L’occasione più concreta per la cultura di Giuseppe Solfato

L’occasione più concreta per la cultura

di Giuseppe Solfato

 

(sta in: La Repubblica – Bari, giovedì 28 dicembre 2000, editoriale)

 

 

Qualsiasi discorso sulla situazione culturale a Bari, presuppone approcci e prassi innovativi nel modo di fare cultura.

Quando nella Basilica di san Nicola, giovedì 21, l’Orchestra Provinciale ha intonato la “Populorum Progressio”, il cui ecumenismo è stato interpretato dal maestro De Simone con partitura multi linguistica e poliformica, ecco – ci siamo detti – questa è una indicazione di rinnovamento per la città. Resterà episodio isolato o è già palesarsi di un fermento avvertito persino come inevitabile?

L’osservatore attento ne coglie i segni nel paesaggio urbano mutato, nell’intrecciarsi di parlate sconosciute, nei profumi di incenso sotto i portici, davanti all’Ateneo, sotto i quercioli di corso Cavour. C’è un tale bisogno di reinterpretare il presente che solo al pensarci avverti l’urgenza per il ritardo accumulato.

Furtivamente ci freghiamo le mani. Noi l’abbiamo già vissuto lo stesso fermento agli inizi degli anni ’70.

Il “Piccolo” produceva Albee e Majakovskij, il “CUT” Brecht. Il “Gruppo Abeliano” Pavese e Fo, “I Campi Elisi” allestivano Ginsberg e “i Baresi”, “Gli Amici del Teatro” portavano all’Unione Moravia e Pasolini; “Puglia Teatro”, l’”Anonima”, il “GET”, “Interventi Culturali”, Giorgio Aldini, Tommaso di Ciaula.

Fu breve stagione. Jarche Vasce si cristallizzò nella sua freschezza popolana e fu la fine del “Piccolo “. Altri scelsero di fare i teatranti di professione e tra sovvenzioni, tasse e borderò si spensero gli echi della sperimentazione. Se volevi fare il professionista del teatro non avevi scampo. I tempi – si disse – non sono maturi per una politica della sperimentazione. Eppoi, questa città, si sa – così si disse – è una città commerciale, levantina. Il teatro?Sseh.

All’inizio degli anni ’80 fu il Petruzzelli e Teatrodanza. E’ fatta, pensammo. Questo è il salto di qualità. Seguirà l’indotto.

Bruciammo in un rogo suicida.

All’inizio degli anni ’80 fu Santa Teresa dei Maschi e i suoi corsi di formazione teatrale, la “Nuovo Sud”. Ne uscì il “Kismet” che testardamente resiste, voce solista che non teme di rimodularsi sul presente perché – ci par di capire – quella è la sua peculiarità, quella la sua identità. “Granteatrino”, Cosentino, Stornaiolo, Solfrizzi.

Oggi è  “Centro Diaghilev” a Mola.

Ma il resto? Per lo più, omologazione. Brusio. Eppure, i segnali di un bisogno di rinnovamento ci sono. La scuola, per dire: ’autonomia già ci sta restituendo un fervore ed una vitalità a lungo compromessi, talora persino volutamente ignorati.

Siamo certi che la circolazione delle informazioni confermerà che la drammatizzazione, in quanto anche strumento al servizio della glottodidattica, deve entrare stabilmente nelle scuole.

Lo avevamo già ampiamente – inutilmente – provato nei nostri laboratori curriculari della Facoltà di Lingue, alla fine di quei famosi anni ’70. Se poi racconti ai giovani che il teatro è poesia che si vede, allora li incanti. E vorresti fare di più per regalargli una moneta d’oro, un sorriso per i giorni di pioggia. Bisogna attrezzare i luoghi. Bisogna creare le opportunità.

Il discorso è anche istituzionale.

Quest’amatissima città – Bari – non può candidarsi ad essere uno dei cuori pulsanti del Mediterraneo se non si fa promotrice di una cultura del rinnovamento.

 

Una replica a “L’occasione più concreta per la cultura di Giuseppe Solfato”

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