E’ arrivato Piripicchio! Di Giuseppe Solfato

E’ arrivato Piripicchio!

Di Giuseppe Solfato

 

(sta in: Angelo Saponara, L’ultima mossa, Omaggio a Piripicchio,  Gelsorosso, Bari, 2006)

 

 

Quelli della mia generazione e della mia estrazione sociale sono cresciuti a pane e Piripicchio.

San Pasquale – Bari, anni ’50. Corre un grido di bocca in bocca tra i bambini che giocano alla guerra nel campo in fondo a via dei Mille non ancora via Postiglione, o agl’indiani, dietro il Convitto, col prigioniero che frigna legato al gelso della tortura, o alla campana sullo slargo davanti alla chiesa, sotto l’occhio vigile di Don Santo o Don Franco. E’arrivato Piripicchio, è arrivato Piripicchio! Ci sembra già di sentire un vibrare di piatti in lontananza.

E’ tornato Piripicchio.

“Fùsce, fùsce, sciàm’a vede’!”. Lui, l’incantatore in frac, la fatale sciammèrghe di Totò e Ridolini, è davvero lì che ci aspetta in Via Maria Cristina, appoggiato ritto le spalle al muro, che fa andare su e giù la bombetta rigida, come un immenso occhio invisibile su cui cala ritmicamente un’ammiccante palpebra nera e l’attesa sfibrante del tamburo che rulla e clash, il trionfo liberatorio dei piatti e la piroetta della bombetta lanciata per aria e riacciuffata al volo. Siamo già nella magia quando attacca la fisarmonica del prodigioso giovane compagno musicista, u azzebbànne, ePiripicchio mima irresistibile: “Pansè mia, pansè tua. In ricordo del nostro amor” e l’assolo si scioglie in un coro.

Repertorio limitato, divertimento assicurato; gioco semplice per gente senza pretese; rime facili per gente predisposta ad un sorriso: “Adesso canterò una canzone / per quella bella signora sul balcone / e se mi dà una frittella / canto un’altra a sua sorella.” Scroscia l’applauso. Oiove qualche moneta d’alluminio, 5 lire, 10 sono già un lusso. “Uagno’, pùrte ddò, angòre te la svìgne”. Spanzate di risate.

Linadelpane urla affacciata sull’uscio: “La mossa, la mossa”. Piripicchio fa roteare il bastoncino, il tamburo rulla in crescendo, Piripicchio esaspera l’attesa avanzando a passettini esageratamente vezzosi verso la folla che scandisce il tempo e clash, sul fragore dei piatti, un colpo di reni per la mossa irriverente.

E’ teatro di strada quanto e come ne avremmo visto qualche decennio più tardi; spettacoli intellettuali pensati per “recuperare la radice”. A marcare la differenza è che qui è tutto autentico, è avanspettacolo, mestiere disperazione ironia sopravvivenza sberleffo; e noi che guardiamo siamo protagonisti ingenui, lontani anni luce dalle incrostazioni e dalle impalcature di tanta falsa cultura che ci saremmo costruiti nell’ineffabile tempo.

Ecco, Piripicchio si allontana con il codazzo di noi bimbi che lo segue sino ai limiti consentiti, l’orizzonte di via Gondar e via de Deo è già trasgressione.

Più tardi, nel 1981, avrei incontrato ancora il ricordo di Piripicchio in una bella mostra evocativa a Santa Teresa dei maschi – appena restaurata – a cura della cooperativa “Nuovo Sud”, le foto di Angelo Saponara e i burattini di Paolo Comentale. A me fu chiesto di far rivivere la maschera.

Quando di rente ho restaurato una casa di campagna, mi son visto venire incontro, tutto emozionato,il muratore: “Professo’, lo tieni un altro manifesto come quello che sta sopra al tavolo?”. E già sorrideva sfacciato col suo enorme ciuffo grigio che gli cadeva impomato sulla fronte e mi sommergeva dei suoi personali ricordi nel cortile delle case popolari di via dei  Mille, non dissimili dai miei. Mi sono inerpicato su per l’ammezzato e tra le carte più gelose, in fondo ad un baule, l’ho trovata, l’ultima copia del glorioso manifesto, persino col garofano, sul risvolto della giacchetta, tinteggiato di un bel rosso carminio. “Bobby, Bobbysolo, eccolo. Prendi, è tuo. Mi raccomando: fallo incorniciare!”.

Nientedimeno! A Crìste dìsce fa’ chiòve!” e si allontana per il vialetto con un saltello di sghimbescio.

 

 

Piripicchio, il nostro Charlie Chaplin

Di Giuseppe Solfato

 

(sta in: Nuovi orientamenti, agosto 2006)

 

 

Piripicchio è il soggetto delle foto di Angelo Saponara, raccolte in un preziosissimo volume appena pubblicato: L’ultima mossa (Gelsorosso, Bari, 2006, € 25. 00)

Lode, innanzitutto, a questa giovane, intraprendente casa editrice a cui va tutta la nostra ammirazione e l’augurio di lunga e gloriosa esistenza.

Il libro è corredato anche di una parte testuale, curata da Lino Angiuli, che pone una accanto all’altra testimonianze diverse (da Lino Banfi a Michele Mirabella a numerosi altri, incluso lo scrivente). Spicca su tutte lo studio che dedica al personaggio Enzo Spera “Un trickster in Puglia?” che già nel sottotitolo “Piripicchio, maschera ilare e dolente dei giorni di festa”, lascia intravedere l’approccio antropologico all’analisi.

Si segnala, inoltre, il contributo di Rosa Maria Manzonna (Piripicchio nelle foto di Angelo Saponara), colto tentativo di spiegare l’occhio fotografico dell’autore.

La copertina del libro anticipa i temi delle foto e la raffinata impaginazione: un anziano Piripicchio – vestito di tutto punto in tight – ci viene incontro in primo piano nella sua caratteristica “mossa”, cosicchè sembra porgere all’osservatore il suo famoso bastoncino da passeggio mentre fissa l’obiettivo. Sullo sfondo, un gruppo di astanti sbiaditi in un suggestivo bianco e nero e, più dietro, i festoni monocromatici di una luminariada festa patronale; su tutto, in fondo, come una madonna medievale, il faccione stesso di Piripicchio, il moncone di baffetto, l’occhio distratto, la bombetta.

L’immagine di Piripicchio (identificativo di Michele Genovese, Barletta, 5.7.1907, Bitonto 1.8.1980; ma nessuno spiega se il suo “nome d’arte”, per così dire, fu scelto dal Genovese o se gli fu attribuito dalla popolazione) ha senso per gli ultracinquantenni di estrazione popolare in Terra di Bari; per tutti gli altri, forse, a guardarla oggi, potrebbe evocare una certa familiarità.

Piripicchio agì nelle feste patronali, nei mercati e, soprattutto, nei cortili e per le strade di Bari e provincia (preferibilmente nei pressi delle fermate della filovia) dall’immediato dopoguerra agli anni ’60, grosso modo. Si accompagnava a un suo più giovane aiutante musicista, carico di fisarmonica (suonata con prodigiosa maestria) e da u azzebbànne (deformazione tutta barese di jazz band), cioè, di una rudimentale batteria corredata di piatti.

Alla musica di motivetti molto popolari e, perciò, facilmente riconoscibili, Piripicchio si esibiva in una serie di “numeri” di forte richiamo, tra l’avanspettacolo e l’improvvisazione tutta gigionesca del guitto di strada che infilava, tra una strofa e l’altra, facili rime ingenuamente allusive. Infatti, il culmine dell’esibizione era sempre l’attesissima “mossa” cui rimanda il titolo del libro, per l’appunto, che veniva reclamata a gran voce dal gruppo dei divertiti astanti, raccolti in semicerchio intorno al protagonista. Laddove ce n’era una disponibile, il nostro agiva anche appoggiandosi a una parete: sia per l’esecuzione del suo buffo numero con la bombetta a falda rigida da far andare su e giù, sia perché in tal modo poteva tener d’occhio i numerosi spettatori (casalinghe e bambini, per lo più, data l’ora), affacciati a balconi e finestre. Se il pubblico non lo faceva già di suo spontaneamente, veniva sollecitato a partecipare attivamente allo spettacolo, che non durava mai più di una ventina di minuti.

L’esibizione, va da sé, si concludeva sempre con il lancio di monetine e la questua messa in atto dallo stesso Piripicchio tra i presenti. Divertimento semplice per cuori semplici, in tempi duri e pretelevisivi.. Il boom economico, la diffusione del benessere, l’avvento massiccio della televisione, il traffico sempre più caotico, gli anni di piombo e l’inesorabile tempo che tutto tritura, hanno fatto perdere la memoria di Piripicchio.

Saponara provò a riproporlo in una memorabile mostra di foto nella stagione’81-’82, organizzata dalla cooperativa Nuovo Sud, allora attiva nel recentissimo spazio restaurato di Santa Teresa dei Maschi, a Bari vecchia. Fu un vero e proprio evento per la città tutta. Alla mostra – di cui rimane uni struggente manifesto in bianco e nero e, forse, un video – si accompagnava uno spettacolo di marionette curato da un esordiente Paolo Comentalee un’azione scenica itinerante studiata ad hoc dallo scrivente, che l’affidò a due giovanotti all’epoca impegnati in un corso di formazione dell’attore tenuto, per conto della stessa cooperativa, da Franco Perrelli e dallo scrivente stesso. I due ragazzi erano Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo, che di lì a breve avrebbero spopolato come Toti e Tata.

Quello che colpisce delle foto di Saponara è la velatura di tristezza – totalmente estranea al nostro ricordo – che promana dal personaggio Piripicchio. Vero è che il Piripicchio qui ritratto non è quello della nostra infanzia – i primi anni ’50 – più giovane e vitale di sicuro, evocatore di una stagione della vita innocente e scevra da qualsiasi sovrastruttura intellettuale. Cionondimeno, l’occhio di Saponara pare insistere su questo punto e sulla forzata giocosità del personaggio,   anche – se non soprattutto – quando lo schiaccia  contro le commoventi chianche tutte pugliesi della piazza con una prospettiva dall’alto: era questo, dunque, quello che gli osservatori affacciati ai balconi vedevano? Noi, affollati intorno a Piripicchio, oltre che troppo giovani, eravamo distolti dalla prorompente fisicità e vitalità della maschera: ché di maschera qui si parla, di un travestimento che aderiva perfettamente a quel miscuglio di penuria, stenti, solidarietà, trastulli senza pretese, rigidi codici comportamentali assunti acriticamente, che erano la realtà a noi tutti ben nota negli anni ’50. La maschera la sintetizzava mirabilmente, e nella deformazione trasgressiva intrinseca alla sua natura di maschera, ce la restituiva in una resa stringente e poetica.

Verrebbe voglia di dire con Paula Philippson che Piripicchio è uno di quei casi in cui il cronos (il tempo del divenire, la quotidianità) incrocia l’aion(il punto dell’essere, l’immutabile) facendone scaturire il mito.

Certo, non possiamo evitare di interrogarci sul senso e il valore di questa icona metropolitana, proposta dapprima da Charlie Chaplin, che attraversa tutto il ‘900. Si parla qui dello spiantato in frac, bombetta e bastoncino da passeggio, che da Charlot discende sino a Totò, attraverso il doppio di Stanlio ed Olio, per collocarsi, infine, al centro della tormentata riflessione beckettiana. Lungo la stessa linea di demarcazione si colloca Piripicchio.

Anche con lui, come in tutti i suoi più noti predecessori, l’emozione dell’incontro si libera innanzitutto in un sorriso. Basti osservare le facce beate del gruppo raccolto intorno a lui e leggere le testimonianze affettuose raccolte nel volume: pare di capire che in ciascuna di loro e in tutte, la linea curva del tempo individuale va ad intersecare il non-luogo della memoria, dove ancora vive e pulsa l’immagine di Piripicchio. Nella città reinventata che abitiamo nei nostri ricordi, sospese come villaggi di Chagall, noi della nostra generazione incontriamo ancora un divertito e divertente Piripicchio.

Poi, c’è lo sguardo amorevole e disadorno di Saponara che ci fa dire: ah, è così, dunque!

E’ anche così.

Non lo diciamo per tranquillizzarci, per consolarci. E’ proprio così che va il mondo, per  quanto siamo in grado di capire oggi. Se è vero che nessuno può toglierci quello che siamo stati, è pur vero che questa consapevolezza non deve impedirci di vedere com’è la realtà o qualsiasi cosa che chiamiamo realtà.

Qui ci soccorrono i Maestri, il loro sguardo, la loro riflessione.

Uno di loro è di sicuro Angelo Saponara.

 

Una replica a “E’ arrivato Piripicchio! Di Giuseppe Solfato”

  1. […] -E’ arrivato piripicchio -La Veglia di San Giovanni -Bari 2003 -Capelli -Corso Càvour o corso Cavoùr? E’ ora di usare gli -accenti giusti -Lettera – ZENZOLA – da A. -Gnam gnam -Il pane -Il bucato -Bambini sfasciati -Il dialetto perchè -in cerca della poesia che si vede -L’occasione più concreta per la cultura -La Patroòne: testimonianza A.B. -La voce -La scuola e la sfida del futuro; il sapere non può essere privato -Laboratorio Permanente di Drammatizzazione -Lo sguardo -Introduzione a modi di dire baresi -Nuova scuola vecchi problemi -Dio e l’uomo:un canto a due voci di Giulio Meiattini osb -Puglia di Gianluca Doronzo -E’ arrivato Piripicchio -Gianluca Doronzo – Puglia spettacoli -Putignano Web – Presentato lo spettacolo teatrale Zenzola -Recensioni Pani -GIANFRANCO DIOGUARDI – Dualalia -Stornelli baresi -Un appello per la riscoperta della baresità -Verso l’attore -L’altra sera da “Zenzola” Di Cinzia Penco -ZENZOLA – Di Giuseppe Solfato -(Ragioni per l’esistenza di un) Laboratorio Permanente di Drammatizzazione – di Giuseppe Solfato -Opinioni su Zenzola -Teatro “Margherita” il monologo a due voci -“Zenzola”-Mariantonietta Pugliese -A Bari arriva la ‘Patròne’: una commedia che fa riflettere (pure sul senso di famiglia) -Testimonianza – Patròne -Dal “Quotidiano” 11 Aprile 2010-Ma è proprio un mondo insensato, questo! -Quando lo sguardo dell’uomo incrocia quello di Dio di Padre Giulio Meiattini osb Comments RSS feed LikeBe the first to like this post. […]

Scrivi una risposta a INDICE ARTICOLI « Giuseppe Solfato on the web Cancella risposta

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.