La Voce di Giuseppe Solfato

La Voce

di Giuseppe Solfato

(sta in: Nuovi Orientamenti, agosto 2007, con il titolo: Ripensare la scuola a partire dai suoi punti di forza).

 

 

 

In tempi di chiacchiericcio mediatico e di bullismo scolastico stolidamente strombazzato fa notizia l’attuazione di un seminario sul tema  “ La Voce “ con una quinta liceo ( 5° A Liceo Scacchi – Bari, Italy ). E suona ancora più challengingprovocatorio, polemico, di sfida , ecc. ) la risposta entusiastica dei ragazzi e dei sette più che qualificati relatori che hanno fatto i loro interventi a costo zero. Inaudito.

Si sono così succeduti, da ottobre a marzo: Cris Chiapperini – attore ( La Voce è Ritmo ), Paola Arnesano, delle Faraulla – cantante ( La voce è Musica ), Francesco Fischetti – psicologo ( La voce è emozione ) Don Giulio Meiattini – teologo dell’Ordine di San Benedetto ( Dio e l’Uomo: un Canto a due Voci ), Ippolita Occhiogrosso Giasi – docente di Lettere ( La voce Poetica ), Raffaele Macina – docente di Filosofia ( La Voce o i Suoni dell’Anima ), Nicola Carofiglio – docente di Lettere (  La Voce come Metafora ).

L’ organizzazione è stata di Anna Milella e mia; in quanto docenti della classe, ( Religione e Inglese, nell’ordine ) il seminario è stato approvato dal Consiglio di Classe all’interno di un rigoroso programma di flessibilità delle ore curriculari e quindi come parte del piano di lavoro annuale.

La finalità dichiarata è coincisa con la messa a punto di uno strumento di indagine da consegnare ai ragazzi con i quali, per primi, il tema è stato discusso e approvato.

Questi i fatti.

Così come, per rispetto di cronaca, bisogna registrare il senso di pienezza spirituale che ha accompagnato i partecipanti sia durante che al termine dell’esperienza.

 

Tutto bene, allora?

No.

Ancora una volta avverto un sentimento  di “ inadeguatezza “ derivante dallo scollamento tra proposta didattica e  sua attuazione.

Perché “ ancora una volta?  “

Siamo al terzo seminario, infatti, dopo, “ Padri “ e “ La Natura della Mente “ degli ultimi due anni: nel primo intervennero i  papà degli studenti ( troppe volte assenti dalla vita scolastica dei figli, delegata, per lo più alle madri ) che si raccontarono nella quotidianità delle loro diverse occupazioni; nel secondo si indagò, con modalità simili a quelle di “ La voce “ su che cosa è la mente umana ( La mente vive fuori del corpo? ).

I seminari, per quanto interessanti, stimolanti e coinvolgenti possano essere, finiscono sempre per ammutolire i ragazzi: messi alla prova, essi risultano  correttissimi nell’ascolto dei relatori e nel dibattito che ne  segue, ma non sono mai, veramente, protagonisti attivi. E non sembri un’affermazione in contraddizione con l’entusiasmo di cui si parlava in apertura. Alludo qui ad una condizione di passività in cui viene a trovarsi l’ascoltatore o, più in generale, l’uditorio, quando è messo di fronte ad un individuo cui è demandato il compito di raccontare, di dire, affabulare, istruire. Soprattutto se la finalità e dichiaratamente didattica.

Bisognerebbe mettere a punto una formula laboratoriale. I ragazzi chiamati a misurarsi con il relatore dovrebbero non solo ascoltare ma fare. E’ la via più immediata per non subire più o meno passivamente un’altra lezione.

Mi torna in mente il laboratorio di fotografia nato spontaneamente, come logica conseguenza dello sviluppo di una curiosità autentica, all’interno diPadri. Il papà di una delle ragazze era Pasquale Susca, il fotografo amateur – per modo di dire, nei fatti raffinato professionista. Al termine della presentazione del suo hobby, la sua passione, il più sentito investimento della sua energia creativa, si offrì di insegnare ai ragazzi come guardare attraverso una macchina fotografica e realizzare una foto, quel prodotto finale, cioè, che l’occhio esterno vede. Fu l’occasione per integrare con una precisazione sul punto di vista nella scrittura, l’intervento critico da consegnare al lettore, fosse un romanzo o un articolo di giornale. I ragazzi presero ad osservarsi, a squadrarsi, a cogliere i reciproci dettagli; sentirono il bisogno di incontrarsi fuori della scuola e lontano dallo sguardo degli adulti, incluso quello di Pasquale, per fare da soli. Tornarono con le mani colme di doni. Pasquale fu paziente e semplicemente meraviglioso. Ne venne fuori una mostra fotografica che chiesi a Bianca Fanti- altra operosa insegnante di Matematica e fisica dello Scacchi ( l’anno seguente sarebbe intervenuta con una indimenticabile lezione sulla Mente Scientifica ) – di ospitare all’interno della  Settimana Scientifica. La mostra fu accompagnata da due pannelli che ne ricostruivano il percorso e da un libro delle opinioni dei visitatori.

Per tornare al nostro seminario, allora, si potrebbe pensare, ad esempio, a un doppio, triplo turno dove uditorio e relatore si incontrano per approfondimenti sui materiali trattati, con opportuna documentazione ( cartacea,  verbale, filmica, sonora ) prodotta o da produrre ; il tutto potrebbe portare persino ad un gioco di rovesciamenti di ruoli, dove i ragazzi a turno relazionano: questa sì che sarebbe una via per la preparazione agli orali degli esami di stato.

L’idea non appaia troppo peregrina. Tutti i relatori di quest’anno, ma proprio tutti, hanno ribadito il loro desiderio di ritornare per aggiungere altri materiali che avevano dovuto espungere dalle loro intense relazioni, tanto più che il dibattito ne  dichiarava l’urgenza.

Naturalmente, i tempi stretti e le incombenze scolastiche hanno impedito qualsiasi sviluppo seguente, per cui non resta che affidarsi ad un consolatorio “ da qualche parte, il seme avrà attecchito, se son rose fioriranno “ e banalità del genere.

 

La disaffezione crescente che si registra tra gli studenti riguardo all’istituzione scuola – disaffezione che, nei casi estremi, insieme ad altre forme di disagio  assume quelle forme di cosiddetto bullismo che inzeppano la cronaca mediatica – è il sintomo di un potere vecchio, arcaico, senescente che continua ad essere esercitato attraverso la scuola; voglio dire che la scollatura tra il dentro e fuori la scuola  va assumendo o ha già assunto la fisionomia di una frattura incolmabile.

Per sentirsi in sintonia coi tempi, non basta cablare le aule per un’improbabile, inattuabile informatizzazione della didattica: si sprecano solo fiumi di denaro pubblico; nel frattempo a ragazzoni sempre più fisicamente grandi si continua a imporre l’immobilità per cinque ore di lezione in banchi concepiti per generazioni di quarant’anni fa.

La conduzione della somministrazione dei materiali didattici, la loro verifica e valutazione è la stessa di sempre nella stragrande maggioranza dei casi: l’insegnante – quando va bene – spiega un argomento, lo assegna a casa da uno o più costosissimi libri di testo, interroga e, a sua imperscrutabile giudizio, valuta in una scala che può andare da uno a dieci, da quattro a otto, talora da sei a nove e passa la paura.

Poi ci sono i consigli di classe, noiosi e ripetitivi, allargati  ai rappresentanti degli studenti e ai genitori puntualmente latitanti: quelli intervenuti, rispondono per se stessi e mai per la componente che rappresentano, cosicché, al termine di arruffate discussioni dove l’o. d. g. è spesso ignorato per elencare questa o quella malefatta del tal ragazzo, questo o quel torto subito dal tal docente, il genitore presente  avvicina gli insegnanti per chiedere “ come va mio figlio? ”. E tutti i santi finiscono in gloria. Chi fa il verbale della seduta? Tu, perché sei il coordinatore, anzi no, il tutor. Io non l’ho mai fatto e non so come si compila. Io sono di Matematica ed è meglio che lo fa quello di lettere. Io sono di Educazione Fisica. Vi dispiace se vado via? ho il treno che mi parte. Tanto, sono d’accordo su tutto.

E la gita? Scrivi  che si farà, poi ne parliamo.

Scherzo.

E poi gli scrutini e poi gli esami di stato che ormai mutano di fisionomia – non certo di sostanza – al mutar di ogni stagione politica. Una volta pretendevano di accertare la maturità dei candidati. Ora cosa accertano? Non sarebbe più coerente con il sistema vigente compilare semplicemente una scheda di valutazione finale sul percorso di studi?

 

La scuola va ripensata a fondo.

Fatta salva la convinzione  che per una buona scuola ci vogliono buoni insegnanti ( talora, sono alcuni di questi  che rimangono nella mente comemaestri ) motivati tanto sul piano delle idealità che della convenienza economica, non si può evitare di registrare che il disagio non è più solo degli studenti ma è di molti di noi, docenti, genitori, adulti che hanno a cuore il benessere tout court dei ragazzi. Fino a che la scuola sarà legata ai programmi ministeriali, ai registri da compilare, alle carte da riempire, ai compiti in classe, alimenterà solo i nostri pregiudizi con un senso di crescente nausea.

Il dolore è solitario, la felicità è condivisa, dice Mark Twain.

Per una scuola felice, impariamo a condividere. Cosa? Il nostro sapere.  Come?  per cominciare, potremmo organizzare squadre di  docenti – operaiintorno ad un’idea da esplorare, approfondire, confrontare con studenti, genitori, professionisti al di fuori della scuola. In un sol colpo realizzeremmo la vecchia, cara interdisciplinarietà, di cui da qualche tempo non si parla più nella scuola; e poi, forse, capiremmo cos’è veramente un modulo e altre amenità pedagogiche  che periodicamente allietano quelle sedute festose che sono i collegi dei docenti e rianimano esangui libri di testo.

Rimettiamoci in gioco sempre, coinvolgiamo i ragazzi in un modus operandi che, tirando fuori la loro e la  nostra creatività, si instauri nella coscienza come comportamento di civile convivenza.

Ciascuno sia condotto ad accogliere gioiosamente l’altro, gli altri.

Una scuola che sappia dire no alla fruizione del consumo, sentimenti inclusi, anzi sia luogo di riappropiazione del confine netto che corre tra la plastica e il guadagno adamantino del mestiere di vivere.

Una militanza in un progetto comune  autenticamente laico, pluralista e multiculturale che non faccia dimenticare che tutto è perfettibile e che nessuno potrà mai insegnarci a superare l’ipocrisia e gli egoismi individuali, i nostri limiti, da cui ripartire sempre nei personali viaggi intorno alla consapevolezza.

Non possiamo e non dobbiamo continuare a coltivare la devastante convinzione che basta essere in possesso di qualche  nozione teorica per saper fare le cose.

Sporchiamoci le mani.

Non possiamo pretendere di piantare semi e bulbi senza affondare le mani nella terra.

Le lambasciune se zappene, dice un vecchio adagio barese.

Ora et Labora insegna San Benedetto. La parola che si fa preghiera deve accompagnarsi alla laboriosità del corpo impegnato nella fatica fisica che rigenera.

Ammutoliamoci, sì, ma per capire se e quanto l’esercizio ci ha mutato e, nel silenzio che si fa dentro di noi, zittire, insieme alle vanità del vivere, i rumori di un’assordante quotidianità, per imparare ad ascoltare la nostra voce.

 

 

Una replica a “La Voce di Giuseppe Solfato”

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