23 giugno: La Veglia di San Giovanni
di Giuseppe Solfato
(sta in: Nuovi Orientamenti, agosto 2007)
Era una festa legata ai riti dell’estate e dell’amore.
Questi ultimi vanno letti come riti di propiziazione al raccolto estivo, quasi che l’incontro d’amore, voluto e propiziato dal gruppo, esercitasse un potere incantatorio sulla natura.
Il 23 giugno è il giorno più lungo dell’anno: quindi non può che essere un magico giorno.
La brevissima notte è già calda, qui da noi, e si veste di colori sgargianti e profumi penetranti: l’origano si esalta con la fragranza delle alghe; il fico spande il suo alito acre che si confonde col respiro profondo della terra già riarsa; la cicala frinisce instancabile e fa a gara col grillo; il gelso stilla l’umore violaceo dei suoi frutti.
E la notte si fa azzurra.
L’incantesimo della natura affaticata sotto il turgore dei suoi frutti t’afferra, ti ghermisce e sei già nella paganità, tutt’uno con i cicli di nascita-vita-morte, profondamente avvertiti con naturalità, gioia e un filo d’angoscia appena.
Allora bisogna danzare, bisogna mangiare. Tutti assieme, guai a star soli in una notte come questa.
Si accendano le luminarie, si stendano tra i balconi festoni di carta ritagliati nelle forme più grottesche perché facciano festa, facciano colore e mettano in fuga le ombre della notte.
Si portino in strada tavole, assi, panche, sedie e via: rimestio di cucchiai, tintinnio di stoviglie e poi canti, brindisi, scoppi di risa che rimbalzano da un angolo all’altra della smisurata tavola, una fisarmonica, una chitarra, una batteria di tegami, l’ultimo ambizioso tenore che mannaggia “la vosce a stupunde no m’arrive percè stasere no stogghe com’avvess’a sta’“ e giù tutti a reggersi le pance dal gran ridere, “avaste, avaste, no la fazze kiù“ “mò, pisciate sotte, m’arrecomanne !“ “me so’ già pesciate.“
Le ragazze, illanguidite e servizievoli, si offrono di andare a prendere una brocca d’acqua fresca alla vicina fontana, dove di sicuro incontreranno coetanei illanguiditi e servizievoli.
Ah!, Maria Luise
Ce bedde fior’iè cusse!
Nu vase t’agghi’a da’
‘Mbacce au labbre
De lu musse.
“Site mangiate?”
“Sì”.
“Ce cose?”
“U crute e menuickje ke le coteke. E vu?”
“U stesse”.
Forse, nessun pranzo è più tipicamente barese di quello di San Giovanni: polpi di scoglio e pesce minuto da mangiar crudi; frutti di mare (cozze nere e cozze pelose, gusci canestrelle e datteri – quando non era ancora reato raccoglierne) e, infine, trionfali orecchiette girate col dito, affogate nel sugo di pomodoro con le cotiche e in cima una tenera montagnola di ricotta marzotica. Da svenire!
Poi, la tavola verrà invasa da frutta, angurie e sedani svettanti, ma su tutto campeggiano i fioroni – le kelumbe, perché “à San Geuanne – pi’kelumb’e ammine ‘nganne”.
Per chi abitava in periferia, o in campagna o al mare, c’era, poi, la passeggiata “a la vì de fore“ alla ricerca di altri fioroni.
Al ritorno, a casa, nel segreto delle cucine, le madri scioglievano, per le figlie, albume d’uovo o piombo fuso in acqua. Messo così il composto a riposare per quel che restava della notte, la mattina seguente si traevano auspici, dalla forma che vi si leggeva dentro, sul mestiere dell’atteso: kezzale,scarpare o marenare erano le più probabili indicazioni del destino: contadino, calzolaio o marinaio. Bah!
Se poi le nozze erano imminenti, questa era la notte per impegnare i compari di fede, i testimoni, diremmo oggi. Vietato rifiutare, pena odi generazionali. U kembare de San Geuanne era la forma di apparentamento più nobile e ambita.
Colei che, invece, ha vere e proprie aspirazioni da masciare ( magara, fattucchiera, indovina ) proprio stanotte andrà dall’esperta parente che, tra mille sospetti, confiderà la magica formula per
“tagliare i vermi“ (i parassiti intestinali detti elminti) ai bambini, raddrizzare piedi storti, spalle slogate e altro ancora (o forse è più elegante dire :quant’altro, come il trend attuale detta).
Ecco una testimonianza raccolta da Carlo Scorcia e riferita in Nomenclatura di Medicina Popolare Barese (Ed. Levante, Bari, 1972, p. 154):
Lenedìa sande
Matredìa sande
Mecredìa sande
Scevedìa sande
Vrennedìa sande.
Mo vèn-u sàbbete sande,
Le vìerme tagghjanne
O ggiòrne de la Pasque
U vèrme se scasse.
A la demènneca maggiore
Tire le vìerme da mènz-au core.
A la demènneca viate,
Tire le vìerme da mmènz-au chestate.
U triste marite,
La bbona megghière
La cape du luzze
A Criste la dètte.
La cape du luzze senza temone
A cusse figghie fange passà cusse delore.
Sande Gorge mì.
Da Rome meniste,
Come la spat-o cìende pertaste,
Come tagghjaste la cap’o serpente,
Acchesì tagghie chisse vìerme
Jind-a chèssa vende. (1)
3 pater, 3 Ave, 3 Gloria a Sande Giorge.
Il rito andava eseguito nel massimo raccoglimento degli astanti, mentre la masciare , inginocchiata presso il bimbo infetto gli segnava ripetutamente con la croce l’ombelico scoperto, con l’aglio e l’olio o talora col petrolio. Talora venivano usate delle forbici.
A parte l’annosa querelle mai risolta dell’unificazione della grafia, per cui si incorre in tante varianti quanti sono gli scrittori in barese ( ho qui riportato integralmente la versione rilasciata dall’autore ) va precisato che l’egregio Scorcia annota che: “Perché questa operazione riuscisse, abbisognerebbe che fosse imparata nel giorno di capodanno, o in quello di Pasqua“.
Per quanto mi concerne, ho raccolto testimonianze che indicano la notte di San Giovanni come il tempo opportuno per la trasmissione della formula.
Bisogna anche aggiungere che esistono molte varianti della stessa, come lo stesso Scorcia riferisce quando riporta quella segnalata dal prof. LuigiSada, altro nostro infaticabile ricercatore di sterminata , preziosa bibliografia mai veramente valorizzata.
Mia madre, concordava con l’elencazione della settimana santa, dopodiché faceva seguire uno sbrigativo: “Tagghje le vierm’a cusse peceninn’e a tutte quanne”; qui giungevano le tre parole magiche, ma tre sole, che lei ignorava, naturalmente, perché lei non era una masciare, cioè una designata.
Ascoltiamo ancora Scorcia:
“Pena u malditte, la maledizione sino alla settima generazione e la perdita di ogni potere, le magare e le megere confidavano le formule dei loro scongiuri solo in punto di morte e solo a due comari preventivamente designate. La designazione avveniva la notte di Natale e dell’Epifania, in ore dispari“. (ib., p. 156)
A conclusione di questa magicissima notte di San Giovanni, si metteva sul balcone o alla finestra nu truffe d’acque – una brocca in coccio a becco stretto ricolma d’acqua – cosicché la mattina dopo si potesse bere “ l’acque du serene “, dove serene sta tanto per sera quanto per sereno. Emozionante, vero?
Cinque giorni più tardi ricorre la festività di San Pietro e Paolo.
Il rito verrà ripetuto con la teglia , u\la tiane, di patate, riso e cozze e cazzavune ( lumache ) in quantità.
Ma la magia della Notte di San Giovanni non c’è più.
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(1)
Si azzarda qui una traduzione letterale dell’invocazione:
Lunedì santo \ martedì santo \ mercoledì santo \ giovedì santo.\ Ora viene il sabato santo,\ tagliando il verme \ il giorno della Pasqua \ il verme si rompe.\ Nella domenica maggiore \ tira il verme dal cuore.\ Nella domenica beata \ tira il verme dal costato.\ Il triste marito \ la buona moglie \ diedero a Cristo \ la testa del merluzzo. \ La testa di merluzzo senza polmone ( ? ) \ a questo figlio fa’ passare il dolore.\ San Giorgio mio, \ da Roma venisti \ come portasti la spada in cinto, \ come tagliasti la testa al serpente, \ così taglia questi vermi nella pancia.

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