Il Bucato- Giuseppe Solfato

Il Bucato

Giuseppe Solfato

(Sta in: Nuovi Orientamenti – Aprile 2007)

 

Bucato : è voce di etimologia complessa, ma di sicuro sta per Imbiancatura di panni fatta con cenere e acqua bollente.

Il Muratori lo fa risalire al m. a. tedesco buchen ( proveniente , a sua volta dal franco bùkòn ) che genera il moderno bauchen ( fr. buer ): lavare nella liscivia ( cfr. ingl. Buck = liscivia, ranno ).

Però, Grimm pensa che si tratti di voce entrata assai per tempo nel tedesco dalle lingue romanze e quindi, anziché fantasticare col celt. Bog = bagnaree coll’ingl. Bucket = secchia, è preferibile col Flechia attenersi all’etimologia accettata dal Ferrari e altri da buca o bucare.

Secondo Tassoni, infatti, le donne di villa eseguivano l’operazione  in un tronco d’albero smidollato e bucato dal tempo; ancor più certa appare la provenienza dall’usanza di colare il ranno ( long. ranja = mezzo per ammollireper rendere morbido ) attraverso un panno minutamente foracchiato

ceneraccio ) sovrapposto ai panni sudici che sono nella conca.

 

Nella nostra aerea, fare il bucato secondo tradizione richiedeva almeno due giorni di durissimo lavoro; è stato operativo sino ai primi anni ’60., cioè sino a meno di cinquant’anni fa.

Va subito detto che da noi la voce è squisitamente femminile, forse perché il gravoso compito era di pertinenza femminile; quindi,  la bvequate, dove si vuole indicare con l’iniziale segno grafico bv la velatura labiale  della pronunzia della b secondo l’influenza spagnola, che pronuncia quella consonante, facendo passare l’aria tra le labbra ( cfr. bvase =  bacio,  bvasenecole =  basilico ).

 

La biancheria veniva dapprima accuratamente lavata con sapone da bucato ( verdastro e di produzione locale: parecchi erano i saponifici di Bari, ma il più popolare era Borrelli, locato nell’attuale strada Borrelli, in quel territorio a ridosso della stazione ferroviaria che ha ospitato l’area industriale del primo novecento sino a tutti gli anni ’50. ) Quindi, veniva allocata in un tino (o tinozza ) capace e preventivamente allestito.

Particolare cura richiedeva la scelta del legno con cui il tino veniva realizzato. Doveva necessariamente trattarsi del pregiato rovere, perché il castagno, per es., stinge, colorando l’acqua di rosso. Questa è la ragione per cui  si preferiva comprare da    u bvettarebottaio una botte che, segata in due parti nel senso del diametro, dava origine a due galettune : uno per il lavaggio e l’altro per il risciacquo.

Un tipo di tino costruito ad arte e sviluppato nel senso della lunghezza era u gàvete, sollevato su piedi.

In ogni caso, questi contenitori dovevano essere forniti  di un orifizio ( u mìgnelemignarùle ) posto alla base e tenuto chiuso da un tappo; una volta liberato ( sfelgiùte ) si otteneva il deflusso dei liquidi.

Essendo un attrezzo così fondamentale del lavoro domestico, il tino veniva kiandate= installato, piantato in una stanza da lavoro per chi poteva permettersene una, o sul balcone interno della casa o in un angolo dell’unico vano abitabile, o nel giardino condominiale o, meglio ancora, nellakemmerse, cioè il ballatoio antistante la terrazza, dimodocchè si evitava la fatica del trasporto del bucato lavato per stenderlo ad asciugare ( ma non si poteva evitare la faticaccia del trasporto dell’acqua, essendo l’acqua corrente una privilegio riservato a pochissimi. )

 

Sul fondo del tino venivano stese maglie intime logore e smesse, in lana doppia – come usavano e, talora, ancora usano indossare i nostri vecchi – perché agissero da filtro per il drenaggio.

Su questo primo strato veniva disteso un grande panno bianco in tela dura e compatta.

Quindi, venivano sistemati gli indumenti lavati che, alla sommità venivano ricoperti con pedarùle e sòppete = fascioni e riquadri di cotone  aspigone , usati per fasciare i neonati.

Il tutto, infine, era ricoperto da u cennarùle, un grande telo ricavato da sacchi in iuta usati per contenere lo zucchero ( a trama fitta, cioè ) che venivano regolarmente acquistati “ a peso d’oro “, come concordano tutti gli anziani intervistati sull’argomento.

 

Finalmente, si poteva versare la lescive ( dal lat. lexivia ).

Cos’è la liscivia?

Nella grande caldaia della cucina economica, ricolma d’acqua, veniva messa a bollire, per qualche minuto e in quantità ridotte, della cenere bianca ricavata dall’uso quotidiano dei fornelli ( la frascère )  o meglio ancora, acquistata dai forni che ne producevano di più pregiata , più bianca, cioè, e più adatta alla bisogna.

A volontà, nell’acqua in ebollizione, potevano essere aggiunti gusci d’uovo raccolti nel corso del consumo settimanale e un pezzo di calce viva che veniva conservata a palla in uno straccio lontano dalla portata dei bambini. A scelta, si poteva immergere nell’acqua, per qualche minuto, una paletta pesante in ferro arroventato.

 

La lescive così ottenuta veniva  versata sul bucato.

Le donne più ordinate sfelgevene u mìgnele a catùre apèrte, vale a dire che questa prima fase era eseguita a orifizio aperto, in modo da tirar via il primo sporco; solo ora si poteva versare una seconda caldaia di liscivia.

Il bucato doveva restare in ammollo dalle quattro alle sei ore.

Una volta che si lasciava defluire la liscivia, la si raccoglieva in un altro tino o jind’a le  zzolenelle brocche, per riusarla nei piccoli lavaggi settimanali o, diluita in acqua, per lavare la roba colorata.

Il ristagno della liscivia procurava alla superficie u ffelela mappe, che dovevano essere rimossi perché la liscivia non imputridisse e appestasse la casa.

L’ultima vera operazione consisteva nel versare sul bucato così trattato una caldaia di acqua, sapone e foglie d’alloro, fatti bollire per ore.

 

A questo punto, era d’obbligo lasciar riposare il bucato per una notte intera. La mattina seguente, risciacquato in acqua fresca e, talvolta, persino ripassato a la kianghe =  all’asse, era finalmente pronto per essere steso a la zokealla fune.

Il biancore e il profumo erano tali da durare per un mese.

“ Quello sì che era un bucato  e non quello che si fa ora, “ – era solita concludere mia madre, dopo  la struggente rievocazione dei tempi andati, non importa quanto laboriosi fossero stati – “ che è come la bvequate de Kemma’ Frangeske: lave, sciaqqu’e spanne .”

 

P. S.

La comparsa della varechina ( la medicìne de le robbe ), venduta dapprima in farmacia, cominciò a minare il monopolio della liscivia.

L’avvento dei detersivi e, ancor più, delle macchine lavatrici, ne ha decretato la fine.

 

 

Una replica a “Il Bucato- Giuseppe Solfato”

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