Corso Càvour o corso Cavoùr? E’ ora di usare gli accenti giusti
di Giuseppe Solfato
(sta in: La Repubblica – Bari, sabato 15 novembre 2003, La Proposta)
Gli speaker televisivi dovrebbero chiedere ai kosovari come chiamano la loro terra perché bisogna informarsi per informare correttamente.
E’ questo un momento in cui i media sembrano essere particolarmente attenti all’uso di linguaggi specifici, evoluzione della lingua e studio di espressioni gergali. Meraviglia, quindi, che non si sia ancora levata alcuna voce autorevole a richiamare l’attenzione generale sull’uso e l’abuso di parole ed espressioni tuttofare.
Valga per tutte “strutturale”.
Da qualche tempo, tutto è diventato “strutturale”. Gli interventi, gli aiuti, le riforme sono “strutturali”. “Strutturale” è di sinistra ed è di destra, perché la fortuna di certe parole sta proprio nell’essere politically correct, per così dire.
Il merito più importante di tanta “strutturalità”, pare, almeno al momento, quella di aver distratto l’attenzione dal più capillarmente diffuso – ahimè – “attimino” che, da almeno un decennio, pare essersi attaccato alla lingua del man-in-the-street, con una tenacia che meriterebbe ben altra finalità. Si badi che, comunque, “aiutino” non è mai “strutturale”.
Va registrata, inoltre, tanto la pervicacia di “sicuramente”, in avvio di qualsiasi conversazione, quanto la rinnovata e inattesa fortuna tra giovani esaminandi e cronisti televisivi di “quant’altro”: qui, forse, c’entra l’allusività dell’espressione o, più semplicemente, la sua allusiva vaghezza che dice e non dice.
Alla richiesta di delucidazioni riguardo a quel “quant’altro”, troppo spesso ripetuto, un candidato agli ultimi esami di licenza liceale ha saputo opporre solo uno stranito sorriso. Per lui, presumibilmente, “quant’altro” faceva il paio col più rarefatto, ma mai veramente sopito “cioè”, giovanilistico esplicativo che per tutti gli anni ’80 e ’90 non ha inteso spiegare nulla, essendo esso stesso il nulla.
Altro ambito, ma contiguo, è quello degli accenti che affliggono alcune parole che, per periodi più o meno brevi, l’attualità impone all’attenzione generale.
Le avvisaglie s’erano già avute al momento della disgregazione dei Balcani: nell’incertezza di una scelta definitiva, lo stesso cronista o – più comprensibilmente – il compito speaker che annunciava il collegamento, usava indifferentemente Kossòvo e Kòsovo, lasciando noi, perplessi spettatori, nella più desolata costernazione per il destino doppiamente infame delle popolazioni che abitano quelle sfortunate regioni.
Basta intendersi, obiettano i più.
E’ l’uso che fa la regola, stabiliscono altri.
Vallo a far capire ai baresi che uno dei cuori pulsanti della loro città è corso Cavoùr e non già Càvour. Ti guardano con curiosità e una punta di malcelata diffidenza.
Però, consideriamo legittimo sospettare che abbia ragione la bolzanina Gruber quando parla delle vittorie di Schùmacher (ch aspirato, prego) e non il resto dei mortali che appella il campione Schumàcher. Verrebbe voglia di chiederlo all’interessato.
Perché non lo si fa?
Perché non chiedere ai kosovari come chiamano la loro terra?
Insomma, informare ed essere informati correttamente non è meglio che informare ed essere informati in modo scorretto?

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