Recensioni Pani
Tutte le recensioni sono contenute in La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari.
Giovedì 1 giugno 1972, pag. 6
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Presentata ai Campi Elisi
A la Poste…, una farsa che sarebbe piaciuta anche a Brecht
Lo spettacolo proposto, in dialetto, da i baresi è un tentativo interessante di presentare un teatro popolare senza cadere nel folklore.
Ai Campi Elisi (Piazza Garibaldi, 67), per lo spettacolo A la poste, sportelle penzione, farsa in un atto con un tempo introduttivo di fiabe, canti e poesie del popolo pugliese, presentata dal nuovo gruppo i baresi, ero andato con molte prevenzioni. Dopo una stagione divisa tra impegno e pseudo impegno o teatro d’evasione che non fa evadere da niente, anzi aumenta il nostro senso di claustrofobia, mi accingevo anche a subire la violenza ricattatoria della popolarità del dialetto barese, aspro e scontroso, di cui capisco ancora poco, pur dopo tanti anni di permanenza a Bari.
A fine spettacolo, invece, mi son visto scattare in piedi ad applaudire, a gridare bravi! come un critico, per non essere criticato non dovrebbe mai fare. I teatranti, anche a Bari, sono ormai tanti ed è bene che il critico, che essi vorrebbero sempre severo (naturalmente, mai per sé stessi, sempre per… gli altri) non si faccia tanto trascinare dall’entusiasmo. Ma mi ero divertito come a teatro capita sempre più di rado.
Questo dei i baresi è uno spettacolo serio al di là del comico che esprime ed è un tentativo interessante, nuovo, di proporre un teatro popolare senza cadere nel folklore o nel sentimentalismo paesano.
Ad una prima parte (annunciata in modo troppo impegnativo, in verità!), ricavata dalla tradizione non solo spontanea ma anche letteraria di scrittori locali, segue una farsa che sarebbe piaciuta anche a Brecht. Il divertimento che nasce dai casi di un gruppo di poveri pensionati dietro uno sportello postale in attesa della pensione viene spezzato da un doppio finale proposto, in modo problematico, alla scelta dello spettatore. Se cioè, il pensionato rimasto senza pensione debba accontentarsi della fraternità (carità) degli altri che lo invitano a pranzo o deve protestare ed esigere dall’ufficio il suo diritto ad avere la pensione al di là delle complicazioni burocratiche oppostegli che sono sempre complicazioni di potere.
È un tipo di discorso in cui i baresi potevano finire nel didatticismo da quattro soldi e nel politicismo da due che ci sta affliggendo dal ’68 in poi con i cascami, ormai, del grande movimento di protesta di quell’anno. Invece, la semplicità della proposta, la leggerezza del dettato linguistico, immediato e reale, la calibratezza dell’azione scenica, l’umiltà, la vivacità espressiva degli attori ci hanno entusiasmato.
Quali i limiti ed i pericoli: certo bozzettismo, certe cadute nel poetico: la poesia va sempre combattuta aspramente perché nel dialetto finisce per essere sempre evocazione sentimentale, consolatoria della sorte degli oppressi, gli attori che si ripetevano un po’, e, infine, la parte musicale.
Ma sono appunti che valgono soprattutto per il futuro come contributo per portare avanti un discorso che merita attenzione. E tengo fermo il mio bravi! A Maria Ventrella, Marisa Eugeni, a Giuseppe Tempesta, Annamaria Eugeni, Gennaro Marciano, Rosa Ferli, Vincenzo Ventrella, Giuseppe Solfato che è coordinatore del gruppo e autore della farsa. Il pubblico ha applaudito a lungo e calorosamente.
E. Pani
Giovedì 25 gennaio 1973 / pag. 11
Presentato ai Campi Elisi
Un tocco di malinconia in uno spettacolo divertente
La Feste de Sanda Necole messo in scena i baresi
I baresi con La Fèste de Sànda Necòle si confermano un gruppo teatrale dalle idee fresche, vive. È una formazione interessante e siamo lieti di poter confermare il positivo giudizio già espresso in occasione del debutto lo scorso anno.
La Fèste de Sànda Necòle è uno spettacolo di ricerca. Da un’idea di Giuseppe Solfato il gruppo si è mosso per recuperare i testi popolari della tradizione orale e scritta del popolo barese. Data la difficoltà del reperimento del materiale (Bari non ha una ricca tradizione) sono stati utilizzati anche testi letterari, ma pur questi sono sommersi dall’andamento scenico che ha il taglio della creazione immediata, spontanea, siamo fuori dal bozzetto dialettale, dalla scenetta comica del tipo di quelle, straordinarie una volta, di Colino e Marietta a Radio Bari, siamo in una dimensione in cui il dialetto è momento drammaturgico per un teatro che vuol essere alternativo all’usuale. E come? ritrovando il senso misterioso e furioso della festa, del gioco, del rito – donde il teatro nasce – tanto più veri, quanto più vicini all’animo del popolo nel cui seno feste, giochi, riti sono nati.
Perciò l’uso del trucco che colora il volto, le folli parrucche, gli oggetti (collane, ninnoli, fiori) con cui gli attori diventano personaggi, ben al di là del voluto richiamo critico alle mode d’oggi, sono un vero mascheramento da festa, come negli antichi riti agresti si tingevano di mosto il viso e le mani o nel Carnevale tra il popolino s’usava uscire avvolti in grandi scialli o colorate coperte, come barracani o mantelli di cavalieri e dame dell’Oriente favoloso e lontano.
Lo spettacolo, divertente con qualche rapido tocco di malinconia perché perdùte jè la memòrje – nge fàsce màl’u còre, colorito, aspro ha un inizio straordinario con un San Nicola che balla mentre s’odono urla di pellegrini e, allegre, le note della marcia della marina. Altri momenti da segnare: quello dei proverbi, dei richiami dei venditori, dei giochi. Lo spettacolo, che ricorda alcuni lavori di Raffaele Viviani può essere arricchito e reso più mordente. Curando tempi e ritmi, disarticolando gesti e parole, per tirare fuori tutta la follia, l’angoscia che sono, ad esempio, dentro le grida antiche dei venditori. Utilizzando le tecniche del teatro sperimentale, senza, per carità, diventare degli sperimentali (ce ne sono già tanti ad affliggerci!).
E ciò per avere uno spettacolo che sia il ritratto di un mondo, quello popolare e delle sue bellissime feste, che si sgretola, ormai. Non basta, cioè, come fanno gli attori,buttare in aria, alla fine, il Totem televisione che occhieggiava onnipresente su la Fèste de SàndaNecòle, ma bisogna arrivare a questo tipo di finale con un discorso drammatico che si disarticoli e si frantumi esso stesso come la società che vuole esprimere.
Citiamo tutti insieme Marisa Eugeni, Maria Ventrella, Rosa Ferli, Roberta Pepe, Gennaro Marciano, Vincenzo Ventrella, Giuseppe Tempesta e Giuseppe Solfato (primus inter pares), i componenti, cioè, di un gruppo che ha lavorato insieme nella ricerca di testa (ve ne sono del ‘200 e del ‘400) realizzandoli, poi, scenicamente con notevole impegno e sacrificio.
Vivo successo e applausi del pubblico che affollava i Campi Elisi. Lo spettacolo si replica fino al 27.
e.p.
Mercoledì 11 dicembre 1974 / pag. 10
Ai Campi Elisi il gruppo i baresi
Angoscia e ribellione nella feroce Padrona di Solfato
Eccellente interpretazione di Marisa Eugeni e Mariateresa Ventrella
Il gruppo i baresi presenta il suo nuovo spettacolo La Padrona di Giuseppe Solfato presso i Campi Elisi in Piazza Garibaldi. Gruppo saldo, maturo i baresi sono gli antesignani, i più genuini, della recente riscoperta del nostro dialetto. Il lungo viaggio di Solfato nel dialetto barese si ancora sempre ad una matrice culturale, ad un impegno di provocazione che realizza con tecniche moderne, un discorso che vuole ravvivare, creare, ove manchi, una tradizione e questa allontani dalla usuale provvisorietà dei fatti e fatterelli del vicolo, con problematiche moderne (al limite di angoscia esistenziale che è, forse, la vena più profonda di questo La Patròne).
Il pezzo ha, però, – ed è una costante, ormai, che sia o no, dei testi di Solfato – un suo intento dimostrativo, didattico nella linea del teatro epico brechtiano. In molti momenti, per la sua essenzialità, richiama l’austerità di una moralità medievale (un tipo di teatro popolare con intenti di ammaestramento e di esaltazione delle virtù). Non sempre la tensione regge, però; a volte si ammorbidisce nel bozzetto, purtroppo, e viene fuori il patetico.
La trovata narrativa è semplice e – va detto – non originale: da una parte una ricca, avida padrona di casa, dall’altra una povera inquilina. Dal loro rapporto-confronto, che è nella linea padrone-servo, oppressore-oppresso, nascono una serie di risvolti particolari. La padrona esercita, con condiscendenze umanitarie, la sua tirannia sull’inquilina povera, la quale si vendica col pettegolezzo. Di questo, infatti, si serve per preparare una ribellione che, si illude, possa darle la ricchezza (se non la pretesa felicità) della padrona. Mette contro madre e figlia in uno scontro (abbastanza risaputo) tra modernità di concezioni e tradizione, fino a provocare la fuga della ragazza ed un collasso della padrona.
Si rifiuterà di concedere ad essa la medicina salvatrice, pensando ad arraffare la roba. Ma, pentita, incapace di andare oltre un confuso arraffa-arraffa darà la medicina alla donna, aiutandola a ridiventare padrona. Tutto ritorna come prima in un destino che pare ineluttabile. La padrona, con la sua umana ferocia, lei con il suo impotente rancore.
La ribellione, dice Solfato, ha bisogno di una ben diversa coscienza e di un ben diverso modo di realizzarsi. Ecco l’intento dimostrativo, ecco la moralità.
Un unico panno bianco limita e avvolge la scena senza tagli che s’aprano ad uno spiraglio, almeno di luce. Marisa Eugeni è una splendida, inesorabile padrona, Mariateresa Ventrella la disperata, patetica inquilina, resa con aspra bravura. Annamaria Eugeni è la figlia, Pino Tempesta e Donatella Nocera curano il buon commento musicale. Molti applausi: Si replica da stasera alle 20,30.
e. p.
Giovedi, 5 maggio 1977 / pag. 11
Al Cral Enel per Proposte 77
Stimolante spettacolo presentato da i baresi
Nell’ambito del nutrito cartellone che spazia dal teatrp al cinema , alla musica) presentato da Proposte 77 – Comitato dei Gruppi pugliesi – promosso dall’Arci , presso il Cral Enel ma Bari, ha esordito il gruppo i baresi in Un fatto: Bari 27 aprile 1898 di Giuseppe Solfato.
Questa dei i baresi è una formazione di rilievo culturale che ha tentato in modo organico un discorso serio sul dialetto e non ripeteremo le note positive espresse per A la poste… San Nicola. Questa volta tenta una interessante operazione (un precedente mi pare possa rinvenirsi ne Il processo del Cut) in cui la ricerca dialettale è ricerca storica sulla vita della città e quindi sulla sua attuale realtà.
La storia rievoca il giorno di gloria di una povera donna di Bari vecchia, detta la moscia, che si ribellò per l’aumento del prezzo del pane, innescando un meccanismo di giusta ribellione per le gravi miserie del tempo con vasta eco e risonanza, anche se fu facilmente riassorbito.
Emerge – oltre la accurata ricerca storica ed il riferimento all’attualità -, però, quella problematica esistenziale che già interessò l’indubbia e notevole sensibilità creativa di Solfato in La patrone. L’inizio e il finale di Un fatto… con l’apparizione di tre pretese figlie di Anna (un po’ streghe scespiriane, un po’ barivecchiane insultanti) sono infatti icastici, allucinati, colorati di humour nero e smarrimento esistenziale.
Lo spettacolo è valido e stimolante (ottima la riunione del Consiglio comunale). C’è un salto, però, dalla intelaiatura pensata all’esito scenico complessivo. Purtroppo, certe idee avrebbero bisogno, per realizzarsi, di molti attori e bravi ed il gruppo è composto di dilettanti (nel senso migliore) che posso provare solo ad ora tarda e tra mille inevitabili difficoltà. Con le magnifiche Marisa Eugeni e Mariateresa Ventrella sono Piero Dell’Erba, Silvana Lavermicocca, Lucrezia Lamberti, Donatella Nocera Leonardo Scorza, Pino Tempesta.
Intanto le Proposte continuano. È un’ottima iniziativa che, raccogliendo in modo organico anche se con inevitabili alti e bassi, tante forze culturali pugliesi, fa sperare per l’anno prossimo, in un rafforzamento delle manifestazioni così che possano anche esservi … proposte in altre città.
e.p.
Sabato, 23 ottobre 1982
Monologo di Giuseppe Solfato presentato da Marisa Eugeni
L’angoscia di una città
Al di fuori dei teatri, a volte si trova il meglio del teatro. Ho visto così l’ultima fatica di Giuseppe Solfato il monologo Per Donna Sola interpretato da Marisa Eugeni alla nuova libreria Foyer in Viale Giovanni XXIII, 8.
Una libreria dello spettacolo, tutta agghindata e ricca di pubblicazioni sul teatro di prosa, il balletto, la musica, un angolo per la consultazione di vecchie riviste animate da gente che crede nei libri ed ama il gusto e il sapore del palcoscenico. Per Bari un’altra sfida, un’altra prova che questa città ha voglia e capacità di capitale.
In un momento in cui non si legge poi tanto, aprire una libreria e specializzata, per di più, come si trovano soltanto a Roma, Milano o Firenze, significa che corre sotto la pelle di Bari un sangue caldo, una voglia di fare che sarà difficile fermare. Ma quale Bari?
E qui cade a proposito questo monologo di Solfato. A noi non piacciono monologhi quando pare che siano soltanto occasione per un impudico offrirsi dell’attore o dell’attrice o un giocare al vedino, signori, vedino e giù il salto mortale col fiatone o lo sputare fuoco con un po’ di enfisema. E non ci piacciono neppure le diapositive in scena che diano l’idea di essere finiti in una lezione all’Università con le fotografie…
Ma se pure Per donna sola corre il pericolo di essere un po’ il triplo salto mortale per la protagonista e la lezione sul tramonto di una città, con le pur splendide diapositive di Pino Tempesta, è impressione di un attimo, si finisce per essere trascinati ed applaudire.
Perché, questa angoscia di una città che sta per essere inghiottita dalla voglia metropolitana, questa disperazione di vivere come oggetti tra una montagna di ferraglia automobilistica in movimento o parcheggiata, questo terrore della solitudine nello schiamazzo di questa ferraglia, Giuseppe Solfato li sente con verità di poeta e con una coscienza drammatica fresca, carica ancora di promesse, ricca di turbamenti e solarità. E Marisa Eugeni – barivecchiana che nel narrare i piccoli fatti propri si carica di quegli sgomenti – è una splendida attrice che qui recupera ritmi di avanguardia, letture foniche di un dialetto mai banale, malinconie contenute e pudiche ed un brivido appena di sensualità.
Applausi e molti, allora, per lo spettacolo e per la libreria Foyer che lo ha ospitato.
e.p.

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