Puglia spettacoli
sabato 3 aprile 2010
BARI – L’insostenibile complessità
dell’essere. Specchi che, scenicamente,
rivelano metafore sulla confusione
esistenziale, riflettendo immagini
spesso prive di volti (vittime di
una sorta di metodico clichè, nel
“vuoto” ossessivo della nostra epoca).
Racconti (in una duplice sessualità)
che descrivono personaggi polisemici
(dai registri espressivi in apparenza
in antitesi, da calibrare nello
sviluppo narrativo fra pacato, repentine
virate, nevrastenie e, con luci
più suggestive, nell’epilogo “sussurrato”),
referenti ad hoc della volontà
autoriale (onnipresente, dalla denuncia
dell’inesorabile individualismo
al caos politico e religioso, con
massime del tipo: “E’ proprio un
mondo insensato”).
Necessità spasmodica di avversare
l’andazzo odierno (da omologazione
in serie) con la creazione (“Bisognerebbe
inventare nuove parole: quelle
che abbiamo non bastano più”) di
neologismi (“smetato”), pensieri
(“Ragionare non è credere e credere
non è ragionare”), con la consapevolezza
che “se non attacchi, subisci”
(fermo restando il topico: “Ci vogliono
grandi passioni per i veri eroi”).
Una scrittura ricca di spunti riflessivi
e sfumature, a tratti di non immediato
impatto (a causa della ridondanza
nel filosofeggiare: procedere
per sottrazione non sarebbe una cattiva
idea, giovando alla scorrevolezza
e pulizia) e coraggiosa, scandisce
l’universo di Giuseppe Solfato (anche
regista, già apprezzato per “La Patrone”
lo scorso anno, con Annamaria
Eugeni e Adriana De Ruggieri) nella
pièce “Zenzola” (monologo a due
voci), per la produzione di “Codice
Arte”, al Duse di Bari fino al 22 aprile
(dal mercoledì al venerdì, ore 21).
In primo piano la cruenta (talvolta
feroce nel poeticamente grottesco)
mancanza di ideali e certezze, con
inevitabile destrutturazione dell’ontos
(e un pessimismo dal sapore un
po’ rétro), traendo spunto dall’evoluzione
drammaturgica di un “carattere”
già contenuto in “Dualalia” (Il
Filo, Roma, 2008).
Protagonisti: Mino Decataldo (il barbiere
“esegeta” dei mali circostanti:
regge il palco, ma si ha l’impressione
debba ancora dare il meglio di sé,
evitando il ghigno perenne e i pruriti
continui alle caviglie); Marisa
Eugeni (la più convincente per climax,
presenza ed emozionalità) e la
giovane Maria Luisa Mauro (troppo
acerba, non incide nella performance).
Discutibili le scelte musicali,
buoni i costumi di Rossella Ramunni,
ritmi da potenziare.
Gianluca Doronzo

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