Lettera – ZENZOLA – da A.

Giuseppe carissimo,

finalmente trovo un po’ di tempo per mettere nero su bianco qualcosa su Zenzola. Ho letto le recensioni e gli interventi Anna e Cinzia e ne traggo l’impressione che il lavoro sia piaciuto. Certamente il testo è stato molto amato dagli attori così come ha disorientato un po’ il pubblico del Duse. Credo però che la platea abbia percepito qualcosa:  la tensione emotiva degli attori si è rivelata densamente comunicativa. Forse il pubblico del Duse non ha “capito”, ma sicuramente ha percepito qualcosa. D’altra parte c’è un modo molto immediato e istintivo di capire un’opera e non è affatto detto che sia di ordine inferiore a modalità solo apparentemente più consapevoli.

Dirò semplicemente quali sono state le mie impressioni.

L’incipit è molto bello per l’uso delle luci che illuminano Zenzola. Ancora una volta si coglie una ricerca estetica che tradisce un gusto pittorico. Non so perché, ma il volto illuminato di Zenzola mi ha richiamato alla memoria la prima linea di What Tthe Thunder Said. Una variazione sul topos delle Tre età della donna e, forse, della Pietà mi è parso il “gruppo marmoreo” che componi verso la fine della pièce, con l’enigmatica figura dello Zenzola acerbo ai piedi della sedia e gli altri due, uno seduto e l’altro in piedi. Materia che occupa spazio. Per tutto lo spettacolo ho guardato negli specchi, sicuro di vedervi qualcosa altrimenti negata alla vista. Poi, ricevuto il testo, ho scoperto che in effetti avevi previsto una cosa del genere. Forse non è stato possibile realizzarla per motivi tecnici? In ogni caso, credo che lo spettatore avvertito se lo aspetti. Ho invidiato il controllo del corpo degli attori: sotto la coperta rossa non hanno mosso un muscolo, mai mi sarei aspettato quella entrata in scena di Marisa. E la ragazza poi, non è una cosa semplice starsene lì a strisciare per un’ora…

Gli attori sembra che abbiano ruminato il testo sino a interiorizzarlo e ho l’impressione che la prolungata performance debba  essere stata per loro emotivamente impegnativa e faticosa. La scenografia sembrerebbe alludere a installazioni di arte contemporanea: di sicuro vi sono oggetti, come il televisore, che contribuiscono a tessere una trama  di rimandi interni ai tuoi interventi non solo teatrali. Gli specchi da una parte moltiplicano la vista e dall’altra  sembra quasi che vogliano coinvolgere il pubblico sulla scena alludendo al finale brechtiano di un’altra tua opera. Teatro nel teatro e testo nel testo costituiscono un’altra costante sin dagli inizi dela tua attività.

Non direi che Zenzola è un filosofo e forse neanche un teologo. Piuttosto direi che è un mistico. Il teso si nutre della tradizione mistica. In qualche modo eliotiano mi sembra quel combinare registri linguistici alti e bassi, che peraltro è una costante della tua scrittura e fa il paio con questo dilatarsi dell’immanenza per accogliere la trascendenza, il particolare che coincide con l’universale. Avresti potuto dire anche tu, con Angelus Silesius: Halt an mein Augustin: Eh du wirst Gott ergruenden/Wird man das ganze Meer in einemGrueblein finden. Persino l’indeterminatezza sessuale di Zenzola rispecchia, è immagine,  di un volere essere nulla per accogliere tutto. . Nulla di tutto ciò che è umano è estraneo a Zenzola: dal peccato più sordido alla santità, come in un romanzo di Graham Greene o nel libro dei Salmi. Zenzola è anche l’opera di un anglista, di un conoscitore della letteratura inglese e del suo great code.

A vedere quanto espressionismo c’è nei tuoi scritti, appare chiaro come tu di Berlino avessi il destino d’esserne innamorato.

La figura dello Zenzola acerbo è piuttosto enigmatica, sembra stia lì a purificare la nostra vista. Piuttosto, il fatto che sia interpretato da un’alunna testimonia della tua passione educativa e della tua fede nel valore pedagogico del teatro. Testimonia anche del tuo sforzo di essere integro, sempre lo stesso. Intendo dire che molti insegnanti lasciano le loro passioni al di fuori dell’aula, tu, delle tue passioni,  ne hai  fatto motivo d’insegnamento. Alcuni temi presenti in Zenzola sono stati sviscerati nei tuoi lavori pomeridiani con i ragazzi, penso soprattutto al ciclo sullo “sguardo”. E vedendo i tuoi interventi sulla “voce”, sui “capelli” e gli spettacoli del laboratorio teatrale del liceo come  Ponti intuisco come tu abbia nutrito Penzola di unaimagery che si è sedimentata negli anni. Leggendo le altre tue cose, penso a La patrone, a Cicì, a Per donna sola, a Dualalia, sembra che tu abbia scritto e riscritto sempre la stessa cosa ritornandoci sopra in un moto circolare a spirale. Nel “no” di Marietta nella Patrone c’è qualcosa in più della ribellione di una donna all’oppressione, nel corso del tempo ha quel “no” sembra aver acquisito la forza di un non serviam. Si ha come l’impressione che Zenzola sia un lavoro di sintesi di una vita.

Due cose su Dualalia. Bari è bellissima vista con i tuoi occhi. Ho provato a raffigurarmela e ne è venuto fuori un film dalla fotografia sgranata, impressionistica – come quella di Kaminsky – che rende benissimo certa atmosfera onirica e un po’ malinconica dei racconti Quasi tutti i personaggi sono circondati da un non detto che nasconde ferite che stentano a rimarginarsi. Ho subito il fascino di Ada e Eli, poche cose sono più seducenti della sofferenza delle donne. Di Dualalia ho amato quel curvarsi compassionevole sulle miserie umane e la scrittura delicatamente allusiva mista a una certa cruda durezza. Si ha l’impressione che per Giorgio la famiglia sia stata il coltello.

La questione della lingua e del dialetto. Per prima cosa, temo che l’ammonimento a tener conto della lezione di Majakowsij abbia una sua ragion d’essere. L’uso che fai del dialetto è  sofisticatissimo o almeno  il più sofisticato che io conosca e richiede uno spettatore/lettore altrettanto sofisticato. E’ vero che nelle opere e nei testi c’è una immediatezza e universalità tale da renderli in qualche modo comprensibili a chiunque ma non so quanti colgano le sfumature delle due lingue della patrone e di Marietta. La mimesi linguistica  in quell’opera è indubbiamente invidiabile: la lingua della patrone ha l’inflessione della lingua del potere contrapposta all’inflessione per così dire “servile” di Marietta. So quanto hai a cuore il tema dell’espressività della lingua e della sua funzione di liberazione e di oppressione, so quanto ti affascina il potere creativo e allo stesso tempo distruttivo delle parole. In tal senso, il dialogo fra Talì e il cognato Colino è una piccola gemma con una esoterica e lontana eco dello scontro sulla lingua fra Humpy Dumpty e Alice.

Forse potrei dire ancora tante cose. Mi fermo qui perché a questo punto proseguire richiederebbe uno sforzo di analisi che comprometterebbe definitivamente una certa immediatezza di queste righe.

Solo un’ultima cosa. Vedendo e leggendo Zenzola mi sono trovato nella condizione dello spettatore e lettore ideale: colui  che comprende pensieri altrui perchè li ha già pensati almeno una volta.

Ciao.

A.

 

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P.S. So che pubblichi gli interventi su Penzola sul tuo sito. Per quanto mi riguarda sai bene come la penso. Se devi farlo, fa in modo che io non sia assolutamente riconoscibile.

P. S.S. oggi quella che tu difendi tanto, con la scusa di dovere lavare la lana dei cuscini, se ne è andata in campagna e io devo far da mangiare a una casa di figli e nipoti..dì tu, dì.

Psss, Uffà con questi psss…comunque bando alle ckiackiere avvackande cà disce tù…vuoi mettere quello che ha presentato Nico Salatino al Duse????

Una risposta a “Lettera – ZENZOLA – da A.”

  1. […] -Bari 2003 -Capelli -Corso Càvour o corso Cavoùr? E’ ora di usare gli -accenti giusti -Lettera – ZENZOLA – da A. -Gnam gnam -Il pane -Il bucato -Bambini sfasciati -Il dialetto perchè -in cerca della poesia che […]

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