Un appello per la riscoperta della baresità di Giuseppe Solfato

Un appello per la riscoperta della baresità

di Giuseppe Solfato

 

(sta in: La Repubblica – Bari, domenica 23 novembre 2003, Filo diretto)

 

 

Uno dei tratti distintivi di Bari sembra essere l’indignazione che coglie i benpensanti in presenza dei suoni aspri del dialetto. Come e perché questa mistificazione abbia avuto inizio, resta nelle pieghe più segrete della storia di questa città.

Un dato certo può essere rintracciato nell’immediato dopoguerra, quando una più diffusa scolarizzazione indusse a un perentorio divieto dell’uso del dialetto sia in pubblico che a casa.

Sta di fatto che, ancora oggi, ai ragazzi di una certa borghesia danarosa, il dialetto viene interdetto come un male da evitare. L’uso di questa lingua  è sinonimo di povertà, abbandono, degrado.

Aspirazione diffusa tra i giovani era (è?) quella di cambiare aria tout court.

E’ bastato passare una mano di vernice su Bari Vecchia (il borgo antico, pardon) renderla un po’ più scenografica e televisiva, e via con la giostra di pub, vinerie e antiche locande, affollate da ragazzi dell’altra Bari, delle altre Bari. Quelli, sì che sono “in”. Ma il dialetto no: è “out”: che i ragazzi vadano a Londra, a far finta d’imparare l’inglese. A loro volta, i ragazzi di Bari Vecchia, quelli veraci, e quelli di San Paolo, Enziteto, San Girolamo, ciascun gruppo con la sua lingua e la sua inflessione, si sono appropriati delle “vasche” di via Sparano. Dalle 20.00 a mezzanotte, il salotto buono della città – come si suol dire – riecheggia di sonorità arcaiche (il barese è tutt’altro che una lingua sussurrata), con contorno di motorini e sgommate, di musica più o meno “etnica” ad alto volume, che pare essere l’inevitabile corollario del privilegio di essere adolescenti.

Una lingua è vitale anche al di là dei pregiudizi che solleva. Si insinua nella cadenza, si affaccia da comportamenti e modi di dire, si appropria dei costumi anche di chi la rifiuta.

Così, per fare un esempio, che dire di quel delizioso uso di ancora? “Ancora ti fai male, alla mamma!”; “Ancora vieni e non mi trovi”: che stanno per: dovessi farti maledovessi venire, ecc, ecc.

E poi, c’è il florilegio del “Chi è?”

Dal più tipico : “Moh e chi è?” (vale per : cos’è! Per esprimere sorpresa e meraviglia) al più banale uso nel botta e risposta.

Al citofono: “Chi è?” “Aprimi” o, a scelta: “Mi apri?” che, detto da compunti signori che parlano ad un muro, suona alquanto audace all’orecchio dell’ignaro passante.

Un vezzo che fa il paio con l’esplicita richiesta di premurosi camerieri, in ristoranti anche qualificati, carichi di buon cibo: “Chi è il pesce?” “Io” “E le cozze” “Noi” rispondono entusiaste le affascinanti ragazze del tavolo accanto.

“Chi è?”  “La luce”.

“Chi è?” “L’acqua”, ci avvertono i letturisti al di là della porta chiusa.

Né bisogna pensare a dissidi famigliari in presenza del diffusissimo “zia mai” per “non sia mai”.

E sorridiamo pure, ma di tenerezza, quando i più anziani premettono un pudico “con decenza parlando” se dovranno alludere alle estremità inferiori (i piedi!).

L’elenco è lunghissimo.

In tempi che tritano senza sosta persone, idee, epidermidi scoperte, quelle espressioni affermano alterità, appartenenza a un mondo odoroso di profumi persino struggenti che vale la pena di aspirare sino in fondo.

Se non altro, per sapere che fiore siamo.

 

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