Quello che segue è il testo della lezione che ha concluso il seminario intitolato “Lo sguardo”, organizzato presso la Biblioteca del Liceo Scientifico “A. Scacchi” di Bari, dal prof. G: Solfato, coadiuvato dai proff. A. Milella e C. Penco e rivolto agli studenti delle classi V A e V I.
Lo stesso testo verrà pubblicato nel prossimo numero di Nuovi Orientamenti.
Bari, 12 marzo 2009.
Quando lo sguardo dell’uomo incrocia quello di Dio
di Padre Giulio Meiattini osb
1. Dio visibile o invisibile?
E’ possibile vedere Dio? C’è qualcuno che l’ha visto e ne ha raccontato? A queste domande sono state date fondamentalmente due grandi risposte, già nell’antichità precristiana. Il politeismo greco-romano, con la sua mitologia antropomorfica e le sue raffigurazioni pittoriche e statuarie, anche nell’ambito del culto, dava forma concreta alle divinità, pensate e immaginate sub specie humana, con tutti i pregi e i difetti degli uomini. Il divino era un duplicato, in scala superiore, del mondo umano. I simulacri degli dèi erano perciò legittimi e coerenti con questo modo di pensare; essi, in fondo, potevano dire qualcosa di vero sugli immortali, dal momento che questi erano lo specchio del mondo umano. I miti confermavano questa visione con storie pittoresche, che narravano dei rapporti degli dèi fra di loro o delle loro incursioni e apparizioni fra gli uomini.
Nella stessa tradizione greco-ellenistica, tuttavia, era presente un’altra linea di pensiero, testimoniata da alcuni tragici e affermatasi soprattutto nella filosofia. Il dio viene ritenuto trascendente, fino al punto da considerarlo o impensabile e inconoscibile o addirittura il grande assente, colui che in alcun modo può (o vuole) intervenire nelle vicende degli uomini. Il neoplatonismo (che in alcune ramificazioni giungerà a ritenere superfluo lo stesso culto esteriore e sensibile, la celebrazione di riti pubblici) sostiene l’ineffabilità di Dio, il suo essere oltre ogni immagine e pensiero, disponibile solo ad un’esperienza interiore che conduce al dissolvimento della coscienza umana nell’Uno-Tutto divino. E’ questa, in fondo, anche la via delle grandi religioni dell’estremo oriente, dalle Upanishad al nirvana buddista, anche se queste stesse tradizioni conoscono, in certe correnti, un affollato mondo di divinità antropomorfe e teriomorfe (come nell’induismo).
Alla domanda di partenza si risponde dunque in modo o affermativo o negativo: gli dèi si mostrano, agiscono nel mondo, hanno una forma; oppure: il dio è invisibile e non rappresentabile. Due posizioni esclusive, quella del mythos e quella del logos, che non riescono a integrarsi e che rappresentano due costanti dell’animo umano: da una parte il bisogno di sentirsi la divinità vicina e a portata di mano, dall’altra il percepirla talmente remota e indifferente da dubitare persino della sua esistenza. Le due più acute estremizzazioni di queste tendenze sono la mentalità magico-idolatrica (il voler a tutti i costi vedere e toccare il sovrumano nei suoi effetti, fino a pensare di piegare la sua potenza a servizio dell’uomo attraverso automatismi rituali) e l’agnosticismo o l’ateismo (se un dio c’è non si può sapere, anzi il suo silenzio è attestazione del suo non essere).
C’è tuttavia un elemento comune in ambedue questi corni del dilemma: l’esperienza soggettiva o, se vogliamo, il nostro vedere, è il presupposto non riflesso e non discusso in base al quale si giudica del divino. L’atteggiamento magico-idolatrico identifica il divino con l’idolo, col feticcio, si costruisce una divinità a propria misura e a proprio uso e consumo,esaurendola nel proprio campo visivo. L’ateo, al contrario, affermando che nell’orizzonte visuale umano non si dà nulla che trascenda il visibile, conclude all’impossibilità che vi sia un oltre invisibile. L’una e l’altra soluzione partono dal primato della visione dell’uomo, l’una per catturare il divino costringendolo nelle maglie dello sguardo umano, l’altra per concludere che questo sguardo non coglie in alcun modo il divino.
E’ possibile uscire dagli esiti dei due opposti orientamenti?
2. L’uomo nello sguardo di Dio
In questo dibattito secolare, qui volutamente schematizzato, si inserisce, con una parola propria, anche la religione giudaico-cristiana, ovvero la Bibbia nella sua unità di antico e nuovo testamento. In essa si assiste ad una diversa impostazione del nostro problema: il primato non è dato allo sguardo umano, bensì a quello di Dio. Fin dall’origine dell’universo, nel racconto della creazione, lo sguardo di Dio si posa con compiacenza e gioia sulle opere delle sue mani. “E Dio vide che era cosa buona”. Questo è il ritornello che scandisce ogni giorno nella narrazione della prima settimana del mondo, la settimana della creazione. Dell’ultima opera di Dio, l’uomo e la donna, si dice: “E Dio vide che era cosa molto buona”.
Dunque l’essere umano apre i suoi occhi su un mondo che Dio ha già visto, che è già oggetto dello sguardo divino. Lui stesso, creatura di Dio, è stato visto e conosciuto in anticipo. Nessuno può rubare questo vantaggio all’occhio del Creatore, proprio perché è occhio di chi pone in essere ogni altro esistente. Questa legge, stabilita fin dall’inizio, è una cosa sola con la legge dell’essere: chi apre gli occhi non può che trovarsi sotto lo Sguardo che tutto crea e abbraccia. Ogni volta che Dio, nella storia, entrerà in contatto con l’uomo, sarà per ricordargli questa legge primordiale: che egli è visto prima di poter vedere, che se vuol levare lo sguardo a Dio, deve riconoscere con meraviglia e con sgomento che gli occhi del Signore sono aperti sul mondo e scrutano ogni uomo.
E’ quanto si osserva nel racconto della vocazione di Mosè, la nota scena del roveto che arde e non si consuma (Es 3,1-6). “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto”. Da notare che Dio non si manifesta direttamente, ma attraverso una mediazione, un accadimento strano, fuori dal comune, che attira lo sguardo e lo distrae da ogni altro oggetto. Mosé, incuriosito e stupefatto, pensa: “Voglio avvicinarmi e vedere questo meraviglioso spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il desiderio umano è quello divedere per rendersi conto del perché. In altre parole, è desiderio di impadronirsi della realtà attraverso la conoscenza delle sue ragioni profonde. Il vedere/guardare è l’espressione più palese di questo desiderio di possesso. Lo sguardo è dominio, è il tentativo di “fissare” (nel doppio senso del termine) la realtà, di abbracciarla nella sua interezza, nelle sue parti e come tutto. Nessun altro senso, preso a sé, ha forse questa proprietà così sviluppata.
Nel caso di Mosè i rapporti vengono ben presto invertiti. Con un gioco di parole non casuale, il testo continua: “Il Signore vide che si era avvicinato per vedere…”. Lo sguardo di Mosè si trova dominato da un altro sguardo, che lo scorge e lo segue da lontano nel suo tentativo di vedere, nel suo avvicinarsi. “Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lochiamò dal roveto e disse: Mosè, Mosè!”. Si ha un passaggio rapido dalla sfera del vedere a quella dell’udire. Se l’occhio è tendenza al dominio e al controllo, l’udito è organo dell’accoglienza; se l’occhio è fatto per aprirsi e chiudersi a piacimento, l’orecchio è costitutivamente aperto e penetrabile dall’esterno, è obbedienza (da ob-audire). L’orecchio è indifeso, non ha palpebre che lo proteggano. Col risuonare della voce-parola, il trasalimento di Mosé non deriva più da ciò che vede, e che vorrebbe com-prendere, egli viene sor-preso (dunque afferrato) da qualcuno che parla e dal quale ormai si sente scoperto e guardato. Questo udire la voce lo disorienta. E quando la voce (che sfugge allo sguardo) si rivela come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, Mosè ha persino paura di guardare: “Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio”. Colui che si era avvicinato per vedere e capire, finisce per abbassare gli occhi. E’ la sconfitta dello sguardo umano davanti al volto di Dio. Dio ha uno sguardo troppo potente, troppo penetrante, impossibile sostenerlo. Osare di fissare Dio negli occhi sarebbe presunzione, porterebbe alla morte. Di Dio Mosè potrà scorgere, molto tempo dopo, in un’esperienza unica concessagli da Dio stesso sul monte Sinai, soltanto le spalle: “…vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere” (Es 33,23).
Alcuni racconti evangelici confermano il primato dello sguardo divino, parlando degli incontri con Gesù. Come nella vicenda di Zaccheo, che “cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura”. Per poterlo vedere si arrampicò su un albero di fico. Ma quale fu la sua sorpresa quando Gesù, passando presso l’albero, “alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, poiché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,1-5). Anche in questo caso, si può notare il passaggio dalla posizione dello spettatore (Zaccheo che vuol vedere) a quella dell’interpellato (Zaccheo che è colto dallo sguardo del Signore e si sente chiamato per nome, conosciuto già in anticipo, come Mosè). In realtà è Gesù che lo guarda, che entra nella sua casa e gli cambia la vita.
Non si può tralasciare un terzo episodio, particolarmente significativo: l’incontro fra Gesù e Natanaèle (cf Gv 1,43-51). Chiamato da Filippo alla sequela di Gesù, Natanaele si dimostra inizialmente scettico. Filippo insiste: “Vieni e vedi”. Natanaèle si incammina verso Gesù, un po’ incuriosito, un po’ incredulo, intenzionato a vedere per rendersi conto, per valutare e giudicare. Senonché, ancora una volta, si assiste alla medesima inversione di prospettiva.
Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Natanaèle gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico”. Gli replicò Natanaèle: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”. Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi?Vedrai cose maggiori di queste”.
Anche Natanaèle fa l’esperienza di uno sguardo del quale inizialmente non si era accorto, ma che da tempo lo accompagnava, che lo aveva scrutato in un momento che egli forse pensava segreto e inaccessibile a sguardi estranei, noto a lui soltanto. Ora questo sguardo si svela: è quello di Gesù, che lo conosce fino in fondo, che lo apprezza. Credeva di andare a valutare e si trova valutato, andava per vedere e si scopre già visto in anticipo. La fede è questo incrociarsi di sguardi: l’uomo solleva i suoi occhi per esaminare e capire, vedere e afferrare; ma non incontra un oggetto disponibile ad essere esaminato, bensì una pupilla viva, in cui egli si trova riflesso. Natanaèle si sente conosciuto e ri-conosciuto nelle parole di colui che lo ha guardato da sempre: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Le parole seguenti di Gesù, aprono delle possibilità inedite al vedere dell’uomo: “Vedrai cose maggiori di queste”. Chi, aderendo a Gesù, entra nel circuito della fede, non viene accecato, bensì potenziato nella sua capacità visiva. Chi incrocia lo sguardo di Dio ottiene di vedere come Dio vede, viene contagiato dalla luce dei suoi occhi, giungendo a vedere, come Dio al mattino della creazione, che ogni cosa “è cosa buona” e cosa grande, anche la più piccola.
3. Dio nello sguardo dell’uomo
Alla scena biblica della creazione, dalla quale siamo partiti, dobbiamo tornare ancora per un attimo. Nell’espressione “Dio vide che era cosa buona (tôb)”, il termine ebraico tôb, in realtà potrebbe essere tradotto non solo con “buono”, ma anche con “bello”. Lo sguardo del Creatore sull’opera delle sue mani, lo trova soddisfatto, è come se egli dicesse: “Sì, questo è bello/buono, lo riconosco come opera mia, desidero che esista davanti e accanto a me”. Si può dire che lo sguardo di Dio si posa e ri-posa sulla bellezza e bontà che ha creato. La bontà-bellezza che Dio vede e contempla nelle sue creature è quella che lui stesso ha loro conferito, è la sua stessa bontà-bellezza che in esse si rispecchia. Quando egli le guarda vi riconosce la propria impronta. Sarà allora possibile ad ogni sguardo che contempla il creato, scorgervi indirettamente lo stesso Creatore. A questa conclusione già arriva l’autore del libro della Sapienza (13,1-9), uno degli ultimi documenti, in ordine di tempo, dell’antico testamento.
“Davvero stolti per natura tutti gli uomini
che vivevano nell’ignoranza di Dio.
e dai beni visibili non riconobbero colui che è,
non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere.
Ma o il fuoco o il vento o l’aria sottile
o la volta stellata o l’acqua impetuosa
o i luminari del cielo
considerarono come dèi, reggitori del mondo.
Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,
pensino quanto è superiore il loro Signore,
perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.
Se sono colpiti dalla loro potenza e attività,
pensino da ciò quanto è più potente colui che li ha formati.
Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature
per analogia si conosce l’autore.
Tuttavia per costoro leggero è il rimprovero,
perché essi forse s’ingannano
nella loro ricerca di Dio e nel volere trovarlo.
Occupandosi delle sue opere, compiono indagini,
ma si lasciano sedurre dall’apparenza,
perché le cosa vedute sono tanto belle.
Neppure costoro però sono scusabili,
perché se tanto poterono sapere da scrutare l’universo,
come mai non ne hanno trovato più presto il padrone?”
A questo testo farà eco S. Paolo: “Le sue perfezioni invisibili, come la sua eterna potenza e divinità, dalla creazione del mondo in poi possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute” (Rm 1,20). Dunque esiste una via aperta a tutti per sporgere lo sguardo nel mistero divino: è la via che dal visibile risale all’invisibile, dalle creature giunge al Creatore. La realtà del mondo è simbolica, rimanda ad altro da sé.
In ogni caso, si tratta di uno sguardo indiretto, che dagli effetti risale alla causa, e di Dio non consente una conoscenza o una visione vera e propria. Anzi, nell’antico testamento è più volte ripetuta l’asserzione che è impossibile vedere Dio e rimanere in vita: “nessun uomo può vedermi e restare in vita” (Es 33,20). Dio lo si può ascoltare attraverso la parola dei suoi profeti, ma non vedere. Da qui anche la proibizione di farsi immagini di Dio. Dio non è raffigurabile in alcuna forma sensibile, poiché egli trascende tutte le forme e non è dominabile con lo sguardo. Questa consapevolezza della trascendenza di Dio non viene attenuata neppure da quelle rarissime eccezioni in cui la gloria divina si manifesta all’occhio umano. Il profeta Isaia nel tempio contempla la gloria di Dio e sgomento dice: “Ohimé! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti” (Is 6,5). Questo episodio è importante per due motivi: ribadisce che per l’uomo è letale, mortalmente pericoloso gettare lo sguardo sulla gloria dell’Invisibile; eppure lascia intravedere la possibilità di vedere Dio (cioè di avere un’esperienza eccezionale e travolgente di Lui oltre le protezioni consuete) senza soccombere.
4. L’apertura degli occhi
A questo punto ci scontriamo con l’inevitabile paradosso dell’incontro dei due sguardi. Da una parte abbiamo visto come l’uomo abbassa i suoi occhi davanti a Dio, non appena si sente colto e sopraffatto dallo sguardo divino, che egli percepisce di non poter sostenere o al quale, almeno, il suo è sempre impari. Dall’altra parte, all’uomo si aprono degli spiragli per una visione di Dio attraverso la mediazione delle creature oppure addirittura nella luce accecante di un “faccia a faccia” travolgente. Questi due aspetti vengono mantenuti in tensione dalla Bibbia, per dire tutta la complessità del rapporto fra uomo e Dio. In altre parole, Dio resta l’inaccessibile, l’infinitamente differente rispetto alle capacità umane; ma contemporaneamente solleva l’uomo oltre se stesso, rendendolo capace di Dio.
Questo paradosso contiene diversi aspetti: Dio non può essere visto, ma ha posto nell’uomo il desiderio di vederlo; questo desiderio impossibile (che la tradizione teologica ha chiamato desiderium naturale videndi Deum) sbilancia l’uomo al di fuori di se stesso; nell’impossibilità di adempierlo, l’uomo potrebbe cadere nella disperazione (Dio è irraggiungibile) o nell’indifferenza (Dio non esiste) o infine nell’idolatria (costruirsi dei surrogati o dei simulacri di Dio, fatti in realtà a immagine dell’uomo). Tutte queste vie, però, chiudono l’uomo in sé stesso: le prime due prendono atto che l’accesso alla trascendenza assoluta gli è impossibile, l’ultima gli dà l’illusione della trascendenza. La scioglimento di questa impasse, deriva dall’incarnazione. Nel vangelo di Giovanni leggiamo: “Dio nessuno l’ha mai visto. Proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). Questo significa che il desiderio profondamente umano, ma umanamente irrealizzabile, di vedere il Volto di Dio (cioè di conoscere e sperimentare Dio), viene colmato non sulla base degli sforzi umani, bensì per il dono di Dio stesso che venendo incontro alla sua creatura traduce se stesso nel linguaggio della visibilità. Gesù è la visibilità del Dio invisibile. Per questo può dire: “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9). Vedere/sperimentare Dio è possibile a partire da Gesù Cristo, cioè dalla rivelazione che Dio ha fatto di sé nel suo Figlio.
Tuttavia, questa apparizione di Dio in carne umana non è sufficiente da sola. Per riconoscere Gesù, per vedere in lui i tratti e lo stile del Padre, è necessaria la fede, che Gesù stesso dona. La fede è lo sguardo nuovo che permette di vedere Dio in Gesù, Gesù negli altri e gli altri in Dio. Direi di più: la fede ci dona gli occhi stessi di Gesù, per vedere ogni cosa come lui la vede.
Ci troviamo così a considerare il miracolo dell’apertura degli occhi. Fin dalle sue origini l’uomo ha desiderato di aprire gli occhi su Dio, per una conoscenza più profonda di Lui, anzi per possedere lo stesso sguardo divino. Il desiderio era buono, perché Dio stesso lo ha posto nell’essere umano. L’errore è stato di volersi procurare da solo questo sguardo, con le proprie forze, e in concorrenza con Dio. La tentazione inoculata dal serpente è questa: “Dio sa che qualora ne mangiaste [dell’albero proibito], si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscitori del bene e del male” (Gen 3,5). La prospettiva fatta balenare ha una suggestione potente. Diventare come Dio uguagliando la sua conoscenza. Ma il testo biblico continua facendo notare drasticamente il fallimento di questo tentativo maldestro. Non appena la donna e l’uomo mangiano del frutto dell’albero, “allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture” (Gen 3,7). L’esito della trasgressione non è quello atteso. Gli occhi si aprono davvero, questo è certo (il serpente in questo aveva ragione), ma sullo spettacolo della loro povertà. Quella nudità che era il retaggio della loro innocenza, ora diventa un segno che rivela debolezza, vulnerabilità, vergogna: sentono il bisogno di coprirsi, di non offrirsi allo sguardo altrui. Affiora il timore che lo sguardo dell’altro, nasconda oscuramente minaccia, invidia, avidità. Hanno voluto vedere più di quanto fosse consentito, volendo appropriarsi del mistero della vita, ora hanno paura di essere guardati.
Diverso è l’esito delle aperture degli occhi a cui assistiamo nei vangeli, dove l’uomo fa l’esperienza della propria cecità e non cerca di vedere da se stesso. La vista appare ora un dono. Oltre ai vari casi di guarigione di ciechi da parte di Gesù (fatti che i vangeli narrano attribuendo alla vista una valenza che va oltre il semplice aspetto fisico), si può qui ricordare, in particolare, l’episodio dei discepoli di Emmaus. Ad essi, in cammino, si accosta Gesù risorto, “ma i loro occhi – annota l’evangelista – erano incapaci di riconoscerlo” (Lc 24, 16). Sono gli occhi di chi è rimasto accecato dalla morte di croce del Maestro, morte che non hanno compreso e che ha precipitato le loro vite nella delusione. Solo più tardi, quando Gesù siede a mensa con loro e ripete il suo gesto tipico, che tante volte aveva fatto, di prendere il pane, dire la benedizione e spezzarlo, allora, continua il racconto, “si aprirono i loro occhie lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista” (v. 31). Qui, come nelle altre apparizioni del risorto, il riconoscimento di Gesù è sempre un dono fatto da lui. E’ Gesù che si fa riconoscere, ed abilita gli occhi a vederlo.
La differenza fra il racconto del peccato delle origini e quello dei discepoli di Emmaus, sta tutta qui: l’apertura degli occhi per una conoscenza del mistero ultimo dell’essere, non può essere ottenuta per vie che l’uomo decide e con le forze di cui dispone; essa è un dono che Dio fa in Gesù crocifisso e risorto. Non bisogna rinunciare al proprio desiderio di conoscere, ma è necessario comprendere che la ragione da sola non conduce alla salvezza.
5. Conoscere come si è conosciuti
L’apertura degli occhi non è accadimento di un istante. S. Paolo, accecato sulla via di Damasco, impiegherà tre giorni per ricuperare la vista (cf At 9,8-19) e il cieco di Betsaida è guarito per gradi da Gesù (cf Mc 8,22-26). Lo sguardo nuovo sul mondo e su Dio che la fede dischiude, rappresenta una acquisizione graduale, esposta anche a regressi. L’occhio è delicato e, come qualcuno ha detto, ha una sua storia. Fasi alterne di luce e di tenebre, con tutte le intensità intermedie, segnano i chiaroscuri della vita. Inoltre, lo sguardo della fede è profondo, ma è pur sempre provvisorio ed accompagnato da un’oscurità senza la quale non sarebbe fede.
Qualcosa di più grande attende la creatura umana. Essa è destinata a vedere “faccia a faccia”. “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto” (1 Cor 13,12). L’incrociarsi dello sguardo di Dio e dell’uomo giungerà al suo compimento attraverso la crisi della morte. S. Giovanni osa dire: “Sappiamo che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Tutto l’essere umano e il suo destino eterno sembrano qui concentrarsi nello sguardo, che decide di tutto. La trasformazione ultima in Dio, il nostro essere simili a lui, dipendono dal vederlo finalmente in se stesso, nella sua intimità manifestata oltre i confini della vita terrena. Non sarà più lo sguardo indiscreto di chi vuol violare il mistero e dominare il mondo, ma sarà lo sguardo estatico della sorpresa davanti alla manifestazione inaspettata di colui che è più grande di quanto possiamo pensare o immaginare. Sarà uno sguardo d’amore, l’unico capace di trasformare colui che guarda e colui che è guardato.
6. Reciprocità e complementarietà degli sguardi
Dando uno sguardo retrospettivo a quanto detto e insieme spingendo lo sguardo un po’ più lontano, mi sembra che sia da focalizzare un aspetto importante del tema. La rivelazione di Dio nella storia e nelle Scritture ebraico-cristiane afferma che lo sguardo dell’essere umano sul mondo e su se stesso non può essere assolutizzato, perché non è lo sguardo originario, non è quello più vasto e profondo. Non è originario, perché è preceduto dallo sguardo divino che sta all’origine di ogni cosa; non è il più ampio e profondo, perché si sente e si scopre colto sempre in anticipo da Dio e da lui scrutato nel più intimo. Un celebre salmo recita: “Signore tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando siedo e quando mi alzo, penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie; la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, già la conosci tutta” (Sal 139,1-4).
L’uomo biblico ha preso coscienza che egli non è il solo a guardare se stesso e il mondo. Che esistono prospettive diverse, dal basso e dall’alto. Ha appreso, l’uomo della Bibbia, che per avere una visuale non parziale, e distorta, delle cose doveva imparare a guardarle anche dal punto di vista di Dio. La sintesi di queste due prospettive, questa stereoscopia, è stata realizzata in Gesù, Dio vero e vero uomo. In lui si è realizzata la reciprocità e la complementarietà fra i due sguardi, il divino e l’umano. Egli è il Figlio, che si riconosce tale guardando costantemente al Padre e lasciandosi guardare da lui, in totale trasparenza. “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre; e nessuno conosce il Padre se non il Figlio…” (Mt 11,27). Negli occhi del Padre il Figlio riconosce se stesso, allo stesso modo in cui il Padre guardando al Figlio vi riconosce la propria perfetta immagine: “Tu sei il mio figlio amato, in te mi sono compiaciuto” (Mc 1,11). Nelle relazioni d’amore che sostanziano la vita trinitaria di Dio – Padre, Figlio e Spirito – ognuno si conosce perché è riconosciuto da altri. Non solo, ma la conoscenza dell’altro e sempre mediata dal terzo. Ogni sguardo del singolo totalizzante e totalitario è escluso: per vedere lui devo guardare te, per vedere te ho bisogno di guardare a lui, per vedere me non posso che guardare a voi.
Rinunciare a vedere solo con i propri occhi, accettare di vedere anche con occhi altrui. Questa è il fondo l’acquisizione antropologica fondamentale del mistero della Trinità. L’essere umano non può che vivere in questa reciprocità e complementarietà degli sguardi, cioè nell’amore. Qui sta la radice del limite umano: l’amore esige l’umiltà di riconoscere che gli altri, talora così opachi, sono in realtà la luce dei miei occhi. Per questo Dio è umile e ci dà l’esempio per primo. Ognuna delle Persone della Trinità accetta il “limite” di non essere Dio da sola, perché vogliono esserlo insieme. Per questo ciascuna di esse è Dio in pienezza.

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