Giuseppe Solfato Il Dialetto Perché (sta in: Attraverso il Teatro, Cronache del CUT Bari negli anni dell’innovazione, Edizioni dal Sud, Modugno-Bari, 2004)

Giuseppe Solfato

Il Dialetto Perché

(sta in: Attraverso il Teatro, Cronache del CUT Bari negli anni dell’innovazione, Edizioni dal Sud, Modugno-Bari, 2004)

 

 

 

1. Quando Diana dello Russo mi presentò ad Annamaria e Marisa Eugeni  e a MariaT.Ventrella nella sua casa di Vigna del Re a Palese, sentii che si trattava di un vero“ riconoscimento “. Era il 6 giugno del 1971.

Da quella sera – Diana andata per strade diverse ( come spesso accade ) – le Eugeni ed io abbiamo continuato a parlare, progettare, scandagliare, palesare; incluso l’avventura de  i Baresi .

Un “ riconoscimento  “ che è stato un atto d’amore e  i Baresi la sua creatura, vissuta otto anni – dal ’71 al ’79 – ma carica di un’energia che ancora palpita se siamo qui a parlarne venticinque anni dopo.

Le cose – si sa -non sono mai quelle che appaiono. Io so per certo che così è stato anche per  i Baresi . Diana dovette essere dotata di una straordinaria dose di preveggenza – o fu solo intuizione, chissà, o fu lungimiranza, chi può dire ? – quando decise l’incontro.Aveva intercettato questo gruppo di “ attrici “ coordinate da Ninni Esposito – quello stesso dell’odierna galleria d’arte –negli scantinati di Arte – Spazio di Nicola Bellomo che ospitava tanto quadri che piccoli eventi teatrali.      Le Fascidde de Bbare ( le scintille di Bari ): così si faceva chiamare il gruppo; presentava dei siparietti nello stretto dialetto barivecchiano di Maria, depositaria di baresità verace, affiancata dalle leccesi ( non tanto per nascita e formazione quanto per provenienza e cultura familiari ) Eugeni.

Laureando in Lingue ma già insegnante, io, incontravo Diana in un corso di Ceramica e Scultura tenuto da Fara di Cagno e altri negli scantinati dell’elementare Mazzini. “ E li devi conoscere, vedrai che ti piaceranno, non so perché ma sento che dovete incontrarvi, penso a tutto io! “ Una capa tanta! Aveva ragione lei.

Ninni partito, complice l’estate, la nostra estate che esalta i profumi, che ci affatica  sotto un sole malandrino e rende lievi i pensieri, che s’allea con la giovinezza ignara di tanti perché e percome, buttai di getto  A La Poste: Sportelle Penzione – farsa in un atto. Un canovaccio, più che un copione predefinito, aperto a tutte le improvvisazioni del caso. Un gruppo di anziani si ritrova in coda davanti a uno sportello postale nel giorno del ritiro delle pensioni. Hanno cognomi pomposi mutuati da una dislocata grecità ( frequentavo così tanto Seferis a quel tempo ) esposti su cartelli portati in scena da un ragazzo. I vecchi litigano, si spintonano, inveiscono, si narrano, si soccorrono, infine,allorquando all’ultimo della fila viene negato il pagamento da un’astiosa impiegata che spiega in italiano, naturalmente, che “ non c’è tempo “ ( e questo è proprio Seferis ) L’intervento di uno spettatore, muto per tutta la scena, ristabilirà “ giustizia “ in un doppio finale che vede tutti quelli della coda ricevere la loro misera pensione: !2. 000 lire ( circa 60 euro !). A tanto ammontava la gran somma delle pensioni sociali: c’era chi doveva vivere solo di quello e qualcuno moriva di stenti, com’era stato di quella donna divorata dai topi in un tugurio del C. E. P. e di cui si leggevano le cronache in apertura di spettacolo, dopo un breve tempo di canti e favole della tradizione pugliese.

La proposta piacque: ma quante discussioni!  Il doppio finale, e lo spettatore in scena, e i cartelli, e l’italiano, e il dialetto, e come recuperare altri “ attori “. Uno sfinimento e un gran divertimento. Furono cooptati Pino Tempesta, matricola d’ingegneria, Gennaro Marciano, fresco diplomato in attesa di impiego al Nord, Vincenzo Ventrella , neo infermiere fratello di Maria, Rosa Lavacca, mia sodale a Lingue, tanto ironica da volersi chiamare Ferli, che faceva più “ fino “. L’avventura era partita.

 

 

 

2. Quale recitazione? Quale regia? Che sapevamo noi di teatro?

Dieci anni prima avevo incontrato Giorgio Azzolini, proprio lui, il grande, l’immenso Giorgio Aldini, il medico-attore del suo strabiliante  Uomo Dal Fiore In Bocca, per dirne solo una. In quella fatale prima circostanza, Giorgio teneva un corso di dizione e impostazione- voce nella sagrestia di San Marcello. Non so più dire come ci ero arrivato. Non era neppure la mia parrocchia. Io sono di San Pasquale.

Fu vero amore. Fu la scoperta di un bi-sogno profondo, la possibilità di incrociare un modello altro di compostezza, di erudizione, di orgoglio e di dignità, di riservatezza. Uno di quegli uomini – sia detto senza enfasi e senza piaggeria – il cui stampo è andato perso. Un uomo gentilissimo che s’aggira tra noi senza pretendere alcun riconoscimento, lui che meriterebbe ben altra gratitudine da questa terra smemorata.

Poi c’era stata la scoperta del  Piccolo e il suo garage incantato in strada Borrelli. Albee,Adamov, Arrabal, Majakowskij, Genet. Che coraggio questoDattoma. Non c’è nessuno che abbia fatto teatro a Bari nel famoso risveglio degli anni ’70 che non provenisse direttamente o indirettamente dalPiccolo.

Ancora mi turba ripensare a quell’indelebile messinscena de  Les Bonnes . Ho inseguito molte altri produzioni dell’opera in mezza Europa, compreso una pregevole  all- men al Festival d’Edimburgo del ‘ 73. Ma Mario Mancini, che è stato, egregiamente, ( altro nostro magnifico interprete mai opportunamente valorizzato )  tanti altri personaggi, resterà insuperata Signora nel mio ricordo; così come furono diabolica coppia di sorelle Nietta Tempesta ed Elvira Maizzani, rese ancora più palpitanti dai toni dell’avanguardia.

Poi c’era stata una breve, quanto infruttuosa, incursione al C. U. T. dove un giovane Pani s’interessava accigliato alla rielaborazione shakespeariana di improbabili nozze in casa Capuleti nella messinscena d’un intraprendente Michele Mirabella. Con un gruppo di amici avremmo voluto allestire Ricorda Con Rabbia di John Osborne ( Michele: “ Ancora  Osborne! “: nel ’66, un’opera del ’56 era gia morta e sepolta! Così va il mondo quando si è giovani.).

E poi c’erano stati  Gli Amici Del Teatro ( di nuovo Pani, estasiato questa volta ) e i loro incontri esclusivi nelle sale stuccate del Circolo Unionecon Moravia, Maraini e Pasolini confusi tra il pubblico in piedi ( perché? non cerano sedie? così voleva il rito? chi potrà mai più dire?) . Un‘emozione, lunga quanto l’interminabile scala del Piccinni, sino all’irraggiungibile loggione, una corsa, un volo per accaparrarsi i posti migliori a ridosso della ringhiera e un capelluto Rino Marrone ( ma già eravamo tutti capelluti e tutti barbuti, e tali saremmo rimasti sino agli anni ’80 ) che arringa sulla differenza che corre tra comunismo e socialismo, in attesa dell’inizio: di lì a breve avremmo sentito parlare di lui come d’un giovane, bravissimo direttore d’orchestra. E poi le luci si spengono ed è subito Shakespeare, Pirandello, D’annunzio, Eduardo.

E infine c’è Colino e Marietta, da sempre,  la domenica alle due, la sterminata famiglia che consuma il laborioso pasto di ragù, pesce crudo e teglie varie, la radio accesa : “ Citte, citte , ca st’a kemmenze “ tuona il babbo per imporre il silenzio.

E adesso tocca a noi.

Quale recitazione? Quale regia? Quale teatro?

 

 

 

3. Parlare di dialetto, parlare in dialetto per noi del dopoguerra cresciuti nell’interdizione del dialetto in nome di un equivocato senso di “ rispettabilità “ borghese tutta da conquistare, tutta da suscitare nei nuovi comportamenti  sociali, nei valori e negli ideali imposti da un progressivo benessere e da una crosta di rapido acculturamento, era la trasgressione. Mal s’accordava il dialetto con l’ufficialità e tanto lo relegava nelle pieghe della miseria, dell’incultura, dell’analfabetismo, dell’irrimediabilmente vecchio. Nel dopoguerra, si era sancita  per sempre la cesura tra i due mondi –  le due Bari – che ancora alligna nella coscienza di questa città.

Indagare sull’origine d’un tal malinteso, credo, significa spingersi sino all’editto murattiano del 1813 per il quale  si permettevano le nuove costruzioni solo in ottemperanza a certa rigorosa normativa; il che si traduceva, in ultima analisi, in una scrematura economica  e sociale della popolazione. ( Per gli aspetti tecnici della questione, valido riferimento restano, a mio avviso, gli atti del convegno di studi su “ Bari: questione urbana e piano regolatore generale “ promosso dalla sezione pugliese dell’Istituto Gramsci e tenuto a Bari nei giorni 6 – 7 maggio 1977 ). Risalendo il secolo salta all’occhio la tumultuosa crescita della città, nei modesti quartieri periferici oltre la ferrovia – San Pasquale, Carrassi – abitati dai meno abbienti, stratificati per professioni, e dagli immigrati dall’ hinterland, qui richiamati dal nuovo benessere, creato anche dalla concentrazione di piccole fabbriche di manufatti leggeri  lungo la via Re David e nelle sue immediate adiacenze: Cereria Introna, Laterizi Solfato, Eternit, Vetrerie De Marinis, Dolciumi Sica, ecc. “ Il dazio “ o, più comunemente, “ la  bvarriere “ ( la barriera ) si diceva dell’Estramurale Capruzzi all’altezza del ponte di Corso Cavour. Attraversarlo significava “ andare a Bari “: il che la dice lunga sulla distanza psicologica tra le anime della popolazione.Credo che ci sia chi usi tuttora l’espressione.

Il ventennio fascista, come ben individua George Mosse,  rifonda e rafforza l’identità nazionale proprio su quel concetto di ”rispettabilità “, intesa come corpus di ideali, valori e comportamenti.

Dunque, parlare di dialetto e in dialetto sulla soglia dei vent’anni, all’inizio degli anni ’70,  significava compiere un percorso a ritroso per andarsi a riprendere uno spicchio d’anima nel faticoso processo d’individuazione.

Era il nostro ’68.

Irrimediabilmente, avvertivamo quel mondo che rincorrevamo con un senso di appartenenza che ci era stata in qualche modo negata. Era un mondo adulto e mitizzato, facile al folclore del frizzo arguto ma definitivamente altro da quello che gli anni ’50 e ’60 ci avevano fatto diventare: scuola, televisione, boom economico, frigorifero, Elvis, rock’n’roll, Beatles, tutta l’iconografia dai colori acidi e piatti di Warhol, per intenderci, come scopriremo più tardi; e poi c’erano state le incursioni negli scantinati umidi e fumosi del  Fagiolo a Carbonara, la 600 e la 500 e gli spiccioli diAmerican dream consumati in patatine e coca cola. Di sicuro, il nostro immaginario era più vicino a quello dei ragazzi che sarebbero venuti, quelli di oggi , persino, che a quello dei genitori o dei fratelli maggiori.

Un salto epocale, una trasformazione rapida che investiva turbinosamente  anche la città se è vero che questa si affrettava a colmare la spiaggia sabbiosa del Lido Marzulli e l’acciottolato catramoso di  Le Poveridde ( l’odierna Pane e Pomodoro ) , per impiantarvi “ i giardini della Rai “ e il prosieguo del lungomare-sud. Si sventrava il murattiano con le sue fresche case dalle volte a crociera per costruirvi svettanti, costosi condomini di sette, otto, nove piani. Viale Unità nasceva tra i capannoni di Cestaro e Rossi – la fonderia -e quelli dell’officina Tanzi, su pozzanghere fangose e promesse di accessi diretti a corso Cavour ( sia pronunciato Càvour, prego, altrimenti, che baresi saremmo? ). La promessa si sarebbe concretizzata proprio nell’estate del ’70, con l’inaugurazione del ponte XX Settembre che, superando la ferrovia, idealmente, riunisce due delle molteplici anime di Bari. Lontano, in luoghi tradizionalmente inaccessibili si impiantavano quartieri  profondamente diversi tra loro, per censo, per provenienza, per livelli culturali, com’erano il Quartiere San Paolo e Poggiofranco.

E noi scoprivamo perplessi che se per Bari Vecchia c’era l’aggettivo Barivecchiano, per Bari Nuova bastava un generico “barese “. Chi mai si sognerebbe di dire barinuovese?

Allora, quando un manipolo di incolti, poveri, diseredati, chiassosi anziani, incapaci di tenere una coda ordinata,  litigano, si spintonano, solidarizzano per far muro contro quell’antipatica di impiegata che s’ostina a parlare un incomprensibile italiano ( “ Han ragione, poi, gli stranieri a qualificarvi come barbari! E che diamine ! “); quella rinnegata che si rifiuta di pagare l’ultimo della coda che, infatti, ultimo non sarebbe stato se la fila fosse stata rispettata, è proprio allora che due aspetti apparentemente antitetici entrano in conflitto tra di loro. Ma solo apparentemente. L’impiegata, a casa, di sicuro parlerà dialetto: è stata già individuata, del resto: è figlia di , amica di. Di lei si sa tutto. O quasi. Di lei si può ragionevolmente immaginare tutto.Se parla italiano è perché il ruolo glielo impone,  per stabilire una distanza di sicurezza tra sé e gli altri.

E’ dello spettatore che non si sa nulla. Chi è? Che c’entra con i vecchi, le loro beghe e i loro fatterelli? E pretende pure di saperne più di loro. E’ lui lo straniero, l’estraneo che parla un italiano come quello della televisione, ne è sicuro il vecchio ultimo della coda ( l’unico senza  nome : everyman?): lui, un apparecchio televisivo ce l’ ha, per l’invidia del gruppo. Da accendere con molta parsimonia ( quasi mai ),  ma ce l’ ha.

Lo spettatore è freddo, razionale: difende il vecchio non per simpatia o empatia ma in nome di un impianto etico astratto che dovrebbe far giustizia almeno sulla scena. Non è la sua lingua ad essere diversa: il suo linguaggio è altro, è irriconoscibile, è sostanziato di una gestualità e di una postura diverse, espressioni di segni altri che semplicemente scoprono la cesura irreparabile, la frattura incolmabile, la separazione definitiva da un mondo ormai circoscritto, isolato, solo, malato, invalido, vecchio.

C’è qualcosa di impudico nell’esposizione di questa vecchiezza.

La città freme di nuovo vigore, tenta di sollevarsi da un ruolo che la storia e la posizione geografica  confinano a un sud della civilizzazione che è torpore, levantinismo, raggiro; vuole contare di più nel panorama nazionale; vuole assumere un tono internazionale più consono ai tempi sempre più frenetici che investono l’occidente; vuole diventare più visibile cosicché le previsioni del tempo, per dire, non si fermino a Napoli. La città vuole essere un luogo “rispettabile “ in cui vivere, anche se questo dovrà significare seppellire la sua anima o almeno camuffarla.

E’ quello che succede in  La Patrone , il mio secondo lavoro allestito da  i Baresi .

Si ripete il conflitto tra sodali: l’aspra padrona e la sua astuta inquilina. Il loro dialetto, arcaico e impervio s’oppone all’italiano cinico e cialtrone della figlia della padrona, che mai più condividerà la mentalità “ delle apparenze da salvare “ di sua madre. O almeno, così dice lei. Ne capisce la lingua ma non è minimamente sfiorata dall’idea di risponderle a tono semplicemente perché non può. Va via per avviare un percorso certamente irto di difficoltà sconosciute, se non altro perché privo di referenti passati: lei è moderna ma è sprovvista di una cultura moderna; proprio come l’Italia del boom, verrebbe da dire. Lascia sua madre persa nel delirio condiviso – così pare – dall’inquilina, riguardo a un suo improbabile ritorno.

La radio, fastidioso, incessante sottofondo, ora è al cicaleccio di una donna già bionica e caroselliana. “ Ti amo con la convinzione della pubblicità …” cinguettano Pino Tempesta e Donatella Nocera dall’interno di un cubo imprigionato dallo smisurato lenzuolo bianco che avvolge la scena,  come un sepolcro rischiarato dalle fiammelle delle candele sparse.

Ecco, la strada è tracciata. Anche la via alla recitazione è stata trovata: è a metà tra  naturalismo e  straniamento brechtiano, riguadagnato in momenti di consapevolezza del ruolo espresso dagli attori.

Nel frattempo si studiava, si studiava da soli e in gruppo, senza sosta. Grande impegno veniva messo nel compilare una piccola biblioteca  settoriale di tutto rispetto, Pasquale Sorrenti essendo il fornitore ufficiale e titolare dell’omonima libreria in via Andrea da Bari dove ci piaceva sostare più a lungo.

Pasquale era anche il sicuro consulente linguistico, se non altro perché c’era il problema – già allora annoso e a  tutt’ora irrisolto – della scrittura del barese. Ciascuno degli autori dialettali, in mancanza di una tradizione certa, da Giovine a Sada, da Maurogiovanni a Savelli allo stesso Sorrenti, a Ogon   ( Gonnella ) e altri, finiva per fare scuola a sé; nel senso che la scrittura del dialetto veniva tentata attraverso la riproduzione di suoni secondo un approccio personale, mediato, per lo più, dalle norme che regolamentano l’italiano scritto. Valga per tutte il valore del ch duro, con valore di k.

Credo, invece, che il barese ponga dei bisogni diversi dall’italiano, perché esprime dei suoni diversi, perché è lingua che s’è trasmessa oralmente, perché le dominazioni che si sono stratificate sulla città nel corso dei secoli sono rintracciabili anche nelle sonorità della lingua attuale. Qual è la trascrizione fonetica  della b iniziale di alcune parole, quali barbierebasilicob o , più correttamente, bv, se si deve tener conto della sua pronuncia di probabile ascendenza spagnola?   Ma vallo a dire al barbiere di via Nicolai, nel rione Libertà! orgogliosamente espone la sua insegna U Varvir, che, a rigore,  dovrebbe essere  U Bvarbviere, con ie accentato per via della  lunghezza, in opposizione alla i breve di mishke ( mischia) per esempio.

Il dibattito è aperto. Né si intravede una soluzione: Gigi De Santis, tra i più sicuri cultori della materia, oggi, pubblica da anni il suo Calannàrie Barèse in cui tenta una trascrizione che se si avvale di regole ormai sedimentate ( la e muta finale, per es. ),  utilizza, tuttavia,  faticosi, quanto inutili gruppi consonantici ( Sam Mmàrche , per es. ) motivati in complesse introduzioni alla lettura.

Ci vorrebbe un Dante che mettesse ordine nella materia attraverso la composizione di un’opera tanto sublime da diventare modello. Nell’attesa, si potrebbe introdurre una trascrizione fonetica secondo le regole dell’alfabeto internazionale, quello che si usa per riprodurre univocamente i suoni dell’inglese, per intenderci.

Semmai c’è da chiedersi che senso ha tutto questo insistere sul dialetto al tempo dell’euro, di Internet e del villaggio globale. Questi localismi rispondono ancora a qualche bisogno, quando, invece,  si sta laboriosamente  tentando la messa a punto di una comunicazione linguistica internazionale, semplificata rispetto all’inglese ( a cui pure s’ispira ), e perciò veramente accessibile a tutti?

Alludo all’ Europanto, una lingua artificialmente compilata con l’apporto di parecchie entità linguistiche europee, ricomposte sulla struttura portante dell’inglese, innegabilmente la più internazionale di tutte.

Personalmente, credo alle semplificazioni e non alle sovrastrutture artificiose.

In quanto alla domanda posta, credo che la risposta venga proprio da Internet. Basta affacciarsi in qualsiasi chat locale ( quella di una scuola, o di una città, per es.  ) per rendersi conto che il sentimento di complicità che corre tra  i visitatori si sostanzia di un linguaggio comune che partecipa di una riconoscibile matrice dialettale.

Il dialetto aiuta a precisare i contorni, è la linea di terra, dà colore e sapidità, è l’unico antidoto all’omologazione a tutti i costi. Direi che dovrebbe essere opportunamente introdotto nelle scuole di ogni ordine e grado.

Superfluo aggiungere, a questo punto, che preferisco di gran lunga U Varvir di via Nicolai allo scorretto, pretenzioso Shop’s Barber ( ! ) di via Dalmazia;  o le sofferte concettosità di Gigi De Santis alle perniciose sguaiataggini vomitate da certa spazzatura televisiva.

 

 

 

4. Fu una formula che piacque.

A chi?

Innanzitutto agli addetti ai lavori del tempo. Era successo che dopo un’anteprima, recuperata grazie a chissà quale amico occasionale, presso il Craldell’Enel in via Napoli , il 23 marzo 1972, il debutto ufficiale fu organizzato da Chris Chiapperini nell’appena sorto teatrino de I Campi Elisi, in piazza Garibaldi 67. Era il 29 maggio, praticamente in chiusura di stagione.

Com’eravamo capitati a I campi Elisi il cielo solo sa. Certamente aveva funzionato il tam tam.

Era in atto una sorta di gara all’occupazione di garage e sottoscala. Nicola Marrone , Vito Signorile, Beppe Lopez e Rino Bizzarro avevano già fondato il loro Centro Polivalente Abeliano, in viale Giovanni XXIII. Chiapperini, Lino Di Turi e Gianni Bellomo, invece avevano voluto il loro  I Campi Elisi. Tutti ex Piccolo e Cut, va ribadito.

La prima volta che varcammo la soglia de I Campi Elisi fummo accolti da un furioso battere di martello su assi da fissare alle pareti decorate da Sergio Da Molin. Riconobbi Gianni, che avevo intravisto in fabbrica nel mio anno Firestone. Anche lì, Gianni circolava munito di un martelletto che picchiava sui copertoni appena sfornati e li auscultava  con aria compunta. Ora batteva e batteva sulle assi, madido di sudore, cespuglioso. C’era qualcosa di inquietante in quel battito secco e dilatato dai soffitti bassi. Macbeth non era lontano.

Nel gruppo di giovanotti che lì sostavano vi era anche un adolescente Perrelli che discettava con forbito eloquio.Apprendemmo più tardi che aveva già pubblicato numerosi articoli e saggi. Impressionante.

C’era il gruppo di attivissimi poeti che s’erano raccolti intorno alla sigla Interventi Culturali che organizzava conferenze, pubbliche letture e una casa editrice: Alessandro Zaffarano, Raffaele Nigro, Francesco Bellino, Rino Bizzarro, Daniele Giancane. Quest’ultimo, in particolare, ci avrebbe raccontato,  in seguito,  de Il Risveglio Del Mezzogiorno, la colta e coraggiosissima  rivista di Tommaso Fiore, a cui lui stesso collaborava.

Ci sentivamo alquanto inadeguati, noi col nostro dialetto e la nostra pretesa di fare teatro. Ma piacemmo e Chris, dopo averci visto all’opera, ci ribattezzò  i Baresi. Fecero le cose in grande, lui e Lino:  per la prima misero insieme un parterre di tutto rispetto che fu possibile solo grazie alla credibilità che loro avevano nell’ambiente. C’erano proprio tutti: intellettuali, gente scafata e rotta ai fatti teatrali, la radio regionale, giornalisti, incluso un certo dr. Pani della Gazzetta che vedemmo schizzare in piedi al termine della rappresentazione e, additandoci, urlare : “ Bravi “.

“ Una farsa che sarebbe piaciuta a Brecht “ : così titolò il suo articolo. “  Questo de i Baresi  è uno spettacolo serio al di là del comico che esprime, ed è un esperimento interessante, nuovo di proporre un teatro popolare senza cadere nel folklore o nel sentimentalismo paesano. “

Nicola Marrone, pur gradendo, ci ammonì di  meditare sulla lezione di Majakowskij e di tenere sempre a mente che “ Un teatro dialettale, e perciò popolare, deve rivolgersi al popolo, a tutto il popolo, e non ad una minoranza caratterizzata dalla sua indecenza morale e spirituale, oltre che materiale. “

Dalle pagine di Settegiorni, Perrelli si congratulava con i Baresi perché :  “ in una stagione in cui s’è fatto un gran parlare e un gran sperimentare sul teatro proletario   ( … )    gli ultimi arrivati,     i meno esperti, abbiano proposto in tutta umiltà , la ricetta giusta, trovando, tra l’altro,  da soli, anche l’uovo di Colombo del teatro brechtiano in senso lato:    divertimento, messaggio e semplicità.

Ce n’era abbastanza per sentirsi incoraggiati a continuare.

Le vere sorprese arrivarono quando portammo in giro lo spettacolo: si creò, nell’accoglienza, una frattura a tutta prima incomprensibile; piaceva ai baresi di Murat e di Poggiofranco; lasciava freddino quelli di Bari Vecchia. La lettura che ne facemmo dopo, molto dopo, quando confermammo il riscontro nelle varie piazze pugliesi o  all’Officina di Milano o presso l’Associazione Italiana di Amburgo girava intorno al problema della “riconoscibilità “. I baresi della città nuova e i forestieri coglievano, di tutta l’operazione, l’aspetto più folcloristico o nostalgico o colto – per così dire. Ai barivecchiani, lo spettacolo suonava noto perché riproponeva la loro lingua e i loro problemi. Non c’era evasione in quello che vedevano – e che loro senza dubbio potevano fare molto meglio – e neppure uno straccio di sogno.

E’ mia convinzione che ci siano solo due modi per esporre la vecchiaia : irriderne o farne poesia. Mostrarla nel suo quotidiano, nel suo limite, nella sua banalità va contro il buon senso, contro qualsiasi canone estetico imposto dalla nostra società che è l’esaltazione della giovinezza a tutti i costi. Indelebile rimane nella memoria, il cartello gigantesco che urlava ai viaggiatori in transito per la stazione ferroviaria di Milano nel ‘74 :“ Giovanizzatevi ”, a proposito di non so più quale marca di scooter.

 

 

 

5. Ora avevamo una cassa comune e una sede in Bari Vecchia –  Vico del Lauro, 5 : due stanzoni con terrazzino e affaccio sul giardino della Fraccacreta, al secondo piano di un ex convento del ‘600, tra baresi veraci che ci guardarono diffidenti per buona parte dei nostri successivi sette anni. Fummo, per tutto il tempo, “ le stediende “ – gli studenti – e una delegazione di donne trovò modo d’infilarsi in casa per “ meravigliarsi “ della mancanza di letti in giro.

Fu lì che nacque, nel ’73,   La Feste de Sanda Necole , una ricerca a ritroso nei suoni della città, sino all’infanzia dei giochi ; in scena troneggiava un idolo di gadget sormontato da un apparecchio televisivo che, in un arrovellato finale, veniva abbattuto.

Occupava molto spazio nelle nostre discussioni serali, la collocazione della televisione, già minacciosamente presente nella nostra vita emozionale. Trovavamo odiosa la sua genericità che appiattiva la lingua e le coscienze. Tuttavia, la fine di  Carosello fu avvertito da tutti noi come il presagio di un eccesso sempre più invasivo, di una perdita di controllo che inevitabilmente avrebbe inaugurato un tempo di volgarità. Né salutammo con particolare entusiasmo l’avvento delle TV private.  Che  avevamo mai a che spartire, noi, qui,  con i modelli di comportamento che passavano nelle varie soap? Non era quello una forma di colonialismo? Pensavamo pure che troppa TV e troppa pubblicità producono una forma di arrogante analfabetismo. E’ interessante rileggere oggi i quaderni di annotazioni e riflessioni che tenevamo in quel tempo. Non sapevamo nulla di Popper o di Baudrillard o di Morin, ma non ci avrebbero sorpresi del tutto quando più tardi nella vita li avremmo scoperti. Bisognava incrementare, quindi,  la nostra azione e ribadire il nostro  “ no “ con lo strumento che avevamo scelto per dichiararci: “ gli anni di piombo “ imperversavano ed era difficile non prendere posizione.

C’era chi lo faceva senza infingimenti, com’era del gruppo di giovani che s’era raccolto intorno a Michi De Ruvo e ad Elvira Sciannameo per fare un teatro di denuncia, Controteatro, per l’appunto.  Furono anche gli anni in cui Bari espresse la cosiddetta Ecole Barisienne dei De Donato, dei Vacca e dei Bodini, per citarne solo alcuni. Il neonato Teatro Se di Nicola Viesti e Lucia Marinelli proponeva insolite “ installazioni “. Fo era presente nelle produzioni locali e Ninì Angiuli cantava  i lillà di Neruda o recitava Ruzante. Tommaso Di Ciaula  conduceva in solitario l’esperienza alienante della vita in fabbrica, veicolata in versi rocciosi e nel bellissimo romanzo Tuta Blu. I Campi Elisi compirono uno sforzo produttivo di rigoroso impegno , in cui spiccò per impatto visivo e sicura resa scenica il provocatorio Howl di Allen Ginsberg. Noi stessi avemmo contatti con Alessandra Galante Garrone e Nuova Scena a Bologna.

Nella nostra casa venivano in molti a trovarci: Rino Bizzarro, reduce da un vibrante  L’eccezione E La Regola per il Cut,  stava lavorando alla riscoperta di Don Pancrazio Cucuzziello, una maschera popolare che dalla natia Bisceglie s’era trasferita a Napoli nell’ ‘800 a riprova della nostra dipendenza culturale; e poi, Pasquale Bellini, Franco Perrelli,Michi De Ruvo , Elvira e Francesco Sciannameo, Mimmo Semisa, Daniele Giancane, Gianfranco Dioguardi. Le prove degli spettacolo erano sempre “aperte “.  Al gruppo s’erano uniti in diversi, difficile ricordarli tutti: Donatella Nocera, Piero Dell’Erba, Silvana e Paola  Lavermicocca, Leonardo Scorza, Lucia Iacovelli, Roberta Pepe, Vito Cuccovillo, Eufrasia Fiore, Angela Patruno e, durante l’anno del mio assistentato ad Edimburgo (procedevano, intanto, le vite parallele di pressoché chiunque facesse teatro a Bari), Dante Marmone, Pinuccio Sinisi, Nicola Traversa.

In Vico del Lauro nacque, nel ’74,  La Patrone con “ l’eccellente interpretazione di Marisa Eugeni e Mariateresa Ventrella”;  ( Pani ) così pure  I Normanni  A Bari per un numero zero di Raitre, curato da Elio Girlanda in collaborazione con la biblioteca  De Gemmis . Si trattava di un’azione di drammatizzazione in costume, per le strade di Bari Vecchia, con cronaca in diretta Rai.

Lì nacque, soprattutto Un Fatto: Bari, 27 Aprile 1898 ( La Rivolta Del Pane ). Era il 1977.

 

 

 

6. I tempi mutavano rapidamente e ci mutavano. Ormai trentenni, avvertivamo l’urgenza di concretizzare le attese che si erano create dentro e fuori di noi.

Già dal ’73, Michele Mirabella aveva curato la regia di Jarche Vasce su testi di Vito Maurogiovanni, per la produzione del Piccolo. Era stato un successo strepitoso che premiava soprattutto l’irresistibile istrionismo degli attori, in primis Mario Mancini e Nietta Tempesta. Un successo che dura tuttora dopo trent’anni di repliche!

Nasceva pure l’Anonima G. R. fondata da Marmone e Sinisi con una produzione che, se non era esattamente in dialetto, era di sicura matrice dialettale e s’avvaleva di un mirabile controllo della corporeità.

Nasceva Il Purgatorio di Beppe Stucci: una struttura finalmente  di superficie, pensata espressamente come luogo di eventi teatrali. Un piccolo gioiello.

Nasceva Bari – Teatro, ambiziosissimo progetto di cooperazione tra i gruppi teatrali – professionistici e non – della città. Il direttivo era presieduto da Nicola Saponaro.

Nel settembre del ’76 prese l’avvio della  Prima ( ed unica ) Sagra del Teatro di Puglia al Piccinni e al Purgatorio. Ci fu il concorso di talmente tanti gruppi che le rappresentazioni durarono ininterrottamente da mercoledì, 29 settembre,  a tutto il 10 ottobre. Al di là di qualsiasi merito artistico e di valutazione del livello degli spettacoli, la Sagra fu il primo tentativo organico di raccogliere sul palcoscenico le forze teatrali pugliesi di espressione dialettale. La direzione dei lavori fu affidata a Cosimo Cinieri e a Michele Mirabella con la collaborazione di Teodoro Signorile. Le introduzioni furono di  Carmela Vincenti. Puntualissimo, a percorso inoltrato, Pani registrava sulle pagine della Gazzetta:  “ La sagra, in verità, sta mostrando anche i limiti dell’operazione dialetto. E’ ancora troppo presto per un giudizio complessivo, ma certo non bastano le scatenate risate di un Piccinni strapieno a farci dimenticare la necessità  di un più approfondito impegno culturale ( come aderenza ai problemi reali del nostro vivere civile ) ed i problemi del teatro pugliese. “

Insomma, insieme a tanta vitalità, si avvertivano già i primi scricchiolii che, si badi, non necessariamente vanno letti come crollo dell’edificio che s’era venuto costruendo: direi, piuttosto, che la fine degli anni ‘70 – quella mai più eguagliata  primavera della controcultura a Bari, a guardarla in retrospettiva – segnò una trasformazione indispensabile, necessaria per scremare chi restava da chi doveva uscirne.  Fu il cosiddetto passaggio al professionismo, in ambito teatrale,  che    per  i Baresi non funzionò; né, diremmo oggi, si vede come avrebbe mai potuto funzionare. Tuttavia, il tentativo fu fatto con la trasformazione in cooperativa s. r. l..

Tutto ciò nel ’77. Chiudemmo nel ’79.

L’analisi della mutazione in atto, tuttavia, deve necessariamente tener conto  anche della proliferazione di gruppi spontanei dialettali – come la Sagraaveva provato;  non fu segno di vitalità ma, piuttosto,  di impoverimento della ricerca teatrale. Pani aveva visto giusto.

Di “ sottocultura “, addirittura, parlava  Daniele Giancane in una appassionata lettera sull’argomento alla Gazzetta, il 7 gennaio ’77. Puntava l’indice quando ammoniva: “ La cultura, da queste parti, soffre di separazione dalla realtà, di impotenza antica, di sfiducia nell’intervento: è tempo di contare di più perché si aprano dibattiti, perché si funga da guida a chi confonde gli artisti impegnati  con quelli da operetta, perché si operi per introdurre il dialetto nelle scuole. Questo, prima che essere fatto di cultura, è fatto di eticità: l’intellettuale non può far altro, se è davvero tale, che agire da pubblico educatore.”

La nuova, costosa sede di Via Campione  mangiò il nostro esiguo fondo – cassa. Né avevamo la stoffa per sovvenzioni e borderò. Ma più ancora, era palese che s’andava esaurendo la nostra  carica e la nostra funzione, persino ai nostri stessi occhi.

Peccato. L’ultima produzione del gruppo, La Rivolta Del Pane, fu un vero evento quando inaugurammo, insieme ad altri gruppi collegati nella rassegna  A Teatro, il primo Expo Levante nella Sala B del padiglione della Cassa per il Mezzogiorno alla Fiera del Levante. Lo spettacolo ricostruiva, con taglio giornalistico e rigore storico, gli eventi incentrati su quella data memorabile: il 27 aprile del 1898, entrata persino nei modi di dire dei baresi. Fu un grande sforzo collettivo e produttivo.

I Campi Elisi chiusi, in cooperativa erano entrati Gianni Bellomo, Angela Tosto, Zina Lamberti e altri. Lo stesso Chris fu splendido, dolente sindaco Re David in una successiva riedizione per un laboratorio del Comune di Bitritto.

Si era alla fine. Tutti lo sapevamo. Avevamo creduto in un teatro che ponesse al centro dell’attenzione l’uomo e la sua dignità. Mal s’accordava un tal principio con il brulichio di radio e televisioni private che assediavano le coscienze ovunque ci si rigirasse.  All’improvviso ci ritrovavamo in un mondo che pullulava d’ inutili oggetti “ indispensabili “. Ci scoprimmo, quando ancora ci sembrava di essere altro, più aggressivi, più rampanti. Era tutto un proliferare di nuovi amici del dialetto, per lo più colto nei suoi aspetti più appariscenti e rumorosi.

Veramente  non avevano più senso  i Baresi .

 

 

 

7. A me restava ancora un atto pubblico da compiere: dalle centinaia di pagine di un diario del chiacchiericcio quotidiano  della mia inconsapevole madre e delle tante donne “ antiche “ che avevo incontrato, composi Per Donna Sola. Mi sembrava che il doveroso omaggio che porgevo a tutte loro attraverso Talì, la protagonista , stesse, di fatto, per il crepuscolo di una città colta un attimo prima che la sua voglia metropolitana la ingoiasse per sempre. Marisa Eugeni fu l’unica, strepitosa interprete, dall’esordio, il 20 ottobre 1982 all’ultima replica, il 25 novembre 1998.

Nell’ ’82, inaugurammo l’unica libreria dello spettacolo del Sud: Foyer di Gianni Bellomo e Angela Tosto. Ancora Gianni e il suo inesausto martello che chiama a raccolta le migliori energie per trovare il coraggio di allestire un luogo unico e irripetibile nella storia di questa terra; luogo d’incontro destinato a soccombere di fronte alle inesorabili leggi del mercato e ai megastore del libro che non avrebbero tardato ad arrivare anche qui.

Nel ’98, intervenimmo alla presentazione del libro, bello e puntuale nella sua ricca documentazione, di Antonio Stornaiolo La Recita curiosa – Il Teatro Dialettale a Bari sul palcoscenico del Teatro Abeliano.

Mettemmo a punto, Marisa ed io, un tipo di recitazione che chiamerò “ dissociata “ : i due linguaggi, del corpo e della voce, procedono appaiati per narrare di una solitudine senza scampo.  In una confusione di reale e di immaginato, la fisicità della collisione con l’unico oggetto scenico – una grande cassa zeppa dei cascami di una vita – continuamente reinventato nella funzione, finisce per rideterminare, a volta a volta,  i ritmi e i toni del rito teatrale. Lo sforzo per penetrare gli oggetti si stabilisce come tentativo di comprenderne l’intima essenza e di renderli partecipi del dramma dell’esistenza umana.. Sul telo bianco che fa da sfondo, scorrono le struggenti diapositive di Pino Tempesta che ritrae donne e angoli della città  per dare il senso del suo divenire. Le luci, protagoniste al pari dell’attrice, furono di Piero Dell’Erba.

Mi piace aggiungere, con vanità quasi senile, ormai, che il ’98 è pure l’anno dell’arduo completamento della stesura di Cicì. Si tratta di un’opera pensata per due donne e scritta in una lingua che, partendo da una base di dialetti meridionali, si inerpica nelle risonanze di alcune altre lingue europee per frantumarsi, infine in puro suono disarticolato.

Cicì non è mai stata rappresentata, ma il viaggio nella lingua continua.

 

 

8. Sono finiti  i Baresi ma , grazie al cielo, non è finito il barese. Una città senza memoria è una città senza futuro. Mi sembra che il dialetto sia più vivo e vegeto che mai e il grande strombazzamento che se ne fa nelle TV locali invoglierebbe a pensare che il pregiudizio nei suoi confronti s’è attenuato. Chissà.

Sta di fatto che i nuovi scenari che la città s’è data dopo la bonifica di Piazza Mercantile e della Muraglia hanno ribaltato i luoghi tradizionali d’incontro tra giovani: i baresi della città nuova a Bari Vecchia e quelli della città vecchia in via Sparano. Basta farsi una passeggiata serale per verificare la verità dell’affermazione. Ma questa è già un’altra storia.

A noi non resta che affidare i fatti all’attualità con la convinzione che quanto abbiamo creduto di narrare è  quello che oggi sappiamo, è quello cheoggi comprendiamo.

Una speranza abbiamo, che è una certezza:  da qualche parte, nelle pieghe della storia s’aggira un altro Gianni che brandisce un martello; prima o poi ne riascolteremo il battito e lo riconosceremo.

 

 

 

Postscriptum di Annamaria Eugeni

 

La mia esperienza con i Baresi è la storia di un incontro e l’inizio di un possibile ritrovamento.

Fu un incontro di persone ( ci chiamammo i Baresi, ma io barese non  ero, non ancora,almeno).

Fu l’incontro con una lingua, il dialetto,( ed ancora non era il mio, io, di madre lingua leccese ed anche un po’ grika).

Fu l’incontro con una città che non conoscevo, che non era mia, pur essendo la mia, e con la sua anima, con tutte le anime che le vivevano dentro.

E fu l’incontro con il teatro e le sue mille maschere.

Ho capito solo molto tempo dopo che fu anche il primo incontro con l’ombra oscura e confusa della mia anima sdoppiata.

Non sapevo quasi niente di teatro, ma la prima volta che Giuseppe ci lesse il testo di quello che sarebbe poi stato il nostro primo lavoro in dialetto, io capii perfettamente quella lingua a me quasi sconosciuta, e capii anche la lingua più misteriosa e segreta che quel giovane quasi sconosciuto ci invitava a parlare insieme a lui.

Non sapevo quasi niente di teatro ma accettai, incondizionatamente. Le due lingue mi piacevano, entrambe, e molto.

Seppure confusamente, sapevo che lì poteva iniziare per me un cammino nuovo, un percorso di ricerca, nel teatro, per il teatro, e, attraverso il teatro,dentro me stessa.

E fu così!

Noi chiedevamo ai vecchi, alle donne, di regalarci i loro ricordi, i canti, a volte, faticosamente conservati dalla memoria, e le loro storie che erano la storia della città;  man mano che ascoltavo, imparavo, conoscevo, affiorava ai miei occhi un’immagine di città doppia, diversa, antica e nuova, bella e brutta, frenetica e pigra.

Tutte in una.

Noi cercavamo l’anima della città, la sua identità più vera, lacerata e offuscata da mille strappi e da mille illusori colori, e volevamo raccontarla con la sua stessa lingua che era la voce stessa di quella città.

Ma era anche la ricerca di una mia identità fino ad allora spaccata, confusa, fluttuante come il doloroso senso della nostalgia di un’altra famiglia, di un’altra casa, di una vita mai vissuta.

La stessa nostalgia che mi spingeva a spiare indecorosamente, dentro una finestra illuminata, la vita degli altri, che mi faceva divorare nei libri le storie di altri, che mi condusse, forse non per caso, ad entrare nel gioco del teatro, per spiarne i misteri e tutte le sue maschere.

Cercavo un luogo dell’anima dove ritrovarmi, e forse allora intuii che il teatro poteva aiutarmi nella mia ricerca.

E fu il teatro, ma fu anche il gruppo.

Quanto parlare! Quanto indagare e scavare. Quanto denudarsi! Quante lacerazioni, quanto odio . E quanto amore! Sono certa che lì cominciò a dipanarsi qualcuna delle imbrogliate matasse della mia vita.

Sono passati più di trent’anni, questa città non è cambiata, ma oggi è la mia, anche per scelta.

Seppur piccolo, un luogo dell’anima dove ritrovarmi ce l’ ho; ci sono dentro i ricordi, belli e brutti, le tappe impegnative di un cammino cominciato lì e allora, una consapevolezza conquistata duramente, ancora fragile, ma sempre e comunque sostenuta dall’affetto e dall’amicizia che ha legato e ancora lega alcuni di noi ormai ex Baresi

Si è trattato,sì, di teatro, ma per me è stata una scuola di vita.

 

Elenco Spettacoli de i Baresi

 

A La Poste : Sportelle Penzione , farsa in un atto di G. Solfato con un tempo introduttivo di fiabe, canti e poesie del popolo pugliese.

 

Interpreti: Annamaria e Marisa Eugeni, Rosa Ferli, Maria e Vincenzo Ventrella, Pino Tempesta, Gennaro Marciano, Giuseppe Solfato.

 

Scena e Regia del Gruppo.

 

AnteprimaCircolo Ricreativo E. N. E. L., 23 marzo 1972

 

Prima Rappresentazione:  I Campi Elisi, 29  maggio 1972 con assistenza tecnica, effetti sonori e luci di Gianni Bellomo, Gianfranco Carbone e Peppino Losito.

 

La Feste De Sanda Necòle, ricerca di gruppo in sette quadri da un’idea di G. Solfato.

 

Interpreti: Marisa Eugeni, Maria Teresa e Vincenzo Ventrella, Rosa Ferli, Roberta Pepe, Gennaro Marciano, Pino Tempesta, Giuseppe Solfato.

Bozzetti di Maria Teresa Ventrella.

 

Scena e Regia del gruppo.

Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo, Gianfranco Carbone e Peppino Losito.

 

Prima RappresentazioneI Campi Elisi, 22 gennaio 1973.

 

 

La Patròne, un atto di G. Solfato.

 

Personaggi e Interpreti:

 

La padrona : Marisa Eugeni;

 

Marietta, l’inquilina: Maria Teresa Ventrella;

 

La figlia della padrona: Annamaria Eugeni;

 

La radio: Donatella Nocera e Pino Tempesta.

 

Costumi del gruppo.

 

Scena e Regia dell’autore.

Prima Rappresentazione: I Campi Elisi, 9 dicembre 1974.

 

 

 

Un Fatto: Bari, 27 aprile 1898, due tempi di G. Solfato

 

Interpreti:  Marisa Eugeni, Maria Teresa Ventrella, Silvana e Paola Lavermicocca, Lucrezia Lamberti, Donatella Nocera, Piero Dell’Erba, Leonardo Scorza, Pino Tempesta.

 

Costumi del gruppo.

 

Musiche di M. T. Ventrella e G. Solfato.

 

Assistenza Tecnica e Luci di Gianni Bellomo.

 

Scena eRegia dell’autore.

 

Prima Rappresentazione:  Sala B del Padiglione della Cassa per il Mezzogiorno –  Fiera del Levante, 3 aprile 1977.

 

 

 

Per Donna Sola , monologo in un atto di G. Solfato.

 

Interprete: Marisa Eugeni.

 

Assistenza Tecnica e Luci di Piero Dell’Erba.

 

Diapositive di Pino Tempesta.

 

Musiche di Berio, Fox e Jagger, New Order Fact, Eno.

 

Scena e Regia dell’autore.

 

Prima Rappresentazione: Libreria Foyer, 23 ottobre 1982.

 

Bari, 1 marzo 2004

 

Una replica a “Giuseppe Solfato Il Dialetto Perché (sta in: Attraverso il Teatro, Cronache del CUT Bari negli anni dell’innovazione, Edizioni dal Sud, Modugno-Bari, 2004)”

  1. […] -accenti giusti -Lettera – ZENZOLA – da A. -Gnam gnam -Il pane -Il bucato -Bambini sfasciati -Il dialetto perchè -in cerca della poesia che si vede -L’occasione più concreta per la cultura -La Patroòne: […]

Scrivi una risposta a INDICE ARTICOLI « Giuseppe Solfato on the web Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.