Gnam gnam (nota in margine a un’estate teatrale)
di Giuseppe Solfato
(sta in: I Quaderni del CUT Bari, febbraio 1981)
Roma, 19. 7. 1980
Ancora un altro spettacolo. Ieri sera allo stadio delle Terme per la Festa delle Donne: l’Edipo Tiranno di Sofocle messo in scena dall’Emilia Romagna Teatro con Franceschi e la Danieli. I movimenti del coro di Alessandra (la Galante Garrone)e la regia di Busson Benno.La colonna sonora era quella urlata dall’altra parte della festa: tanghi, comparsite, annunci vari mentre, sul palcoscenico, il coro si scuoteva con movimenti mal accordati ai ritmi sudamericani.
Questa volta, il pubblico è un pubblico da pane e mortadella-bruschetta-o frittelle-a scelta – L. 600 al banco. Grazie al cielo, anche questa volta il pubblico passeggia molto tra le sedie, cicala divertito, si narra. E sul palcoscenico (teneramente steso tra due pini) Edipo-Franceschi compare e scompare nella sua botola.
Azzurra èla notte punteggiata dagli asterischi ardenti di esalanti sigarette: ma a che serve questo teatro? A chi? Più colpevole questo eternamente ruminante pubblico o la proposta teatrale? La quantità di distrazione è tale da annullare persino il tentativo di sentirti protagonista del rito.
E’ stato più o meno così dappertutto. Aida (un rumorosissimo e puzzolente, per via del sigaro, gruppo di ragazzi la chiamava A Ida!) e Don Chisciottealle Terme. La Cenerentola del Boston Ballet al Teatro a strisce. I clowns in piazza Farnese. Der Turm in piazza Navona. Ovunque inutilità e stanchezza, deprimente deja vu di moduli spettacolari che non servono più a nessuno. Nemmeno a chi li produce. E poi distrazione, disinteresse, noia, lazzo. Peccato, perché l’idea è buona.
Di quest’Estate Romana, dico. Davvero ogni angolo, ogni spazio della città viene funzionalizzato alla spetta colazione. Due pini, una piazza: e dal capace cappello dei teatranti (o di Niccolini? Lode a te) spuntano fuori quattro assi di legno ad inventare un palcoscenico. Che bello! Proprio come lo spettacolo di magia a Villa Torlonia, il 9. Quello sì è teatro altro. La follia del kitsch che si fa divertimento puro. Esasperazione dell’illusione che il pubblico è chiamato a testimoniare. Ecco perché l’elegante numero francese di ombre sembrava così fuori posto nel gioco ingenuo di conigli, sciarpe coloratissime e donne tagliate a metà: troppo intellettuale, troppo pensato. Il nostro “oh” più meravigliato ci sorprese al settimo abito del mago cinese che continuava a dipanare dal fuso che era diventata la sua bocca il miracoloso filo di lana figlio delle balle di bambagia un attimo prima divorate.<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<e musica solenne di gong e poi tac tac il gioco cambia, rullano i tamburi e il mago di Parma fa levitare la sua donna. E che il pubblico straripi di coca cola e aranciate. Strepitino i fanciullini. Siamo tutti nella magia e freneticamente applaudiremo tutti insieme. Che il ragazzotto dal fondo intessa pure i suoi lazzi col mago-presentatore che sciorina sentenze latine con finissimo accento napoletano. Fischieremo in coro, siamo tutti nella magia, siamo tutti nel tiro giusto e ci dà più carica per esultare, intrepidi, dei lunghi coltelli ingoiati ingordamente dallamaghessa che si muove sinuosa sulle note di Take my heart.
22. 7
Magia, ancora magia. Complici Shakespeare e Villa Pamphili, al crepuscolo, per il Sogno di una Notte di Mezza Estate. Gli gnomi erano quelli della Nuova Commedia di Napoli che hanno agito direttamente sulla terra battuta, tra pini e cespugli, vapori policromi e smisurati lenzuoli variopinti. Tutto attraente, tutto divertente. Anche le scene di Renato Locri e i costumi di Zaira de Vincentiis. E’ un esempio di come possa convivere lo straniamento con un testo che s’affida al magico e all’illusorio perché vengano negati, a loro volta, dal gioco ironico e angosciato della finzione teatrale scoperta.
Abbiamo riso molto tutti insieme, sia che cavalcassimo sedie o fossimo distesi sull’erba o abbarbicati ai tronchi. Solo qualche caramella. Dal fresco della sera m’ha protetto un bellissimo lassie, vagabondo solitario tra corpi tutti presi dall’incanto suscitato dai folletti. Persino una sfacciatissima luna è passata inosservata al di sopra della nostra gioia.
1. 8
Abbiamo ballato sul Tevere. L’amica c’era venuta con rinnovata, comune speranza. L’amico, malvolentieri. Mi si rimproverava persino il Campesinoal Festival delle Donne. Che truce Fin del Mundo. M’ero difeso salvando l’indubbia abilità del protagonista.
“Ma non basta!” mi urlavano dietro. “Siamo stanchi di tanghi e frittelle!”.
Ah, questi intellettuali! Ma che vogliono? È una festa, questa, no? Adesso che abbiamo capito come va, possiamo affermare con certezza che è solo una gran festa di paese!
“Sì, ma è tutto travisato. Come all’incontro con i poeti in Piazza di Siena. Va bene le luminarie, i sax stonati, le tute sull’erba, il casual, la sporcizia. Ma son solo commemorazioni. Noiose, noiose da non dirsi! Qualcuno fischia, qualcuno scalpita. Qualcuno ride. Qualcuno sbadiglia. E’ uno snobismo. Si fa per fare. La poesia non c’entra”.
“Ma è una festa!”.
“No, è la corrida”.
“Ma no, è una festa. Di paese, se vuoi, ma una festa. Peccato che molpte delle proposte non sembrino valutate sufficientemente per la festa, il rito di piazza, dico. E allora devi spostarti su vecchi parametri e ti deve bastare la professionalità di un Salveti e i suoi Uccelli a Ostia Antica. Però puoi anche incappare nel gioiello del Mudra”.
“Ma il Mudra è tutt’altro! Quello sì è un discorso serio che fa prova di come i soldi pubblici possano essere spesi intelligentemente. Dico, hai notato che non volava una mosca? Altro che tanghi e frittelle”.
“Bella scoperta! Era un pubblico di specialisti, come all’Argentina per Pergolesi: un luogo deputato con gente deputata. Importantissimo che ci sia, ma per questa sagra parlerei piuttosto di necessità di spettacolo altro per un pubblico altro e più vasto”.
Un vicino ne approfitta per intrufolarsi con dottissimi “ismi” e “zioni”. E va be’, anche questo fa parte del gioco.
Bud Freeman ha attaccato. Già qualche mano scandisce il ritmo. Le ultime lattine rotolano per le scalinate. Volano gli ultimi lupini. Lo sgranocchiare dei semi di zucca viene sommerso dalla musica che ci corre per la schiena con un lungo brivido. Scoppiano applausi fragorosi. Siamo tutti nel rito. Anche il riluttante amico. Anche l’ismico vicino. Al secondo pezzo, irresistibilmente danzeremo, rilanciandoci sorrisi.
5. 8
A Caracalla per Il Lago dei Cigni. Montagne di gelati a L. 1. 000. Cestini di frutta, pane e frittata, pizzelle. Una platea sterminata. Vanno giù le luci. In quattro lingue ci chiedono un minuto di silenzio per il sanguinoso rito bolognese.
Ad un sol uomo siamo in piedi e d’improvviso recuperiamo drilli, fruscii nella brezza e l’immobilità di un cielo tesissimo.
E’ uno di quei momenti che restano nella memoria.
Trasmuterà velocemente quest’estate.
Cos’altro ci resta se non testimoniare attimi di collettiva, sacrale solidarietà?
Ce la portiamo cucita addosso come un santino la testarda convinzione che il teatro sa essere proprio questo.
Bari, settembre 1980

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