passa un giorALA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 59no, figlio,/lo lasci e non lo cogli./Ne viene un altro ancora/e s’èinvecchiato il cuore./Ti disperi, temi/ti arrabatti e a quello/oggigli tieni il broncio/e domani vai a mangiarci assieme./Passa lagioventù/e tu non te ne accorgi:/quella non torna più/e il fioretuo s’è aperto./A poco a poco, figlio/cominci a seccare./Che cosaci puoi fare?/Questa è la nostra vita: buongiorno e buonasera/esiamo sempre a posto./Due pianti, una risata/e il fiore è già sfiorito./Sapessi quanta gente/troverai sulla tua via/che ti dirà:/“Sifa così e così./E se vuoi fare il dritto/ruba e statti zitto.”/Se faiper ribellarti/con i signorotti/ti metton presto a posto:/“Tu noncapisci niente,/tu non parlare/chè solo danno fai.”/Se li mettial lato/“Quello è immondizia“/ti dicono alle spalle,/poi, davanti:“Un tripode!“/Ah, carne mia nascosta/figlio, che mo seinato!/Dormi, c’è l’uomo nero,/figlio piccolino./Chiudi ambogli occhi,/figlio, chè sta il vecchio./Dormi, faccia di rosa!/Tusei la miglior cosa/che Cristo mi poteva dare./Per tutto questobene/mi scordo le altre pene./La vita, dopotutto/ non è cosìbrutta./Tutti ne parliamo male/e poi basta uno schiaffone/pergridare a perdifiato:/“Per un pelo non son morto!“V Allora, non ho ragione io che qui, qualcosa deve cambiare? Altrimenti,ai pesci andiamo a finire.T Ai pesci, ai pesci. L’abbiamo capito che vossignoria ce l’ha colpesce. Va’, va’ all’Approdo-delle-Barche, sai quanto pesce avraidai marinai.R O vai dal figlio della comare e ti dà il misto pesce.V Il fatto è che con voi non si può parlare. Se non è gioco è riso eda dove va il vento, di là va la barca.J Che dobbiamo fare? Piangere da mattina a sera? Che possiamofare, noi poveretti?V Allora, non vi lamentate!J Noi lamentarci? È arrivato il deputato del cazzo. Sei tanto unopieno di lamenti tu, Stammi a sentire: non t’allargare troppo, tisi dovesse squarciare la bocca.V L’ho detto io che voi siete ignoranti.J Ecco, il giudizioso.T Basta, stamattina santa! Ogni pelo diventa una trave. Basta!Vossignoria, arriva questa pensione, sì o no? Sta venendo con latradotta?Tu. Sì, sì, ci dobbiamo sbrigare?60 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE…J Ehi, un momento, io sto al secondo posto, dopo Teresa. Comare,tienimi il posto.C Non darti pensiero! Nessuno te lo ruba.J Devi solo azzardarti. E, per adesso, tienimi il bimbo, perché iodevo tirar fuori il libretto.…T Io, io! ecco il mio libretto. Sì, sono io. Devo fare la croce?…J Ottanta lire? E chi te li passa, il governo? Oggi, neppure quellote li passa più.Come sono, sono.…C A chi devo scrivere? Non si potrebbero avere due caramelle, duecioccolatini?…R Tocca a me.…V Com’è, si chiude? E a me? Ehi, signora, sto pure io, signora.Dove vai? Signora, non te ne andare, solo io sono rimasto. Checi perdi? Madonna, e ora chi se la sente mia moglie? Comeposso fare la spesa, oggi?T Su, figlia! Che storia è questa? Questo è il modo di trattare lagente onesta?…J Ma guarda quel poveretto! Da allora lo avresti già pagato.C Su, signora! Pensa che pure tu hai una famiglia. Un po’ di coscienzaci vuole!…J Maledizione a te. Devi avere il cuore duro come un sasso! Haivisto, che prendevi parte di quella ruffiana? Che ne hai avuto?Un cazzo! Per oggi il rimedio si trova. Cammina, venite amangiare a casa. Dove mangiano dieci possono mangiare ancheundici. Cristo deve provvedere.V Coma’, devo venire a casa tua? Ma devo portare pure mia moglie?A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNE 61J Il cervellone! Dove deve andare a mangiare, al molo? Butta sanguee veleno, disgraziata. Abbi fede nella Madonna che farai unincidente e ti alzerai morta! Zoccola! L’ho detto. Me l’ha tiratodal centro dello stomaco.T Altrimenti, potete venire a pranzo a casa.J Da dove te n’esci, vossignoria? L’ho invitato io per prima. Prezzemoloin ogni minestra. Dammi il bambino.T Tienilo caro-caro. Chi lo vuole? Sino ad ora lo sparava, ora,bene mio, cuore mio.R Che altro, mo! Dobbiamo litigare anche per questo? Volete sentireche ho da dirvi? Mangiamo tutti assieme e non se ne parlapiù.C La pensata è buona.J È inutile che mischiate le carte. Io l’ho invitato e io gli devodare da mangiare.V Sì, facciamo così. Prima mangiamo tutti assieme e stasera andiamotutti a casa a guardare la tv. Stasera è vero che l’accendo.C/R Allora noi andiamo a comprare il vino.J No, no, nossignore. So io, poi, in che damigiana va a finire ilvostro vino.C/R/V A noi?J Gli angioletti con le alucce spezzate. Sì, a voi, con la salute. Voiandate avanti, chè noi andiamo al mercato a fare la spesa. ComareTeresa, andiamo. Vedi ch’è uscito il sole. Ah! Giacchè staiqui, portami il bambino a casa… di’ a tua moglie di accendereil fuoco, chè noi arriviamo subito. Fa’ attenzione, portalo concura, dovessi farlo spallare.V Coma’, dici a me? Proprio a me stai dando il bambino? Dovesserompersi!J Anche rotto, ora! Va’, va’, chè arriva sano, non ti preoccupare.V Ma è proprio tuo figlio, comare?J Perché a chi dev’essere figlio, al monaco?V Lo volevo dire io, prima. È il ritratto della mamma! lo stessostampo!Tu. Andiamo, svelti.…62 A LA PÒSTE: SPORTÈLLE PENZIÒNEQuello chi è?/Che cerca?/Da dove esce quest’altro?/Chi l’hastaccata?…Chi è stato ucciso?/Chi è morto?…V Bah! Di pranzare tutti assieme, può sempre succedere una volta…ma i soldi sono sempre i soldi!…Tu. Sì, sì, ci dobbiamo sbrigare?V Allora, avete visto che anch’io ho avuto la pensione? Ora possoandare a farmi la spesa per conto mio e non voglio l’elemosinadi nessuno. Non la voglio, non la voglio! Vado a farmi la spesaper conto mio.Tu. ‘Sto cornuto!/Questo ingrato./Fa’ bene ai porci!/verrai di nuovoall’oremus!/Che credi che sia finita qui? Vieni, vieni!IL DIALETTO PERCHÉ 63Il dialetto perchéCINQUE QUADRI(con un prologo e un epilogo)200064 IL DIALETTO PERCHÉAVVERTENZAI materiali raccolti in questa sezione provengono da spettacolidiversi.Le due favole (La Confessione del Lupo e Due Gatti) eranocontenute nel Tempo Introduttivo di Fiabe e Canti popolarieseguito prima della rappresentazione di A la Pòste.Richiami, Sfottò, Proverbi (Dialogo tra Vecchi) ed Epilogocostituivano l’ossatura di un’imponente messinscena – LaFèste de Sànda Necòle (sette quadri intorno a un’idea di G.Solfato, 1974) – montata su una congerie di composizionitradizionali e autoriali (è il caso della mia I vecchi, qui inclusa).Le indagini furono condotte da tutti i componentide i Baresi, il gruppo di ricerca e spettacolo che avevamofondato a Bari nel 1971.La ripartizione intitolata Suoni del Dialetto proviene, infine,da una precedente conversazione-spettacolo allestitaper il Teatro Officina di Milano nel 1981 (Del Teatro diDialetto a Bari).Tutti questi elementi, dunque, furono utilizzati, nel 2000,in un laboratorio teatrale, denominato Il Dialetto Perché,gestito con un gruppo di ragazzi del Liceo Scientifico“Scacchi” di Bari e uno di iscritti all’Università della TerzaEtà.L’allestimento finale si avvalse della partecipazione di MarisaEugeni.IL DIALETTO PERCHÉ 65PrologoRICHIAMI1 Au fìrre ve’2 O-lio-liò3 Jamm’au rìzze, jamm’au rìzze4 Jé viv’u nùste, jé murt’u vùste.5 La ver’ali’ a la càlge: assabràtele.6 Limo’, gelati.7 Uéh, la scopa!8 Monniii-zza.**1 Ferri vecchi; 2 Olio; 3 Andiamo a ricci di mare; 4 È vivo il nostro,è morto il vostro (detto del pesce); 5 La vera oliva in calce: assaggiatela;6 Gelati di limone; 7 Scope; 8 Immondizia (quando ancora laraccolta era fatta porta a porta).I QUADROLA CONFESSIONE DEL LUPONARRATOREJéve na brùtta vold’e jéve nu lùpe: veckiarìdde,brutt’accòm’u dèbbete, skegnàte sènza dìnde,scianghemàte ca non valéve mànghe nu ternès’akiamendàue ‘mbàcce. Na di de vìrne, cùsse lùpese facì nu penzìre: “Meh, pùre pe mé hav’arrevàtel’òre de stènne le pìte. Mo me vògghje kembessa’,xi stoggh’a pòste quànne Crìste vòle: cùdde frìshkee jì m’àckje prònde.”Xi penzò, xi facì. Pertìmbe, la di-a dòppe s’alzò. Cepetèven’jèsse? le tré? le tré mànghe nu quàrte…POPOLANIMeh, va ‘nànze!66 IL DIALETTO PERCHÉNARRATOREOh, non me si dànne fòdde. Jì so nu crestiàne precìse,e allo’?POPOLANIVa ‘nanze, so dìtte.NARRATORE‘Nzomme jéve fra le tré mànghe nu quàrte è le tré…POPOLANIE rùzzue.NARRATORE… allorchè si mìse in cammìno. S’auandò u bastònee dànghe-da-dànghe ackemenzò a sali’ la mendàgne.Salì u prìme cìrkje, e salì u secònde e salì…POPOLANIPercé pròbbje sop’a la mendàgne?NARRATOREDdà javetàv’u remìte, no? cùdde jé com’a nu prèvete,no? e le remìte ce pòtene javeta’ abbàsce?I POPOLANOAbbàsce a càse jàvete jùne ca se mètte Romìto.II POPOLANOU cerviddìne! Eremita. Jè nu sànde crestiàne ca sene sta sùle-sùle com’au cetròne.NARRATORECamìn’e camìne e u remìte non ze vedéve mànghecu canockiàle. U lùpe ackemenzò a sfela’ nu resàrjede mùrte e stramùrte du remìte. “Tànde, fazz’atìmbe,” penzò, “po m’j’ h’’a kembessa’.”A la preffìne, canesciànne-canesciànne, cu sobraffiàte,u còre ca nge asséve da ‘nganne, strascenànnela lèngue, arrevò. Accòme mettì péte ‘nanz’au screfùttedu remìte, sènz’ackiamenda’ ce jéve sùbbete ono, cùdde sòrte de vastasìdde kemenzò a leccua’ ketande de vock’ apèrte: Remìto, remìto, remìto!POPOLANISènza dugazziòne! malacàrne! a fànge pegghia’ nagòcce a cùdde crestiàne.IL DIALETTO PERCHÉ 67NARRATOREMo la si dàte ‘ngape. U remìte stév’angòr’a grefua’,c’havéve pegghiàt’u sènne de càpe sòtte. A sendìrsekiama’ a kèdda manére, zembò da sop’au kescìne egredò: “San Crispìno vèrgine è màrtire, chi è, ha ‘rivàtal’òra mìa? A propòsite, ce jòre jé?” appecciò lalùsce e vedì ca jèvene le cìnghe mànghe nu quarte,ànze no, lè cìngue méno sèdici.I POPOLANOPagàve pure la bollètte de la lùsce a la fìne dumèse?NARRATOREVa bu’, appecciò la cannéle. Te sìnde kiù mègghie,mo? S’alzò e aprì la pòrte.POPOLANIU me’, com’ jév’ u remìte?NARRATOREBèll’ assà. Na fàcce de ròse, le capìdde biànghe-biànghe,l’òckiere ciolèste-ciolèste, la varve longa-longa:Bè-re-fà-tte. Accòme vedì u lùpe, shcandò. SàndeFrangìske! E che vorrà mài costùi da me? Ma, dàzzeca jéve nu remìte, se facì u ségne de la cròsce, s’arrekemannòl’ànem’a Crìste, cu tremuìzze ‘nguèdd’ena cacàzze ca pe pìcke non ze facì sòtte, la dendìreca nge sbattéve da tòtte vànne…POPOLANICe peccàte cùdde bèlle crestiàne! Matìna-matìnecudde sorte de mo’-de-sanghe!NARRATORE… u salutò: buòngiòrno, ‘mba lùpe! sìa lodàto GèsuCristo… e sèmbre sìa lodàto… quàle buòn sandovi manda a quèsta via? “Ce kitt’è mùrte va cacànn’u càzze?” sbettò cùdde scrianzàte, “so menùte pezzìngh’addò pe mìa volondària kesciènze, dazze cam’j’h’’a kembessa’.”U remìte repegghiò kelòre. U facì trasì, u facì assìt’a n’ànghètte, nge facì na bèlla tàzze de café…68 IL DIALETTO PERCHÉI POPOLANOCu cornètte càlde.NARRATORE… nge dètte nu bèlle beckìre d’àcque, e po decì:“Meh, kemenzàme.”Mo pàsse n’òre, mo pàssene do jòre, mo pàssene trèjòre e u lùpe non la fernéve kiù de kembessàsse.Semb’axì: quànne jùn’ackemènz’a sfela’ peccàte,nge pìgghje gùste. Ne tenéve d’agnìdd’é de pegherìddesop’a la kesciènze! Ce velìte? A vvì de kenda’tanda pèghere, u remìte se ne stév’a sci’ arrét’ ausènne, non fòsse ca u lùpe nge gredàve: “Me st’asìnde? me st’a sìnde?” U remìte shcandàve d’òckieree cùdde ‘nvame, fra nu “me st’a sìnde” e u àldescettò n’èckje daffòre, ca ‘ndànde s’havéve fàtte di,e ce te vète?POPOLANICe te vète?NARRATOREAgnìdd’è pegherìdde tutt’attùrne. Ce béne de Ddì.La vocke nge facì shketùre-shketùre, e se veldàve,e s’ aggeràve. “’Nzomme, ‘mba lupe,” nge decì uremìte, “ce tìne u fuéke ‘ngule? ce cazze t’ha pegghiàte?”A stu pùnde de la stòrie, u lùpe, kiamendò ‘mbacceu remìte e nge respennì com’au senètte: “Quànnela vènde sta vacànde,/non ze sòne e non ze cànde;/quànne la vènde sta kién’e bòne, /tànne se cànde etànne se sòne.”**Narr. C’era una volta un lupo: vecchio, brutto come il debito, sdentato,sciancato da non valere neppure un centesimo a guardarlo.Un giorno d’inverno, questo lupo pensò: “La mia ora s’avvicina.Mi voglio confessare, così sono a posto quando Dio michiama: lui fischia e io son pronto.”IL DIALETTO PERCHÉ 69Così pensò, così fece. Il giorno dopo s’alzò di buon’ora: le tre,le tre meno un quarto…Pop. Su, va’ avanti!Narr. Non mi dare premura. Io sono un tipo preciso, va bene?Pop. Va’ avanti, ti dico.Narr. Insomma, si era tra le tre meno un quarto e le tre…Pop. E rimesta!Narr. … allorché si mise in cammino. Afferrò un bastone, a faticacominciò a risalire la montagna. Salì il primo cerchio, salì ilsecondo e salì…Pop. Perché proprio sulla montagna?Narr. Là abitava l’eremita, no? Quello è come un prete, no? Glieremiti che possono abitare, giù?I pop. Giù a casa mia abita uno che si chiama Romito.II pop. Intelligentone! Eremita. È un sant’uomo che se ne sta da solocome un citrullo.Narr. Cammina e cammina e dell’eremita neppure l’ombra. Il lupocominciò a sfilare un rosario di bestemmie. Tanto, devo confessarmi!pensò. Infine, con la lingua penzoloni, l’affanno, ilcuore in gola, arrivò. Appena mise piede davanti al ricoverodell’eremita, senza badare al’orario, quel gran cafone, prese aurlare: “Eremita, eremita!”Pop. Scostumato, delinquente! Quel buon uomo poteva restarcisecco!Narr. Ora hai detto bene!L’eremita dormiva della grossa. Al sentirsi chiamare a gran voce,saltò su e gridò: “San Crispino, vergine e martire, è giunta lamia ora? A proposito, che ora è?” Accese la luce e vide che eranole cinque meno un quarto, anzi, no, le cinque meno sedici.I pop. Pagava pure la bolletta dell’elettricità a fine mese?Narr. Va bene, accese la candela. Ti senti meglio, ora?Pop. Maestro, com’era l’eremita?Narr. Bello assai: faccia di rosa, capelli bianchi-bianchi, occhi celesti,barba lunghissima. Bel-lo! Al vedere il lupo si spaventò.“San Francesco! Che vorrà mai, costui, da me?” Ma, giacchè eraun eremita, si segnò, si raccomandò l’anima a Dio, tremante eimpaurito con i denti che gli sbattevano…70 IL DIALETTO PERCHÉPop. Che peccato, quel buon uomo. Un bell’accidenti di primamattina!Narr. … lo salutò: “Buongiorno, compare lupo, sia lodato GesùCristo… e sempre sia lodato… quale buon santo vi mandasu questa strada?” “Che stracazzo vai dicendo?”, sbottò quelloscreanzato, “sono venuto di mia volontà per confessarmi.”L’eremita riprese colore. Lo fece entrare, lo fece sedere, gli feceuna bella tazza di caffè…I pop. Col cornetto caldo.Narr. … gli diede un bel bicchiere d’acqua, e poi disse: “Su, cominciamo.”Passa un’ora, passano due ore, passano tre ore e il lupo non lafiniva più di confessarsi. Sempre così quando si comincia la sfilzadei peccati! si piglia gusto! Ne aveva di agnelli e di pecorellesulla coscienza!Che volete? A forza di contare tante pecore. L’eremita stava perriaddormentarsi! Se non fosse che il lupo gli gridava: “Mi ascolti?mi ascolti?” L’eremita sbarrava gli occhi, mentre quell’infame,tra un “mi ascolti?“ e l’altro andava guardando fuori, chèintanto s’era fatto giorno: e che ti vede?Pop. Che ti vede?Narr. Agnelli e pecorelle tutt’intorno. Che ben di Dio! Gli vennel’acquolina in bocca, prese a girarsi e a rigirarsi. “Insomma,compare lupo!” gli disse l’eremita, “che ti brucia, il culo? Chet’è preso?” A questo punto della storia, il lupo guardò in faccial’eremita e gli rispose con lo stornello: “Quando la pancia stavacante,/non si suona e non si canta;/quando la pancia è pienae buona,/allora si canta e allora si suona.”II QUADROSUONI DEL DIALETTO1 Nà na, Ninì, nà nènè a nonò.1BIS Tieni, tieni, piccolina! prendi la caramella da nonnatua.1 Nà nà, ninì, nà nènè a nonò.2 Didì, di’ a datta’, d’addò ha da sci’: da ddò o da ddà?IL DIALETTO PERCHÉ 712BIS Dino, di’ a tuo padre, da che parte devi andare: diqua o di là?2 Didì, di’ a datta’, d’ addò ha da sci’, da ddò o daddà?3 Jìnd’a le dìnde, jìnd’a le dìnde.3BIS Nei denti, nei denti.3 Jìnd’a le dìnde, jìnd’a le dìnde.4 ‘Denànn’ da ‘ndèrre.4BIS Raccogliendo da terra.4 ‘Denànn’ da ‘ndèrre.5 Peppi’, pipì o puppù a papà?5BIS Peppino, di’ a papà tuo: devi fare pipì o cacca?5 Peppi’, pipì o puppù a papà?6 P’appeccia’.6BIS Per accendere.6 P’appeccia’.7 Kiami’, kemma’ Kiari’ c’ ham’’a ackia’ la kià.7BIS Bada, comare Chiarina che dobbiamo trovare lachiave.7 Kiami’, kemma’ Kiari’, c’ham’’a ackia’ la kià.8 Cami’, kemma’ Kiari’, kiami’.8BIS Vieni, Comare Chiara, guarda.8 Cami’, kemma’ Kiari’, kiami’.9 Ja’, ji’ nu sìckje d’a’.9BIS Anna, riempi un secchio d’acqua.9 Ja’, ji’ nu sìckje d’a’.10 Ke ce nge l’ha?10BIS Con chi ce l’hai?10 Ke ce nge l’ha?72 IL DIALETTO PERCHÉ11 Auànd’u acìdde sop’au àru’e u accìde sop’au àskere.11BIS Prende l’uccello sull’albero e l’ammazza in terrazza.11 Auànd’u acìdde sop’au àru’e u accìde sop’au àskere.12 (V)ué l’auì? L’auì (v)ué12BIS Vuoi le olive? le olive vuoi?12 (V)ué l’auì? L’auì (v)ué?13 Vògghj’ u ghia’.13BIS Voglio il ghiaccio.13 Vògghj’ u ghia’.14 ‘Ndrapequa’.14BIS Incespicare.14 ‘Ndrapequa’.15 ‘Ndrapequò, ‘ndràma longhe.15BIS Incespicò, la spilungona.15 ‘Ndrapequò, ‘ndràma longhe.16 A l’andrasàtte ‘ndrapequò, ‘ndràma lònghe.16BIS All’improvviso incespicò, la spilungona.16 A l’andrasàtte ‘ndrapequò, ‘ndràma lònghe.17 Ce me sfùsce jòsce!17BIS Se mi sfugge oggi!17 Ce me sfùsce jòsce!18 Jòsce nesciùn’ ha pesciàte.18BIS Oggi nessuno ha fatto pipì.18 Jòsce nesciùn’ha pesciàte.19 Fùsce pe sci’ au sciàle.19BIS Corre per andare allo scialo.19 Fùsce pe sci’ au sciàle.20 Crescènze s’ackièsce la kesciènze.IL DIALETTO PERCHÉ 7320BIS Crescenza s’acquieta la coscienza.20 Crescènze s’ackièsce la kesciènze.21 Addo j’ h’’a sci’? J’h’’a sci’ scettànne mertìscene?21BIS Dove vuoi che vada? A far mostra della mia stanchezza?21 Addò j’h’’a scì? J’h’’a sci’ scettànne mertìscene?22 Sìte scìme ce non sciàte.22BIS Siete stupidi se non andate.22 Sìte scìme ce non sciàte.23 Sciatavìnne, sciòsceue!23BIS Andate via, donne disordinate!23 Sciatavìnne, sciòsceue!III QUADROSFOTTÒ1 Vetùcce VetùcceFasce la varv’ au ciùcce.2 Tu si’ MariùcceJàlde quann’a na cartùcceCort’è mal cavàteDrett’a fa’ frettàte.3 Pèppìne-fa-la pìsce:Quàtte sòlde di pipìsce.4 Jànna-Jànne!Fìckete sott’a la capànneE ce la capànne kiòveFìckete sott’e non de mòve.5 Coli’ cocòTène la zit’ jìnd’au comò;74 IL DIALETTO PERCHÉLa ten’a Bare VèckjeE Colìn’ha fatte vèckje.6 Uèh, Filoméne,Quàle vìnde méne?Amméne lu levànde,Filoméne de tutte quànde7 Niccoli’-NiccolòSi cacò li pandalo’E la màmme glièli stisciòNicolò sporcaccio’.8 Tarèse, TarèseTùtte la nòtteU tèn’appèse.9 ‘Mba MekèleTùtte còse tèneLa kèdde ca nge ammàngheLa tèn’appèse ‘nande.10 U nòme de VastiàneSquàgghje ‘mmockeAqquànn’u kiàme.11 Le fèmmene so com’a le melùne:Ogn’è cìinde ne jàckje jùne.12 Save’: ce fète!13 Jì so bèllee tu si brùtte,la mìa fàccepiàsce a tùtte,piàsce a màmmeca m’ha fàttee non a téfàcce de gàtte.IL DIALETTO PERCHÉ 7514 Tìne la fàccia bèlleCom’al cùlo délla padèlle.15 E com’a tua sorèlle.16 A: me tène da caca’.E: il priso non g’è.I: lo vedo lì.O: sta sott’au comò.U: non ne pòzzeke kiù!Tommaso! Porta il vaso!Oronzo! Porta lo stronzo!Marta! Porta la carta!Arturo! Puliscim’il culo!17 Ce ha fàtte u pèbbete d’òreDrét’a la pòrte du signòre?ce se n’avvèrte la segnùre‘nge hav’’a dà nu càlge ‘ngùlee nge hav’’a brescia’ u–cù-le.*18 La cambàne de Vetrìtteié longh’è drìtte.La cambàne de Vetòndejè longh’è tònne.Càpe de pìppe-pip-pa.19 Palètte palètte, signora kemmàreTènghe na figghje ca sàpe scequa’.Sàpe scequa’ a li vindiquàtteUne, due tre e quatte.Quàtt’e cìnghe la frishkitèlleJìsse tu ca si la kiù bèlle.*20 Mi chiàmo Lola,so’ la spagnòla.Per imbaràre l’italiàno76 IL DIALETTO PERCHÉVad’a scuòla.E la mammìnaè dèlla Cina.Cina Cina coccodèFertùn’a mmèè corn’a tè.** **** Trattasi di tocchi tra bambini; per affinità di contenuto, sonostati inseriti in questa sezione.** È in verità un gioco cantilenato che due bimbe eseguivano ponendosil’una di fronte all’altra e seguendo un preciso rituale dimovenze con incrocio di braccia e mani.***1 Vituccio, Vituccio fa la barba all’asino. 2 Tu sei Mariuccia, altaquanto una cartuccia, corta e mal cavata, capace solo di fare frittate.3 Peppino-fa-la-pipì: quattro soldi di pipì. 4 Anna, Anna! Ficcatisotto la capanna: se nella capanna piove, ficcati sotto e non ti muover.5 Niccolino-cocò ha la fidanzata nel comò; ce l’ha a Bari Vecchiae Niccolino è diventato vecchio. 6 Ohi, Filomena! che ventotira? Tira da levante e Filomena va con tutti. 7 Niccolino-Niccolò siè cacato nei pantaloni; la mamma glieli pulì, Niccolò sporcaccione.8 Teresa, Teresa, tutta la notte ce l’ha appeso. 9 Compare Micheleha tutto; quello che gli manca ce l’ha appeso davanti. 10 Il nome diBastiano si squaglia in bocca quando lo chiami. 11 Le donne sonocome i meloni: ogni cento ne trovi una buona. 12 Saverio: quantopuzza! 13 Io son bella e tu sei brutto, la mia faccia piace a tutti; piacea mamma che mi ha fatto e non a te, faccia di gatto. 14 Hai la facciabella come il fondo della padella. 15 E come tua sorella. 16 … 17 Chiha fatto la scorreggia d’oro dietro la porta del signore? Se lo pizzicala signora, gli darà un calcio in culo e glielo brucerà. 18 Il campaniledi Bitritto è lungo e diritto. Il campanile di Bitonto è lungoe tondo. Testa di pi-pip-pa. 19 Paletta, paletta, signora comare/houna figlia che sa giocare/sa giocare ai ventiquattro /uno, due, tre equattro./Quattro e cinque la fischietta/esci tu che sei la più bella.20 Mi chiamo Lola,/sono spagnola./Per imparare l’italiano/vado ascuola./La mia mamma e della Cina./Cina-Cina, coccodè,/fortunaa me/e corna a te.IL DIALETTO PERCHÉ 77IV QUADRODUE GATTINARRATOREJéve na vòlde e jèvene du gàtte. Jèvene fràte ma nonjèvene minzevènde. Però tenèven’u stèsse penzìree s’assemegghiàvene com’a do gòcce d’àcque. Prèsèmbje:tutt’e dù tenèvene sèmbe u shcam’a le stendìnee ‘nzòmme, s’ havèssere mangiàte nu vòve ketòtte le còrne. Va bu’?Na bèlla di ca se ne scèvene stràta-stràte sèmbe cu stèssepenzìre d’ackia’ ngokk’e còse p’ackièsce u stòmeke,camìne tu ca camìnghe jì, a l’andrasàtte nge arrevòn’addòre de fremmàgge ashcuànde. Arreveldòrened’òckiere e la vòcke nge facì shketùre-shketùre.Acquànne capescèrene da ddò venève cùdde sprefùme,arremanèrene felmenàte. Jéve na pèzze de fremmàggeca na fèmmen’ havéve lassàte sop’a n’accònea svendescia’. Jìnd’a nùdde s’ackiòrene ke la ròtede fremmàgge ‘nguèdde, a fesci’ a la vi de fòre. Arrevàteca fùrene ‘mènz’a nu léke s’affermòrene pespàrt’ u fremmàgge.POPOLANIE vìssero felìci e condènde.NARRATORESeh, da mo? Ca mo vén’u mègghie. Jàbbre l’èckje esfùlgete le rèckje.U fràte grànne, ca jéve kiù cerviddìne…I POPOLANOMo si dìtte ca jèven’ èuàle!NARRATOREU fràte grànne jéve kiù cerviddìne, va bu’? Decì:“Fàzze jì le razziùne.” Auandò u kertìdd’ e tagghiò.Dàzze ca “ce spàrte, hiàve la mègghia pàrte”, còmedecèvene l’andìke, a jìdde nge attequò la razziònekiù gròsse; au pecenùnne, la kèdda kiù pecenònne.U gattùdde pecenùnne se ‘ngazzò.78 IL DIALETTO PERCHÉPOPOLANIGiustamènde.NARRATOREE comm’jè? asselùte percè jév’u granne s’havév’’afreca’u stèzze kiù grèsse? “È mànghe ca si fèsse!” ngedecì, “me sta’a pìgghje pe cùle? Jì t’allèveke d’aumùnne, ca t’allèveke! So fadegàte de kiù e m’ha dapùre freca’?” “Ehi, gneffi’! ce uè cùsse, pigghiatìue.Ce nò, arràngete. Mannàgghj’au ‘mbìrne làdre! jìso u grànne, non d’u si skerdànne.”‘Nzòmme: ce si tu ca ce so jì, sènza tra’ a la lòngala-lònghe, stèven’ a ‘reva’ a le màne.POPOLANICe shkìfe! Du fràte.NARRATOREDu fràte, ‘gnorsì. Du fràte. Però, giùste ca u sànghenon fàsce ma jàcque, pe non arreva’ a fetèsce,facèrene nu buéne penzìre.POPOLANIMeh, méno-màle.NARRATORE“Fràte,” decì u grànne, “sa ce sta de nòve? U prìmecrestiàne ca pàsse, u affermàm’ e nge addemannàmede spàrte la ròte de fremmàgge. Axì asselùte petìmesta’ secùre ca non nge arragàme.”“Va bu’,” decì u pecenùnne, “la penzàte jè bòne.”Xì decèrene, xì facèrene. Pròbbete tànne s’ackiò apassa’ da kìdde vànne na sìgne.I POPOLANOVén’a jèsse?II POPOLANOLa sìgne: la scìmmia. Ham’’a parla’ affòrze jìnd’austrìtte? Com’jè ca non acapìsce?III POPOLANONon acapìsce però pìsce.NARRATOREVa bu’, tràme ‘nànze. Au vede’ ca facèrene de laIL DIALETTO PERCHÉ 79sìgne, le gàtte l’affermòrene. Nge sbiegòrene bèllebèll’u fàtte e congludèrene: “’Nzòmme, la me’, tuha da fa’ la Gestìzzje.” Axì decènne, nge mettèrene‘mmàne le do razziùne de fremmàgge.“È havìt’’a fa’ accòme me kemmànn’u penzìre mì?”“Ca ci? nge velèsse, mo! Te sìme kiamàt’appòste.”“Va bu’.” Allòre, la sìgne se mettì l’ackiàle, assì lavelànze…POPOLANIGiustamènde, le sìgne se ne vònne regerènne ke levelànze.NARRATORE… e arrecuò le do stòzzere sop’a le piàtte. Accòmevedì ca la velànze pennéve da na vànne, auandòcùdde stèzz’ e nge trò nu bèlle muèzzeke. Gnettì epesò arréte. Mo, la velànze, pennéve da l’alda vànne.Sènza penzamènde, la sìgne trò nu muèzzek’ acuss’àlde stèzze. ‘Nzòmme: nu muèzzeke ddò, numuèzzeke ddà, kèdda sòrte de sìgne – dàzze ca jévela Gestìzzje – se stév’ a renza’ tùtt’u fremmàgge.Tànne c’ havèven’arremanùte do shcàrde.POPOLANIVatt’a fìde de la gestìzzje.NARRATORENon ve dìgghe e non ve còndeke le du gattùdde.“Sta brùtte-ce-non-màle, sta ‘mbrascetòna ‘mbàme!”sbettò u grànne, “ce te sìme kiamàt’a fa’, pefatt’alleva’ le kiéke a spése nòste?”Au pecenùnne, ca jéve kiù càpa càlde, nge arrevòsùbbet’u sangh’ a l’òckiere. S’ammenò ‘mbàcce ala sìgne, la ciambesciò totta quanne, po l’auandòpe reckje ke la ‘ndezziòne de fànge nu pagliatòn’ al’ùse, nu salenìzze ca se ne hjév’’a vede’ béne. Fertùnepe jèdde, kemmenazziòna kiàveke, pròbbetetànne s’ackiò a passa’ da ddà, na keckevàsce.I POPOLANOCi jàlde jé kèsse, mo?80 IL DIALETTO PERCHÉII POPOLANOU sàcce jì, u sàcce jì: u malacìdde.I POPOLANOAh sì, mo sì ca so capesciùte. Cix càzze vèn’a jèss’ umalacìdde?NARRATORESciàt’a le scòle, ce sciàt’a fa’? ‘Mbaràtev’a parla’,càpe de ciòccere!La keckevàsce, ca jè pur’u malacìdde, jé la civècca.L’uccèllo dèlla sapiènza, dìscene le mègghje crestiane,le gènde ke le cìrkje ‘ngàpe. U acìdde du malaugùrje,dìscene le malalèngue. Va bu’?Accòme vedì la màla paràte, addemannò assùtteassùtte:”Ehi, ragàzo! ke ha ‘ndrivvinùto?”Le du gàtte sènza tànde prigamìnde, scettòren’uprìse. “U fàtte jé axì e axì.”Accòme fernèrene, la keckevàsce demannò: “Siétovòi ca siéto chiamàto la sìgna?”POPOLANISì.NARRATORE“Siéto vòi ca siéto dètt’ alla signòra Sìgne di fàre laGestìzzia?”POPOLANISì.NARRATORE“Siéto vòi ca siét’accettàto le condizziòni?”POPOLANISì.NARRATORE“È allòre ce càzze sciàt’ackiànne? V’ havìt’’a sta’.”POPOLANICùsse jé nu trajìne!NARRATORE“U trajìne m’u sìte fàtte vù a mé,” allecuò la sìgne c’havéve repegghiàte fiàte, “e mo v’u mètteke ‘ngul’atutt’e dù, e u rèste du fremmàgge m’u frèkeke jì.”IL DIALETTO PERCHÉ 81Skiavecò kèdda vòcke de fùrne ca tenév’ e u fremmàggeskembarì.POPOLANICe peccàte kidd’e du gattùdde.NARRATOREPeccàte hav’’a jèsse. Pùte sta’ secùre ca la lezziònenge avastò jùn’e bòne.Val’a dìsce ca ke la Gestìzzie jé mègghj’a non have’nudd’a ce nge fa’.Stòria mè non jé kiù…POPOLANI… mal’a l’ald’e bén’a nù.NARRATOREA cùdde ca u ha dìtte /Nu piatte de kembìtte;/acùdde ca u ha sendùte,/nu piatte de sùrgh’arrestùte.I POPOLANOSop’ a la cemenère /Stonne do pegnàte:/tu, quàlevuè?II POPOLANOKèdda ròtte.I POPOLANOVatt’a fa’ fòtte.NARRATOREKèdda sàne.POPOLANIMàngete la mèrde du càne.**Narr. C’era una volta ed erano due gatti. Erano fratelli ma non eranogemelli. Però avevano gli stessi pensieri e si somigliavano comedue gocce d’acqua. Per esempio: avevano sempre una fame datorcere le budella e, in breve, si sarebbero fatti fuori un bue contutte le corna. Va bene?Un bel giorno che andavano a spasso sempre con lo stesso pensierodi trovare qualcosa per acquietare lo stomaco, dopo grancamminare, all’improvviso sentirono odore di formaggio piccan82IL DIALETTO PERCHÉte. Rivoltarono d’occhi e la bocca gli venne schiuma-schiuma.Quando capirono da dove proveniva quel profumo, restaronofulminati. Si trattava di una ruota di formaggio che una donnaaveva lasciato ad asciugare su un angolo del balcone. In un niente,si ritrovarono con la ruota di formaggio in spalla, in fuga versola campagna. Giuntivi, si fermarono per dividere il formaggio.Pop. E vissero felici e contenti.Narr. Di già? Ora viene il meglio! Apri bene gli occhi e sturati leorecchie.Il fratello grande, che era il più intelligente…I Pop. Hai appena detto che erano uguali!Narr. Il maggiore era più intelligente, va bene? Disse: “Divido io.”Prese il coltello e tagliò. Giacchè “a chi divide va il pezzo migliore”,così come dicevano gli antichi, a lui toccò la razione piùgrande, mentre al minore andò la più piccola. Il più giovanes’incazzò.Pop. Giustamente.Narr. Com’è? Solo perché lui era il maggiore si doveva fregare ilpezzo più grosso? “E manco che sei scemo?” gli disse, “Mi staiprendendo in giro? Io ti tolgo dalla faccia della terra, che ti tolgo!Ho sfaticato più di te ed ora devi pure fregarmi?”“Ehi, bello, se vuoi questo, prendilo, sennò arrangiati. Mannaggial’inferno ladro! Io sono il grande, non te lo scordare!“Insomma: chi sei e chi sono io, senza tirarla per le lunghe, i duestavano per arrivare alle mani.Pop. Che schifo! Due fratelli.Narr. Due fratelli. Sissignore, due fratelli.Però, giusto perché il sangue non diventa mai acqua, per nonarrivare del tutto a schifio, i due fecero una bella pensata.Pop. Beh, meno male!Narr. “Fratello,” disse il maggiore, “sai che c’è di nuovo? Fermiamoil primo che passa e chiediamogli di dividere il formaggio. Solocosì possiamo star sicuri che non litighiamo.”“Va bene,” disse il minore, “la trovata è buona“.Così dissero e così fecero. Proprio allora si trovò a passare daquelle parti la “signe“.I Pop. Cioè?II Pop. “La signe”! Dobbiamo sempre parlare pulito? La scimmia.Com’è che non capisci?IL DIALETTO PERCHÉ 83III Pop. Non capisce, però piscia.Narr. Va bene, tiriamo avanti. Allorchè videro la scimmia, i gattil’apostrofarono. Le spiegarono ben bene la storia e conclusero:“Insomma, Maestra, devi interpretare la Giustizia.” Così dicendo,le misero in mano i due pezzi di formaggio.“E farete come sta meglio a me?““Certamente! Ci mancherebbe altro. Noi ti abbiamo chiamato!““Va bene.” La scimmia inforcò gli occhiali, tirò fuori la bilancia…Pop. Giustamente! Le scimmie vanno in giro con le bilance.Narr. … sistemò i due pezzi sopra piatti. Appena si rese conto chela bilancia pendeva da una parte, afferrò quel pezzo e gli tirò unbel morso. Ingoiò e pesò di nuovo. Adesso la bilancia pendevadalla parte opposta. Senza pensarci su, la scimmia tirò un morsoa quest’altro pezzo.In breve: un morso qui ed uno lì, quella gran scimmiona – acausa del fatto che lei era la Giustizia – stava per farsi fuori tuttoil formaggio. Erano rimaste due schegge.Pop. Vatti a fidare della giustizia!Narr. Non sto a dirvi i due gattucci!“Questa schifosa infame!” sbottò il maggiore, “ti avremmochiamato per farti togliere le pieghe?“Al minore, che era una testa calda, gli venne subito il sangue agliocchi. Si slanciò contro la scimmia, la graffiò tutta, l’agguantòper le orecchie con l’intenzione di farle un pagliatone, una rivoltatada farle veder le stelle. Fortuna per lei, per fatale combinazione,proprio allora si trovò a passare una “keckevàsce“.I Pop. Chi altri è questa, ora?II Pop. Lo so io, lo so io! “u malacìdde“.I Pop. Ah sì! Ora sì che ho capito! Chi cazzo viene ad essere “umalacìdde“?Narr. E andate a scuola? Che ci andate a fare? Imparate a parlare,ciuchi!“La keckevàsce“, che è “u malacìdde“, è la civetta. L’uccellodella sapienza dicono le persone migliori, quelle con i cerchi intesta; l’uccello del malaugurio, dicono le malelingue, va bene?Appena si rese conto del misfatto chiese asciutta-asciutta: “Ehi,ragazzo! che ha successo?”I due gatti, senza farsi pregare, vuotarono il vaso: “Il fatto è cosìe così.”Appena finirono, la civetta chese: “Sieto voi che sieto chiamatola scimmia?”84 IL DIALETTO PERCHÉPop. Sì.Narr. “Sieto voi che siete detto alla signora Scimmia di fare la Giustizia?”Pop. Sì.Narr. “Sieto voi che sieto accettato le condizioni?”Pop. Sì.Narr. “E allora che cazzo andate cercando? Ve la dovete tenere.”Pop. Questo è un tradimento!Narr. “Il tradimento l’avete fatto voi a me,” gridò la scimmia chenel frattempo aveva ripreso fiato, “e adesso ve lo metto in quelposto a tutti e due, e mi freco il resto del formaggio.”Spalancò la sua bocca di forno e il formaggio scomparve.Pop. Che peccato quei due gattini!Narr. Peccato, dev’essere! Puoi star sicuro che la lezione bastò loroper tutta la vita.Vale a dire che con la giustizia è meglio non aver niente a che fare.Storia mia non è più…Pop. … male agli altri e bene a noi.Narr. A quello che l’ha detto /un piatto di confetti:/a quello che haascoltato/un piatto di topi arrosto.I Pop. Sulla ciminiera ci stanno due pignatte/una rotta ed una sana./Tu quale vuoi? La rotta o la sana?II Pop. La rotta.I Pop. Vatti a far fottere!Narr. La sana.Pop. Mangiati la merda del cane.V QUADROPROVERBI(Dialogo tra Vecchi)1 Scennàre, lass’u vòmer’e pìgghje la mannàre.2 Non ze fil’e non ze tèsse: le terrìse d’addò jèssene?3 Tùtte ca fàscene vede’ le rìcke Pelùne.IL DIALETTO PERCHÉ 854 La bànne de Recletùnne: “Maje’, ce ham’’a fa’?” “Lastèsse”.5 Gàtta ci còve.6 Buéne da for’e mequate da jìnde.1 Pe la Sànda Cannelòre, o nèvek’o kiòve, au vìrne sìmefòre. Ce jé sol’o solecìdde, sìme semb’a mìnze vìrne.2 Se mèttene rashk’e bùll’a tùtte vànne.3 Sìm’arrevàt’addò havèmm’’ a sci’.4 Non zàpene ca quànn’u diàue t’accarèzze, l’àneme sevòle pegghia’.5 Làsse fa’ a Ddì.6 Ce hàv’’a assi’?1 A Sànde Valendìne, premmavér’ jé vecìne.2 Kiù stam’ e kiù ‘n Galàbbrje sciàme!3 Càmera-càmere, ‘ngallarì.4 Carnevàle kjìne de dògghie: ajìre macarùn’ e jòsce fògghje.5 Non ze fìden’ a càrrescia’ mànghe l’ àcqu’a le muèrte.6 Ciòccere ke ciòccere se la gràttene.1 Sànde Vastiàne ke le viòle ‘mmàne.2 Vòlene meri’ e non vòlene stènne le pìte.3 La malèrve non mòre ma.4 Tùtte lìnd’e pìnde.5 Sàngh’e làtte.6 Tùtte bèrefàtte: Sànde Lùke l’ha pettiàte.1 Aprìle fàsce u fiòre, e Màsce hjàv’u anòre.2 Càmben’a la scùse de Crìste.3 Tutt’jè sciòggu’e rìse.4 Kiàckier’e pallùne vàlene nu sòlde l’ùne.5 E ca se mèttene l’àcque d’addòr’e u cunz’-e-rùsse, fètenesèmbe de cozz’affetesciùte da la cap’a le pìte.6 Fètene de càne muèrte.86 IL DIALETTO PERCHÉ1 Màsce, spùgghiet’adàsce.2 U pòdece, jìnd’a la farìne se créte mellenàre.3 Le segnùre ke l’ògne spaccàte.4 Jùn’ jè tèndu’ e l’ àld’ jè callàre.5 Nge ammànghene sèmbe digiannòve sòlde pe fa’ nalìre.6 Non mòre ce l’ accòste ca nàsce ce le strùsce.1 Sànde Catàlde, lév’ u frìdd’ e mètt’ u càlde.2 Còme la votte, axì u mìre.3 P’have’ u post’au Menegìbbje fàscene càrte fàlze.4 Fàscene vut’a Sànde Cannìte, parènde de Sànde Mangiòne.5 Sand’Andònje fàsce trìdece gràzzje; Sànde Mangiònene fàsce quattòdece.6 Fertùn’ e càzze ‘ngùle, viàt’a ce l’hàve.1 Quànn’ammatùre la fìke, dìsce au melòne: “Vatt’ a‘mbìke.”2 Ce jàrte pòzze fa’ ca non fàsce stanga’?3 Le dìbbete nge arrìven’a la cìme de le capìdde.4 Pezzìnd’ e vezziùse.5 Màngene gràzzje de Ddì e càghene sajìtte.6 Jèreme fràte quànne mangiàmm’a la càse de tàte; sciùteda la càse de tàte, ni kiù sòre ni kiù fràte.1 De Sànda Mekéle, l’uv’ jé com’au méle.2 Jé jàcque ca non jègne pùzze.3 Da latr’a latrùne.4 E la gaddìne ‘mbar’a le preccìne.5 Le làtre de Pìse: la di s’arragàven’e la nòtte scèvene arebba’ ‘nzìme.6 Mangiàme, mangiàme, kembàgne, k’a Salìrne facìmele cùnde.1 A tùtte le Sànde, mìttete le uànde (m’arricomànne).2 Ròbbe fatt’a fùrte, dùre tìmbe cùrte.IL DIALETTO PERCHÉ 873 E au mègghje ca non t’u crìte, t’arrìve na mazzàte depeta ‘mbrònde.4 Véne la sìgn’ e se fàsce patròne de la vìgne.5 A mé a mé e fa’ ce ué.6 Ce va p’have’ gràzzje, hjà gestìzzje.1 De Sànda Vàrve statt’attùrrn’au fuék’e uàrde.2 Pàtre, tutt’u munn’jé làtre.3 Cu solde tùnne-tùnne, va ‘ngul’a tutt’u mùnne.4 U muzzenàre fum’u beckìne.5 Marìte vòlda-giackètt’ e megghiére vòlda-pannére.6 Ognùne cerk’u sù.2 U scarpàre va ke le scàrpe ròtte.3 Ce zàppe bev’a l’àcqu’ e ce non zàppe bév’au mìre.4 U acìdde pìsce u lìtte, e u cùle hjàve mazzàte.5 Pùre le pùdece fàscene la tòsse.6 U mùnne de jòsce jé nu munn’a l’ammèrse.1 A Sànda Leci’ accrèsce la nott’e ammànghe la di (nupàsse de gaddìn’a la dì).2 U gùste de la Tranése fu de sci’ a pescia’ ‘mbàcce a lamàzze de la scòpe.3 Mo se fàsce axì: dòppe mangia’, vìn’a mangia’ ke mé.4 U sàzzje non cret’au desciùne.5 A mangia’ kìsse prùne jàcre, amarèsce la vòkke, e azzàgghjele dìnde.6 Sìm’arremanùte sùle, com’a l’àneme du Pregatòrje.I VecchiE nù hàme fàtte vìckje.Non denìme kiù vìnd’ànne.U sòle sop’a màreA pìcke- a pìcke se v’alzànneTòtte le lambàreSe vònn’ astetànne.88 IL DIALETTO PERCHÉMa nù hame fàtte vickje.U pùrte jè derembètte.Tòtta la dìa scòrreAssedùte sop’au vanghètte.Le tìmb’honne cangiate.Ma qual’jè la vìa drètte?E mo hàme fàtte vìckjeU arlògge bàtte l’òre.Perdùte jè la memòrjeNge fàsce mal’u còre.Le fìgghje ‘ngann’a màreVonn’a fa’ u ammòre. **1 Gennaio: lascia il vomere e prendi la mannaia. 2 Non si fila enon si tesse: da dove vengono i soldi? 3 Tutti che fanno mostra diessere ricchi Epuloni. 4 La banda di Locorotondo: Maestro cosaeseguiamo? La stessa musica! 5 Gatta ci cova! 6 Buoni all’apparenza,marci dentro.1 Per la Santa Candelora, se nevica o piove, siamo fuori dell’inverno.Se è sole o solicchio, siamo sempre a metà inverno. 2 Si mettonodebiti da tutte le parti. 3 Siamo giunti dove dovevamo arrivare.4 Non sanno che quando il diavolo t’accarezza è l’anima che ti vuoleprendere. 5 Lascia fare a Dio! 6 Cosa può riuscirne di buono?1 A San Valentino, primavera è vicina. 2 Più avanti andiamo, più cispingiamo in Calabria. 3 Di camera in camera, in galleria! 4 Carnevalepieno di doglie: ieri maccheroni e oggi foglie. 5 Non ce la fannoneppure a trascinare l’acqua ai morti. 6 Tra asini se la grattano!1 San Sebastiano con le viole in mano. 2 Vogliono morire e non voglionostendere i piedi. 3 La gramigna non muore mai. 4 Tutti lindie pinti. 5 Sangue e latte. 6 Tutti ben fatti! San Luca li ha dipinti.1 Aprile fa germogliare e a Maggio vanno tutti gli onori. 2 Campanoalla bell’e meglio. 3 Tutto è gioco e ridere. 4 Chiacchiere epalloni valgono un soldo l’uno. 5 E che si mettono acqua di tolettae rossetto, puzzano sempre di cozze andate a male, dalla testa aipiedi! 6 Puzzano di cane morto.IL DIALETTO PERCHÉ 891 Maggio: spogliati adagio. 2 La pulce, nella farina, si sente milionaria.3 Le signore con le unghie spaccate. 4 Una è nerofumo, l’altracaldaia. 5 Gli mancano sempre diciannove soldi per fare una lira.6 Non fa a tempo a morire chi ha accumulato che già è nato chispende e spande.1 San Cataldo toglie il freddo e mette il caldo. 2 Come è la botte,così è il vino. 3 Per avere un posto in Municipio fanno carte false.4 Fanno voti a San Cannito, parente di San Mangione. 5 Sant’Antoniofa tredici grazie; San Mangione ne fa quattordici. 6 Fortuna ecazzi in culo: beato chi li ha!1 Quando matura, il fico dice al melone: Vatti a impiccare! 2 Chelavoro posso fare che non mi faccia stancare? 3 I debiti gli arrivanosino alla cima dei capelli. 4 Pezzenti e viziosi! 5 Mangiano grazia diDio e cacano saette. 6 Eravamo fratelli quando mangiavamo allatavola di papà; andati via dalla casa di papà, non siamo più né sorellené fratelli.1 A San Michele, l’uva è come il miele. 2 E pioggia che non riempiepozzi. 3 Da ladri a ladroni. 4 E la gallina insegna ai pulcini. 5 I ladridi Pisa: di giorno litigavano e la notte andavano insieme a rubare. 6Mangiamo, mangiamo, compagni! A Salerno facciamo i conti!1 A Ognissanti mettiti i guanti! (mi raccomando). 2 La roba rubatadura poco. 3 Quando meno te l’aspetti, ti arriva una mazzata dipietra in fronte. 4 Viene la scimmia e si fa padrona della vigna. 5A me a me e tu fai quello che vuoi. 6 Se vai per avere grazia, haigiustizia.1 A Santa Barbara, resta davanti al fuoco e guarda. 2 Padre, tutto ilmondo è ladro. 3 Col soldo tondo-tondo vai in culo a tutto il mondo.4 Il raccoglicicche fuma col bocchino. 5 Mariti voltagiacchettee mogli voltagabbana. 6 Ognuno bada solo al proprio interesse.2 Il calzolaio va con le scarpe rotte. 3 Chi zappa beve acqua e chinon zappa beve vino. 4 L’uccello bagna il letto e il culo le prende.5 Anche le pulci tossiscono. 6 Il mondo di oggi è un mondo alcontrario.1 A Santa Lucia cresce la notte e s’accorcia il giorno (un passo digallina al dì). 2 Il gusto della Tranese fu di andare a pisciare sulbastone della scopa. 3 Ora si fa così: dopo aver mangiato vieni apranzo da me. 4 Chi è sazio non crede a chi è digiuno. 5 Mangiarequeste prugne aspre ti fa amara la bocca e te l’allappa. 6 Siamorimasti soli come le anime del Purgatorio.90 IL DIALETTO PERCHÉI VecchiE noi siamo invecchiati/non abbiamo più vent’anni./Il sole sopra ilmare/un po’ per volta si va alzando/e ad una ad una /tutte le lamparesi vanno smorzando.Ma noi siamo invecchiati /il porto è dirimpetto./Tutto il giornotrascorre /seduti alle panchette./I tempi sono mutati /ma qual è lavia diritta?Ed ora siamo invecchiati/l’orologio batte l’ora./Perduta è la memoria/ci fa male il cuore./I figli in riva la mare/vanno a fare l’amore.EPILOGOQuànne nascìste tunascì la ròse,nascì la pambanèllea la ceràse.**Quando nascesti tu/nacque la rosa,/nacque la foglia nuova/alla ciliegia.LA PATRÒNE 91La PatròneATTO UNICO197392 LA PATRÒNEPERSONAGGILa PADRONA (P)La FIGLIAMARIETTA (M)SCENAUna scalinata a gradoni che sale dal pubblico al palcoscenicoe, illusoriamente, prosegue sul fondo.Il centro della scena è tagliato in orizzontale da una colonnache sostiene due ampi archi laterali.È tutto d’un bianco abbagliante.Attraverso l’arco di destra si staglia, seduta sul gradone piùalto, la Padrona. Nascosta dalla colonna, fa capolino, a sinistra,la maschera di Marietta.Entrambe le figure indossano il medesimo sontuoso abito cheevoca, nella fattura, l’abbigliamento delle Madonne: neroquello della Padrona, rosso quello di Marietta.Uno scialle di seta nero discende dall’alta parrucca grigia dellaPadrona a velarle il viso; Marietta è imbacuccata in unasciarpa di lana violacea.La luce iniziale è quella dorata di un tardo pomeriggio primaverileche scivola progressivamente nella sera.Il contatto fisico tra la due figure avvenga solo dove indicato.*Cura particolare si ponga alla impostazione delle voci delledue antagoniste: leggera e petulante – se non proprio acuta- quella di Marietta; cupa e profonda – persino baritonale- quella della Padrona: è anche questo che fa pensare a unuomo che interpreti il personaggio.La Figlia esplora la gamma espressiva e tonale sempre allaricerca della sua voce.* La prima messinscena dell’opera prevedeva un personaggio in più, laRadio, e una diversa scena, che viene qui di seguito riproposta.“La scena è avvolta interamente da un panno bianco senza spiraglie rischiarata da candele sparse su profili di volumi di cubi di variagrandezza.LA PATRÒNE 93In fondo, spostato sulla quinta di sinistra, c’è un trono altissimo, bianco,a cui si accede per mezzo di alcuni gradini coperti dal panno.La Padrona è una maestosa figura in nero seduta sul trono: il suo vaporosoabito lascia scoperte solo le mani, passate nella biacca, che srotolanoimplacabilmente, per tutta la durata del lavoro, un gigantescorosario dai grani argentati; anche il suo volto, inizialmente copertoda un prezioso scialle di seta drappeggiato sulla voluminosa parruccagrigio ferro, è dipinto con la biacca. Sulle gambe è poggiata una pesantecoperta scura. Ai piedi indossa impossibili coturni.Avanzata verso il proscenio, malamente nascosta da un grande vaso chevi campeggia al centro, c’è Marietta. È una donna che ha passato laquarantina. Ha il volto imbiancato dalla biacca. Anche lei veste pannineri di modesta fattura e sulla gonna porta un grembiule bianco.Spostata verso la quinta di destra, quasi al limite del proscenio, sedutasu un cubo basso, di spalle al pubblico, sta la Figlia. È una figura ancoraadolescenziale, vestita interamente di bianco; la lunga capigliaturaè impigliata in una smisurata quanto preziosa sciarpa di pizzo bianco.Regge un folto fascio di rami secchi tra le mani.La voce della Radio blatera dall’interno di uno dei cubi.Quando il sipario si apre, si ode la voce della Radio che, dopo avertrasmesso notizie di Borsa e inserti pubblicitari, annuncia lo spettacolo;dopodichè attacca un motivetto allegro:Caroselliana (parole di G. Solfato; musica di G. Tempesta).Ti amo con la persuasioneDella pubblicità.Ti amo per i tuoi denti candidiPuliti e non graffiati.Ti amo per la maglieriaRifioritaE la tua biancheriaPiù bianca che mai.Ti amo per le morbide maniMai affaticateLe tue labbra rosso-mattoneE le ciglia finte allungate.Ti amo perché oggi94 LA PATRÒNESei diversa da ieriNé so come saraiTuDomani!La la la (a sfumare)Al termine, si riprende con la pubblicità, brevi notizie, canzonettedagli anni ’30 in poi; si andrà avanti in questo modo per tutto ladurata del lavoro. Il volume sia discreto, tanto da non interferire conil dialogato.Nel finale la voce della radio si sovrappone al pigolio di Marietta,addormentata su uno scalino, ai piedi della Padrona.La scena dovette essere rimaneggiata sia per la laboriosità dell’allestimento– non sempre possibile, peraltro, nelle varie e improvvisate saledi rappresentazione – che per la curiosa propensione a prendere fuoco.MARIETTAPatro’, patròne. So Mariètte d’abbàsce. Sta permèsse?PADRONAPuete trasi’. Tràse. Kèdde jè la sègge. Ma non de nesi scènn’a la lòngh’a la lònghe.MARIETTAPatrò, le tìne cìnghe menùte de tìmbe? Te tèngheda dìsce nu fàtte è velèsse nu kenzìglie da vesserì.Patròna mè, stoggh’angòre tott’aggetàte da nu sènneca me so fàtte stanòtte. Còme ca m’ackiàve sop’ana scàle: salève, salève, non fernève mà, quànne all’andrasàttem’ackiàve ‘nanz’a na pòrte. L’aprève etrasève jìnd’a na càmera grànna grànna: gràaaanne!Me facève p’ackiàmendàrm’attùrne, e vedèvec’au pòste de le fràbbeke, stèvene tànda spèckiere.E pròbbete ‘menz’a la camere, stève n’arlògge capartève da ’nderre, jàlde jàlde: jàaalde! Me so fàttep’avvecenàmme, p’ackiàmendaue kiù mègghjeda vecìne, quànne da ddà-n’ìnde assève na vòsce:LA PATRÒNE 95“Sono tando stànghe di lavora’. Sembr’a lavora’,a lavora’. Finalmende, adèsse, è ’rivàt’a ‘riva’ l’oramè.” Patro’, kèdde jève la vòsce de màmme. Meh!Sò scettàte n’allùcke jìnd’au sènne “Màaamme!“Me so descetàte, patròna mè, jìnd’a nu bàgne desedòre. Jè da stamatìne ca t’u velève meni’ a kenda’stu sènne. Pe vesserì, ce vol’a dìsce?PADRONAJè nu ‘nzegnàle.MARIETTANah! Axì ha dìtte marìdeme. Le scàle: 20. U spèckje:49. U arlògge: 24. 20 – 49 – 24: havev’’a scequa’ nubèlle tèrne sop’a tòtte le ròte. Mah! Stasère honn’’aassi’ le nùmere e ham’’a vede’. Però, a dìsce u vère,u mò-de-sànghe non m’ha passàte angòre. Mela sèngh’ angòre jìnd’a le rèckje la vòsce de kèddamàmme ca decève: “Sembr’a lavorare, sembr’alavora’. Finalmend’ è ‘rivàt’ a ‘riva’ l’ora mia!” Cevelève dìsce?PADRONAQuànne va c’ha mòrte màmmete?MARIETTAVìndun’ ànne fàsce au ànne.PADRONAMàmmete t’ha mannàte nu ‘nzegnàle. (Con gestolento e studiato, la Padrona solleva lo scialle dal voltoe se lo poggia sulle spalle) Cuss’ànne nge scàte la pènasò au pregatòrje. Mo, pe passa’ kiù jàlde vol’èssedìtte na mèsse de defrìshke da tè.MARIETTASu, Sepp’e Marì! Sènz’au mène, sènz’au mène! Ngela fàzze dìsce la semàne ce tràse da dom Beppìne.Com’jè? a kèdda màmme!PADRONAMo, ce non dìne kiù nùdde da dìsce, te ne puètescì’. E kembùrtete bòne, ca non u vì? L’àneme d’uPregatòrje t’ackiamèndene.96 LA PATRÒNEMARIETTASì, me n’j’ha ‘a sci’. Kùdde, marìdeme, m’ha mannàtena kèdde de càr-cavàdde. Vol’ackiànne do brasciòne.Jè da tànda tìmbe ca non l’assapràme. A’nze,patro’, giùste ca stògghe ddò: ce t’àckje quann’a nafrònze de petresìne? Mo ce u accàtteke, t’u vènghea perta’ ‘ndrete.PADRONASeh, com’a la tàzze de zùckere, u beckìre d’ègghje,la càpa d’àgghje, u mìnze kìle de pàne…MARIETTAE no, patro’. U pàne t’u velève da’. Si stàte segnerìca non u si velùte. Havessem’’ a fa’, mo!PADRONAE m’havev’’a ‘mbratta’ la kesciènze a pegghiàrmeu pàne ‘ndrète da tè? Pe fàtte sguarra’ de vock’angòrede kiù? Vattìnne, va’, kemma’ Mariètte-càpafrèshke!MARIETTAAllòre, patro’, u tìne u petresìne? Ca, ce uè, sènza‘ndèrèsse, t’u pàgheke.PADRONACamine, moscue!MARIETTASi vìste còme sì, segnerì? Po dìsce ca so jì.PADRONAAh! Kernùt’e mazziàte! Stàtte cìtte, Mariètte, ca jèkiù mègghje. E ce t’abbesògne ngock’e còse angòre,demmìue ‘mbrìme, ca non pòzze pèrde tìmbe.MARIETTANo, nùdde… asselùte… ce t’àckje quànn’a n’addòrede pèpe.Non za, non pe mè ca stògghe tòtta ‘mbarazzàte devìscere, ma kùdde, marìdeme, nge piàsce… Mah!Tu, mo, tràse jìnd’au cervìdde de cùdde. Dìsce ca lebrasciòne sènze d’u pèpe no nge assàbrene de nùdde…Oh, ma ce non d’u jàckje non fàsce nùdde.LA PATRÒNE 97PADRONAPe fertùne ca tìne la càrne! Cossenò t’havèv’’ a da’pùre kèdde. Va, vatt’a pìgghj’ u pèpe e u petresìne.U sa addò stònne.MARIETTAGrazzj’assà, patrò. Grazzje assà-assà-assà. U dìgghesèmme jì a marìdeme: ce non stève la patròne…kèdd’ jè la vàrke de l’abbennànze. Nah! Azzàrdatea sci’ a demanna’ nu piacèr’ a Congètte. Jè tànnena scòrze! Se n’èsse sèmme decènne: “U petresìne?”fàzze pe dìsce u petresìne! “No. Mo pròbbje u sofernùte.” Ce te j’h’’a dìsce? Na tàzze de zùckere?“Mmmh! U cafè nge u bevìm’amàre.” Kèdd’jè nasfessàte kiù pèsce de mè. Eppò, ce jè sciòsciue, patrònamè, ce jè sciòsciue! Jè pròbbje na descegnàte.Non rèsce mà jìnd’a la càse. Sèmme degerènne sene va. A kèdde nge ham’’a da’ papì, papò e lallà.PADRONAMariètte, appùndete la lèngua ‘ngule. T’u so dìttetànne vòlde! Acquànne vìne ddò, di’ kèdde ca uè evattìnne. Ma non zi venènne a lavàrte de vòcke deCongètte, de Frangìske e de tùtte le Sàndere ca tevòlene ackiamenda’. C’a mè, tànne pe parla’ a labarèse, non me ne frèke pròbbje nùdde.MARIETTACe ngèndre, patro’, jì mànghe ca velève fa’ la reffiàne!PADRONACe cèntr’e ce pondìne, hav’’a jèsse!MARIETTAJi velève dìsce ca kèdde, ce jè com’a segnerì catìne kèdda càse ca lùsce com’a nu spèckje! Nah!Kìdde stòrse sèmme bèlle, tèse-tès’e ‘mbesemàte!Kidde candalàbrje ca lùscene com’au stenzòrje de‘mman’a Sànda Kiàre! E mo jè! Sòla-sòle, sènzena màne d’ajùte. Ce puète mètte’ la uagnèdde defìgghjete ‘mbacc’a nu galettòne? Kèdde jè axì fìne,98 LA PATRÒNEkèdda uagnèdde! Eppò? Studièsce. Non studièsceangòre, ah, patro’?PADRONATànne p’ackemenza’, u galettòne u sìme levàte da‘menze ca so almène cingh’ànne. Tànne pe fernèsce,fìgghjeme, allàssela sta’ addò sta. E tànne p’akiùte lastòrje, non dìne da sci’ a fa’ le brasciòne?MARIETTAOh, Madònne! Ce me si arrekerdàte! Le brasciòne!Sì, me ne j’h’’a sci’ mo pròbbje. Hjà rasciòne! Mace jè, fìgghjete ha scennùte? O non ze sènde bòne esta kelquàte?PADRONAHa scennùte.MARIETTAAh! Allòre non m’jève sbagliàte, apprìme. Jèvepròbbete jèdde, kèdde ca so vìste! Pròbbete tànneme so ackiàte ad’assi’ da jìnd’a la càse de Marterèdde.Non za? Marterèdde-la-carnarèse ca jàvete fàcce‘mbrond’a la vi. So dìtte: “Kèdd’hav’’a jèsse la signori’.Kiamì, Martere’, ce bèdda uagnèdde ca s’hafàtte! Còme cànge! Nu stràzze, ‘nguèdd’a kèdde, lùscecom’au òre!” So dìtte a Marterèdde: “Martere’,kèdde sì ca jè na fèmmene ca pòte fa’ pèrde la càpea nu màscue!”PADRONASi fernùte? Mo te ne pùte sci’? O st’ a aspìtte ca tej’h’’a mètte fòre?MARIETTAEh! Crìste pecenùnne! Ca ce so dìtte, na tràve defuèke? Mànghe ce jè bescì ca la segnorìne jè pròbbeteberafàtte! Eppò, l’età la tène! Pìnze ca Marterèddem’ha demannàte: “Ce st’ affedàte, la segnorìne?”Ma jì, patro’, nge so respennùte: “Martere’, uè bènea sòrete? Cèrte domànde non me le si facènne” ca jì,patrona mè, jì so mut’e so cecàte. Meh, mo, pròbbeme ne j’h’’a sci’, ca me so ‘ndrattenùte assà. Me scoLAPATRÒNE 99sìsce, patro’, ma jè ca jav’amòre a parla’ ke vesserì.Bonnì, patro’, bonnì. Non me tìne d’addemanna’nùdde, patro’? No, ah? Meh, allòre jì me ne vòke.PADRONADìmme nu muèrse, marìtte st’a fatìke?MARIETTAMarìdeme? E ce ngèndre mo, marìdeme?PADRONAMarìtte, sì, marìtte. St’a fatike?MARIETTAS… sì!PADRONAE cra? Pure cra hav’’a sci’ a fadega’?MARIETTASàcce, patro’! Me pàre de no… ma po, sa com’jè?Pot’assi’ ngock’e còse da beshcua’, hav’’a jèsse fèsseca se l’hav’’a fa’ sfesci’? Ma ce jè, patro’, te sèrve asegnerì, patro’? Ca ce te sèrv’ a segnerì, nge dìggheca spezzàte de gàmme hav’’a meni’. Ih, Crìste, avesserì? Mangh’a dìsceue!PADRONANo, na fessarì: quànne me mètte nu stèzze de màrmea l’aldèzze de kèdda fràbbeke ddà. Me sèrven’àlda mènzolètte. Po m’havèss’’a sdrega’ u tauatìdde,ca j’h’’a fa’ nu muèrse de làrghe. Stònne dasposta’ càsce, shcàdue… Ddà, asselùte nu màscue upòte fa’ cùdde servìzzje.MARIETTAE sì! Quànne nu màscue nge vòle, nge vòle!PADRONAMh! Quànne nge vòle, nge vòle. Te n’avvìrtequann’arremàne sòla-sòle a manna’ la vàrca ‘nànze…e pe sciònde, tìne pùre na fìgghje apprìsse, cate dà mìlle penzìre.MARIETTAAh, kìdde fìgghje, le grattamìnde de càpe ca tedònne! Ne sàcceke ngòck’e còse jì, patròna mè, pe100 LA PATRÒNEquànne ne pàssek’apprìss’a kidd’e quàtte muèrvùseca tèngh’ a càse. Ma pe fertùne c’a mè so mascuetìdde,e, grazzj’a Dì, mo ce m’arrìven’a l’età, le mèttek’a pette’ e me pòrtene la semàne. Nu muèrsa-muèrsekiù mègghje ham’’a sta’. Ca po, kèdde ca vòlene fa’,facèssere. Mànghe so le fìle fèmmene! Le màmmerede le fìle fèmmene s’honn’’a gratta’ la rùgne, joscea la dì! Oh, scosìsce, patro’! T’havìss’’a penza’ ca soparlàte axì pe vesserì. Kèdda lèngue mè, tagghiàtevol’èsse! E mo jè, pe quànna vòlde m’u si dìtte segnerì!E puramènde canàdema grànne, patro’, cakèdde jè na sànda crestiàne com’a vesserì. Kèdde,canàdeme, m’u dìsce sèmme: “Marie’, ‘mbàrete kiùprudènde, Marie’! ‘Mbàrete kiù prudènde!” Ma cenge pòzze fa’ jì ce so axì? Ce nge pòzze fa’? Nùdde!PADRONAFèttivamènde, nu muèrsa-muèrse sprudènde si. Mabesògna recanòsce c’acquànn’jè giùste jè giùste. Jèvère ca u’anòre s’u honn’’ a kestedi’ de kiù le màmmerede le fìgghje fèmmene.MARIETTANah! E po non d’hav’’a kenzua’ u còre asselùte asendìll’a parla’! U dìgghe sèmm’a marìdeme: “Kèddapatròn’ jè na sànde. Na sànde de sop’au aldàre!Com’jè asàtt’a dìsce nu fàtte! T’u revòlde da sùse,da sòtte’e d’au cuèste. Pe tòtte còse te dìsce mal’ebène. E mo jè, patro’, pùre jìdde, marìdeme, se pòtedìsce ca m’u repète quas’ogn’e di: “Marie’, tu ha dada’ adènz’ a la patròne, ca kèdde jè kiù pèsce de namàmme pe tè.” Ah, la màmma mè! le bèlle conzìglieca me sapève da’. “Marie’, fìgghje, ‘mbàrete:jìnd’a la vìte fa mal’ e pìnzece, fa ben’e scùrdete. Ea ce te fàsce u bène ha da jèsse sèmme gràte.” E jì,patro’, jì hàgghj’’a jèsse sgràte ke vesserì? Ke tutt’ubène ca me si fàtte? Nooo! T’u hàgghj’’a disce. Nonm’u pòzze tene’ pe mè cùsse kiangòne ‘menz’austòmeke! T’u hagghj’’a disce. Meh, patro’, u fàtteLA PATRÒNE 101jè cùsse. Ha seccìsse ca na vòlde, ànze no… mo cam’arrecòrdeke bèlle-bèlle, ha state kiù de na vòlde,me so ackiàt’axì, mangh’a fàu’ appòste, ca jì aggeràved’au spùnde e fìgghjete ascennève da na màgghene.PADRONAMeh, cuss’jè tutt’u fàtte? E ce sta de màle? Percènon petève jèsse na kembàgne?MARIETTASì, axì penzàbbe jì. Po, facìbbe p’ammena’ u èckjee vedìbbe ca jève pròbbete nu màscue. Nu màscue,patròna mè, nu màscue! Non za? jùne de kìdde case jùsene mo? Ke le capìdde lènghe, la vàrva ‘mbàcce…’nzòmme, nu màscue.PADRONAE addò si dìtte c’havèsse seccìsse stu fàtte?MARIETTAPròbbete dret’au spùnde, patro’. Ah, ma jì la prìmavòlde penzàbbe: kèdde, la segnorìne, fòrse, nonz’ha sendùte bòne e s’ha fatt’ackembagna’. ‘Mbèscepo, la di-a dòppe, m’ackiàbb’acquànne la segnorìnesalève jìnd’a la màgghene.PADRONACòme ven’a jèsse: “salève”?MARIETTASì, patro’; la segnorìne arrevò au spùnde e ddà giàstèv’ affermàte la stèssa màgghene de la dì apprìme,e la segnorìne salì: ‘nghianò. U fìgghje de Marterèddem’ha ditte ca kìdde màgghene se kiàmene Pubè,patro’; ròsse jè, patro’. Na sfaccìme de màgghenaròsse, lònghe, ma lònghe, patrona mè, quann’ajòsc’e cra. Pubè. Ah, ma jì penzàbbe: “Fòrse, kèddehav’’a jèsse lendàne addò va la segnorìne, e allòrela vènen’ a pegghia’.” “Ma tànne ca la vènen’apegghia’ da dret’au spùnde,” giustamènde ha dìttesòreme, “non la pòtene meni’ a pegghia’ abbàsce aupertòne? Ah?”102 LA PATRÒNEPADRONAE acquànne la tìne vìste la prìma vòlde?MARIETTAAspi’, famm’arrekerda’ bèlle-bèlle: allòre… hav’’ajèsse stàte… oh, mànghe ca m’arrecòrdeke! Me fàscena ràgge! Aspi’, fàmme sprème. Jòsce ce cos’jè?Sàbbete. Meh, stu fàtte va ‘nànze da meccredì. Sìpatro’, da meccredì de la semàne passàte, da kèddeca ne sàcce jì, patròna mè. Po, tu me canùsce a mè:jì so jùne ca se fàsce le kìdde su; pedènne pòzzetestemenia’ selùte kèdde ca so vìste jì, ke l’èckje mì.Ce me ‘ndèrèsse a mè de kèdde ca dìscene Rosèttel’ackiàle,Lìne-du-pàne e Kestanze-la-cemmerùte!Crestiàne so kìdde? Stònne sèmm’a cerama’ e tàgghiene,e tàgghiene. No, no, jì ke cèrte personàggenon tènghe nùdd’a ce spàrte. Vatti’, va. Ce sìtevenàle! Sciàt’a caca’ au larghe. Nu mèse e du mìsehav’’a jèsse! Bum! Facìme se’ mìse e non ze ne pàrlekiù. Ce jè tùtte stu rùscete sop’au cùnde de kèddabèlla crestiàne de la segnorìne? No nge vòle nùddea febbiàrte na crìteke! E ce te l’allève kiù? Po, nonu velìte fa pe jèdde, facìtue pe kèdda sànda crestiànede la màmme. Pìcke-pìcke nge havèss’’a ‘reva’a la rèckje, meh, ce la velìte fa meri’ de crèpacòre?Ca na màmmè jè, kèdda poverèdde! Noo, patronamè, hònne sciùte bòne! se n’hònne sciùte càreghede maràvigghje. ‘Ndàdènz’ a le màle lèngue, patro’:còme me si ‘mbaràte, segnerì? “La lingua non ciha l’osso e rombe l’osso.” Sèmme m’u arrecòrdeke.‘Ndàde’: ha stàte meccredì de la semàna passàte.Sì, meccredì, percè, t’arrecùrde? pe mett’a còsce lefàve, segnerì me ‘mbrestàste cùdde bèlle beckjerìned’ègghje. A propòsete: t’u j’annùsce. Sì, meccredì.PADRONAE tùtte le di?MARIETTATutte le di.LA PATRÒNE 103PADRONAPùre stamatìne?MARIETTAPùre stamatìne e pur’jòsce-a-la-di.(Pausa)PADRONAVìte, Marie’, ca so le sé, e le brasciòne vòlene tìmbepe kecena’.MARIETTASì, Mado’! Ha fàtte pròbbje tàrde. Cùdde, marìdeme,m’ha mannàt’a dìsce ca pe le nòve hav’’ameni’. Meh, patro’, jì mo me ne vòke. E gràzzje p’upetresìne e p’u pèpe. Acquànn’jè cra, te le pòrteke‘ndrète. Ah! po, kiù tàrde te mangh’a da’ la respòstede marìdeme p’u uagnòne de fìgghjeme. Cosenò,vègghe ce fàzze nu zùmbe jì stèsse. Pezzìngh’aquànne st’a kemmànne… Meh, mo me ne vòke.Patro’, st’arrìve la segnorìne ke nu sòrte de màzzede fiùre! Ehi! Jàcque ‘mmocke, m’arricomànde,m’havìsse fa’ ackia’ ‘menze a nu uà: ca jì non zo dìttenùdde, ah? Buona sère, segnori’. Ce belle màzze!Ah! La primavera, fior di giovendù! L’aria frèshke ele frèshke fràske, viàt’a ci se le gòte! So frìshke so,segnori’? Ce addòrene! Ah! La cambàgne, ce bèllefrùtte dà!PADRONASalutàmenge, Marie’.MARIETTABuonasera, patro’. Buonasera, signorina!(Marietta va a collocarsi dietro la colonna, da dove spiatutta la scena che segue, tra madre e figlia.Entra la Figlia, salendo la scalinata, dal pubblico.È una donna adulta, di età indefinita. Potrebbe indossareun impermeabile chiaro. In un allestimento in un teatroall’italiana, si fermerebbe sul proscenio. Un velario la isoladalla scena)104 LA PATRÒNEFIGLIAFu a questo punto che io entrai in casa. Sono,o dovrei dire, ero la figlia della padrona. Avevovent’anni a quel tempo ed ero al primo anno di filosofia.Salutai: “Buona sera, Marietta! ciao, mammina!”e, se ricordo bene, e non poteva essere altrimenti,presi a recitare la mia tiritera serale, unapappardella interminabile senza capo né coda, unacosa detta così, tanto per riempire il nostro sanosilenzio serale.“Buona sera, Marietta! ciao, mammina! Dio, chepomeriggio! Una lezione a dir poco spossante.Devo già apparecchiare per la cena?… c’è nienteda bere? Vado un attimo di là a rinfrescarmi. Uffà!Non sai più come vestirti di questi tempi, un giornoè fresco un altro è caldo da morire. Oggi, peresempio, si soffocava. A proposito, mamma, ricordatidi tirar giù un po’ di roba leggera, al più presto.Ma è possibile che non ci sia niente da bere inquesta casa? Dio, che pazzi! Sapessi che putiferio èsuccesso oggi in aula. Durante la lezione di esteticasono entrati dei tali ed hanno cominciato a fischiarea tutto spiano il professore. A proposito, mamma,vedessi che schianto! Ma forse, più che bello è affascinante.Non ti nascondo che talvolta mi interessapiù lui che la sua filosofia. Ah, ah, ah! Non saraimica scandalizzata eh, mammona? Mi pare di averteneparlato altre volte. Ha un che nel portamentoche mi ricorda il povero papà, per quel che possoricordare di lui, naturalmente. Ma, già, che dicevo?Ah, sì, quei cretini! Hanno cominciato a gridare:“Fuori, fuori, sgombrate, lasciatelo solo il fascista.”Un gruppo di ragazzi del nostro corso capeggiatida Linda, sai la De Pisis, te l’ho presentata unavolta, quella tutte mossettine; beh, lei. Ha reagitoabbastanza vivacemente, a dir poco! Insomma, unapescivendola! E mi scuso con le signore del settoLAPATRÒNE 105re. Poi le son venuti dietro altri del suo gruppo. Ilprofessore, povero diavolo, era uno straccio, pallidoda fare una pena! Ti dirò, mammina, io non è checi abbia capito un granchè in tutta questa storia, mami sembrava che torto e ragione fossero distribuitiequamente tra le due parti. Ma quella Linda! Gliocchi le erano venuti così verdi da sembrare gialli,sbarrati che sembrava le volessero uscire dalle orbite;i capelli scarmigliati: una strega, insomma! Poiqualcuno le ha gridato:”Ehi, regina, c’è un postolibero al mercato!” E tutti giù a ridere. Beh, dopotutto,la cosa mi ha messo di buon umore. (Canticchia)Magari poi, mamma, più tardi esco, vado daPatrizia, così, giusto per tenermi informata di tuttala faccenda. Non ti dispiacerà mica se non ti dò unamano a riordinare in cucina?Eppure, rieccomi qui, vent’anni, trent’anni annidopo, un secolo fa, un’altra vita, a ripercorrere glistessi sentieri della mente, a chiedermi ancora unavolta se sono i sogni a cristallizzarci o siamo noistessi che vogliamo cristallizzarci nel sogno.PADRONAE poi?FIGLIAE pòi còsa?PADRONAQuando sei uscita dall’Università, che hai fatto?FIGLIAMah, sono venuta qui, no?(Pausa)E tu, che hai preparato oggi di buono?PADRONACàrne de diàue cu fèle e fèghete shcattàte! E mo uackenzàme pùre cu bròte rùsse, ce non scìtte u velènemo stèsse. Mo m’ha da dìsce tutt’u fàtte. Sal’escènne da l’automòbbele! Se fàsce ackembagna’ auspùnde! Com’a la prìma zòckene de jìnd’a Bàre.106 LA PATRÒNEDesgraziàte! ha da fa’ sguarra’ de vòcke le pùrce, lemagnòtte de crestiane, ca jì, a kìdde, sott’a la pònded’u pète le scàzzeke. Mo si arrrevàte ‘mmock’a levarvìre. U anòre mì m’u so sapùte astepa’, e me sosapùte fa’ respetta’ da tùtte quànne, da tùtte quànne,pùre sènza la bonàneme d’attàned’apprìsse. Datùtte quànne. Mà nesciùne ha petùte disce “A“sop’au cùnde de la Patròne. E mo, ha da meni’ tue m’ha da desgrada’ axì? M’ha da fa’ sendi’ u vèrbengàre?Mannàgghj’a quànne fu la malannàte e ulatt’ amàre ca te dìbbe! Ma jì apprìme te tìreke ucannarìle da ‘ngànne! pe tànne jè u amòre, pe tànnejè l’òddje. Jì t’accìgghe, t’accìgghe, jì.FIGLIAEh già! Avevano già trasmesso il gazzettino del popoloe lei, al solito, la mamma, la Padrona, avevafatto presto a tirare le sue conclusioni. (Alla madre)Che pòi sono soltanto tue. Ma tant’è! M’hai alleviatad’un compito che, francamente, mi pesava.PADRONANon zi parlànne axì, ah! Non zi parlànne axì ke mè.Hjà tèrte, stàtte cìtte, abbàsce u cuèdde e ammuzzìsce,ce senò tu, la scernàta sànde de jòsce, non lafernìsce. Ce te crìte, ca pàrle all’imbùlite e jì nont’accapìsceke? Arrecùrdete ca si assùte da jìnd’a le‘ndrame mè. Tu me vuè fa’ crepa’ u còre, a mè.Tu vuè la mòrta mè! Ma mànghe pe nu memènde,jì dìgghe, mànghe pe nu memènde t’ha passàtepe kèdda càpa màtte ca tìne, ca la gènde te petèvevede’? Non u sa ca tòtte l’òckiere stonn’appendàtesop’a nù, e la gènde fàsce sùbbete a sparla’?FIGLIAC’eravamo, dunque: la gente! Dovevo immaginarlo:la gente, la gente, la gente, la gente! Ti ha sempreossessionato la gente, e vorresti che ossessionasseanche me. Ma sai che ti dico, mamma? Io mene fotto della tua gente. La mia vita è mia, e me laLA PATRÒNE 107gioco come meglio credo. (A se stessa, al pubblico cheinclude anche sua madre) Ma quale vita, mamma,quale vita? Ah, mamma, mamma! Ci sarà mai paceper noi? Ci sarà mai pace per una come me? Io soche c’è un’altra vita che preme al di là di quella cheesprimiamo, tu, Marietta, io; anche qui, stasera,tutta questa vita davanti a noi. Ma come ghermirla?Come rendere vera la mia vita per parlare autenticamentedi quella vita? Sto qui, intrappolata dalleparole mandate a memoria, dal gioco a incastro delleemozioni, del ruolo accettato passivamente, marcandocostantemente assenza. Tu, personaggio dacommedia. Marietta, personaggio da commedia. Iostessa, personaggio da commedia per un pubblicodivertito e pagante. È questa lucidità, mamma, cherende la mia colpa più grande della tua, e mi relegaa un ruolo minore nella vostra commedia. Sto dinuovo parlando da sola nella mia simil-tragedia. Eintanto la vita va.PADRONASì, com’a na puttàne, te la sta sciùke la vìta tò.Quànne te ven’u’aggìgghje, v’a cak’au làrghe, e noca me l’ha da meni’ a fa’ sott’au mùsse.(Si solleva il velario e la figlia si addentra sul palcoscenico)FIGLIAIn altri termini mi stai consigliando di farla, sì, laputtana, ma senza che nè tu, nè la tua gente sappiateufficialmente nulla. Congratulazioni!PADRONAFernìscele, fernìscele! Me sènghe d’assi’ màtte. Mesènghe d’assi’ màtte. Ci u havèv’’a dìsce? La fìgghjamè. La fìgghja mè. Te so cresciùte jìnd’a la vammàsce,cu respètte e cu temòre de Ddì. (Barcolla, coltada malore. Cerca un sostegno) Madònne, ce me sènghebrùtte! Madònne, ajùdeme tu! Còre de Gesù,Sand’Andònje, Sànda Rita mè, Jàneme sànde d’uPregatòrje, facìdeme vù la gràzzje!108 LA PATRÒNEMARIETTA (Facendo conto di entrare)Sta permèsse? Patro’, scosìsce, mànghe ce t’ackiàsse…iiiiiih!FIGLIAUh, ma guarda che coincidenza! come capiti bene aproposito. Vieni, vieni.MARIETTACrìste pecenùnne. Ce ha state, patro’? Non te sìndebòne? Madònne, ce brùtta cère! Cùrre, cùrre, assìdet’ala sègge. Cami’, cami’, appùgget’ a mè. (Lasostiene) Segnori’, jìgne nu bacìle d’àcqua frèshke,fùsce! E non de ne stànne com’a nu cazz’all’allìrte‘menz’a la càmere. Dòppe tùtt’u uà ca nge sta’a fàscepassa’ a màmmete! addò u tìne u còre?PADRONAU ha lassàte ‘menz’a la vì.MARIETTACe uè fa’, patrò, ce uè fa’! Auànde, bìve, bìve. Souagnèdde, ca so uagnèdde! Nà, bìve. Segnerì po,com’ha da jèsse, Madonne! Bìve, patro’, bìve. Pena scemetùdene t’analdarìsce tòtta quànde. Ce t’ufàsce fa’? Tir’a camba’. Bìve, bìve. Se capìsce ca mo,le uagnèdde, so totte càpere màtte: jùn’allàssen’e uàlde pìgghiene, ca jùn’allàssen’e u àlde pìgghiene.Bìve, patro’, bìve. Eppò, vabbu’… decìme mo,mo, ma ci? Nge le sìme skerdàte le tìmbe nèste?Auànde, bìve. Ca u stèsse nù, quànne ne sìme sciùtefacènn’all’annaskennùte de màmme e tatà. Ce kiù,ce mène, tùtte nge hàme passàte. Bìve, patro’, bìve.Jè ca mo le fanno più all’apèrte, ‘menz’a le lòghere.Quell’è la brutta còse! Bìve, bìve patro’. Allòre, lagènde vète… e ce uè fa’, patro’, ce uè fa’? Gli occhiso’ fatti pe vedere e la bocca pe parlare. Bìve, bìve.Te st’a sìnde kiù mègghje, mo? Si bevùte?FIGLIA (A Marietta)Ma, dimmi una cosa: a che miri? che ti proponi diottenere?LA PATRÒNE 109MARIETTASegnori’, pe prìma còse, jì me so fàtte da’ la paròleda màmmete, la qui prèsènde, ca non d’havèv’’adìsce nùdde. Jè vère, patro’? Eppò, mettìme londanamèndeca nge u havèsse dìtte jì… mettìmue,va bu’. Sciàme ‘nanze. Non jè mègghje ca màmmeteu sàpe? Dì tu, dì. Te pot’arrecapeta’ ‘ngòck’ecòse. Ce ne sapìme nù ce crestiàne jè cùsse? Ce uha vìste mà, apprìme? Ce u canòsce, dì? Ngi u sipresendàte? Non jè giùste, patro’? Eppò, axì se fàscenu madremònnje? U sa ce cos’jè a tene’ nu màscueapprìsse? T’havìss’’a penza’ ca jè asselùte u bacètt’ela kiandèdde! Kiss’òmmene de mo non za kiù com’ackendendàlle.E le pìgghje de càpe e te sfùscenede cùle, e l’auànde de cùle e te sfùscene de càpe…Eppò… ke tòtta kèdda stòppe de capìdde… p’ubène de vesserì jì u so fàtte, ca u so fàtte.FIGLIAMagari dovrei anche ringraziarla!E tu, mamma, permetterai che questa sciaguratacontinui ad insultarmi così, in casa nostra?MARIETTAMa sìndele, sìndele. ‘Mmock’a la bòna fìgghje! Dìscebuène sòreme: “Kèdd’jè com’au mòneke, kiamènde‘nderr’e fasce pertòsere.” ‘Ndànde, ce nonm’havess’ackiàte jì, dret’a la pòrte, l’havìsse lassàt’acrepa’ sop’a na sègge. E sènza kescènze ‘ndùtte ha dajèsse, ca, dopotùtte, na pòvera vèckje jè! Mo se fàscele scrùbbue du vaccàre e la sàpe chiama’ “màmme”!bruègnet’a kèdda facce. Vàll’a nascònn’jìnd’au prìse.Tu, tu m’ha da dìsce sciauràt’a mè? Tu? Col tuopassàte, presènd’e futùre?FIGLIAAllora, mamma, esigo una risposta da te, immediatamente,oppure… o fuori lei o fuori io.PADRONAAkiùte, akiùte kèdda vòcke de ràsce. Kèdda lènguete le j’h’’a torce’.110 LA PATRÒNEFIGLIAIo? Io devo smetterla? Ma smettetela voi due piuttosto!Basta, basta! Basta con te, con questa casa,con questa donna! Basta!PADRONA (Ormai sul punto di crollare)Marie’, la si sendùte l’arrogànze ca tène? La si sendùte,Marie’? E ce te crìte ca jè còse de jòsce asselùte?MARIETTANo?PADRONAHa stàte sèmm’axì.MARIETTAE nù ca non ne sapèmme nùdde!PADRONADe kiù nge so dàte, e kèdde de kiù ha drezzàt’ucuèdde, com’au vìcce.E ackemùgghje jòsce, e ackemùgghje cra… no ngela fàzze kiù, Mariètta mè, apprìss’a kèsse. Non meso petùte mà sfua’ ke nesciùne. U prìse sta kìne,kìne, kìne. Velève pàgghje pe cìnde cavàdde.MARIETTADì a mè, patro’, dì tutt’a mè. Sfuìscete, dì a Marièttatò.PADRONASèmme pe salva’ la fàcce, pe salva’ u anòre. U stòmekeu tèngh’abbettàte, agnùte, Mariètte. M’uvelèsse svaca’.MARIETTADì, patro’, dì.PADRONAVelèsse scetta’ tutt’u fèle ca m’ha ‘revàte ‘mmòckee m’ha ‘maresciùte tòtta quànne, Marietta mè.Sìm’arrevàt’au pùnde ca jì dìggh’àgghje e kèdderespònne fragàgghje. Le lèngue s’hònne ‘ndreccegghiàt’assà,Marie’, e no nge accapiscìme kiù, kiù,kiù, kiù, kiù! Apprìme u cunz’e-rùsse, po la tèndueLA PATRÒNE 111pe l’ògne, u gnòre sop’a l’òckiere, u càlgestrùzze‘mbacce… E com’jè a la màmma tò… kìsse còse sefàscene? Kèdda gonn’axì còrte, tòtte la gàmmere dafòre. E ackemùgghjete, ackemùgghjete!MARIETTAAckemùgghjete, ackemùgghjetePADRONAE sa kèdde ce me respònne? “Ma ti sei guardataindorno, mamma? Esci un bò! Renditi condo chenon stiamo più nel secolo scorso. Mamma, svegliati!”Axì. A mè. A la màmma sò.MARIETTAIh! Axì, a la màmma sò?FIGLIAE tu, invece, hai preferito continuare a dormire sottola tue innumerevoli coperte che t’hanno sempreimpedito di guardarmi realmente, mamma, – dico:realmente -, per quel che sono. Ti sei compiaciutanella tua parte di padrona e pretendevi di farlo anchecon me.PADRONAUn giorno sarai tu la padrona di tutto questo.FIGLIAAh, no! No, grazie. Non ho voglia di finire come te.Ma sì, a conti fatti, forse invidio il tuo senso dell’onore,della gente: ti hanno dato uno scopo. Ma non haivoluto capire che per me erano troppo falsi, li rifiutavo.E tu, cosa hai fatto per aiutarmi a trovare altre soluzioni?Che hai fatto, mamma? Dici che non ci comprendiamopiù. Ma certo, mamma. È così. Ciascunoparla per conto proprio. Ma quante volte ho tentatodi dirti di me, dei miei turbamenti… delle mie gioie.E tu, invece, mi imponevi i tuoi silenzi, le tue finzioni.Tu sei la padrona e bisogna presentare agli occhidel mondo una scena da padrona, anche se i tendaggisono stracci e gli arredi tavole tarlate. Mi hai inariditae confusa ogni giorno di più. Tu! Ermeticamente112 LA PATRÒNEchiusa in questa cassaforte di onori e pettegolezzi.Questa casa! Questa maledettissima casa! Questo gusciodi altarini dal quale hai creduto, e lo credi ancora,di poter liberamente pontificare. Ed io, giù, a dirmi:“Che importa! Tu sei la più giovane! Devi sopportare!Devi adattarti! Un po’ per volta cambierà, l’abituerai,le parlerai.” Macchè! Macchè! Rimarrai per sempresoltanto una oscura pettegola di periferia. Tu e la tueconnivenze! Discorsi nuovi? Quali discorsi nuovi potraimai capire, tu? Al massimo afferri le coglionate diquesta donna! E lei lo sa che è così, e se ne serve. E tunon tremi ancora, mamma, padrona? Fino a quandoriuscirai a tenerla a bada?MARIETTASignori’, stàtte cìtte! Uè bèn’ a tùtte le muèrte catìne? Vìte màmmete come sta! Ce la uè, pròbbe fa’meri’ de crèpacòre? La uè pròbbe vede’ strenguàte?e ce còse!FIGLIAAncora qui, tu. Ancora con i tuoi giochetti. E dài,esci una buona volta allo scoperto! Smettila di tramarenell’ombra. Riprenditi la tua dignità.È tempo che le scoperchiamo le nostre lucidissimepentole! E la puzza, cara comare, appartiene anchea te.(Al pubblico) E quella volta la mamma dovette ascoltarmi,se è vero che mi impose il silenzio, terrorizzata.(Alla padrona) Allora, mamma è bene che tu sappiatutto. E voglio dire tutto quello che questa donnanon ha potuto né vedere, né riferirti. Sì! Sono stataa letto col mio uomo e di sicuro non era il primo.MARIETTABrutta lorde! Mo ce u sàpene l’àlde!PADRONA (Si nasconde il viso tra le mani)No! Stàtte cìtte!FIGLIAPuoi star certa che non ho ricordi.LA PATRÒNE 113MARIETTAPure! Brùtta fàcce de skemenecàte!FIGLIANon chiedermi perché l’ho fatto, sarebbe troppolungo da spiegarti, e tu non capiresti mai.(Al pubblico) Così dissi – o qualcosa di simile – e me neandai. Al diavolo la sua ipocrisia. Dovevo andare,ricominciando dal bisogno di sincerità che, solo,può salvarmi. Così mi dicevo a quel tempo.Ma quale sincerità? La mia sequela di errori, mamma,comincia da te. Dallo specchio deformato chemi hai voluto rimandare di te, della tua immagine.Una madre ricca, potente, forte, inespugnabile. Edove erano le tue delusioni, le tue frustrazioni, letue gioie segrete, le tue debolezze? Dove, il tuo bisognod’aiuto? È di questo che avevo bisogno io.Eppure la tua fragilità era lì: chiara, palpabile. Latua fragilità era, è, proprio nel tuo ambiguo sognodi gloria. Ma tu sei abile. Ci hai abituato a fingeredi non vedere. Con i tuoi gioielli, il tuo benessere, ituoi santini, le tue madonne, i tuoi ricatti affettivi,ci abbagli, ci narcotizzi, ci addormenti. E l’abitudinealla finzione diventa la nostra vita.La mia conoscenza. La mia inutile conoscenza.Corsi in lungo e in largo nel ventre tondo della città,divorai strade e luoghi spazzati da un vento crudele,sotto un cielo cupo e muto come un fondaledipinto. Così è stato per anni, per secoli. I fiumi deltempo hanno scavato rughe profonde nel mio corpo.Ora, tutto quello sciamare di vita intorno erastanco e ripetitivo. Infine ho capito, se non quelloche c’era da capire, almeno quello che mi era datodi capire. La marginalità della mia esistenza non sarebbemai potuta andare più in là di tanto: sonosolo un personaggio nello sviluppo dell’azione. Ciascunoil suo ruolo, ancora e ancora, sino alla fine.Lascerò che il rito si consumi ancora una volta. Io114 LA PATRÒNEresterò spettatrice consapevole e incapace di agire,persino con me stessa.Forse, intuisco cosa andrebbe fatto, ma non sonostata concepita per farlo. Ciascuno il suo ruolo.Sino alla fine. La mia inutile conoscenza. Non miè dato neppure di sapere se sono in grado di farlo.Continuo a ripetermi che è solo l’ostinazione a volercapire cosa ci è successo veramente che ci può salvare.E’il pensiero, mamma, è il pensiero che riscattala miseria delle maschere che indossiamo? Intantome ne sto qui, con le mie angosce, le mie paure, imiei pregiudizi, i miei rancori, la mia inutile conoscenza.Come posso attraversare la vita se noncapisco quello che anche il mio corpo può capire?Mi vorrei concreta, palpitante, dissipata – persino- per reinventarmi nell’innocenza sempre. Così mivorrei, nella mia inutile conoscenza. (Esce)PADRONAMarie’, se n’ha sciùte? Adavère se n’ha sciùte, Marie’?Fìgghja mè! Me sènghe brùtte, Mariè’… udottòre. Fìgghjeme… kiàmele… la perdòneke. St’asàle? Addò se n’hav’’a sci’ sòla-sòle… u munn’jèbrùtte… jì la velève protègge… Acquànn’aprì lapòrte, sòla-sòle, la prìma vòlde… u còre me zembòda ‘mbìtte… com’a mo… Marie’, pìgghje le gòcce,sop’au comò… Mariè’… ce st’aspìtte? Marie’…Marie’… jì stoggh’a meri’, ajùdeme!MARIETTAE ce jì non de velèsse ajeta’? Ah? Ce seccète, ce jì,mo, non de velèsse ajeta’?PADRONAMarie’, Marie’ le gòcce… sop’au comò. Marie’, mace te sìnde? Le gòcce, Mariè’.MARIETTAE te le j’h’’a pegghia’ jì, le gòcce? Sop’a ce lìbbresta scrìtte ca te le j’h’’a pegghia’ jì… le gòcce, ah?kiàme, kiàm’ a la cocòtte de fìgghjete e au kembàre.LA PATRÒNE 115Vedìme, te le dònne lòre, le gòcce? Fa la pròve, kiàmele!PADRONAMarie’, Marie’… ce st’a disce’? Marie’, le gocce…te dògghe dèsce mìla lìre.(Tenta di aggrapparsi a Marietta che invece si scosta conuno strattone)MARIETTAQuànne? Quànne?PADRONADè… dèsce mìla lìre… Marie’.MARIETTADèsce… dèsce mìla lìre? Tu, a mè, dèsce mìla lìre?Tànne vàle la vìta tò? Ah? Dèsce mìla lìre vàle la vìtatò?(Pausa) No! Non de vògghj’ajeta’! Arràngete pe cùndetù. Fin’a mo t’ha sciùte tùtte lìsce, ah?… Ngesi scazzàte sòtt’au pète com’a le magnòtte. Tu u sidìtte, ke kèdda vòcca ‘mbàme, kiène de fèle. Le magnòtte?Te j’h’’a fa’ vede’ jì, ce so capàsce de fa’, lemagnòtte!PADRONAMarie’… le gòcce… Te dògghe la càsa frànghe, pen’ànne.MARIETTANo! No! No… No! Ce me piàsce kèssa parole! Jè laprìma vòlde ca me la pòzze permètte de dìsce fòrte.No!(Urla) Nooo! Jè la prìma vòlde ca non t’j’h’’a da’ rasciòn’affòrze.Da quànna tìmbe, da quànna tìmbe ustev’a aspetta’ cùsse memènde. Non u sapève mangh’jì.No!Non de mìrete nùdde. Nùdde te mìrete! Tùtte kèddeca me si sapùte da’ ha stàte na frònze de pedresìn’enu beckìre d’ègghje e te le so addemannàtesèmbe jì. Sì, te le so addemannàte pùre acquànne116 LA PATRÒNEnon ne tenève d’abbesègne. Te le so addemannàtepercè me l’havìv’’a da’: percè tu tìne e jì no, percènon de velève mà fa’ skerda’ ca pùre jì stoggh’aumùnne. Pùre jì stoggh’au mùnne!PADRONAE te so mà negàte nùdde?MARIETTAE percè, m’u petìve nega’, ah? Jì so vòcke de fùrne!Quànna vòlde m’u si dìtte? Jì u’havèsse sciùt’a dìscea tùtte quànne! e tu u sapìve.Muère mo. Muère! Vògghje vede’còme mòre napatròne. La patròne? La patròne de ci? De ce còse?de le càsere nòste? E ce te l’ha pagàte de sangh’e sedòre?Nù, ke la fatìca nòste. E tu, ke le terrìse nèste,tìne la càse ke le stòrse de pìzze, u fregorìfere, la lavatrìsce,la fìgghj’ a la neversetàte! E nu nge ham’’atòrce e stòrce. Kiamì! Jìnd’a la càse cu fisciù de sète.Jì non ne so mà havùte jùne!(Glielo strappa, lo indossa) Sì, t’u so ditt’appòst’ u fàttede fìgghjete. St’a sìnde? apposte t’u so dìtte.U so dìtte a Congètte: “Ce no nge pìgghje mo nagòcce jìnd’a le sìnze, no nge pìgghje kiù.” Muèremo!(Ride) Congètte no nge velève crète! mànghe Sisìne!mànghe Marterèdde, mànghe sòreme, mànghe Rosètte-l’ackiàle e mànghe la Cemmerùte! Nesciùnenge velève crète. Ma jì te canòsceke bon’a tè! jì, tecanòsceke vèckje. Tùtte, tùtte nge’ham’’a pegghia’.Le ròbbe kiù mègghje ca tìne.(Corre verso il proscenio e urla) Conge’, Sisìne, Martere’!kerrìte!(Alla padrona) Tùtte nge’ham’’a spàrte. Nge appartènetutt’ a nù. E kèdda mòrte… kèdda mòrte t’hav’’apegghia’ a jònz’a jònze, pe fàtte vede’ la ròbbe ca tesparèsce da sott’a l’òckiere. Tùtte.PADRONANo, làdre… jè ròbba mè… jè ròbba mè.LA PATRÒNE 117MARIETTADa sott’a l’òckiere! a jun’a jùne. Conge’, Martere’!(Si sfila l’abito e se ne carica. Rivela un corpo fasciato digarze maculate di rossastri e violacei)Tùtte, tùtte!(Lunga pausa)PADRONAE jì ce ne j’h’’a fa’ kiù de le ròbbe dòppe mòrte? Utavùte non dène pàlde. Ma tu, Marie’… percè l’hada sparte ke l’àlde?… percè l’ald’honn’’a gote de nubenefiggje ca t’appartèn’ asselut’a tè… ah?… Mariè’…Eppò… ce te crìte ca t’hav’’a sci’ tùtte lìsce?Pìnze, Marie’… l’avvecuàte, le netàre, le tribbunàle…sal’e scìnne, sal’e scìnne scàle! Tùtte quànne uhonn’’a sape’ ca me si arrebbàte… quànne, ‘mbèsce…tu m’ajùt’a mè e jì t’ajudek’a tè… te fazzemeni’ a javeta’… au prìme piàne… a càsa frànghe,Marie’… pe n’ànne. Marie’, le gocce…(Marietta appare molto interdetta) l’àlde l’allassàm’abbàsce…tu, au prìme piàne, com’a le segnùre… Marie’…“Fa ben’e skùrdete”… Ma jì non zo sgràte, Marie’…Marie’ te combìne… Tott’e do sìme fàtte p’accapìnge…sop’au comò stònne le gocce, Marie’, arrecuèrdetede màmmete… t’ha mannàte la fertùne…(La padrona crolla sul pavimento, rantolando. Marietta,visibilmente turbata dalle ultime parole della padrona, silascia sfuggire dalle braccia il suo carico. Dapprima riluttante,poi sempre con maggior foga, si risolve a porgerealla padrona il bicchiere.La padrona sembra riprendersi.In un barlume azzurrino che invade la scena, la padronatorna a campeggiare dalla medesima posizione iniziale)PADRONAAh, sì! Mo me sènghe kiù mègghje! Crìste m’è testemònnjed’u bène ca me si fàtte. Au prìme piàne,Marie’… Mo, me fàsce frìdde. Jòsce tùtte quàn118LA PATRÒNEne sìme perdùte la càpe… hav’’a jèsse la lùne…Marie’, jìnd’au buffè sta na bottìglje de resòlje…pùrtele ddò… e annùsce pùre dù beckjerìne… sogelàte tòtta quànne… e annùsce pùre na kevèrte…Fìgghjeme, non z’ha retràte, no?… Kèdde, da sòremehav’’a jèsse sciùte… o da la kembàgne… cra…cra la fazze parla’ d’au ziàne… no-mbàsce nùddeu delòre ca m’ha dàte… jìgne, Marie’… no-mbàscenùdde… ddò hav’’a meni’… kèss’ jè la càsasò… non me pòte sbruègna’ axì… jìgne, Marie’…bìve… bìve Marie’… Mariètta trottàte! Me la sisapùte fa’, stavolde… te piàsce u resòlje, ah?… jìgne…jìgne… bìve… bìve… Si vìst’ a fìgghjeme?…ce jè potènde!… jè de fuèke!… de fuèke jè!… bìveMarie’… e crìdenge tu… a le còse c’ha dìtte kèdde…sseh… la si vìste?… Tène la ‘mbonènze de napatròne… Patrone se nàsce, Marie’… non z’adevènde.Bìve… Marie’… jòsce, tùtte quànne sìmeperdùte la càpe… Cra… cra… cra tòtte còse ngehonn’’a pare’ com’a nu sènne… Bìve Marie’…Non ha seccìsse nùdde. Non zeccède mà nùdde!(Marietta è ormai crollata, ciuca, al riparo della colonna,la testa sul braccio. Tutto il tempo ha mimato gli ordiniimpartiti dalla Padrona.Voci impercettibili riempiono la stanza di battute del copione.Balenii di visi. Si staglia la figura della figlia, dispalle al pubblico.Marietta ripete, come in sogno, qualcuna delle sue battute,confondendole, mescolandole, tornando ossessivamentead un pigolato “Patrò”). *(Sipario)*M Padro’, padrona! Sono Marietta di giù. Sta permesso?P Puoi entrare. Entra. Quella è la sedia. Ma non te ne andare perle lunghe.LA PATRÒNE 119M Padrona mia, sto ancora tutt’agitata per un sogno che ho fattostanotte. Mi trovavo su una scala: salivo, salivo e non terminavamai: all’improvviso mi trovavo davanti a una porta. L’ho apertae mi sono ritrovata in una camera grandissima. Mi son guardataintorno e ho scoperto che invece dei muri c’erano specchi e proprioal centro c’era un orologio altissimo che partiva da terra.Mentre mi avvicinavo per guardarlo da vicino, ne è venuta fuoriuna voce: “Sono tanto stanca di lavorare! Sempre a lavorare, lavorare!Finalmente, adesso è arrivata l’ora mia.” Padrona, quellaera la voce di mamma. Beh, ho buttato un grido nel sonno:“Mamma!“ Mi sono svegliata, padrona mia, in un bagno disudore. È da stamattina che volevo venirti a raccontare questosogno. Per vossignoria, che vuol dire?P È un segnale.M Toh! Così ha detto mio marito. Le scale: 20. Lo specchio: 49.L’orologio: 24. 20, 49, 24: dovevo giocare un bel terno su tuttele ruote. Mah! Stasera usciranno i numeri e vedremo. A direil vero, però, l’agitazione non mi è ancora passata. Me la sentoancora nelle orecchie la voce di quella mamma che diceva:“Sempre a lavorare, lavorare. Finalmente è arrivata l’ora mia.”Che voleva dire?P Da quanti anni è morta tua madre?M Ventun’anni al prossimo anniversario.P Tua madre t’ha mandato un segnale. Quest’anno le scade la suapena in purgatorio. Per passare più in alto, vuole che tu le facciadire una messa.M Gesù, Giuseppe e Maria! Senz’altro, senz’altro. Gliela facciodire la settimana prossima da Don Peppino. Ma scherzi? Amamma?P Adesso, se non hai nient’altro da dire, te ne puoi andare. E comportatibene, chè non vedi? Le anime del purgatorio ti guardano.M Sì, me ne devo andare. Quello, mio marito, mi ha mandato unbel po’ di carne di cavallo. Vuole due involtini. È da tanto chenon ne mangiamo. Anzi, padrona, giacchè sono qui: ti trovi unafoglia di prezzemolo? Quando lo compero te lo restituisco.P Sì, come la tazza di zucchero, il bicchiere d’olio, la testa d’aglio,il mezzo kilo di pane…M E no, padrona! Il pane te lo volevo restituire, Sei stata vossignoriache non l’hai voluto. Dovessimo fare, ora!120 LA PATRÒNEP E dovevo imbrattarmi la coscienza prendendomi il pane indietroda te? Per farti aprire ancora di più di bocca? Ma va’, va’,comare Marietta-capafresca.M Allora, padrona, ce l’hai il prezzemolo? Chè se vuoi, senza interesse,te lo pago.P Va’, mosca!M Hai visto come sei vossignoria? Poi dici che è colpa mia.P Ah! Cornuto e mazziato! Sta’ zitta, Marietta, ch’è meglio. E sehai ancora bisogna di qualcosa dimmelo alla svelta, perchè nonposso perdere tempo.M No, niente… solo… ti trovi un odore di pepe? Non sai, nonper me che sto imbarazzata di visceri, ma quello, mio marito…gli piace. Tu, ora, entra nella testa di quello. Dice che gli involtinisenza pepe non gli sanno di niente… oh, ma se non ce l’hai,non importa.P Per fortuna che hai la carne, altrimenti dovevo darti pure quella.Va’, vatti a prendere il pepe e il prezzemolo! Lo sai dovestanno.M Grazie assai, padrona. Grazie assai, assai. Lo dico sempre a miomarito: se non ci fosse la padrona! Quella è la barca dell’abbondanza.Nah, azzardati a chiedere un piacere a Concetta! È tantotirata. Se n’esce sempre dicendo: “Il prezzemolo?“ faccio perdire il prezzemolo! “No, or ora proprio l’ho terminato.” Che tidevo dire? Una tazza di zucchero? “Mmh, il caffè noi lo beviamoamaro!” Quella è una poveretta peggio di me. E poi, quantoè disordinata, padrona mia, quanto è disordinata. È propriouna scriteriata. Non sta mai a casa. Sempre in giro se ne va. Aquella dobbiamo dare chiacchiere e divertimenti.P Marietta, legati la lingua nel culo. Te l’ho detto tante volte:quando vieni qui, di’ ciò che devi dire e vattene. Ma non venirea lavarti di bocca su Concetta, Francesca e tutti santi che ti voglianoguardare, chè a me, tanto per parlare alla barese, non mene frega niente.M Non è questo il punto, padrona, mica volevo fare la pettegola!P Che punta e che puntina, dev’essere!M Io volevo dire che quella non è mica come vossignoria che hala casa che riluce come uno specchio! Toh! Quelle tende sempreben tese e inamidate! Quei lampadari che rilucono comel’ostensorio di Santa Chiara! E, lo devo dire? Sola-sola, senzaLA PATRÒNE 121una mano d’aiuto. Che puoi mettere quella ragazza di tua figliadavanti a una tinozza! Quella è così fine, quella ragazza! E poi,studia. Non studia ancora, eh, padrona?P Tanto per cominciare, la tinozza l’abbiamo tolta di mezzo chesono almeno cinque anni. Tanto per finire, mia figlia lascialastare dov’è. E tanto per chiudere la storia, non hai da fare gliinvoltini?M Oh, Madonna, cosa mi hai ricordato! Gli involtini! Sì, propriodevo andare, ora. Hai ragione! Ma che, la signorina, è uscita? Onon si sente bene e sta coricata?P È uscita.M Ah, allora non mi sono sbagliata, era proprio lei quella cheho visto. Proprio allora mi sono trovata ad uscire dalla casa diMartirella, non sai? Martirella–di-Carbonara, che abita sull’altrolato della strada. Ho detto: “Quella dev’essere la signorina.Guarda, Martire’, che bella ragazza è diventata. Come cambia!Uno straccio, addosso a quella, riluce come l’oro.” Ho dettoa Martinella: “Martire’, quella sì che è una donna che può farperdere la testa a un maschio!“P Hai finito? Ora te ne puoi andare? O aspetti che ti metta allaporta?M Gesù Bambino, che ho detto: una trave di fuoco? Ch’è unabugia che la signorina è proprio bella! E poi, è in età! Pensa cheMartinella m’ha chiesto: “Ma che sta, fidanzata la signorina?“Ma io, padrona, le ho risposto: “Martire’, vuoi bene a tua sorella?Certe domande non me le fare!“ chè io, padrona, sono mutae cieca. Beh, ora proprio devo andare, perché mi son trattenutafin troppo. Scusami, padrona, ma è che è proprio bello parlarecon vossignoria. Buondì, padrona, buondì! Non hai da chiederminulla, padrona? No, vero? Beh, allora me ne vado.P Dimmi un po’, tuo marito sta lavorando?M Mio marito? E che c’entra mio marito, adesso?P Tuo marito, sì, tuo marito. Sta lavorando?M Sì.P E domani? Anche domani deve andare a lavorare?M Che ne so, padrona! mi pare di no, ma poi, sai com’è, potrebbevenir fuori qualcosa da guadagnare, dev’essere un fesso a lasciarselasfuggire. Ma che è, padrona, ne hai bisogno vossignoria,padrona? Perché, se serve a vossignoria, gli dico che, fosse pure122 LA PATRÒNEspezzato di gambe, deve venire. Ih, Gesù, a vossignoria! Mancoa dirlo!P No, una fesseria! Mi deve mettere un pezzettino di marmo suquel muro. Mi serve un’altra mensoletta. Poi, dovrebbe liberarmil’ammezzato, chè voglio fare un po’ di spazio. Stannoda spostare casse, scatole… là, solo un maschio può fare quelservizio.M E già: quando un maschio ci vuole, ci vuole.P Quando ci vuole, ci vuole. Te ne accorgi quando rimani da solaa mandare avanti la barca… e per di più hai una figlia che ti dàmille pensieri.M Ah, quei figli, le preoccupazioni che danno! Ne so io, qualcosa,padrona mia, per quante ne passo appresso a quei quattromocciosi che ho a casa. Ma per fortuna, a me sono maschiettie, grazie a Dio, quando saranno in età, li metto a bottega e miporteranno la paga… un poco-poco meglio staremo! Che poi,facciano quel che vogliono. Manco sono femmine! Le mammedelle femmine devono grattarsi la rogna, al giorno d’oggi! Oh,scusa, padrona, dovessi credere che ho parlato così per vossignoria!Quella lingua mia, tagliata vuol essere. Quante volte mel’hai detto vossignoria. E anche mia cognata grande, padrona,che quella è una santa cristiana come vossignoria. Quella, miacognata, me lo dice sempre: “Marietta, impara ad essere piùprudente! Impara ad essere più prudente.” Ma che ci posso farese io son fatta così? Che ci posso fare? Niente.P Effettivamente, un poco-poco imprudente sei. Ma bisogna riconoscereche quando è giusto, è giusto. È vero che l’onoredevono custodirselo di più le madri delle femmine.M Ecco! E poi non ti deve consolare il cuore solo a sentirla parlare.Lo dico sempre a mio marito: “Quella padrona è una santa.Un santa dell’altare. Quant’è giusta quando dice un fatto! telo rivolta da sopra, da sotto e dal lato. Per ciascuna cosa ti dicemale e bene. E sai, padrona, pure lui, mio marito, si può direche me lo ripete quasi ogni giorno: “Marietta, tu devi dar rettaalla padrona, perché quella è più che una madre per te.” Ah, lamamma mia bella, i bei consigli che sapeva darmi: “Marietta,figlia, impara: nella vita fa’ male e pensaci, fai bene e scordati.E a chi ti fa del bene devi essere sempre grata.” E io, padrona,io devo essere ingrata con vossignoria? Con tutto il bene chemi hai fatto? No. Te lo devo dire. Non mi posso tenere questoLA PATRÒNE 123macigno in mezzo allo stomaco. Te lo devo dire. Beh, padrona,il fatto è questo. È successo che una volta, anzi no, ora chericordo ben-bene è stato più di una volta, mi son trovata così,quasi a farlo apposta, che io giravo l’angolo e tua figlia scendevada un’auto.P Beh? Questo è tutto il fatto? E che c’è di male? Perché, nonpoteva essere un’amica?M Sì, così pensai io. Poi, feci per buttare un occhio e vidi che eraproprio un maschio. Un maschio, padrona mia, un maschio!Non sai? Uno di quei maschi che usano ora! Capelli lunghi,barba… insomma, un maschio.P E dove hai detto che sarebbe successa questa storia?M Proprio dietro l’angolo, padrona. Ah, ma io la prima volta pensai:quella, la signorina, forse non s’è sentita bene e si è fattaaccompagnare. Invece, poi, il giorno dopo mi trovai quando lasignorina saliva in macchina.P Cioè a dire?M Sì, padrona: la signorina arrivò all’angolo e là già era ferma l’autodel giorno prima e la signorina salì. Il figlio di Martirella m’hadetto che quelle auto si chiamano Coupè, padrona! Rossa è, padrona.Una gran macchinona rossa lunga, ma lunga, padronamia, quanto oggi e domani. Coupè. Ah, ma io pensai: “Forse, èlontano dove va la signorina e allora vengono a prenderla.” “Matanto che vengono a prenderla dietro l’angolo,“ giustamente hadetto mia sorella, “non possono venire a prenderla sotto casa,ah?“P E quando l’hai vista per la prima volta?M Aspetta, fammi ricordare ben bene: allora, dev’essere stato…oh, mica mi ricordo! Mi fa una rabbia! Aspetta, fammi sforzare.Oggi cos’è? Sabato? Beh, questo fatto va avanti da mercoledì.Sì, padrona, da mercoledì della settimana scorsa, da quel chene so io, padrona mia. Poi, tu mi conosci, io sono una che sifa quelli suoi: per questo posso testimoniare solo ciò che hovisto con i miei occhi. Che m’interessa di quel che dicono Rosetta-gli-occhiali, Lina-del-pane e Costanza-la-gobba. Personeson quelle? Stanno sempre a ricamare e tagliano, tagliano. No,no, io con certi personaggi non ho nulla a che spartire. Va’,va’, siete troppo materiali. Andate a cacare al largo. Un mese edue mesi! Facciamo sei mesi e non se ne parla più. Cos’è tuttoquesto rumore sul conto di quella bella ragazza della signorina?124 LA PATRÒNENon ci vuol nulla ad affibbiarti una critica. Chi te la toglie più?Poi, non volete farlo per lei, fatelo per quella santa donna dellamadre. Se poco-poco dovesse arrivarle alle orecchie, la fate moriredi crepacuore. Che poi, una mamma è, quella poveretta.No, padrona mia, sono andate bene! Se ne sono andate carichedi meraviglie. Non dar retta alle malelingue, padrona! Comem’hai insegnato vossignoria? “La lingua non ha osso e rompel’osso.” Sempre me ne ricordo. Non dar retta: mercoledì dellasettimana scorsa. Sì, mercoledì, perché, ti ricordi? Per metterea cuocere le fave, vossignoria mi prestasti quel bel bicchierinod’olio. A proposito, te lo devo portare. Sì, mercoledì.P E tutti giorni?M Tutti i giorni.P Anche stamattina?M Anche stamattina e anche nel pomeriggio.P Vedi, Marietta, che sono le sei e gli involtini hanno bisogno ditempo per cuocere.M Sì, Madonna! S’è fatto proprio tardi. Quello, mio marito, miha mandato a dire che deve venire per le nove. Beh, padrona,io ora me ne vado. E grazie per il prezzemolo e per il pepe.Domani te li riporto. Poi, più tardi ti mando la risposta di miomarito tramite quel ragazzino di mio figlio. Altrimenti, faccioun salto io stessa. Fin quando stai a comandare… beh, me nevado… padrona! Arriva la signorina con un gran mazzo di fiori.Ehi! Acqua in bocca, mi raccomando, dovessi farmi trovare nelbel mezzo di un guaio, chè io non ho detto niente, ah? Buonasera, signorina. Che bel mazzo! Ah, la primavera, fior di gioventù.L’aria fresca e le fresche frasche, beato chi se le gode. Sonofreschi, eh, signorina? Come profumano. Ah, la campagna, chebei frutti dà.P Salutiamoci, Marietta!M Buonasera, padrona! Buonasera, signorina.…P Carne di diavolo con fiele e fegato scoppiato! E adesso lo condiamoanche con brodo rosso se non butti il veleno, ora stesso.Adesso devi dirmi tutto il fatto. Sale e scende dall’automobile,si fa accompagnare all’angolo! Come la prima zoccola di Bari.Disgraziata! Devi far aprire la bocca ai porci, agli scarafaggi cheio schiaccio con la punta del piede. Ora sei arrivata sulla boccaLA PATRÒNE 125dei barbieri. Io ho saputo custodirmi il mio onore e ho saputofarmi rispettare da tutti quanti, da tutti quanti anche senza labuonanima di tuo padre accanto. Da tutti quanti. Mai nessunoha potuto dire “A“ sul conto della Padrona. Ora devi venire tue devi disgradarmi così? Devi farmi sentire il Verbum Caro?Mannaggia la malannata e il latte amaro che ti diedi. Ma io,prima ti strappo il collo! Per quanto è l’amore per tanto è l’odio.Ti uccido, ti uccido, io!…Non parlare così con me, ah! Non parlare così con me. Haitorto, sta’ zitta, abbassa la cresta e abbozza, altrimenti, tu lagiornata santa di oggi non la finisci. Cosa credi che, siccomeparli pulito io non ti capisco? Ricordati che sei uscita dalle mieviscere. Tu mi vuoi fare crepare il cuore, tu vuoi la morte mia!Ma neppure per un momento, dico, neppure per un momentoti ha attraversato quella testa matta che hai, che la gente ti potevavedere? non sai che tutti gli occhi stanno appuntati su noie la gente fa subito a sparlare?…Sì, come una puttana ti stai giocando la vita. Quando ti viene ilprurito, va’ a cacare da un’altra parte e non che vieni a farmelasotto il naso.…Smettila, smettila. Mi fai impazzire, mi fai impazzire. Chi dovevadirlo? La figlia mia, la figlia mia! Ti ho allevata nell’ovatta,col rispetto e il timore di Dio. Madonna, quanto mi sento male!Madonna, aiutami tu. Cuore di Gesù, Sant’Antonio, Santa Ritamia, anime sante del Purgatorio, fatemi voi la grazia.M È permesso? Padrona, scusa, per caso ti trovi… iih!…Gesù Bambino, ch’è stato, padrona? non ti senti bene? Madonna,che brutta cera! Corri, corri, siediti alla sedia! Su, su, appoggiatia me. Signorina, riempi un bacile d’acqua fresca, svelta.E non te ne stare come un cazzo in piedi in mezzo alla stanza.Dopo tutto il guaio che stai facendo passare a tua madre… dovece l’hai il cuore?P L’ha lasciato per strada.M Che ci vuoi fare, padrona, che ci vuoi fare? Prendi, bevi, bevi.Sono ragazze, che sono ragazze. Tieni, bevi. Vossignoria, poi,126 LA PATRÒNEcome devi essere, Madonna! Bevi, padrona, bevi. Per una sciocchezza,ti alteri tutta. Chi te lo fa fare? Tira a campare. Bevi,bevi. Si capisce che ora, le regazze, sono tutte teste matte: unolasciano e un altro prendono, che uno lasciano e un altro prendono.Bevi, padrona, bevi. E poi, va bene, diciamo ora, ora, mache? Ce li siamo scordati i tempi nostri? Prendi, bevi. Lo stessonoi, quante ne abbiamo combinate di nascosto da mamma epapà. Chi più, chi meno, tutte ci siamo passate. Bevi, padrona,bevi. È che ora le fanno più all’aperto, sotto gli occhi di tutti,quella è la brutta cosa! Bevi, padrona, bevi! Allora, la gente vedee che vuoi farci, padrona, che vuoi farci? Gli occhi son fattiper vedere e la bocca per parlare. Bevi, bevi. Ti stai sentendomeglio, ora? Hai bevuto?…Signorina, per prima cosa, io mi son fatta dare la parola da tuamadre, la qui presente, che non ti doveva dire nulla. È vero,padrona? E poi, mettiamo lontanamente che gliel’ho detto io,mettiamolo, va bene! Andiamo avanti. Non è meglio che tuamadre lo sappia? Di’ tu, di’. Ti può accadere qualcosa. Che nesappiamo che persona è costui? chi l’ha mai visto prima? chi loconosce? Ce l’hai presentato? Non è giusto, padrona? E poi, cosìsi fa un matrimonio? Lo sai cos’è tenere un maschio accanto?Dovessi credere che si tratta solo del bacetto e la scopatina!Questi uomini di oggi che non sai più come farli contenti! Liprendi per la testa e ti sfuggono per il culo! Li prendi per il culoe ti sfuggono per la testa… e poi, con tutta quella massa dicapelli… per il bene di vossignoria l’ho fatto, che l’ho fatto.…Ma sentila, sentila! Altro che buona figlia. Dice bene mia sorella:“Quella è come il monaco: basta che guardi in terra perfare buchi.” Intanto, se non mi fossi trovata io dietro la porta,l’avresti lasciare crepare su una sedia. Devi essere proprio senzacoscienza! Dopotutto, una vecchia è. Adesso si fa gli scrupolidel vaccaro e la sa chiamare “mamma”. Vergogna! Vaa a nasconderela faccia nel vaso da notte. Tu, tu devi dire sciagurataa me? Tu? Col tuo presente, passato e avvenire?…P Chiudi, chiudi quella bocca di razza. Quella lingua te la devotorcere!Marietta, hai sentito che arroganza? l’hai sentita? Cosa credi chesia roba di oggi?LA PATRÒNE 127M No?P È sempre stata così.M E noi che non ne sapevamo niente!P Più le ho dato e più lei ha drizzato il collo come un tacchino. Ecopri oggi, e copri domani… non la reggo più, Marietta mia!Non ho mai potuto sfogarmi con nessuno. Il vaso è pieno, pieno,pieno. Vorrei paglia per cento cavalli.M Di’ a me, padrona, di’ tutto a me. Sfogati! Di’ a Marietta tua.P Sempre per salvare la faccia, per salvare l’onore. Lo stomaco cel’ho gonfio, pieno, Marietta. Vorrei tanto svuotarlo.M Di’, padrona, di’.P Vorrei buttare tutto il fiele che m’è arrivato in bocca e mi haresa tutta amara, Marietta mia. Siamo arrivati al punto che iochiamo danari e quella risponde a picche. Le lingue si sonotroppo attorcigliate, Marietta, e non ci capiamo più, più, più,più. Dapprima il rossetto, poi lo smalto per le unghie, poi ilnero sugli occhi, il calcestruzzo in faccia… e com’è a mammatua… queste cose si fanno? Quella gonna così corta, tutte legambe scoperte! Copriti, copriti!…Sai quella che mi risponde? “Ma ti sei mai guardata intorno,mamma? Esci un po’! renditi conto che non stiamo più nelsecolo scorso. Mamma, svegliati!“ Così. A me. A sua madre.M Ih! Così a mamma sua?…Signorina, stai zitta! Vuoi bene a tutti morti che hai? Vedi tuamadre come sta? La vuoi proprio far morire di crepacuore? Lavuoi proprio vedere stroncata… e che!…Brutta lurida! Quando lo sapranno le altre!P No, sta’ zitta!…M Brutta faccia di scomunicata!…P Marietta, se n’è andata? Davvero se n’è andata, Marie’? Figliamia! Mi sento male, Marie’… il dottore! Mia figlia… chiamala…la perdono. Sta salendo? Dove se ne deve andare così sola?128 LA PATRÒNE… il mondo è cattivo… io volevo proteggerla… Quando aprìla porta da sola la prima volta… il cuore mi saltò in petto, comeora, Marie’… prendi le gocce, sul comò… Marie’, che aspetti?Marie’, Marie’… io sto morendo, aiutami!M E se non ti volessi aiutare? Ah? Che succede se io, ora non volessiaiutarti?P Marie’, Marie’, le gocce… sul comò. Marie’. Ma che ti senti? Legocce, Marie’.M E te le devo prendere io, le gocce? In quale libro sta scritto chete le devo prendere io… le gocce, ah? Chiama, chiama la puttanadi tua figlia e l’amante. Vediamo, te le danno loro, le gocce?Fa’ la prova, chiamala!P Marie’… che dici? Marie’, le gocce… ti do diecimila lire.M Quanto? Quanto?P Die… diecimila lire… Marie’.M Dieci… diecimila lire? Tu a me, diecimila lire? Tanto vale lavita tua? Ah? Diecimila lire vale la vita tua? No. Non ti voglioaiutare. Arrangiati per conto tuo. Finora t’è andato tutto liscio,eh?… ci hai schiacciato sotto il piede come gli scarafaggi. Tul’hai detto, con quella bocca infame piena di fiele. Gli scarafaggi?Ti farò vedere io di cosa sono capaci gli scarafaggi.P Marie’, le gocce… Ti abbono un anno di fitto.M No, no, no… no. Come mi piace questa parola! È la primavolta che mi posso permettere di dire forte no. No! È la primavolta che non devo darti per forza ragione. Da quanto tempo,da quanto tempo stavo aspettando questo momento. Non lo sapevoneppure io. No, no. Non ti meriti niente. Niente ti meriti.Tutto ciò che hai saputo darmi è stata una foglia di prezzemoloe un bicchiere d’olio e te li ho chiesti sempre io. Sì, te li ho chiestianche quando non ne avevo bisogno. Te li ho chiesto perchéme li dovevi dare: perché tu hai e io no, perché non ti volevo farscordare che anch’io sto al mondo. Pure io sto al mondo.P E ti ho mai negato niente?M Perché? Me li potevi negare, eh? Io sono bocca-di-forno. Quantevolte me l’hai detto? Io sarei corsa a dirlo a tutti. Muori, ora.Muori. Voglio vedere, come muore una padrona. La padrona?La padrona di che? Di che cosa? Delle case nostre? E chi ti le hapagate, col sangue e col sudore? Noi, con la fatica nostra. E tu,con i soldi nostri, tieni la casa con le tende di pizzo, il frigorifeLAPATRÒNE 129ro, la lavatrice, la figlia all’università! E noi dobbiamo torcercie storcerci. Guarda! In casa col fisciù di seta. Io non ne ho maiavuto uno! Sì, te l’ho detto apposta il fatto di tua figlia. Misenti? Apposta, te l’ho detto. Ho detto a Concetta: “Se non leviene ora un ictus, non le viene più.” Muori, ora! Concetta nonci voleva credere! Neppure Sisina! Neppure Martirella, neppuremia sorella e neppure Rosetta-gli-occhiali e neppure la Gobba.Nessuno ci voleva credere. Ma io ti conosco bene! Io ti conoscoda sempre. Tutto, tutto ci dobbiamo prendere. La roba miglioreche hai. Concetta, Sisine, Martirella, correte!Tutto ci dobbiamo spartire. Appartiene tutto a noi. E quellamorte… quella morte ti deve prendere oncia a oncia per fartivedere la roba che ti sparisce da sotto gli occhi. Tutto.P No, ladra… è roba mia… è roba mia.M Da sotto gli occhi! Ad una ad una. Concetta! Martirella! Tutto,tutto!P E che ne faccio più della roba dopo morta? La cassa da mortonon ha tasche. Ma tu, Marietta, perché devi dividere con lealtre?… perché le altre devono godere di un beneficio che spettasolo a te… eh?… Marie’… e poi, cosa credi, che ti andrà tuttoliscio? Pensa Marie’… avvocati, notai, tribunali… Sali e scendi,Sali e scendi scale! Tutti sapranno che mi hai derubato…quando invece… tu aiuti me e io aiuto te… ti faccio venire adabitare al primo piano… casa gratis, Marie’… per un anno.Marietta, le gocce.Le altre le lasciamo giù… tu al primo piano, come i signori…Marie’… ma io non sono ingrata, Marie’… Marietta, ti conviene…noi due siamo fatte per capirci… sul comò stanno legocce… Marietta… ricordati di tua madre… ti ha mandato lafortuna… Ah, ora mi sento meglio! Cristo m’è testimone delbene che mi hai fatto. Al primo piano, Marietta. Ora mi fa freddo.Oggi, tutti abbiamo perso la testa… dev’essere la luna…Marietta, nel buffet ci sta una bottiglia di rosolio… portala quie porta pure due bicchierini… sono gelata tutta… e porta pureuna coperta. Mia figlia non è ancora rientrata, no? Quella, damia sorella dev’essere andata… o dall’amica… domani… domanile faccio parlare da suo zio… non importa il dolore chemi ha dato… qui deve venire, questa è casa sua… non può svergognarmiin questo modo… riempi, Marie’… bevi, bevi, Marie’…Marietta mascalzona! Me l’hai saputa fare, questa volta…ti piace il rosolio, eh? Riempi… riempi… bevi… bevi… hai130 LA PATRÒNEvisto mia figlia? Com’è potente! È di fuoco… di fuoco è… beviMarie’… e credici, tu, alle cose che ha detto, quella… seh…l’hai vista? Ha l’imponenza di una padrona. Padrona si nasce,Marie’… non si diventa. Bevi, Marie’… oggi tutti abbiamoperso la testa… domani… domani… domani tutto ci appariràcome un sogno… bevi, Marie’… non è successo niente… nonsuccede mai niente.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 131Un Fatto:Bari, 27 aprile 1898(La Rivolta del Pane)DUE TEMPI1976132 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)PERSONAGGIDa dieci a quaranta attori che rivestono i ruoli di volta involta indicati nel testo.LA SCENALuogo scenico è la sala, o la piazza, dove si produce lo spettacolo.Su una parete bene in vista si appenda il cartello:“Io so che queste riforme sono difficilmente mesein atto in uno Stato costituzionale, ma noi dobbiamofarle, perché sono necessarie; e se sono necessarie,o con le buone o con le triste si faranno;e se non le faremo noi, le farà certamente o unDittatore o il Petrolio.”Luigi Settembrini 1874Ricerche effettuate presso:Biblioteca De GemmisBiblioteca Nazionale di BariArchivio del Comune di BariArchivio de “La Gazzetta del Mezzogiorno”Archivio de “Il Corriere della Sera”PrivatiHanno collaborato alle ricerche:Piero dell’ErbaMarisa EugeniDonatella NoceraMaria Teresa VentrellaUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 133BANDITORE (Annuncia)I Scena – Una storia – I Parte(Entrano tre donne)1^ DONNA… e so penzàte: com’ jè, màmme? Dòppe quànnen’ha fàtte? Havèv’’a ‘mbrasceda’ a Carvenàre?No. No. L’àlde se la pòdene pùre skerda’: jì, no.La màmma mè, m’ha remanùte jìnd’au còre a mè.La stàdua d’òre nge jèven’’a fa’. Non fasce a tìmb’a‘ppeccia’ la trevvisiòne ca te sbàttene ‘mbàcce cùsseSìnneke o cùdde canìstre ke la fuèrce ‘mmàne catàgghjene nàstre sop’a nàstre. De màmma nòste po,tùtte s’hònne skerdàte. Pùre tu.(Rivolta all’altra) Po de tè…2^ DONNACe vuè dìsce, ca ce vuè dìsce? Jì, pe kèdde ca nesàcceke jì, u dovère mì u so fàtte, almène na vold’auuànne, còme kemmànne u cìle, e tòtte le vòlde came la so sendùte. Havessem’’a fa’, mo, ca tu ca tela scànze sèmme, si la mègghia- megghje e l’àlde sou remmàte, la fanghìglia dei pièti tuoi. Mànghe cau cammesànde de Carvenàre jè ddò drète. Assìdetemo, assìdete. E ce jè? Vuè na tàzze de cafè?(L’altra fa cenno di no)3^ DONNACe t’aggetìsce a fa’? Màmme u decève sèmme: kèdde,còme nascì sfescì da ‘mman’a la vammàre, e azzeppò.1^ DONNAAllòre, tànne c’havìm’arrevàt’au remmùsse, nonoccòrre ca tòtte le vòlde ca sta da paga’ la lùsce aucammesànde te fàsce meni’ le vìrme ‘nguèrpe. A lamàmma tò? Puh! Mìttete scuèrne, scellèràte, a kèddafàcce de peccàte ca tìne. La màmma tò ca sta scrìttepùre jìnd’au lìbbre? Tu? Havèsseme stàte nu pìlede kèdda màmme, tu, jì e tùtte l’àlde pùrce com’a134 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)nù! La càpa mè-a ‘nderre, no nge havèssem’ackiàte‘mènz’a la meuìne ca nge ackiàme jòsce. Ma ce menaldarèscek’a fa’ la vita mè! Io sono la voce che parlanel desèrte. Tre sòre, tre sòre, addò s’ha viste mà,tre sòre de sti tìmbe, ca non z’accapìscene kiù.Kiù, kiù, kiù, kiù.2^ DONNAE quànne mà nge sim’accapesciùte nù-e-do? Tòttemo te st’a vène’ la frenesì?3^ DONNALa frenesì jè com’au predìte: ce non d’u gràtte nombuètesta quìte.1^ DONNA (Alla 3^ Donna)Sorella mia, il Signore m’hav’’a perdena’, ma iotòtte le vòlde ca pènzeke a tè, me sènghe brùtte.Prègheke: com’è possibile, Dòmene Ddì, ca se pòtecamba’ na vita sàna-sàne, sglùse pe mètte zezzànje?3^ DONNAA mè? A mè u sa còme me kiàmen a mè: la Pascère,me kiàmen’a mè.A tè u sa còme te dìscen’ a tè? ‘Nzauèrre.1^ DONNA (Fissandola)Se nàsce, jè vere. Se nàsce. Se pote meni’ au mùnnestreppiàte, o se nàsce c’u cervìdde de kèdda màmme:ma jùne sop’a mìlle. O mègghje, jùne sop’a numelliòne. Tùtte l’àlde: vìrme sènza cervìdde.2^ DONNAMa ‘nzòmme, se pòte arreva’ a capi’ ce v’ackiànnetu stamatìne? Ce t’ha staccàte? E allòre tu me vuèpròbbete fa’ sbetta’? Ca ce si menùte ammeuàte pefa’ lìte, dimmìue ‘mbrìme, ca mo, candànne-candànne,te ‘mbelèsceke le gràne d’u resàrje.3^ DONNACe nevetà! Kèdde sèmme ‘mbelàte le tène, ke tùttequànne. Ah! vòcca mè stàtte cìtte, ca ce havèss’’aparla’ jì sop’au cùnde tu, non zapìme le fiùre capòdene meni’ fòre.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1352^ DONNAE kèdde ca v’ackiànne màmme, màmme e màmme.Da mo va c’ha fàtte pòlver’e cènere! Làssala sta’ bon’e‘ngràzzje de Ddì addò sta. Au uànne nge so fàtte dìscela mèsse, com’a tùtte l’ànne… e sta spèggje de frennequamìndede cervìdde, fàsce mègghje ca te l’allìved’au stùppe de màgghje ca tìne sop’au cuèdde. Tànne,poverìdde jèmme e sfessàte arremanìme. (Alla 3^Donna) E tu, sfennàte, quànne tìne da pescia’, sguarrìscetede gàmme, non zi parlànne jìnd’au mùte, cate tènghe meseràte bèlla-bèlle a tè, ke la stadére e umìnze meserìdde. Non avàste ca te tènghe jìnd’a càsepe carità de Crìste, ha da sparla’ pùre sop’au cùndemì? Jì t’accìgghe, te fàzze fòre, jì, sgràte!3^ DONNAA ci ha da fa’ fòre, tu? Càmbe sop’a me, sop’a lapenziòne d’ackembagnamènde. Te fàzze fa’ la segnùre!Sènze de mè, au muèle havìv’’a sci’ a caca’.V’ackiànne ca kèdde me sfòtte a mè e s’hav’’a jègnede vòcke. U càzze ca te frèke, la caretà de Crìste! Efernìmele ddò, cosenò me j’h’’a combromètte e nonge tènghe pròbbe a ‘mbrattàrme le màne ke tè,frùshque!1^ DONNANessùne, nèànghe tu, la figlia, hai combrèso chemia màtre avèva un messaggio.3^ DONNAXì ce cambàve n’and’e muèrse u’ffìggje postàle ngehavèmm’’a apri’.2^ DONNAIh! kèsse, me vòle pròbbe fa’’gera’ le tauèdde! Còmeca màmme hjèv’asselùte mamm’a jèdde. Ce jè, cajè mòrte nge la sìme skerdàte le precuarì c’ha semmenàteau mùnne sàne-sàne. E a mè kiù d’u rèste.Havèssam’’a fa’ mo, ca pe nu stùppe e na cequère,jùne s’àckje sop’au ualdàre, sènza mànghe sape’com’à fàtte pe ‘nghiana’ ddà sùse. Ca na crestià136UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)ne com’a l’àlde, jève, dopotùtte. Percè? Ce m’havèss’ackìatejì au pòste sù, u havèsse fàtte pùre jìu stèsse ca facì jèdde. E allòre? Ce j’h’’a fa’? Mej’h’’a mètte’ la lùsce ‘ngap’e la kiròna ‘mmàne eme ne j’h’’a sci’ au Còrse decènne: “Ecco, sto qua!Nah,’tecquàdeme!”3^ DONNASse, la reggìna Tautù de ‘nderr’a la Lànze, ‘ndra lelùsce e le parànze.1^ DONNAMiscredènda, skemmenecàte.2^ DONNAVa bùne, va! Viàt’a tè ca u tìne frìshke. Ce si dermùte,sop’a na sbarre de ghiàcce?3^ DONNANo, derèttamènde jìnd’au fregorìfere.2^ DONNAJòsce ddò arremàn’a mangia’? Ca me j’h’’a regola’pe le vremecìdde. J’h’’a fa’ u bròte.1^ DONNAOggi è giornata di festa.È una grande festa, ògge.2^ DONNACe vuè dìsce, c’ham’’a fa’ le maccarùne ke le brasciòne?(La fissa, visibilmente preoccupata) ‘Nzòmme, si assùtepròbbe de sìnze?3^ DONNADa mo va? Tìmbe mì fàtte mènghe!1^ DONNAGuardate qua, ‘nvèdèlè.(Apre una borsa capiente e mostra alle sorelle il contenuto)2^ DONNAMeh? Sì passàte d’au veccìre? Non u vi ce fetendarìd’òssere…3^ DONNAE po nge l’ha dàte ‘mmock’au càne pe scequa’.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1371^ DONNAZitta e taci, sorella. Stai a bestemmiare còndr’a tuamadre. Guarda e prega.(Si inginocchia e leva un canto di ringraziamento. Le altresono sbigottite. Infine, la imitano e si le si inginocchianoaccanto, da lati opposti)BANDITOREInno di ringraziamento(Parole: M. T. Ventrella e G. Solfato; musica: G. Solfato)1^ DONNAKe la cequère com’a pannère/Jè Jannìne la Quaquagghière/Và vramànne pe tòtta Bàre/Pan’assà ke pìckedenàre/Mamma-mamma berafàtte/Màmme pequànde nge ne si fàtte/Màmme de tùtte le poverìdde/Màmme de còre e de cervìdde/Màmme scerràstetùtte le vìzzje/Màmme pertàste la gestìzzje.3^ DONNAA mè me vène da kiànge.2^ DONNAMe st’ a vìnne kiàckjere?1^ DONNA (Mentre si tirano su)Ajìre sère m’annaskennìbbe jìnd’au cammesànde.Quann’ha quagghiàte l’àrrje, so apìrte u tratùre eso pegghiàt’ u sacketìdde ke l’òssere sànde de kèddamàmme. Cammenànne-cammenànne nge scèvedecènne: “Ma’, màmma bèlle, màmme de tùttele poverìdde, màmme tòtta cervìdde, oh màmmamàmme! Quànne jève menònne jì, me pertìve‘mbràzze tu, mo…P’ogn’e gòcce de làtte ca te serkiàbbe, tànna ‘ngìnzete j’h’’a fa’ rènne.E mo (rivolta alle sorelle) telefonìsce a Tutùcce, a‘Ndònje, a zì Commàre, a Geuànne, au Pesciaiùle,au fìgghje de Vagghje-Vagghje, au Varkeceddàre,138 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)au Raggionìre, a Babbìsce, a Stùta-fuèke, au Berefàtte,a Cazzederrè, a Capafrèshke, a Tramòte, aVindisè, a Pàreke-Belle, a Gneffi’, a…(mentre continua a sgranare nomi come in una litania,le luci sfumano)a Malacìdde, a Picc’e-stùte, a la Ferrovìre, a l’Ackiàle,a Mèste Larùnze, a Sordèlle, la Viatèdde, Calvàrje,Cammesànde… *BANDITOREII Scena – La rivolta(Irrompe una folla di popolane. Urlano. Spicca la figuradi una donna alta che brandisce in una mano una bandierae nell’altra una lattuga. Incita la folla)DONNAAu negòzzje de Mekèle Violànde!(Il pubblico viene aggredito)1^ POPOLANASta ‘kiedùte. A la varrìre!(Compaiono altre bandiere. Le guardie daziarie,atterrite,fuggono, sicchè la folla può continuare a mettere tutto asoqquadro. Si frantumano bilance. Giunge un drappellodi soldati armati che disperde la folla. Andati via, la follasi ricompone)2^ POPOLANAAu Menegìbbje, da la vànne de via Piccìnne!3^ POPOLANAAu palàzze de la lègge! Ddà sta u pàne.(La folla delle tumultuanti si sposta rapidamente daun’altra parte della sala. Vengono lanciati dei pani. Unadonna attraversa la sala trascinando un sacco di pane)4^ POPOLANAA la Fondiàrje!UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1395^ POPOLANAA l’uffìggje de la Pubblica Sicurtà.6^ POPOLANAA via Robbèrte da Bàre!7^ POPOLANAA la càse du Sìnneke!(Alcune guardie sparano in aria vari colpi di moschetto,ma, per tutta risposta la folla fischia, ride e applaude)TUTTISìme vengiùte, sìme vengiùte! Bar’jè nòste!8^ POPOLANAS’ambaràsser’a nega’ u pan’a le gènd’onèste.TUTTIViv’a Jangelìne-la-gnòre! Vìv’a la Quaqquagghière!DONNAE da mo de ‘nànze…1^ POPOLANAShh! St’a pàrle’ Jangelìne-la-jàlde.2^ POPOLANANon ze kiàme la Quaqquagghière?3^ POPOLANANo, se kiàme Jànne. Anna Quintavalle.4^ POPOLANASt’a pàrle’ la Gnòre!TUTTIShh! Shh!DONNAE da mo de ‘nànze, tòtte le vòlde ca no nge combìnekèdde ca le segnùre de sùse kemmànnene pe nù,sop’a la vìta nòste… da mo de ‘nànze, axì ham’’afa’, com’a jòsce. Sìme seffìrt’assà. E de lònghe. (Applausidalla folla) Mo, ha senàte l’òra nòste.*(Scroscio di pioggia. La folla, carica di pane, si disperdeimprovvisando un canto. Durante i disordini, in sala ungiornalista detterà al Corriere della Sera il brano “A”. Altermine della rivolta detterà il brano “B”)140 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)GIORNALISTACORRIERE DELLA SERA – 28/29 Aprile 1898ore 1,05 pm.(A) “In causa del rialzo del prezzo del pane e della farina,di fronte a cui il Municipio non aveva saputoapporre, iersera, in Consiglio Comunale, che unaoziosa discussione senza risultato, stamane duemilapersone circa, fra donne, bambini e uomini, si recaronoalle ore 7,00 alla casa del sindaco, pretendendoun ribasso del calmiere. Partita di là insoddisfatta,la folla assalì il Municipio e gittò dai balconi tutte lecarte e la mobilia, bruciando tutto quanto assiemesotto il portone. Furono quindi assaliti e bruciativari posti daziari. Mentre telegrafo, brucia l’interolocale del Corpo delle guardie municipali, compresigli attrezzi dei pompieri. Il panico è grandissimo.Tutti gli uffici pubblici, i negozi e le case sono statibarricati. I pochi soldati della guarnigione accorronoovunque, per evitare danni maggiori, ma sonoinsufficienti al bisogno. La Questura ha procedutoa vari arresti, ma la dimostrazione continua imponente,e si prevedono nuovi guai. Furono richiestirinforzi a Lecce e a Foggia.”(B) Ore 2,45 pm. “I dimostranti erano in numerograndissimo. Incendiarono tutti i casotti daziari,invasero l’Esattoria Comunale, bruciandone tutti gliincartamenti. La folla assalì quindi i depositi di grano,depredando il negoziante Zonno di cinquantasacchi di farina. Gli stessi dimostranti devastaronoil giardino Margherita, rompendo i fanali a gas; assalironoa colpi di pietra lo studio dell’Assessore deidazi, Cav. Sbisà, e tentarono di assalire la casa delSindaco, Comm. Re David, ma vennero respintidalla truppa. Da ultimo si recarono alle carceri perliberare i detenuti ma anche qui furono respinti daisoldati.”(Ancora canto di folla a sfumare in lontananza)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 141*I SCENA1^D … e ho pensato: com’è? mamma? dopo tutto quello che hafatto? doveva infracidire a Carbonara? No, no. Gli altri possonodimenticarla. Io no. La mamma mia m’è rimasta nel cuore.La statua d’oro dovevano farle. Non fai a tempo ad accenderela televisione che ti sbattono in faccia questo sindaco o quelministro con le forbici in mano che tagliano nastri su nastri.Di mamma nostra, poi, tutti si sono scordati. Anche tu. Di te,poi…2^D Che vuoi dire? Per quanto ne so io, io il mio dovere l’ho semprefatto, almeno una volta l’anno, così come comanda il cieloe tutte le volte che me la sono sentita. Dovessimo fare, ora,che tu che te la scansi sempre, sei la migliore e le altre sonoimmondizia, il fango dei piedi tuoi. Come se il camposanto diCarbonara è qua dietro. Siediti, ora. E che? vuoi una tazza dicaffè?3^D Che t’agiti a fare? Mamma lo diceva sempre: quella, appenanacque, sfuggì dalle mani dell’ostetrica e battè la testa.1^D Allora, tanto che siamo arrivati al punto, non c’è bisogno chetutte le volte che ci sta da pagare la luce al cimitero ti fai venirei vermi. Alla mamma tua? Mettiti scorno, scellerata, su quellafaccia di peccato che hai! La mamma tua che sta pure citatanei libri? Tu? Fossimo state un pelo di quella mamma, tu io egli altri porci come noi! Scommetto la testa che non ci saremmotrovate nel disordine in cui ci troviamo oggi. Ma che mialtero a fare? Io sono la voce che parla nel deserto. Tre sorelle,tre sorelle! Dove s’è mai visto? Tre sorelle, di questi tempi chenon si capiscono più.2^D E quando mai ci siamo capite noi due? Cos’è questa frenesiadi oggi?3^D La frenesia è come il prurito: se non ti gratti non puoi startenequieto.1^D Sorella mia, il Signore mi deve perdonare, ma io tutte le volteche penso a te, sto male. Prego: com’è possibile, Domine Iddio,che si può vivere una vita solo per mettere zizzania?3^D Dici a me? Sai come mi chiamano? La paciera mi chiamano; ate sai come ti dicono? La guerrafondaia.1^D Si nasce. È vero, si nasce! Si può venire al mondo storpi o si142 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)nasce col cervello di quella mamma; uno su mille, o meglio,uno su un milione. Tutti gli altri: vermi senza criterio.2^D Ma insomma, si può arrivare a sapere cosa vai cercando tu,stamattina? Chi ti ha slegato? Allora tu mi vuoi proprio farmisbottare? Se sei venuta affilata per la lite dimmelo subito cheora, cantando cantando ti infilo i grani del rosario.3^D Che novità! Quella sempre infilate ce le ha, con tutti! Ah,bocca mia, taci, che se dovessi parlare io sul conto tuo, nonsappiamo che fiori ne possono venir fuori.2^D … e quella insiste mamma, mamma e mamma. È una vitache è diventata polvere e cenere! lasciala in pace e in grazia diDio dove sta. All’anniversario le faccio dire una messa – cometutti gli anni – e questa specie di farneticamento fai meglio atogliertelo da quella testona che hai sul collo! Tanto, povereeravamo e sfessate restiamo! E tu, sfondata, quando hai dapisciare, allarga le gambe, non parlare a mezzavoce, perché titengo bell’e misurata, con la stadera e il misurino. Non bastache ti ospito per carità cristiana, devi pure sparlare sul mioconto? Io t’ammazzo! Ti faccio fuori, io, ingrata!3^D Chi devi fare fuori tu? Vivi alle mie spalle sulla pensione di accompagnamento.Ti faccio fare la signora, altrimenti al molodovevi andare a cacare. Il cazzo che ti frega è la tua caritàcristiana. E finiamola qui, altrimenti mi devo comprometteree non ci tengo proprio a sporcarmi le mani con te, furbastra!1^D Nessuno, neanche tu, la figlia, hai compreso che mia madreaveva un messaggio.3^D Così, se campava ancora un po’ le avremmo aperto l’ufficiopostale.2^D Questa vuole proprio farmi girare le tavolette. Sembra chemamma fosse solo mamma a lei. E che? siccome è morta ce lesiamo scordate le porcherie che ha combinato a tutto il mondo?E a me più degli altri. Dovessimo fare, ora, che per unostraccio e una cicoria, una si trova sull’altare, senza neppuresapere come c’è arrivata là sopra. Dopotutto, una donna comele altre era. Perché? Se mi fossi trovata io al posto suo nonavrei fatto quello che ha fatto lei? E allora? Devo mettermi leluci in testa, la corona in mano e andarmene al corso a dire:“Ecco, sto qui, toccatemi!“3^D Sì, la regina Tautù dei marinai, tra le luci e le paranze.1^D Miscredente, scomunicata.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1432^D Va be’, va. Beata te che stai fresca. Hai dormito su una sbarradi ghiaccio?3^D No, direttamente nel frigorifero.2^D Qui resti per pranzo? Devo regolarmi per gli spaghetti. Devofare il brodo.1^D Oggi è giornata di festa. È una grande festa oggi.2^D Che significa? Che dobbiamo fare i maccheroni con la carne?Insomma, sei proprio uscita di senno?3^D Da mo va? Tempo mio, fatti lungo!1^D Guardate qua, infedeli!2^D E be’, sei passata dal macellaio? Non vedi che fetenzia d’ossa…3^D E poi le ha messe in bocca al cane, per farlo giocare.1^D Zitta e taci, sorella, stai bestemmiando contro tua madre.Guarda e prega.Con la cicoria per bandiera/È Annina la Q./Va bramando pertutta Bari/Molto pane per pochi danari./Mamma, mammabella/ Mamma per quante ne hai fatte/Mamma di tutti i poverelli/Mamma tutta cuore e cervello!/Mamma bandisti tuttii vizi/Mamma portasti la giustizia.3^D Mi viene da piangere!2^D Mi stai vendendo chiacchiere?1^D Ieri sera mi sono nascosta nel cimitero. All’imbrunire, ho apertoil cassetto e ho preso il sacchetto con le ossa di quella mamma.Mentre camminavo le andavo dicendo: “Mamma bella ditutti i poverelli, mamma tutta cervello, oh mamma, mamma!Quand’ero io bambina eri tu a portarmi in braccio, adesso…per ogni goccia di latte che ti succhiai, tanto incenso devo fartirendere.” E adesso telefona a…II SCENAD Al negozio di Michele Violante.1^P Sta chiuso. All’Ufficio del Dazio.2^P Al Municipio, dall’ingresso di via Piccinni.3^P Al Palazzo della Legge, lì sta il pane.4^P Alla Fondiaria.5^P All’Ufficio della Pubblica Sicurtà.144 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)6^P A via Roberto da Bari.7^P Alla casa del sindaco.Tu. Abbiamo vinto, abbiamo vinto, Bari è nostra.8^P Così imparano a negare il pane alla gente onesta.Tu. Viva Angelina-la nera. Viva la Q.D E da ora in poi…1^P Shh! Sta parlando Angelina-la-alta.2^P Non si chiama la Q.?3^P No, si chiama Anna, A. Q.4^P Sta parlando La Nera.Fo. Shh!D E da ora in poi, tutte le volte che non ci sta bene quello chei signori di lassù comandano sulla nostra vita, da ora in poi,così faremo, come oggi. Abbiamo sofferto troppo e per troppotempo. Ora è suonata la nostra ora.BANDITOREIII Scena – Manifesto del Sindaco(Un attacchino affigge alle pareti dei manifesti. Lo seguonodei popolani vocianti. Qualcuno chiederà all’attacchinodi leggerne il contenuto)Concittadini,a rassicurare la tranquillità pubblica, la Giunta Municipalesiede in permanenza, per prendere tutti iprovvedimenti necessari.Innanzi tutto abbiamo provveduto che la città siaabbondantemente provvista di pane e di farina,oggi ed in avvenire.Abbiamo abolito il dazio di barriera sul pane, pastee farine.Il pane di prima qualità sarà venduto a centesimi 40il chilo, quello di seconda qualità a centesimi 30.Saranno aperti, subito, due spacci di farine del panificiomilitare, a centesimi 30, e saranno, prossimamente,riaperte le cucine economiche.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 145Ma, per attuare il tutto, io faccio appello a quellacalma di cui Bari ha dato sempre esempio, che, seper un momento fu turbata, io nutro viva fiduciache l’ordine sarà subito ripristinato col concorso ditutti i cittadini, i quali debbono fare a gara perchéle imminenti feste del nostro Patrono San Nicolanon siano disturbate, con grave danno del piccolocommercio e di tutta la cittadinanza.Bari, 28 Aprile 1898Il Sindaco G. Re DavidNARRATORE (Luci su di lui, in passerella, rivolto al pubblico)Ma cos’è successo, dunque, esattamente? Tentiamodi procedere con ordine. Stiamo a Bari, questo èchiaro, il 27 Aprile 1898.(Si materializzano in palcoscenico due figure femminili,velate: le due dannunziane)I^ DANNUNZ.A Bari, in un mattino di Aprile, da la vecchia cittàove dorme il Santo di Myra, invano invocato – daoscuri antri, da orribili vicoli, da sedi secolari di miseria,di malattie e di delitto…2^ DANNUNZ.Con inaspettata violenza una folla innumerevole didonne minacciose, furibonde, crescente e dilagante,fitta e irresistibile, seminando, attraverso la città,morte e devastazione…NARRATOREMa no, voi entrate in seguito. Avete sbagliato scena.Infatti questa è:BANDITOREIV Scena(Le dannunziane svaniscono)NARRATORE (Rivolto al pubblico) Sì, in effetti, una data importantee di così larga eco, in Italia e fuori Italia,146 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)che anche il Poeta – già, proprio lui, d’Annunzio– se ne occupò, a modo suo, in un articolo rilasciatoal New Jork Journal. Tanto importante cheun barese, quando perde le staffe, usa ancora dire:“Mo j’h’’a fa’ u vindisètte”, oppure, a scelta: “Moj’h’’a fa’ u novandòtte”. Modi di dire entrati nellalingua di questo popolo che, esasperato per l’atteggiamentotenuto dall’Amministrazione Comunale,nella sua intransigenza ad abolire il dazio sulle farine,quella mattina del 27 Aprile 1898, insorse, e sifece giustizia a modo suo. Ovviamente, tale esasperazionedoveva essere il risultato di un malcontentoe di un disagio più profondi. Si pensi solo che aRutigliano, che ben presto doveva seguire Bari nellarivolta popolare, il pane si vendeva a 42 centesimial chilo, quando un contadino guadagnava, in unagiornata di lavoro, 70 centesimi, seppure. A Bari lasituazione non era granchè differente.Il pane di prima qualità era venduto a centesimi 42il chilo, e quello di seconda a centesimi 34. Variesoluzioni erano state tentate per contenere questiprezzi, nel contesto d’una generale lievitazione. Mail popolo e l’opposizione volevano qualcosa di più:abbassare il costo di questo genere di primissimanecessità per le nostre popolazioni, e ciò, eliminandoil dazio comunale sulla farina. (Luci giù)BANDITOREV Scena – La seduta del 26 aprile(Luci sulla zona deputata a Sala Consiliare. I Consiglierisono già seduti ai loro posti)SEGRETARIOL’anno 1898 il giorno 26 del mese di Aprile alle ore8,30 pm., in Bari, nella grande aula del Palazzo diCittà.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 147Sotto la Presidenza del Sindaco, Comm. GiuseppeRe David, ed assistito dal Segretario generale, Sig.Massi dott. Cesare, il Consiglio Comunale si è riunitonelle persone dei signori:1 Sbisà Giuseppe2 Signorile Giuseppe3 Mirenghi Ventura4 Lamberti Franco5 Chiaia Vittorio6 Re David Giuseppe7 Petruzzelli Andrea8 Laurora Giuseppe9 Manzari Vito10 Carbone Carlo11 D’Attoma Michele12 Manzari Pasquale13 Colaianni Giuseppe14 Bottalico Giuseppe15 Zonno Salvatore16 Pappalepore Franco17 Azzone Luigi18 Sforza Emilio19 Bavaro Nicola20 Petrera Daniele21 De Grecis Vito22 Capruzzi Giuseppe23 Dellino Nicola24 Petroni Giandomenico25 D’Elia Nicola26 Giannantonio Domenico27 Fiorese Sabino28 Caleno Cesare29 Morelli Nicola30 Diana Giuseppe31 De Tullio Antonio32 Vacca Michele33 Bevest Michele148 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)34 Anelli Leonardo35 Di Cagno Giovanni36 Vignali Carlo,37 Damiani Giuseppe.Il Presidente, visto che dei 60 Consiglieri assegnati alComune, sono presenti 37, numero sufficiente perrendere legale la seduta in prima convocazione primaverile,ai termini dell’art. 112 della predetta leggecomunale e provinciale, dichiara aperta la tornata efa dischiudere le porte al pubblico a norma di legge.Il Presidente invita il Consiglio, per ragioni di urgenza,a prelevare dall’ordine del giorno le seguenti3 proposte:La prima si riferisce a domanda di nuovi fondi occorrentiper concorso dato alle cucine economiche.La seconda si riferisce a modifica della deliberazioneconsiliare del 15/2 ultimo pel modo di pagamentodella Pensilina a piazza Castello.La terza, comunicazione e provvedimenti in ordineal prezzo del pane.Viene accettato, e il Presidente riferisce:SINDACOIl Consiglio ricorda che con la deliberazione del15/2 c. a. fu concesso alla Giunta un fondo a calcolodi L. 10. 000 per maggior concorso alle cucineeconomiche per le razioni da distribuirsi gratuitamenteai poveri, e per assicurare la vendita di buonpane di 2^ qualità a centesimi 34 il chilo, con tuttele precauzioni e riserve dall’atto consiliare stesso risultanti.Il sistema del rimborso della differenza del prezzoai panettieri ha fatto ottenere ottima prova, ed èorganizzato in modo da evitare qualsiasi frode.E poiché il prezzo del pane è cresciuto, si è presoaccordo coi panettieri in base a calcoli esattamentefatti col listino dei prezzi, di portare a 6 centesimia chilo il rimborso sul pane di 2^ qualità, in modoUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 149che il prezzo di questi resti fisso a cent. 34. Ed inprevisione di altro rialzo del mercato delle granaglie,la Giunta chiede l’autorizzazione di poter aumentarein proporzione, se del caso, tale rimborsoai panettieri, appunto perché il prezzo di 34 centesimiresti sempre invaribile e fino a quando colraccolto delle messi non cessi, come è da ritenersi,l’attuale crisi.E se si propongono altri mezzi per attenuare ancoradi più le conseguenze della ostinata crisi annonaria,questa Amministrazione è pronta a prenderli in esameed a secondarne lo svolgimento.PETRONIIl primo ribasso di 2 centesimi sul prezzo del pane,per me è stato un efficace provvedimento. Sullaconvenienza dell’ampliamento di forni saremo forsed’accordo, intanto la non si abbandoni: ma siprovveda oggi prontamente, in qualche modo, aibisogni del momento. La povera gente, specialmentein Bari vecchia, ha bisogno della farina, perchécon essa fa il pane. Il rimborso di ulteriori centesimisul pane non basta: si deve abolire il dazio sullefarine di 2^ qualità, e ciò a tutto Giugno almeno, equesto propongo.FIORESEIl capitalismo ci soffoca, ed ora, scoppiata la guerrafra gli Stati Uniti e la Spagna, (ci) troveremo semprepeggio: il grano costerà di più.PETRERA (Interrompe gridando)Viva la Spagna!FIORESE (Prosegue)L’opera del capitalismo è brutale, e gli aumenti deiprezzi sono spiegati, più che dalla crisi della produzione,dalle crisi politiche.DE TULLIOIn quest’aula non si doveva dare un grido che vafuori della cerchia della nostra città; non si doveva150 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)varcare i confini americani, chè allora, se un gridosi dovesse emettere, sarebbe stato quello di VivaCuba.PETRERAIl grido che è venuto da me è stato un augurio peril trionfo del diritto e non dell’interesse.La guerra testè aperta influisce sul prezzo del grano,e gli attuali possessori di grano, che sanno ilfatto loro, chiuderanno il genere nei magazzini pervenderlo poi più caro. Perciò il provvedimento daprendersi dal Comune è quello di acquistare tuttele farine al prezzo attuale per averne almeno perun paio di mesi, evitando così di correre le vicendedel commercio, compreso quelle per causa dellaguerra.L’Amministrazione comunale s’impossessi delle farinedi 2^ qualità che rivenda al costo, così tenendoconto anche delle abitudini di fare il pane in casache hanno molte nostre famiglie; il popolo minutoavrà un grande vantaggio, tanto più che queste farinedovrebbero essere esenti dal dazio.CALENOTroppe parole, troppi consigli si emettono fuoriquesta sera, per la fame. Io sostengo la propostadella Giunta, e se non si fa così io predico che potremmotrovarci un giorno senza pane sufficiente.(Rumori nelle sala e fra i Consiglieri)MARENGHIPropongo di nominare una commissione che si riuniscadal Sindaco per formulare subito una propostaconcreta domani.SEGRETARIOIl Sig. Petroni è contrario alla sospensione.Il Sig. Petrera, avendo il Sig. Caleno rilevato l’urgenzadell’argomento, dice che non si può ammettereil rinvio della trattazione di esso.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 151PETRONISi abolisca il dazio sulle farine, pane e pasta, fino al30 Giugno, e l’Amministrazione provvegga al restocon altri mezzi opportuni.SINDACOIl Presidente dice essere di ben difficile soluzionequest’argomento che si tratta stasera; ma egli speraanche questa volta si approverà la proposta dellaGiunta.PETRONISe i provvedimenti primitivi presi dalla Giuntaavessero bastato egli l’avrebbe lodata. Fatto è che ilprezzo del pane è esagerato. Lo si riduca con l’abolizionedel dazio, come si è fatto a Firenze ed in altrecittà.È questo dazio che l’Amministrazione nostra non vuoleabolire, mentre ciò sarebbe l’unica salvezza. Si aboliscail dazio ed avremo il plauso del popolo barese.(Il pubblico applaude)SEGRETARIOIl Presidente lo richiama all’ordine.SINDACOPare a me che non ci si voglia comprendere. Noivorremmo spendere qualunque somma per alleviarele condizioni delle classi disagiate. Quanto poialle cucine economiche, si riapriranno al più presto,richiamando la benemerita Commissione.(Il pubblico strepita nuovamente)SEGRETARIOIn seguito di che il Presidente sospende la seduta.(Riaperta la seduta, prende la parola il Consigliere Comm.Capruzzi)CAPRUZZILa trattazione di questo argomento mi duole abbiadato luogo ad incidenti vivaci. Io desidero che,152 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)dopo la discussione fatta, tutti si mettano d’accordonelle conclusioni. L’Amministrazione, che si è resaconto sufficiente dell’accezionalità del momento,rifiuta di accettare l’ordine del giorno De Tullio,che poi è così dato da implicare anche la propostadell’Amministrazione medesima.Due sarebbero, a parer mio, i provvedimenti daadottarsi:a) Quello dei forni municipali che segnerebberorimedio permanente contro ogni rialzo del prezzodel pane, il quale sarebbe sempre venduto al prezzodi costo.b) La proposta di Petroni con che, a mio avviso,subisca la seguente lieve modificazione: “Il Comune,pur mantenendo fermo il dazio, incetterebbefarina di 2^ qualità da cedere poscia ai rivenditoriad un prezzo che, fatta la riduzione del dazio medesimo,sarebbe sempre quello di costo al Comune.”RE DAVIDRiassumendo i risultati della discussione, propongoche si adotti la proposta della Giunta; che il Consigliodeliberi la nomina di una Commissione chedomani stesso si riunisca per studiare circa le modalitàdell’incetta del grano e della farina.SEGRETARIOMessa ai voti questa proposta nei detti termini èapprovata all’unanimità nelle forme di legge.Il sottoscritto Segretario generale del Municipio diBari certifica, sulla dichiarazione dell’usciere comunaleStraziota Raffaele, che il presente processoverbale è stato affisso all’albo municipale domenicascorsa 1 Maggio 1898, e che contro di esso non èstato prodotto reclamo di sorta.Bari 2 Maggio 1898(Fine I Parte)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 153BANDITOREVI Scena – Le cause remoteNARRATORE (Al pubblico)Già! Voto all’unanimità! E la dìa dòppe seccedì unovandòtte.(Tornano a materializzarsi in scena le due dannunziane)1^ DANNUNZ.Esse avanzavano in massa compatta e mostruosa,spargendo la fuga e il terrore lungo i loro passi, lasciandola loro avanzata contrassegnata dalle fiamme,abbruciando, distruggendo insensatamentetutto.2^ DANNUNZ.L’odore dell’incendio e le altre grida aumentavanoad ogni istante il delirio ed esasperavano la plebagliabestiale. Le case furono abbruciate e i mobilidivamparono in alti roghi sulle piazze e nelle stradelaterali; tutti gl’istrumenti delle esazioni fiscali etutti gli archivi furono distrutti. Le porte dei granaifurono sfasciate.NARRATOREAncora! V’avverto io quando tocca a voi.(Le dannunziane svaniscono)NARRATOREDicevo, allora, che il giorno seguente successe quelloche ormai sappiamo. Giunse truppa da Lecce,Brindisi e Trani. Giunsero dei battaglioni di rinforzo:da Napoli il 76°, da Caserta il 40°, da Chietiil 65° e da Potenza l’81°. Ma non servivano piùa Bari, chè la rivolta si era estesa a molti Comunidella Puglia e in tutta Italia.Ci furono disordini e tentativi di dimostrazioni aTriggiano, Bitetto, Rutigliano, Trani, Cerignola,Lucera, nei comuni del Gargano, a Foggia e poi inprovincia di Napoli, a Teramo, Ferrara e nell’Emiliatutta, a Milano. Di volta in volta assunsero una154 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)coloritura locale, ma dovunque, sempre, furonol’espressione di mali più grandi che investivano ilPaese: il malgoverno, l’abuso del potere, la fondamentaleseparazione di classe, l’ostinato rifiuto deipiù abbienti delle reali esigenze del proletariato.Per riassumere, insomma, la totale mancanza di quelrispetto che ciascuna creatura deve ad un’altra.BANDITOREChiesa di San Ferdinando – Via Sparano – ore19,00(Una donna fa conto di uscirne, ancora raccolta in preghiera.Frettolosamente si avvia. Due guardie in borghesela fermano bruscamente)DONNA (Urla)Ehi, ehi, ce velìte da mè, allassàdeme. So màmmede fìgghje. Ce sciàt’ackiànne? Gend’ackerrìte.DUE UOMINI (In coro)Taci! Siamo la benemerita pubblica sicurezza.DONNAJì non zo fàtte nùdde. Non zàcce nùdde. Me nej’h’’a sci’, ca jè tàrde.DUE UOMINIPer te non c’è più orario, donna. Conducici a casatua.(Giuntivi, cercano affannosamente. Intervengono i coinquilinidella donna)1^ COINQUILINOCe havit’’a ackia’ ddò, la fàme? Kèdde jè tànne nasànda crestiàne!2^ COINQUILINOE meh, bregadì, vuè ben’a Crìste muèrte? non lasìte facènne meri’ de gòcce a kèdda poverèdde. Nonu vì, st’a svendescèsce com’a na cannèle!3^ COINQUILINOVe pòte jèsse na mamm’ a vesserì.*UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 155DUE UOMINI (Non avendo trovato quanto cercavano, concludono)Va bene, donna, ringrazia la tua buona stella. Perstasera non ti traduciamo in camera di sicurezza.Ma domani mattina… di buon’ora, in questura,intesi? O altrimenti…BANDITORELa mattina seguente(La DONNA s’avvia verso un altro luogo della sala dovel’attendono un commissario e i due uomini della sera precedente.Si fa avanti un signore dall’aria molto distinta)DUE UOMINIÈ costei la rea?SIGNORE (Dopo aver osservato la donna scrupolosamente)No, non è codella.(Luci in dissolvenza)NARRATOREÈ solo un episodio da noi ironicamente drammatizzato,ma stralciato per intero dal numero del 21Aprile 1898 di Spartaco, l’organo della Democraziapugliese, che negli ultimi dieci anni della sua esistenza– dall’88 al 98, appunto, quando fu soppressodall’Autorità in seguito ai fatti del 27 Aprile –mai mancò di denunciare tali misfatti. E con tantocoraggio e lealtà, aggiungeremo noi. Ma torniamoal nostro 27 Aprile. Fu un vero e proprio terremotoche scosse la città nelle sue fondamenta.(Luci sui pellegrini che danzano una indiavolata tarantellache sfuma in una invocazione ritmica a San Nicola)*D Ehi, che volete da me? Lasciatemi. Sono una madre di figli.Che cercate? Gente, accorrete!156 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)Io non ho fatto niente. Non so niente. Me ne devo andarech’è tardi.I^c Che troverete qui, la fame? Quella è tanto una buona cristiana.2^c Su, brigadiere! Vuoi bene a Cristo morto? Non fatela moriredi spavento, quella poveretta. Non vedi che trema come unacandela?3^c Vi può essere madre!BANDITOREVII Scena – Le conseguenze(Luci sulla stessa “Sala Consiliare” della Scena V^. Relazionail Sindaco. È solo)Relazione del sindaco sulle sue dimissioniSINDACOSignori Consiglieri, il giorno seguente alla sera incui questa assemblea, dopo lunga discussione, votavaall’unanimità tutti i provvedimenti opportunia proseguire nell’iniziato metodo di agevolare leclassi meno abbienti (…) fummo tutti sorpresi daun moto, che può ben qualificarsi un momento diaberrazione della folla, un’ora di morboso furoredella massa, così come può accadere nell’individuopiù sano – aberrazione, perché già dall’interno siera provveduto a lavori ed al ribasso del pane –aberrazione di folla incosciente, perché né la classeoperaia, né le altre classi della cittadinanza preseroparte ai disordini deplorati, che furono compiuti dauna minutaglia di donne e di monelli, alla quale siaggregarono solo degli elementi pregiudicati.E mi conforta anche il poter constatare che neppurein quel momento di parossismo la popolazionebarese perdette del tutto il suo carattere tradizionaledi mitezza, giacchè non ebbe a deplorarsi alcunaostilità alle persone ed il primo magistrato civicoUN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 157(Lo indica) circondato dalla folla nel suo gabinetto,pur non essendo riuscito a persuadere i dimostrantia sciogliersi, potette attraversar la folla stessa senzache alcun sfregio, né di parole, né di atti, fosse fattoalla sua persona.Io non ho bisogno di giustificare a voi la condottadell’ Amministrazione. Voi, all’unanimità, votastenel febbraio la proposta del rimborso ai panettieriper evitare il rialzo del prezzo del pane di secondaqualità.Voi, col vostro voto, ci avete fornito i mezzi per ilavori pubblici.Voi, all’unanimità, votaste, nell’ultima tornata del26 Aprile, il maggior rimborso ai panettieri.Forse il senso vero della deliberazione del 26 Aprilenon fu compreso dalla massa, forse la discussionefatta in quella tornata fu fraintesa, forse la nominadella Commissione fece supporre che ogni provedimentosi rimandasse alle Calende greche.Sorpresi, quindi, dall’improvvisa bufera, sentimmoil dovere di restare al nostro posto; e come il capitano,quando infuria la tempesta, per salvare la nave,di cui ha il comando, gitta a mare anche una partedella mercanzia, così noi, che avevamo sostenutol’insufficienza e il danno dell’abolizione del daziodi consumo sulle farine, dovemmo, d’urgenza, fragli altri provvedimenti, decretare quell’abolizione,avvalendoci in ciò di poteri prudenziali, che il momentoci consigliò di usare.Non dirà alcuno che questa deliberazione possa definirsiatto di debolezza. No.Ristabilita la calma, si sarebbe da tutti sentito ilbisogno di provvedimenti definitivi a tutela degliinteressi del Comune, che nel caso sono poi specialmentegli interessi stessi delle classi meno abbienti.Ed in questo nostro apprezzamento siamo staticonfortati dall’autorevole parola dell’Illustre Uomo158 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)chiamato dalla fiducia del Governo a reggere questaProvincia in momenti tanto gravi ed eccezionali.Egli, con sua nota n. 10852, in data del 12 volgente,mi scriveva nei seguenti termini:PELLOUXSignor Sindaco di Bari, bla–bla–bla. Vedrà codestoon. Consiglio Comunale quale limite debba darsialla sospensione dei dazii sul pane, paste e farine, edagli altri provvedimenti adottati, e se convenga, anzichécontinuare nella sospensione della riscossionedel dazio, scemare la gravezza di tale tributo, facendoin modo che la riduzione della tariffa profittisoltanto a coloro cui il provvedimento è diretto.Il mancato introito dei dazii più importanti nonpuò non ammiserire il Comune, che si vedrà mancarei mezzi per soccorrere i bisognosi, sia con pubblicilavori, sia con le misure economiche, quandose ne manifesti il bisogno, e sia con le svariate formecon le quali si esplica il soccorso del Comune alleclassi bisognose, bla–bla–bla.Firmato: il Tenente Generale reggente la PrefetturaPelloux.RE DAVIDPerò, se sarà necessario tornare sull’eccezionaleprovvedimento preso, è pure logico e costituzionaleche una nuova Amministrazione, rinvigorita daelementi nuovi, venga a farne lo studio e cercarnel’attuazione, bla –bla–bla. Il disordine che lascia inun organismo un morbo violento, per quanto rapidoed anche passeggero, esige cura ricostituente.Ecco le ragioni delle nostre dimissioni annunziateprima e comunicate ora con l’ordine del giorno.(Luci giù)NARRATOREE dopo altri convenevoli concluse:(rivolto a Re David) Prego.(Luci su Re David)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 159RE DAVIDA noi che, durante un quadriennio, non risparmiammotempo e lavoro al servizio della civicaazienda, a noi che, nel periodo burrascoso dal 27Aprile a oggi, spendemmo con fede tutta l’operanostra per attenuare gli effetti deleteri dei deploratidisordini, a noi, nel ritornare a vita privata, rimarràla soddisfazione d’aver cercato di compiere, modestamente,il nostro dovere, lieti, se potremo essereconfortati dal vostro giudizio benevolo e da quellodella cittadinanza.(Applausi. Luci sul Sindaco giù)NARRATOREEh, sì! Il Sindaco Re David Comm. Giuseppe sidimise. Era il 21 Maggio. Ovviamente la sua relazionenon si fermava al punto in cui l’abbiamo lasciato.Il Sindaco andò avanti ancora per un pezzo.BANDITOREUna lezione di storia(Luci su una classe di scuola elementare)MAESTRAIl Sindaco disse di come, in pochi giorni dall’indomanidella rivolta, il Comune si fosse potuto assicurareuna provvista di oltre 3. 000 quintali digrano e di 500 quintali di farina, inviate in parte dalGoverno centrale.1^ ALUNNOE in parte dal Signor Michele Violante “il qualenon esitò un istante a porre a nostra disposizionetutto quello che aveva nei suoi depositi e quelloviaggiante (oltre quintali 2.000).”2^ ALUNNOLodò “la benefica e nobile idea, promossa dall’esimioCav. Marstaller e propugnata efficacementedall’egregio Presidente della Camera di Commer160UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)cio, l’idea cioè di raccogliere la cospicua somma diL. 100.000 per alleviare le condizioni delle classidiseredate.”3^ ALUNNODisse delle perdite subite dal Comune: L. 94, 573.16 (Relazione del Sindaco, pag. 14).4^ ALUNNOE ringraziò l’egregio cittadino Labindo Rossi che,insieme ad altri, aveva iniziata la sottoscrizione perl’impianto di un forno cooperativo all’indomanidella rivolta.5^ ALUNNOE finalmente annunciò che dal disastro del 27 Aprileerano venuti fuori appalti di lavori da eseguirsi incittà per un totale di L. 879, 918. 25.6° ALUNNOE che erano in vista altri due importanti lavoriper l’ammontare complessivo di quasi un milione:l’allacciamento della ferrovia Adriatica al Porto, el’ampliamento della Stazione.7^ ALUNNOQuindi auspicò che il Governo Centrale s’occupassedella questione concernente l’abolizione deldazio sulle farine a livello nazionale.MAESTRAAnche se esprimeva la sua sfiducia acchè il prezzodel pane comunque scendesse.(Luci giù sulla classe, si riaccendono sul Sindaco)RE DAVIDE la conferma si può trovare anche nel fenomenoverificatosi a Parigi, dove, malgrado la soppressionedel dazio, il pane continua a vendersi a 45 centesimiil chilo, ed i fornai dichiararono di essere obbligatiad aumentarlo. (La Tribuna n. 137 del 19 Maggio)(Luci sul Sindaco giù. Riappaiono le Dannunziane)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1611^ DANNUNZ.Bruciarono i granai saccheggiati, passando a nuovedistruzioni. I fiori furono calpestati nei giardini, glialberi furono atterrati…2^ DANNUNZ.… le colonne dei porticati furono gettate in mare,tutto ciò che il fuoco non aveva abbruciato fu gettatonell’acqua. La enorme processione di questedonne furibonde…NARRATOREAmen!1^ DANNUNZ.… avendo sparso il terrore nella bruciante città, fermòla sua corsa alla riva del mare, gridando…NARRATORESenti, cara, un quadro ancora e poi il palcoscenico,le luci, guarda, anzi, te ne faccio mettere due, tutteper te, tutte tue. Va bene? Ora vai di là, dai. Vai.1^ DANNUNZ.Posso dire almeno che tra gli immediati provvedimentiadottati dalla Prefettura ci fu il sequestro delgiornale Vigilia che peraltro condannava i vandalismidel 27 Aprile? Un errore madornale, insomma.Ho detto bene?NARRATOREInsospettatamente bene, cara.2^ DANNUNZ.Allora, forse, posso anche aggiungere che dal GovernoCentrale ci fu la sospensione di tutto il daziodoganale sul grano, e la riduzione sui trasporti ferroviari.Richieste, queste, già avanzate mesi addietrodai Deputati socialisti.Ho detto bene?NARRATOREUn po’ meno, cara. Questi sono provvedimenti,non ritorsioni.Banditore, che scena è questa?162 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)BANDITOREVIII Scena – Le RitorsioniNARRATORE (Alle Dannunziane)Visto?DANNUNZIANEAh! Va bene. Andiamo. (Escono)NARRATOREIn effetti a Bari fu sequestrato Vigilia: un errore inspiegabile.Furono arrestate 60 persone. Ancora il15 Luglio il Corriere delle Puglie riporta in cronacal’arresto di tale Giovanna di Nicola di anni 18, “dovendorispondere di violenza nei tumulti ultimi.”In realtà si tentò di individuare i colpevoli dellasommossa nei socialisti e nelle opposizioni comunali.Un atteggiamento cieco e ipocrita che non consideravacome i partiti politici, almeno a Bari, nonavessero alcuna influenza sulla cosiddetta plebe, perla semplice ragione che la plebe non era elettrice. E,come mette in rilievo Spartaco, si sarebbe potutoben dire che questa plebe, confinata nei vicoli luridie malsani di Bari Vecchia, non facesse neppureparte del popolo barese.Fu la fame, non altro che la fame, la cattiva consiglieradella sommossa rabbiosa del 27 Aprile. Masi voleva un capo espiatorio. E non si vollero tenerpresenti i recenti scioperi dei marinai e dei vetturiniche avevano esaurito tutte le risorse delle misere famigliedei lavoratori baresi. E non si volle intendereche non torme di cenciosi e pezzenti si ammutinarono,ma le famiglie dei lavoratori.Si volle invece una soluzione di forza. A reggere saldamentele sorti della Provincia, fu mandato il generalePelloux che ottenne la calma senza lo stato diassedio, al contrario di quello che avvenne a Milanodove ancora vi permaneva a tutto Luglio pei motidel 6–7–8 di Maggio. (Luci su Pelloux immobile. Labanda va su fragorosamente)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 163È così: appena uscito il proclama Pelloux, la bandacittadina volle suonare in piazza. Le feste Patronalierano in atto. E San Nicola, a Bari, è come SanGennaro a Napoli: può succedere di tutto, ma “lafèste de Sànda Necòle jè sèmme la fèste de SàndaNecòle”.(Giunge il corteo di pellegrini che canta Sànde NecòleMarenàre, il canto di tradizione dedicato al santo, piùpopolare. Quella che viene data qui di seguito è una dellemolte varianti, a seconda della provenienza dei gruppidi pellegrini: Sànde Necòle va pe màre/Va vestùt’ a marenàre/Ammeràdue quànn’jè bèlle/E ca jè Sànda Necòle/E ca jè Sànda Necòle/Allègre, marenàre/Sànda Necòleva pe màre/Allègre, pellegrine/Sànda Necòle hav’’a parti’/Sànda Necòle jè d’argìnde/Va pe màr’e ammèn’u vìnde/Eammèn’a mundàgnole/Sànda Necòle jè tutte d’òre/SàndaNecòle jè tutte d’òre/Allègre, marenàre/Sànda Necòle vape màre/Allègre, pellegrine/Sànda Necòle hav’’a parti’. *Il corteo dei pellegrini si allontana)Del resto il pane ormai c’era, c’era il lavoro ec’era l’ordine. L’ordine di Pelloux, naturalmente.In una sua circolare del 1° Luglio 1898 ai Prefettidel Regno scriveva, con un linguaggio destinatoa diventare ben più popolare qualche anno piùtardi:(Luci su Pelloux)PELLOUXLe disposizioni statutarie e legislative, a tutela delleIstituzioni della società e dell’ordine pubblico,devono essere scrupolosamente rispettate e severamenteapplicate. Deve essere assolutamente impeditoed, al caso, energicamente represso ogni atto,ogni propaganda d’indole sovversiva, sotto qualsiasiforma e tentativo di eccitamento all’odio di classe. ISignori Prefetti possono essere sicuri, così facendo,164 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)di incontrare sempre la più completa approvazionedel Governo.Prego di accusare ricevuta. Firmato: Pelloux.(Riprende la banda: a sfumare)*San Nicola va per mare/Va vestito da marinario/Miratelo, quantoè bello/È San Nicola/Allegri, marinai, San Nicola va per mare/Allegri,pellegrini/San Nicola deve partire/San Nicola è d’argento/Vaper mare e tira vento/E tira la montagnola/San Nicola è tutto d’oro,ecc.BANDITOREIX Scena – Conclusioni1^ DANNUNZ.Con migliaia di voci rauche, insaziabili di distruzioni,coperta di lordure e imbrattata di sangue…2^ DANNUNZ.Sembra che uno stupore improvviso colpisse quellafolla di donne infuriate e livide, che poco innanziavevano urlato come cani selvaggi…1^ DANNUNZ.Davanti ad esse si stendeva il mare tranquillo, lievemeneincrespato da una dolce brezza; dietro a lorofumava la città devastata.2^ DANNUNZ.Per alcuni istanti esse rimasero immobili, istupidite,quasi dimenticando il lugubre lavoro che esseavevano eseguito, in un silenzio più tragico dellegrida più feroci(In coro)Scordando l’ansia degli esausti petti e le deboli vocidei fanciulli morenti per fame. (Escono)UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 165NARRATOREDal giornale Spartaco – 1° Maggio1898 “Ma quellepettegole e quei ragazzi acquistarono a poco a pocola coscienza del loro preteso diritto, e trassero daquesto ogni loro forza, che né il Prefetto, né il Sindaco,né il sostituto Procuratore del Re capirono,illudendosi sino a tarda ora.(La sala si illumina. Gli attori sono distribuiti tra il pubblico)1^ ATTORENon sta a noi additare i provvedimenti che spettano achi ha il potere, pur non meritandolo e pur rappresentandoartificialmente il Paese. Noi, cui non spetta chestudiare i bisogni, come abbiamo sempre fatto e facciamo,e dirigere l’opinione pubblica, non abbiamofiducia che rinsaviscano i responsabili di ogni male.2^ ATTORESolo vogliamo aggiungere che noi non miriamo ascalzare persone e tanto meno a deprimerle: noi condanniamosistemi. Le Istituzioni vigenti tanto possonovalere, in quanto possono essere benefiche, e peressere ormai tali hanno bisogno di trasformarsi.3^ ATTOREE vogliamo ancora aggiungere che se, in una occasionecosì tremenda come quella del 27 Aprile,quasi nessun rappresentante del popolo ha saputodominare la posizione sappia il popolo organizzarsi(La stessa frase rimbalza da un attore all’altro pertutta la sala ) sappia il popolo organizzarsi non collasmania dei vandalismi, ma colla fede nei veraci interpretipropri.4^ ATTOREE non s’arresti dall’insediarli al potere e sorreggerli,semprechè il potere non continui ad essere gestitoad usum delphini, ma si affermi una buona volta pelpopolo e col popolo.”166 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)BANDITOREUna storia: Parte II e Fine(Stesse donne di Scena 1, Parte I)1^ DONNAE allòre, sòra sànde, si telèfonate? Ah? Le si mannàt’akiama’ tùtte quànne? Ah? Ce hònne dìtte: vènene?Ah? Nge u si dìtte ca non havonn’’a manga’? Ah?Ah?2^ DONNAEhh! Sòra de la Madònne! Va bùne ca stam’aukespètte de màmme, ma ‘nzòmme abbakìsce numuèrsa-muèrse. E ce còse jè? Ke tòtte sti litanì mesta jìgne la càpe e me fàsce sfòtte la nervatùre. Ohh!Stàtte kiète e acceppenàte a la sèggie. Asseduèscekejì ogn’e còse. Ohh!3^ DONNASi sendùt’a kèdde? Statt’ assedùte e stàtte kendènde?Te combìne. Ca kèdde tòtte na vòlde…1^ DONNAE u aldàre… u si ackengertàte?2^ DONNAPur’u aldàre mo? Ce dìsce, j’h’’a telèfona’ au Pàpep’arrekemannàue de fangìlle Sànde pe demèneke cetràse?1^ DONNAZitta. Non bestemmiare. Le ossa si mettono sobbr’al’aldàre. Lo preparo io.3^ DONNANon bestemmiare sèmbre. Non bestemmiare! U sìsendùte ca pùre kèdde t’u dìsce? E non zi negànne,di’ pe quànna vòlde t’u dìgghe jì.1^ DONNAAddò si mettùte l’òssere?2^ DONNAMo so nùmmere! M’u st’a demànn’a mè? Pezzìngh’amo te le si tenùte strètte-strètte.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1671^ DONNA (Alla 3^ Donna)Li hai prèse tu?3^ DONNAA mè? Ma tu mo vuè vede’ ca ce non z’arrìven’ad’ackiàla còlpe jè la mè?1^ DONNANon sgherzàre, non sgherzàre ke l’òssere sagrosàndede kèdda màmme, ca non zìme dègne nèmmànghede pelza’. Le so dat’a tè.3^ DONNAUagnè, t’u st’a sùnne! Au kiù-kiù nge le si petùteda’a kèdde! Kèsse se n’ha sciùte pròbbje au acìte.2^ DONNAE ce l’hav’affettàte? Jèdde se le tenève com’a lapùpe.(Rivolta al pubblico) ‘Nzòmme, sénza tra’ assà la zòke…sìt’accapesciùte còme va a fernèsce la stòrje? E l’òssereaddò stònne? Addò stònne l’òssere? E te le so dat’atè? No, le tenìve tu. Te le so dat’a tè? le tenìv’ jìnd’ala brezzètte… Jì… le jève mìsse jìnd’au bròte.1^ DONNAMamme!3^ DONNABombàtte! Kèdde jè la fìne c’havev’’a fa’! La fìne deGnagnùdde.2^ DONNA (Al pubblico)E kidd’e dò, le sìte sendùte? Kìdde sò capàsce de tra’‘nanze pezzìngh’a cramatìne. (Alle due donne) Eh avù! Tèté, ‘nzerràte le tenàgghje. Avàste! Ce brot’ebròte? (Indica una pentola) Jè jàcque! Acquànn’uhavev’’a fa’ stu bròte? E mo, fernìmele. Sciamanìnne.Kèdde c’havemm’’a disce, u sìme dìtte. Kèddeca petèmme fa’… ha stàte fàtte. Ce petìme fa’ dekiù? Petìme sci’ attùrn-attùrne a repète kèssa stòrje.Ma le meràggue non zeccèdene da na di all’àlde. Daquànne mùnne jè mùnne, le lambasciùne se zàppenee le meràggue besogna fadegàrsele.168 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)Ce velìt’abbàtte le màne, nge facìte kendìnde; ceno, sìte na mòrre de fetìnde.(Sipario)*1^D E allora, sorella santa, hai telefonato? Hai mandato a chiamaretutti? Ah? Che hanno detto: vengono? Ah? Hai detto che nondevono mancare? Ah? Ah?2^D E sorella della Madonna! Va bene che stiamo al cospetto dimamma, ma insomma, datti una calmata! Che sarà mai! Conquesta litania, mi riempi la testa e mi fai venire il nervoso.Metto io tutto a posto.3^D L’hai sentita? Stattene seduta e contenta. Ti conviene, chèquella in un attimo…1^D E l’altare? L’hai sistemato?2^D Pure l’altare? Che dici, devo telefonare al Papa per raccomandarglidi farcela santa per domenica prossima?1^D Zitta, non bestemmiare. Le ossa si mettono sull’altare. Lo preparoio.3^D Non bestemmiare sempre. Hai sentito che pure lei te lo dice?E non negare: di’ quante volte te l’ho ripetuto anch’io!1^D Dove hai messo le ossa?2^D Questi sono numeri! Lo chiedi a me? Sinora te le sei tenutestrette strette!1^D Le hai prese tu?3^D Io? Ma tu, vuoi vedere, ora, che se non si trovano, la colpa èmia?1^D Non scherzare con le ossa sacrosante di quella mamma; nonsiamo neanche degne di pulirle. Le ho date a te.3^D Ragazza, te lo stai sognando! Al più, puoi averle date a lei!Questa se ne è proprio andata all’aceto!2^D Chi le ha viste? Le teneva lei.Insomma, senza tirarla per le lunghe, avete capite come finiscela storia? Le ossa dove sono? Le ho date a te? No le tenevi tu.Le ho date a te? Tu le tenevi nella borsa… io… le avevo messenel brodo.UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane) 1691^D Mamma!3^D Le sta bene! Quella è la fine che le toccava! La fine di Nonhaniente.2^D Le avete sentite quelle due? Quelle sono capaci di tirare avantisino a domattina. Ehi, chiacchierone, chiudete le tenaglie, basta!Ma quale brodo? È acqua… quando dovevo farlo questobrodo? Ed ora, finiamola. Andiamocene. Ciò che dovevamodire l’abbiamo detto. Ciò che potevamo fare… è stato fatto.Cosa possiamo fare di più? Possiamo andare in giro a ripeterequesta storia. Ma i miracoli non accadono da un giornoall’altro. Da che mondo è mondo, anche i lampascioni vengonozappati e i miracoli bisogna faticarseli. In quanto a voi, sevolete applaudire, ci fate contenti; sennò, siete una massa difetenti.170 UN FATTO: BARI, 27 APRILE 1898 (la rivolta del pane)PER DONNA SOLA 171Per Donna SolaMONOLOGO IN UN TEMPO1981172 PER DONNA SOLAPERSONAGGIOUna donna di età incerta, adulta ma ancora vigorosa.Chiama se stessa Talì.SCENAQuattro pedane a T contro una porta di assi di legno su cuivengono proiettate immagini a schermo intero di Bari, processioni,donne, ancora Bari. A seconda dell’interpretazioneche si sceglie di dare, la porta può essere chiusa verso l’internoo verso l’esterno.Sulla pedana trasversale, campeggia una rudimentale cassadi legno che, di fatto, è l’unico vero oggetto scenico. La donnainteragisce con questa spostandola con fatica da una parte all’altradelle pedane, aprendola, chiudendola rumorosamente,estraendone gli oggetti più disparati – buste di plastica, vecchiebambole, borse, cappellini, giacchette, un tubo catodico,bulloni, altre buste, scialli: i cascami di una città.La donna fruga la scena tutto il tempo: sembra alla ricerca diqualcosa che solo nel finale pare aver trovato: forse si tratta diun vecchio specchio col manico dorato.Legate a vista ai sostegni delle pedane, ci sono delle smisuratelenzuola che saranno oggetto di attenta esplorazione da partedella donna; anche loro, finiranno nella cassa, assieme a tutti glialtri oggetti che la donna potrebbe eventualmente tirar fuori.Un ruolo fondamentale hanno le luci di scena. Esse seguonola donna nei suoi spostamenti, li anticipano, talora: lei ne èconsapevole e interagisce costantemente con loro.Abbandonato al centro del proscenio c’è un registratore chepotrebbe essere illuminato tutto il tempo da un siluettatore.La voce dell’attrice tenta di adattarsi a tutti i rumori che lesue azioni producono.All’apertura del sipario, la donna è seduta ad uno sgabello inlegno, al lato della porta, di spalle al pubblico.(Scorrono immagini di Bari Vecchia. Al termine, i fari rovistanoogni angolo della scena e della platea. Dopo qualchesecondo, la Donna solleva un braccio. La ricerca smette)PER DONNA SOLA 173DONNAStògghe ddò, stògghe ddò.(Si alza, va verso un riflettore a vista, comincia a parlargli,per poi proseguire con gli altri che via via si accenderanno,segnando una ideale mezza circonferenza)M’havèvene dìtte c’abbàsce a la Vìlle de le Garrònestèvene ros’a scetta’. Zembàbb’u mur’e m’agnìbb’usenàle. ‘Mba Vìte m’addemannò: “Svergognàte,e non stèvene le càne?” “Lòre shkamàvene da navànne, e jì kegghiève da l’àlde.” “E còme si fatt’adassi’?” “Da u cangìdde prengepàle, tànne nge vòle?”“E nesciùne t’ha vìste?” “No, e pùre ca ma vedèvene?Vù le tenìt’a meri’ – nge havèv’’a disce – jì, aucondràrje, ve le vengh’a cògghje.” Ce jèvene bèlle!de tùtte le kelùre jèvene. Tòtte le vòlde ca mevedève, ‘mba Vìte me decève: “Ma còme facìst’a acògghje tòtte kìdde ròse sènza pòngerte? Màngheca tenìve nu pàre de fuèrce d’òre, au pòste de lemàne!” Ce u v’a demànne ddà ‘nanz’addò javetàvejì, jàckj’angòre ci s’arrecòrde de cùsse fàtte.Sop’au parapìtt’addò crèsce la varvòdde, tenève semenzàtele frèsje: a fevvràr’jev’u got’a vede’ cùddestèzze de mùre spendàte de fiùre. E le garìfene? Mele menèvene pezzìngh’a rebba’, tànne ca jèvene berefàtte.Le tenève de tùtte le kelùre e kìdde se ‘namoràvenejùne c’u àlde, e allòre assèvene sgreziàte.A la uèrre, ke d’attànde preggionìre, me ne scìbb’aupajìse. E ce me petève carrescia’ pùre le gràste?A fàrme rit’apprìsse da le pùrce? Allòre, jìnd’a leshkàdue de le sardìne tenève mìse na ciambàte deterrène, e la fenèsta mè fiorève tòtte.Quànne jève uagnèdde jì? Seh!Na ròse spambanàte!U sìnde? U sind’u palùmme còme fàsce? Tènghe ledelùre ‘nguèrpe, tènghe le delùre ‘nguèrpe! Colìnesemb’axì decève. Quànna resàte! La pàpere dìsce:174 PER DONNA SOLAnon de pàgheke, non de pàgheke! La kernàckje jècom’a le màle pagatùre: pàsse crà, pàsse crà! Ce jèvekernùt’a dìsce kìdde còse.Kìsse vambàte la matìne! Me sènghe la càpe, tòttenu pìzze de fuèke. Mànghe ca stònne carvùn’appecciàte,e jùne me svendescèsce da jìnd’a le rèckje.Uff! Cèrte vòlde, còme dìgghe kìdde còse, me vèneda rìte pur’a mè.Jè sùbbet’angòre, stàtte, stàtte n’and’e muèrse. Cet’ha d’alza’ a fa’ da mo? A fa’ u bandèsk’attùrn’attùrne?Non avàst’u segnòre de d’attànde ca da lecìngh’e mènze se mètt’a ròmbe: “Talì, ce jòre jè?Talì ce jòre jè?“ Dùrme, pìnz’a dòrme. Jève giòvene,e jève n’ànde rumbamìnde. Mo sì fàtte vèckje? Ece t’ammànghe? Jè ca me vòle mètte ‘ngròsce a mè?Po se jàlze, nge vòle ce nge hav’’a mètte le calzìtte,s’attellèsce com’au uagnòne de quìnnece ànne e cevène drète ackjedèsse le pòrte. Arrevèderc’ e gràzzje.Mangh’esìst’a dìsce: “Talì, v’ackiànne ‘ngockecòse? Te vògghe jì a fa’ la spèse?” No, nùdde. Sevest’e se ne va. No ca jì tènghe abbesègne de la spèsasò, percè tènghe ce me l’annùsce, ma jì dìgghe,pùre pe fa’ vede’, pe fa’ do mòsse. Cinguànd’ànne,cinguànd’ànne ca m’u kerrèsceke e non z’havev’’apegghia’ nu muèrse d’addòre mì. No. U còre utènghe crepàte, crepàt’u tènghe. Se vèste e se neva. E jì a smatra’ jìnd’a càse, ca so servèzzje ca nonfernèscene mà, e u arlògge ca fùsce ‘nànz-e ‘nànze!ca fùsce. Mànghe ca jìdd’à fàtte vèckje, e jì so fàttegiòvene. Kìsse delùre ca Crist’asselùt’u sàpe, còmeme fàscene tremua’ la vìta mè! dàlle pìte me sàlenegàmma-gàmme jìnd’a le vràzze, e po arrète jìnd’ale pìte: la cercolàra dèstre, e la cercolàra senìstre.E cìtte, mòscue, non de pùte mànghe lamenda’ canon de crètene: “Nah, ce sta bèlle, la uagnèdde, lauagnèdde! Kess’au pòste de fa’ vèckje, fàsce giòvene!”PER DONNA SOLA 175Pùte respònne? T’ha da mezzecua’ u mùsse, càle lacàp’ e fatìke. E jìdde, u bèlle giòvene, non ze skemmòve‘ndùtte. Quànne nascìbbe jì? Apprìme nascìla fatìke e po nascìbbe jì. Quànne nascì cùdde, nascìna resàte.Ca po, addò se ne va da kedd’oràrje? Addò jè ca v’aspànne le ròbbe? Velève jess’acìdde, velève. U uagnengìdde!Stamatìne, mo, ke kèssa gelatùre, nonz’ha mis’u cappìdde. Mànghe non ne tenèsse. Jèbuèn’asselùt’a scetta’ grìte com’au lepòmene: “Staizìtte, no-m-barlàre, ca non gapìsce niènde, sta bònetu ca te ne sta tòtta la di jìnd’a càste!” E percè, a tèce t’u fàsce fa’ a scìrtene regerènne? Statt’au spùndede càste e rìndete jùtele. Non dìgghe ca s’hav’’a sta’semb’attaccàt’a mè. ‘Nzìa-mà!Crìste ne scàmb’e lìbbere. ‘Nzìa-mà! Ce s’u hav’’aserkia’. ‘Nzìa-mà! Mangh’a le màle nemìsce! Mame decèss’almèn’addò se ne va, axì de fòdde dakèdd’oràrje.Pì cùdde, u scìnere, v’ackiànne ca me sfòtte: “Lakemmàre e la kemmàre!” Seh! Ce u skemmòve kiùa cùdde? Velèsse tànde jèsse skemmevùte jìdde. Lafrascère. Ca tu scarvùtt’ e scarvùtte, ce le carvùnes’hònne strùtte… Ha remanùte cèner’asselùte: cèneresop’e cènere sòtte.Non ze capìsce da quànn’jè c’ammànghe d’au cammesànde.M’havève geràte sop’a màmme ca demènegapassàte non m’havev’’a sfesci’. Sta càse jè n’upùrte de màre! quànne mène t’u aspìtte: “Talì, daquànna tìmbe ca no nge vedèmme. Stamatìne me soalzàte cu prengibbje ca jòsce non m’havèv’’a sfesci’.Te hjev’’a meni’ ad ackia’. So penzàte: v’a vìte ce sest’a pènze kèdda poverèdde! ca me so skerdàte dejèdde o ca tènghe n’offèse, dàzze ca m’atteccuàv’amè de menìrt’a fa’ la vìsete.”(Squillo di telefono. La donna va a rispondere)176 PER DONNA SOLAE ce potess’a kess’ore. Sì, prondo. Prondo. Prondo.Chi parla, prondo. (Chiude) Mah! Se sènden’apprìmecom’a tànda vòsce lendàne, e po rrrrrr. Boh!Ca pùre ca velèsse fa’ nu pìzze de pàne, addò u pùte‘nverna’? Pezzìngh’a quànn’u mànne kiamànn’evène, e po non zàpene ce vòlen’ackiànne. E po,ce s’u mànge kiù u pàne? Ce u j’h’’a fa’ a fa’, pefànge fa’ la palùscene? Non jèvene sàcke c’avastàvene!Kìdde bèlle mangiàte de pan’ègghj’e sàle! Mosim’addevendàte de vìtre. La cambàn’asselùte ngeammànghe, e po nge pòtene sestema’ sop’au aldàre.A dìsce u vère, jì tenèv’a màmme ca m’u facève. Po,a la uèrre, quànne me ne scìbb’au pajìse, m’havìbbeda ‘mbara’. Ce fegùre la prìma vòlde! Pestregghiàbbeddà, me sfòrzàbbe d’arrekerdàmme com’jèvevìste fa’ a màmme. Quànn’a l’oràrje me presendàbb’aufùrne, ackiàbbe tòtte le fèmmene a rìte. “Ede ce-d’è cùsse pòne?” “Ha da èsse de la barèse”“Non sta mànghe re ‘nzegnòle!” “Re pòne hav’’ajèsse! U pàne, se disce, e no re pòne!” Ammenàbbetànne de kìdde kennùtte. “’Mbaràtev’a parla’, kezzàle,kezzàle!”A dìsce u vère, o pòne o pàne, jève pròbbe brùtteca pur’a mé me venève da rìte a vede’ kìdde fecàzzescazzàte ca parève mànghe ca s’havèven’ackiàtesott’au cazzapète. Me premettìbbe ca, da tànne de‘nànze, u pàne mì havev’’a jèsse u kiù mègghje detùtte quànne. Scìbb’a ziàneme e ‘nge decìbbe: “Lazì, m’ha da sbiaga’ bèlle-bèlle còme se fàsce u pàne”“Si de pulìdeke,” me respennì la zì. “Vìne ddò, apprìss’amé.”(Squillo di telefono. La donna va a rispondere)Inzòmme, si può sapere chi è? Pròndo. Sì, sì, ma leichi è… No, mio marìte… Meh, all’òrarje di mangiare…Sendìte, scùse, io… No, non gapìshke, adèssekiàm’a… Ah! Si u fìgghje de kemmà Mariètte-laPERDONNA SOLA 177ròsse! Ce me dìsce! E com’jè, tu pàrle jìnd’au strìtte,tùtte ‘ndreccegghiàte, ce ne sàcce jì-a poverèdde…Ah, sta a Milàne! Pedènne pàrle giù-giàu… No, no,marìdeme… Sì, la penziòne du govèrne… E màmmetese la pàsse bòne?… Ce me dìsce, fìgghje! Equànne va c’ha seccìsse?… Du jànne! E a non zape’nùdde! Ce delòre, ce delòre… A non zape’ nùdde!Vabbùne c’havève sciùt’a javeta’ a càse de diàue,pezzìngh-e ddà ‘mbònde, ma a non fa’ sape’ nùdde!Stàme com’a le fògghje sparnezzàte! La mòrtejè com’a nu sènne, fìgghje mì, e la vìte nesciùnela sàpe sbiaga’. Kèdde c’ham’’a fa’ jè de camba’…Sì, jè vère, stònne le recuèrde ca ngòck’e vòlde ngefàscene kembagnì, ma le recuèrde so com’au màre:vonn’e vènene, nàkene l’àneme e skianèscene pùrele scòglje kiù appendùte. Pedènne non te pùte feda’de le recuèrde. A ce càmbe si dìtte ca sta, màmmete?…No, sènzòmène j’h’’a sci’… Sìndem’a mé,fìgghje, kèdde, màmmete, còme se mettève de cognòme?…Ah, sta la fetografì… Sì, sènzòmène. Sì,sì, cià.(Chiude)T’arrecùrde de kemmà Mariètte-la-ròsse? Da quànnatìmbe non la vedèv’a kèdde! da quànna tìmbe!Ce vìta desgrazziàte, kèdda fèmmene! Giòvenagiòvene,remanì vìdue, ca jìdde, Pappine-de-le-carvùne,t’u arrecùrde Peppìne de-le-carvùne?…A la defreshcàte, Peppìne se facève sop’a la pòrte,e me kiamàve: “Ehi, fuèrcia-d’òre, si fernùte d’arregetta’jìnd’a càste?” Jì l’havève già capesciùte la‘ndèse, ca fèsse non zo mà stàte, ma me velève fa’prega’. “’Mbà Pe’, tènghe da fecca’ nu pùnde.” “Upùnde u pùte fecca’ cra, mo vìnet’a fa’ ‘na candàt’apprìss’amé.” E ce m’u facève repète do vòlde?Assève già candànne-candànne.(Prende lo sgabello e si porta in primo piano)178 PER DONNA SOLA1 Si mi volevi bene/Me lo dicevi/la stràte di via de’Tredici/Non la facevi/Si mi volevi bene/Me lo dicevi/Le scale del tribunale/non le facevi.2 Ce vìnde ca mene jòsce/Sciàm’a cògghje le marànge/U amòre de le zìte/Na vòlde se rìte/Na vòlde sekiànge.3 Kèdda seròca mé/Tànde bène ca me vòle/Ma nonla pòzze kiànge/Ca non m’ha dàte u fìgghj’angòre.E dret’a mmé, màmme, pàsce a l’ànema sò addòs’àckje, ca mo sta a la presènze de Crìste, ce jèvestenàte! Kiù pèsce de kemmà Crescènze, la megghièrede ‘mbà Vetùcce-u-gnòre. Tatà sapève canda’bèlle. Tatà sapève canda’ belle! Pertàmme le sìggedaffòre, e nu sternìdd’apprìss’au àlde, passàmmel’òre sàne.4 Ani-mi’/So de kiùmme le reckìne/E ce jì te li faid’òre/Ascìnn’abbàsce/Ca facìm’u ammòre.“Avàste, avàste, mbà Pe’, ca no nge la fàzze kiù!”“Kiamendàtele! pare na ròsa ròsse dòppe c’ha scambàte!e pe màne tène na fuèrcia d’òre. Dì, dì, com’jèu fàtte d’u giardìne de le Garròne?” “Mbà Pe’,quànna vòlde t’u j’h’’a disce?”decève redènne jì.E ackemenzàv’a kenda’ arrète còme m’havève calàt’abbàsce,còme m’havèv’agnùte le vràzze de ròsee com’havèv’assùte da u cangìdde prengepàle.Nge sim’amàte e nge sìme stemàte. Assà. Jève kiùpèsce de na sòre pe mé. Nge sìme spartùt’ u sènne.Jève kiù grànne de mé de du jànne? Quànne mespesàbbe, me decì: “Talì, dengìu’a seròghete ca nonze la pegghiàsse, ma u vèle t’u j’h’’a da’ jì, u cùddemì de quànne me spesàbbe jì.” E me pàre ca m’udètte. O no? (Va a riporre lo sgabello) Me pàre cano: u vèle m’u havètt’’a da’ d’attànde e jèdde m’ammannòla uandìre. O no? Mah! Ke tùtte kìdde regàleca facìbbe! U sfennèrje, u sfennèrje! Ce n’ham’’afa’ du tesòre de le Garròne! Sì, hav’’a jèss’axì: u vèlem’u dètte d’attànde, c’a kìsse còse jè de pulìdik’assà,PER DONNA SOLA 179tànde ca jì ‘nge dibb’a jìdde la cammìse. E sì, axìhav’’a jèsse. U cùnde se pòte fa’.Le do poldrongìne, kìdde ca tèngh’angòre jìnd’a lacàmere du lìtte, kìdde me le dètte canàdama grànne.Non zapève jèdda stèsse ce còse me velève da’.M’havève premettùte u bracciàle, u collìre, e pofernì ca me dètte le do poldrongìne. Semb’axì jì,da kìdde. Tènghe la fertùn’appezzecàte ‘ngule jì, kekìdde. Havèsse mà havùte nu regàle fattìzzje! mànghequànne nascèrene le mìnze-vènde. Nge u hjèvedìtte tànda vòlde: “Lecì, ce pròbbje m’ha da fa’ nuregàle, dàmme la ballerìne!” Sì, crà.Canàdem’u màscue, Colìne, me decì: “Talì, te j’h’’ada’ u lavamàne de màrme.” Quànne mìtte nudd’ eallìve nùdde? nùdde.U sàrte de sòreme, kìdde de Pupìlle, me regalò uarlògge de sop’au comò: bèlle jève, ke le kelònn’ela còppe de brogellàne. U so tenùte tànda tìmbe:arrevàte le fìgghje, arrevàte la destruzziòne: “Cheso’ queste pezze vecchie, mamma! Buttiàme, Buttiàme!!”E u scettàmme. Ce jev’asàtte cudd’arlògge. U arlòggever’e pròbbje u smondàbb’e u astepàbbe. Ponge u regalàbb’ a sòrede, ca u tène mondàte sop’ala damìne de biscuì c’havìbbe da le polàcke. Mo jède mot’arrète, e tùtte va bène: la mòta è la mòta! ceham’’a fa’, avàste ca stònne kendìnde.Nu kembàre de papà, c’havèvene cresciùte ‘nzìme,m’ammannò u servìzzje de bìrre. Legànde jève, ma,com’u atteccuìve se rembève! pìnze ca u prìme beckìrese rembì prim’àngore d’arreva’ sus’a la càse dela zìte.Margherìte m’ammannò na sèggje, e la sòre, Rosìne,m’ammannò la kembàgne. Spennèrene cinguàndalìre l’une. U venìbb’a sape’ dòppe.Kìdde de Bombacìgne, stònne pùre sop’a la feto180PER DONNA SOLAgrafì, kìdde – fa semb’u lèmbe tu, me raccomànne– kìdde m’ammannòren’u servìzzje de liquòre, nonza? cùdde ca fàsce la còppe ke le bickìre jìnd’e uacìdde desegnàte sòpe ke le sajìtte. Cùdde s’u hapegghiàte fràtte.U servìzzje de piàtte ke le damìne, kìdde me l’ammannòrene:sè la ziàne de d’attànde, e sè n’àndekembàre de papà ca javetàve port’a pòrte e quànnesapì ca m’havev’’a spesa’, me decì: “No, kemmarèlle,au madremònje tù j’h’’a meni’ pùre ce non me‘mbìte. Nge tèngh’assà.” Le sè piàtte me l’ammannòjìnd’a la shcàdue e spennì de kiù de la zì ca mel’ammannò sfùse. M’honn’arremanùt’asselùte cìngheca l’ald’e sètte non zàcce mànghe jì com’jè canon me l’àckjeke kiù: tré se l’ha pegghiàte sòrede, el’ald’e dù, quànn’ jè, te le pìgghje tu.Cèrte vòlde, kìdde còse te sparèscene e non u samànghe tu com’ha seccìsse. Prèsèmbje: u portaprofùmejìnd’a la valigètte ke n’and’e cìnghe pìzze?Kìdde me l’ammannò u kembàre Mòrre. Addòhònne sciùt’a fernèsce? Le spìrede!Kìdde javetàvene pròbbe fàcce ‘mbrònd’a serògheme.La megghière jève nu pìzze de fèmmene, mastève sèmbe prène, tànde ca se redecì nu stràzze.Accòme l’allendàve, le fìgghje, axì serògheme ngele battezzàve. Ajìre scìbb’a Sand’Andònj’e stèvekeggìneme ca me facì ke la màne. Addemannàbbepermèss’a na fèmmene, ca tòtte le vòlde cavògghe, la jàckjeke e nge decìme bongiòrne, ca ubongiòrne non se nèke mangh’a le màle nemìsce.M’assedìbb’apprìss’a keggìneme, e kèdde d’u cuèstesendìbbe ca kemenzò a dìsce: “Ma guard’umbò, io con guèll’andav’a la scuol’e mo, come s’hacambiàte!” E rezzuàv’e rezzuàve. L’ackiamendàbbe‘mbacc’e nge addemannàbbe: “Ma scùse, segnerì,ke mè nge l’ha?” “No, signòre, io sto a dir’a quellasignòre l’abbàsse. La vedete pure voi? Io andav’a laPER DONNA SOLA 181scuol’elemendàre con guèlle e mo fa fìnde che nonmi conosce. Ma voi, signòre, venite sembr’a questakièse? Io vi vedo sembr’a voi, dov’abitate voi?Io sono di San Basquale, e voi a che rion’abitate?”Kèdde jè ca velève ‘mbregghia’ do kiàckjere. A dìsceu vère, pùre jì me l’jève già sendùte la Sànda Mèsse.Pi’ nge respennìbbe: “Sì, pure io. A che strat’abitatevoi?” E ce si tu ca ce so jì, nge arrevàmm’a canòsceca jèdde ce jève mo? La fìgghje du kembàre Morre.Quànne nge decìbbe ce so jì, me decì: “Mado’, cejè pecenùnn’u mùnne! A penza’ ca sìme scequàte‘nzìme! Còme te si cangiàte!” Pe mé, a kèdde ngehavèv’’a manga’ ‘ngock’e ròte, kemmàr’e bòne.La màmme de la kembàgna mè me regalò le reckìnelènghe ke le granatìne. Quànne sòreta grànnearrevò a l’età, staccàbbe le granatìne e nge le dìbbe.Kèdda descegnàte non le scì a pèrde? Na màmmefàsce tànne pe ‘nzemua’e le fìgghje te smenuèscenena càse.Allòre, ce à remanùte fòre? La uandìre d’argìnde,no? Kèdde me l’havètt’’a da’ kemmà Mariètte-laròsse.Arregettàbbe càse la port’apprìss’a serògheme. Jèvenu sòrte de camaròne. Alzàbbe nu menzanìne efacìbbe ‘nànze la stànze da prànze e drète la kèddedu lìtte. Me sendève na reggìne, ca me sendève. Nareggìne! Eppùre, quànne menì la nònne de d’attànde- me pàre de vedèrmel’angòre ’nanz’a l’òckiere:jèrta-jèrte, drètta-drètte, ke le capìdde ca facèvenela scrìma ‘mènz’e ‘ndrecegghiàte sop’au ròlle de crìne,la mandellìne de lan’ammenàte sop’a la shkène,sèmbe nètta-nett’e pelìte, a kèdda sòrte d’età catenève, jev’angòre viàngh’e ròsse, kiamendò tòttala càse sènza fiata’ e sènza skemmòverse ‘ndùtte. Jìnge addemannàbbe: “Chi è, màmma-grànne, nonve piàsce?” “No, fìgghje,“ me respennì, “tìne tùtte182 PER DONNA SOLAe non dìne nùdde!” “Ce uè dìsce, màmma-grànne?”“Vògghje dìsce ca t’ammànghe la còse kiù ‘mbortànde:u Cregefìsse de nòste Segnòre Gesù Crìste;t’u regàleke jì, percè si asseduàt’e bèlle.” E jèdde m’udètte, ca u tèngh’angòr’au cuèste du lìtte.Pi’ cùdde tùrkje de ziànde, u fràte de d’attànde,non ze vòle convìnge. Ke tùtte kìdde bell’esèmbjec’hav’havùte jìnd’a la famìgghja sò-a stèsse, ca kèddamàmma Ròse ‘davère ca merì ‘ngràzzje de Ddì.Na sànde! D’ addò jè ca non ze skemmevèrene pevenìll’a vede’: novandasè jànne! Mo jè: na sàndaRòse. Kèdde nge u decève sèmbe: “Coli’, de cùssepàsse, tu jìnd’a le fiàmm’ètèrne v’a fernèsce ca brùsce!”Cùdde skemenecàte!Na matìne, jì menève da Sand’Andònje e uackiàbb’abbàsce au pònde: “Ueh, canàta berafàtte,d’addò te ne vìne?” “Da la sànda Mèsse” “Sìnde,sind’a kèsse, la mèss’hav’’a jèsse! Cu èsse o senz’èsse?”“Com’jè, canàte mì: la fède, nu muèrse de fèdenge vol’a camba”. “Ma la fède ca fète o la fède dedrète? Allòre, dimm’a mé, canàta viàngh’e ròsse: ucavàdde, percè se kiàme cavàdde? E u kertìdde, percèse kiàme kertìdde? Ce jè ca l’ha kiamàt’axì? Nù,le sìme kiamàte ke cùsse nòme, tànne jè vère ca le‘nglìse le kiàmene a la vìa lòre. Yes?” Jì no nge jèvemà penzàte. Me calò com’a nu vèle gnòre ‘nanz’al’òckiere. M’ackiamendàbb’attùrne e fu còme ceBàre non jève kiù Bàre: le palàzze jàlde-jàlde, lemàghene, le remùre, quànna crestiàne! Eppùre jìjève secùre ca stève pròbbete ‘nanz’addò havève cresciùtejì e canàdeme jève pròbbe canàdeme. Pe numemènde, fu còme ce jì m’ackiàve ddà pe la prìmavòlde e pe cùnde mì, m’havèsse petùt’ackia’ pur’ana tèrra forastère. “Va bù,“ nge decìbbe, “pròbbetetu ca st’a parle’ de le ‘nglìse: si mà sciùt’a l’Angletèrre?Pùte gera’ ca l’Angletèrr’ esìste? La si mà vìstel’Angletèrre? No! E però nge crìte, asselùte percèPER DONNA SOLA 183t’u honne dìtte. U vi’, allòre? Fède nge vol’a camba’.Nu muèrse de fède, cosenò, ce t’arremàne? Cestam’a fa’ sop’a la tèrre? Percè sìme nàte?” “Seh! lalemonàte! A lemòn’u havìt’’a have’ tùtte quànnemo ca stennìte le pìte!” E ke nu zùmbe, s’arrambecòsop’a la varrìre e skembarì.Te ne va? Ehi, ehi, ehi! Màngh’a dìsceme: stàttebòne. Ce nge perdèv’a dìsce stàtte bòne, ciùcce, bèstie?Kèdde jè la stambatùre! Ca ‘mbàste da sòpe o‘mbaste da sòtte, ce la tièdde jè tònne, sèmbe tònnejèsse la fecàzze.Nge so sciùt’adenànne la mèrde da sòtte, e ce ne sohavùte? Quìnnece di non l’havève fatt’angòre spesàte,quànne se retrò tùtte cacàte. “U càne, u can’hastàte”. U calàbbe jìnd’au vascòne com’a le pecenìnne,e, p’ògne sìckje d’àcque ca nge ammenàve‘nguèdde, pregàv’a tòtte l’àneme du pregatòrje dedàrm’u stòmeke d’ammenànge n’andùn’angòre,tànne jève u fìte ca me sterdescève. Dòppe de mo,nge ham’’a vele’ kiù bène, havìbb’u ardìre de penza’.Non zo stàte mà patròne de fàrme na camenàt’abraccìre ke jìdde jìnd’a Bare. Allòr’ackemenzàbb’apenza’: “Mo ce crèsce u uagnòne. Mo ce crèsce uuagnòne, tànne sì.” Se n’hònne sciùte tùtte quànne.U fiòre kiù mègghje du giardìne mì jè de stàrmenesòla-sole. Jì m’u j’h’’a crèsce e jì’ m’u j’h’’acògghje.Selùt’a parla’ m’ha remanùte. Jè vère, cèrte vòldeme pàre ca tòtte le paròle ca dìgghe le so già dìttea megghiàre e fòrse, la còsa kiù mègghje jè ca mestèsse cìtte. E ‘nvèsce no, jì vògghje parla’, percè,fin’a quànne pàrlek’ e pàrleke, so secùre ca so vìve.E po, se sàpe, le paròle so com’a le ceràse: nu penzìretir’au àlde, e pàsse la frenesì.E po, e po, e po…stoggh’a parla’ pure pe tè, pùrke.Pezzìngh’a quànne pàrlek’e pàrleke, almène na paròlet’hav’’a arreva’.184 PER DONNA SOLAFòrse me n’havèva jèsse sciùte tànna tìmbe fa. Mono, jè tàrde. E po, addò havèv’’a sci’? Pur’ a pìzzede mùnne, havèsse stàte sèmbe jì. Jì ke mé, percè jìso adaxì. Keggìneme me decì: “Vinatìnne sop’a lamendàgne. Nù tenìm’abbesègne de fèmmene com’atè. Tu sì fòrte, e nge put’asselùte fa’ bène. Jè pùre kele fèmmene com’a té ca petìme cria’ nu mùnne kiùmègghje e kiù asàtte pe tùtte quànne.” A cudd’uhavève cecàt’u sòle. Petrùcce preggionìre, jèvenequatt’ànne ca non me dève kiù notìzje sò: jève vìve,jève muèrte! jì u havèv’’a aspetta’ e la càsa mé havèv’’a lusce’ sèmbe pe quànne jìdde havèss’arrevàte.A mé me parève kiù giùst’axì. “E ce non vène?” “Ece vène?” nge respennève jì. “E ce non vène?” “Ceven’o non vène – e velèsse Ddì ca vène, – ddò u j’h’’aaspetta’, so jì ca so axì, ddò jè u pòste mì.”Non sta mà nu memènde quànne pùte disce: “Sofernùte de seffri’, la pàrte ca me tecquàv’a mé hafernùte, mo ackemènze la giòje.” E de camba’ nonnge stangàme mà, fòrse percè le stràte du mùnne soassà e so ‘ndreccegghiàte e nesciùne le canòsce. Amé non m’ha mangàte mà la spèrànze ca me petève- e me pot’angòre- seccète…(La donna va a stendersi sulla cassa. Nel corso dell’azionecominceranno a scorrere senza interruzione immaginidi feste patronali, processioni del Venerdì Santo, donne,per lo più sole, di tutte le età e condizioni, Bari nuova evecchia alternate: infine, sarà solo Bari nuova sempre piùanonima e irriconoscibile.Tutte le luci sono giù, per dare spazio alle immagini chesembrano scorrere al di sopra del corpo supino della donna.A un segnale della donna, la luce ritorna ad inquadrarlafiocamente)Ajìr’a la di me scìbb’a scetta’ sop’au lìtte e me sendìbb’ufiàte sù apprìsse. Nge ammenàbbe la màne, eaxì, pe scequà, nge addemannàbbe: “E u fratelline,PER DONNA SOLA 185còme sta?” “E com’hav’’a sta’? Ce u descetèsce kiù,a cùdde!” Non za, pe non despiacèuue, nge decìbbe:“’Ndadènze, non dàrte penzìre, u ‘mbortàndejè ca tu sta ddò.” Quànne me descetàbbe, non mesapève fa’ capàsce ca u sènne havève stat’asselùte nusènne.(La donna si rialza con fatica, va a raccogliere il registratoree si accoccola sulla pedana, spalle al pubblico; mentreuna musica assordante cresce di volume, lei tenta di raccontarele tre storie che seguono. Il finale la trova che urladisperatamente, testardamente)Tre storie di trasgressione:1 A la vìlle ‘mbàcce ‘mbrònd’a la Cròsce, jèvene dosòre e ‘mbà Vetùcce u giardinìre.Jùne jève gnòre de capìdd’e a-‘ndack-a-ndàcke.L’àlde jève biònde, brùtt’e scalgenàte. La grànnejève berafàtte. Stev’affedàte. U zìte partì a la uèrree merì. Jèdde se vestì a gnòre. Fu ammannàten’ambasciàte. Jèdde decì au attàne: “Bàbbe, fàtecòme dìte vòi”. Cùdde salì e se canescèrene. S’ackemenzòren’afa le vìsete. Na di la lassòrene sòla-sòle.Sòla-sòle.Kèdde, ackjedì port’e fenìste e decì a kemmà Felgènze,la megghière de ‘mbà Vetùcce: “Acquànnevène u tàle crestiàne, dìnge ca jì non stògghe”. Kèddese trevegghiò. Au mègghje de l’oràrje ca cudd’arrevò,ackiò tùtte ‘nzerràte. Addemannò a kemmàFelgènze: “E la segnorìn’ha scennùte?” KemmàFelgènze non la facì a dìsce la bescì e decì axì e axìjè u fàtte. Cùdde se mettì a tezzua’ drèt’a port’e fenìste.“E jabbr’e jàbbre!” Kerrèren’a kiamà le parìnde:“E jabbr’e jàbbre!” La segnorìne respennì dajìnde: “Jàbbrek’asselùte quànne jìdde se ne va. Nonu vògghj’a jìdde, còme non vògghj’a nesciùn’àlde.”186 PER DONNA SOLAE axì aremanì. ‘Mbà Petrùcce congludève: “Pot’èsseca kèdde, quànn’u vèckje zìte havève partùte, s’havèvedàte, e allòre non velève fa’ scopri’ la mangànzasò.”(Un pensiero pare coglierla all’improvviso. Depone ilregistratore e raggiunge la porta, mentre prosegue la suanarrazione e la sua competizione col volume della musica.Tenta di aprire la porta ma, evidentemente, non ci riesce.Prende a battervi sempre più furiosamente)2 Jève na fèmmene e u marìte jève pezzecatòre. Pedènnela lassàve sòla-sòle tòtte le nòtte. Jèdde se facìtenda’ da nu màscue. Com’u marìte se ne scev’amàre, jèdde mettève la lecèrn’appecciàte dret’a lafenèste Cudde jev’u ‘nzegnàle pu kembàre c’aspettàvegià dret’a la pòrte. Na nòtte de tròner’e sajìtte,u marìte non ascennì. U kembàre già stev’a aspetta’.Jedd’auandò u pecenìnne ‘mbràzze e candòaxì: “Vìne, sènne ‘ngannatòre/Oh, oh, oh/Vìn’aufìgghje mì/Ca mo jè l’òre/Oh, oh, oh/Vattìnne,papùnne/Da drèt’a la pòrte/ Oh, oh, oh/Ca non hasciùt’a màre/Ca u vìnde jè fòrte/Oh, oh, oh/Vattìnne,papùnne/ca non jè l’òre/Oh, oh, oh/Ca umuèrt’accìse/Non hav’assùt’angòre/Oh, oh, oh!”U kembàre capescì la ‘ndèse e se ne scì pe kèddanòtte.3 Stève n’ànda fèmmene ca s’havève mardàt’a nu commerciàndeca se ne scève sèmbe rezzuànne fòre tèrre.No nge ammangàve nùdde e nge ammangàv’u kiùmègghje. A la preffìne se decedì e decì sì au segnòreca nge jève mìse l’òckiere ‘nguèdde. Ogn’e vòlde cala scèv’ad ackia’, skemmevève u pajìse sàne-sàne. Lecòse kiù mègghje c’ackiàvene, trasèven’a carrettàtejìnd’a kèdde càse. U bène de Ddì! Se servèvene denu uagnòne ca tànne ca jève brùtt’e streppiàte, cau kiamàvene “Vetepèrje”. Na di, au kiù mègghjePER DONNA SOLA 187de jùne de kìsse festecìdde, na menzàne mannò la‘ndèse ca u marìt’havève stàte vist’a la pòrte ca sedève ‘ndrète. Jèdde se trevegghiò. Naskennì u segnòrejìnd’a n’ armàdje e Vetepèrie sott’au tàvvue.Quann’u marìte trasì, au vede’ ca facì de tòtte keddameuìne ca stève, addemannò: “Che cos’è tuttoquesto disordine, Olimbia? Ce jè stu vetepèrje?” Acùsse pùnde, Vetepèrje, tremuànne-tremuànne com’ana fògghje, assì da sott’au tàvvue e gredò: “No,patru’, jì non zàcce nùdde! la còlpe jè du segnòre cast’annaskennùte jìnd’au armàdje!”U fàtte se resapì.Jèdd’havett’’a kembari’ pùre ‘nanz’au vèskeve e sevestì a gnòre pu rèste de la vìta sò.(La musica si placa. Ora suoni elettronici invadono lascena. La donna va alla sua cassa, la apre, ne estrae unagiacchetta d’un tessuto argentato, tutta spiegazzata e fuoritaglia. La indossa. S’agghinda il capo con un cappellinonero da cui pende una veletta tutta sbrindellata. Si dàuno sguardo allo specchio. Lo ripone nella cassa. Tira fuoriuna borsetta da sera. Si staglia contro l’ultima immaginedi una gru protesa su un cantiere. Mezza luce)Le stòrje ca sàcceke jì? Se pòte dìsce ca le sàcce tòtte.So spelàte tòtta quànne. *(Sipario)*Sto qui. Sto qui. M’avevano detto che nella villa dei Garrone stavanoros’a buttare. Saltai’l mur’e me ne riempii ‘l grembiule. Compa’Vito mi chiese:”Svergognata! Non stavan’i cani?” “Loro schiamazzavanoda una part’e io coglievo dall’altra.” “Com’hai fatt’aduscire?” “Dal cancello principale, tanto ci vuole.” “Nessuno t’havisto?” “No. E pure se mi vedevano? Voi le tenet’a morire – glidovevo dire – i’al contrario ve le veng’a cogliere.” Com’erano belle,188 PER DONNA SOLAdi tutt’i color’erano. Tutte le volte che mi vedeva, compa’ Vito midiceva:”Ma come facest’a cogliere tutte quelle rose senza pungerti.Manco tenev’un paio di forbici d’or’al posto delle mani!” Se vai achiedere dalle parti dov’abitav’io, lo trov’ancora chi se lo ricordaquesto fatto. Sul parapetto dove cresce il muschio tenevo seminatele fresie. A febbraio er’un godiment’a vedere quel pezzo di murospuntato di fiori. E i garofani? Me li venivano persin’a rubare tantoche erano belli. N’avevo di tutt’i colori e quelli s’innamoravano l’unl’altr’e riuscivano screziati.Alla guerra, con tuo padre prigioniero, me ne andai al paese. Chemi potevo trasportare pur’i vasi? Per farmi ridere dietro dai porci?Allora, nelle scatole di sardine tenevo mess’un pugno di terr’e la finestramia fioriva tutta. Quand’ero giovan’io? Seh! Una rosa spampanata.Lo senti, lo sent’il colombo come fa? Tengo i dolor’in corpo,tengo i dolor’in corpo. La papera dice: non ti pago, non ti pago.La cornacchi’è com’i malpagatori: passa crà, passa crà. Che furfant’adire quelle cose. Queste vampate, la mattina! Mi sento la testa tutt’unpezzo di fuoco. Come se stanno i carboni accesi e uno misventola dentro le orecchie. Uff. Certe volte, come dico quelle cosevien da ridere pur’a me. È subit’ancora. Statti, statt’un altro po’,che ti dev’alzar’a fare da quest’ora? a fare la banderuola tutt’intorno?non bast’il signore di tuo padre che dalle cinque’e mezzo simett’a rompere Talì-che-ora è Talì-che-ora-è? Dormi, pens’a dormire.Era giovane ed er’ un’altra rottura. Mo ti sei fatto vecchio?che ti manca? è me che vuole metter’in croce? poi si alza, ci vuolechi gli dev’infilar’i calzini, s’attilla com’il ragazzo di quindici anni echi viene dietro chiude le porte. Arrivederc’e grazie. Manco esist’adire:”Talì, hai bisogno di qualcosa? Ti vad’io a fare la spesa?” No,niente. Si vest’e se ne va. Non ch’io ho bisogno della spesa sua,perché tengo chi me la porta, ma i’dico, pure per far vedere, per farle mosse. Cinquant’anni, cinquant’anni che me lo sopport’e nondovev’aver pres’un po’ d’odore mio? No. Il cuore ce l’ho crepato,crepato ce l’ho. Si vest’e se ne va. E i’a sfaticare dentro casa che sonservizi che non finiscono mai e l’orologio che corre avanti-avanti,che corre. Manco che lui s’è fatto vecchi’e i’ mi sono fatta giovane.Questi dolori che Cristo soltanto lo sa come mi fan tremare la vitamia, dai piedi mi salgono gamba-gamba nelle bracci’e poi di nuovonei piedi, circolare destr’e circolare sinistra e zitta, mosca, non tipuoi nemmeno lamentare chè non ti credono: Vedi come sta bella,una rosa, una rosa, questa invece di far vecchia fa giovane! Puoi rispondere?Ti devi mordere le labbra, abbassa la test’e fatica. E lui, ilbel giovane! Non si muove per niente. Quando nacqu’io? PrimaPER DONNA SOLA 189nacque la fatica e poi nacqu’io. Quando nacque quello, nacq’unarisata. Che poi, dove se ne va da quest’ora? Dov’è che v’a stender’ ipanni? Volev’esser’uccello, volevo. Il ragazzino. Stamattina, conquesto gelo non s’è messo nemmen’il cappell’in testa. Manco nonne avesse. È bravo sol’a gettar gridi com’il lupo mannaro:”Stai zitta,non parlare chè non capisci niente, stai bene tu che te ne stai tutt’ilgiorno dentr’a casa tua.” E perché, a te chi te lo fa fare d’andarten’aspasso? Stattene nell’angolo di casa tua e renditi utile. Non dico chedeve sempre star’attaccat’a me, non sia mai, Cristo ne scampi e liberi,non sia mai, chi se lo deve sopportare, non sia mai, manc’aipeggiori nemici. Ma mi dicess’almeno dove va così di fretta a quell’ora.Prendi quello, il genero, va trovando che mi sfotte:”L’amant’el’amante.” Chi può smuovere più, quello! Vuol’essere tanto smossolui! La cenere. Che tu scavi e scavi e i carboni si sono consumati…è restata cenere soltanto. Cenere sopr’e cenere sotto. Non si capisceda quant’è che manco dal camposanto. M’ero giurata su mammache domenica passata non mi doveva sfuggire. Questa cas’è un portodi mare! Quando meno te l’aspetti: “Talì, da quanto tempo nonci vedevamo! Stamattina mi son’alzata col principio che oggi nonmi doveva sfuggire. Ti dovevo venir’a trovare. Ho pensato: quellapoveretta, v’a vedere cosa pensa, che mi sono scordata di lei o cheport’un’offesa dato che toccav’a me di venirt’a fare la visita.” Chipuò esser’a quest’ora? Si, pronto, pronto, chi parla, pronto. Mah! Sisentono prima come tante voci lontane e poi rrrrr. Pur’a volerfar’un pezzo di pane, dove lo puoi infornare? fin’a quando lochiam’e viene, e poi non sanno loro stessi che cosa pretendono… epoi, chi se lo mangia più il pane? Che lo devo far’a fare, per farglifare la muffa? Non erano sacchi che bastavano! Quelle belle mangiatedi pane olio e sale! Ora siamo diventati di vetro. Ci manca solola campan’e poi ci possono sistemare sopra l’altare. A dir’il vero,i’avevo mamma che me lo faceva. Poi, alla guerra, quando me n’andaial paese, dovett’imparare. Che figura la prima volta! Pasticciai,là, mi sforzai di ricordare com’avevo visto far’a mamma. Quand’all’orariomi presentai al forno, trovai tutte le donn’a ridere.” Dichi è queso pone?” “Pon’è questo?” “Dev’essere della barese!” “Nonsta nemmen’il segno di riconoscimento!” “Pone! Il pane si dice enon il pone,” buttai tante di quelle urla, “imparat’a parlare, villane,villane!” A dir’il vero, era così brutto che pur’a me veniva da rider’aveder quelle focacce schiacciate che sembravano mess’in piega dalloschiacciapietre. Mi promisi che d’allor’in poi ‘l pane mio dovev’esser’ilmigliore di tutti. Andai da mia zia e le dissi: “La zia, mi devispiegare ben bene come si fa il pane,” “Sei d’onore,” mi rispose la190 PER DONNA SOLAzia, “son già venuti a contare quello ch’è successo. Vieni qui, appress’ame.” Insomma, si può sapere chi è? Pronto. Si, si, ma lei chiè?… no, mio marito… beh, all’ora di mangiare… sentite, scusi, i’non capisco, adesso chiamo… ah, sei ‘l figlio di coma’ Marietta-larossa,che mi dici! E com’è, figlio mio, tu parli nello stretto tutt’attorcigliato,che ne so io poveretta… ah, stai a Milano, per questoparli giù-giau… no, no, mio marito… sì, la pensione del governo…e tua madre, se la passa bene?… che mi dici figlio! E da quant’èche è successo?… due anni?… a non sapere niente! Che dolore,che dolore! A non sapere niente! Va bene ch’er’andat’ad abitar’acasa del diavolo, sino lì in fondo, ma a non sapere niente! Stiamocome le foglie sparse. La mort’è un sogno, figlio mio, e la vita nessunola spiegare. Si deve solo vivere. Sì, sì, ci stann’i ricordi chequalche volta ci tengono compagnia, ma i ricordi sono com’il mare,vann’e vengono, cullano l’anima e spianan’anche le rocce più aspre.Per questo non puoi fidarti de ricordi. A che camp’hai detto chesta…. no, senz’altro, dev’andare. Sentimi a me, quella, tua madre,come si metteva di cognome?… ah, sta la fotografia… si, si, senz’altro…si, si, ciao. Ti ricordi coma’ Marietta-la-rossa? Da quantotempo non la vedevo, da quanto tempo. Che vita disgraziata, quelladonna. Giovane-giovane rimase vedova, chè lui, Peppino-deicarboni,ti ricordi Peppino-dei-carboni… al fresco della controra,compare Peppe si faceva sull’usci’e mi chiamava: “Ehi, forbiced’oro, hai finito di rassettare dentro casa?” I’ l’avevo già capita l’intesa,chè fessa non sono mai stata, ma mi volevo far pregare. “Compa’Peppe, tengo da ficcar’un punto.” “Il punto lo puoi ficcare domani!Ora vienit’a far’una cantata con me”. Che me lo facevo ripeteredue volte? Uscivo già cantando-cantando. 1 Se mi volevi bene/Me lo dicevi!/La strada di via dei Tredici/Non la facevi/Se mi volevibene/Me lo dicevi/Le scale del tribunale/Non le facevi. 2 Chevento che tira oggi/Andiam’a cogliere le arance/L’amore degl’innamorati/Una volta si ride/Una volta si piange. 3 Quella suocera mia/Mi vuole tanto bene/Ma non la posso piangere/Chè non m’ha dat’ilfigli’ancora! E dietr’a me, mamma, pace all’anima sua dove si trova,che ora st’alla presenza di Dio, com’era stonata! Peggio di comareCrescenza, la moglie di compare Vitucc’-il-nero. Papà sapeva cantarebene! Papà sapeva cantare bene! Portavamo le sedie fuori e ‘nostornell’appress’all’altro, passavamo l’ore sane. 4 Anima mia/Son dipiombo gli orecchini/Se io te li faccio d’oro/ Scendi giù/Chè facciamol’amore! “Basta, basta, compa’ Peppe, non ce la faccio più!”“Guardatela, sembra ‘na rosa rossa dopo c’ha spiovuto, e per maniha ‘na forbice d’oro. Dì, dì, com’è ‘l fatto del giardino dei GarroPERDONNA SOLA 191ne?” “Compa’ Peppe, quante volte te lo devo contare?” dicevo ridendoio. E cominciav’a contare di nuovo come m’ero calata giù,come m’ero riempita le braccia di rose, com’er’uscita dal cancelloprincipale. Ci siam’amat’e ci siamo stimate. Assai. Era più d’unasorella. Ci siamo spartit’il sonno. Era più grande di me di due anni?Quando mi sposai mi disse: “Talì, digliel’a tua suocera che non sela deve prendere, ma il velo te lo devo dare io, quello mio di quandomi sposa’io.” E mi pare che me lo dette. O no. Mi pare di no. Il velome lo dovette dare tuo padr’e lei mi mandò la guantiera. Mah! Contutti quei regali che ebbi! Un putiferio! Un putiferio! Che ne dobbiamofare del tesoro dei Garrone? Sì, dev’essere così: il velo me lodette tuo padre ch’a queste cos’è d’onor’assai, tanto ch’io gli dett’alui la camicia. E sì, così dev’essere. Il conto si può fare. Le due poltroncine,quelle che ho ancora nella camera da letto, quelle me lediede mia cognata grande. Lei stessa non sapeva che cosa mi volevadar’e poi finì che mi diede le due poltroncine. Sempre così, i’ daquelli! Ho la fortun’appiccicat’in culo, i’, con quelli! Avessi maiavut’un regalo ricco-ricco! Neppure quando nacquero le gemelle.Gliel’avevo detto tante volte: “Rosè’, se proprio mi devi fare un regalo,dammi la ballerina.” Sì, domani. Mio cognato Colino mi disse:“Talì, ti voglio dare il lavamano di marmo.” Quando mettinient’e togli niente: niente. Il sarto di mia sorella – quelli di Pupillo– mi regalò l’orologio per il comò. Bello era, con le colonne d’opal’ela coppa di porcellana. L’ho tenuto tanto tempo. Arrivat’i figli, arrivala distruzione: “Che sono queste pezze vecchie, mamma? Buttiamo,buttiamo!” E lo buttammo. Com’er’esatto quell’orologio.L’orologio ver’e proprio lo smontai e lo conservai. Poi glielo regalaia tua sorella che mo ce l’ha montato sulla damina di biscuit ch’ebbidai polacchi: or’è tornato di mod’e tutto va bene: la mod’è la moda,che possiamo farci, basta che stanno contenti. Un compare di papà,ch’ erano cresciut’insieme, mi mandò un servizio da birra. Elegant’era, ma come lo toccavi si rompeva. Pensa che fu consegnato conun bicchiere rotto.Margherita mi mandò una sedi’ e sua sorella Rosina mi mandò lacompagna. Spesero cinquanta lire l’una, lo venn’ a sapere dopo.Quelli di Bombacigno, stanno pure sulla fotografia – fa’ semprel’indiano, tu, mi raccomando – mi mandaron’ il servizio da liquore,non sai, quello che fa la coppa con i bicchieri dentro e l’uccello disegnatocon le pailettes: mo ce l’ha tuo fratello. Il servizio di piatticon le damine, sei me li diede la zia di tuo padre e sei un altro comparedi papà ch’abitava port’a port’e quando seppe che mi dovevosposare disse: “No, comarella, al matrimonio tuo devo venir’anche192 PER DONNA SOLAse non m’inviti. Ci teng’assai.” I sei piatti me li mandò nella scatol’espese di più della zia che me li mandò sfusi. Me ne sono rimasti solocinque, chè gl’altri sette non so neanch’io com’è che non me litrovo più: tre se l’è presi tua sorella e gli altri due, quando sarà, te liprendi tu. Certe volte le cose ti spariscono e non sai neanche tucom’è successo. Per esempio: il portaprofumo nella valigetta congl’altri cinque pezzi che mi mandò ‘l compare Morra: dove son’andat’afinire? Gli spiriti! Quelli abitavano proprio dirimpett’a miasuocera. La mogli’er’un pezzo di donna, ma stava sempr’incinta,tanto che si riduss’uno straccio. Come sgravava così mia suoceraglieli battezzava. Ier’andai a Sant’Antonio e ci stava mia cugina chemi fece cenno con la mano. Chiesi permess’ad una donna che tuttele volte che vado la trovo e ci diciamo buongiorno chè il buongiornonon si nega neppur’ai peggiori nemici. Mi sedett’appress’a miacugina e sentii che quella donna cominciò a dire: “Ma guard’unpo’, io con quell’andav’a scuol’e mo come s’è cambiata!” E rimestav’erimestava. La gurda’in facci’e le chiesi: “Scusate, vossignoria,con chi ce l’hai? Con me ce l’hai?” “No, signora, sto dicend’a quellasignora laggiù. I’andav’alla scuola con quell’e mo fa finta che nonmi conosce, ma voi, signora, venite sempr’a questa chiesa? I’ vi vedosempr’a voi, dov’abitate, i’ sono di San Pasqual’e voi? a che rion’abitate voi?” Quell’è che volev’imbrogliare due chiacchiere. A dir’ilvero, anch’io me l’ero già sentita la Santa Messa. Pigli’e le risposi:“Anch’io. A che strat’abitate voi?” E chi sei tu e chi sono io, ci arrivamm’ariconoscere che lei chi era, mo? La figlia di compare Morra.Quando le dissi chi son’i’, mi disse:”Madonna, com’è piccol’ilmondo! Pensare ch’abbiamo giocat’insieme! Come ti sei cambiata!”Per me, a quella deve mancare qualche rotella, comar’e buona. Lamamma dell’amica mia mi regalò gl’orecchini lunghi coi granatini.Quando fu in età tua sorella grande, stacca’i granatin’e glieli diedi.Quella sventata non andò a perderli? Una mamma fa tanto per accumular’ei figli ti disperdon’una casa. Allora, cos’è rimasto fuori?La guantiera d’argento, no? E allora quella me la dovette dare coma’Marietta la Rossa. Allestii casa la port’appress’a mia suocera. Er’unpezzo di stanzone. Tirai su un mezzanin’e sistemai dietro la camerada lett’e davanti la sala. Mi sentiv’una regina, mi sentivo. Una regina.Eppure, quando venne la nonna di tuo padre, mi par’ancora divedermela davant’agl’occhi, alta-alta, dritta-dritta, i capelli con lascrim’al centr’e attorcigliati sul rollo di crine, la mantellina buttatasulle spalle, sempre netta-nett’e pulita-pulita, a quella grand’etàch’aveva er’ancora bianch’e rossa, visitò tutta la casa senza fiatar’esenza smuoversi per niente. Io le chiesi: “Che c’è, mamma grande,PER DONNA SOLA 193non vi piace?” “No, figlia,“ mi rispose, “ci hai tutt’e non ci hainiente.” “Che vuoi dire, mamma-grande?” “Voglio dire che ti mancala cosa più importante: il Crocifisso di nostro Signore Gesù Cristo.Te lo regal’ i’ perché sei garbat’e bella.” Lei me lo died’e ce l’hoancor’a lato del letto. Piglia quel turco di tuo zio, il fratello di tuopadre, non si vuole convincere, con tutt’i begl’esempi ch’ha avutonella famiglia sua stessa, chè quella mamma Rosa davvero che morì‘n grazia di Dio. Una santa. Da dove non si scomodarono per venirl’avedere. 96 anni. Una santa Rosa. Quella glielo diceva sempre:“Colino, se vai avanti di questo passo, tu dentr’a le fiamm’eterne v’afinire che bruci.” Quello scomunicato! Una mattina, io tornavo daSant’Antonio e l’incontrai giù al ponte. “Uhè, cognata bella, dadove te ne vieni?” “Dalla Santa Messa.” “Senti, senti questa! Lamessa dev’essere! Con l’oss’o senz’osso?” “Com’è, cognato mio, lafede, un po’ di fede ci vuole per vivere!” “Ma la fede fetent’o la fededi dietro? Allora, dimm’a me, cognata bianca e rossa: il cavallo,perché si chiama cavallo? E il coltello, perché si chiama coltello?Chi li ha chiamati così? Noi li abbiamo chiamati con questo nome,tant’è vero che gl’inglesi li chiaman’a modo loro, yes?” I’ non ciavevo mai pensato. Mi calò com’un velo nero davant’agl’occhi. Miguardai attorn’e fu come se Bari non era più Bari: i palazzi alti-alti,le macchin’i rumori, quanta gente! Eppur’i’ ero sicura che stavoproprio vicin’a dov’ero cresciut’i’ e mio cognat’era proprio mio cognato.Per un momento fu come s’i’ mi trovavo là per la primavolt’e fosse per me, mi sarei potuta trovar’a ‘na terra forestiera. “Vabe’,” gli dissi, “ora dì tu a me: proprio tu che stai parlando degl’inglesi,sei mai stat’all’Inghilterra? L’hai mai vista l’Inghilterra? Puoigiurare che l’Inghilterra esiste? No. Però ci credi, solo perché tel’hanno detto. Lo vedi, allora? Fede ci vuole, un po’ di fede ci vuoleper vivere, sennò che ti rimane? Che stiam’a fare su questa terra?Perché siamo nati?” “Sì, la limonata! a limone l’avrete tutti quanti,quando stenderet’i piedi!” Con un balzo, superò la barriera del dazi’escomparve. Te ne vai? Ehi, ehi, ehi! A non dirmi neppure:“Statti bene!” Che ci perdev’a dirmi: “Statti bene, ciuca, somara!”Quell’è l’impronta! Impasti da sopr’o impasti da sotto, se ‘l tegam’ètondo, sempre tonda riesce la focaccia. Gli ho raccolto la merda dasott’e che n’ho ricavato? Quindici giorni sposata non l’avev’ancorafatti quando se ne tornò tutto cacato. “Il cane, il can’è stato.” Localai dentr’il vascon’e per ogni secchio d’acqua che gli buttav’addossopregavo l’anime del Purgatorio di darmi stomaco per un altr’ancora,tant’era la puzza che mi stordiva. Dopo d’ora ci vorremopiù bene, ebbi l’ardire di pensare. Non son mai stata padrona di194 PER DONNA SOLAfarmi una camminata a braccetto con lui. Allora cominciai a pensare:“Quando cresce il ragazzo! Allora, sì!” Se ne son’andati tuttiquanti. La mia solitudin’è il fiore più prezioso del mio giardino. Iome lo devo crescere e io me lo devo cogliere. Solo parlare m’è rimasto.È vero, certe volte mi sembra che tutte le parole che dico l’hogià dett’a migliaia, e forse la cosa più sensata sarebbe che me nestessi zitta. E invece, no! Voglio parlare, perché, finchè parl’e parlo,sono sicura che sono viv’ e poi si sa, le parole sono come le ciliegie,un pensiero tira l’altr’e passa la frenesia, e poi, e poi e poi… stoparlando pure per te, mascalzone! Fin quando parl’e parlo, almen’unaparola ti dev’arrivare! Forse me ne dovev’esser’andata tantotempo fa. Ora no, è tardi. E poi, dove dovev’andare? Pur’incap’al mondo, sarei stata sempr’i’ con me, perch’i’ sono così. Miocugino me lo disse: “Vientene sulla montagna, noi abbiamo bisognodelle donne come te. Tu sei forte, ci puoi fare solo bene, è purecon le donne come te che possiamo crear’un mondo miglior’e piùgiusto per tutti!” Quello, l’avev’accecat’il sole! Petruccio prigioniero,erano quattr’anni che non sapevo più niente, era vivo, era morto!Io lo dovev’aspettar’e la casa mia doveva brillare sempre perquando lui fosse tornato. Mi sembrava più giusto così. “E se nonviene?” “E se viene?” “E se non viene?” Se vien’o non viene, vogliaDio che viene, sono i’ che son così, quest’è ‘l posto mio. Non stamai un momento… non sta mai un momento quando puoi dire:“Ho finito di soffrire, la parte che mi toccav’è finita, ora cominciala gioia.” Di vivere non ci stanchiamo mai, forse perché le strade delmondo son’assai e son’intorcigliat’e nessuno le conosce. A me nonm’è mai mancata la speranza che mi potev’e mi può ancora capitare…ier’alla controra, m’andai a buttare sul lett’e mi senti’il respirosu’appresso. Gl’allungai la man’e così, per giocare, gli chiesi: “Ilfratellino come sta?” “Come deve stare? Chi lo sveglia più, quello!”Non sai, per non dispiacerlo, gli dissi: “Che fa! non darti pensiero,l’important’è che tu stai qui.” Quando mi svegliai, non sapevo farmicapace ch’il sogn’era stato sol’un sogno. 1 Nella villa di front’allaCroce c’erano due sorelle e compa’ Vitucc’il Giardiniere. Un’eranera di capell’a ond’a onde. L’altr’era biond’e brutta. La grand’erabella. Stava fidanzata. Lui partì per la guerr’e morì. Lei si vestì dinero. Fu mandat’un’ambasciata. Lei diss’al padre: “Babbo, fatecome dite voi.” Quello salì. Si conobbero. Cominciaron’a farsi visita.Un giorno la lasciarono sola-sola. Sola-sola Chiuse port’e finestr’ediss’a coma’ Fulgenza, la moglie di compa’ Vituccio: “Se vienela tal persona, digli che non ci sto.” Coma’ Fulgenza si travagliò.All’orario giusto, quando quell’arrivò, trovò tutto rinserrato.PER DONNA SOLA 195Chies’a coma’ Fulgenza: “La signorin’è uscita?” Coma’ Fulgenzanon ce la fece a dire la bugia, disse così e così è il fatto. Quello simis’a battere dietr’a port’e finestre. “E apri, e apri.” Corser’a chiamar’iparenti. “E apri, e apri.” La signorina rispose da dentro: “Aprosolo quando lui se ne va. Non voglio lui, come non voglio nessunaltro.” Così restò. Compare Vituccio concludeva: “Quella, forse,quand’il vecchio fidanzato partì s’era dat’e allora non voleva far scoprirela mancanza sua.” 2 Er’una donn’e ‘l marito pescatore. La lasciavasola sola, tutte le notti. Lei si fece tentare da un maschio.Appen’il marito se n’andav’a mare, lei mettev’una lucern’accesadietr’ alla finestra. Quell’er’il segnale per l’amante ch’aspettava giàdietro la porta. Una notte di fulmin’e saette, il marito non uscì.L’amant’aspettava. Lei afferrò ‘l bambino tra la bracci’ e cantò:“Vieni sonn’ingannatore/Oh, oh, oh/Vien’al figlio mio/Ch’adess’èl’ora/Oh, oh, oh/Vattene, uomo nero/Da dietr’ alla porta/Oh, oh,oh/Vattene, uomo nero/Chè non è l’ora/Oh, oh, oh/Chè ‘l mort’ucciso/Non è uscit’ancora/Oh, oh, oh!” L’amante capì l’intesa e se neandò per quella notte. 3 Stav’invece, un’altra donna ch’era maritat’aun commerciante. Lui se n’andava sempr’in giro fuori terra.Non le mancava nient’e le mancav’il meglio. Alla fine si decis’a diresì al signore che l’ aveva messo gl’occh’addosso. Ogni volta che l’andav’atrovare, il signore smuovev’il paes’intero. Le cose migliori chesi trovavano entravan’a carrettat’in quella casa. Il ben di Dio. Siservivano d’un ragazzo che, tanto ch’era brutt’e storpio che lo chiamavano“Vituperio”. Un giorno, nel meglio d’uno di questi festini,una mezzana mandò l’intesa che ‘l marit’era stato vist’alla portatornar’indietro. Lei si travagliò. Nascos’il signore dentro l’armadi’eVituperio sott’il tavolo. Quand’il marit’entrò, al vedere che fece ditutta quella baldoria che stava, chiese: “Che cos’è tutto questo disordine,Olimpia? Cos’è questo vituperio?” A questo punto, Vituperio,tremando com’una foglia, uscì da sott’il tavol’e gridò: “No,padrò’, i’ non ne so niente. La colp’è del signore che sta dentrol’armadio.” Il fatto si riseppe. Lei dovette comparire pure davant’alvescovo e si vestì di nero per il resto della sua vita.Le storie che so io? Si può dire che le so tutte. Son spelata tuttaquanta.196 PER DONNA SOLACICÌ 197CICÌUN TEMPO1998198 CICÌPERSONAGGI:Una donna sulla cinquantina di indicibile bruttezza.Cicì.SCENALa scena è dominata da un’imponente scalinata che scendeverso il proscenio. Questo è piattaforma di sosta o ballatoioche idealmente prosegue in due scale laterali degradanti versoil fondo, fiocamente illuminate dal basso nel corso di tutto lospettacolo.La scena, violentemente illuminata – salvo che per diversaindicazione testuale – si avvale di pochi elementi di arredo.Alta, sulla quinta di sinistra, ci sta una finestra angusta. Aldi sotto di essa, appoggiato di fianco sul pavimento, è riversoun albero, frondoso e verde. Dai suoi rami pendono dellebambole inzuppate d’acqua e ancora gocciolanti. Numerosealtre bambole sono sparse in giro, tra pozze d’acqua.Risalendo la scalinata, sul primo gradino staziona un manichino,sul quale è drappeggiato un ampio taglio di foderablu.In cima alla scalinata, al centro dello stretto ballatoio superiore,troneggia una cassapanca lunga e pesante, sovrastatada una sontuosa cornice dorata che inquadra la parete nerada cui pende.Spostato verso la quinta di destra, c’è un tavolo tondo consedia. Sul suo ripiano – approntato come asse da stiro – c’è uncestino ricolmo di mele rosse tra pile di panni stirati. Sotto diesso, decentrata, ci sta una tinozza in plastica azzurra, colmad’acqua e di panni. In piedi, davanti al tavolo, la donnastira panni bianchi che raccoglie direttamente dalla tinozza.Di tanto in tanto sbocconcella una mela. Indossa minigonnae camicetta scollatissima, in plastica dai colori squillanti; aipiedi, scarpe di vernice rossa con tacco a spillo: resterannol’elemento costante nella variabile del suo abbigliamento. Ètruccata pesantemente. Dal collo le pende un vistoso fischiettorosso. Canticchia un motivetto di sua invenzione, a trattiCICÌ 199rivestendolo di parole in libertà, magari anche riconoscibiliper quelle di canzonette alla moda. Tende ad imitare gli strumentidella base musicale.La sua recitazione si avvalga della gestualità tipica della comunicazionetra sordomuti.I suoi mutamenti di maschera e d’abito si accompagnino adadeguati mutamenti nei moduli recitativi.Seduta sul pavimento, le braccia immerse nella tinozza, staCicì. È figura femminile di indefinibile età, adombrata com’èda un lungo velo blu che le scende dal capo, sulla cortasottoveste azzurra. Tuttavia, si intuisce un corpo ancor sodo edi gradevoli fattezze. È irresistibilmente attratta dall’acqua.Compie poche azioni ripetitive e, apparentemente, insensate:si strofina con cura le mani, mette a mollo alcuni dei pannigià stirati e le bambole stesse, non senza aver prima tentatodi ficcarsele sotto il velo. Quando non è impegnata in questeazioni, a cui ella sempre ritorna, si muove in giro per la scena,appena claudicante, ora completamente scoordinata, oraarmonica e piena di grazia.La scena è costantemente percorsa da un vento leggero chesfoglia un grosso volume – un dizionario, forse – abbandonatoaperto sul pavimento.200 CICÌLA DONNAShtrunzà! Katzetù, patatà! Gnà repèn’ te shtrappa’,de commàre moshtruòse te moshtra’. Masciàre. Noro no, toutes les deux ici-bas. Toutes les deux prìmydòpp.Toutes les deux. Shtrunzà.Ci ha’ì’ piglià n’altra robbe, katzetù, patatà. N’altrarobbe pe te fa’ n’altra veshte. Dusciuà, dusciuà.Shtu wish me sciame de sciuà. Puis lu ssai commesò ìe. Na ligne pe parte, lu mudèlle se fa tutt’asseule.Dusciuà. Tu pars d’une ligne and the world allaround se zitte. Hush. Blu t’o voglie de fa’. Dusciuà.T’a souviens da vèshtete blu…no, azùr… bluètte.Se dike bluètte? gnà sape ma’ les coulèurs. Shtrunzà.Tu ià, tu oui. È o vvere you know Carringtòn?qui o sape? tout le temps te quishtiònne.Quìshte m’a capì clairmènt: ta presànz me compelde me pose quishtiòns. Katzetù. Fuss’assùle pequìshte te se vulèss’a vule’ nu bbene du coeur. Maistu o ssaie gnè ssule pe quìshte. Lu ssaie? d’ye know.Sò shure you know. Kaiktò acié.Ishpanò te se ddà te te ddà. Gnà sott’a fenètre, gnàtott’a la nute, Tu capìscia di règola mute? d’y’undershtànd?cumprènde? Shpassànde ce vìten’y rìtene.Entiènde? Two fools! that’s what they think of ustwo. Two fools. Doi pazze shvetàte. Kazetù, patatà.Gnà ‘mborte. Mais pur’a putain! ça je gnà vòglie toshtand. Nein. Rentiènde? Civètta. Shmùvet’ai dette.Vershtànde? me siende? shtu cugli’e freshkèttegnò ssone quand’ave. Gnau ssàune shtau shtràunz’efreshkiètte. Katzetù, kittmù t’akkatta’. Qui teshtoppe de fègnete pazze? fritta felò. Tu m’ennèrve.Te fegne, pritènde. Kittmù. Iè còmmete, a scemaqui esce, riesce, te pasce. La mula y la prenzèssa daluna. Ton maudit joke bestiàle. Joke ‘nfvernàle.Lave cave recàve, cuòce cuce recùce, rammàglie retàglie,shpunte shpute shpazze, shpòlvere shpòlvereshpòlvere pòvera scema babbiscia. Gnà sciuà, neinCICÌ 201sciuà, no never never sciuà, ma sciàte, sciat’ a shpricàa juattà aktù shtakanshtrù diktusciù shtrafalciùdiktù diktù kittmù. Quà t’ha’ fa’ de ma vie? was duhaben mir gezwùngen? My life mein leben ma vie.Iahìta. Finìta. Sgru-sgrunt. Gnàkkete.(Con un panno pulito va alla cornice e la spolvera. Canticchia)Ai tièmb’e vikkiàccia me surkiève pur’issa: “Paziènza,è una croce, accèttala e amen. Quà creti? nonsoffre?” Soffre o si offre? Ma’ nu sourìre pour moi.Te kiùte, ìe! m’eshcoùte? te kiùte. Te schloss. Rentiènde?Me refàccie iahìta. It’s never too late. Quidike iè tarde? t’avvièrt’ì’ t’avvìte shtavòlde. Kaiktùteishtranzù. Gnàkkete. La voila toute baignèe denouveau. ‘Nvrascedàte!(Torna al tavolo. Butta in acqua il panno con cui ha spolverato.Afferra dei panni puliti. Va ad asciugare Cicì)Gnà worry gnà shtrazze shta pezza fitòsa.Schmèrzensmutter. Notre dame des sept douleurs.Blu. Clug. Clup. Clut. ‘Nvrascedùte! Quà burze.Manghe shtanòtt’hai clus’ocle! ‘nvlatàte. Quàshkrute? quà vite? misera soròra mea en un suègnoperdìda!‘Nvediàta me t’ive, ì’ de té nurgugliàta. Ma va’, quàte crois? daivère t’ha’ì’a schlosse? joukèive, it’s ajoke, shgru-shgrunt.(Cicì la guarda per un attimo con sguardo intelligente)Te piàsce?(Cicì non la guarda più)Gnàkkete. Shgrunt. Sto in tràppola, ecco cos’è. Quàshtrazzie a sendìrme persòna shmetàta.(Va a raccattare le bambole per ficcarle in mano a Cicì.202 CICÌAccenna a canticchiare)Me shtrascìne c’a cap’rind’e sunje. Lave cave recàvecuòce cuce: quà m’ave? Es como un suègno en testanno suegnàndo. Shgrunt. Shgrunt. Shgrunt.T’a souviens cette fois, la volda da ròndina salva?Wanda. “Bùttala iate, plus iàte ca puòte!“ Recuèrde?Shplufft. Ppe dia-dia ‘nge tòllem’u manje da bouche,lu fìkkele pappe ind’a issa buccùzza. “Shlànzel’iàte, plus iàte ca puòte! nah, i’ cate, sht’a cate, nos’àize, repìglie, se vole, se va. Wendy retuòrne!“ Nusciò d’hirondèlles via s’a purtò. Fèmmena? qui l’avedicìsa? Wella, Winnie, Wenda Wazze… fàkket’inòmmere tutte. A dàbbliu ce shtava, ssò shure.Me dike shtradìke, la rangùme me shtrike, la rangùmeme salve. “Pìgliale, pìgliale!” Me tièn’irte.“Pìgliale, piìgliale!…fui…” Schmèrzensmutter.Aktù diktù shtrafalciù. Shtrunzà. No ro no, meglienoi due ici-bas. Alone. Hieraccà. Mò(Buio di scena. Stacco brevissimo)Arrète? qu’ha shtate? cundàtte?(Buio. Stacco di poco più lungo del precedente: il tempodella battuta seguente)Gn’è nu cundàtte? ce d’è? quà seccète? Cicì!(Il ritorno della luce la trova stravolta: si tende nell’attesadi quel che potrebbe seguire. Non succede nulla. Guardinga,torna al tavolo. Butta nella tinozza i panni con cui haasciugato Cicì. Si siede. Sbocconcella la mela, sovrappensiero.Prende a canticchiare alla sua maniera)You know quà ma’ te cunfìteo? nu mùzzek’e tièmbequand’isso… quà nomme?… frìkkete… quillo…nu shpizzicarìllo nu shkife nu shpute doppe qua ukitte se fùie, je me promène tac retac, balcòns quitòmbent shrakt fall rete de mé. Je passe, le shtrètCICÌ203tue gnàkkete s’oùvrent, shtrunft bàretre, shlundhòllenschlunden. Lu ponde du Corse? melliùne demegghiàre se brek. No reason. Je sguàrde vitrìne,na chat, nu piènze, zàkketebrùmmeteshlàffetebrek.(Riprende a stirare)Nu paysàge de schutt. Trumme. Gnà me ggir’atremènde fàkkete frìkkete. Mo tu pienze: paysàg’ètutt’ùne cu isse.No ro no pè pè rè pè. Vi shtrumbàte, Madama.No ro no pè pè rè pè. Sono due fatti dishtràtti.M’ entiènde cumprènde verstànde undershtènde?T’ha- ì’ cundàte, ssò shure… o s’ìe te cundàve tut’ire shkundàte… qui o ssape, si mai s’ha sapùte.(Va alla cassa. La apre. Ne estrae una maschera. Laindossa) Sei crisciùte. A l’andràse, lu tièmbe mutàte,te mute. Patapùm. Lu munne qui lasce se shfasce.Trumme. Schutt. Fernùte. “Io mi sposo… iofarò la maèstra… quell’aldr’il dottòre…” Schutt.Crisciùte. Vai! e vai! Trumme. Finìto. Mimòrie?Frìkkete sciò shbrìghete vai… Vulèsse shlavìne quiruìn’u passàte. Schùffete. Qu’ha shtate ci ha shtate.The ende. Gna cchiù. Kazzetù.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Accenna acanticchiare)Quà dike? Qu’ha shtate, remàne-sarà. Lu nommeshkurdàte, qu’ha shtate, remàne-sarà. S’ìe fegùre lushtràzzie du corde ‘ngurdàte! Perché se n’è andato?ritorna? Fa’ na màscia, mena li carte… o fuss’assul’ìe,màrter’e mite shmarrìte. Tu t’avìve shvanìte.Qui o ssape, si mai s’ha sapùte! s’ì’ u sapève, shkurdàte.Oubliàte. M’effòrto. Li dua malevènti n’accòkkio.A volte un tettàglio… shfìgliàte! gnàkketefrìkkete fràkkete. A volde me ‘nvènde tu pure fuìta,ahisciò, reshparùta. Cicì gnend’acchiù. Mishkìna!Tu aquì tu m’aìta. M’akkèur’ re tté. S’ì’ frishke,204 CICÌ(Gesto per portare il fischietto alla bocca sospeso a mezz’aria)tu puòte pezzìnghe me uàrde, cumprèndre, m’entiènde.Saccète. Shtai shure saccète. Si gnà sùbbete,tarde. Ai sacce, saccète. Ai trashte, cumfvìde. Allrhe world s’a fuìte, shparùte. Ce suffre, ce shklaverind’e corde shbattùte. Mò clame, mò tuòrne, aturnàte? a lusciùte? shta mute? shfugliùte. De merdede scheiss de cakke de shit. Repènte? gnà sende.Fetènde. Vaffàkkete perse.Trùmmete. Coupe li pondi. Qui vole shti mìenzemilùne? Ie val’a lunàccia. Megli’a sht’assòla. Shfigliàta.Gnà ‘nganne-disìve. Me pare. Repàre. Mèglieici-bas toutes les deux. Hieraccà. Moyllà.(Buio: il tempo della battuta seguente. La luce la ritrovastravolta)Lux execràta, ferdwrècheda lume! shtatte quièta,Cicì, shtatte bbona. Io shto aquì. Gnà trèpede.Shtatte.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Sa’ quà me fingh’ind’o penzìre pinzàte? niùne fàmai quà issa vulèsse, ma quà vvere necèsse. Pìglie laveshte. Tu tàglie na ligne y l’alde te viènen’apprèsse.Lìbbera, forse, int’a cape te shtrigne, a capàrela ligne. A l’ate, cushtrètta. M’entiènde? è nu bellepenzìre? mò frishk’ u freshkètte. Ssò shure na dia tucumpriènde. Me shguàrde y capìsce, mishkìna. Mòha passàte, fernùte. Freshkar’en presènde iè rade‘nzenzàte. Passàte. Fernùte. Fisciù. Gnà shta cchiù.(Riprende a stirare)Blu. Chiarìa de na notta d’ashtàte. Fitto. Addensàto.Quake lu cièle te se fusse shkulàte. AccussìCICÌ 205ti ha vishtìa, Cicì. Mo t’o dike: filìcia pirfètta meshklare. Me tourne la tete. Mò ashpiètta. Làssemetraghe rishpìr’ind’o piètte. A mundàgn’ai tièmbequ’a shtate, rocce ‘nnevàte, ‘guaviènde shkrusciàte,fiàt’affannàte, lu vasht’ind’o vashte bashtàte, rind’opiètte trasùte. Moi stesse shpazzàte, fernùte, friàte,de me lundanàte. Me dike: recùrdete sembe commete siènde! gnà shkuòrde, gn’oublìe. Rind’a ddìadu ffrìe, te retiène calìa si ripiènz’a mimòria. Recuòrda,gnà shmèmora. Recuòrda: qu’assènde lusiènde prisènde. T’avìssa piaciùta, ssò shura. Frilà.Tu m’hai capisciùta purànghe cui mott’azzuppàte.Mò frìshkio? Quà l’àgg’io appillàto? Filìcia? Salìpece.Cunfìteo ind’o ssanghe recòla. Je parle, tedike, cunfìteo, cunfvèsso puràngo quà mai n’avìssesuccèsso. Fàkkete fùttete bògghete shtrùppete.Kalèkkie.(Va alla finestra. Osserva il paesaggio per quello che può.Ritorna al tavolo. Si siede. Accenna a canticchiare. Unfilo d’acqua prende a gocciolare dalla sommità della scalinata.Sia pure intermittente a tratti, esso proseguirà pertutto lo spettacolo)U Don Cazze me shtràzzie: t’ha ditte? t’ha fatte?…quà je ne shteve ni sope ni sotte. Quà ce ditt’ìe? quàce fatt’ìe? verstànde? “Jàcula Pàtete, Av’a li sandi”.Se shpazz’ u remmàte? se lave l’immondo? Shta faccend’èmalata. Ie fotte. Jàcula prega. Finìto. Capìto?M’entiènde? L’immondo shmondàto. Fàkkettefrìkkete fùttete bògghete. Fìkkete shtrùppete. Frilelu-là. Si m’èntiende quà dike.(Riprende a stirare)Tu no. Tu taffe tu tohste. Don Pulmòne shta fàciegnà vete. Cunfvìtete, falle pe màmmete. T’assuviènsd’a vikkiàccia? Cunfvìtete, anema nette! lamane shkaffàt’ind’a veshta, jàcula, jàcula tuje. Na206 CICÌdia qua gnà trouv’u rusàri’ind’a palde, se shpazze,se shmatte, se shfrene, se shtràzzie. U rusàrie, qui otiène? qui o ha prise? U Don Còglie gl’avève dunàteou quigl’aldre qui avève fuìte. La man’ind’a paldeme cògli’ngallìte. Gn’a vete, gn’a fegne prigàta. Mimòriefigùre: la man’ind’a palde ‘nvelàte. Au condrè,m’ha’ì’ shkurdàte li cèndere de shkameciàte ci ha’ì’fatte di tutt’i culùre; grey marròne, nìre, blu shkure.La man’ind’a palde retourn’a la mende, s’ì’a piènze.Ma allòr’ ind’o tièmbe vidùte, gn’a vite. Quàke shtatutt’u tièmbe vidùte, gnà vite, te se shta nashkunnùte.M’entiènde? Prigàva, prigàva, aldàre shkattà’tutt’around rind’a ccasa, Sandìne shtrakkiàte rind’etubbe du gas.“Si shta prondi. T’a-d’akkiàri mundàta.” Prigàv’udottòre: “Quà shtu dulòr’ind’a iamme? assùmmenu pigne, dotto’! ha’ì’ shmarrìt’u fulgòre. Dottò’,shta remèdie?”Qu’avève? ottanda? nuvànda? Shta remèdie au tièmbequ’engànde? Se chiàgne, se shfragne malàte, la manerind’a palda feccàte. L’històrie te dàie quanne kiù shtaishvagàte. Me siènde, m’entiènde? agg’ì’a frishkare? Lutièmbe ce cresce cugliùne. Shtràmmete shgrùnfete.Gn’avvìse niùne. Lu tièmbe ce cogli’y ce perde. Pesembe, pe mmai! Friù! Fàkkete fìkkete. Quà sembe,quà mmai? Cetrùlle. Shmèmora, shmarr’e paròle quignosce. Gnàkkete bògghete. Se perde. Se shmosce.Ddi’ truffe, ddi’ vvere… vvere, parol’assài grosse.Ddi’ com’a na nùvele qua ce le sumìglie. S’il shta, sic’esìshte, si tu ce la pìglie. Pot’èsse qua o vver’ind’osuègne risìshte. M’entiènde? cumprènde? Ce viteraggiùne de vera revòlde? Lu riàl’è cumblèxe, l’idèegnà s’eguàglie. Verstànde? undershtènde? Gnà cihai tièmbe. Oplà. Mièz’iahìt’a shkurzàre l’aldrametà. Shgra-shgrant.(Cicì la guarda significativamente)CICÌ 207Mo vièni, Cicì, si esce y va fora. Get ready. La fàscia…la fàccia… facciàmoci belle.(Afferra Cicì per la mano, la trascina alla cassa; ne estraeuna fascia che stringe alla vita di Cicì, l’occorrente per iltrucco, uno specchio. Ella stessa muta d’abito o qualcosa delgenere: indossa una maschera e un’armatura in fil di ferro)Fàmmete fàrdete…(Esegue. Cicì si lascia fare, del tutto indifferente)Hai vishte m’entiènde pure priv’e frishkiètte? Fàmmetefàrdete. P’o reshte shta tièmbe. Frìkkete,gnàkkete. Quicònqu’av’a ièsse, shta tièmbe.(Buio: il tempo della battuta seguente)Verwùnschung shtrafàkkete lume! Fu ì’ cièche, sa’ì’ quande me freche? Ma ì’ vete y o lum’è senziàle.Cicì, gnà te cale, shtai calme, shtai quiète, shtaishure s’allùme d’arrète.(Luce. Ella ispeziona il luogo come se avesse afferratoun’idea)Bah, me semblàve… parèva… quà d’esse? Fàkketefìkkete bògghete gnùkkete.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Torna altavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)L’eshtràfora! come parlàva! quà rite! Redènn’u shmarrètte.Tutt’u tièmbe dicètte: “Mio amico, in miaterra lasciàto, meo ragàzzo me aspiètte.” Ie piènze: èrikkiòne. Almèno cu isso, shtai bbona. ‘Nge repèteoggi-domàni: li tapèttes sò a ginìa prifirìta.(Riprende a stirare)Na fiàta partìte, me shkrèibe: “I’ve got problèmecu tike. I like you, me piàce, ma tu me comfù208CICÌse, mi’amìke.” Me piènze: è rikkiòne. Piccàte. Lishkrèibe p’eddugazziòne: lu problema? “Tu pàrlemesembe rikkiòne. I like you, me piàsce, ma turikkionèssa? “Capito? Ei piènze de moi quà ì’ piènzed’isse. Qu’appàre gnà ma’ punde fisse. Surtùtte sitratt’e paròle. La paròla rengànne. La paròla disìve.La paròl’è assài ‘mbetta.(Pausa)Ci ha’ì’ ditte-shtradìtte: lu ràkkete iàte te shpruzz’acucùzza. Lei taffe, lei toshta: nisciùne mi ama nisciùnem’ingòzza. Na lagne, nu iùmme. Zìttetehush, gnà fluchen gn’ambàsce. È sorda ‘nghiummàta.Gashtema ‘nzushtìta: nisciùne mi ama nisciùnemi reshta. Na morta ‘ngarnàta, iahìta shpriàta.Da u blu rind’u blu apparètte cushtùi. Lunomme rigrètte. Fàkkete frìkket’i nòmmere tutte.Vuoi uscìre? usciàmo. Cene ‘nvluràte riàl’a saiètte.Quà m’agg’ì’a mette? me da’ a camisètte? Veshteshkullàte, veshte tullàte, plissètte curpètte, shvasàteshpaccate, nùvola muta dua fiàta ma’ mishma.Se fàrdet’accà se rìmmel’allà, umbrètte russètte,pitt’appundùte, ogna shmaldàta: gnora virdàshtrabluètte viulètte. Capìlle tiràte capìlle scennùte capìlle‘ndricciàte capìll’abbuttàte, na vìruol’accà nuciùfful’allà: russe ‘mbvequàte rangiò ‘nveperìte gialleshtriàte nir’annuttàte.(Va alla finestra. Osserva il paesaggio per quello che può.Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)Mo l’hai trouvàte l’innamuràte? Mo frìkkete: è perse.E a ttè? t’ha piaciàte? Ie? quà c’endr’ìe cu isseshmullàte? sembr’abbronzàte, tutte griffàte! pizzìngheli mùtete ci porte firmàte. Li mùtete? li panda?li shlip? li mutànda? Y tu, quà ne sai? Quisht’usenziàle: nu màshkul’ appàre… ni òglie ni ssale.Ci ho un problèm’al pripùzio! un taglètt’y va via.CICÌ 209Peràltr’in amòr che ‘mbortànza ci ha il sesso? Inamòre? qui t’ama? ma vattìnne, gnà shquièteme,qui t’ha calculàte? ti shkazzo, ti shfazzo, ti shmazzo,ti shpazzo. La casa? ‘nvluràta. I riàli? a scetta’. Mol’amòre parèva kiù passiunàte. Più isso arrutàva, piùissa shmulava. Ei cunglùsa l’ishklùsa cu acclùsa dicìsa:a vikkiàccia ‘mblorètte la man’e l’accìsa. Naserpa si fece, na fùria shfuriàta. Ma come si osa?qui ma’l’ha kiamàte? quisht’è ‘mbazzùte, shbullàte,shvitàte. Sistèmati, figlia, iè ‘nammuràte! Quà facceshtu amòre bullàt’y firmàte? mi abbòrra mi shkazzami shvile m’annòia. Gnà frèkeme d’isse fuss’anghena mazze. Gnakkète frikkète shtrùnzete shmèrdete.Nisciùne mi ama nisciùne mi vuòle. Te n’avvìerte,mia cara, ub’è lu senziàle. L’amour imburtànde,l’amour qui cale è quake tu porte, è quake tu vale.(Va alla cassa. Ne estrae una maschera. La indossa)Curiùse qu’ai blate d’hishtòrie d’amour! ha’ì’sembe shtat’une qui ma’ gnà criùte. Ma si! fussecar’all’ànima mia n’hishtòrie d’amour qui fliècefernìa: l’amour triumfvànde, cundènde cukkiàte,pe ssembe pe tuje, pe mai pe jamais… Quà tujequà mai! Ce shta sembe – qua sembr’è senzàto – luuàrd’y te dike: qui sì? qui t’agnòsce? n’eshtràforasei? Lu tièmbe mutàte ci muta, ind’a forma shfurmàta.Entiènde? verstànde?(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa. Si sfila l’armatura.La ripone nella cassa. Torna al tavolo. Si siede.Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)Lui dike: “Si vuòi, puòi far la riggìna.” A queen‘e cugliòne. Ai pièti ci mise shvariàti migliòni.“Migliàrdi, si accètti. Iddìe m’ha biàte con mar’etirnise.” “Tu, muert’accìse! tu scìtte, tu scheiss,tu muerte ‘mbìse! Mi vuoi accattàri? Shparisci!shkumbàri. Si mi vendo, t’avvìso.” Te se pote210 CICÌ‘nturtàri? L’avìve capìte l’amour qui gnà more èl’amour qui tu porte?(Riprende a stirare)Pot’esse quà vvere lu revesciàte: lu iàt’ iettàte iè iàted’amour. L’amòre gn’ ha fòrme si è amòre ‘ngarnàte.Lu disìre rengànne y tu reshte ‘ngannàte. I’survìsse l’amòre murtàle y fort’immurtàle ce storind’a sorte. Salìpece. Sht’accuòrte: i iurnàte-nuttàtesò corte.(Buio. Stacco appena più lungo del precedente. Silenzio.Lei si muove con estrema cautela, le braccia protese a tastarel’aria. Pare che anche Cicì si muova per andarleincontro; le gira intorno, sicura)Gnà me trombe. Fui iùshte.(Luce. Ella torna al tavolo e riprende a stirare)Quand’iss’abìve… curiùse… quand’iss’abìve…fuss’iss’in partìcule, isso genèrico ou tut’isse fuìteshtrapàsse-shtramàzze-shvapor’ind’o iàte. Quand’iss’abìve…nu curtèo, na schlange, in turnàndesutèrra, di cìnere ‘nvase. Gn’avève fegnàt’inmio penzamènto. Un isso è tutt’isso. Hai vishte,cumbvièn’a raffabulàri? A furie di remi t’amb’ar’aremàri. Cumbvièni? vertstànde? Pavùre gnà tièni situ sai natàri. Plu’se cumprènd’y less t’affràri. Laudashkiov’a qui aìta lu munn’a explicàriLu munnes’ammèglie si lu male shkumbàri? Li mundàte rilùkepriv’a tigne shkulpàri?(Afferra uno straccio pulito. Va all’albero. Ne spolveraalcune foglie)Une cu due, mone cu bbine, ianghe cu nire, aguacu mire, l’ammolle la tire, si face per dire. Na tiritèradi fumo e di cera. Entiènde verstànde cumprièneme siènde? Cicì, ube shtai? Frìkkete gnàkketeCICÌ 211shgrùntete shtràkkete. Quà tu m’appaùr’a viènemerete? un’ombra mi assàli. Quà te devièrte? me siènde?l’entiènde? Lu bbene quà bbene si male gnà cihai? you need, necèsse na ligne de shmarke. È un belpienzamènto. Aggi’a frishkari? È già fuìto, shtrapàsse-shmutàte. Tenìmece aìrte a un altro penzàto, siviène, s’affèrma, si ma’ ci cumbviène. Kalèkkie.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)Mi sus’u turmiènde s’ì’ mor’a l’andràse. De tè, quàserìa? a ttè, qui t’anvàse? qui tè si curìa? Fusse quàl’ave la sort’a fuss’ìre. Rind’o turne d’o tièmbe toutse trouv’y se shpièrde. Rind’o turne d’o tièmbe, toutse trub’y se shklare. Pure tu. “Nah, i’ cate, sht’a cate,no s’àize, repìglie, se vole, se vai…” Cicì, ube shtai?(Riprende a stirare)Fàkkete frìkkete, shpiènz’u turmiènde. Vìvemeshmèmora quà fuss’immurtàle. Shta moleshtie‘ngrucciàte, shta pene dulende shta tande ‘ngulcàteshta comm’accucciàte, addurmùte, shtraniàte.Quà shta tutt’o tièmbe vidùte, gnà o vite, rishtànashkunnùte. M’entiènde verstànde? Ishpanò meme ddà, me me ddà rishtrunzà. Sò eshtràfor’a masoufferànce. Katzetù patatà. Eqque qua.(Va al manichino e drappeggia il tessuto)Sa’ come te facce ta vete? Shkullàte su i menne,iahìta rialzàte, sushpìs’a epaulèttes. L’arràpe, l’attìzze,l’addrìzze, l’arrìzze.(Torna al tavolo, stizzita. Si siede. Addenta la mela)Quà shtizze me fai shti menne pundùte. Me ‘ngupeshtu gufe, shtu puzze curnùte, me futte shvelùte,me ‘ngute, m’ashtùte, me mute.(Pausa. È proprio adirata)212 CICÌIahìta vevùta me shmeta, me shmezza: me shtrùgghied’amour y me rumb’invidiàta. Quà bell’apparìshte!quà bella criatùra! Forma ‘nfvurmàta debiltàde ‘nviulàta, ligàta gnurande dihumanàta. Bellacom’ìe gn’avèsse sugnàte, tu, shkanisciùta, a timishma shkunnùta.Quà Ddì’è mai quìshte qui shprazze bellezza a quignà l’apprèzza? Na pazza shfinìta qui capètt’a shkapòkkiahommes y vishtìte. Quà rite me fai! Cicì,ube shtai?(Riprende a stirare)Li hommes te nomme fusse pure m’i’ fikke. T’assuviènde quìlle… shtrafàkker’i nòmmere… lu shparle’nvluràte…tand’exducàte…salùte fuss’anghe lushpecle… s’avètte shburniàte pe ttè, ì’ so shura. Oalmèn’accussì me parètte. I’ forget quand’isse shvanì,shvaporò rind’e blu. Gnà quishtiòne “perchè?”gnà o so kiù. Y sì me piacètte! Pot’ess’i’ venìsse cumike gnà me farme nimìke, pe se sènder’a tike plusamìke, t’o dike. O forse sule qu’i’ fuss’exducàte.Vikkiàcce russùte, qui sa pure si u shpecle l’ha mairishpunnùte. Peccàte. Friulà katzetù patatà.(Va alla cassa. Ne estrae un tight. Lo indossa dopo essersiliberata dei suoi abiti. Li ripone nella cassa)Penzamènde kiù accorto rishvèle cungètte ‘ngucciàte.A furie de gn’esse disiàte… a furie de gn’essedisiàte… shkumbàri.(Raccoglie delle bambole gocciolanti e va ad appenderle airami dell’albero. Con uno straccio pulito, poi, ne spolveraalcune foglie)Me shpazze me shpezze me shpizze me shpuzze quabashte na lìttera shposte y mute semblànde. Florideiene e cene a mezzodì. Cambiànde m’aìta, disìverengànne. Iahìta… jucàsse cu mucha magàgne.CICÌ 213Ecco! caco coca, oca. Taglia la mela con lame chefan male. As a matter of fact, a cat is an act of tact.Henry ne pronònce rien si bien comm’une hache,qu’enfin il se fache et comm’un chien il se cache.Per fugare i miei topi o il gatto o comportamèntipietòsi. Miàgola la mia gola.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)Putève uardàre vid’ess vidùte. T’ha’ì’ già ditt’a migliàre,migliùne, maybe. Je privàl’u riàle. Gnà soasàtt’explanàre. Ei s’imbièttene shure gnà ì’ vite.Ma ì’ cazze s’ì’ vite! Je vite y je touche cu mmaneshtu wish diviàte qui ave pe mike. Ei vùlene tike yviènnent cu mike. M’inràje, me shmiglie, puis mepiglie vertìglie vermìglie: je sake d’ei fisse quà issenèvere sake d’ei shtisse. Je ‘ndùmesce ‘mbiette, ‘nvlatàte,gaudiàte.(Torna a spolverare alcune foglie dell’albero con un altropanno pulito)Li fòglie sò i motte di l’àrue mute. Li fòglie ridìkedi àrue parlate. Cicì, t’hai uardàte?(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Afferra dei panni puliti e va ad asciugare Cicì)‘Nvrascedàta. Gnà worry, gnà shtrazze shta pezzaceshpòsa, shta pezza shtuppòsa. Schmèrtzensmutter.No’ Dame de sept doulòsa. Clug. Clup. Clut.Vurmenòsa. De blu velumbròsa. ‘Ndussecosa. Pirigliòsa.Quande m’apprènde pur’ì’ silenziòsa?(Torna al tavolo. Butta nellla tinozza i panni. Si siede.Sbocconcella la mela. Accenna a canticchiare)Esatto: il gatto tutto matto ha fatto il patto d’esserratto.(Riprende a stirare)214 CICÌS’ì’ fusse shklave-friàt’a mundàre currèd’e vikkiàcciadisùse-gnuràte! Me fa cumbagnìa? m’embìgne?me tigne? Gnà explìc’a magagne. Besuègn’ì’ lu keeppelìt’ncegliàte. Ye nèvere know com’hai capitàte.Entiènde? verstànde? Friò. Iahìta va y viène, dicètt’avikkiàccia. A lu nate piccìne repèt’y reshpaccia:iahìta va y viène. cambiànde disìve, cambiànderengànne: juk’iahìta prudènde-frimènde. Iahìta selutte, gnà puòti shkanzàri si axèpti cui remi lu maràshm’aremàri.(Buio. Stacco più lungo del precedente. Lei ora si muovecon maggiore sicurezza intorno alla scena)Probe surprisa. Forma gi’apprìsa reshpàzie shpaziòsa.M’angòre gnà puède diniàre, callòsa, formalucòsa-lucènde qui l’ocle ‘ngannàte rapprènde.(Luce. Lei, al centro della scena, tiene gli occhi chiusi. Liriapre)Ube l’ingànne? où lu disìve?(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)Li tope parèttere mice. Quà dike? cunìglie. Si ei separàtim,quiète-sàzzie. li shpazi bashtànti; iahìt’affannòsasi ei si f’avànti. Shtrignàt’irrisòres-shtripànti,ocli sanglàti, ‘nzolentes-cucciàti roundubiquedu liètte ‘nfullati. Frìkkete fàkkete fùiete iàhhh.Cultièll’ammulate, bashtùne pundùse. Dishpàre,evanèsce, masciàte, sciangàte! Ni sciuà ni repòse‘nda nuttàte shbattùte. Ludi’-lubrecàte rind’e liètteshlumàte. Fùiete… fàkkete… iàhhh…!(Pausa. Riprende a stirare)Cambiànde disìve, cambiànde rengànne: plus angòre‘nfvussàte, n’ate puzze curnùte. Quà crìte, quedura? Shtai shura, retuòrna. I siende qui gràtte. Mevolent appauràre? assormàre? fraitàre? sseh! ShtrunCICÌ215zà caictù tarapù. Kahiktà kahiktà. Kalèkkie. Gnàme serve shurèzza de fora. Gnà juke, gnà crescefille-sugnùse! si juke me juke, m’entiènde quà entiènde.Sulàta, gnà prìm’y doppe, gnà nèvere-tùje.Shtrunzà katzetù patatà. Gnà repènte de niènte.Toutes le deux ici-bas. Lu munne se shtèrmin’aquìoù se shmàter’iahìta. Finìta. My life, dein leben,presque-strusciùta. Ma sì! fusse care all’ànimamia n’hishtòrie d’amour qui flièce fernìa: l’amourtriumfvànde, cundènde, cukkiàte, nèvere-tuje, pesembe pe mai. Quà tuje? quà mai? quà cundèndecukkiàte? de quois? Hoc corpus meum: pegliàtegnuttùte.Hic calix sànguinis mei: shtrafùghe-dringàte.Quois te crois je me sende au Don Cazzefremènde m’i fikk’ind’a bouche, fetènde? L’ànemashbutta cu i diènde, shtraniàta, de me lundanàta.Pròbeme belle, pròbem’assài! Shbuttàta. A nuttàtapriviàta, a vikkiàcc’i cunìgli’avèv’azzannàte,shguzzàte, shquartàte. “Ahi! quand’amòr’ì’ l’avèvecrisciùte! nutrìte-’ngrussàte, pe te farte ‘mbresciàte,‘nfveshtàte, a l’indràte triumfvànd’ind’a ecclèsia.”Curtièll’ind’au gozze shkaffàte, li cunìglie shtridìa,iahìta ‘ngannata, fuìta. Je tremènde shtranìta. QuàDdìe qui gn’aìta cunìglie shguarnìte, virmìglie-brunìte,sanghe cagliàte. Iahìta lasciàte scigliàte, shfigliàte,shtutàte. Shtrunzà… katzetù… patatà…(Buio. Dopo una breve pausa, ella prosegue come ormaiignara del buio)Malshkùre tèmbore. Cunfìteo ma deboltàde: il-yave nu tièmbe li fàcies apparètter’uale. L’un’a l’autresumìglia, y a mmè mi shkumpìglia. Gnà shtadifferènces. Je guàte, tremènde, gnà vite cambiànde.Mimìshma dicètte: àmale tutte ou shtrappe de‘mbiette shtu amour ‘nvadende.(Ride di una risata alta e divertita. Su questa torna la luce)216 CICÌCicì, ube shtai? Tu m’entiènde? ì’ fòrte t’affìrme:un’assòl’ì’ shmaniàv’a fermàri. Un’assol’ì’ vuless’aviulàri, extorcàri – in secrèto sacràto – penetràr’autraggiòs’y valènte, eindrìngen ricèsse ‘nviulàte.Viulènde. Ret’a fàcies shfattàte, shfurmàte. shfasciàte,discèrne vultàte uniquàte. Y amàrle, maybe.Put’èsse. Qui o ssàpe. S’il – y- àve. Qui pote mai di’.Entiènde? verstande? cumpriènde, Cicì? Duvrìalu frishkètt’ a frishkàri? Vid’importànza m’appàrin’hishtòria de long, long ago.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può.Va alla cassa. Ne estrae lo specchio. Si osserva a lungo.Ripone lo specchio. Estrae una lunga scamiciata grigia.La indossa dopo essersi liberata dei suoi abiti maschili. Liripone nella cassa. Estrae lo specchio. Si osserva. Riponelo specchio)In penzamènde penzàt’ì’ quishtiòne: quacòmmefaciès vultàndi? quiddòve? Tumishma shfurmàte,shfaciàte, massàte, bvove shkuartàte, pindùte, frollàte.Mieux te shtatte cucciàte, de tièmbe fluìte,d’hishtoires verofalze timìshma cundàte. Te juke,te shlude senzàte. T’invènti reàle, filla-sugnùsa, filla-lullàta. No ro no. Mieux comme ça. Toutes lesdeux ici bas, toutes les deux prìmydòpp, sugliàte,shfigliàte. Kagliashtrò sagapà. Shgrunt. I’a ttè accuràta.Tu a mmè diniàta. Mire: de tott’iahìta robbàta,quà pauca rishtàta.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Comme quànde peccèlle, souviènde? Tourneretoùrnela capa turbàta, shfinìta. ‘Nterra iettàta, ì’dicouvr’a ttè gi’arretàta. Adagg’ì ‘risal’i gambotte,ta vete cui poppe shkattàte, risàta beffàta. Shturis’ind’a ebbrèzze m’ha prise. Me pare comm’àggiecumbrìse nu ver’aqquattàte: “Remìre shtu vise, reCICÌ217mìre, recuòrda.” Lu juke dishmìse, shkrùpel’esende,ì’ t’hasseditèshte liberamènde. Ie pozz’odiàre. Yti òdio. Viulènde.(Riprende a stirare)Fu a quel tempo je me ‘nvìse l’història ni commenzavec nous. Plu’ simblicemènde, ei mute simbiànde,mishma l’idèa se mutànd’in pashtfutùreprisènde. Simai shpera d’i shtòppel’aquì, tu t’errànde. Pròbeteshlùdelu terminànde. Tu siènde profònde, necèssev’avànde. Mutàte simbiànde, v’avànde. ‘Ngannàta-’ngannande, v’avànde.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può)Quà desàshtre laffòra. Toutes les deux ici-bas.Mieux comme ça.La cumèt’è turnàta. Dumìlasetteciènd’anne ci haprìse. Sule pe ccas’è dishtànde. Lundàne-perdùte,n’ata shtella vagànde, gnurandàt’au presènde, trumme:finìto, frìkkete, sciò. Ce shpasse. Ce shfasce.Ce shplash. Ce sciò. Pirìglie ‘ngumbende d’universetrappànde. No ro no, c’est mieux comme çca.Toutes les deux ici-bas.(Torna al tavolo. Afferra un panno pulito. Va all’albero.Ne spolvera alcune foglie)Shti vekkie pinzìere m’hanne shfinìte. Rind’o tièmbefluìte, rishtàme marcìte.(Torna al tavolo. Butta nella tinozza il panno con cui haspolverato. Si siede. Sbocconcella la mela)T’assouvièns du fissàte? Li nuttàte pirdùt’ind’o liètte!shmarrìte-pinzàte de gravetàte shlendàte. Issobaffètte,l’ilegandìne, lu fissàte de li biglittìne! Yshkrebèiva, shkrebèiva: “Ce shtìeve, av’a ièsse, a laterra, una leggia qua pure lu pinzànd’a lu pese cishkappa.” Y shkrebèiva, shkrebèiva, journe-notte218 CICÌpinzàve. Tràkkete pùffete, rind’a notta kkiù nnira,ì’ lu mire qua suse, mièrd’e tutte shlendìeve. Nah,i’ cate, sht’a cate, no s’àize, repìglie, se vole, se vai!Retuòrne! quà ‘mborte, facce de scheiss, videvacande!Lu vuòte qui eshprèsse, cirtèzza me dà. “Gnàpuèdo, mi vida, mi amor, mi corrìda! Penzièro ci hapeso: pensànte… pesànte. Entiènde? Se lo svuòtovacante, volo all’istante. Bye bye, mon amour!”(Riprende a stirare)Reggu’etèrn’a tte ppure, errànde-cacànde. Shtivìkkie penzière m’hanne shfinìte. Rind’o tièmbefluìte, rishtàme marcìte. Shgrutupùm, turupùm,pum pum… pum.(Cicì la guarda significativamente. Ella ne coglie lo sguardo)Prob’entiènde? Te piàce? Shgrutupùm, turumpùm,pum pum.Buio. Lei prosegue, ignara)Hoc corpus meùm: pegliàte-gnuttùte. Hic calixsàanguinis mei: shtrafùghe-drengàte. Iushta lizziòn’erealitàte.(Pausa)Si senzàte fuss’ìe, ouvri me devrìa a quakke serìa.Quà fu ce futtìa. M’abbalòrda trouvàri paròlep’u shtrazzie qu’affòra, me shborda. Ma’ mottegn’explìke lu monde. Ni morte. Motte qui mute tefotte cui motte. Paròl’a paròle se volde shfacciàte,shfurmàte, gnuràte.Nihil esse. Quà’ha shtate remàne- serà.(Luce. In un’improvviso quanto feroce scoppio d’ira, ellas’avventa sul manichino. Ingaggia una lotta violenta)Uiktù, shtraikanshtrù, diktù. Shtrunfarciù, diktù,diktù, utkù. Tzaiktzù, kruitzkciù, sckatzlusciù. PerCICÌ219chè farte duvrìa na veta banàle? m’enràge, me shkapede sale gnà mio.(Fine della lotta. Il manichino è in pezzi)Taff’a me bushke, plus dur’a me trouve.(Raccoglie i pezzi sparsi. Ricompone il manichino)Na veta ‘nvendàta, ogne ligna pinzàta, differenziàta.Ind’a capa martìlla li rigla di quìlla vikkiàccia: gnà ivòglie, ì’ rifùse. Me vòglie fa’ shura la veta matùra demi’ sceglimèndo. Gnà condra natùra! Condra natùra‘ngulcàta quà gnà face friàta. Me rite y vite dò arrìve.Quà sciuà! sime vive, Cicì! vièn’aqquà. Danziàmo.(Afferra Cicì e la trascina in una danza vorticosa. Cicì silascia fare, impassibile. Fine della danza. Sono entrambeansanti. L’altra lascia andare Cicì e riprende a girare suse stessa. Cicì resta a guardare per un po’; poi, si distraecon qualcos’altro. L’altra si lascia cadere a terra. Cerca,inutilmente di posare lo sguardo su Cicì)La speranza è il riflesso di Dio sul volto dell’uomo.Quà means? quà me rappresènde? A shpera’ sidihumàn’ogn’e mmerd’e crishtiàne? Gnà ‘ntiènde.Gnà vite colligamènde.(Si mette in piedi faticosamente; barcollando, va allacassa. Ne estrae lo specchio. Torna a mettersi seduta sulpavimento, abbandonata come una bambola di stracci.Nulla succede. Finalmente, ella si rimira a lungo. Riponelo specchio nella cassa. Ne estrae un tubino elasticizzatorosso e scollatissimo. Lo indossa dopo essersi liberata dellascamiciata. La ripone nella cassa. Estrae lo specchio. Siosserva. Ripone lo specchio nella cassa. Va alla finestra.Scruta il paesaggio per quello che può)Quà zitte, laffòra! te remìra, sorora! Hush. Cicì, ubeshtai? Tota’nzuppàta! ‘vrascedàta! Tu sht’a ‘shpiètt’ìte shtròppi’e mazzàte!220 CICÌ(Va alla tinozza e attira a sè Cicì che vi sta china sopracon le braccia immerse. L’asciuga con dei panni puliti. Sela prende tra le braccia e la coccola. Sedute in terra, ellacantilena qualcosa di molto amorevole, riconoscibile peruna ninna nanna. È un abbraccio certamente molto affettuosoe protettivo che, tuttavia, si fa sempre più ardito.Cicì si lascia fare, del tutto estranea)Ave na fiàta y ave n’homme qui shquièta: ocl’impallàteret’a vitriàte. Gnà rite: shghignàzza. Lumire plus nir’ei shprizze’ai bikkìer’accuppàte. “Quàprimme? u pecciòne?” “Pe secònde, u pisciòne? ““Pe frutta, la fike?” “A ttè la banàna ou nu cannuòle‘nfvarcìte.” Si shguàia, li còmite, qui mire la zite.Le’avvàmba, si shkerma, s’effòrte de rite. “Nu riàl’ali shposi n’avìme purtàte: a lu zit’u curtièlle; lu furcòn’aqui ha shtate?“ La shpos’abbubbàta de rosacarmìgne, se ‘ndùshtri’a reshtràrr’u curtièll’affelàte,cu i ditùzze shfurzàte, cu i manùzze shvugliòse. Lushpose shmaniètte: “Mo fazz’ì’, sht’a uardari.” Cua manòna kiù shperta, tira for’ u curtièlle, remìrala lama, ce shlisci’u ditòne, lu shfiòre, lu ammìre,in condemplazziòne. Shfatte- shbuffànd’è de russemattòne. “Lu siènde, cicci’, com’è bell’appundùte?“Mezzanòtte, a l’ishtànde, avève shbattùte…Cicì, t’ha’addurmùte?La veshta, t’a fàcie, comm’ha’ì’ premettùte: shkullàtesu i menne, iahìta rialzàta, sushpìs’a epaulettes.(Cautamente, tenta di rimettersi in piedi senza svegliareCicì, che pare addormentata. Torna al tavolo. Si siede, senzaaccorgersi che Cicì la sta fissando, con un vago sorriso. Appenasta per tornare a girarsi, Cicì chiude gli occhi. Ella fissaCicì, cristallizzata nel suo sorriso. Sbocconcella la mela)La speranza è il riflesso di Dio sul volto dell’uomo.(Afferra uno straccio pulito. Va alla cornice. La spolveracon cura)CICÌ 221Li ànge cusciènde du pròprie potère, orgògli’ysupèrbia ce guadagnère. Salìpece.(Va all’interrutore e spegne la luce. Stacco più lungo delprecedente. Torna con sicurezza al tavolo. Butta nella tinozzail panno con cui ha spolverato. Riprende a stirare)Necèss’expiàri, ammendàri, purgari. Tout letièmb’assignàte, umbashtànd’a mundàri. La ‘nfvanatecàte…fakke li nòmmere… isso susàte: “Gnàt’ho meritàte!” la dike. Issa, ‘nzunnata, se lu piènzashkerzòso y ce boll’o cafè. “Ma quà, tièn’a n’ata?“ “Quà dike? te shmatte? T’avìsse scigliàta? macomme? pecchè?“ Vind’ànn’affidàta, duo maritàta.“Adieu! per adesso mi port’il necèsso.” Rind’o blureshparì. Tri anna ci avèva cummàra ‘mbignàta.Issa shta lapedàta, de turmiènde ‘ngorgàta. “De quàm’hai mardàta.”(Luce. Cicì è accanto all’interruttore)Dulcefraudàta. Na femme shmerdàte, na femmedeshtrutte. “I’ pinzàve-fegnève m’avess’ abbashtàte.Ti dovèvo l’impègno con te apparolàta.” Si tendadishtràtta. Raccòglie li eshtràfora, si yoga si shatza,si shpezza shfatica’ si shkiàtta si shmazza. Nafiàta, surprìsa, s’avvìte shturnàta: nu tale piacènde,qui piacènde ce piàce. “Sì pazze futtùte? vattìnne,deshpàre, gnà ce repròve de me tucca’ i ccosce.”Lu shpiàzze, s’attàrde, redouble shfatike, fanatecàte.“Necèss’expiàri,” decètte, “ammendàri, purgàri.”Can you see quà tipètte? Si la tele si shfàscia,‘mbvacce au màshkul’assìsa, le recuònd’u iurnàlecumpùnda, pricìsa, professionàle. Enfin, scimunètte.Mishtecàta, nìra-luttàta, na veta shtinda raccateshmettàta, li ggende la cùndele: Se ne iètte, passò?“Gnà sacce pe shure, ma tendàre se può.” Li ‘uai sikemmènze-reshtèrmene dure, p’amòre qui nutre linotre pricùre. Shgru-shgrunt. shgru-shgru. Agg’ì’ a222 CICÌfreshkare? “Signòre, è l’amòre che fa tanto soffrìre?”“Sì. L’amòr più l’amòre.” Oui, mais qu’amour?quà love? quà liebe. Nui, misèr-ricciulàte, attardàt’a’shpittàshpiranzàte lu prenc’equitàte, azzurràte…cilishtràte, purpizzìnghe si clare-cumbrìsequà trishte partìte, quà mièze milùne ci ha capitàte.Nisciùne qui dike: quà mieze-milùne? ì’ val’alunaccia! ì’ voglie tutte! Femme ‘ncaundàte, passiòn-diviàte, rushpe ‘ngautàte, corde ‘nvenghiàte,masciàte, baciàte.(Va alla finestra. Scruta il paesaggio per quello che può)‘Ngannàte-fraudàte.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela. Accennaa canticchiare)Rushpe rushpùse ruìne rugnùse.Rishtètte, a ssè-euale. Un’assùle mutètte: si hasapùto di un tale qui passètte de butte, a fare latele.(Riprende a stirare)Fàkkete bùgghete fìkkete shgrùndete shgrùffete shgru.Ave na fiàta… te cunfvìteo pur’io me fegnètterarèzze de iahìta reshkàtte. Li sugne so’ fatte quignà scèrnene patte cu a substàntia riàle. La puasìme shkungèrne s’ì’ me shkriàt’immurtàle. Lu fillesugnùse,lu puète ‘nvlorètte: “Vièn’au tiàtre si vuo’etèrn’apparire!“ Te pigli’n paròle! gnà me nomme sivuòi, ma revèshtem’e motte, renvènde certezz’e rialitàte!Lu puète-lullùse se fuìsce-scetàte y me làscianell’eco d’i motte pirdùte. Schlànzele iàte, plus iàtequi puoi… gnà facies-vultandi, gnà primme, gnàpoi. Ocli lucòsi qu’ì’ gn’os’a uardàri me shguàrdelucènde y me tend’a shperàri. Verstànde cumprènde?Cicì, ube shtai? Agg’ì’a frishkari? Ssò shura nadia tu me uàrd’y m’entiènde.CICÌ 223(Va alla cassa. Ne estrae una maschera. La indossa)Shgru-shgrunt tutt’i dia, tutti li ann’ind’e règlie, fu‘nzushtènde-liggère, poi prisènde-cushtande. Shgru-shgrunt ind’e règlie m’assìll’assillànde, shgrushgruntind’o ssanghe se pulze pulzànde.(Si toglie la maschera. La ripone nella cassa)Te lùttete te mùtete te shtùtete te trùmmete. Tevùtete. Nu cundènde vidàte de lu cundenùte. Pallìlediflùte shfullulènde flusciàte. Vertìglie de vìendeviulènde, velùppe de fòglie shfinìte, shvilìte, shvulàte.Desìre finìte. Quà facce de mmè ‘ntenerìta deluna-nuttàte?(Si accarezza, tenera e sensuale)Once upon a time… na fiàta… na vota… me vetesu le tièmbe flettùta… kinàta… de luna-lullàta…nu motte, nu verbe vicìne, na parol’adamantìne.Hush. Salìpece.(Torna al tavolo. Si siede. Sbocconcella la mela)L’amòre diflèsse, m’arrìve riflèsse de shpèchle shpeclàte.Me dike-redìke: renzìshte. Sso’ bete ma ì’crete qui exishte. Renzìshte. Seccète! te vete.(Riprende a stirare)Quà bèshtie curiùse li falze-shperànze, li fille-sugnùse!vidùte de kiùse, li dicoùvre dilùse, grusselullùse,raffùse, grizzùse. Cusciènza-bashtànde? Teshlude. Li fille-lullùse so’ fille riàle du prisùnde-senziàle.Gola-nudùse m’assìlle, ma’ leve-libràte disìred’amour. Guff’affundàte, lu disìre d’amour risìshte‘ngarnàt’ind’e jour. Rushpe ceshpùse, l’idèe ma’s’eguàglie, li paròle so’ shmuttàt’e fanghìglie. Luvere se ràgl’ind’e règlie, shtrigliàte d’i règole mute.rese shtrinìte, extraforàte. “Parole?” “Oh, le par?”“Parole?” “Le paro.” L’orsa persa stesa sul dorso224 CICÌsi volse sul torso si tirò un morso chiese soccorsoprese di corsa la borsa e s’immerse nel terso universoda rimorso riarsa. L’orso rincorse. “Orsa, orsa!”Risorse bevve un sorso. “Orsa, orsa! riposa! ora socosa si posa sul vaso della tua anima rosa!” e le porseuna rosa… ancaundate ulaule, fole-lullàte, lagnesugnùse.Rind’o tièmbe fluìte ne rishtame marcìte,shperanzàte-zittìte, maybe-forse mutàte.Me dike-redìke: disìre finìte, repòsa, shtai quièta.De qua? Rind’o blu me subbìglie nu belle virmìglie,forma ‘nviulàte nuttàte shkumbìglie, de quiète meshfìglia. Lu mandìglie ligàt’au cavìglie s’ensoùfle defole, zzul’n vertìglie, se leve, se vole, liggère navìglie.Nah, i’ cate, sht’a cate, no s’àize, repìglie… lu viendedisoùfle, la glòrie retoùrne de forma ‘ngarnàte,pisànde-disiàta. Shgru-shgrunt. Cicì, ube shtai?Quà dike è riàle ou fegnìte? Qui sape? si u sape…shkurdàte. Shtrunzà katzetù patatà. Kalèkkie.(Va alla finestra. Scruta per quello che può)Me fegnève ‘gnuràta mais l’ha’ì’ tuje sapùte: scegliàta,gnà primydòpp, sul cìglio. Gnà pate, maisfiglie shfegliàte. Me fegnètte l’hishtòrie qu’ì’ sapèttefinìte, pe ve farve dishpiètte: a ttè, la vikkiàccia, aiahìta… rushpòsa buccàccia. Gnà shquièta, Cicì,shtatte mike, serèna. Shta pena dulòsa shta profònda’ngulcàta,cucciùta, durmùta, extraforàta. Entiènde,verstande? Quà shta tutt’o tièmbe vidùte,gnà vite, rishtà nashkunnùte. No ro no, c’est mieuxcomme ça, toutes les deux ici-bas. Toutes les deuxprimydòpp. Kaiktò. Sa’ quà famme? Te fàrdetequà, te rìmmele là y ne sciàmme.(Trascina Cicì ai piedi della scalinata e la abbraccia almanichino. Poi, ella si arrampica su, fino alla cassa, neestrae la borsetta del trucco, torna precipitosamente giù edipinge Cicì. Nel corso dell’operazione ella intona unaCICÌ 225melodia dolce e allegra, tuttavia non riconoscibile alle paroleamericaneggianti. Al termine)Tu quishtiòne: quà mèglie? rishta’ ferm’ ou shfagliàre?Rind’o tièmbe fluìte ne rishtàme marcìte.(Abbozza un sorriso. Si deterge il viso. Nel corso dell’operazione,riprende il motivetto. Rapido controllo allospecchio. Rifà di corsa la scala per andare a riporre concura la borsetta nella cassa. Torna da Cicì e le rassetta ilvelo. Ripete l’operazione sui suoi abiti. Sguardo circolare.Torna di corsa alla cassa. Ne estrae due paia di occhialiscuri. Si precipita giù. Mette gli occhiali a Cicì. Li inforcalei stessa. Mano nella mano si avviano su per la scala.A metà percorso, ella abbandona Cicì e torna giù, coltada straordinaria urgenza. Canticchia. Va all’albero e lomette dritto sotto la finestra. Trascina il manichino davantial tavolo e ne modella il braccio sul ferro da stiro.Va all’interruttore e lo spegne. I suoi passi risuonano nelbuio, mentre, finalmente pacificata, fa ritorno alla scala.Mugghio di vento)Storie distorte. Corso morso torso morto torto cortoporto sorto aborto… aborto… aborto… sgrunt…sgrunt.*(Si ferma a metà percorso. Guarda il pubblico. Fa manina.Sorride)(Sipario)*Shtrunzà! Katzetù, patatà! Non mi pento di averti strappato a comaricuriose mostruose. Masciàre.No, no, no, noi due quaggiù. Noi due prima-dopo. Noi due.Shtrunzà. Devo prenderti altro tessuto, katzetù, patatà. Altra stoffa226 CICÌper farti altra veste. Che gioia, che gioia. Questa voglia mi sciamadi gioia.Poi lo sai come son io. Per partire, una linea; il modello da solo sifa. Che gioia. Da una linea tu parti e il mondo tutt’attorno s’azzitta.Hush. Blu te lo faccio. Che gioia. Ti ricordi del vestito blu… no,azzurro… Bluette. Si dice bluette? Non so mai i colori. Shtrunzà.Tu sì, tu sì. È vero che conosci la Carrington? Chissà. Te lo chiedoda sempre. Questo ho capito da me chiaramente: tu, presente, micostringi a pormi domande. Katzetù. Fosse solo per questo ti sidovrebbe volere un bene dell’anima; ma tu sai non solo per questo.Lo sai? Lo sai. Sono sicura che sai. Kaiktò aciè. Ishpanò te se ddà tete ddà. No sotto finestra, no tutta nuda. Tu capisci di regole mute?Capisci? Comprendi? I passanti ci vedon’ e ridono. Intendi? Duematte! Ecco che pensan di noi. Due matte. Due pazze svitate. Katzetù,patatà. Non importa. Ma pure puttana! Questo non vogliosopporto.No. Capisci? Civetta. Spostati, ho detto. Capisci? Misenti? Stracazzo fischietto non suona se deve. Non suona ‘sto stronzofischietto. Katzetù, kittmù, t’akkattà. Quando la smetti di fingertipazza? Fritta felò. Tu mi snervi. Fingi, pretendi. Kittmù. Ècomodo! Tanto la scema, la scema che esce e ri-esce ti pasce. Lamula e ‘a principessa di luna. Maledetto gioco bestiale. Gioco infernale.Lava cava ricava, cuoce, cuce, ricuce, rammaglia, ritaglia,spunta, sputa spazza, spolvera spolvera spolvera povera scema babbiscia.Niente gioia, niente gioia, no mai mai gioia, ma fiato, fiato asprecar a gettare aktù shtakanshtrù diktusciù shtrafalciù diktù diktùkittmù. Che hai fatto mia vita? A cosa costretto mi hai? My lifemein leben ma vie. Già-andata. Finita. Sgru-sgrunt. Gnàkkete. Aitempi vecchiaccia dovevo sorbir pure lei: “Pazienza, è una croce,accettal’ e amen. Che credi? non soffre?“ Soffre o si offre? Mai unsorriso per me. Ti chiudo! Mi ascolti? Rinchiudo. Rinserro. Capisci?Mi rifaccio una vita. Non è mai troppo tardi. Chi dice che ètardi? Ti avverto, te ne accorgi stavolta! Kaiktù teishtranzù. Gnàkkete.Rieccola tutta bagnata. Infracidita. Non darti pensiero, non latolgo ‘sta pezza fetente. L’Addolorata. Nostra Signora dei sette dolori.Blu. Clug. Clup. Clut. Fradicio. Che borse! Neppure stanottehai dormito. Sbarrati. Che scruti? Che vedi? Misera sora pers’ in unsogno. M’ eri invidiata, io di te ‘norgoglita. Ma va’, che ti credi?Davvero ti chiudo? Giocavo, è uno scherzo, shgru-shgrunt. Ti piace?Gnàkkete. Shgrunt, Sto in trappola, ecco cos’è. Che strazio sentirmipersona a metà. Mi trascino con test’ in un sogno. Lavo cavoricavo cuoccio cucio: che ho? È come sogn’ e ti stanno sognando.Shgrunt. Shgrunt. Shgrunt. Ti ricordi la volta, la volta della rondiCICÌ227ne salva? Wanda. “Buttala alta, più ‘n alto che puoi!” Ricordi?Shpuft. Per giorni ci togliemmo mangiare di bocca pappa ficcat’ insua boccuccia. “Lanciala alta. Più ‘n alto che puoi! Nah, cade, oracade, no s’alza, ripiglia, vola, va via. Wendy, ritorna!“ Sciame dirondini via la portò. Femmina? Chi aveva deciso? Wella, Zinnie,Wenda Wazze… fottit’ i nomi. La doppia w c’era, sono sicura. Midico stradico che ‘l rancore mi strazia, il rancore mi salva. “Pigliala,pigliala!“ Mi tiene all’erta. L’Addolorata. Aktù diktù shtrafalciù.Shtrunzà. No no no, meglio noi due qu’ abbasso. Sole. Ieri-oggi.Mo. Di nuovo? Ch’è stato? Un contatto? Non contatto? Cos’è? Chesuccede? Cicì! Sai cosa non ho mai confessato? Un morso di tempodopo che lui… il nome?… fottiti… quello… un pizzichino unoschifo uno sputo dopo che quello andò via, io cammino tac retac,balconi che cadono shract cascano dietro di me. Io passo, gnakketesi aprono strade, shtrunft baratro, shlund voragini. Il ponte delCorso? Milioni migliaia di volte si disfa. Senza ragione. Io guardovetrine, chiacchiero, penso, zàkketebrùmmeteshlàffetebrek. Paesaggiodistrutto. Trumme. Non mi giro a guardare fanculo fottiti. Oratu credi: paesaggio tutt’uno con lui. No ro no pè pè re pè. Vi sbagliate,Madama. No ro no pè pè re pè. Sono due fatti distratti.M’intendi, capisci, comprendi, comprendi? Te l’ ho detto, son certa…o tu già scordato… chissà, se saputo. Cresciuta. D’un tratto, iltempo mutato ti muta. Patapùm. Il mondo che lasci si sfascia.Trumme. Schutt. Finito. “Io mi sposo… io farò la maestra… quell’altroil dottore…” Schutt. Cresciuta. Vai! E vai! Trumme. Finito.Memorie? Fottiti sciò sbrigati vai… Slavina vorrei che rovin’ il passato.Schùffete. Ciò ch’ è stat’ è già stato. Finito. Mai più. Kazzetù.Che dico? Ciò ch’ è stato, rimane-sarà. Se figuro lo strazio del cuoreaccorato! Perché se n’è andato? Ritorna? Ti smaghi, fai carte… osono sol’ io nel martirio di miti smarriti? Tu eri svanito. Chissà, semai s’è saputo! Se lo sapevo, scordato. Obliato. Mi sforzo. I duemaleventi non lego. A volt’ un dettaglio… macchè! Gnàkketefrìkkete frìkkete fràkkete. A volte m’invento che anche tu sei fuggita,ahisciò, risparita. Cicì niente più. Meschina. Tu qui, tu m’ aiuti.Mi curo di te. Se fischio, tu puoi persino guardarmi, capirmi, m’intendi. Succede. Stai certa succede. Se non subito, tardi. Lo so chesuccede. Ci conto, confido. Tutt’ il mond’ è fuggito, sparito. Chisoffre, chi si fa schiavo nel cuore sbattuto. Ora chiama, ora torna. Ètornato? È uscito? Non vuole parlare? Macchè. Merda in tutte lelingue. Pentito? Non sente. Fetente. Fottiti perso. Trùmmete. Iponti tagliati. Chi vuole ‘sti mezzi meloni? Io valgo un’intera lunaccia.Meglio sola. Né avanti. Nè inganno d’inganni. Mi paro. Ripa228CICÌro. Meglio quaggiù tutt’e due. Ieri-qua! Oraelà. Orribile luce, orridaorribile luce! Statti quieta, Cicì, statti buona. Sto qui io. Nontrepidare. Ristai. Sai cosa mi fingo nel pensiero pensato? Nessuno famai ciò che vuole ma ciò che il vero richiede. Prend’ il vestito. Tutagli una linea e le altre ti vengono appresso. Libera, forse, nella testati stringe, di scegliere linea. Alle altre, costretta. Capisci? È unbel pensiero? Mo fischio il fischietto. Son sicura che un giorno capisci.Mi guardi e capisci. Meschina. Ora è passato, finito. Fischiar’ora sarebbe insensato. Passato. Finito. Fisciù. Non c’è più. Blu.Chiarìa d’una notte d’estate. Fitto. Denso. Come se il cielo ti sifosse scolato. Così ti ho vestito, Cicì. Mo te lo dico: perfetta felicemi schiaro. Mi gira la testa. Aspetta. Lasciami trarre un respiro profondo.Montagna in un tempo che è stato, rocce innevate, acquaventoscrosciata, affannata, il vasto bastato nel vasto, nel petto giàentrato. Spazzata, sfinita, pacificata, da me allontanata. Mi dico ripeto:ricordati sempre com’ ora ti senti. Non scordare obliare. Neigiorni di freddo calda ti tiene ‘sto ricordo pensare. Ricorda, nonsmemorare. Ricorda: ciò che è assente lo senti presente. Ti sarebbepiaciuto, son certa. Frilà. Pur con parole azzoppate hai capito. Fischio?Che ho detto? Felice? Salìpece. Confessione scola nel sangue.Parlo, ti dico, confesso, confesso pure quello che mai è successo.Fàkkete fùttete bògghete shtùppete. Kalèkkie. Il Don Cazzo mistrazia: ti ha detto, ti ha fatto? come s’ io non stavo né sopra nésotto. Cos’ ho dett’ io? Cos’ ho fatt’ io? Comprendi? “Giacula ilPadre e Ave coi santi.” Immondizia si spazza? Ciò ch’ è immondo silava? ‘Sta faccenda è malsana. Io fotto. Giacula prega. Finito. Capito?M’intendi? L’immondo smondato. Fàkkete frìkkete fùttetebògghete. Fìkkete shtrùppete. Frile-lu-là se sai quel che dico. Tuno. Tu dura tu tosta. Don Polmone questa faccia non vede. Confessati,fallo per mamma. Ricordi vecchiaccia? Confessati, animanetta! Nella veste la mano schiaffata, giacula, giacula sempre. Se intasca non trova il rosario, si smaga, si smatta, si sfrena, si strazia.Chi ci ha il rosario? L’hai preso? Don Coglione le aveva donato oquell’altro che s’era svignato. Nella tasca la mano mi coglie incallita.Non vedo, non immagino prega. Ricordo figuro: la mano nellatasca infilata. Al contrario, mi sono scordata scamiciate ch’ ho fattodi tutt’ i colori; grigio marrone nero blu scuro. La man’ in tasca ritorn’alla mente, se penso. Ma allora nel tempo vissuto, non vidi.Ciò che sta tutto il tempo veduto non vedi, nascosto. M’intendi?Pregava, pregava, altari sparsi per casa. Dietr’ il tubo del gas santinificcati. “Si sta pronti. Devi trovarti mondata.” Pregav’ il dottore:“Cos’è nella gamb’ il dolore? Dammi pasticche, dottore! Ho smarCICÌ229rit’ il fulgore. C’è rimedio dottore?” Che aveva? Ottanta? Novanta?Sta rimedio al tempo che incanta? Piange, si disfa malata, la manoin tasca ficcata. La storia più dà quando più stai svagata. Mi senti?M’intendi? Devo fischiare? Il tempo ci cresce coglioni. Shtràmmeteshgrùnfete. Non avvisa nessuno. Il tempo ci cogli’e ci perde. Persempre, per mai! Friù! Fàkkete fìkkete. Che sempre, che mai? Cetrùlle.Ti smemori, smarrisci parole che sai. Gnàkkete, bògghete. Tiperdi. Ti smosci. Il vero, di’ il vero… il vero, parol’ assai grossa. Di’com’a un nuvola che ci somigli. Se sta, s’esiste, se ce la pigli. Fors’ ilvero nel sogno riesiste. M’intendi? Comprendi? Ci vedi ragioni divera rivolta? Il real’è complesso, l’idea non s’ uguaglia. Comprendi?Capisci? Non hai tempo. Oplà. Mezza vita che scortichi l’altrametà. Shgra-shgrant. Vieni, Cicì, si esce andiam fuori. Stai pronta.La fascia… la faccia… facciamoci belle. Ti fardo… Hai visto capiscipur senza fischietto? Ti fardo. Per resto sta tempo. Frìkkete,gnàkkete. Qualunque sia cosa, sta tempo. Maledetta fottutissimaluce. Fossi cieca, sai quanto mi frega? Ma i’ ved’ e la luc’è essenziale.Cicì, non badare, stai calma, stai quieta, stai certa ritorna. Bah, misembrava… pareva… cos’era? Fàkkete fìkkete bògghete gnàkkete.Lo straniero! Come parlava! Che risa! Ridendo lo persi. Tutto iltempo diceva: “Mio amico, in mia terra lasciato, meo ragazzo measpiètte.” Gli ripet’ oggi-domani: i gay preferisco. Una volta partito,mi scrive: “Ho problema con te. I like you, mi piaci, ma tu miconfondi, my friend.” Mi dico: è ricchione. Peccato. Gli scrivo educata:il problema? “Tu parli sempre ricchioni. I like you, mi piaci,ma tu ricchionessa?“ Capito? Pensa di me ciò ch’io penso di lui. Ciòch’ appare non ha mai punto fisso. Soprattutt a parole. La parola c’inganna. La parola tradisce. La parola è assai infetta. Le ho dettostradetto:lo sput’ alto ti spruzza la coccia. Lei dura, lei tosta: nessunomi ama nessun’ a cui garbo. Una lagna, di piombo. Stai zittasilenzio né lagna nè afflitta. È sorda impiombata. Offesa bestemmia:nessuno mi ama nessuno mi ferma. Una mort’ incarnata, unavita sprecata. Dal blu dentro il blu apparve costui. Il nome? Fàkketefìkket’ i nomi tutti. Vuoi uscire? E usciamo. Cene fiorite regali asaette. Che metto? La tua camicetta? Vestiti scollati, vestiti velatiglissati corpetti, svasati spaccati, nuvola muta due volte mai stessaSi farda di qua, si rimmela là, ombretto rossetto, petto appuntito,unghie smaltate: nere verdastre bluett’e violette. Capelli tirati capellidiscesi capell’ arricciati capelli rigonfi, una virgola qua un ciuffodi là: ross’ infuocato arancio sparato giallo striato ner’ annottato.Mo l’hai trovato l’innamorato? Mo fottiti: è perso. E a te? T’è piaciuto?Io? Che centr’io con lo smidollato? Sempr’abbronzato, tutto230 CICÌgriffato! Persin le mutande porta firmate. Mutande? I boxer? Glislip? Tu che ne sai? Ci siamo: se maschio appare… né olio, né sale.Ho un problema al prepuzio; un’incisione e va via. Del resto, inamore, ch’ importanza ci ha il sesso? In amore? Chi t’ ama? Ma vedise vai! non farm’ inquietare! Che vali? Ti schiaccio, ti disfo, ti smasso,ti spazzo. La casa? Infiorata. I regali? A buttare.L’amore si fece più appassionato. Più lui s’affilava, più lei si smolava.Lei ignara, ne chiese la mano alla vecchia. Una serpe si fece, unafuria. Com’ osa? Chi l’ha chiamato? Quest’ è impazzito, sbullonato,svitato. Sistemati, figlia, è innamorato. Che faccio di amore bollat’e firmato? Ne aborro mi schiaccia svilisce m’annoia. Non mi freg’una mazza. Gnàkkete frìkkete shtrùnzète shmèrdete. Nessuno miama nessuno mi vuole. Te n’ accorgi mia cara dov’è l’essenziale.L’amor’ importante, l’amore che cale è quello che porti è quello chevale. Curioso che parli di storie d’amore! Sono sempre stat’una chemai ci ha creduto. Ma si! Mi sarebbe piaciuta una storia conclusa:l’amore trionfante, tutti contenti, tutti accoppiati per sempre permai. Che sempre che mai! Più sensat’ è pensare che lo guardi e glidici: chi sei? Ti conosco? Straniero tu sei? Il tempo mutato ci mut’in forma sformata. Capisci? Comprendi? Lui dice: “Se vuoi puoifar la regina.” La regina del cazzo. Ai piedi le pose svariati milioni.“Miliardi, se accetti. Iddio m’ha beato con un mare di soldi.”“Scannato, vomito, merda, impiccato. Mi vuoi comprare? Sparisci!Scompari. Se mi vendo t’ avverto.” Ti si può dar torto? L’avevi capitache l’amor che non muore è l’amore che porti? Può essere verol’inverso: il fiato sprecato è fiato d’amore. L’amor non porta form’incarnata. Desiro c’inganna e rest’ ingannato. Sopravvissi all’amoremortale; persin’ immortale mi ritengo per sorte. Sàlipece. St’accorta:le giornate-nottate son corte. Non sbagliai. Era giusto. Quandolui se n’ andò… curioso… quando lui se n’ andò… sia che sia lui,sia che sia un lui o tutt’i lui fuggiti-passati-abbattuti-esalat’ in unfiato. Quando lui se n’ andò… un corteo, una fil’ in urne sotterra.Mai prima ci avevo pensato. Un lui tutt’i lui. Hai visto? Convieneparlare. A furia di rem’ impar’ a remare. Convieni? Comprendi?Paura non hai se sai nuotare. Più intendi, meno paura. Lode a chiaiuta il mond’ a spiegare. Il mondo migliora se’l male scompare? Ilmondato riluce se del male è privato? Uno con due, mono con bino,bianco con nero, acqua col vino, la molla la tira, si fa per dire. ‘Natiritera di fumo e di cera. Intendi comprendi capisci mi senti? Cicìdove stai? Fìkkete gnàkkete shrùntete shtràkkete. Tu m’appaur’aapparirmi alle spalle? Com’ ombra m’assali. Che, ti diverti? Mi senti?M’intendi? Che ben’ è ‘l bene se ‘l male non ha? Bisogna nonCICÌ 231puoi far senza uno smarco. È un bel pensamento. Devo fischiare? Ègià fuggito, passato-mutato. Teniamoci all’erta per altro pensiero,se viene, si ferma, se mai ci conviene. Mi urge il tormento se muoioimprovvisa. Di te che sarà? A te chi ci pensa? Chi si curerà? Sia quelche sia. Nei giri del tempo, ritorna si sperde. Nei giri del tempo,s’addensa schiarisce. Così tu. “Nah, cade, ora cade, no s’alza, ripiglia,già vola, va via…” Fàkkete frìkkete, scord’il tormento. Immemorevivi come foss’immortale. ‘Sta molestia nascosta, ‘sta penadolente sta tant’inculcata sta com’accucciata dormient’ estraniata.Ciò che sta tutt’il tempo scoperto, non vedi, resta celato. M’intendicomprendi? Ishpanò me me ddà, me me ddà rishtrunzà. Stranier’alla mia sofferenza. Katzetù patatà. Ecco qua. Sai come ti faccio laveste? Sul petto scollata, la vita rialzata. Sospes’a spalline. Li arrapi,li attizzi, li drizzi, li arricci. Che stizza mi fai co’‘ste zizze appuntite.M’è cupo ‘sto gufo, ‘sto pozzo cornuto, mi fott’il voluto, m’incute,mi sbrucia, mi muta. La vita vissuta mi smezza, mi strugge d’amoredistrugge d’invidia. Che bell’ apparivi! Che bella creatura! Form’informata di bellezz’inviolata, ignar’elegante, deumanata. Bella com’iomai potessi sognare, tu sconosciut’ a te stessa nascosta. CheDio è mai questo che sparge bellezz’ a chi non l’apprezza. Una pazzasfinita che mai niente capì d’uomini e vesti. Che ridere, dai! Cicì,dove stai? Pure quando mi fottono ti pensan’ i maschi. Ti ricordidi quello… strafottiti i nomi… cos’infiorettato… tant’educato…saluta persino lo specchio… ubriaco di te, sono certa. O almenocosì mi sembrò. Scordato quando svanì svaporato nel blu. Non michied’ il perché! Non so più. Eppure mi piacque. Veniva con meper non farmi nemica per sentirsi con te più amico, ti dico. O forsesolo perché era educato. Vecchiaccio riposto chissà se lo specchiogli ha mai risposto. Peccato. Friulà katzetù patatà. Pensamento piùaccorto disvela concetti accucciati. A furia di non esser voluti… némai bramati… scompari. Mi spazza mi spezza mi spizza mi spuzzache sposti una letter’e muti sembiante.Floride iene e cene a mezzodì. Mutare m’aiuta, inganna l’inganno.La vita… giocarla con grande magagna. Ecco! Caco coca, oca. Tagliala mela con lame: che male! As a matter of fact a cat is an act oftact. Henry ne pronònce rien si bien comm’une hache, qu’enfin ilse fache et comm’un chien il se cache. Per fugare i miei topi o il gattoo comportamenti pietosi. Miagola la mia gola. Potevo guardaresenz’essere vista. Te l’ho detto migliaia, milioni di volte. Io prevalgosul vero. Non so come spiegare. S’infettano certi che io non li vedo.Ma cazzo se vedo. Li vedo e tocco con mano ‘sta voglia deviata chehanno per me. Vogliono te e vengon con me. M’incollero, adi232CICÌro, mi piglia furia vermiglia: io so di loro quel che non sanno essistessi. Ne gongolo in petto, gonfiata, gaudiata. Le foglie? Paroledi alberi muti. Nelle foglie si coglie parabol’arborea. Ti sei vista,Cicì? Inzuppata. Non temi, non strappo ‘sta pezza cisposa, ‘stostraccio stopposo. Madraccorata. Signora-dei-sette-dolori. Clug.Clup. Clut. Verminosa. Di blu velombrosa. Velenosa. Perigliosa.Quand’apprendo anch’io silenziosa? Esatto: il gatto tutto matto hafatto il patto d’esser ratto. Se dovevo finir’ a un corredo servire!Lavar’ e stirare. Mi fa compagnia? M’impegna? M’intigna? Nonspiego magagne. Bisogna tenerlo pulito-incignato. Non sai comeci sei capitato. Intendi? Comprendi? Friò. La vita va e viene, dicevala vecchia. Ad ogni neonato ripete: la vita va e viene. Ogni cambioc’inganna, ogni cambio reinganna: gioca la vita prudente-fremente.La vita si lotta; che scansi se accett’ il marasma a remare. Mi provosorpresa. La forma già appresa rispazia spaziosa. Ma ancora, nonposso negare, callosa, forma lucata-lucente che l’occh’ ingannatoriapprende.Dove l’inganno? Dove l’insidia? I topi sembrarono mici. Che dico?conigli. Se l’ ignori stai sazio, gli spazi bastanti; l’affanno ti cogliese vengon’ avanti. Straripano, stridono, irridono, occhi di sangue,insolenti- acquattati, nel lett’ affollati. Frìkkete, fàkkete, fùieteiàhhh! Coltelli molati, baston’ appuntiti. Sparite, svanite, scellerati,sciancati! Non gioi’ e riposo nelle notti sbattute. Giochi lubrichi inlett’ accecati. Fùiete… fàkkete… iàhhh…! Ogni cambio c’inganna,ogni cambio reinganna: ancor più infossato ‘n’altro pozzo cornuto.Che credi, che dura? Sta’ certa, ritorna. Li sento grattare. Spauro?Spavento? Sseh! Shtrunzà caictù tarapù. Kahictà kahictà. Kalèkkie.Non serve certezza da fuori. Non gioco, non cresco figli-sognanti.Se gioco mi gioco, mi capisce chi sa. Da sola, né prima né dopo, nésempre né mai.Shtrunzà katzetù patatà. Non mi pento di niente. Noi due quaggiù-abbasso. Il mondo si stermina a chi si estrania da vita. Finita.My life, dein leben quasi compiuta. Ma sì! Voluta l’avrei una storiad’amore felice compita: l’amore trionfante, contento, accoppiato,con sempremai, per sempre per mai. Che sempre? che mai? Checontent’ accoppiato? Di che? Hoc corpus meum: pigliate-inghiottite.Hic calix sanguinis mei: strafocate-trincate. Che credi sentissicol Don Cazzo fremente nella bocca ficcata, fetente?L’anima sbotta dentata, straniata, da me allontanata. M’indago,m’esploro. Sbottata. La notte prima, la vecch’ i conigli avev’azzannato,sgozzato, squartato. “Ah con che amore li avevo cresciuti, inCICÌ233grassati per festa, dare allegri’ al tuo ingresso trionfante nella chiesadi Dio!“ Coltell’ in gola ficcato, conigli stridenti, vit’ ingannata,fuggita. Fisso stranita. Che Dio non aiuta conigli sguarniti, bruno-vermigli di sangue cagliato? La vita lasciata, staccata, sfigliata,smorzata. Shtrunzà… katzetù… patatà… Tempi scuri. Confessomia debolezza: ci fu ‘n tempo quando le facce m’apparver’ uguali.L’un’all’altra somiglia e ciò mi scompiglia. Non c’è differenza.Io guardo, le fisso, non vedo cambianti. A me stessa ripeto: amaletutte o strappa dal petto quest’amor’invadente. Cicì, dove stai?M’intendi? Io forte l’affermo: una sola smaniavo fermare. Una solavolevo violare, carpire – nei sacri recessi – penetrare oltraggiosa,remoti inviolati. Violenta. Dietro facce disfatte, sformate, sfasciate,discerne una volta l’unicità. Può essere amarla. Chissà. Se sta. Chidire lo può? Intendi? Comprendi? Capisci, Cicì? Devo il fischiofischiare? Senz’importanza la storia m’appare da un secolo fa. Nelmio pensamento mi penso domande: quandocome la faccia si volta?Tu stessa sformata, sfacciata, ammassata, bove squartato, appeso,frollato. Meglio starsi acquattati, nel tempo fluita, in vero-similistorie narrata. Ti giochi, diverti, t’inventi reale, sognante, cullata.No ro no. Meglio così. Noi due quaggiù-abbasso, prima-dopo, isolate,sfigliate. Kagliashtrò sagapà. Shgrunt. Io di te preoccupata.Tu a me diniegata. Mira: di tutta vita rubata, quanto poco restata!Come quando bambine, ricordi? Giragira la testa turbata, sfinita.Per terra buttata, scoprivo già te ritirata. Adagio risalgo le gambe,ti vedo di zizze scoppiata, beffarda risata. Quel riso d’ebrezza m’hapreso. Mi pare di avere compreso il ver’acquattato: “Rimira ‘stoviso, rimira, ricorda.” Il gioco dimesso, lo scrupol’esente, ti odiodetestoliberamente. Io posso odiare. Ti odio. Violenta. A quel temporavviso: la storia non parte da noi. Muta sembiante, l’idea si mutapassatofuturopresente. Se mai speri fermarla, ti sbagli. Un termineesclude. Profondo si sente il bisogno di avanti. Mutat’il sembiante,va’avanti. Ingannat’ingannando, va’ avanti. Che disastro là fuori.Noi due quaggiù-abbasso. Meglio così. Cometa tornata. Duemilsettecentoci ha messo. Solo per caso distante. Lontana-perduta,un’altra stella vagante, ignar’al presente, c’impatta: finito, frìkkete,sciò. Che spasso. Che sfascio. Che splash. Che sciò.Perigli’ incombente d’univers’insidioso. No ro no, meglio così.Noi due quaggiù-abbasso. ‘Sti vecchi pensieri m’hanno sfinito. Neltempo fluito restiamo marciti. Ti ricord’il fissato? Nottate perdutenel letto! Pensiero-smarrito in gravità rallentata. Quello, baffetto,l’elegantino, quello fissato col bigliettino. Scriveva, scriveva. “Cisarà, ci dev’essere legge terrena per cui ‘l pensier’ al peso ci scap234CICÌpa.” Scriveva, scriveva, giorno-notte pensava. Tràkkete, pùffete, innotte più nera te lo vedo già in alto merd’e tutto saliva. Nah, cade,mo cade. No s’alza, ripiglia, già vola, va via! Ritorna! Che importa,faccia di merda, vuotavacante! Il vuoto che esprimi, certezza mi dà.“Non posso, mi vida, mi amor, mi corrìda! Il pensiero ci ha peso: ilpensante… pesante. Capisci? Se lo svuoto vacante, volo all’istante.Bye bye, mon amour!“ Requi’ etern’ a te pure, errante-cacante. ‘Stivecchi pensieri m’hanno sfinito. Nel tempo fluito, restiamo marciti.Shgrutupùm, turupùm, pum pum… pum. Proprio capisci? Tipiace? Shgrutupùm, turupùm, pum pum. Hoc corpus meum: pigliate-ingoiate. Hic calix sanguinis mei: strafocate-trincate. Giustalezione di realità. Se sensata foss’io, aprir mi dovrei a ciò che sarà.Quel che fu ce ne fotte. Mi sbalorda trovare parole per strazio cheaffiora, mi sborda. Il verbo non spiega né mondo né morte. Verboche muta ti fotte a parole. Parol’in parola torna sfacciata, sformata,ignorata. Nihil esse. Ciò ch’è stato rimane-sarà. Uiktù, shtraikanshtrù,diktù. Shtrufanciù, diktù, diktù, utkù. Tzaiktùkruitzkciù,scktzlusciù. Perché farti dovrei una veste banale? Mi adira saperlonon mio. Dur’ a cercare, più dur’ a trovare. Una vest’ inventata,ogni linea pensata, differenziata. La vecchia m’ha dato le regole sue?Non voglio, rifiuto regol’ imposte. Non contro natura, ma contronatur’ inculcata. Il pensiero m’arrid’ e chissà dov’ arriva. Nella gioiasiam vive! Cicì vieni qua. Suvvia, danziamo. La speranza è il riflessodi Dio sul volto dell’uomo. Vuol dire? mi rappresenta? Sperar disumanaogni merda di uomo? Non intendo nè vedo collegamento.Che silenzio là fuori! Rimira, sorella! Hush. Cicì, dove stai? Tutt’inzuppata, infracidata. Vuoi essere tanto di mazzate sfessata. C’eraun tale, uno sposo, all’aspetto inquietante: occhi a palla, da occhialischermati; non ride, sghignazza quando versa il vino del nero piùnero in coppe di razza. “Per primo? Piccione?“ “Secondo? L’uccello?““Per frutta, la fica?“ “A te la banana o il cannolo infarcito?“ Sisguaia con gli ospiti e mira la sposa. Lei avvampa, schernita, sforz’un sorriso. “Un regal’ agli sposi abbiamo portato: coltell’ e forconeper carni arrostite”. La sposa di ros’addobbata, s’industri’ ad estrarreil coltell’ affilato, con ditini maldestri, manuzz’ ingoffite. Lo spososmaniava: “Facc’ io, st’a vedere.” Con mano più esperta, tira fuor’ilcoltello, rimira la lama, la struscia sul dito, la sfiora, l’ammira incontemplazione. Soffiando-sbuffando, vermiglio mattone: “Lo senti,tesoro, com’è bell’appuntito?“ Mezzanotte batteva… Cicì, oradormi? La veste ti faccio come promesso: scollata sul seno, la vitarialzata, spalline-sospesa. Di Dio spera è riflesso sul volto dell’uomo.Di potere saputi, angeli prendon’ orgogli’ e superbia. Salìpece.CICÌ 235“Signore, è l’amore che fa tanto soffrire?“ “Sì. L’amor più l’amore.”Sì, ma che amour? Che love? Che liebe? Noi ‘nvoltolate, nell’attesaattardate, speranzose nel principe azzurro… celeste, pur avendocapito ch’ è un falso partito, che un mezzo-melone ci è capitato.Nessuna che dica: che mezzo-melone? Io valgo la luna, io vogliotutto. Femmin’ e rospi baciati a milioni, cuorì incantati, rospi svagati.Ingannata-frodata.Rospi rosposi rovina-rognosi restarono tali. Uno solo mutato, dibotto passato a fare la tele. Fàkkete bùgghete fìkkete shgrùndeteshgrùffete shgru. C’era una volta… confesso riscatto di vita ho sognato.Il sogno è già tale se privo di patti con vita reale. La poesianon è tale se mi screo immortale. Disse il poeta sognante-fiorito:“Vieni a teatro, nell’etern’ apparire!“ Ti prendo in parola! Di suonirivestimi, certezze reinventa. Il poeta cullato, in fuga-svegliato, milascia nell’eco di parabole perse. Lancial’ in alto, più alta che puoi…né faccia, né volto, nè prima, né poi. Occhi di luce non oso guardare,mi guardan lucenti e torno a sperare. Capisci? Comprendi?Cicì, dove stai? Devo fischiare? Son certa che un giorno mi guardie m’intendi. Shgru-shgrunt tutto il giorno dentro le orecchie, dapprimaleggero, poi presente-costante. Shgru shgrunt nelle orecchiem’assilla assillante, shgru-shgrunt dentro il sangue mi pulsa pulsante.Ti lotti ti muti ti smorzi ti spezzi ti svuoti. Noi contente-vuotatedi contenuto. Palle sfollate palle afflosciate. Vortici venti violenti.Viluppo di foglie sfinite, svilite, svolate. Voglie finite. Che faccio dime intenerita da notti stellate? C’era una volta… una volta… unavolta… mi vede sul tempo chinata… da luna cullata… parole…parola adamantina. Hush. Salìpece. L’amore deflesso m’arriva daspecchio specchiato riflesso. Mi dico-ridico: resisti. Son sciocca macredo ch’esiste. Resisti. Succede! Vedrai. Che bestie curiose le falsesperanze, la gente sognante! Le guardi dappresso, le scopri deluso,di grana grossa, grinzose. Basta saperle? T’illudi. La gente più illusaè figlia reale del presunto essenziale. Un nodo alla gola m’assilla,mai lieve-librata da voglia d’amore. Nel fondo resiste incarnatonei giorni. Rospo cisposo, l’idea mai s’eguaglia, le parole son motafranata. Il vero raglia alle orecchie, strigliate da regole mute, reseopache, stranite. “Parole?“ “Oh, le par?“ “Parole?“ “Le paro.” L’orsapersa stesa sul dorso si volse sul torso si tirò un morso chiese soccorsoprese di corsa la borsa e s’immerse nel terso universo da rimorsoriarsa. L’orso rincorse. “Orsa, orsa!“ Risorse bevve un sorso. “Orsa,orsa! Riposa! Ora so cosa si posa sul vaso della tua anima rosa!“ Leporse una rosa… innumeri fole cullate, lagne sognanti. Nel tempofluito restiamo marciti, speranze smorzate, forse-forse mutate. Mi236 CICÌdico-ridico: voglie finite, riposa, stai quieta. Di cosa? Nel blu sirimbalza un rosso vermiglio, forma inviolata la notte scompiglia,di quiete mi sfiglia. Il mantello legato a caviglie si gonfia di vento,anfora-forma si leva leggera. Nah, cade, ora cade. No s’alza, ripiglia…il vento si placa, la gloria ritorna in form’ incarnata, pesantebramata.Shgru-shgrunt. Cicì, dove stai? È’ parlare reale o sognato?Chissà! Se sapevo… scordato. Shtrunzà katzetù patatà. Kalèkkie.L’ho sempre saputo di me: sventata, non primadopo, sul ciglio, nonpadri ma figlia sfigliata. Storie inventate per farvi dispetto, a te, lavecchiaccia, alla vita. Cicì, statti quieta, stai serena con me. Questapena dolente sta profonda inculcata, cocciuta, dormita, stranita.Ciò che sta tutto il tempo veduto, non vedi si sta ben celato. Noro no meglio così noi due qu’abbasso. Noi due primadopo. Kaiktò.Sai che c’è? Ti fardo di qua, ti rimmelo là e poi ce ne andiamo. Tuchiedi: ch’è meglio tra chi rest’ e chi va? Nel tempo fluito restiamomarciti. Storie distorte. Corso morso torso morto torto corto portosorto aborto…aborto… shgru shgrunt.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 237RINGRAZIAMENTOI testi teatrali in dialetto qui riportati non sarebberero maiesistiti senza “i Baresi”, il gruppo di amici, incontrati il 6giugno 1971.Di quel percorso parlo diffusamente nel mio contributo aAttraverso il Teatro, ed. Dal Sud, Modugno, 2004.ELENCO SPETTACOLI de I BARESIA La Pòste: Sportèlle Penziòne, farsa in un atto con untempo introduttivo di fiabe, canti e poesie del popolo pugliese.Interpreti: Annamaria e Marisa Eugeni, Rosa Ferli (Lavacca),Maria e Vincenzo Ventrella, Pino Tempesta,Gennaro Marciano, Giuseppe Solfato.Scena e Regia del Gruppo.Anteprima: Circolo Ricreativo E. N. E. L., 23 marzo1972Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 29 maggio 1972con assistenza tecnica, effetti sonori e luci di Gianni Bellomo,Gianfranco Carbone e Peppino Losito.La Fèste De Sànda Necòle, ricerca di gruppo in sette quadrida un’idea di G. Solfato.Interpreti: Marisa Eugeni, Maria Teresa e VincenzoVentrella, Rosa Ferli, Roberta Pepe, Gennaro Marciano,Pino Tempesta, Giuseppe Solfato.Bozzetti di Maria Teresa Ventrella.Scena e Regia del Gruppo.Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo, GianfrancoCarbone e Peppino Losito.Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 22 gennaio1973.238 TEATROLa Patròne, un atto.Interpreti: Marisa Eugeni; Maria Teresa Ventrella; AnnamariaEugeni; Donatella Nocera e Pino Tempesta.Costumi del Gruppo.Scena e Regia dell’autore.Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 9 dicembre1974.Un Fatto: Bari, 27 aprile 1898, due tempi.Interpreti: Marisa Eugeni, Maria Teresa Ventrella, Silvanae Paola Lavermicocca, Lucrezia Lamberti, DonatellaNocera, Piero Dell’Erba, Leonardo Scorza, PinoTempesta.Costumi del Gruppo.Musiche di M. T. Ventrella e G. Solfato.Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo.Scena e Regia dell’autore.Prima Rappresentazione: Sala B del Padiglione dellaCassa per il Mezzogiorno – Fiera del Levante, 3 aprile1977.Per Donna Sola, monologo in un atto.Interprete: Marisa Eugeni.Assistenza Tecnica e Luci di Piero Dell’Erba.Diapositive di Pino Tempesta.Musiche di Berio, Fox e Jagger, New Order Fact, Eno.Scena e Regia dell’autore.Prima Rappresentazione: Libreria Foyer, 23 ottobre1982.PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre) 239

 

Una replica a “TEATRO UN PERCORSO NELLA LINGUA BARESE (e oltre)”

  1. il futuro è formato da ‘avere a’, non ‘avere da’. non c’è, dunque, elisione della ‘d’

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