In cerca della poesia che si vede di Giuseppe Solfato

In cerca della poesia che si vede

di  Giuseppe Solfato

 

(sta in Il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto, venerdì 17 maggio 1985, Paginone)

Il prof. Giuseppe Solfato ha condotto in un piccolo Comune pugliese un corso di drammatizzazione. Ecco alcuni suoi appunti su questa recente esperienza.

 

Ancora un altro corso di drammatizzazione. Ma veramente un “altro”. Mi convinco che ogni corso è un corso per se stesso, con la sua fisionomia che lo contraddistingue e lo rende unico.

Quello che ho tenuto a Bitritto (10 km da Bari), quest’anno, è profondamente diverso da quello che illustrai in Verso l’Attore (Quotidiano del 24. 1. 1981). Non esiste una ricetta unica. Mano a  mano che vado avanti il mio angolo percettivo si sposta e le certezze faticosamente guadagnate ieri, a furia di praticarle, sono l’ovvio di oggi. Intatta è rimasta la voglia di esplorare, di spingersi dietro quell’altro orizzonte che intuisci dietro l’occhio stupefatto del compagno in viaggio: per rimettere tutto in gioco, per vivere la duplicità della preda e del cacciatore, “per pascere,” insomma, “la tua pena”, per dirla col poeta.

Ma non posso esprimere tutto questo – non ancora – agli individui che ho di fronte: casalinghe, insegnanti, operai, studentesse. Una quindicina. Hanno delle attese, m’hanno investito di un ruolo che ho accettato. Le mie insicurezze li confonderebbero. E poi, si sa, il “tarlo” scaverà il percorso.

“Bisogna imparare ad acuire la nostra capacità di vedere per rivisitare noi stessi e le forme che abitano gli spazi entro cui ci muoviamo. Infatti, bisogna rileggere quegli stessi spazi”.

Questo dico loro nel corso del nostro primo incontro, il 15 gennaio scorso. Il luogo dove agiremo è spoglio, banale. Una stanza 10×5, qualche neon, qualche sedia. Di “teatrale” avremo solo una pedanina, “ma più in là, la stiamo costruendo”, mi dicono gli organizzatori, una coraggiosa associazione – l’Incontro – a una delle sue  prime esperienze pubbliche.

Esercizi di esplorazione del buio. Ricerca dello spazio minimo e massimo. Esercizi allo specchio. Drammatizzazione di catene fenomeniche. Si va dall’individuo, alla coppia, al gruppo.

I corsisti sono molto volenterosi. Ad ogni esercizio facciamo seguire una pausa di riflessione, durante la quale ciascuno prova a mettere a fuoco le proprie sensazioni. Ma va detto che c’è una diffusa incomprensione rispetto a quello che richiedo da loro. Questo è frustrante per tutti.

E’ nel corso dell’appuntamento settimanale del 29 gennaio che sento allentarsi le resistenze. O era solo diffidenza?

L’esercizio proposto riguarda la costruzione di forme geometriche conseguenti, nel rapporto spazio corpo. Semplice e armonica come un balletto è l’invenzione di Maria. Agisce con la parete e ci spiega che, il braccio proteso per toccarla, la riporta alla stilizzazione di una casa. Basta sollevarlo e vi entra la luce del neon. Quindi, lei agisce non solo sui rapporti spaziali reali che intercorrono tra il suo corpo e la parete, ma anche sull’immaginario e sulla luce. Quando le chiedo di ripetere l’esercizio in pedana – la ritualizzazione dell’azione – qualcuno applaude.

Anche Annamaria parte dal muro. La coscienza dell’altezza della parete – dirà più tardi nel’abbraccio rassicurante del cerchio – l’ha schiacciata. Si è raggomitolata su se stessa: una pallina, per uscire dalla quale si è distesa lunga sul pavimento. Di lì s’è immersa nell’acqua e, a nuoto, s’è messa in salvo. Siamo a mezza strada tra la drammatizzazione e lo psicodramma.

Non v’è dubbio che,  nel nostro caso, questo è passaggio obbligato per quella. Ma  è pur vero che bisogna chiarire da subito che lo psicodramma è delirio da curare con il terapeuta; la drammatizzazione è ritualizzazione: in quanto tale elabora un sistema di segni che ne costituisce il codice comunicativo, che può essere funzionalizzato a obiettivi specifici, quali la didattica delle lingue, per esempio, o alla prima individuazione di un territorio che pertiene alla formazione dell’attore. O, più semplicemente, può servire solo per allargare “l’area della coscienza”, come direbbe il poeta.

Ripartire dal proprio corpo si deve. Sempre.  Scoprirne le infinite possibilità, farne uno strumento duttile al servizio dell’intelligenza.

Angela interagisce rigorosamente con la forma di una sedia. Tenta di imitarla secondo una rotazione di posizioni.

Ora il gruppo ha raggiunto un ottimo grado di affiatamento e di riconoscimento reciproco che include anche me. Ma sicuramente non basta. Non voglio che ci si sieda dentro queste  pseudo certezze. Devo inventare qualcosa per scompaginare quelle, per rimettere loro in crisi perché prendano le distanze da se stessi e da abitudini che tendono a sclerotizzarsi in dati accettati acriticamente. Ora il viaggio intorno al sé deve farsi più audace. Ora c’è la promessa di una meta avvertita da ciascuno di loro.

Annoto il 19 febbraio: “Martedì grasso, gruppo dimezzato. Chiedo ad Ascelsa – ventisettenne incinta al sesto mese – di andare a sedere sulla pedana accanto a Maria la casalinga.

Ascelsa: “Beh, Giuseppe, ti sbrighi? Che devo fare?” Silenzio. “Stiamoci. Tu sai cosa dobbiamo fare, Maria?” Silenzio. “Senti, Giuseppe, tu dammi l’indirizzo e io parto. E adesso, tu, Maria, che fai?”

Maria ha ruotato la sedia  e vi si è seduta a cavalcioni. “Sono in macchina” dice. Ancora qualche secondo di “niente”. Un’eternità. “Devo dire, però che sono imbarazzata”.

Ascelsa: “No, io sono tranquilla ma mi sento piuttosto cretina, quassù”.

Chiedo agli “spettatori”: “ Cosa vedete voi sulla scena?”.

Francesca: “Due donne imbarazzate e nervose“.

Qualche altro commento fatto con voce incerta. Non capiscono il gioco. Sono disorientati.

“E voi due, cosa vedete di là?”

Maria: ”Io non vedo niente”.

“Come, non vedi niente? Non stai parlando con me? Non mi vedi?”

“Sì, ma che c’entra?”. Silenzio. “Vedo tanti pinguini. Voi siete tanti pinguini su una lastra di ghiaccio”.

Coro: “Pinguini?”.

Io: “E voi? Anche voi siete due pinguini?”.

Maria: “No”.

Io: “Cosa siete?”.

Maria: “Non so. Beh, vi sto guardando. Come al cinema. Come da lontano”.

Ora basta. Sono partito per un lungo discorso sull’immaginario e le attese che crea. E’ stato sufficiente riferirsi a parametri teatrali, perché la pedana diventasse il luogo per eccellenza dove proiettarci, esibirci, mostrarci, reinventarci. In realtà, io non avevo chiesto null’altro alle due ragazze che andare a sedere sulla pedana. Dunque, basta far scattare il codice dei segni e la più banale delle situazioni si veste di significato. La pedana, che altrimenti è solo un asse di legno in un angolo, immessa nel sistema di segni, si lega alle nostre proiezioni, ai nostri pregiudizi, ai nostri modelli introiettati, si fa essa stessa metafora di certi nostri bisogni profondi.

E’ il meccanismo della costruzione poetica. Quando, poi, visualizziamo questo meccanismo della metafora in una metafora più articolata che stia per la nostra visione del mondo, ecco costruita l’azione scenica, il teatro, “la poesia che si vede”.

Abbiamo, infine, parlato dell’attesa delle due donne in scena. La loro attesa era significativa ai lori occhi, in quanto dovevano mostrarsi a noi. Noi giustificavamo, cioè, la loro attesa, il loro essere lì. E’ la stessa situazione di Aspettando Godot. L’attesa di un Godot garantisce a Vladimir edEstragon la tensione verso un obiettivo e la sostanzia.

Il lavoro di drammatizzazione, poi, conosce una pausa perché i corsisti vogliono organizzare una loro serata pubblica per stare insieme l’8 marzo. La intitoliamo: “Essere Donna”.Verranno lette poesie e testimonianze al femminile e un’azione scenica elaborata nel corso dei nostri incontri.

Alla ripresa viene espresso da tutti il bisogno di mettere in scena un’opera teatrale, tanto più che ora possiamo avvalerci della collaborazione di MarisaEugeni, la sensibile interprete di tutte le mie produzioni. E’ un fervore di contributi. La scelta, infine, cade su La Cantatrice Calva di E. Ionesco. Diverte l’ironia del testo e colpisce la drammaticità del linguaggio frantumato. Lo spettacolo, infine, andrà in scena felicemente.

Il viaggio continua.

 

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