Dal “Quotidiano” 11 Aprile 2010
Ma è proprio un mondo insensato, questo!
Esistono persone più ciarliere degli acconciatori, per uomo o per donna che siano? Quando l’unico luogo pubblico dove prendersi cura della propria chioma era il ‘salone’, il barbiere era il confidente, il consigliere di tutti. Informatissimo di quanto avveniva intorno anche senza muoversi dalla bottega, questo artigiano era la gazzetta del popolino. Ciò, combinato con una frequentazione sovente confidenziale di ogni strato sociale faceva di lui un attento osservatore del mondo. Di qui a farsi un’idea personale intorno ai perché e ai per come dell’esistenza era breve. In passato non era perciò rara la figura del barbiere-filosofo. Una traccia di siffatto personaggio è in ‘Dualalia’ (Il Filo, Roma 2008), opera in prosa di Giuseppe Solfato. Da ‘Dualalia’ lo stesso autore ha sviluppato, questa volta in termini drammaturgici, “Zenzola – monologo a due voci”, in questi giorni in cartellone al Teatro Duse. Lazzaro Zenzola è dunque un pensatore, oltre che un maestro di rasoio, forbici e pettine. E quale la sua opinione intorno all’umanità? Essa si asciuga nell’intercalare preferito : “Ma è proprio un mondo insensato, questo!”. Un giudizio severo che egli può permettersi godendo di più d’un punto di vista privilegiato. La sua duplice natura sessuale, infatti, gli consente di osservare il mondo da contrapposte angolature ed averne un’idea più precisa. Questa visione maggiormente limpida e completa lo spinge a prendere le distanze da un’umanità imbarbarita e piombata nell’incapacità di discernere il bello dall’orrendo. Non di meno Zenzola è cortese e disponibile con tutti. Basti vedere lo slancio affettuoso col quale, stando sull’uscio del suo esercizio a San Pasquale, cattura un passante nel quale ha appena riconosciuto un vecchio compagno di scuola, tale Peppino (forse Solfato). Lazzaro copre Peppino di parole, di domande alle quali trova da solo la riposta. Il dialogo-monologo si fa così occasione per illustrare un personale ordine di valori che intriga ma disorienta pure, sopratutto quando il Zenzola-pensiero cambia pelle e da maschile si fa femminile, o viceversa. Per rendere questa dicotomia, Solfato (eccellente la sua regia) lascia “dormiente” sulla poltrona riservata al cliente una figura coperta da un lungo drappo rosso che deborda oltre il proscenio. Sotto il drappo, in attesa del suo turno, si nasconde un uomo o una donna a seconda dei casi. C’è infine una terza, inafferrabile figura, una ragazzina lenta e muta che, quando non striscia a terra, sussurra e liscia con un panno specchi oblunghi. Il Zenzola-lui è un Mino De Cataldo generoso e versatile, scattante e appassionato. L’espressione femminile di Zenzola è affidata all’esperienza d’una carismatica Marisa Eugeni. Ai dubbi del primo corrispondono le certezze affermative e spigolose della seconda, coerentemente con un credo che impone di “non dire niente di scontato anche in tempi di sconti”. A metà strada tra le due figure s’impone il silenzio, la malinconia, l’enigmaticità del terzo personaggio (Maria Luisa Mauro), probabile proiezione del limbo in cui l’autore cerca scampo alle fatiche dell’altalenare fra poli opposti del pensiero. In questo vuoto Zenzola sembra assumere un’ulteriore e definitiva dimensione, quella della personalità-specchio dove lo spettatore-cliente, ammaliato dalla parola, può mettersi a nudo ed osservarsi. Felici scelte musicali completano il quadro d’un ben riuscito allestimento.

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