Nuova scuola, vecchi problemi
di Giuseppe Solfato
(sta in: La Repubblica – Bari, 16 settembre 2001, editoriale)
Quale scuola? Scuola dei saperi? Scuola dei talenti?
In questa scuola di transizione sempre più confusa e frastornata da innumerevoli disposizioni ministeriali atte – dicono – a svecchiare, rinnovare, integrare, autonomizzare (!), può essere utile non rinunciare ad un impegno di riflessione.
Questo caos non è un segno di vitalità perché produce solo una proliferazione di leggi e leggine, pseudo riforme rinnegate il giorno dopo. Tutto ciò, appesantendo il carico di lavoro di docenti, non docenti, studenti e genitori, finisce per allargare lo scollamento con il mondo di fuori in barba all’informatizzazione del sistema.
C’è un’aria sempre più irreale nella scuola italiana: pare che, di colpo, l’intero patrimonio di conoscenze del mestiere di insegnare, acquisito in anni di lavoro sul campo, d’improvviso non serva più allo scopo.
Che ho fatto finora? Corriamo, allora! Bisogna aggiornarsi, auto aggiornarsi, recuperare, calcolare debiti e crediti formativi, ore frontali (F) e non frontali (NF) e poi c’è il POF il CdC il CdI, professore va bene un percorso sull’identità? Io lo faccio sul rapporto sogno realtà: per le scienze parlo del vulcanesimo, ma la fisica, che ci metto in fisica?
E’ uno spaesamento generale. Viene da pensare, tuttavia, che è proprio questa condizione ad aprire varchi ad esperienze del tutto nuove o già avviate ma ritenute ancora marginali.
Così è della drammatizzazione.
La scuola italiana affida ancora a pochi volenterosi dotati di scarsi mezzi (talora confinati ad un generico interesse per il teatro) l’attuazione di uno strumento tanto delicato. Accanto agli insegnamenti curriculari, la drammatizzazione può rappresentare la giusta mediazione tra l’acquisizione del sapere e l’espressione del talento individuale. Non solo del “discente” – che pure è il soggetto primario del processo educativo e formativo – ma anche del “docente”. E’ il rapporto tra questi due poli tradizionalmente antagonistici ad essere riscritto.
La drammatizzazione, in quanto processo non precostituito o preconfezionato, per sua natura è azione in progressione, che ridistribuisce la trasmissione e l’acquisizione dei saperi in modo più equo e paritario. Il “discente” comprende che il “docente” non sa tutto a priori: entrambi sanno che stano usando i rispettivi gradi di competenza ed esperienza per risolvere i problemi che sono stati posti.
Ciò che veramente unisce i due, quindi, è la complicità che deriva da un farsi quotidiano in cui i partecipanti sono testimoni e protagonisti di una ricerca comune. E’ la solidarietà tra due individui, tra l’individuo e il gruppo a prevalere sul dato conoscitivo immediato, a stabilirsi come margine invalicabile tra l’io e il resto del mondo, tra il sé e l’altro, comunque questo lo si voglia interpretare.
In definitiva, la drammatizzazione segna l’acquisizione di uno spazio mentale comune che è l’anima stessa del teatro.
La drammatizzazione di cui qui si discute è quella che induce a riconsiderare il rapporto con il proprio corpo, con l’altro o con gli altri, nel tentativo do spostare il punto di vista e dare uno scossone alla narcosi della routine. Tendiamo a costruire il quotidiano come l’esatto contrario dell’incertezza del vivere, una porta da chiudere per non guardare il paesaggio mutevole di fuori, una nenia da salmodiare per sospenderci in un non-tempo incantato dove nessun bel principe farà mai irruzione per risvegliarci dal torpore che ci dimentica.
A fatica si prende atto che il nostro corpo ha possibilità diverse da quelle in cui vogliamo costringerlo dentro banchi ai quali adattare la nostra immobilità e guai a chi si muove, capito?
Bisogna vincere il ritegno a toccare il corpo dell’altro, parlarne addirittura a voce alta, raccontare lo stupore della scoperta del calore che l’altro trasmette, dell’aver avvertito il proprio calore. E allora, professore, ancora, ancora. E’ tempo di narrare una storia e drammatizzarla. Può essere la giornata di un allievo, una storia inventata, un incontro, un sogno, un’ossessione. Una pagina di storia, di fisica, di letteratura. Tutto può essere drammatizzato, ritualizzato, ripetuto, fino a farlo diventare “oggetto” teatrale, qualcosa che obbedisce ad un linguaggio con la sua grammatica, la sua sintassi da rispettare. Luci, colori, musica, corpi statici e in movimento, volumi di cui tener conto nell’azione scenica.
Il gioco è fatto: la fantasia e il rigore s’incontrano e si palesano in pura poesia che si vede.
Tanto, basta?

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