Bambini sfasciati di Giuseppe Solfato

Bambini sfasciati

di Giuseppe Solfato

(sta in Nuovi Orientamenti, marzo 2009)

A vederli sgambettare così, felici, vitali, sani, omogeneizzati e vitaminici non crederesti mai che fino a tre, quattro decenni fa e, talora, anche solo un paio di decenni fa – anno più, anno meno – le madri se li esibivano orgogliose, insaccati come salami dentro panni smisurati.

“Noh, le fìlle mì, da ‘mbràzze me l’arrobbene! E mo jè, sènza tùtte kìdde precuarì de la farmacì!”

(trad. per i non baresi:  “I figli miei me li rubano dalle braccia, per quanto son belli! E, tutto dobbiamo dire? Senza nessuna di quelle porcherie che vendono in farmacia”).

Sto parlando dei bambini, naturalmente, croce e delizia delle madri (talvolta anche dei padri) di tutti i tempi. Ma quelli testé superati di sicuro sono stati tra i più duri per le donne e particolarmente per quelle che dovevano tirar su i bimbi di casa. Va da sé che mi riferisco alle donne-di-casa definizione che, pure questa,  individua una categoria che, almeno qui da noi, non era stata ancora soppiantata da quella  più elegante(?) di casalinga, oggi più o meno disperata.

Ma qui si aprirebbe tutto un contenzioso, divertito e divertente, su certa ipocrisia linguistica che tanto piace ai nostri tempi camuffati: operatore ecologico, invece di netturbino (che è già tanto, ma spazzinorende di più l’idea), la colf,  anch’essa passata di moda per un più sbrigativo la donna, o un più discreto un aiuto (ma non un televisivo aiutino, quello è un’altra cosa) e in taluni casi, persino una signora ola signora delle pulizie laddove una volta si diceva più semplicemente la cameriera se non proprio la serva; e poi, il non vedente per il cieco, il non udente per il sordo e via di questo passo. Cambiata la forma, la sostanza rimane la stessa.

Ma torniamo alle nostre care donne di casa, quelle la cui massima aspirazione, come veniva loro inculcato fin da bambine era di diventare “una brava e assennata donnina di casa”: di fatto, il 90%  della popolazione femminile. Il restante 10% – ad essere generosi – era composto da “signore” le cui incombenze non includevano certo i lavori di casa – le faccende domestiche . che venivano demandati a uno stuolo di governanti, nutrici, bambinaie, cameriere, serve e sguattere di casa.

Codeste donne, così, tanto per complicarsi l’esistenza, non solo facevano faticosi quanti profumatissimi bucati con la liscivia, non solo provvedevano a impastare, pressocché quotidianamente, decine di chili di farina per confezionare indimenticabili pagnotte di pane e paste casalinghe (quelle sì), non solo accendevano fuochi su ardimentose cucine economiche, ma usavano complicatissime fasciature per tener su diritti come fusi e imballati come salami l’ultimo pargolo della numerosissima nidiata.

Perché lo si faceva? Axì le gambe venèvene drètte. Cioè a dire: che le gambe della creaturina non avrebbero avuto un’opportunità di essere messe in asse senza la elaborata quanto fastidiosa e crudele (per il bimbo) operazione che tanto da vicino riportano alla disumana pratica della fasciatura dei piedi delle bimbe cinesi, le cui estremità dovevano obbedire a rigidi canoni di bellezza che prevedevano una lunghezza massima di tredici centimetri.

Certo, qualcosa doveva sfuggire a queste ben intenzionate donne – le nostre, dico – se, nonostante tutte le precauzioni prese, il numero di ragazzini e ragazzine – più tardi uomini e donne adulte –  ke le gamb’ataràlle (ma per le donne esisteva anche il più dispregiativo tertevàgghje) era certamente più alto di quello ufficialmente in giro ai giorni nostri. Quando si capì che sei quello che mangi, l’infelice pratica, grazie a un più diffuso benessere e all’arrivo sul mercato di comodi e consumistici pannolini usa-e-getta, scomparve e i bimbi non furono più fasciati. Non per questo, però, possiamo dirli sfasciati, come ironicamente (o maliziosamente) è scritto nel titolo di questo articolo.

Dunque, bisognava disporre sul letto la lunga fascia di tricot o piquè che portava per un capo, quello esterno, una lunga fettuccia.

Su questa, si disponeva u pedarùle che era un ampio panno  di tricot cordonato di forma rettangolare o quadrata da ripiegare a triangolo.

A seguire, andava la ‘mbettetèlle (per assorbire la pipì) e un pannetto a pizzo da infilare per primo tra le povere gambette.

Innanzitutto, nei primi giorni di vita del bimbo, bisognava provvedere a tenere ben pulito l’ombelico su cui veniva apposta una garza. Quindi, ad uno ad uno i paramenti venivano avvolti sui fianchi della creatura e fermati con spille da balia, tranne la fascia esterna che correva dalle ascelle (pe non fàue  spadda’) fin giù ai piedini, per essere poi annodata con la fettuccia.

La parte superiore del corpicino, sia che fosse inverno o estate, veniva riparata da una camicina scamiciata leggera in mussola, su cui andava una magliettina in lana vergine e un giubbettino. Infine il bimbo veniva infilato in un sacco più o meno colorato, come il giubbettino, del resto, e i colori, si sa propendevano per il rosa e l’azzurro. La biancheria, invece, era tale perché bianca, no?

La testolina sarebbe rimasta scoperta? Non sia mai detto. La cuffia di lana andava messa su una sottocuffia di percallina.

Ripetere l’operazione due o tre volte al giorno per nove mesi – un anno era prassi comune. E siccome gli inverni sono sempre stati freddi, umidi e piovosi, se disponevi di panni sufficienti potevi permetterti generosi ricambi; sennò il numero di questi si riduceva drasticamente – in barba a tutti gli strilli e alle più elementari norme igieniche – in attesa che quelli appena tolti asciugassero (magari senza aspettare di lavarli prima, tanto cosa vuoi? pipì di bimbo è! acquasanta!) sul sciugapànne ( detto pure: u mòneke) disposto sopra il braciere.

Dura la vita per le nostre madri, ma anche a essere bimbi non c’era tanto da scherzare!

 

Una replica a “Bambini sfasciati di Giuseppe Solfato”

  1. […] ora di usare gli -accenti giusti -Lettera – ZENZOLA – da A. -Gnam gnam -Il pane -Il bucato -Bambini sfasciati -Il dialetto perchè -in cerca della poesia che si vede -L’occasione più concreta per la cultura […]

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