Lo sguardo (Non ci sono prodigi nel cielo. C’è lo sguardo dell’uomo che vede prodigi) di G. Solfato

Lo sguardo

(Non ci sono prodigi nel cielo. C’è lo sguardo dell’uomo che vede prodigi)

di G. Solfato

Le note che seguono sono riflessioni in margine al laboratorio-seminario, sul tema del titolo, proposto a due quinte, la A e la I, del Liceo scientifico “Scacchi”, (ma aperto anche a chiunque – studenti, docenti genitori – volesse accedervi), nel corso della prima parte del corrente anno scolastico 2008-9.

I relatori che si sono avvicendati nella conduzione dei vari incontri (ancora una volta intervenuti a costo zero del che non sarò mai abbastanza grato) sono stati: prof. Cinzia Penco docente di lingua e civiltà inglese, prof. Francesco Fiorentino – docente di filosofia, dr. Eva Fenicia – restauratrice, dr. Antonietta Laselva – psicologa,  dr. Anna Macina – psichiatra, il padre benedettino Giulio Meiattini.

L’eccellente organizzazione è stata curata dalla prof. Anna Milella e dalla stessa prof. Penco: senza il loro imprescindibile sostegno e meno che mai senza la loro passione, questo esempio di scuola viva  al servizio della comunità che la frequenta,  sarebbe stato ben povera cosa.

Lo scrivente ne è  l’ideatore e il coordinatore.

Perché lo sguardo? cosa c’è dietro il bisogno di parlare dello sguardo?

Se solo ci fermiamo a considerare la struttura dell’occhio e la sua origine, ci ritroviamo a riferire quanto l’ultimo numero di Nature conferma circa la percezione di un rudimentale apparato visivo – un fotoricettore e una cellula pigmentata – negli organismi più semplici come sono le larve planctonali. Pare che tanto basti per captare la luce e la direzione da cui proviene (fototassi).

Non è improbabile che l’occhio umano si sia evoluto da una medesima struttura di base al fine di percepire immagini sempre più complesse del mondo circostante. Chissà che il processo non sia ancora in atto.

Ma tanto ci basta per smettere di interrogarci sulla qualità dello sguardo e le sue implicazioni?

In principio

Dio creò il cielo e la terra.

Il mondo era vuoto e deserto,

le tenebre coprivano gli abissi

e un vento impetuoso soffiava

su tutte le acque.

Dio disse:

“Vi sia la luce!”.

E apparve la luce.

Dio vide che la luce era bella

E separò la luce dalle tenebre.

Dio chiamò la luce Giorno

E le tenebre Notte.

(La Bibbia interconfessionale, Elledici-Abu-Il Capitello,2000

Genesi, In principio, Inno a Dio Creatore, 1,1,  p.20.)

Il suo primo atto è creò; poi, disse; poi, vide; infine, chiamò.

Ma non è l’atto stesso della creazione l’espressione del suo sguardo, innanzitutto?

Mentre la materia si andava formando (dalle sue mani? dal suo sguardo? dal riflesso della sua volontà?) egli di sicuro guardò, guardava ciò che nasceva, tanto che si può scrivere che “il mondo era vuoto e deserto”. Man mano che lui dice“il mondo” si ordina, prende forma, si popola e lui mira.

La priorità dello sguardo viene implicitamente affermata più oltre, nel corso della descrizione della disubbidienza di Eva ed Adamo e la conseguente cacciata dal Paradiso Terrestre. Val la pena di notare che qui, lo sguardo, non è solo quello della sensorialità ma assume una inalienabile centralità metaforica.

3,6 p. 23

“La donna osservò l’albero: i suoi frutti erano certo buoni da mangiare; era una delizia per gli occhi, era affascinante per avere quella conoscenza. Allora, prese un frutto e ne mangiò. I loro occhi si aprirono e si resero conto di essere nudi. Perciò intrecciarono foglie di fico intorno ai fianchi.”

 

E’ la stessa priorità che vi viene assegnata nella Mistica Ebraica (Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII sec., a cura di Giulio Busi ed Elena Loewenthal).

Dopo aver affermato che “Con un’intuizione di incomparabile efficacia il pensiero mistico  concepisce la Torah come lo spartito da cui il creatore trae “l’armonia del cosmo intera” i curatori scrivono: “Nell’immaginazione mistica, il cosmo trae origine, ancor prima che dalla voce, dallo sguardo divino che si posa sul libro che comprende ogni azione ed ogni mondo.”

 

Nella tradizione cristiana, più vicina a noi per sensibilità e temporalità, Cristo, per suo tramite, rifonda e rigenera la nostra alleanza con Dio: sua madre, la Vergine Maria, è detta per antonomasia “la donna del primo e ultimo sguardo”.

A tanta perfezione, purtroppo, corrisponde l’invalicabilità del limite connaturato alla nostra umanità. Ecco, allora, che dobbiamo accogliere la stessa parola sguardo nell’accezione che ci compete.

Dice bene James Hillman (Il Codice dell’anima, Adelphi, 1997 e 2008, p. 159):

“Ma gli specchi dicono solo mezze verità. La faccia che ti vedi nello specchio misura la metà delle dimensioni della tua faccia vera, è solamente la metà di quella che presenti e che gli altri vedono”.

 

Lo sguardo è sinonimo di volto: “Tosto che lume, il volto mi percosse” (Dante) e Perseo può sconfiggere la Medusa solo guardandone il riflesso (dunque volto)  nello scudo.

Siamo, dunque, creature d’ombra e potremmo accedere a una visione più luminosa solo nella cecità di Edipo o in quella di Tiresia?

Dalla tentazione di pensare allo sguardo come a un tema filtrato dalla tradizione letteraria ci ha messo in guardia, nel corso del nostro terzo incontro, un giovane collega di filosofia, il prof. Francesco Fiorentino, da troppo tempo ipovedente per non rivendicare – e a ragione – un concetto di società integrata che includa senza alcuna riserva tutti i portatori di diversità. Un concetto talmente semplice nella sua linearità, da suonare come un vero e proprio rimprovero alle orecchie di chi si ritiene normale.

Il collega circostanziava la propria affermazione con un ragionamento lucido ed ordinato, sostenuto da vari esempi, il più calzante dei quali prendeva in esame una bicicletta i cui componenti essenziali (manubrio, ruote, sellino, freni, ecc.) sono tali perché tutti assieme concorrono a individuare una macchina creata per il movimento.

Tutto questo per dire che, qualsiasi indagine che voglia definirsi corretta deve  avvalersi di apporti causali e temporali per restare concreta.

Così, dovremmo necessariamente riferirci alla società dei consumi e all’immaginario della donna grissino proposto ossessivamente dalle modelle che sfilano sulle passerelle di tutto il mondo cosiddetto civilizzato, se volessimo parlare, ad esempio, di quella particolare malattia dello sguardo che produce l’anoressia.

Che dire, poi, della mutevolezza che rende mobile qualsiasi nostro atto? Lo sguardo di ieri non è certo quello di oggi: ogni stagione della vita ha il suo grado di comprensione e dunque ha la sua qualità di sguardo. Michelangelo tornò e ritornò a interpretare il tema della Pietà. Lo sguardo ventenne che egli vi appuntò mirabilmente, cogliendo e trasfigurando con l’arte e attraverso l’arte, il mistero di una vergine sedicenne che culla nel suo grembo il corpo martoriato del figlio trentatreenne, di sicuro non è lo stesso che guida la mano ad accennare la forma femminile carica d’anni e di indicibile, umano dolore  affaticata nel sorreggere il corpo dell’altro. E’ nella Pietà Rondanini che  lo sguardo dell’uomo adulto s’avvicina allo stesso mistero con la sofferta consapevolezza della sua impenetrabilità. La risposta non può che essere umana.

E inoltre:

“Sono le condizioni percettive nuove dello spazio e del tempo imposte dalla scienza e dalla tecnologia, prima ancora che mutati atteggiamenti intellettuali e filosofici, a determinare nuove visioni del reale nell’uomo del XX secolo: la velocità dell’automobile e delle onde elettromagnetiche, il volo aeronautico e lo “sguardo dall’alto”, la trasparenza dei corpi attraversati dai raggi X e la possibilità di riprodurre la realtà ventilata dalla comparsa del cinematografo Lumière, la solitudine dell’uomo di fronte al macrocosmo teorizzato da Einstein e al microcosmo scoperto da Freud, la solitudine dell’uomo messo a nudo di fronte a se stesso e alla sua follia.” (Marco Rinaldi, Lo sguardo astratto: Rappresentazioni sin estetiche e manifestazioni del sublime, Parol on line, quaderni d’arte 1985-2003)

 

Dunque, in base a tutte queste considerazioni, distinzioni e limitazioni, dobbiamo riconoscere che l’essenza della divinità – solo per restare nell’ambito del ruolo giocato dallo sguardo a considerare l’origine creazionista dell’universo – non può essere altro che ipotizzabile,  perché troppo spuntati sono gli strumenti a nostra disposizione (voce, parola, suono, sguardo). Il dio della creazione è suono, voce che si fa parola, a sua volta incapace, sempre, di fissare un significato ultimo. IL dio della creazione è figurazione che scorre lieve e magmatica dentro ciascuna creatura fatta a sua immagine e somiglianza e lo sguardo che la coglie è altrettanto approssimativo e imperfetto che la parola.

Del resto, un’indagine sull’etimo di queste parole che qui ci interessano – dio, vedere, sguardo – rivela tutto uno sbalorditivo intrecciarsi di significati che scivolano l’uno dentro l’altro.

Vedere= greco eid-on=guardare, custodire, dividere, idea, idolo, istoria, veda, vetro.

“L’etimologia del termine idolo rimanda direttamente, in  greco, al verbo vedere ed infatti, la traduzione letterale del vocabolo idolo è proprio immagine. L’idolo altro non è che un’illusione, una proiezione del proprio ego.

Non ti farai idolo né immagine alcuna. (Esodo, 20,4)”.(Umberto Nardi, unardi@tiscali.it.)

Quando, poi, veniamo alla parola dio, per connessione e contiguità con quanto fin qui indagato, troviamo che: dio=sanscrito: div, latino: dium= cielo, giorno, luce.

Non può sfuggire, qui, la perfetta riflessione tra il dio della tradizione giudaico-cristiana,  il suo primo atto, la creazione del cielo e la sua prima parola, la luce, cioè. C’è da chiedersi se la sacralità che investe questa specularità non sia la stessa che sta alla base del del mito di Perseo e Medusa e della terribilità dello sguardo di quest’ultima, possibile da sconfiggere solo attraverso la riflessione nello specchio.

 

Inoltre, ad analizzare la parola sguardo si rileva che in sanscrito ksa, aksi è alla radice del verbo iksate=vedere, guardare, da cui iksamen=sguardo, dove la radice ac ha il senso fondamentale dipenetrare, essere acuto.

 

E’ opportuno fermarsi ad analizzare, a questo riguardo, – l’acutezza e la penetrazione dello sguardo – la riflessione che mette in atto Barthes quando parla del rapporto che lega sguardo e artista.

(A proposito della produzione di Michelangelo Antonioni)

(…) l’artista ammira e si stupisce; il suo sguardo può essere critico, ma non è accusatore: l’artista non conosce risentimento.(…)

Chiamo saggezza dell’artista (…) quell’acutezza di discernimento che gli permette di non confondere mai il senso e la verità. (…) Lui, l’artista, sa che il senso di una cosa non è la sua verità.(…)

Penso alle parole del pittore Braque: ”Il quadro è finito quando ha cancellato l’idea”. Penso a Matisse che disegna un ulivo, dal suo letto, e si mette a osservare, dopo un po’, i vuoti tra i rami, e scopre che, con questo nuovo modo di vedere, sfugge all’immagine abituale dell’oggetto disegnato, al clichè “ulivo”. Matisse scopre così il principio dell’arte orientale, che vuole sempre dipingere il vuoto, o meglio, che coglie l’oggetto raffigurabile in quel raro momento in cui il pieno della sua identità cade bruscamente in un nuovo spazio, quello dell’interstizio. (…)

Un altro motivo di fragilità è, paradossalmente, per l’artista, la fermezza e l’insistenza dello sguardo. Il potere, qualunque esso sia, perché è violenza, non può guardare; se guardasse un minuto di più (un minuto di troppo), perderebbe la sua essenza di potere. Lui, l’artista, si ferma e guarda a lungo. (…) guardare più a lungo del richiesto (insisto su questo supplemento d’intensità) disturba gli ordini stabiliti, quali che siano nella misura in cui, di solito, il tempo stesso dello sguardo è controllato dalla società. (…)

L’artista è dunque minacciato non solo dal potere costituito (…) ma anche dal sentimento collettivo, sempre latente, che una società può fare benissimo a meno dell’arte: l’attività dell’artista è sospetta perché disturba il confort, la sicurezza dei sensi stabilita, perché nello stesso tempo dispendiosa e gratuita, e perché la società nuova che cerca se stessa,attraverso regimi molto diversi, non ha ancora deciso cosa deve pensare, cosa dovrà pensare del lusso. La nostra sorte è incerta, e questa incertezza non ha un rapporto semplice con gli esiti politici che possiamo immaginare per il disagio del mondo; essa dipende da questa storia monumentale, che decide, in maniera pressoché inconcepibile, non più dei nostri bisogni, ma dei nostri desideri. (Roland Barthes, L’avventura dello sguardo, in Alias 22 dicembre 2007, p. 12 e segg.)

 

Qui si aprono spazi impensati per un’ispezione sulla condizione dell’artista – e della qualità del suo particolare sguardo – nel XX secolo. Ancora ci risuona  nelle orecchie, la conclusione fulminante dellaPreface di O. Wilde al suo romanzo“The Picture of Dorian Gray”: “All art is quite useless”.

“Tutta l’arte è del tutto inutile”. Paradosso? Irrisione? Lungimiranza?

L’analisi ci porterebbe lontano. Noi, qui, vogliamo solo più modestamente indagare –  come speriamo di stare facendo – sul valore dello sguardo come strumento di riconoscimento che appartiene e pertiene a tutti.

“Noi siamo fenomeni offerti alla vista. “Essere” è in primo luogo essere visibili. Il lasciarci passivamente vedere apre una possibilità di benedizione. Perciò noi cerchiamo amanti e mentori e amici, affinché possiamo essere visti ed essere benedetti”(J. Hillman, cit., p. 159)

 

 

Il sogno, forse – o la follia – sono  condizione e  strumento più prossimi per cogliere l’essenza dello sguardo. Forse.

Di sicuro, ciò che possiamo tentare di circoscrivere è il nostro bisogno di Dio, dunque, lo sguardo con cui percepiamo noi stessi, tenendo a mente, sempre, che la parola con cui ci esplicitiamo non risuona quando non ha dietro di sé spessore di pensiero, quando non è nutrita di buone letture, di curiosità intellettuali, di riflessioni approfondite, di ricerca, di giudizio critico.

“L’occhio del cuore che “vede” è anche l’occhio della morte che vede al di là dell’apparenza visibile fino a un invisibile cuore”(J. Hillman, cit., p. 189)

 

La parola che s’affida solo alle passioni momentanee, alle emozioni epidermiche è parola in fuga da se stessa, maschera d’acqua, forma labile ed evanescente. Ottusa, come un amore concluso in fondo alla nostra testa, un’amicizia esaurita tanto tempo fa, un attore che sa la sua parte a memoria ma che non l’interpreta più.

Talora, questa parola si può fare “tecnica”: impara, cioè, un’espressione, un’inflessione, un’intonazione che possono sembrare appropriate alla circostanza. E’ parola abile, ma certo priva di quella qualità di impalpabile, di indicibile che chiamiamo anima e che ne rende magico il suono solo che se ne oda il richiamo profondo ed allusivo ad un al di là che sfonda pareti di significati possibili da riversare nell’al di qua del viversi quotidiano.

E’ la parola polisemica, polifonica, metaforizzata al punto da rendere palese la metafora stessa di cui è investita la sua natura di parola, verbum, soffio vitale, anima.

Che fare, dunque, per farla risuonare la nostra parola opaca e ottusa?

Leggere, leggere, leggere. Studiare senza sosta. Misurare il nostro pensiero su quello dei grandi che lasciarono tracce dietro di loro, pronte a farsi – nella magia della mutazione resa possibile dall’immaginario poetico che stabilmente abita il cuore dell’uomo – pioggia ristoratrice che fecondi la nostra zolla screpolata dal sole impietoso nella calura della nostra aridità.

Pioggia d’oro che ci raggiunge sin nelle segrete del palazzo dove teniamo l’anima prigioniera. Alla pari di Danae, Giove ci farà il dono di liberare da noi un giovane e vigoroso Perseo per volare con magici calzari sin nell’antro della Medusa spaventosa che ha pietrificato il nostro cuore ancor prima che ne incrociassimo lo sguardo.

 

Una replica a “Lo sguardo (Non ci sono prodigi nel cielo. C’è lo sguardo dell’uomo che vede prodigi) di G. Solfato”

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