Puglia
sabato 7 febbraio 2009
di Gianluca Doronzo
A Bari arriva la ‘Patròne’: una commedia che fa riflettere (pure sul senso di famiglia)
BARI – Una scrittura scorrevole,sapientemente calibrata (in un atto tragicomico) nelle antitesi fra registri dialettali e lingua italiana (impostata).Interpretazioni pariteticamente dignitose, avversando la dilagante patina di prevedibilità, cliché e stereotipi (a cui, purtroppo, la drammaturgia provinciale spesso costringe).
Essenzialità scenografica (“Come arredi tavole tarlate e tendaggi a mo’ di stracci”: si sostiene in medias res), con funzionale attenzione registica alla “parola”, propedeutica a delineare molteplici piani, stati d’animo e tematiche eterogenee (rapporto conflittuale genitori-prole, pettegolezzi da pianerottolo, dicotomie esistenziali fra plebe e borghesi). A distanza di quasi 36 anni dalla genesi, “La Patròne” di Giuseppe Solfato (insegna inglese in un liceo, collabora a varie iniziative editoriali e ha all’attivo la pubblicazione “Dualalia”, fra l’altro) rivela una disarmante attualità, soprattutto perchè supportata “in itinere” da una fruizione “leggera” e di “spessore” in contemporanea (vero esprit del canovaccio), conferendo a qualsiasi istanza capacità ontologica in relazione alle dinamiche quotidiane (Essere/Apparire, Vernacolo/Aulico). Ad ospitarne la nuova versione il Teatro Duse di Bari (fino al 28 febbraio, dal martedì al venerdì, ore 21), con
un cast ben “variegato” di primedonne: Annamaria e Marisa Eugeni (rispettivamente nei ruoli della “matriarcale” protagonista, che dà il titolo alla pièce, e di Marietta, inquilina povera, un po’ impicciona, pronta a snocciolare massime del tipo: “La lingua non c’ha l’osso e rompe l’osso”), con la partecipazione (nuovamente in scena dopo una lunga inattività) di Adriana de Ruggieri (una figlia altisonante, che studia Filosofia, sofisticata ed eterea, spettatrice “inutilmente consapevole”, per definizione autoriale, in grado di espletare locuzioni del calibro di: “Sono solo un personaggio nello sviluppo della sua azione”. O: “Ciascuno ha il suo ruolo fino alla fine”). Atmosfere a tratti decisamente da “risum movere” (con accenti calcati ad effetto, in pertinenza ad una fedeltà espressiva, avulsa da volgarismi, prendendo le distanze da altri colleghi in circolazione), a tratti puramente da “tragedia” (e grottesco), noir, con richiami (per ampi stralci) a “Le Serve” di Jean Genet.
Due le connotazioni temporali: il dislivello fra la “domina” e la popolana sottomessa, alle prese con l’affitto da pagare (davvero suggestivo l’epilogo: si ribalteranno i “panni”?) e, in un secondo momento, le liti fra la
figlia e la proprietaria, oscillando fra anni ’50 e giorni nostri.
Un esempio, a dispetto di facilonerie, di quanto, con l’opportuno connubio di abnegazione e onestà, si possa ancora assistere ad un lavoro gradevole, senza eccedere. Musiche inquietanti (con pathos) dall’incipit
alla conclusione. Da consigliare.
Gianluca Doronzo

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