Dio e l’uomo:un canto a due voci
Giulio Meiattini osb
(sta in: Nuovi Orientamenti, agosto 2007.)
È il testo di uno degli incontri tenuti all’interno del seminario “la Voce”, organizzato dai proff. Solfato, Milella, Penco nel corso dell’a.s. 2006-7, rivolto agli studenti della sez. V A.)
Sono stato invitato a dare il mio contributo sul tema della voce in veste di credente, di monaco. Perciò, l’angolo visuale dal quale mi porrò, nel parlare della voce, sarà evidentemente quello della religione.
Penso che questo voglia dire tentare di dare una risposta alle seguenti domande: il tema della voce come incrocia quello della religione? Come si rapportano voce ed esperienza religiosa? Mi sembra che l’argomento non sia dei più trattati. Si parla molto del rapporto fra religione e parola (per esempio nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islamismo si crede in una rivelazione di Dio avvenuta in eventi e parole, si professa la fede nelle parole delle Scritture sacre), e anche di quello fra silenzio e religione (specialmente là dove la dimensione religiosa sfocia nella mistica, cioè nel rapporto intimo e indicibile fra l’uomo e Dio). Raramente, però, mi è accaduto di imbattermi in accenni al ruolo e al posto che la voce, distinta dalla parola, ha nella vita di fede e al modo in cui la fede getta luce sul fenomeno della voce e ne utilizza la simbologia.
Devo anche precisare che nello svolgere brevemente l’argomento terrò presente la mia esperienza religiosa, che è quella di un discepolo di Gesù Cristo, di un monaco cristiano. Un buddista o un musulmano direbbero, almeno in parte, cose diverse.
In concreto, penso che a me spetti di aiutarvi a compiere un passaggio delicato e difficile, ma comunque essenziale: il passaggio dalla voce dell’uomo a quella di Dio. E qui si aprono tanti problemi: in che senso si può dire che Dio ha una voce? La “voce di Dio” può essere udita? Come la si riconosce in mezzo ad altre voci? Ovviamente si tratta di un modo simbolico e analogico di parlare. Quando si parla della voce di Dio si intende semplicemente dire che Dio, nel suo comunicarsi all’uomo, è percepibile e riconoscibile “a suo modo”, che egli non è un Dio inaccessibile e muto, per quanto trascendente e misterioso egli rimanga.
Ma questo primo passaggio, dalla voce dell’uomo alla voce di Dio, ne richiede anche un secondo, in direzione inversa: dalla voce di Dio a quella dell’uomo. Infatti, l’uomo raggiunto dalla voce divina a sua volta si fa voce che si innalza a Dio, invocazione, preghiera. E’ impossibile essere toccati da Dio e restare muti e inerti. Ecco dunque brevemente indicati i tre momenti della nostra semplice esposizione: la voce nell’ambito della comunicazione umana, la voce di Dio verso l’uomo, la voce dell’uomo verso Dio. Bisogna però restare sempre consapevoli che quando si parla delle relazioni fra l’uomo e Dio si può solo aprire qualche spiraglio, perché il più resta avvolto in un mistero più grande della nostra ragione e delle nostre parole.
1. “…e parleremo a viva voce” (3Gv 13)
Procediamo per gradi, partendo da una considerazione previa su Dio e parola. Nel cristianesimo Dio è creduto e avvertito come un Dio che parla, anzi egli stesso è eternamente Parola: “il Logos era Dio e il Logos era presso Dio”, si legge nel celebre inizio del vangelo di Giovanni (Gv 1,1). Dio eternamente parla in se stesso e a se stesso, cioè si esprime per se stesso, creando in sé una differenza senza separazione. In questa unica ed eterna parola, che è l’immagine e l’espressione di sé, Dio si dice e si esprime senza residui, totalmente, in completa trasparenza. Per questo egli è gioia pura, perché esprimendosi si riconosce in modo talmente perfetto nella sua espressione (il Figlio, la Parola, il Logos che è perfettamente uguale al Padre eppure distinto da Lui) che può dire: “Ecco tu sei distinto da me totalmente, tu sei l’Altro da me, tu sei mio Figlio, generato da me, eppure sei un’unica cosa con me, per l’unico Spirito e respiro d’amore che ci appartiene. Questa è la vita della Trinità, e nell’amore umano accade qualcosa di analogo, un riflesso di questa vita trinitaria: solo la coincidenza di differenza e unità può dare la felicità.
Che Dio sia in se stesso espressione perfetta, parola assoluta, per noi significa che egli è per principio comunicazione e intelligibilità. Per questo egli può comunicarsi anche a noi e rendersi “in qualche modo” comprensibile dalla nostra intelligenza, che è specchio imperfetto della sua intelligenza.
Ma se Dio è Parola, ci domandiamo, è anche Voce? Potremmo rispondere di sì, basandoci sul fatto che la parola è inseparabile dalla voce nella comunicazione umana. E la Bibbia, infatti, come parla della parola di Dio, allo stesso modo usa anche l’immagine della voce divina.
Cerchiamo però di capire innanzitutto cos’è la voce in se stessa, quando la si distingue dalla parola. Solitamente noi abbiamo esperienza della voce in quanto supporto di una parola e non della voce isolatamente presa. Dobbiamo perciò fare un piccolo sforzo per comprendere l’essenza o la natura della voce indipendentemente dai concetti e dalle parole.
Mi sembra che la voce possa essere definita almeno da tre elementi principali.
a) Essa in primo luogo è timbro. Questo può essere delicato, robusto, morbido, penetrante, stridulo, seducente, acuto, opaco, ecc. Il timbro – di una voce umana o di uno strumento – non può essere modificato, a meno che non intervenga una modifica fisiologica radicale (un incidente, un guasto). Perciò esso rappresenta un elemento di riconoscimento della fonte sonora (persona o oggetto sonoro). Riconosco qualcuno dalla voce, o uno strumento al suo suono, grazie al timbro, che è perciò il “carattere della voce”, il contrassegno della sua unicità e dunque anche ciò che è più legato alla singolarità della persona che parla.
b) Il secondo carattere della voce è l’intonazione o inflessione, che può essere triste, gioiosa, malinconica, esclamativa, interrogativa, annoiata, meravigliata, ansiosa, assertoria, ecc. Al contrario del timbro invariabile, l’intonazione può cambiare e dà al discorso e alla voce la sua varietà di modulazioni e accenti innumerevoli, sfumature impercettibili, talvolta anche inconsce o talmente sottili da essere percepite solo dall’inconscio.
c) In terzo luogo la voce è intensità: forte, debole, media. Anche l’intensità può variare secondo una gamma pressoché infinità compresa tra il silenzio e il suono più lancinante che perfora i timpani e infrange gli oggetti.
Vorrei richiamare l’attenzione sul fatto, importantissimo, che questi tre caratteri della voce hanno una particolare risonanza affettiva. Mentre la parola dice qualcosa, la voce vibra e fa vibrare, crea stati emotivi. La parola può anche non essere compresa (per es. quando ascolto qualcuno che parla una lingua che non conosco) e lasciarmi indifferente, ma la voce è sempre udita, tocca sempre le cose e le persone con la sua vibrazione, in un modo o nell’altro. Un’intonazione di lamento, fatta con timbro penetrante e intensità forte raggiunge l’emotività dell’uditore, anche senza che quella voce sia modulata in parola articolata o comprensibile[1].
2. “Ascoltate oggi la voce del Signore” (Sal 94,8)
Possiamo ora dare una risposta accettabile alla domanda di partenza: Dio ha voce? Oltre che Parola egli è anche Voce? La risposta può essere affermativa, perché al modo di comunicarsi di Dio all’uomo (che avviene sempre in modo accessibile alla natura umana, attraverso mediazioni come eventi, persone, incontri, letture, prove, gioie, sofferenze, ecc.), appartengono in qualche modo i tre caratteri essenziali della voce che abbiamo appena esaminato.
In primo luogo Dio parla con un suo timbro inconfondibile, dal quale si può riconoscere che a parlare (attraverso le vicende della vita, nelle pagine della Bibbia, nella voce della nostra coscienza e in tanti altri modi) è proprio lui. E’ quanto a più riprese attesta la Sacra Scrittura, nell’antico come nel nuovo Testamento. Portiamo qualche esempio.
Nel Cantico dei Cantici, una raccolta di poesie d’amore che parlano della reciproca ricerca fra lo sposo e la sposa, l’amato e l’amata, quest’ultima ad un tratto esclama: «Una voce! Il mio diletto! / Eccolo, viene / saltando per i monti / balzando per le colline. (…) / Ora parla il mio diletto e mi dice: “Alzati, amica mia, / mia bella e vieni! (…) Mostrami il tuo viso, / fammi sentire la tua voce / perché la tua voce è soave, / il tuo viso è leggiadro” » (Ct 2,8.10.14). Bisogna ricordare che il Cantico è stato interpretato, dalla tradizione ebraica, come una simbolica descrizione del rapporto fra Dio e il popolo d’Israele e dalla tradizione cristiana come allegoria dell’amore fra Cristo e la sua Chiesa o ancora fra Dio e la singola persona credente. I mistici hanno fatto spesso riferimento a questo testo per parlare delle loro esperienze di unione con Dio. Sotto questa luce, le parole appena citate esprimono un’esperienza particolare e incomunicabile: l’uomo riconosce il suo Dio come una ragazza innamorata riconosce dalla voce il suo fidanzato, una donna il suo sposo. E’ una voce unica, che ella distingue fra mille altre e che la fa vibrare nel più profondo. Ma anche da parte di Dio c’è il desiderio di vedere il volto e di udire la voce della sua creatura, che egli ama, una voce che per lui è soave. Ecco un esempio di come la Bibbia parli del timbro della voce di Dio, che si rende riconoscibile all’interno di una relazione affettiva, amorosa profonda.
Un secondo esempio lo traggo dal vangelo di S. Giovanni. Parlando simbolicamente di sé come del Buon Pastore che si prende cura delle sue pecore, Gesù dice che «le pecore ascoltano la sua voce. (…) E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei» (Gv 10,3-5). Anche in questo caso è sottinteso il riferimento alla voce dal timbro inconfondibile, quello di Gesù, un timbro che coloro che gli appartengono (le pecore) sanno distinguere da altre voci, anche dalle possibili contraffazioni che gli assomigliano. Un’ulteriore riprova di quanto appena detto la troviamo nella scena dell’incontro fra Maria Maddalena e Gesù risorto davanti alla tomba vuota. Maria, mentre piange perché non ha trovato il corpo di Gesù e non sa dove sia, sente Gesù stesso che la chiama: « “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” Ella pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro!» (Gv 20,15-16). La scena è straordinariamente suggestiva. Colpisce che Maria non riconosca subito Gesù. Solo quando lui pronuncia il suo nome, nel modo in cui lui solo poteva e sapeva farlo, ella ha un trasalimento, le si aprono gli occhi e Lo vede. Maria è come la sposa del Cantico che ode la voce dell’amato, è una delle sue pecorelle che conoscono la voce del Pastore e lo seguono.
Questi esempi, a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri, confermano appunto che l’uomo è in grado, per dono di Dio, di udire e riconoscere il timbro della voce divino che lo interpella. Ma come per udire i suoni e le voci di questo mondo è necessario un apparato uditivo adeguato e funzionante, così il poter udire e riconoscere la voce di Dio, richiede un apparato recettivo speciale: è indispensabile una speciale sensibilità spirituale che solo la fede e l’amore creano in noi.
Pensiamo al fenomeno degli infrasuoni (come quelli emessi da certi cetacei) e degli ultrasuoni (come nel caso dei pipistrelli) in natura: esistono voci che possono essere captate solo da apparati acustici, naturali o artificiali, del tutto speciali. L’uomo non è in grado di percepire né i primi né i secondi. La voce di Dio talvolta è come un ultrasuono, altre volte un infrasuono. Per questo pensiamo che Dio non parli o persino che non ci sia, dal momento che non lo udiamo. In realtà, però, egli parla sempre e ci chiama, pronuncia il nostro nome come per Maria Maddalena. Dovremmo avere l’umiltà di chiedere a lui di guarirci dalla sordità che ci impedisce di udire e riconoscere la sua voce.
Oltre che timbro, abbiamo detto che la voce è intonazione. Anche Dio usa accenti e intonazioni differenti, quando ci parla. La sua voce può essere carezzevolecome quella di una madre, quando consola; severa, quando rimprovera; affascinante e seducente, quando ci mostra la sua bellezza; triste, quando esprime il suo dolore per gli uomini che si perdono lontano da lui. Infinite sono le sfumature della voce di Dio. Leggendo la Bibbia ci si accorge facilmente di come cambino gli accenti del suo parlare. Dio si adatta alle innumerevoli situazioni della nostra vita, cercando ogni volta il tono e l’inflessione più adatta per far breccia nel nostro cuore.
Analoghe osservazioni si possono fare a proposito dell’intensità con cui Dio fa udire la sua voce. Essa può essere forte, evidente, senza lasciare adito a dubbi, come la voce che Saulo udì sulla via di Damasco: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,1-19), e che lo trasformò da persecutore in apostolo del vangelo. Ma può essere anche più delicata, sottile, e perciò difficile da percepire e da distinguere in mezzo a tanti rumori che disturbano. Ci sono anche momenti e tempi in cui ci è dato udirla in modo più chiaro (come durante la preghiera o la celebrazione dell’eucaristia), altri in cui i nostri sensi e la nostra intelligenza sono più confusi e meno disposti ad accoglierla.
Ordinariamente non si arriva d’improvviso e in un colpo solo a riconoscere la voce di Dio. Essa è frammista a tante altre voci in mezzo alle quali dev’essere rintracciata e individuata. Ha una sua frequenza, bisogna sintonizzarsi. Questa è l’opera del discernimento, che può essere fatta solo con perseveranza e con l’aiuto di altri. L’insegnamento della Chiesa, l’aiuto di una guida spirituale, hanno lo scopo di fornirci i criteri per riconoscere la voce e la parola di Dio nella nostra esistenza e nella storia del mondo. Così come Samuele, quando udì la chiamata di Dio nel tempio, ebbe bisogno del consiglio del sacerdote Eli per capire che quella chiamata veniva dal Signore e non dagli uomini (cf 1Sam 3,1-10).
Quest’ultimo esempio ci introduce in un altro aspetto importante del nostro tema: la vocazione. I termini latini vocatio, vocare, derivano da vox, -is. La vocazione (alla vita cristiana, sacerdotale, religiosa, matrimoniale) è il giungere della voce di Dio al cuore della persona. Un’affermazione fondamentale del cristianesimo è che ognuno è chiamato da Dio per un compito unico. In altre parole, ognuno ha da Dio una vocazione speciale, insostituibile. Lo scopo della nostra vita è riconoscere il timbro e l’accento della voce di Dio, per capire questa vocazione e fare quello che Lui ci dice e insegna. Nella nostra obbedienza alla vocazione consiste la nostra felicità, perché ci condanneremmo ad essere infelici se negassimo ciò per cui siamo fatti: amare Dio e gli uomini in lui.
3. “Ascolta Signore la mia voce” (Sal 129,2)
In questo “canto a due voci”, che è il dialogo fra Dio e l’uomo, la prima parola, l’niziativa (la dichiarazione d’amore, potremmo dire), spetta a Dio. Lui ci ha creati, lui si è rivelato e lui ci ha amati per primo chiamandoci con una vocazione santa. Ma a questo primato della sua vocazione e rivelazione deve corrispondere la nostra risposta, che è obbedienza, come si è appena visto, e insieme preghiera. Giocando un po’ con le parole potremmo dire che con la sua vocazione, Dio ci lancia una pro-vocazione, affinché noi rispondiamo con l’in-vocazione. Senza questa risposta, fatta di opere e di parole, di azione e adorazione, non si darebbe nessun dialogo e dunque nessun rapporto fra noi e Dio. La sua voce cadrebbe nel vuoto.
Siamo invitati ad essere l’eco della voce di Dio, a riecheggiare la sua parola, come il Figlio è l’eco eterna del Padre che eternamente ha parlato. La stessa liturgia ci invita a questo con le parole che introducono il Sanctus: «Fatti voce di ogni creatura, esultanti cantiamo: Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo…». Tutta la liturgia della S. Messa è strutturata proprio secondo questo ritmo di parola divina-risposta umana: ai tempi di ascolto della voce-parola di Dio, si alternano i tempi di risposta della voce-parola dell’uomo, anzi i ue tempi si intrecciano l’un l’altro. Come nel testo di Ct 2,1-8, prima citato: due voci si chiamano e rispondono nell’amore –la preghiera è amore.
Allora, nessuna meraviglia se la preghiera, come voce-parola dell’uomo che risponde a Dio, trovi il suo naturale compimento nel silenzio, che è la semplificazione estrema della comunicazione, e anche la sua più grande efficacia, ovviamente quando non è il silenzio dell’indifferenza e dell’estraneità assolute. Un adagio latino recita:Tibi silentium laus, la lode che a Te si conviene è il silenzio. Se il silenzio certamente oltrepassa la parola, non mi sembra che rappresenti un superamento o un’abolizione totale della voce. Nel silenzio tacciono le voci, i rumori, il chiasso, le parole: eppure il silenzio stesso ha una sua voce, un’eloquenza propria. Il silenzio si sente! Per questo diciamo: «Senti che silenzio!».
Penso che la nostra capacità di udire la voce di Dio e di rispondergli con la nostra voce di preghiera, dipenda in gran parte dalla nostra familiarità con la voce del silenzio, ambiente naturale di incontro col mistero. Del profeta Elia si narra che in un momento di grave pericolo per la sua vita e di crisi politico-religiosa di Israele, si ritirò sul monte Horeb, altro nome per indicare il monte Sinai, luogo dell’antica rivelazione di Dio a Mosé e al suo popolo. Qui egli assistette al sopraggiungere di un vento impetuoso, poi di un terremoto, poi di un fuoco divorante. Ma il Signore non era in queste manifestazioni dirompenti. Alla fine, «ci fu la voce di un silenzio sottile. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermo all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: “Che fai qui Elia?”» (1Re 19,11-13).
Il tentativo che l’uomo odierno fa per uccidere il silenzio (quello della natura e quello interiore, della mente e della coscienza) rifugiandosi nel rumore, nell’agitazione, nel divertissement, è un modo particolarmente efficace per liberarsi di Dio e della preghiera. Ma in tal modo, l’uomo uccide anche se stesso, abortisce la parte migliore di sé, che inutilmente tenta di far udire la sua voce. Sì, c’è anche una voce che proviene dal profondo di noi stessi. Che accento ha? Qual è il suo timbro? Cosa dice? E’ una voce triste o gioiosa, chiara o confusa, annoiata o ansiosa? E’ la voce che dice chi siamo e forse , chissà, chi dovremmo essere.
[1] Per questo, non di rado, più decisivo della cosa che si dice (contenuto) è la voce con cui la si dice, in altre parole il modo di dirla, la tonalità del detto. La cosa più giusta e vera, detta con un timbro infelice, l’intonazione sbagliata e l’intensità inopportuna, rende sgradito o non accetto il contenuto comunicato. Viceversa, le falsità più sfacciate possono essere contrabbandate e accolte con gran successo, grazie alla “voce” più o meno ammaliante di chi le asserisce (vedi la pubblicità e l’illusionismo del mondo dello spettacolo…). Questo ci permette di riflettere sull’ambiguità della voce, in se stessa considerata, e di pensare a quanto sia importante un’educazione al discernimento delle voci in rapporto alla parola di cui esse sono portatrici.

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